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sabato 20 giugno 2026

tristi mediterranei

in fondo, potremmo pensare che, in sé, il mediterraneo neppure esista come oggetto chiaramente definito, con dei propri confini netti, con un inizio e una fine. il mediterraneo è piuttosto un processo, un reticolo di relazioni, fatti di contatti e scambi che generano richiami, rispecchiamenti, somiglianze tra le genti che lo abitano.


questo libro inizia con quattro informazioni fondamentali, che rovesciano le convinzioni della parte peggiore di questo paese, e due domande che generano una proposta.
le informazioni sono chiare: no, non è vero che il grosso dei movimenti umani sul pianeta è compiuto dallə migranti; no, non è vero che l'europa - figuriamoci l'italia - è il continente dove arriva la maggior parte di questə migranti; no, non è vero che l'immigrazione è un problema che interessa il nostro paese da molto tempo e, infine, no, non è vero che il turismo di massa sia un'invenzione così tanto recente come pensiamo.
le due domande sono: dove inizia il mediterraneo? e dove finisce?
e la proposta è: non avrebbe più senso parlare di mediterranei, al plurale? di un mare che non è solo oggetto geografico, massa d'acqua che divide terre e popoli, ma una stratificazione di possibili itinerari che collegano storie e umanità?

queste informazioni, domande e proposte sono una sorta di bagaglio minimo per iniziare questo viaggio attraverso il mare nostrum - attraverso la nostalgia di quel nostro svuotato di senso.
le verità che andiamo cercando valgono solo se spogliate di ogni scoria di avventura, di romanticismo, di esotismo.
tristi mediterranei riecheggia inesorabilmente quei tristi tropici che sono stati un frammento immancabile della formazione di ogni antropologo da metà del secolo scorso a oggi. ed è da quel odio i viaggi e gli esploratori, che si traduce nella consapevolezza del proprio posizionamento come turista in questo lungo intrico di rotte, itinerari, attraversamenti, luoghi, storie e vite, che inizia il racconto, dal nord dell'isola di cipro passando per le altre isole del mediterraneo - lesbo, malta e lampedusa - fino a toccare le sponde dell'albania e lo stretto di gibilterra.

visto da questa non guida di viaggio, da questo modo insolito di raccontare i luoghi che si attraversano, il mediterraneo si moltiplica in varianti di sé che a volte si sovrappongono a fatica: il mare dei migranti, di chi si vuole fermo (e invece si sposta lo stesso), di chi è guardato, giudicato, raccontato e, quasi sempre, allontanato; e il mare dei turisti, di chi guarda, fotografa, racconta, di chi è incoraggiato a spostarsi dai privilegi che la globalizzazione ha strappato da una parte di mondo e ha assegnato a un'altra.

un continuo viaggiare che trasforma i territori: dalle città fantasma di cipro, che sembrano lo sfondo di un immaginario distopico, agli ancora più spaventosi centri di detenzione per migranti dell'albania o l'inferno di moria, passando per musei della memoria e attraverso porte che si aprono al centro dell'identico cielo. frontiere sul mare, fragili, ma insormontabili, più per la paura che generano che per la loro capacità di sezionare il mondo.
ogni approdo racconta un tassello della stessa storia e svela le contraddizioni di un'europa che, oggi come nel passato, non vuole lə migranti (è di qualche giorno fa la vergognosa approvazione del parlamento europeo sui rimpatri, scene ributtanti di canti e applausi per festeggiare quello che di fatto è una condanna a morte per migliaia di persone) ma che pure ne ha bisogno - tanto per imbastire sulla loro pelle una politica che di giorno in giorno diventa più repressiva, quanto per sfruttarne il lavoro.
e se attraverso le sue frontiere sempre più militarizzate immagina un presente dove il viaggio è solo per chi ha in tasca i documenti giusti, dall'altro lato romanticizza le migrazioni passate e il senso di accoglienza e solidarietà per farne souvenir da vendere all'ennesimə turista, o erge monumenti in memoria di chi si è scontrato contro i suoi stessi muri.
se non vedi il confine, molto probabilmente è perché lo stai guardando dalla parte dei privilegiati
alle politiche antimigratorie messe in atto nei grandi centri di potere, si contrappongono le voci e i gesti della società civile: gli oggetti dellə naufraghə diventano memoria e monito, lontani dalle ipocrisie delle celebrazioni istituzionali, e in alcune foto del libro si leggono slogan sui muri che ricordano che il crimine non è salvare le vite di chi va per mare, anzi, e che è l'esasperante turistificazione, e non il passaggio dei migranti, a erodere città e paesaggi.
sono i popoli a ricordare, a mantenere una memoria innestata nei corpi e nella loro stessa storia, di un senso di appartenenza, fratellanza e unità che lega le terre che si affacciano sul mediterraneo e, soprattutto, chi le abita.

e su tutte queste rotte, questi viaggi in cui voglia di avventura e bisogno di speranza si mescolano senza soluzione di continuità, passano le gigantesche, stranianti navi cargo, simboli inconfondibili del capitalismo globale e di un mondo da incubo, che sogna merci in movimento e corpi immobili.

quello che si fa con tristi mediterranei è un viaggio spiazzante, a tratti sconcertante.
l'insensatezza di un sistema sociale globale che sembra correre sempre più velocemente verso ogni possibile stortura e ogni possibile sbaglio, di un mare attraversato da carichi di armi, di spiagge cancellate dall'overtourism, di barchini che qualcuno spera affondino. eppure, l'approdo è inaspettatamente carico di speranza, di possibilità di imparare di nuovo a pensare a un noi che unisca invece di continuare a dividere.
l'ultimo porto è lontano dal mare, dove pure arriva quella mescolanza di lingue, parole, odori e persone che solo il mediterraneo sembrava poter contenere. a riprova della pluralità dei meditarranei, che sanno esistere anche lontano dalle onde.

mercoledì 3 giugno 2026

anatomia di me

questa è la mia tortura: oscillare tra una festa bellissima in un giardino incantato ed essere falena svuotata, che si è spinta troppo vicino alle luci del party.

a volte, nell'ipersaturo mercato editoriale dove tutto somiglia a qualcosa, arriva un libro che non fa eco a niente e che è impossibile da collocare nello scaffale giusto.
anatomia di me è un memoir, un libro di poesia, un diario illustrato, una riflessione profonda sulla salute mentale in chiave politica e antipsichiatrica. è una testimonianza preziosa per lə studiosə sociali che si occupano di medicalizzazione e di pratiche della biomedicina e psichiatria occidentale ed è un abbraccio per chi vive con una diagnosi psichiatrica e - soprattutto per colpa di quelle pratiche - si sente solə.

scritto e disegnato nel corso di anni, anatomia di me è nato come diario personale, uno spazio in cui cercarsi e cercare il senso del proprio percorso dal momento della diagnosi: disturbo borderline e disturbo bipolare.
la diagnosi di una patologia è, per quasi tuttə, il punto di svolta nella vita: da un lato dà significato e risposte a quello che prima non si riusciva a nominare o comprendere, dall'altro si incide addosso come un'etichetta, rinchiude in una definizione da cui poi è difficile tirarsi fuori.
ci si dice ok, ora so perché sono così, ma perché sono così? e la risposta è impossibile da trovare perché, semplicemente, non esiste.

anatomia vuol dire, letteralmente, tagliare attraverso, dissezionare. ed è questo quello che mel fa in questo libro, attraverso le immagini e la poesia.
disegni e parole - tracciati i primi e scritte le seconde a penna, direttamente sul foglio, senza la rete di sicurezza di una bozza a matita prima - danno forma all'inconcepibile e all'innominabile, restituiscono alla realtà esterna un mondo interno in cui, dice l'autrice, si può viaggiare. una geografia del proprio io che deve essere esplorata, mappata e, infine, compresa.


questo luogo-essenza è il territorio dell'autoanalisi tanto quanto quello della medicalizzazione. mel viaggia e racconta, come un'esploratrice che compila un coscienzioso rendiconto di un paesaggio mai visto prima e, insieme, parla dell'ambivalenza della cura, come terapia che placa i momenti di maggior sofferenza e come imposizione e reificazione dellə paziente. tutta la sua esperienza, per come emerge dal libro, è estenuante oscillazione: tra stati d'animo di estrema intensità, tra accettazione e rifiuto degli interventi medici, tra lo scorrere velocissimo di emozioni estenuanti e la trattazione calma e competente della diagnosi, tra una disperazione inconsolabile e una luminosa volontà di guardare avanti.

leggere anatomia di me non è facile. poco importa se ci si riesce a riconoscere o no nelle visioni oniriche e asfissianti delle pagine illustrate o nella forza sconcertante delle parole che non fanno mai sconti né ingentiliscono la realtà.
carne viva - che doveva essere il titolo per come era stato pensato all'origine - è quella che vediamo e tocchiamo a ogni pagina. è un corpo privo di pelle, della più elementare delle difese, messo a nudo che chiede di essere guardato, riconosciuto e accolto, prima di tuttə da sé stesso.


in un orizzonte culturale, medico e letterario che relega la narrazione in merito alla salute mentale sul ripiano più alto degli scaffali riservati allə specialistə e allə addettə ai lavori - o al massimo a caregiver o familiari di persone con diagnosi - un libro come questo apre lo spazio alle voci di chi la diagnosi la vive sulla propria pelle. ancora una volta, il personale smette di essere testimonianza di una specifica storia per farsi esperienza politica e collettiva, strumento di conoscenza, consapevolezza e terapia per chiunque - e da qualsiasi prospettiva - abbia bisogno di conoscere.

di questo libro incredibile ne ho parlato anche con mel in un'intervista (bellissima) che leggerete prestissimo sul blog audace! stay tuned.

mercoledì 19 novembre 2025

organica

perché dovevamo occupare il tempo parlando di cose brutte, se non ci riguardavano?


vivere da sola, per una giovane donna con un figlio piccolo, è difficile. ma è ancora più difficile se la città in cui questa giovane donna vive è una di quelle tenute sotto controllo dal go e dalla jester.
il go è l'ente governativo - ente non a caso: non ci sono facce né nomi, nessuna parvenza di umanità, solo un' informe entità lontana dalla gente comune che osserva, controlla, stabilisce norme e punisce chi le vìola. la jester, invece, è nulla più che un'agenzia di marketing.
il go ordina di produrre e consumare, e controlla cosaquantocome viene prodotto e consumato. la jester instilla desideri e bisogni.

la giovane donna con il figlio piccolo, invece, si chiama ruth.
si è emancipata da poco più di un anno, vive da sola e deve riuscire a mantenere sé stessa e suo figlio, il piccolo sweet. perché qui, nella città senza nome, nessunə deve contare sull'aiuto dellə altrə una volta superati i sedici anni. bisogna seguire il percorso che il go ha deciso per ognunə - quali studi, quale carriera - sposarsi, magari, e mettere al mondo lə figliə, assicurandosi di poterlə mantenere fino a che, a loro volta, non possano emanciparsi.
non sono ammessi fallimenti, non è tollerata l'incapacità: lavorare-produrre-acquistare-consumare. fino alla pensione.

la metafora è così chiara che è superfluo ogni commento, ma in organica il concetto di se usi gratis un prodotto è perché il prodotto sei tu si fa drasticamente estremo: il prodotto da usare gratis, qui, non è altro che il semplice fatto di essere al mondo. e l'essere trasformatə in prodotto non è un'iperbole ma la reale sostanza delle cose. in organica, i corpi diventano letteralmente moneta.

la lunga scena in cui ruth si procura il materiale organico che venderà per acquistare il latte in polvere per il piccolo sweet - scena su cui si innestano i racconti collaterali di questa storia, che ampliano il nostro orizzonte sulla città senza nome - è ansiogena e disperata, resa ancora più atroce dal latte che sgorga più e più volte dai suoi seni e che lei si rifiuta di fare bere al figlio perché considerato poco più che un'insignificante brodaglia, il succo marcio di un corpo ammalato da una vita orrenda, che si trascina nella vergogna e nell'avvilimento.
ma, forse, l'unica scintilla di speranza che marinelli ci concede si accende all'ombra dei nomi dellə personaggə: ruth, diminutivo di ruthless, spietata, riversa invece tutta la sua pietà, la sua compassione e il suo amore sul piccolo sweet, l'unico nel libro ad avere un nome in cui riecheggia uno di quei sentimenti ormai persi dal mondo in cui è nato.

l'ipercapitalismo nella visione di marinelli è portato alle sue estreme conseguenze fino a far diventare la solidarietà, l'improduttività e il fallimento - anche solo momentaneo - crimini da punire con la più alta delle pene. e se sembra assurdo, basta dare uno sguardo alla cronaca per rendersi conto di quanto poco tutto ciò si discosti da quello che abbiamo imparato ad accettare.

non è un caso se il genere distopico è quello attraverso il quale riusciamo più facilmente a immaginare il nostro futuro. non è un caso e non è affatto rincuorante che le distopie degli ultimi decenni sono sempre così tanto plausibili, sempre così tanto simili alla realtà che viviamo da essere poco più che metafore crudeli della vita di ogni giorno. non si tratta più di dar forma a paure lontane ma di lucidare lo specchio su cui si riflette l'orrore quotidiano che - inspiegabilmente - moltə non riescono a vedere.

e se organica non sconvolge come dovrebbe, è solo perché abbiamo ormai fatto esperienza di così tante distopie in cui l'umanità è completamente piegata al potere fino al punto di annullarsi, che poco resta ormai a sorprenderci. e la stessa ruth sembra poco sorpresa, o meglio, fin troppo rassegnata: non c'è alcun processo di presa di consapevolezza né di lotta contro il sistema perverso in cui è imprigionata, se non un brevissimo sfogo in cui emerge la sua convinzione che non lei ma solo qualcuno con più potere di lei avrebbe potuto cambiare le cose. in lei non rimane nessun accenno all'umanità perduta, neppure un confuso sospetto di come le cose avrebbero dovuto essere. né arriva un pietoso proiettile alla schiena a salvarla dall'ineluttabilità della sua condizione.

il mondo descritto da laura marinelli in organica non è soltanto una cupa fantasia, ma un'increspatura attraverso cui osservare la deriva delle nostre strutture culturali, barcollanti sotto il peso dei nostri errori. un mondo orrorifico in cui materia ed essenza umane sono pervertite oltre i limiti che, ad oggi, abbiamo imparato ad accettare.

lunedì 3 novembre 2025

viola

l'amore. l'amore è la ragione di tutto, dicono.
uhm, detta così è un po' esagerato, sembra una di quelle frasi fatte che mettono dei baci perugina. il fatto è che io all'amore ci credo, ci ho sempre creduto, anche se non nella modalità confettata che ci propinano. quella è solo una versione pezzotta, buona per vendere cioccolatini il giorno di san valentino, una roba inventata da scrittori e cineasti senza fantasia per sbarcare il lunario. [...]
solo che [...] il mondo ci tiene a farmi sapere che quella non è roba per me, e con la stessa insistenza di un rappresentante della folletto.

ve lo dico subito: io ho a-d-o-r-a-t-o questo libro, dalla prima all'ultima pagina, mi ha fatta sghignazzare senza ritegno in autobus e mi ha fatto piangere girando coltelli in piaghe mai chiuse e che forse non si chiuderanno mai ma-va-bene-così. e l'ho adorato non soltanto perché marina è un'amica ed è anche una delle persone più divertenti che conosca, ma perché quello che succede a viola, in questo libro, è un po' quello che è successo a me, tante volte.
quando trovi un libro che ti parla così, con tutto il cuore e sembra sapere chi sei, non puoi non adorarlo. e quindi, tutto quello che leggerete da adesso in poi è meno che mai un commento freddo e oggettivo (e dovreste esserne contentə perché quelli freddi e oggettivi sono i peggiori commenti ai libri che vi è capitato/capita/capiterà di leggere).

viola fa la biologa, lavora in un laboratorio con personaggi di simpatia discutibile, ha una migliore amica con cui condivide i suoi più “torbidi segreti” e che l’aiuta ad aggirare il soffocante sistema di sicurezza dei suoi genitori, adorabili ma ipermega protettivi nei suoi confronti. si definisce una “diversamente socievole” e la sua vita amorosa - fino ad adesso! - non è stata esattamente una roba da montagne russe.
ma - benedette siano le app di incontri! - sembra proprio che sia riuscita a incontrare un ragazzo per cui vale la pena stravolgere la sua quotidianità… o no?

grossomodo, eccovi la premessa a questo romanzo divertentissimo.
l’unica cosa che non ho scritto è che viola è una ragazza disabile, e così, quella che sarebbe una storia quasi banale, simile ad altre mille storie, diventa qualcosa di più unico che raro.
non perché viola sia un’eroina o una “persona speciale” o qualsiasi altra cazzata abilista vi stia venendo in mente leggendo queste righe ma perché, appunto, viola vive in un mondo in cui l’abilismo è talmente diffuso da permeare pensieri, giudizi e abitudini di chiunque, e così, vivere una vita normale - quasi banale! - diventa un’impresa davvero eroica: il mostro da combattere qui non è una qualche limitazione fisica ma l’imperante pietismo, infantilizzazione e l’inspiration porn che tuttə intorno a viola si sentono in dovere di esternare, quasi fosse una missione per conto di dio.

viola racconta una storia d’amore, ma soprattutto racconta cosa vuol dire crescere e diventare persone adulte in un mondo che annega nel suo pregiudizio qualsiasi identità non conforme. per viola la storia con marco è, in quest’ottica, una sorta di rivalsa, un modo per dimostrare quello che moltə non riescono (e non vogliono!) ad accettare, e cioè che anche le donne disabili sono adulte e hanno una vita sentimentale, relazionale e sessuale.

marina cuollo fa quello che quasi nessun altrə autorə fa: mette in scena una personaggia disabile senza ammorbarci con toni tragici e vittimistici, anzi! questo romanzo è un capolavoro di umorismo e tagliente ironia con cui viola e marina smontano pezzettino per pezzettino la mentalità chiusa, violenta e stigmatizzante delle persone cresciute a pane e abilismo, mostrandoci come l’idea che “la vita su una carrozzina non valga la pena di essere vissuta” nasce soltanto dalla paura meschina che la gente ha di perdere il suo privilegio di persona conforme.

e se non bastasse questo a farmi spellare le mani dagli applausi, da brava e coscienziosa femminista, marina cuollo racconta una storia d’amore che, finalmente!, sovverte questa benedetta gerarchia delle relazioni e dice ad alta voce che non per forza l’amore romantico e la “coppia” deve essere più importante degli altri legami e che sì, va bene pure vivere relazioni leggere e passeggere quando, come (e se) se ne ha voglia, lasciando più spazio alle amiche e alla propria crescita e realizzazione personale.

viola è un romanzo che finalmente - in un mondo di bruttine che bastano un paio di lenti a contatto e un giro dal parrucchiere per trasformarle in zooey deschanel - parla alle donne disabili e, in generale, ai corpi non-conformi, a chi si è sentitə ripetere che l’amore (o l’indipendenza, o il lavoro, o i viaggi, o quello che vi pare) “non fa per te”. è una storia che insegna che trasformarsi nella persona che sogniamo di diventare non significa passare per un restyling dell’armadio o per un matrimonio, non implica il dover piegare il proprio corpo al diktat degli standard, ma necessita - prima ancora che dell’amore per sé stessə e di altre robe motivazionali da posterino su canva - di consapevolezza politica. ed è per questo che per me viola non è soltanto un meraviglioso esempio di come la letteratura rosa possa essere molto più che roba da femmine (a proposito di pregiudizi da decostruire. che poi, sono sicura che quando i maschi inizieranno a leggere romance, il mondo diventerà un posto migliore), ma è uno dei migliori romanzi di lotta che abbia letto negli ultimi mesi.

mercoledì 22 ottobre 2025

la promessa della luna ~ genealogie di sailor moon

il 21 febbraio 1995 in italia, su canale 5, una scolaretta bionda e dagli occhi sognanti alzava per la prima volta la mano al cielo e invocava il potere del cristallo di luna. la sua sagoma si accendeva di una materia iridescente, si fasciava di nastri e fiocchi. volteggiava in un limbo di stelle e infine si stagliava contro una luna falcata, lo sguardo fiero e ancora un po' ingenuo.
quella ragazza, che non avremmo mai dimenticato, era sailor moon.

credo che tuttə quellə che sono statə bambinə/ragazzinə negli anni '90 abbiano dei ricordi legati a sailor moon. guardavamo i cartoni animati, avevamo bambole e modellini delle guerriere sailor, collezionavamo le figurine, disegnavamo le nostre eroine e sognavamo di incontrare gattine nere con un cerotto in fronte che ci stravolgesse la vita.
bunny - avremmo scoperto solo poi che si chiamava usagi - ci piaceva tantissimo perché non era perfetta, anzi! era pigra e goffa, passava un sacco di tempo in sala giochi, arrivava a scuola in ritardo e collezionava insufficienze. ci piaceva perché era infantile e buffa, perché era sincera, affettuosa, dolce e leale. ci piaceva un sacco lei e ci piacevano tantissimo le sue amiche, adoravamo le loro trasformazioni e le divise da sailor senshi (anche questo nome lo avremmo scoperto tempo dopo), il coraggio con cui combattevano il male e salvavano il mondo.

personalmente, all'epoca non avevo colto appieno la rivoluzione che sailor moon aveva innescato e meno che mai di quale rivoluzione era frutto.
ad essere sincera, il secondo punto è qualcosa che avevo ignorato fino a poco tempo fa e che ho scoperto e compreso leggendo la promessa della luna ~ genealogie di sailor moon, di angelo maria perongini e june scialpi. questo libro ha fatto felice la clacca-bambina-negli-anni-novanta che adorava sailor moon e la clacca-antropologa che adora scoprire come in ogni prodotto di una società riecheggino le trasformazioni storiche, politiche, economiche e culturali che l'hanno interessata.

l'anime degli anni '90 è meraviglioso e sailor moon crystal non esiste, è solo un brutto incubo

la promessa della luna, infatti, racconta non soltanto del manga - e poi anime - che vede protagoniste le belle guerriere che vestono alla marinara, ma anche e soprattutto il contesto in cui naoko takeuchi ha creato la storia del silver kingdom e delle guerriere che proteggono la terra e l'universo tutto.

l'analisi prende il via dal concetto di shōjo, cioè la ragazza non più bambina ma non ancora adulta (una figura che lə autorə definiscono, a ragione, liminale), che viene a crearsi dalla seconda metà dell'ottocento con la rivoluzione scolastica meiji che vede finalmente l'accesso agli studi superiori anche della parte femminile della popolazione. dalla fondazione delle prime riviste di racconti - prima in prosa e poi a fumetti - e di moda, alla nascita spontanea delle prime comunità di lettrici (da cui sarebbero emersi i primi, grandi nomi dello shōjo manga), alle prime serie majokko, ovvero quelle storie in cui le protagoniste, poco più che bambine, ottenevano poteri magici e la capacità di trasformarsi - di solito in versioni più adulte di sé: il terreno su cui mette le radici sailor moon è ricco di nuove idee e di una trasformazione sociale che vede la sua crisi - e, in qualche modo, il suo apice - negli anni '90 del secolo scorso, proprio quelli in cui usagi arriva a stravolgere tutto.

sailor moon rientra nel canone majokko e lo trasforma in qualcosa di nuovo, capace di parlare a un pubblico più vasto: non soltanto bambine che sognavano di diventare grandi e di risolvere con la magia i loro piccoli problemi quotidiani, ma giovani donne che, se pure non rinunciavano al loro lato più infantile, sapevano trasformarsi in guerriere che difendevano il mondo dal male, forti nella loro amicizia, ispirate a valori nobili di amore, lealtà, sacrificio e giustizia.

le sailor senshi al gran completo in un'illustrazione del manga

oggi icona femminista e delle rivendicazioni del mondo lgbtqia+, sailor moon è, come spiegano bene lə autorə, qualcosa di molto lontano - tanto geograficamente quanto temporalmente - dalle idee che oggi animano questi movimenti. se pure forse non si erano mai visti dei gruppi di combattenti donne così affiatate e leali - un'ottima alternativa alle dinamiche più classiche dei rapporti tra donne, spesso rivali per amore o legate da rapporti di amicizia tipicamente secondi a quelli romantici - i temi del matrimonio e della maternità tornano più e più volte durante il manga, così come una certa visione negativa della figura della donna che rinnega tali principi per perseguire i suoi obiettivi personali.

eppure, takeuchi osa lì dove nessun altrə era arrivatə: basti pensare al rapporto tra haruka/uranus e michiru/neptune - coppia lesbica che riesce a vivere la propria storia senza andarsi a schiantare contro un qualche finale tragico - o, meglio ancora, alla famiglia queer che le due costituiscono con setsuna/pluto e hotaru/saturn, appena rinata.

tra i tanti elementi oggetto di analisi di perongini e scialpi - di cui qui ho dato poco più che una rapida scorsa ma che, ovviamente, non ho esaurito per permettervi di godere pienamente del loro saggio - vale la pena accennare a quello che lega sailor moon al genere apocalittico. la magia e la dimensione extra-terrena si fanno per la prima volta (la prima per un manga di ragazzine che si trasformano grazie a dei poteri magici) strumento e scenario della lotta universale del bene contro il male.
ed è da questo momento che le maho shōjo seguiranno l'esempio di usagi e compagnia, lavorando in squadra per la salvezza del mondo.

tra le tante opere più o meno coeve che lə autorə accostano a sailor moon, l'ultima - quella forse più interessante, almeno dal punto di vista di chi scrive questo post - è puella magi madoka magica, l'ultima serie majokko (almeno nell'ambito del manga per ragazze) che disegna un punto di svolta per il canone praticamente irrisolvibile.

insomma, la promessa della luna ~ genealogie di sailor moon, è un saggio breve e agile, ma ricco di informazioni e spunti di riflessioni che cala l'opera di takeuchi in un contesto storico e culturale ben delineato, che mostra i legami con altri prodotti dell'epoca e con quelli più recenti e appartenenti allo stesso filone, e che approfondisce gli aspetti principali di una storia che rimarrà per sempre dentro di noi.

lunedì 1 settembre 2025

abilisti fantastici e dove trovarli ~ intervista a marina cuollo

in quel settore del dizionario dove ci sono tutte le parole che finiscono in -ismo – ovvero dove gravitano una quantità spropositata di merde – ce n’è anche una che riguarda noi persone disabili: l’abilismo. l’abilismo, per chi non lo sapesse, è quella sottile e squisita pratica sociale che trasforma la vita delle persone con disabilità in una gita all’inferno. non è che qualcuno si svegli la mattina e decida di farlo apposta, per carità. è più un riflesso pavloviano, un’abitudine culturale che si perpetua con la stessa naturalezza con cui ci si sciacqua la faccia appena svegli. dalla notte dei tempi, per qualche strana ragione, la società ha stabilito che chi si muove, vede, sente o funziona in modo diverso dalla maggioranza non è proprio in cima alla lista delle priorità. anzi, a volte pare non sia nemmeno sulla lista.

mentre questo libro cominciava a fare capolino nelle librerie, trovo degli screenshot tra le storie di marina che mi hanno quasi fatta cadere nello sconforto. erano dei trafiletti di un giornale - uno super noto, non ricordo di preciso quale, ma insomma una delle tante porcherie su carta che nel nostro paese normalizzano le discriminazioni e la violenza, e giustificano il genocidio, per farvi capire - in cui invece di presentare il libro, lə pennivendolə di turno spiattellava la cartella clinica di marina lì, nero su bianco.
eppure, anche solo a voler presentare l'autrice e non il libro, marina cuollo è una di quelle persone che ti costringe a prendere sette, otto righe di appunti già solo per riassumere la sua biografia, tra successi accademici, attivismo e lavoro.
e allora perché?
perché, si sa, se una persona non-disabile scrive un libro ha senso parlare della trama o scrivere una di quelle frasette a effetto che non dicono nulla ma suonano bene, ma se a scrivere un libro è una persona disabile, allora wow! andiamo a scavare nella sua vita privata per schiacciare il piede sull'inspiration porn che fa scivolare qualche lacrimuccia alle vecchiette tra un diligente giro di rosario e un severo e sdegnato non c'è più mondo, signora mia.

rabbia e schifo a parte per l'abilismo che permea ogni aspetto della nostra società, resistente e disgustoso come una muffa appiccicata alle piastrelle del bagno di un autogrill, ho letto abilisti fantastici e dove trovarli ridendo sola come una scema, sottolineando un sacco di cose che mi facevano pensare mannaggia, questo avrei proprio voluto scriverlo io! oppure ommioddio, ma sta parlando di me! e ogni tanto mi sono dovuta fermare, respirare a fondo e asciugarmi una lacrimuccia.
nel frattempo, pensavo che se già volevo bene a marina, adesso gliene voglio ancora di più.

abilisti fantastici e dove trovarli non è solo una sorta di fenomenologia dell'abilismo o un bestiario contemporaneo, ma è una finestra sul mondo spalancata sulla quotidianità delle persone disabili e sul modo in cui si rapportano con il mondo, anzi, sul modo in cui il mondo si rapporta a loro.

la prima parte presenta proprio un campionario di casi-studio paradigmatici di questo pessimo rapporto tra le persone non-disabili e quelle disabili, dove a uscirne malissimo sono, ovviamente, le prime.
lə abilistə sono classificati, sulla base dei loro comportamenti, in una serie di categorie:
l'homo misericordiusus, l'homo indifferens, il quoque, il tuttologo, il stimammiro, il punisher, il diversamente ipocrita, il timoroso, il pesce lesso, l'artista illuminato, la femminista™, il falso invalido, una lunga sfilza di nomi (davvero geniali! non vi spoilero nulla sulle diverse categorie perché meritano davvero di essere studiate una ad una) che dimostrano la varietà di atteggiamenti discriminatori - a volte anche difficilmente riconoscibili - che le persone disabili si ritrovano a subire e la loro potenziale (quasi sempre effettiva) onnipresenza in qualsiasi contesto.

le altre due sezioni del libro raccontano il mondo dal punto di vista delle persone disabili, dalle divertentissime definizioni alternative dei cosiddetti ausili, al modo in cui chi ha una disabilità si ritrova ad affrontare situazioni e momenti che se pure fanno parte della vita di chiunque diventano però, fin troppo spesso, motivo di interminabili battaglie per l'autoaffermazione.

la caratteristica fondamentale di abilisti fantastici e dove trovarli è, in tutte le sezioni, la capacità di marina di sdrammatizzare senza banalizzare, di usare l'ironia come arma - mai come scudo dietro cui nascondersi - per raccontare la disabilità e l'abilismo spogliandoli di tutta quella retorica pietistica e ispirazionale che ci ha davvero stancatə.

ho avuto il piacere di presentare il libro a bologna a giugno fa fa ma ci tenevo tantissimo a farvelo raccontare da marina anche qui su claccalegge e quindi... buona lettura!


ciao marina, grazie mille per aver accettato l’invito e benvenuta su claccalegge!
ci racconti la genesi di abilisti fantastici e dove trovarli?
► Questo libro nasce principalmente da un’esigenza: mettere un punto al mio percorso di consapevolezza sull’abilismo. Dopo circa un decennio di scrittura e confronto, ho sentito il bisogno di tornare alla non-fiction umoristica – il genere da cui sono partita – portandomi dietro tutto ciò che l’esperienza e lo studio mi hanno insegnato. Questa non è una conclusione: credo che non si smetta mai di imparare, soprattutto riguardo all’abilismo. Ciò che però resta una certezza è che oggi, rispetto a quando ho cominciato a scrivere, ho una visione più politica della disabilità. E ne sono felice.
l’ironia è il tuo punto di forza e il tuo tratto distintivo, però a volte sembra difficile guardare alla discriminazione abilista e trovare una chiave interpretativa che trasformi delle situazioni che fanno venire voglia di urlare in qualcosa che faccia ridere. come ci riesci?
► In generale ho sempre sentito una grande affinità con l’umorismo, anche se è esploso nel mio modo di comunicare dopo l’adolescenza. Probabilmente, come molte persone appartenenti a gruppi marginalizzati, all’inizio l’ho usato come una “salvezza personale”. Quando il tuo corpo destabilizza e mette a disagio chi ti circonda, impari presto a far sentire gli altri a loro agio attraverso l’umorismo. Con il tempo ho capito che questa modalità funzionava molto bene per veicolare temi spesso percepiti come seri, tragici o molto tecnici. Da lì mi è venuto naturale scrivere di disabilità con umorismo: per me è anche molto terapeutico.
tra tutte le cose brutte che finiscono in -ismo, l’abilismo è forse la discriminazione più subdola, quella che spesso si presenta quasi come un complimento o un qualche tipo di carineria. come si fa a smascherare questi comportamenti? e, soprattutto, come se ne esce dalle reazioni vittimistiche di chi viene smascheratə?
► Spesso non è semplice riconoscere l’abilismo. Io ci ho messo anni a rendermi conto che molti comportamenti nei miei confronti lo erano. L’abilismo benevolo, infatti, è il più subdolo, perché si maschera appunto da gentilezza. Ho imparato a individuarlo perché certe persone adottano quella modalità solo con le persone disabili; nelle stesse situazioni, con chi non è disabile, mantengono un approccio neutro. Quando glielo fai notare però, scatta subito la difensiva. Personalmente, ormai scelgo di spendere parole solo quando dall’altra parte vedo apertura, disponibilità all’ascolto e volontà di rivedere il proprio modo di fare. Altrimenti… ci sono i vari rimedi del libro. (Scherzo!)
tu ti occupi moltissimo della rappresentazione della disabilità nei media, anche quelli più pop, e ci insegni giustamente che più vediamo qualcosa, più quel qualcosa entra nella nostra quotidianità e smette di farci paura. però dipende tutto da “come” si racconta la disabilità: parlando di libri/film/serie tv, quali sono le narrazioni più tossiche in cui ti sei imbattuta?
► In genere, le narrazioni più persistenti e pervasive sono ancorate a due specifiche cornici.
Da una parte resiste il registro tragico-pietistico, dove la disabilità è trattata come una condanna o come il principale impedimento alla “realizzazione” personale. È un immaginario che discende da un antico accostamento tra disabilità e mostruoso: il corpo non conforme viene mostrato come qualcosa di disturbante, innaturale, fuori norma, da temere o da occultare. Questa eredità culturale finisce per trasformare i corpi disabili in corpi “altri”, percepiti come scarti o eccezioni rispetto al modello dominante.
Dall’altra, si impone il racconto eroico-motivazionale, in cui la persona con disabilità diventa un simbolo edificante di forza e superamento, spesso costruito per lo sguardo di chi guarda più che per la sua storia. In entrambi i casi la tossicità sta nella semplificazione: la disabilità viene ridotta a segno o metafora, invece di essere riconosciuta come una dimensione umana piena, complessa e quotidiana.
tornando un attimo alla bellissima fenomenologia dellə abilistə che hai descritto meravigliosamente nella prima parte del libro, qual è il tuo “tipo” più odiato?
► Difficile sceglierne uno, sono tutti abbastanza irritanti. Se proprio devo, il “Ti Stimo&Ammiro” è quello che sopporto meno; forse perché nella mia esperienza è tra i più refrattari all’ascolto. Del resto, se non fosse così diffuso, non avremmo coniato un termine preciso per i loro comportamenti. Grazie per averci “regalato” l’inspiration porn: ne sentivamo davvero il bisogno…
il personale è politico è uno dei pilastri del pensiero e della pratica femminista che si può adattare benissimo anche alle lotte contro la discriminazione verso le persone disabili, e in abilisti fantastici e dove trovarli, quando racconti com’è nascere, crescere e barcamenarsi nel mondo in quanto persone disabili, sembra esserci effettivamente molto di tuo. hai mai trovato delle difficoltà nel prendere dalla tua esperienza personale per parlare di disabilità e abilismo?
► Quando ho cominciato a scrivere avevo molta difficoltà ad attingere alla mia esperienza personale per parlare di disabilità. Oggi riesco a farlo di più, ma sempre con grande moderazione e scegliendo con cura le parole e le modalità. Ho sempre il timore che le persone non colgano il messaggio sistemico centrale, ma si concentrino sui miei aspetti personali in maniera morbosa. Insomma, diciamolo: anni di spettacolarizzazione della disabilità mi hanno evidentemente segnata. In ogni caso, resto convinta che portare il personale per fini politici non solo è importante, ma fondamentale: può davvero essere un’arma potente.
il libro è uscito da un po’ quindi posso chiedertelo: che feedback hai avuto dallə tuə lettorə?
► Per ora direi che i feedback sono buoni, e ne sono davvero felice. La cosa che amo di più è sapere che le persone si divertono leggendo. Da umorista, il mio terrore più grande è che la gente non rida. Potrei anche sotterrarmi!
tu sei molto attiva sui social ma vai anche molto spesso in giro per presentazioni, panel ed eventi a parlare di abilismo: pensi ci sia una differenza di reazione alle tue parole tra il mondo virtuale e quello fisico?
► Ultimamente, non so, forse per le derive che sta prendendo il mondo dei social, mi sento molto più a mio agio nel contatto dal vivo. Escluse le persone che mi seguono, quando mi trovo fuori dalla mia “bolla” online trovo moltissima resistenza su disabilità e abilismo. Le persone si sentono più autorizzate a dire cose abiliste senza provare alcun rimorso. Alle presentazioni e negli incontri dal vivo, devo ammetterlo, mi succede molto più raramente. Forse lo schermo smaschera la natura delle persone; non saprei, ma il digitale sta diventando sempre più pesante.
parlando francamente: come pensi che stia andando questo paese in merito alla lotta antiabilista?
► Male! Possiamo dirlo senza giri di parole: in questo paese la disabilità è ancora l’ultima ruota del carro. Certo, abbiamo più voce rispetto al passato, questo sì, ma facciamo ancora una fatica immane a ottenere anche solo il minimo sindacale, ed è sfiancante. Vorrei essere più ottimista e spero davvero che i miei nipoti possano vivere in un mondo meno abilista di quello in cui ho vissuto io, ma temo che serviranno molte più generazioni per arrivarci.
hai già in mente qualcosa di nuovo per un prossimo libro?
► Non voglio spoilerare, ma sto lavorando a un progetto a cui tengo molto e che spero veda presto la luce. Posso solo dire che sento la mia scrittura molto affine alle generazioni più giovani.

 

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lunedì 25 agosto 2025

agosto è un buco nero

agosto è un mese oscuro, pieno di ombre dense e di abbagli che fanno perdere la ragione, è un mese pieno di mosche, in cui il sangue si secca in fretta e la carne dura poco tempo intatta fuori dal frigorifero.
la morte ha molto da fare, corre come un cameriere di chiringuito che sta facendo la stagione e come lui non ha giorni liberi, nemmeno i lunedì.
non è un saggio, né un'inchiesta o tantomeno una raccolta di racconti. non è un romanzo ma neppure si propone di riportare i fatti così come sono avvenuti, strappando fuori le parole dalla realtà delle cose. agosto è un buco nero sa solo quello che non è, e a noi piacciono le cose che non sanno definirsi da ben prima che balto ci insegnasse come spiegarla in poche parole.

la riflessione di sara caterina tzarina casiccia prende il via da un assunto tanto banale che nessunə si sognerebbe di metterlo in discussione: agosto è un mese di merda.
un mese a cui si arriva strisciando sui gomiti dopo quasi un intero anno di lavoro - anche se l'estate, il caldo e le zanzare arrivate già da un pezzo - e in cui la più rosea delle prospettive è una vacanza dimenticabile, affollata e caotica o, difficile giudicare se meglio o peggio, la solitudine tra le strade svuotate di una qualche città soffocante. in cui non è poi tanto difficile trascinarsi un sacco nero sulle spalle senza dare nell'occhio...
racconta casiccia che, in agosto, si uccide - e ci si uccide - di più. o forse no.
forse sarà solo un caso che ad agosto i treni esplodono, i legami famigliari si sciolgono in pozze appiccicose, i poeti dicono addio, le attrici si riempiono di barbiturici, i serial killer rubano canzoni e intere città vengono cancellate in pochi secondi.
certo è che a guardarsi indietro, le coincidenze sono troppe e casiccia racconta un calendario di morti più o meno famose, una al giorno per tutti i trentuno giorni di questo mese denso di sole e angoscia.

dal 1916 al 2023, agosto si srotola in un elenco di delitti e tragedie, raccontati adattando ogni volta stile, forma e registro, perché ogni storia è unica e merita una sua propria voce. dalla cronaca italiana a hiroshima, dal mistero dell'ultima notte di marilyn monroe all'assassinio di federico garcía lorca, da sacco e vanzetti a piazzale loreto, fino ad arrivare alla sua storia personale, casiccia compone questo libro strano ricostruendo ogni volta vicende e atmosfere. ma agosto è un buco nero è anche una specie d'altare personale dell'immaginario poetico e pop della sua autrice e della sua generazione, dove trovano spazio i poeti della beat generation, chi l'ha visto?, l'antifascismo e le terrificanti storie di serial killer d'oltreoceano. un racconto tra i racconti che mostra in controluce quante - e quanto diverse tra loro - sono le storie di cui è fatta la nostra storia, di cui siamo fattə noi stessə.

ancora un po', e potremmo dire di essere arrivatə sanə e salvə a settembre.
nel frattempo, siete ancora in tempo per perdervi tra queste terribili storie agostane. suggerimento personale: tenetevi accanto accanto carta e penna: casiccia cita e suggerisce tantissimi libri, ottimi consigli di lettura per il prossimo autunno.

martedì 5 agosto 2025

bianco è il colore del danno

nell'espressione: «malattia potenzialmente debilitante del cervello e del midollo spinale», la parola chiave è potenzialmente.
il peggioramento è potenziale, la stabilizzazione è potenziale. l'immobilità è potenziale, la cecità lo è.
dunque, dal primo giorno, ho stabilito che anche la paura sarebbe stata potenziale.

come faccio, io, a scrivere di un libro di francesca mannocchi?
è una cosa praticamente impossibile. o, quantomeno, estremamente difficile.
perché per mannocchi, io provo una stima e un'ammirazione che mi blocca e mi fa sentire troppo piccola, minuscola. e la sua scrittura fa sembrare le mie parole così grette e banali che non so come fare a tirarle fuori senza sentirmi ridicola.
mi sento in imbarazzo, insomma. è quell'imbarazzo che proviamo davanti a qualcunə che ci piace, quello che ci fa pensare "ho i vestiti a posto? mi sono pettinata bene? non è che mi è rimasto qualcosa tra i denti?". e io sono così: "ho i pensieri in ordine? ho pettinato bene tutte le parole che vorrei dire o mi è rimasto un po' di emozione tra i denti e poi quando sorrido faccio una figura da scema?"
quindi, ecco, scusate se magari ci sono delle cose sconclusionate.

io ci provo lo stesso perché il senso di questo blog è "vi parlo dei libri che mi sono piaciuti, magari li scoprite qui, li leggete e piacciono anche a voi", e questo mi è piaciuto tantissimo, mi ha fatta emozionare e mi ha regalato un sacco di idee e di pensieri, e vorrei farlo incontrare ad altre persone a cui potrebbe succedere la stessa cosa.

bianco è il colore del danno è un libro che parla dell'esperienza della malattia, di cosa succede quando il proprio corpo inizia a funzionare in modo diverso da come aveva fatto prima, e di come i pensieri iniziano a ingarbugliarsi e impigliarsi in domande e paure.
è un libro che racconta il corpo, le memorie che ha conservato, le eredità che ha raccolto e quelle che lascia. e, soprattutto, il rapporto che abbiamo con il corpo (almeno fino a quando continuiamo a vederci come qualcosa che ha un corpo ma che, in qualche modo, è separato da quel corpo).
per me, è stato un libro che mi ha fatto vedere un pezzetto di quel mondo interiore, fatto di ricordi ed emozioni, che pure se non è mio, ha risuonato col mio.
alcune frasi - pagine, capitoli interi - di questo libro hanno trovato eco in certe cose che stanno da qualche parte a metà strada tra la mia mente e la mia pancia (che cosa meravigliosa sono i libri capaci di farti sentire così, come un diapason che finalmente capta le note giuste e si mette a cantare!).

ho sempre pensato che le persone disabili e/o con malattie croniche abbiano una capacità di guardarsi dentro che lə altrə guadagnano - se va tutto bene - quando diventano vecchiə.
forse perché dobbiamo imparare a sentire di più quello che ci dice il nostro corpo, forse perché - non so quanto inconsciamente, forse nemmeno un po' ma mi piace pensare che non sia una cosa troppo voluta perché so che è facile giudicarla come una brutta abitudine - proviamo spesso a fare dei confronti con lə altrə, quellə che non sono (ancora) malatə o disabili.
quale che sia il motivo, impariamo a sentirci e pensarci più a fondo e più presto di quanto sarebbe solito fare. e, inevitabilmente, quando ti guardi dentro, fino in fondo, a un certo punto buchi i confini del tuo tempo e della tua carne e inizi a guardare tutte quelle persone che sono il tuo passato, il tuo presente, immagini quelle che potrebbero/avrebbero potuto essere il tuo futuro. la tua famiglia, insomma.

il racconto, infatti, segue una strada tortuosa: inizia da un corpo che si scopre malato, studiato e indagato da medicə e macchinari, danneggiato e "nemico"; torna indietro nel tempo e si proietta nelle ipotesi future, perché non esiste storia personale che non sia anche storia collettiva. mannocchi racconta la sua famiglia d'origine a partire dai ricordi - che sono cosa preziosa, soprattutto quando si intravede la possibilità di perderli - e dalle reazioni alla sua malattia, che mettono in luce quanto difficile sia trovare una lingua comune per parlare del dolore.
e racconta di suo figlio, la sua nascita come elemento (forse) scatenante della malattia, il continuo giudicare il suo modo di essere madre e, soprattutto, la paura di non poter crescere accanto a lui come vorrebbe.

francesca mannocchi scrive scegliendo con cura le parole, un'attenzione che tradisce un lungo ragionare su tutto quello che racconta ma che non edulcora né nasconde nulla. c'è rabbia ma è ormai un sentimento conosciuto e misurato che non riesce a travolgere né a stravolgere i pensieri.
non è facile parlare del proprio dolore. non per orgoglio o per paura, ma perché ci mancano gli strumenti. nessunə ci insegna a parlare del dolore e della vergogna che l'accompagna.
già solo sentire quella vergogna è indice del rapporto insano che abbiamo col dolore. per quanta rabbia mettiamo nella lotta contro il dolore, quello vince sempre. perché abbiamo imparato che bisogna stare bene, essere felici e sanə e fortunatə e bellə e giovani. tutto il resto è sbagliato e se ci trasformiamo in quelle cose lì, allora abbiamo perso. ma è davvero così?

se guardo alla mia esperienza, penso che aver vissuto momenti felici, o anche solo spensierati, mentre c'era il dolore e tutto quello che l'accompagna (tra le altre cose, la frustrazione di sapere che sarebbe durato ancora a lungo, forse per sempre) me l'ha fatto vivere in modo diverso. c'è e basta. non è giusto né sbagliato, non c'è un senso, non esiste risposta alla domanda "perché io?". non posso annullarlo, il dolore, posso solo ascoltarlo meno mentre vivo tutto il resto.
perché non ce lo insegna nessunə? ci vuole tempo a capirlo da solə e quel tempo è tempo che avremmo potuto vivere meglio.
certo, non tutte le malattie non hanno risposta alla domanda "perché io?".
se sei malatə perché vivi in un ambiente inquinato perché a qualcunə fa comodo per il suo conto in banca, se sei malatə perché hanno distrutto la tua città sotto le bombe, se sei malatə perché hanno privato del cibo tua mamma mentre era incinta, se sei malatə perché non hai potuto permetterti le cure che ti servivano, se sei malatə perché la tua malattia si poteva evitare ma nessunə l'ha evitata e, anzi, l'ha provocata, allora hai tutto il diritto di arrabbiarti.
non con la malattia né con il tuo corpo, ma con chi è davvero colpevole.

a un certo punto, ragionando su come la malattia ci faccia vedere e sentire, francesca mannocchi si chiede "il malato è cattivo?" e queste parole mi hanno fatto ricordare un episodio.
una persona che, per fortuna, non fa più parte della mia vita da un po', tra le tante cose dimenticabili che mi ha detto negli anni che l'ho frequentata, ha tirato fuori una frase orribile a proposito della diagnosi di una malattia che aveva ricevuto e che la faceva stare male. ha detto "tu non puoi capire come sto perché malata ci sei nata. non lo sai che vuol dire perdere quello che hai".
all'epoca avevo visto più di trentacinque inverni, incontrato un sacco di persone e ascoltato un mucchio di giudizi cattivi e inutili su di me (ma anche un sacco di cose belle, che erano quelle che mi importavano veramente e che mi importano ancora), ma non mi era mai successo di pensarmi come una che "malata ci è nata". è stata una scoperta, un modo di perdere quello che avevo fino a un momento prima, e cioè l'incapacità di darmi l'etichetta di "malata che ci è nata". cosa che rifiuto perché io malata non mi sento.
ovviamente, non ho idea di come sia fare il salto da "persona sana" a "persona malata irrimediabilmente" o a "persona che rischia di diventare disabile da un momento all'altro", però so che se la sofferenza fa diventare cattivə, allora si è sofferto a vuoto.

nessunə vorrebbe occupare il posto di chi sta male, ovvio. però chi sta male non vuole nemmeno essere visto solo come una vittima da compatire o qualcunə di cui pensare "al posto suo mi ammazzerei".
c'è chi lo pensa, certamente, e se quando si trova davvero in quella situazione sceglie di mollare tutto, ha pienamente diritto di non ricevere nemmeno un pensiero di biasimo.
ma dateci il beneficio del dubbio, almeno.
disabilità non vuol dire necessariamente "vita orribile che non vale la pena di essere vissuta", in molti casi non è così. non vuol dire essere solo vittime, non vuol dire essere sempre tristi, non vuol dire essere sempre arrabbiatə.
siamo creature complesse a prescindere da come è fatto il nostro corpo e da come funziona. non ci sono equazioni esatte.

per quello che arriva, da questo libro, io ho sentito che qualsiasi sofferenza abbia attraversato l'autrice, per quanto intraducibile sia, per quanto spaventata e arrabbiata con il destino che "ma perché proprio io?" (e chi non l'ha pensato almeno una volta, almeno miliardi di volte? ma la vita non è giusta né cattiva, è quella che è e basta, non conosce morale), non è stata una sofferenza vana.
e ho apprezzato tantissimo quando la malattia si fa meno problema personale e diventa istanza politica, e cioè quando mannocchi critica l'assurdità del nostro sistema sanitario, accessibile a tuttə sulla carta ma tremendamente classista nella realtà dei fatti.

la cosa più bella di questo libro è la sincerità, la totale mancanza di edulcorazione che c'è nel guardarsi dentro e nel guardare i fili che ci connettono allə altrə. a volte la sincerità si fa spietatezza ma mai crudeltà. ma la realtà è spietata, siamo noi a infiocchettarla per renderla adatta ai racconti in cui la stipiamo. francesca mannocchi non è una che indietreggia davanti alle cose spaventose, orribili, dolorose. non lo fa come giornalista, quando racconta la gente che vive nei territori devastati dalla guerra, e non lo fa come scrittrice, quando racconta la sua esistenza cambiata per sempre dalla malattia.

martedì 15 luglio 2025

quando il mondo dorme ~ storie, parole e ferite della palestina

per noi «occidentali», soprattutto per noi europei, questa è l'occasione per sciogliere i nodi del passato coloniale e cominciare a saldare il nostro debito. è tempo di schierarsi contro la devastazione di gaza e ciò che resta della palestina, e di lottare contro un sistema internazionale fondato sull'uso della forza in nome di una cosiddetta «pace», evocata sempre a vantaggio di pochi e sempre usando le parole per mistificare la realtà di ciò che viene commesso.

provo ad andare indietro con la memoria ma non riesco a ricordare quando è stata la prima volta che ho sentito parlare della questione palestinese. la madre di tutte le ingiustizie - come dicono alcunə - è una di quelle storie che mi appartengono da sempre e che hanno contribuito a formarmi come persona, a strutturare l'impalcatura etica e ideologica che sostiene tutto il resto di quello che posso riconoscere come me stessa. però negli ultimi mesi, quasi due anni ormai, inevitabilmente la mia attenzione - come quella di moltissmə altrə - sull'argomento è cresciuta esponenzialmente. ed è per questo crescere dell'interesse - e del dolore e della rabbia - che ho conosciuto francesca albanese.

relatrice speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nel territorio palestinese occupato dal 2022, giurista e accademica, francesca albanese è soprattutto una delle voci più lucide e forti tra quelle che si stanno spendendo pubblicamente contro il genocidio dellə palestinesə messo in atto dallo stato di israele (che - serve ricordarlo, ancora una volta, perché moltə fanno finta che la storia del popolo palestinese sia iniziata poco meno di due anni fa - ora si trova nella sua fase più feroce, ma che è iniziato quasi ottant'anni fa).

i suoi post, i video delle sue interviste e dei suoi interventi in giro per il mondo (nonché quelli in cui le vengono rivolte accuse tanto ridicole da essere immeritevoli di una qualche menzione) girano da mesi sui social network, contribuendo a fare di questi strumenti qualcosa di finalmente utile e fondamentale: albanese è riuscita a spiegare a tuttə cosa sta realmente succedendo nella martoriata terra di palestina, e come tutto questo sia condizionato - e condiziona - gli equilibri politici ed economici mondiali.

oltre che alla sua competenza stratosferica in materia, tutto questo è dovuto alla profonda e sincera umanità che traspare ogni volta dalle sue parole e dalla capacità di arrivare al nocciolo delle cose, senza inutili giri di parole, riuscendo così a toccare il cuore - e la testa - di chiunque.

mentre iniziavo a scrivere questo post, è arrivata la notizia delle sanzioni che gli stati uniti anno imposto contro di lei, nel vergognoso silenzio della politica italiana, a cominciare dal presidente della repubblica, incapace di pronunciare due parole su una cittadina italiana che da anni viene minacciata di morte per l'incarico - non lavoro, non viene neppure pagata per questo - che ricopre per l'onu.
proprio come dice albanese, questa è l'ammissione di colpa con cui l'occidente tutto sta dimostrando, ancora una volta, di essersi affidato a leader totalmente indifferenti al rispetto delle norme internazionali e in materia di diritti umani, interessati solo al mantenimento del potere e degli equilibri economici che li supportano.
e anche per questo, ancora più di prima, a lei va tutto il nostro supporto.

per quello che vale, io provo a raccontarvi il suo libro e a invitarvi a leggerlo.

quando il mondo dorme, il libro che ha scritto per raccontare il genocidio palestinese, è esattamente quello che mi aspettavo che fosse: bellissimo, semplice, profondo e toccante. dieci domande, dieci incontri, dieci persone che si raccontano per mostrarci cos'è la palestina, cos'è stata negli ultimi decenni e cosa è diventata adesso. tra le tante frasi che ho sottolineato in questo libro, ce n'è una che forse da sola basta a spiegarne l'esistenza: davanti alla connivenza dei poteri occidentali con gli abusi e i crimini di israele, davanti alle mistificazioni dei media e alle indecenti bugie che provano a continuare a propinarci
dobbiamo rispondere con consapevolezza e azione. il sapere è un'arma fondamentale, perché la conoscenza rappresenta la migliore difesa contro la manipolazione, lo sfruttamento e l'inganno; e l'azione dovrebbe scaturirne in maniera naturale.
ecco perché dare voce a chi vive la palestina e il genocidio. per comprendere e, quindi, resistere e agire insieme contro lo sgretolarsi del diritto che dovrebbe andare oltre ogni legge nazionale e dovrebbe proteggere tuttə noi, non solo come nuda esistenza ma come individui e popoli. e se permettiamo questa volta di distruggere il popolo palestinese, stiamo permettendo di distruggere quello che resta a dirci esseri umani. e stiamo anche permettendo che questo possa succedere poi in qualsiasi momento a chiunque.

francesca albanese mischia i ricordi dei soggiorni e degli incontri in terra di palestina e altrove, avvenuti nel corso della sua lunga carriera all'onu, insieme a quello che in quei luoghi è accaduto dal 1948 a oggi. racconta cos'è l'infanzia in palestina, con un primo, devastante capitolo che mi ha costretta a mettere giù questo libro più e più volte, perché nonostante tutto quello che abbiamo visto negli ultimi mesi, a volte il dolore è davvero insopportabile.
la storia è quella di hind, la bambina massacrata dai soldati dell'iof da centinaia di proiettili mentre chiedeva aiuto per telefono, nascosta nella macchina dei suoi zii, accanto ai loro cadaveri. la sua voce è una delle poche che abbiamo sentito, pochi minuti prima di essere assassinata dai peggiori criminali di questo mondo. quelle che non abbiamo potuto ascoltare sono le centinaia di migliaia di voci dellə bambinə che israele ha ucciso, imprigionato, torturato, picchiato, bruciato, mutilato e reso orfanə negli ultimi due anni di genocidio e nei quasi ottant'anni di occupazione. l'infanzia in palestina è qualcosa che infanzia non è: è paura, è lutto ed è dolore. israele, tra i tanti crimini che costituiscono l'impalcatura di apartheid su cui la sua esistenza stessa si fonda, nega allə bambinə palestinesi la possibilità di crescere, di studiare, giocare, imparare, curarsi, sognare.

attraverso la storia di abu hassan, un uomo palestinese conosciuto alla sua prima visita in palestina, francesca albanese racconta come si vive sotto l'occupazione israeliana: negazione di ogni diritto, incarcerazioni arbitrarie e senza processo, torture. una totale e continua sottrazione della libertà e del futuro in un regime di colonizzazione totale e deumanizzante. tutto questo si fa chiaro proprio attraverso lo sguardo di abu hassan, che si improvvisa guida di quei territori e che racconta storie quotidiane che si intrecciano con la storia - quella della cronaca e dei libri - degli accordi di oslo e del ruolo imbarazzante dell'anp. insieme a lui ci sono george e ibrahim, che permettono ad albanese e a suo marito di vedere gerusalemme con occhi inediti. guide alternative alle guide israeliane che non riescono a lasciare fuori la loro ideologia colonizzatrice e le loro bugie neppure davanti allə turistə. la divisione di gerusalemme tra il 1947 e il 1948 è il processo che dà l'avvio alla nakba e alla subalternità politica, civile e culturale a cui da allora sono costrettə lə palestinesə.
«welcome to israel!».
«palestina occupata. è palestina occupata, questa parte qua» gli ho detto con un sorriso piccolo piccolo.
lui ha ribattuto piccato: «la palestina non esiste, questo è israele».
a quel punto ibrahim, che mi camminava accanto, gli ha chiesto animatamente: «e se la palestina non esiste, io cosa sono?»
«tu non esisti»
a tutto questo, si aggiunge una cancellazione dolorosa del passato: francesca albanese parla del diritto negato al ritorno dopo l'occupazione del 1948, della distruzione delle vecchie case e dei vecchi villaggi palestinesi, rimpiazzati da nuove costruzioni o - ed è forse peggio - ancora esistenti ma abitate dai nuovi coloni, autorizzati a rubare case, terreni e memorie dalle leggi israeliane. israele ruba tutto, persino il cibo, affibbiando l'etichetta di tradizione israeliana alle ricette locali, uno dei tanti modi di normalizzare l'oppressione e il desiderio di annientamento della popolazione palestinese.

il suo mandato, che è iniziato nel 2022 e - per nostra fortuna - è stato confermato fino al 2028, è stato costellato di critiche e persino minacce (e, l'ho detto ma è importante sottolinearlo ancora, anche in questi giorni, dopo gli ultimi gravissimi fatti che riguardano albanese, il governo e lo stato italiano non hanno speso mezza parola di solidarietà per lei, posizionandosi dove ci aspettavamo che volessero rimanere). le accuse ricevute sono quelle di antisemitismo, giustificate - come spiega nel libro quando racconta della sua amicizia con alon confino, professore italo-israeliano negli stati uniti - da definizioni di "antisemitismo" che esulano dal suo reale significato e la trasformano in uno scudo dietro cui nascondersi per non rispondere alle critiche verso lo stato di israele e il suo regime di apartheid. quello che stiamo vedendo e vivendo in questi mesi è chiaro: qualsiasi simbolo riconduca all'esistenza della palestina e all'identità palestinese viene immediatamente accusato di essere espressione della minaccia contro l'esistenza stessa di israele e punito in quanto tale. come dice albanese
siamo arrivati a un livello di oppressione e rifiuto della ragione senza precedenti.
se israele è inattaccabile pure nel suo mettere in atto un'occupazione e un'oppressione sistematica e totalizzante sulla popolazione palestinese, con il consenso e il sostegno attivo dell'occidente. quella palestinese diventa nella narrazione globale una crisi umanitaria, spiega albanese, e non una questione politica che dovrebbe essere discussa e risolta attraverso le norme del diritto internazionale.
persino il 7 ottobre è stato visto come un attacco antisemita e non come la reazione a decenni di oppressione inumana.

normalizzare uno stato di emergenza, sistematizzando la fornitura di aiuti umanitari per proteggere nulla di più che la mera esistenza biologica di un popolo privato di ogni diritto, è il primo e fondamentale step per far sì che nulla possa cambiare. e che il cambiamento non debba avvenire per puro interesse economico è ormai un dato di fatto, confermato proprio dall'ultimo rapporto di francesca albanese.

ci sono altre storie in questo libro, e continuano a raccontare la storia di palestina, l'apartheid messo in atto con la complicità dei governi più potenti del mondo e il modo in cui è stato combattuto dal basso, per esempio attraverso il movimento bds - boycott, divestment and sanctions - che si è ispirato alle battaglie contro il regime di apartheid in sudafrica, fondamentali per la sua caduta, e che colpisce proprio "al cuore" di questo sistema, cioè la sua economica che, per usare le parole di albanese, si è trasformata da economica di occupazione e economica del genocidio.

c'è poi l'aspetto più immediato e violento del genocidio, quello che stiamo letteralmente vedendo ogni giorno dagli schermi dei nostri cellulari e - molto più raramente, in strettissima dipendenza al coraggio di alcunə giornalistə che si sottraggono alla scorta mediatica che sostiene israele - in tv: il massacro mirato verso lə civili, la distruzione di ogni struttura sanitaria, l'uccisione dellə operatorə sanitari e dellə giornalistə, il blocco degli aiuti umanitari, eccetera. ogni azione di israele va nella direzione in cui non soltanto debbano esserci più vittime possibili nel minor tempo possibile, ma anche in quella in cui nessunə possa testimoniare quanto succede.

il libro continua raccontando di medicə, ricercatorə e artistə, ed è proprio verso la fine che albanese racconta la storia di malak, l'autrice del dipinto che è diventato poi la copertina di questo libro. francesca albanese racconta di averla incontrata per la prima volta quando era solo una bambina e di averla ritrovata poi per caso, proprio grazie alla sua arte, e rivista a distanza di anni, durante il genocisio. malak è una dellə tantə profughə palestinesə e la sua storia è quella di tuttə loro: costrettə a fuggire e, allo stesso tempo, a difendersi da una sfilza di accuse che tradiscono il sentimento islamofobo - questo sì, reale - che l'occidente ha smesso di nascondere dall'11 settembre.

la storia di malak e le sue parole, sono forse il punto più luminoso del libro, quello in cui l'autrice lascia esplodere la speranza che ha seminato in tutte le pagine precedenti.
racconta come, nonostante le infinite sofferenze che sono costrettə a subire, abbia sempre trovato nel popolo di palestina la voglia di resistere, lottare, sperare e portare avanti i proprio sogni.
l'arte di malak è insieme denuncia e speranza, e le sue parole sono forse tra le più forti e preziose di quelle raccolte in questo libro:
«[...]sai perché ci odiano e vogliono distruggere qualsiasi aspetto dell'arte? perché l'arte è speranza. ecco perché hanno ucciso refaat alareer, che con le sue poesie dava speranza a tanti. la realtà più sconvolgente con cui si deve scontrare l'occupazione è che noi parliamo con il linguaggio dell'arte, che è il linguaggio più potente contro tutte le forme di disumanizzazione: riuscire a raggiungere altre persone con una poesia o un dipinto è il modo migliore di spazzare via tutti gli stereotipi. per questo penso davvero che l'arte sia pericolosa.»
forse ho scritto troppo e non so ancora se sono riuscita a rendere giustizia a quello che, secondo me, è uno dei libri più importanti e necessari di questo tempo assurdo.
francesca albanese spiega e racconta con una chiarezza e una lucidità che non hanno nulla a che fare con la superficialità, ma che anzi sono il risultato di una consapevolezza estremamente profonda oltre che di una sensibilità e di una forza gigantesca.

leggete il suo libro se siete interessatə a capire cosa sta succedendo in palestina, ma leggetelo soprattutto se pensate che non vi riguarda. se anche dopo continuerete a girarvi dall'altra parte, allora vi toccherà interrogarvi sulla vostra stessa umanità.

mercoledì 19 febbraio 2025

brucia la notte ~ s'infiammano le stelle

nessuno entra.
nessuno esce.

noi siamo nessuno.

in una emilia-romagna immaginata ma non troppo, nel pieno di una catastrofe climatica lontana da noi ma non troppo, sotto un regime distopico ma non troppo, ani e bi(anca) cercano il modo di sopravvivere nel campo dove sono state confinate.
il campo è una salina e il lavoro lì spacca le mani e corrode l'animo.
a lavorare il sale, immerse nell'acqua tutto il giorno sotto lo sguardo vigile delle stecche - o gli integri, come preferiscono definirsi - sono solo donne. denunciate per comportamenti che offendono la morale del regime, come bianca, o rinchiuse perché migranti senza diritti, come ani, o anche volontarie, come tutte quelle donne che hanno scelto la dura vita del campo alla fame e alla miseria del mondo esterno, le centinaia di raccoglitrici delle saline sono la manodopera fondamentale in un mondo in cui l'economia - e quindi il potere - gira tutta intorno al sale che, esauriti i combustibili fossili, è diventato l'unica fonte di energia disponibile.

formalmente le saline sono solo saline, ma nei fatti si tratta di vere e proprie prigioni dove rinchiudere le donne - soprattutto quelle scomode, le povere, le migranti, le non cis-etero, eccetera - e spremerle fino all'osso, abusando tanto del loro lavoro quanto del loro corpo.
è per questo che bi e ani non si limitano solo a sopravvivere, ma cercano ad ogni costo di scavalcare le mura del campo e riprendersi la loro libertà.

bianca e ani sono come il giorno e la notte: bianca è un biondo fiume in piena di parole che adora fare la buffona e sdrammatizzare le situazioni più difficili; ani è silenziosa e schiva, un cespuglio di arruffati ricci neri, minuta e agile. a unirle non è soltanto uno spontaneo e sincero sentimento di amicizia, nato fin dal loro primo incontro nel campo, ma soprattutto un odio profondo e totale per quel regime che ha distrutto la loro vita, le ha separate dalla loro famiglia e ha rubato la loro libertà.
ani e bi non si sono mai fermate, hanno vissuto ogni giorno, ogni ora per riuscire a fuggire dal campo, hanno fatto piani su piani, mappature dell'area di comando e progetti, ma l'occasione arriva nel modo più imprevedibile e violento.
il primo attacco dall'esterno, la prima violentissima esplosione annienta in pochi minuti l'incrollabile e organizzatissima routine delle saline, manda le stecche nel panico ma, al contempo, uccide integri e raccoglitrici indistintamente.
è così che ani perde l'unico motivo per cui non si è mai decisa davvero a scappare, l'unico legame che la teneva stretta al suo ruolo.
ed è così che la rivoluzione ha inizio.

il dolore di chi viene costantemente schiacciatə, abusatə, violatə, imprigionatə e spogliatə della sua dignità di essere umano fa in fretta a trasformarsi in rabbia, e lì dove esistono regimi che si basano proprio sulla sopraffazione e sulla violenza nasce la resistenza, pronta a tutto pur di ritrovare una dimensione in cui vivere libera e in pace.
senza avere più niente da perdere, ani e bi approfittano dell'attacco e del caos per sfuggire alle guardie, e se la scoperta che bianca ha il potere di manipolare le menti di chi ascolta il suo canto sconvolge ani, l'incontro fortuito con sua sorella gizem - da cui si era separata anni prima, al suo arrivo in italia, e creduta perduta per sempre - è ancora più shockante, e di certo molto meno romantico e strappalacrime di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare.

grazie a gizem, ani e bianca arrivano alla congrega di dozza, una delle tante comunità fuori dal controllo del regime, dove la gente vive in regimi di mutuo soccorso e autosostentamento e... magia. perché bianca non è l'unica ad avere capacità fuori dal comune, anzi: le streghe - le strighe - esistono.
storiche vittime del potere, adesso sono loro a dirigere la resistenza contro quel potere che le teme e vorrebbe annientarle.


clarissa la suprema, guida e riferimento per tutta la congregazione; velia, tabagista affettuosa e saggia; dina, una guerriera dalla forza straordinaria; jole, che sa comunicare con lə scomparsə, le anime dellə defuntə; ottavia, archivista straordinaria e memoria vivente di dozza; aatifa, guaritrice della congrega e pittrice che ricorda, attraverso la sua arte, chi ha dato tutto per la congrega. e soprattutto ebe - fuggita da una vita ricca e agiata in quella rocchetta mattei che ha sempre appoggiato il regime per proprio tornaconto, incurante delle sofferenze altri, che sarà teatro fondamentale dell'ultima parte della storia - e ora votata al bene collettivo.
le storie e i destini di queste donne si intrecciano a quelle di ani, bianca e gizem sullo sfondo di una rivoluzione appena nata e già pronta a esplodere con ferocia.
sono storie cariche di rabbia e di voglia di rivendicazione che riassumono millenni di altre storie e di altre vite, quelle di tutte le donne che non si sono arrese al potere costituito a ogni livello dell'organizzazione sociale, dal microcosmo delle loro case fino a travolgere il mondo intero.
sono le storie delle donne che di solito non trovano spazio nei racconti: donne trans, donne lesbiche, donne anziane, donne disabili, donne bellissime ma forti quanto e forse più degli uomini. da questo punto di vista, questi romanzi sono un riscatto enorme per tutte quelle donne che non hanno avuto troppo spesso il privilegio di essere protagoniste di una storia.

se brucia la notte ha il ruolo di introdurci in questo sistema-mondo distopico e magico, di presentarci le protagoniste e il territorio - che, proprio in virtù del suo essere sovrapponibile a una geografia reale, è altrettanto protagonista del racconto - e di iniziare un percorso (concludendosi con un plot-twist e un cliffanger che definire crudele è solo una dimostrazione d'affetto nei confronti delle autrici), s'infiammano le stelle inizia con uno scioglimento iniziale della tensione che dura solo un attimo, prima che il racconto riprenda la sua corsa verso il gran finale.
brucia la notte / s'infiammano le stelle segue un percorso circolare, o meglio un percorso a spirale che parte dalle saline e che, andando avanti, s'ingrandisce, cresce insieme alle sue protagoniste come una linea che si irrobustisce caricandosi tanto di rabbia quanto di quell'amore che alimenta le comunità nate dal basso, dove nulla è imposto e tutto è collettivo.
una linea che abbraccia un territorio che si allarga sempre di più, traslato dal mondo reale a quello fittizio-ma-possibile del romanzo, una linea che accelera attraverso un racconto costruito dall'alternanza delle voci e dei punti di vista di ani, bi, ebe e gizem, che trovano sempre di più la loro forza come gruppo proprio nelle loro differenze individuali.

brucia la notte / s'infiammano le stelle sono romanzi pieni di rabbia e di forza che partono dall'idea streghe vs. fascisti e si trasformano in una storia che raccoglie a piena mani dalla nostra realtà e dalla nostra storia recente.
è impossibile incasellarli in una qualche categoria specifica e questo per me è prova della loro originalità e del lavoro delle autrici, tiffany vecchietti e michela monti, che, se da un lato hanno fatto loro tante lezioni di storytelling nella loro lunga carriera di lettrici (per una volta, l'orribile adagio del chi scrive non legge non vale!), dall'altro sono state capaci di restituire qualcosa di unico - tanto nei toni e nello stile, che rendono entrambi i romanzi estremamente appassionanti, quanto nei temi e nei contenuti - profondamente radicato nel territorio e nelle sue tradizioni e ispirato da una coscienza politica transfemminista fortissima e solida.