sabato 30 dicembre 2017

cose belle del 2017 e buoni propositi per il 2018 ~

avevo scritto un papiro noioso e pieno di pippe mentali su tutte quelle cose che poco c'entrano con questo blog, quindi ho deciso di cancellare tutto e di scegliere alcune cose belle di questo 2017, senza melensaggini sui fatti miei o sviolinate di sorta:

il book bloggers blabbering


un collettivo di blogger appassionate di libri e fumetti era una cosa che sognavo da un po' di tempo. non è stato proprio facile gestire tutto, ma quest'anno, con l'indie café, abbiamo portato avanti un bel progetto e continueremo l'anno prossimo.
ho scoperto un sacco di cose belle grazie alle ragazze del bbb, ma sopratutto ho scoperto le ragazze del bbb, alcune che ormai sono riuscite a superare la barriera della distanza geografica e sono diventate per me amiche, io che di amichevole ho veramente poco e che non credo più di tanto ai rapporti di amicizia nati on-line. forse questa è una delle cose più belle in assoluto di quest'anno, quindi si merita per forza il primo posto.

serie tv


non avevo mai seguito più di tanto nessun tipo di telefilm, sopratutto perché ho un pessimo rapporto con la tv, ancora di più quando mi costringe ad appuntamenti fissi ad orari prestabiliti. sono stata una delle poche a non aver visto quelle robe storiche tipo friends o buffy o che so io, ma netflix, now tv, cofanetti di dvd e robe varie mi stanno salvando e adesso mi sento parte del mondo anche io.
quest'anno ho recuperato robe tipo games of thrones, the handmaid's tale, stranger things e black mirror, capite? direi che già solo per questo, possiamo considerare il 2017 come un anno fondamentale per la mia esistenza.

l'arf festival e il treviso comic book festival


causa budget limitatissimi, non sono una grande viaggiatrice, anche se mi piace un sacco andare in giro e - lo ammetto - spenderei volentieri tutti i miei averi immaginari per girare le fiere di fumetto. sono riuscita ad andare solo a due quest'anno, che - per il poco che ho visto - sono tra le migliori per me che odio la folla e non capisco cosa diamine c'entrino cosplay, videogiochi e youtuber con i fumetti.
a parte la gioia di incontrare carla e carla (questa cosa crea un sacco di confusione anche a me) che non sto a parlarne troppo perché abbiamo detto niente melensaggini, ho fatto una scorta enorme - e infatti c'ho ancora roba da leggere in giro - di bei fumetti (se vi va di dare un'occhiata, trovate tutto qui e qui).
uno dei miei desideri per il prossimo anno è quello di riuscire a tornare a entrambe e magari anche all'etna comics, e di riuscire a incontrare tutta quella bella gente di cui parlavo sopra, oltre che ai pochi, fedeli lettori di claccalegge.

nuove serie a fumetti


il 2017 per me è stato un anno pieno di scoperte: da capolavori come saga o sandman a robe desideratissime da anni che ho finalmente iniziato a recuperare, come ranma ½, maison ikkoku, victorian romance emma e un sacco di shoujo che quasi nemmeno ricordo che ho trovato nelle bancarelle digitali, oltre a tutte le nuove serie cominciate quest'anno di cui vi ho abbondantemente parlato in questi mesi.
mi sono proposta di completare un po' di tutta questa roba prima di iniziare altro, ma la lista è parecchio lunga e io non vedo l'ora di rifarmi di tutte le mie immani lacune.

le interviste


nel 2017 ho fatto un sacco di interviste a un sacco di autori ed editori che stimo tantissimo, molte di più rispetto agli scorsi anni. è sempre una bella opportunità quella di fare due chiacchiere con quella gente di cui apprezzi così tanto il lavoro, e quest'anno sono state la parte più divertente e interessante di questo non-lavoro.

i ritorni

un nuovo star wars ma sopratutto dopo diciassette lunghi anni è uscito il primo volume della nuova trilogia di philip pullman - il libro della polvere - che ci permette di tornare nel mondo di lyra e dei daimon. cosa volete di più?

2053


dulcis in fundo, anche se me ne sono bullata già abbastanza, ho avuto la possibilità di leggere in supermega-anteprimissima l'ultimo lavoro dei manticori - 2053 ~ le nuove acque - che mi hanno fatto così uno dei più bei regali possibili.

tra i buoni propositi (solo quelli un po' nerd) per il 2018:


- andare ad almeno due fiere di fumetto
- completare almeno tre serie tra quelle in corso
- recuperare full metal alchemist (sì, lo so, non infierite, vi prego)
- comprare una libreria nuova che non posso continuare a smollare i miei libri ad ale
- vedere clone wars
- rimettermi in pari con big bang theory (che non so nemmeno perché l'ho abbandonato anni fa, mi divertiva un sacco)
- leggere più libri


ci rivediamo l'anno prossimo con un sacco di nuovi commenti non richiesti! buon 2018 a tutti voi!

giovedì 28 dicembre 2017

commenti randomici a letture randomiche (49)

dovrei fare uno di quei bei post di fine anno, con il resoconto di questo e i buoni propositi per l'anno nuovo, ma non sono proprio dell'umore, quindi ho pensato che è arrivato finalmente il momento di parlare dei manga presi tempo fa che stazionano sulla mia scrivania e che meritano il loro posticino nelle librerie e ovviamente sul blog.
mi sa che saranno gli ultimi manga del 2017, ho deciso di rimandare i giri in fumetteria per dopo capodanno onde evitare ulteriori distrazioni e provare a studiare con una qualche parvenza di serietà.

ho iniziato una nuova serie! ma a mia discolpa posso dire che ne avevo finita una da poco (vi dirò dopo quale) e che in ogni caso è una serie piccina picciò, già conclusa in giappone con il 5° volumetto, quindi nulla di troppo grave.
sto parlando de il riccio innamorato (per il quale ringrazio star comics, che altrimenti mi toccava recuperarlo a gennaio!), che avevo deciso che avrei preso dalla prima sbirciata alla copertina: i disegni sono assolutamente adorabili, e poi quel riccetto mi ha stesa completamente!
la storia non brilla per originalità (ricorda molto honey, che comunque, come ho detto mille volte, mi sta piacendo assai) ma è godibilissima, sopratutto per me che amo moltissimo questi manga semplici, senza eccessive pretese e molto, molto teneri: kii ha sentito parlare spesso di hozuki come di un tipo manesco, egoista e decisamente poco raccomandabile. però non riesce a non associarlo al suo riccio, sempre pronto a pungere gli altri ma solo per difendersi, nascondendo sotto gli aculei un animo - e un pancino! - tenero e dolce. le ci vuole pochissimo per rendersi conto che hozuki è proprio così, non cattivo, ma semplicemente timido e goffo, incapace di relazionarsi agli altri, con un brutto passato scolastico alle spalle che lo porta a tenersi sempre sulla difensiva.
i due fanno amicizia presto e kii si rende conto che oltre ad essere fondamentalmente buono, hozuki ha un fascino che la strega immediatamente, e le ci vuole veramente pochissimo per innamorarsi di lui. ma hozuki non è solo incapace di mostrarsi per quello che è realmente, ma non sembra molto spigliato in amore, anzi, per la precisione, sembra non riesca proprio a capire la differenza tra l'affetto che prova per i suoi amici e quello che potrebbe sentire per una ragazza.
tra incomprensioni e malintesi, pian piano il rapporto tra kii e hozuki si consolida e attraverso questa nuova amicizia, lui sembra sempre meno restio ad aprirsi con gli altri compagni di scuola, un bene da un certo punto di vista, ma pare proprio che kii non sia la sola ad essersi accorta di lui...
non mi aspetto grandissimi colpi di scena né chissà quale introspezione psicologica nei prossimi volumi, considerando oltretutto che ne rimangono solo quattro prima che la serie si concluda, ma sono abbastanza sicura che andando avanti continuerò ad apprezzare questi toni leggeri e scanzonati.
consigliato a chi ama le storie semplici e dolci.

che poi le storie semplici, dolci e leggere servono sopratutto per riprendersi da quelle pesaaanti. e infatti è finito, in un tripudio di drammaticità e lacrime, il fiore millenario.
ovviamente, spoiler sul finale!
la storia si conclude con un lieto fine a metà, o forse anche meno: a-ki riesce a riprendersi il regno, questo sì, ma a che prezzo? avevo sperato che lei e hakusei potessero vivere insieme per tutti gli anni che gli rimanevano, finalmente felici, ma la kaneyoshi ha voluto fino all'ultimo evitare le soluzioni troppo semplicistiche e irreali, arrivando a far sacrificare hakusei per proteggere a-ki e permettere che potesse compiersi il suo destino.
alla fine, dopo la morte di questa sovrana triste e amatissima dal suo popolo, scopriamo dalle parole di coloro che vengono imputati come i suoi assassini, che nulla, dal giorno in cui hakusei è scomparso, è riuscita a consolarla: impegnata come sempre fino allo stremo per il bene del suo popolo, a-ki non si è mai concessa un solo attimo di serenità, la sua stanza è rimasta vuota e spoglia come quella di un eremita, e probabilmente i fantasmi della sua vita l'hanno accompagnata fino all'ultimo minuto.
in definitiva, una storia drammatica e intensa, forse a volte un po' lenta, ma che ha dato vita a una protagonista indimenticabile. non nascondo che un lieto fine mi avrebbe fatto piacere, ma in effetti sarebbe stato troppo tirato per i capelli.
ancora più sinceramente, sono felice che sia finita, sopratutto che per a-ki siano finiti questi lunghi anni di sofferenza, e mi piace pensare che davvero, come si intuisce dalle ultime pagine, sia riuscita finalmente a ritrovare hakusei e a vivere felice con lui, lontana dai suoi doveri di sovrana e di vendicatrice.

cambiamo di nuovo atmosfera, tornando tra i banchi di scuola. amarsi, lasciarsi è arrivato al terzo volumetto e a me continua a piacere tantissimo anche se non sono ancora entrata in quel fangirl mode che mi prendeva tanto con le precedenti storie della sakisaka.
si direbbe che i ruoli si akari e yuna comincino a invertirsi: la prima, che tanto si diceva in grado di gestire i sentimenti in modo razionale, si ritrova intrappolata in quel misto di frustrazione e gioia che le da il suo nuovissimo amore per inui, sopratutto per via dell'atteggiamento di lui, che sembra immune da qualsiasi malizia e che spesso crea situazioni quasi imbarazzanti, ma che comunque non mostra per akari qualcosa che vada al di là della semplice amicizia.
ben lontana da quella sorta di pace interiore che si era imposta, akari sembra quasi incapace di gestire le sue emozioni, mentre la timida e goffa yuna, dopo essersi dichiarata ed essere stata respinta, è riuscita a mantenere con rio un rapporto di amicizia e confidenza, e pian piano, anche grazie al suo aiuto, sta riuscendo a uscire dal suo guscio di timidezza e imbarazzo, arrivando ad accettare un invito per un gokon e parlare tranquillamente con i ragazzi.
e se mettendosi in ridicolo durante una gara sportiva per far colpo su inui akari pensa di aver toccato il fondo, il colpo di grazia deve ancora arrivare, e arriverà quando meno se lo aspetta, e noi con lei!
le ultime pagine mi hanno lasciata di stucco (questo, dobbiamo ammetterlo, è il pezzo forte di io sakisaka) e non mi aspetto niente di meno che un casino epocale nei prossimi episodi.

anche hatsu haru continua a essere carino, nulla per cui strapparsi i capelli ma comunque una lettura piacevole. nel settimo volume kai e riko stanno finalmente insieme, hanno cominciato a superare la prima fase - quella della goffaggine e dei malintesi - e finalmente sembra che tutto vada a gonfie vele... o quasi.
intanto, per l'ennesimo malinteso, la coppia miki/kiyo sembra sul punto di sfasciarsi, non fosse che almeno loro sono in grado di riuscire a parlare e chiarirsi, e anche le tensioni tra riko e kiyo, amiche da sempre, un po' più lontane negli ultimi tempi, sono riuscite a risolversi.
hatsu haru non tradisce la sua natura di manga corale, dando a tutti i personaggi un po' di spazio per raccontare le loro vicende che non sono mai troppo in secondo piano rispetto a quelle dei protagonisti. certo, forse è un po' lento, ma continua a piacermi nonostante tutto.


dulcis in fundo, children of the whales arriva al secondo volume e ci riporta nel bel mezzo di una battaglia senza precedenti sull'isola di fango.
strani guerrieri vestiti da clown, impietosi come macchine, stanno decimando la popolazione, svelando solo dopo il loro obiettivo, quello di riprendersi lykos, per ordine di suo fratello, lo stesso che prima la aveva abbandonata.
la presenza di lykos sulla balena di fango, chiamata anche falaina, arresta il progetto di distruggere la popolazione che la abita.
ma la realtà che si cela dietro la società felice e utopica che abita falaina è completamente diversa da quello che appare, e adesso che i saggi hanno deciso di distruggere l'isola volante, con tutti coloro che la abitano, hanno anche deciso di svelare il loro passato: discendenti di criminali mandati in esilio, gli abitanti di falaina facevano un tempo parte di quello stesso popolo che ora è giunto per ucciderli.
per non far sterminare senza pietà la popolazione, gli anziani hanno pensato a un suicidio di massa, ma ouni, il ribelle desideroso di conoscere quel mondo esterno che lo ha tradito, e chakuro, archivista innamorato della storia della balena di fango, non hanno nessuna voglia di lasciarsi coinvolgere in questo piano né di cedere senza lottare: intenzionati a liberare il nuovo capovillaggio - rinchiuso in prigione subito dopo la sua nomina perché contrario all'autodistruzione dell'isola - e di salvare falaina e il suo popolo, li attende un destino incerto e lontano dalla tranquilla pace in cui hanno vissuto fino a pochi giorni prima.

martedì 26 dicembre 2017

star wars VIII - gli ultimi jedi (considerazioni sparse, fangirlismo e spoiler come se non ci fosse un domani)

due anni fa scrivevo dell'entusiasmo che anticipava l'uscita del settimo episodio, il primo che avrei visto al cinema (ammetto di aver scoperto star wars dopo la trilogia prequel), della scarsa sopportazione che avevo per tutte le critiche fatte ancor prima che il film uscisse e poi per tutti quelli che ma non è come i primi film ergo non è star wars, roba che ogni volta ormai da tre anni mi fa impazzire dai nervi: ma davvero? siete sicuri sicuri che questo non sia star wars? esattamente, cosa avete visto nei primi tre film che a me è mancato? il tizio cattivissimo che è cattivissimo perché corrotto dal lato oscuro della forza? il ragazzino che non ha mai preso in mano una spada laser o pilotato un'ala x che dopo mezz'ora diventa il jedi più potente di tutti? gli animaletti buffi e carini? il vecchio maestro jedi che ha sbagliato, fallito? le scenette comiche (che non facevano nemmeno troppo ridere)? era davvero tutto così perfetto? no, credetemi, adoro quei film, ma no, non sono nemmeno lontanamente perfetti. mi sa che il vero, enorme problema è che troppa gente ormai ha deciso di entrare al cinema con la voglia di lamentarsi di tutto, per poi raccontarlo su qualsiasi piattaforma, senza peraltro aggiungere nulla alle lamentele e spesso alle parolacce.
ma se vi piace così, allora va bene, pace a voi, mi spiace un sacco perché vi perdete tutto il divertimento.


torniamo a episodio VIII ~ gli ultimi jedi: devo ammettere che ho dovuto vederlo due volte per apprezzarlo appieno. dopo la prima visione ero vagamente confusa, non avevo colto parecchi dettagli che poi sono fondamentali e non avevo fatto tutti i giusti collegamenti, non ero riuscita a capire tutte le scene che svelavano prima le risposte che aspettavo tanto e che venivano date dopo.
il mio enorme problema non era essere entrata al cinema chiedendomi se questo star wars sarebbe stato abbastanza star wars, ma se avrei finalmente capito come era andata avanti la vicenda degli skywalker durante i trent'anni che intercorrono tra il ritorno dello jedi e il risveglio della forza.
per me tutto ruotava intorno a rey e luke, al loro legame, a cosa sarebbe successo adesso che si erano incontrati di nuovo.

ecco, lezione numero uno: non siate tanto arroganti da credere che le vostre fanfic mentali siano migliori di quanto sappiano scrivere dei professionisti, perché al 99% vi sbagliate. lasciatevi condurre dalla storia, fatevene stupire e non sarete delusi.
io l'ho fatto alla seconda visione e ho scoperto che questo film è strepitoso.

lezione numero due: star wars non è la storia degli skywalker, lo abbiamo pensato dopo la trilogia prequel, che pure tanto sta sulle palle ai puristi che vanno benissimo gli orsetti teneri che sconfiggono gli imperiali con le cerbottane ma il percorso psicologico che sta alla base di uno dei migliori villain del mondo no. è la storia di una galassia lontana lontana e delle forse del bene e del male che si scontrano cercando di prevalere una sull'altra, incarnate dagli uomini che non vivono abbastanza da sopravvivere a questa lotta eterna. un tempo è toccato agli skywalker, ma altri sono stati gli eroi prima di loro (e già rogue one aveva parlato chiaro), altri saranno dopo di loro.

uno dei bellissimi scatti che annie leibovitz ha realizzato per vanity fair

gli ultimi jedi inizia, come è tradizione che sia, con una battaglia stellare, a suon di raggi laser ed esplosioni, con piloti coraggiosi ed eroici che finalmente vengono considerati per quello che sono: uomini e donne (e qualsiasi sia l'equivalente per le razze non umane) disposti a dare la loro vita per i valori in cui credono, quelli della ribellione.
ne avevamo visti fin troppi piloti morire in un lampo durante queste battaglie, dimenticati un attimo dopo, come se la loro esistenza non valesse nulla. adesso finalmente viene loro riconosciuto un valore, nel primo di tanti momenti amari con uno di quei personaggi che incarnano lo spirito stesso di star wars: la per-noi-sempre-principessa leia, generale delle forze ribelli, saggia, potente, con gli occhi stanchi di una vita di battaglie eppure sempre in prima linea contro il lato oscuro, nonostante tutto quello che le costi a livello personale.
leia è, fin dal primo momento, così grandiosa che possiamo perdonarle persino la più kitch delle scene di tutto il film (e speriamo di tutta la trilogia, anche perché peggio di questa la vedo veramente difficile).
e a noi, che già al primo momento in cui viene inquadrata tocca trattenere le lacrime consapevoli che questo è l'ultimo film in cui apparirà, non rimane che smorzare l'entusiasmo di una disperata e spettacolare missione in qualche modo compiuta e renderci conto che sì, sono passati trent'anni, siamo cresciuti tutti ed è ora di renderci conto che dietro ogni booom c'è una storia che si spegne.

nel frattempo andiamo finalmente all'incontro più atteso degli ultimi due anni: rey porge la spada a luke, lui la guarda in silenzio. in quei pochi attimi, i cervellini di fan stanno lavorando freneticamente sulle possibili mille trame che si originano da questo momento, fantastichiamo di riconoscimenti, di riunioni familiari, di esplosioni di entusiastico eroismo e invece ci dobbiamo accontentare del più scazzato dei luke skywalker possibili, che soppesa la spada in mano come se fosse l'ultimo dei rottami e la scaglia alle sue spalle, andandosene via senza una parola (e mettendo in pericolo un paio di curiosi polletti dall'aspetto adorabile che stavano per accenderla incautamente).
niente, niente di tutto quello che avevamo immaginato fino ad adesso è accaduto, ed è ovvio sentirci spaesati tanto quanto rey. alla poveretta, con la quale luke praticamente si rifiuta di parlare (sarebbe stato un grandissimo campione al gioco del silenzio), non rimane che seguirlo durante le sue giornate fatte di una routine che a tratti è decisamente spettacolare (la pesca con quella sorta di mega arpione farebbe impallidire qualsiasi capitano achab), fino al momento in cui qualcosa - la forza? - non la richiama verso un vecchio albero secco, nel cui tronco cavo trova degli antichissimi libri. lì finalmente luke decide di capirne qualcosa di più su questa ragazza che la ribellione ha chiamato per convincerlo ad aiutarli.
sembra fermo nella sua decisione: i jedi devono scomparire, sono troppo pericolosi e lui non ha nessuna intenzione di addestrarne di nuovi, ha già fallito con ben, ha ferito leia, ha ferito han, ha dato al lato oscuro un uomo di eccezionale potenza, ha peccato di presunzione, lui che era riuscito a convertire persino darth vader, che l'aveva redento a un passo dalla morte, lui ha segnato il destino di suo nipote. convinto da rey che la colpa non è sua, ma di kylo ren, decide di addestrarla.

lezione numero tre: la forza non appartiene esclusivamente ai jedi, sticazzi dei midichlorian, quella dei jedi è una religione. gioia massima per i fan della vecchia serie, ammesso e non concesso che, troppo presi dal criticare tutto, l'abbiano capito.

se a noi l'addestramento di rey conferma quello che sapevamo già, che è potente nella forza, in luke scatena il panico: solo una volta ha visto qualcuno usare la forza come lei, e quella volta è stato ben solo. ricordatevi la lezione numero uno e frenate gli entusiasmi.

inutile raccontarvi tutto il film, anche perché se state leggendo questo papiro pieno di spoiler siete dei pazzi, passiamo direttamente a un paio di cose fondamentali su kylo ren e rey: quando anakin viene corrotto dal lato oscuro, il suo maestro non se ne accorge e non riesce poi a salvarlo, ma quando è ben solo a essere tentato da lord snoke, è proprio l'eccesso di zelo di luke, sicuro che il ragazzo non possa essere redento, a portarlo a diventare kylo ren, tradendo la sua fiducia e provando a ucciderlo nel sonno. insomma, è stato luke a creare kylo, anche se fino a ora non l'ha ammesso.
tra kylo ren e rey si instaura un rapporto molto particolare, che ricorda quello tra luke e leia. in quale modo, i due sono connessi dalla forza, riescono a vedersi, parlarsi e - in una delle scene più belle del film - a toccarsi. non è chiarissimo il tipo di legame tra loro, ma sembra chiaro che ben, separato dai genitori, tradito da zio e maestro, in collisione con lord snoke - con cui non c'è certo il rapporto di mutuo bisogno che c'era stato tra darth sidius e darth vader - e perennemente circondato da idioti, veda per qualche ragione - ok, smettiamola, io li shippo tantissimo dall'episodio VII, ho bisogno che finiscano insieme anche se questo va contro ogni ragionevole aspettativa - in rey l'unica compagna possibile (tu non si nessuno. ma non per me e subito dopo il rumore del mio piccolo cuoricino di fangirl che esplode). lei invece, è sicura di poterlo portare al lato chiaro della forza, di redimerlo, di farlo combattere nella resistenza al fianco di leia - anche questo, avrei potuto piangere tutte le mie lacrime di gioia - certa di aver visto qualcosa di buono in lui.

*internally screaming*

bellissima e un po' claustrofobica la scena in cui rey, richiamata in qualche modo nella parte oscura dell'isola, si perde in una sorta di gioco di specchi che diventa quasi una metafora del suo ruolo in questa storia, quello che poco più avanti kylo ren avrebbe chiarito brutalmente.
in un cerchio infinito di rey che si estende in avanti e indietro, come un loop temporale in cui lei è inizio e fine di se stessa, rey comprende che quello che sta cercando, quelle radici che la aiutino a comprendere qual è il suo posto nella galassia, perché a lei e non a qualcun altro è toccato di vivere tutto questo, l'unica risposta è il suo stesso volto.
rey non è una skywalker, non si origina da una sorta di leggenda, da una profezia, non c'è nulla di già deciso prima di lei che la riguarda. è solo se stessa, senza un passato alle spalle e senza altro che la aspetti che non dipenda da lei.

anche se nel frattempo poe dameron, finn e un nuovo personaggio - rose - stanno cercando di risolvere il grandissimo nuovo problema della resistenza (questa volta niente morte nera o simili da far esplodere, devono introdursi sull'ammiraglia nemica e disattivare un tracciatore che non permette alle navi ribelli, ormai decimate e a secco di carburante, di scappare) che ha qualcosa di pazzo ed epico come ce l'aveva la missione quasi suicida di luke, e poi quella della base starkiller ma che almeno per questa volta, va in modo in po' più veritiero, e anche se grazie a loro ci viene finalmente presentato il vero - o almeno uno dei veri - motivo della guerra, ovvero il fruttuoso commercio di armi che sta dietro i grandi valori di cui ribelli e primo ordine si fanno portavoce, e ci viene ricordato che gente come han solo si incontra una volta sola anche nell'arco di varie generazioni, e che i criminali solitamente non rischiano la loro vita per pace, giustizia e libertà, kylo ren e rey rimangono, probabilmente perché più legati all'aspetto mistico della forza che alle questioni politico-militari, al centro di tutta l'attenzione e di tutti i dubbi.

le intenzioni erano anche buone, eh, ma...

sicura delle sue idee, e dopo aver capito che luke non se ne andrà via dall'isola ad aiutare la resistenza, rey si reca direttamente da kylo ren, sulla stessa nave di lord snoke, e kylo la conduce, come richiesto, davanti al leader supremo.
la scena è parecchio simile a quella in cui luke si trova davanti all'imperatore, condotto da darth vader, così simile che ci aspetteremmo che le speranze di rey si realizzino.
personalmente ho trovato la sequenza che segue tra le più epiche di tutto il film, sicuramente la mia preferita: confondendo la mente di snoke con un giochino semplicissimo e geniale, kylo riesce a ucciderlo, sconfiggendo poi con rey le guardie rosse in una serie di duelli spettacolari. alla fine, rey è convinta di averlo realmente portato dalla sua parte, ma il vero obiettivo di kylo ren è un altro: distruggere il vecchio stato delle cose, annullare jedi, sith, ribelli, primo ordine, ogni cosa, e costituire un nuovo ordine nella galassia.
è stato solo per pochi secondi ma sono saltata su dalla sedia.
lo so che ai fan puristi di star wars non piace nulla che non sia quello che già abbiamo visto, ma io sono per i grandi sconvolgimenti: lo stesso equilibrio che c'è in kylo ren tra luce e oscurità poteva risolvere questa assurda guerra tra due schieramenti semplicemente lasciando che a governare la galassia non fossero due forze contrapposte ma un'unica forza in grado di gestire entrambi gli aspetti del reale, senza assoluti che possano ancora giustificare un protrarsi del conflitto.
certo, così finisce tutto il senso di star wars stesso, ma poteva essere l'inizio di qualcosa di nuovo, certamente è qualcosa che dovrà essere risolto nel prossimo film perché in questo rey non prova neppure a capire cosa le offre il suo - ormai è chiaro - speculare.

mai subito tanto il fascino del lato oscuro...

rey dunque va via e torna dai ribelli, che nel frattempo sono stati pesantemente decimati, dopo che la missione di finn e rose è fallita, che leia - ferita - ha dovuto lasciare il comando al viceammiraglio holdo che, in sintonia con leia e contrariamente a ogni mia aspettativa (lo odiata per quasi tutto il film salvo poi pentirmi e sentirmi la persona più cattiva e ingrata del mondo alla fine), ha preferito un piano che funzionasse in ritirata, per salvare i superstiti, piuttosto che giocare in attacco, andando incontro a una sicura sconfitta, ma che non è riuscito proprio a causa di finn, rose e del loro apricodici, il già citato dj, che li ha venduti al primo ordine, svelando il loro piano b.
intrappolati in una vecchia base della resistenza, su un pianeta desertico ma decisamente scenografico, riescono a salvarsi grazie all'apparizione in extremis di luke.
ebbene sì, anche se aveva detto a rey che non sarebbe andato ad aiutarti, luke è arrivato.
ora, non so quanti abbiamo fatto caso ai millemila inspiegabili particolari che rendono strana questa scena, ma a me in un primo momento ne erano sfuggiti parecchi, anche se era veramente assurdo che fosse passato dal parrucchiere prima di andare ad affrontare il nemico che lui stesso aveva creato.
insomma, come ha fatto luke ad andarsene dall'isola se non era sul falcon e se la sua navicella ci è stata mostrata come relitto in fondo al mare? e come è entrato in quella grotta se c'è un unico ingresso (chiuso)? perché ha la spada di anakin, che è stata spezzata poco prima da kylo e rey? e ancora, com'è che è l'unico i cui movimenti non lasciano i segni rossi che ci mostrano da ore sul terreno di battaglia? e se tutto questo non vi ha fatto venire alcun dubbio, come diamine fa a resistere a tutti quei colpi di cannone e alla spada di kylo ren che lo trapassa un paio di volte?
ok, luke non è davvero lì, è sempre sull'isola, ha solo (solo si fa per dire...) mandato una sorta di proiezione astrale da usare come un mantello rosso davanti a un toro, lì a far distrarre kylo ren, a fargli perdere tempo in un duello impossibile mentre i superstiti della resistenza, grazie a rey e a delle volpi di cristallo (vi siete sentiti in colpa per aver pensato che erano belle ma inutili proprio come le statuine di swarovsky della nonna, vero?), riescono a mettersi in fuga sull'immancabile falcon, non prima di un ultimo contatto tra rey e kylo ren che sembra voler dire che no, tra loro due non è ovviamente finita qui.
il sacrificio finale di luke ci fa perdonare i suoi trent'anni in fuga, la sua paura, il suo non voler rischiare per essere sicuro di non fallire. certo, ha fatto un sacco di errori, ma alla fine ha scelto di fare la cosa più giusta che potesse fare, e a dirla tutta, mi è sempre stato un po' antipatico, ma adesso mi mancherà.

ultimissima scena di cui tener conto, anche se non è chiarissimo se è giusto una metafora o qualcosa in più, il film si chiude con uno dei bimbi che finn e rose avevano incontrato durante la loro missione. rimproverato da un enorme orribile alieno-padrone perché stava giocando invece di lavorare, lo vediamo muovere con la forza una scopa e poi impugnarla come una spada, mentre guarda il cielo stellato attraversato da una scia che è forse una nave.
insomma, i ribelli sul falcon saranno anche pochi, ma la scintilla che appiccherà il fuoco che distruggerà il primo ordine non si è spenta e sembra che la paglia su cui attecchire sia ancora presente nella galassia.

i porg! i porg! sono la mia nuova ossessione!

alla fine ho raccontato del film molto più di quello che avevo in mente, eppure non è ancora abbastanza. perché episodio VIII è un perfetto passaggio verso quello che tra due anni sarà il finale di questa trilogia che fino a questo momento non ha deluso (se non per il leader snoke che è davvero penoso in confronto a darth sidius, potevano dargli un po' più di spessore, questo sì), ed è anche un perfetto film di star wars - con le sue musiche straordinarie, i suoi paesaggi mozzafiato e i suoi alieni buffi e a tratti grotteschi - che da un lato segue la mitologia che conosciamo da più di trent'anni e dall'altro fa chiarezza su alcuni misunderstanding che andavano decisamente risolti (sopratutto su cosa sia la forza) e tronca nettamente con quello che fino a ora abbiamo imparato a conoscere, sopratutto giocando con i simboli più iconici (la distruzione del casco di kylo ren è forse l'esempio più lampante, ma se non vi basta, aspettate di vedere il maestro yoda, in pelle e gommapiuma, ridersela come un matto per la distruzione dell'ultimo tempio jedi) facendoci uscire dalla nostra comfort zone fatta di genealogie che si arrogano il diritto di poter spiegare e giustificare ogni cosa e leit motif che ci aspettavamo di ritrovare passo per passo in ogni sequel. la storia è cambiata (e credo proprio che cambierà ancora) eppure in fondo rimane ancora sempre quella di un gruppo di cocciuti ribelli che sognano di estirpare il male dalla galassia.

lunedì 25 dicembre 2017

buon natale! ♥


siete sopravvissuti alla cena di ieri sera? avete trovato qualche bel libro o fumetto sotto l'albero? in ogni caso, buon natale a tutti (e sì, domani passate di nuovo qui perché c'è in programma un post delirante su gli ultimi jedi! però solo se avete visto il film, perché sarà strapienissimo di spoiler!)

venerdì 22 dicembre 2017

drinking at the movie

avevo pensato di iniziare questo post lamentandomi dell'immane casino che è questo mese di dicembre, che tra gli impegni vari che non lasciano tempo neppure per finire di leggere i fumetti che mi trascino dietro da settembre e l'inesorabile rendiconto di fine anno che mi fa sentire la solita fallita, è il coronamento ideale di una vita di cui lamentarsi, ma ho finito di leggere drinking at the movie e non so bene se consolarmi, felice di passarmela decisamente meglio della protagonista, o se lamentarmi ancora di più di avere una vita così poco interessante che a nessuno andrebbe mai di leggere un fumetto su di me.
drinking at the movie è una sorta di autobiografia, limitata a un solo anno, dalla primavera del 2007 all'inverno del 2008, della sua autrice, julia werz, all'epoca ventenne alle prese per la prima volta con new york.


julia viene da san francisco e da una vita a prima vista perfetta: vive in una bella casa, ha finito da poco il college, ha un ragazzo e un bel lavoro.
dando uno sguardo un po' più attento alla sua esistenza, la prospettiva cambia completamente: il suo appartamento ormai l'ha del tutto stancata, la sua famiglia non è poi così perfetta, suo fratello ha dei gran brutti casini con la tossicodipendenza, il suo bel lavoro non la paga abbastanza così ne ha un secondo che odia e in quanto al ragazzo... beh, chiamiamolo pure ex adesso.
insoddisfatta e delusa, le possibilità che le rimangono sono due: rimanere lì dov'è a sperare che la ruota giri oppure darle una bella spinta e cambiare radicalmente la sua vita.
se avesse scelto la prima opzione sicuramente avremmo avuto un fumetto molto più noioso e cupo di questo, ma per fortuna julia wertz ha preso un aereo, è andata a new york e ha deciso di raccontarci la sua vita assurda durante tutto il primo anno in una delle città più folli del pianeta.

il senso del viaggio è tutto nel trovare il proprio posto nel mondo, riuscire a incastrarsi come un mattoncino di tetris in mezzo a tutti gli altri, imparare a far parte della società (più o meno). e non è esattamente semplice e immediato: julia cambia casa per ben quattro volte, passando in appartamenti squallidi, conoscendo coinquilini non troppo auspicabili, arrivando spesso a stento a pagare gli affitti trovando e perdendo il lavoro in continuazione che a new york non è affatto diverso che nel resto del mondo cosiddetto civilizzato: lavoretti saltuari, malpagati e totalmente diversi da qualsiasi aspirazione si possa avere.

tra un aneddoto e l'altro, julia racconta una vita in cui i desideri vanno tutti al ribasso, in cui le aspettative si abbassano per schivare i colpi martellanti e continue delle delusioni, e nella quale si salva solo la sua passione per il disegno, che nonostante tutto non abbandona.
lontana da qualsiasi forma di autocompassione, la carrellata di sfighe che le viene contro ogni mattina come un treno è raccontata con ironia e intelligenza, dalle macchie sui vestiti poco prima di un colloquio, al suo cinico disinteresse per la compagnia - al cinema ci va a bere da sola, ovvio - o la sua dipendenza dall'alcool.

due tavole di illustrazioni che raccontano i quartieri di new york, presenti alla fine del volume (fonte: www.juliawertz.com)

ma drinking at the movie oltre che dispensare amari sorrisi è soprattutto un'intelligente riflessione (molto punk e per nulla didascalica) su una generazione che vede svanire in fumo i suoi sogni, schiacciata dalle ingiustizie di un sistema sociale che li inganna con promesse non mantenute, distrutta dai sensi di colpa e dal rifugiarsi nelle dipendenze per non guardare mai troppo a fondo i problemi.

l'anno a new york, pieno zeppo di sfighe, di pisciatori misteriosi e barboni molesti, di delusioni e sciatteria si rivelano comunque una scelta che funziona: non è il luogo in cui scegliamo di vivere, quello che succede attorno a noi, ma quello che in questi posti e in questi eventi riversiamo della tristezza e insoddisfazione che abbiamo dentro a renderli tristi e insoddisfacenti. a new york finalmente julia trova la sua strada: se non fosse stato così, non avremmo mai letto il suo libro (e sì, ha smesso di bere).

non è facile scrivere un libro divertente e dissacrante come questo, in cui le lavanderie a gettoni diventano come santuari in cui qualche dio è pronto a rivelarti la realtà sull'universo, vita e tutto quanto (cit.), e al contempo saper dire che sì, è davvero possibile uscire da una vita che sembra tutta sbagliata e imparare a prendere le redini della propria esistenza in mano e condurla dove si vuole, ma julia wertz l'ha fatto. se vi sentite un po' in crisi anche voi, mi sa che avete trovato il libro perfetto.

mercoledì 20 dicembre 2017

la memoria delle tartarughe marine

giacomo se n'è andato via da lampedusa tanto tempo fa: isola stretta come tutte le isole e come tutte le isole prigione senza mura, scoglio in mezzo al mare che inganna, promette libertà, spazi infiniti, infinite possibilità, ma invece blocca e separa dal resto del mondo.
giacomo a lampedusa non ci tornerebbe mai, la sua vita è altrove, lontano da quella terra e lontano dalla sua famiglia, o almeno lui crede così.
ma non è possibile tagliare del tutto i ponti con il passato, puoi provare a ignorarlo quanto vuoi, ma i legami trovano sempre il mondo per richiamarti indietro, acciuffarti e farti tornare lì dove la realtà si è divisa in due, dove quello che era casa, famiglia improvvisamente diventava il malessere da allontanare.
la morte di suo fratello davide e un'eredità scomoda lo costringono a un viaggio impensato e di certo non desiderato che lo costringerà a confrontarsi con le sue radici e con il suo futuro.


la memoria delle tartarughe marine è un libro densissimo che usa la particolare vicenda di due fratelli perduti e poi ritrovati - insieme a quella delle tartarughe marine, capaci di tornare al loro luogo di nascita anche dopo vent'anni, spinte solo dal loro istinto - per raccontare dei legami dolceamari e della necessità di guardarsi indietro, accettare il passato, le proprie origini, per poter capire il proprio presente e riuscire ad andare avanti con il proprio futuro.
giacomo è come un bambino arrabbiato, distratto dalla sua insoddisfazione, chino sui suoi piccoli problemi, si ritrova per la prima volta a guardare con gli occhi liberi dall'egoismo alle sue spalle, a riconoscere quell'amore che non ha mai voluto capire e davanti a sé, a quel dolore tanto grande da spezzare per sempre le certezze di molte vite.
sullo sfondo della vicenda si staglia il profilo dell'isola di lampedusa, una terra in mezzo al mare che quasi ne sfoca i contorni: lampedusa è la casa a cui far ritorno o il porto sicuro da non abbandonare mai; è nido, caldo grembo sabbioso in cui la vita nasce o porto lontano, neanche troppo sicuro, difficile da raggiungere, meta di un viaggio che costa ogni genere di inimmaginabile dolore, paura, a volte anche la morte.
lampedusa in questa storia è quasi sempre solo costa, come le spiagge per le tartarughe, uno stretto lembo di terra da attraversare con gli occhi puntati verso l'acqua, spesso è solo il mare che le sta intorno, il punto di osservazione di un orizzonte che svela possibilità infinite fino al momento in cui la scelta possibile è solo una, e deve essere presa in fretta, senza badare troppo alle regole, senza soppesare i pro e i contro: è il momento in cui c'è solo la persona che veramente sei. la mano o la allunghi o la ritiri e questo fa l'unica differenza tra la vita e la morte.
lampedusa è stata per me, durante tutta la lettura, la vera protagonista silenziosa e discreta della storia, simbolo della moltitudine di desideri attorno cui ci si affanna per cercare, ognuno a suo modo, l'esatto significato della nostra personale salvezza.
in una semplice storia familiare, forse anche fin troppo comune, simona binni ha cesellato dettaglio per dettaglio la brutale e bellissima poesia della vita che si fa lotta e sopravvivenza e speranza, viaggio insicuro e impreciso, forse mortale, forse primo passo verso la rinascita.

senza spoilerare nulla della trama, vi lascio alle parole dell'autrice, consigliandovi di recuperare questa storia (siete ancora in tempo per chiederla a babbo natale!)

ciao simona e benvenuta su claccalegge!
il tuo ultimo libro, la memoria delle tartarughe marine, affronta tematiche non proprio facilissime e molto attuali. ci racconti come è nato?
Anzitutto ciao e grazie per questa intervista! 
La memoria delle tartarughe marine è una storia che nasce dalla voglia che avevo da tempo di raccontare una storia che parlasse di fratelli. Il fatto che sia inserita in un contesto moto attuale è il frutto di una scelta ben precisa. Mi sembrava necessario inserire in questo libro un segnale di consapevolezza rispetto al momento storico e sociale che stiamo vivendo. Credo sia bello intrattenere con le nostre storie i lettori e altrettanto non dimenticarci il contesto in cui viviamo. Trascorro molto tempo nel mio studio a disegnare e scrivere e leggere, ma questo non significa che quello che accade al di fuori del mio contesto privilegiato mi lasci indifferente. Allora cerco di integrarlo in qualche modo con quello che faccio. Cerco di averlo sempre presente. 
tartarughe di mare e l'odissea dei migranti: non sono temi facili, dicevamo, ma hai saputo gestire in maniera dettagliata il primo e con molta delicatezza e precisione il secondo: come si è svolto il lavoro di ricerca per scrivere questa storia?
Documentazione. Quando arriva l'idea per una storia e sei consapevole che è quella giusta, perché trovi l'esatta corrispondenza con ciò che volevi dire, con ciò che sei, allora da quel momento inizia il vero lavoro. Le idee per me sono sempre un dono, quasi al limite dell'inspiegabile, anche se so che sono il frutto di un percorso, vivo questa cosa sempre come un momento quasi mistico ed è una sensazione che adoro è  il motore di tutto quello che faccio... Scusa, riprendo il filo del discorso. Una volta sopraggiunta l'idea, comincia la lunga fase di documentazione. Raccolgo tutto il materiale possibile. Studio, per settimane e non smetto neanche durante la fase del disegno. Film, libri, musica, chiacchierate con persone che stimo e a cui chiedo consigli. In una fase creativa ogni cosa porta spunti. Diciamo che è un momento in cui sono io stessa molto ricettiva rispetto a qualunque stimolo, visivo o cognitivo, possa ricevere.
in questi giorni esce una tua storia in un'antologia - sempre per tunué - a favore di emergency (quattro storie e mezza per emergency): com'è fare fumetti quando devi confrontarti con realtà così vere e forti?
È una cosa che fa male. Non credo davvero di poter spiegare meglio. La storia che ho disegnato per Antonio Bruscoli, il chirurgo di Emergency che ha scritto il mio soggetto, fa male. Ho dovuto approfondire la realtà che c'è in Sierra Leone. Le mutilazioni, la violenza, l'arbitrarietà del male. Avrei preferito non dover disegnare corpi straziati. Un bambino che muore. L'ho fatto e da tutto questo sono nate solo cose buone. Il dolore aiuta a tirare fuori un'arte più sincera e sperimentale, specie nell'uso del colore. Ora quando parlo di guerra in Sierra Leone, sono consapevole, almeno in piccola parte, di ciò che è accaduto. Questo libro ha cambiato me, tanto per cominciare.

rispetto all'attuale fortuna del fumetto, letto e apprezzato da un pubblico sempre più vasto, come vedi questa tendenza - nemmeno troppo nuova ma che da qualche anno sta prendendo sempre più piede - del reportage a fumetti (o comunque di fumetti che, come il tuo, toccano temi di attualità)?
Se, come ti dicevo poco fa, la ricerca legata alle storie e all'attualità di ciò che raccontiamo genera consapevolezza in noi e in chi legge, ben venga tutto questo. Il binomio immagini /testo è sempre più incisivo. Le storie aumentano la loro qualità. C'è voglia di sperimentare a livello grafico. Questo fermento arriva, eccome se arriva, sia ad un pubblico adulto, che alle nuove generazioni.
andiamo a te: come hai iniziato la tua carriera di fumettista?
Da bambina, disegnavo le mie storie. Poi, crescendo, ho preso strade lontanissime dal fumetto. Almeno credevo. Se una cosa fa parte di te, se tu sei quello che vorresti fare, fallo e basta! Comincia. Prova. Ecco, questo è stato il mio percorso. Ciò che ho fatto per tanti anni adesso è confluito qui, nelle storie che racconto. Non importa cosa sia successo nel frattempo, perché se mi ha portato dove sono ora, è stato il percorso migliore possibile. Posso dirti solo che ad un certo punto della mia vita, mi sono fatta il regalo più grande: ho frequentato una scuola di fumetto e ho avuto insegnanti meravigliosi!
E sai alla fine qual è la cosa più bella di questo lavoro? Le persone. Gli amici che ho trovato, i colleghi e i meravigliosi lettori che mi seguono e che, libro dopo libro, ora sono tutti un pezzetto di me. Fare la fumettista sembra un lavoro solitario, ma credimi che in realtà, se te la sai costruire, porta una rete di affetti davvero preziosa.
hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura di un fumetto e lasciare i disegni ad altri, o viceversa, disegnare un testo già scritto da qualcuno? ed eventualmente, tenendo in considerazione anche gli autori più "irraggiungibili", con chi ti piacerebbe lavorare?
Guarda, a me piace raccontare storie. Se un giorno qualcuno mi chiamasse e mi proponesse un testo capace di entusiasmarmi o se trovassi una disegnatrice o un disegnatore in sintonia con il mio sentire, mi metterei in gioco su tutti i fronti. Quello che non deve mai mancare è la collaborazione artistica e soprattutto umana. Auspico sempre progetti condivisi. Credo in un costante dialogo tra le parti e nell'ascolto reciproco. Se trovassi tutto questo, direi sempre di sì.
tentiamo lo scoop su claccalegge: hai qualche nuovo progetto in lavorazione?
Un paio. Uno personale, in lavorazione. Uno di più ampio respiro. Vedremo. Questa è la fase creativa. Dunque la più bella!
ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo! complimenti per il tuo libro e un mega imboccallupo per i tuoi prossimi lavori!
Grazie a te per questo spazio!

venerdì 15 dicembre 2017

commenti randomici a letture randomiche (48)

prendiluna è l'ultimo (per ora) romanzo di stefano benni, che mi ha fatto compagnia per numerosi viaggi in autobus fino a un paio di settimane fa. ammetto che negli ultimi anni benni, con i suoi romanzi più recenti, mi aveva un pelino delusa e me ne ero allontanata.
di prendiluna, da brava gattomane, mi aveva da subito fatta innamorare la copertina piena di gatti, l'ho preso senza pensarci troppo, sentendo che poteva essere la volta buona di riavvicinarmi a uno dei miei scrittori preferiti.
e, saranno stati i diecimici, sarà stato dolcino, o forse la buona prendiluna, ma pare proprio che abbiamo fatto pace.

la storia è quella di prendiluna, anziana insegnante ormai in pensione, e della profezia rivelata da un gatto fantasma che solo lei può realizzare: portare a termine la sua missione - trovare dieci giusti a cui consegnare i diecimici - è l'unico modo per salvare l'umanità.
il viaggio di prendiluna si sposta nel mondo reale e in quello onirico, ed è difficile decidere se sono più assurdi e inverosimili i trumpi cattivi e razzisti che incontra su un pullman o i trisogni che condivide con dolcino l'eretico e michele l'arcangelo, due pazzi - forse, di certo internati in manicomio - che insieme a lei vogliono salvare il mondo destituendo finalmente dal suo potere sconfinato il diobuono, che forse poi così buono non è.
tra partite di pallone invisibile, regine dei sex shop, trasmissioni televisive patetiche, lotte tra angeli e diavoli, sogni matrioska, poliziotti con il pallino del cinema, odiatori seriali, anime gentili e sette misteriose e crudeli, in un mondo più folle e insensato del più assurdo sogno che cornelius noon abbia mai studiato, si ritrova il buon vecchio stefano benni di margherita dolcevita e di saltatempo, con il suo stile inimitabile, la sua ironia che non risparmia nessuno e la sua capacità di saper rendere goffamente adorabile una realtà di stupidi schermodipendenti in cui eroi nascosti, incontri indimenticabili e amori infiniti, sanno restituire all'umanità la fiducia che a volte sembra perdere in se stessa.
sicuramente non il suo romanzo migliore, non all'altezza di elianto o la compagnia dei celestini, per citarne due, ma a mio modestissimo avviso il più riuscito degli ultimi anni.

durante il periodo di sconti di coconino di qualche tempo fa ho recuperato un po' di titoli che volevo, tra cui faremo senza di manu larcent, un libro di cui avevo letto tanto bene che non potevo farmelo scappare.
in effetti è un libro bellissimo, ma che non mi aspettavo così pesante. da noi è uscito dieci anni dopo l'edizione francese, come tiene a ricordarci zerocalcare che ha tradotto e introdotto (qui) l'edizione italiana, e questa è un po' la prova che, anche se solitamente si parla tanto dei libri appena pubblicati e poco di quelli più vecchi, un buon libro non ha la data di scadenza.
faremo senza non ha una vera e propria trama, è più qualcosa a metà tra un flusso di coscienza e una sorta di sfogo tardoadolescenziale (l'autore l'ha scritto quando aveva vent'anni, ma va bene anche a trenta, fidatevi) sulla vita, l'ansia, le paure, il senso di inadeguatezza.
zerocalcare dice "quanto è tutto dolorosamente vero" e in effetti potremmo chiudere il commento con questa frase: questo omino buffo e un po' tenero che attraversa le tavole da una pagina all'altra, alle prese con i suoi mostri personali è una sorta di assoluto, l'omino buffo che ognuno di noi ha dentro e che deve fare i conti con quel gran casino che è la vita.


non è facile raccontare questo lungo, cupo monologo, alleggerito solo dai disegni a volte quasi comici, faremo senza è un libro che va letto, che bisogna chiudere di tanto in tanto e rimanere qualche minuto o qualche ora a pensarci su, magari a smaltire il magone che a volte sale inevitabilmente in gola.

tutta un'altra storia per il primo, spettacolare e disturbate volume di animosity, in uscita in questi giorni per saldapress, scritto da marguerite bennett e disegnato da rafael de latorre: cosa succederebbe se improvvisamente gli animali si risvegliassero, sapessero parlare e avessero una coscienza come quella degli uomini? ovviamente, sarebbe il caos.
stanchi di essere uccisi, abbandonati, sfruttati, trasformati in cibo, cavie da laboratorio o pellicce, la rivoluzione sarebbe immediata.

sandor, un vecchio bloodhound e la sua bambina jesse, amici da sempre, si ritrovano nel bel mezzo della guerra più incasinata e feroce che si possa immaginare, in un mondo ancora sconvolto e del tutto impreparato ad affrontare una novità del genere.
e mentre da un lato umani e animali cercano di trovare accordi su come riuscire a sopravvivere tutti insieme adesso che certo è impossibile continuare a cacciare e allevare, dall'altro sandor, con il cuore colmo d'amore per la bambina che l'ha cresciuto, amato e protetto da sempre, ha capito che è arrivato il momento di invertire i ruoli e, adesso che lei è rimasta sola e non ha altri al mondo, deve riuscire a portarla indenne dal suo fratellastro che, nonostante non la conosca, può di certo assicurarle un futuro più sicuro di quanto non sia capace di fare un cane già anziano.

animosity sa passare bene dall'atmosfera tesa, violenta e spesso cruenta che caratterizza buona parte della narrazione e che la mantiene viva e accattivante senza mai spingere troppo sull'acceleratore, e quella dolcissima e malinconica tra sandor e jesse. basta meno della metà di questo primo volume per entrare appieno nella storia, farci coinvolgere e desiderare scoprire come andrà avanti la loro avventura, promosso a pieni voti.

ultimissima lettura è ophidian - avvento, di lucio perrimezzi e francesca follini, edito da noise press, una sorta di numero zero su quella che potrebbe essere una nuova serie parecchio interessante.
per via delle poche pagine del volume, la narrazione è velocissima e serrata, e densa di colpi di scena praticamente a ogni tavola. senza fare spoiler, ci ritroviamo insieme a seth frozen, brillante avvocato, a scoprire che angeli e demoni sono una realtà molto più vicina di quanto potessimo immaginare.
seth, risvegliatosi da pochi anni da un coma che lo lasciava senza speranze, ha scoperto le sue origini, la storia della sua famiglia e di come questa si collega alla battaglia più antica del mondo: quella tra dio e i suoi angeli, reietti, privati della loro condizione, relegati a vivere tra gli uomini, condannati come gli uomini alla morte.
quale dio può dirsi misericordioso, buono e giusto se tradisce i suoi figli? e come si può obbedire e essere fedeli a questo dio?
l'eterna lotta tra bene e male, dove ogni confine si fa labile e confuso è appena ricominciata, guidata da un nephilim contro il più infimo dei traditori.
la storia e i personaggi sono affascinanti, e se proprio dobbiamo trovare un difetto a questo volume è l'eccessiva velocità con cui sono presentati gli eventi. coerente per essere un numero zero, mi auguro che il seguito della storia sappia gestire meglio i tempi e approfondire di più il complesso background che è stato presentato di sfuggita fino ad adesso.

mercoledì 13 dicembre 2017

a sort of fairytale ~ 3 & intervista a ludovica ceregatti e paolo maini

si conclude con il terzo volume (anche se mi permetto di sperare che sia solo un per ora) la favola distopica e post apocalittica scritta da paolo maini e disegnata da ludovica ceregatti, a sort of fairytale, per noise press.
abbiamo seguito zoe nel suo viaggio in un mondo devastato dagli uomini e punito dalla natura, alla ricerca dei suoi genitori (rifugiati forse in uno degli ultimi avamposti dove gli uomini riescono a sopravvivere alle bestie mutanti e ai predoni), scortata dal più improbabile degli amici ( un gigantesco bestione con dei denti enormi e dall'animo buono, o più  semplicemente grunt), con alle calcagna il cacciatore, alla quale è scappata miracolosamente, ma che per qualche motivo deciso di volere la ragazzina viva e a ogni costo.
l'avamposto diciotto non è stato il rifugio sicuro che zoe si immaginava, i suoi genitori non erano lì e gli uomini del cacciatore l'hanno trovata anche lì...


in quest'ultimo volume il cerchio, aperto anni prima della nascita della nostra protagonista, finalmente si chiude, facendo sanguinare vecchie ferite, scoprendo segreti celati per troppo tempo, richiedendo necessari terribili sacrifici, tutto in nome di un qualche futuro per un'umanità ormai condannata.

zoe e grunt hanno un nuovo alleato, il buon wally, pavido e lagnoso archivista dell'avamposto diciotto, un uomo che nonostante tutto sa tirar fuori un po' di grinta quando serve: l'avamposto diciotto è sotto assedio e l'unico modo per fermare il cacciatore è dargli quello che chiede, ovvero il guardiano.
un segreto lega questi due uomini, qualcosa di terribile (che no, non vi dirò) che pesa sulle coscienze di entrambi, mescolando in modo indistinguibile ragione e torto, rendendo meno cattivi i cattivi e meno buoni i buoni: c'è stato, nella storia più recente di questa umanità sconfitta un momento in cui le emergenze, le situazioni critiche e tragiche, gli attimi in cui ogni decisione deve essere presa subito e cercando di limitare i danni, ha portato a conclusioni necessariamente lontane da qualsiasi concetto di giustizia, uguaglianza, parità.
è tremendo, orribile, ingiusto eppure in momenti come quello, non c'è altra soluzione se non il sacrificio di alcuni per il bene di molti.
ecco perché c'è chi ha un debito da pagare e chi non vede l'ora di saldare, ecco il perché di tanta violenza in un mondo già sull'orlo dell'autoannientamento, dove gli uomini - dimentichi della propria umanità - sono diventati più animali di quelle bestie che - anche loro ormai mutate - hanno quasi miracolosamente fatto loro valori tanto lontani della loro natura.
in questo scenario già troppo complicato, zoe rappresenta la svolta che stravolgerà, nel bene o nel male, il destino dell'umanità.

preparate i fazzoletti e godetevi l'ultimo atto di questa sorta di favola, io intanto lascio la parola a ludovica e paolo!

ciao ragazzi, grazie mille per la vostra disponibilità e benvenuti su claccalegge!
paolo, come hai "scoperto" che volevi sceneggiare fumetti?
PAOLO: È stata una scoperta provvidenziale. Avevo da poco concluso il mio percorso di studi in giurisprudenza e mentre mi interrogavo sul da farsi ho realizzato che non avrei poi tanto gradito una vita dedicata alla difesa e al carico dei problemi altrui per tutta l'esistenza... non so se mi spiego. Così è riaffiorata la mia passione innata per la scrittura, che si è palesata come una vocina che mi ha suggerito di tornare ad uno dei miei primi amori: il fumetto, per l'appunto. A tredici anni avevo iniziato un percorso di studi al liceo artistico di Piacenza. Ho sempre promesso a me stesso che, in un modo o nell'altro, un giorno sarei entrato nel mondo del fumetto. Visto e considerato che con il disegno (mia prima passione) non è andata proprio come speravo, ho ripiegato sulla scrittura passando, l'anno successivo, al liceo Classico (cambio radicale, lo so). Questo passaggio drastico mi ha dato delle ottime fondamenta su cui poter ricostruire i dettami della mia passione. Se ci penso mi vien quasi da sorridere a pensare come, passivamente o meno, io sia finito a trattare di fumetto malgrado le strade percorse non lo contemplassero nemmeno.
ludovica, come hai iniziato la tua carriera di disegnatrice?
LUDOVICA: Professionalmente è iniziata quando mi sono trasferita a Roma e ho iniziato a frequentare la scuola internazionale di comics, ma in realtà ho sempre amato disegnare fin da bambina quindi mi piace pensare che la mia carriera sia iniziata allora :)
paolo, a sort of fairy tale è la prima storia che hai scritto? nel terzo volume dici che risale al 2011
PAOLO: Confermo. Ho concluso il mio percorso di studi alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia nel 2011. Terminata quell'esperienza ho avuto giusto il tempo di riordinare le nozioni apprese, provando a scrivere la prima idea che mi era giunta da una serie di suggerimenti letterali e cinematografici che da sempre mi porto appresso. Ne scaturì un soggetto senza nome, ma con una direzione e un intento precisi. Volevo ibridare la classica fiaba ad una realtà che non avrebbe avuto nulla di fiabesco. Volevo creare un paradosso, vissuto e interpretato per mezzo del punto di vista di un innocente. Pensai subito ad una ragazzina. Protagonista difficile per uno scrittore maschio, etero e non poi tanto giovane. Subito tentai di arginare la difficoltà recitativa, cercando una disegnatrice. La trovai... anzi! Ne trovai due nel mentre. Con una proseguii per un po' di tempo, ma sfortunatamente i suoi impegni non le consentirono la dovuta costanza per un progetto così ambizioso. Così trascorsero due anni di stallo, finché poi, come un fulmine a ciel sereno, giunse Ludovica. Fu subito attratta dal progetto e il suo entusiasmo mi contaminò a tal punto da convincermi a riprendere in mano ASOF con la medesima esaltazione con cui ero partito. I tre anni a venire (quelli che hanno anticipato la pubblicazione con Noise Press) sono stati utili a creare un ottimo rapporto di sincronia a complicità con Ludovica.
ma da quando hai scritto la storia la prima volta a quando è diventata un fumetto, è cambiato qualcosa?
PAOLO: Non tanto a dire il vero. L'idea embrionale è sempre stata "al sicuro" nella cassaforte della mia psiche contorta.  Ho sempre avuto un punto di partenza e un finale ben delineati, anche se, spesso e volentieri, mi è capitato di iniziare un capitolo partendo in una direzione che poi è stata letteralmente scartata a favore di un'altra. Diciamo che la parte centrale di ASOF è stata figlia dell'improvvisazione dettata dalla direzione ben precisa che la storia stava scegliendo per se stessa. Capita a volte che sia la storia stessa a dirti dove vuole andare, declassandoti a mero esecutore di una volontà che ambisce ad essere raccontata a modo suo. Wally, ad esempio, è stato un personaggio non previsto, ma necessario. Zoe abbisognava di una spalla che non fosse "Grunt" (o Big Foot, come amo chiamarlo).  Qualcuno che potesse, in qualche modo, tenerla ancora legata ad una realtà tragica, in contrasto con quella fantastica che Grunt le elargiva costantemente. Qualcuno che potesse farla crescere oltre la sfera difensiva che le favoriva, naturalmente e passivamente, il suo compagno fantastico, insomma. Anche il concept di Grunt è cambiato radicalmente con l'avvento di Ludovica. Ricordo ancora quando mi propose uno dei suoi primi studi sul personaggio: mi presentò due pagine a fumetto che la ritraevano mentre mi illustrava le varie funzionalità del design da lei proposto. Dio... se ci penso mi viene ancora voglia di ridere e di applaudire la sua geniale follia.
ludovica, qual è il personaggio di asof che preferisci e quale quello che ti sei divertita di più a disegnare?
LUDOVICA: È davvero difficile da scegliere quale sia il mio preferito. C'è il Bigfoot (Grunt per gli amici :D) così amorevolmente peloso ma anche mortalmente pericoloso.. il Cacciatore, perché si sa, il pazzo assassino ha sempre il suo fascino :D..Ma probabilmente la mia preferita è Zoe. Una bambina molto dolce, molto forte e molto buffa e quindi anche molto divertente da disegnare perché molto espressiva. Zoe è stata anche il primo personaggio che, con l'aiuto di Paolo, ho creato da zero, quindi avrà sempre un posto importante tra tutti i personaggi che ho disegnato e disegnerò.
come è nato - graficamente - il personaggio di grunt? prende ispirazione da qualche animale, o meglio da qualche miscuglio di animali, che hai scelto per dei motivi in particolare?
LUDOVICA: Grunt è graficamente nato come il classico BigfoOt che tutti conosciamo.. ha poi subito pian piano delle “mutazioni” :Ddoveva essere una creatura che di base doveva incutere timore, quindi grosso, curvo, con denti sporgenti, pelo ispido, corna e artigli; poi l'abbiamo smussato per renderlo più carino e coccoloso. Diciamo che molto lo fa il suo sguardo sempre un po' buffo e la recitazione.
grunt wants you (asof@facebook)

come avevi immaginato grunt inizialmente? anche per la definizione grafica di zoe è cambiata poi quando ludovica l'ha disegnata la prima volta?
PAOLO: Considerata la tua affezione alla storia, voglio regalarti una perla esclusiva: in prima stesura il titolo di ASOF era, in realtà, "Big Foot". Sono sempre stato vittima del fascino intrinseco di questa "leggenda metropolitana" e, come tale, mi sono sempre chiesto come riuscisse una bestia di quelle dimensioni a sfuggire agilmente dagli obiettivi dei curiosi. Da questa meditazione ne è scaturita l'idea per l'abilità mutaforme di Grunt. Quindi, in prima battuta, Grunt non aveva corna e volto suggeriti in seguito da Ludovica. A lei il merito di aver reso più simpatico e amabile un "mostrone" che nella mia testa si rifaceva molto ai connotati "classici" derivanti dalla leggenda che tutti noi conosciamo bene. Per quanto riguarda Zoe, invece, il personaggio è sempre stato chiaro fin dal principio. Ricordo di aver dato a Ludo un paio di reference che si ispiravano molto ai bambini attori che, in quegli anni, spopolavano nel cinema d'azione e non. Ludo poi ha fatto il resto. Devi sapere che è una grande amante dei vestiti "morbidosi" e questa "passione" (chiamiamola così...) ha fatto sì che Zoe avesse due orecchie cucite sul cappuccio del suo impermeabile. Credimi se ti dico che d'inverno potresti incrociare per strada Ludo vestita allo stesso modo... e forse anche d'estate!
è stato facile farlo "recitare"? nel senso, grunt sa essere a volte tanto tenero da risultare goffo e innocuo, e altre volte invece diventa spaventoso... 
LUDOVICA: La recitazione è, secondo me, la parte più divertente del lavoro e mi è sempre piaciuto farlo. Con Grunt è stato ancora più divertente perché in quanto animale e quindi senza parola, ho dovuto caricare ancora di più le sue espressioni.Armata di specchio facevo un sacco di facce buffe e le studiavo :D
paolo, come è stato collaborare con Ludovica? vi siete trovati d'accordo su tutto fin da subito o hai qualche aneddoto divertente riguardo qualche aspetto del fumetto su cui vi siete trovati in disaccordo?
PAOLO: Ludovica mi ha fatto intendere il vero significato alla base del termine "attore feticcio". Quando si parla di Scorsese è inevitabile pensare anche a DiCaprio.  Stesso discorso per Tarantino e Samuel Jackson o per Nolan e Jospeh Gordon.  Insomma... con Ludo tutto diventa più semplice. Ci siamo trovati fin da subito, fino a sfociare in un punto dove mi sarei potuto permettere il lusso di raccontarle le tavole a voce, senza doverle prima sceneggiare.  Con lei ho fatto altri tre progetti, tutti permeati dalla stessa complicità che ha sempre guidato la nostra collaborazione. È una disegnatrice completa, attenta e assolutamente rispettosa per il ruolo registico/direttivo che dovrebbe ricoprire ogni sceneggiatore di fumetti che si rispetti. Quindi no, non ci siamo mai trovati in disaccordo... e sì! Sarebbe fantastico continuare a collaborare con lei in futuro. È cosa rara trovarsi così bene con un collega, quindi posso dire di essere stato più che fortunato ad incontrarla lungo il cammino.
ludovica, quale è stato il primo pensiero quando hai letto la sceneggiatura di paolo?
LUDOVICA: Che era la storia giusta per me. Ho sempre amato le avventure con ragazzi/bambini come protagonisti e  amo i mostri o  le creature strane. In ASOF c'è tutto questo :D
nella terza di copertina del terzo volume di asof c'è un dettaglio (non dico cosa per non fare spoiler) che potrebbe far sperare in una seconda parte della storia... possiamo sperarci?
PAOLO: Potete, ma non dovete. Come lettore non sono mai stato un amante delle storie infinite. Per me ogni storia ha un suo ciclo vitale, un inizio e una fine che dettano equilibrio. Se dovessi riprendere in mano ASOF non parlerei mai di un "post", ma di un "pre" semmai.  Tutto sommato, senza fare spoiler, devo ammettere che il finale ha comunque stuzzicato la pericolosa attenzione della mia fantasia.
se paolo decidesse di scrivere un prequel o un sequel di asof, vorresti continuare tu a disegnare le tavole? ed eventualmente di quale personaggio ti piacerebbe approfondire la storia?
LUDOVICA: Certo, mi piacerebbe disegnarle  anche se sarebbe interessante vedere i nostri personaggi disegnati da altri :DNon saprei, forse, tra tutti, mi piacerebbe approfondire il passato del Cacciatore
(asof@facebook)

prima parlavi di opere che ti hanno influenzato per la sceneggiatura di asof, c'è un titolo in particolare che ti ha ispirato?
PAOLO: All'epoca avevo da poco concluso la lettura di "The Road" di Cormac McCarthy. Trovai fantastico il modo in cui l'autore aveva gestito due personaggi legati da così tanti affetti in seno ad uno scenario così misterioso e devastato. Adoro McCarthy, ma soprattutto adoro la sua abilità nel semplificare ogni aspetto che necessita di una cura e di un tatto che un semplice "trattamento" non è in grado di favorire. Va anche detto che la lettura di The Road stimolò (per quanto riguarda la nascita di ASOF), in un modo che ancora oggi mi risulta incomprensibile, l'associazione mentale con il cartone "Fievel sbarca in america". Un cartone che ha segnato molto la mia infanzia, soprattutto perché era uno dei pochi che riusciva a inculcarmi un'angoscia tale da indurmi i lacrimoni, a tratti. Queste due contaminazioni hanno inciso molto sulla strutturazione di ASOF, il resto è un bel frullato di cose che mi porto appresso, mi riferisco anche a esperienze personali.
e invece, c'è un autore o un titolo in particolare che ti ha fatto decidere che avresti lavorato come sceneggiatore?
PAOLO: Domanda difficilissima... o "da un milione di dollari" che a dir si voglia. Beh, che dire... sono sempre stato un accanito lettore, soprattutto di fumetti. Malgrado questo, francamente ho sempre sottovalutato, per non dire ignorato, il ruolo dello sceneggiatore. Il tempo e la maturità mi hanno dato modo di comprenderlo meglio, associandolo sempre più al ruolo di un regista, se mi passi il paragone con il cinema. Posso dirti che la prima sceneggiatura con cui venni a contatto fu quella di Morrison, per il magistrale lavoro da lui svolto con Arkham Asylum. Rimasi stupito per la quantità di dettagli che Morrison si permise di suggerire a McKean. All'epoca lo ignoravo, ma quello era il mestiere di uno sceneggiatore: creare una storia, organizzarla, gestirla, collocare i personaggi in un ambiente, descriverli, farli recitare, etc. Una volta realizzato, ricordo che pensai tra me e me: "WOW! Uno sceneggiatore ha DAVVERO il potere di realizzare tutto questo?! Beh, se le cose stanno così, voglio poterlo fare anch'io!". Ad oggi, se vi capitasse di aprire la mia copia personale di Batman Arkham Asylum trovereste ancora a metà volume un foglio con impresso il mio primo, goffo, tentativo di scimmiottare Morrison in un mestiere che ancora non conoscevo del tutto. Quindi sì, esiste un seme della follia.
ludovica, chi sono i disegnatori che più hanno ispirato il tuo stile? 
LUDOVICA: Al momento ne ho uno in particolare, cerco di guardare più disegnatori possibili, anche molti animatori 
paolo, in asof c'è da un lato un'umanità che ha perso se stessa per ritrovarsi a uno stato quasi bestiale e al contempo una bestia che da essere molto "umana". questa dicotomia l'avevi decisa fin da subito o si è sviluppata in corso d'opera?
PAOLO: Era, ed è, uno dei capisaldi di ASOF. Come ho già detto, ASOF vuole essere un ponte tra due realtà in netta opposizione. Grazie a questo binomio ho avuto modo di esaltare il fantastico per mezzo del tragico e viceversa. C'è anche una forte riflessione sulla bestialità sopita che può emergere dall'essere umano in situazioni in cui l'istinto di sopravvivenza è messo alle strette. Un paradosso naturale che è stato più volte evidenziato sia nel cinema che nella letteratura (l'alba dei morti viventi, the Walking Dead), ma che vale sempre la pena ricordare... magari mettendola a paragone, come nel nostro caso, con la bizzarra umanità di un bestione.
com'è stata la collaborazione con noise press?
PAOLO: La collaborazione con Noise è semplicemente meravigliosa. Non è cosa comune (purtroppo) incontrare un editore in grado di condividere l'amore e la passione che un autore riversa sulla propria opera. Questo, in buona sostanza, è il segreto di Noise. Fin da subito Luca Frigerio e Alessandra Delfino ci hanno fatto intendere quanto forte fosse la loro fiducia in ASOF e nelle nostre capacità creative, curando il progetto in ogni minimo aspetto...quasi come se fosse un figlio per loro. Sono molto grato alla loro passione, ma lo sono ancor di più alla loro fiducia. Noise è sicuramente una casa che farà parlare di sé nella storia del fumetto italiano.
quali sono i vostri prossimi progetti?
PAOLO: Attualmente sto collaborando sempre per Noise in qualità sia di Editor che di sceneggiatore. Non posso ancora svelarti i dettagli del nuovo progetto in cantiere, ma sono certo che sarai tra i primi a saperlo. Per il resto, tra le altre novità che spero di pubblicare in Italia, sto anche vagliando la via del mercato estero... ma sono scaramantico, quindi mi fermo qui. 
LUDOVICA: Al momento ho un paio di progetti in corso ma mi sto ritagliando del tempo libero per un mio progetto personale
grazie mille e un sacco di imboccallupo per i vostri prossimi lavori!
LUDOVICA E PAOLO: Grazie per il tempo e l'attenzione, Claudia!
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