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martedì 3 febbraio 2026

house of frank

« ti ricordi cosa mi hai promesso, sai? »

ho appena finito di leggere house of frank, romanzo d'esordio di kay synclaire appena uscito per mondadori, e ho sentito la necessità di scriverne immediatamente, soprattutto in questo periodo in cui scrivere qualcosa mi riesce così difficile (il gomitolo di gennaio arriva. non so quando ma arriva).

togliamoci subito il dente: un po' di editing in più non avrebbe per nulla fatto male, ci sono troppe ingenuità, troppe ripetizioni, troppe artificiosità nellə personaggiə che potevano essere migliorate.
ma, nell'insieme, è un libro davvero carino, e per "carino" intendo che da un po' quel tipo di sensazione che si prova quando ci si avvoltola in un plaid caldo e colorato, magari con un gatto accanto, e si sta a chiacchierare con un amicə fino a togliersi ogni peso e brutto pensiero da dentro.
è un libro-coccola - e, in quanto libro-coccola, gli si possono perdonare un po' di difetti - e forse, visto il tema, non potrebbe essere nient'altro che un libro-coccola.

la storia di house of frank rientra in quel filone (che a me piace moltissimo) della famiglia-per-scelta o, e forse è un po' più calzante, famiglia d'adozione.
la protagonista, saika, in effetti non ha scelto la strampalata compagnia che vive a casa di frank come sua famiglia, non all'inizio, almeno.
è arrivata alla casa con un peso enorme sul cuore e il barattolo con le ceneri di sua sorella fiona in valigia. l'ultimo desiderio di fiona era quello di poter diventare una cosa bella dopo la sua morte e qui, a casa di frank, è possibile farlo.
accanto alla casa, sorge ash garden, un bellissimo arboreto: qui le ceneri dei defunti vengono piantumate e si trasformano in querce, pioppi, faggi, pini eccetera. diventano cose belle. e vive.

ma saika è in qualche modo terrorizzata all'idea di separarsi da ciò che rimane di fiona. dal giorno della sua morte, continua a parlare con lei, a tenerla nel suo cuore come una parte di sé stessa. divide ogni momento della sua quotidianità di sua sorella e, nonostante abbia accettato di esaudire il suo desiderio, l'idea di mettere un punto, fermo e definitivo, a questa parentesi della sua vita la spaventa al punto tale da bloccarla. capito il suo stato d'animo, frank le chiede di rimanere fino a quando non si sentirà pronta ad affidare le ceneri di fiona alla terra. ed è da questo momento che la vita di saika, finalmente, cambia.
dopo anni di fuga da sé stessa e dalla sua famiglia, saika trova una casa in cui può provare a cercare il suo posto. non è semplice e non è immediato, ma poco per volta inizia a intessere legami con lə altrə abitanti della casa e a svelare a noi lettorə il suo grande, terribile segreto.

house of frank è - come direbbero quellə bravə - un fantasy low key, pieno di personaggə fantasticə - saika è una strega, frank un'enorme bestia antropomorfa, ma ci sono anche fate, fantasmi, streghe-gargoyle (ecco, credo di avere una cotta per una certa strega viola con le zanne ricoperta di tatuaggi) - e di magia, ma soprattutto è un racconto che parla dei tanti possibili modi di vivere il lutto e la mancanza.
tuttə nella casa hanno vissuto momenti di perdita e di inconsolabile dolore e ognunə di loro ha reagito a modo suo. la casa e l'arboreto hanno funzionato come un centro gravitazionale, lə hanno spintə a creare legami e a cercare sostegno in una quotidianità piena anche se imperfetta in cui ciascunə mette a disposizione talenti e impegno a beneficio di tuttə.

quando saika si rende conto che quel piccolo, caotico mondo costruito sulla scelta di restare vicinə è in terribile pericolo, riesce finalmente a uscire dal suo loop di dolore, dai suoi pensieri ossessivi, dalla colpevolizzazione e dalla paura. tutto quello che ha vissuto fino a quel momento, anche ciò che più le ha fatto male, sembra acquistare un senso. il dolore per fiona, la paura, le scelte sbagliate e poi rivendicate, tutto quello che ha fatto e sopportato fino a quel momento, ogni cosa si allinea alle altre come stelle che rivelano, tutto a un tratto, una figura, un nuovo significato.

dopo aver passato anni a svalutarsi e a colpevolizzarsi, saika capisce che può aiutare, che lo scopo della sua esistenza non è finito. ed è così che impara di nuovo a guardare al futuro e ad amare.

(forse è un po' sdolcinato? beh... sì. moltissimo. ma, non so voi, io ne avevo bisogno) 

lunedì 15 settembre 2025

il fuso scheggiato - lo specchio rammendato

qualunque sia la nostra storia, dobbiamo trarne il meglio: e se quella storia fa schifo, be', allora possiamo provare a fare del bene prima di andarcene.
e se questo non basta, se in fondo al nostro cuore avido ed egoista bramiamo di più, io ho un solo consiglio: scappare, e non fermarsi mai.

non so quanto sia lecito parlare di retelling quando parliamo degli ultimi due libri di alix e. harrow, il fuso scheggiato e lo specchio rammendato.
ok, quella di “retelling” è una categoria comoda, utile a dare un’idea di qual è il contenuto di questi due mini romanzi, categoria che però - cosa che (per fortuna) vale un po’ per tutte le categorie utilizzate negli ultimi anni in editoria: utili per piazzare i libri sugli scaffali, meno per definire esattamente una storia e perimetrarla in un “genere” preciso - non riesce a contenere quello che sono davvero.

e dunque - ok claudia, abbiamo capito come la pensi su questi hashtag, ora basta - cosa sono il fuso scheggiato e lo specchio rammendato? io direi un ibrido fantasy/sci-fi (à la star wars, per intenderci. cioè: una spiegazione fanta-scientifica, fidati, c’è. e se non sembra avere troppo senso, stacce.) in cui il mondo reale, qui incarnato dalla protagonista zinnia gray, si intrufola nel mondo delle favole, che viene immaginato come un catalogo di possibili esistenze: alla nostra realtà si sommano gli universi generati dalla narrazione. questo multiverso si espande ogni volta che il nocciolo di una fiaba - il suo nucleo fatto di archetipi e topoi narrativi, o di “mitemi”, per rubare una parola a lévi-strauss - viene rielaborato da una specifica sensibilità, cioè quella dellə narratorə immersə nel suo preciso contesto storico-culturale.

alix e. harrow riprende uno dei rami fondamentali degli studi di antropologia/etnologia, ovvero quello che si occupa del racconto popolare - declinato tanto nell’ambito sacro, il mito, quanto in quello secolare, cioè la fiaba/favola - come espressione storicamente situata delle strutture culturali, degli equilibri di potere e dei sistemi di valori e credenze di un popolo.

e, a riprova del fatto che il mito/la fiaba è cosa viva e pulsante ancora capace di raccontare il quotidiano e le sue tensioni, harrow la reinterpreta dandole la sua voce di donna del XXI secolo.
(era molto più veloce chiamarlo “retelling”? ovvio. ma siamo davvero troppo stanchə di appiattire tutto alla sua più brutale semplificazione. e poi un blog non è un social e qui nessun algoritmo ci punisce per essere troppo verbosə. e se anche fosse, ‘fanculo.)

fine pippone.
alle ragazze romantiche piace la bella e la bestia; a quelle tradizionaliste piace cenerentola; a quelle dallo stile gotico piace biancaneve.
solo alle ragazze destinate a morire presto piace la bella addormentata.
zinnia gray è una grande appassionata di fiabe fin dall’infanzia, ha una laurea in antropologia con una specializzazione sulla narrativa popolare e la sua fiaba preferita è la bella addormentata perché zinnia gray è una ragazza destinata a morire presto.
se sul capo di aurora/rosaspina pendeva la condanna di una maledizione (ti pungerai il dito con un fuso e dormirai per cento anni), a zinnia gray le cose vanno peggio perché fin dalla nascita le è stata diagnosticata la malattia generalizzata di roseville. eziologicamente collegata all’inquinamento ambientale - sentite la puzza dell’hashtag #climateficion? - la mgr non ha mai concesso a nessunə di sopravvivere abbastanza di festeggiare il ventiduesimo compleanno. e, all’inizio della storia, zinnia gray è impegnata a soffiare su ventuno candeline, attorniata da gente che sembra più convocata a un funerale che invitata a una festa.

gray di nome e, per quello che riguarda la sfera sessuo-affettiva, di fatto (le personagge di queste storie sono molto queer e ci piace tantissimo), accanto a zinnia c’è l’onnipresente charme, la geniale fichissima amica lesbica che tutte vorremmo (e di cui, probabilmente, tutte ci innamoreremmo almeno un po’), che per l’occasione ha organizzato una festa a tema bella addormentata, con tanto di rose e di immancabile fuso.
ed è proprio quel fuso che permette a zinnia - stanca di vivere sapendo che dovrà morire presto - di attraversare il confine tra il suo universo e quello delle favole.
come inchiostro che, dopo aver calcato troppo le stesse parole, si trasferisce da una pagina a quella successiva, come spiega lei stessa, zinnia si ritrova proprio dentro la storia di primerose, una delle tante versioni de la bella addormentata alle prese con il suo implacabile destino di principessa maledetta.

non vi racconto la trama perché entrambi i romanzi - il secondo si ispira alla fiaba di biancaneve, focalizzandosi soprattutto sulla storia della strega cattiva, cosa che ho apprezzato moltissimo - sono scritti con un ritmo incalzante e una prosa molto scorrevole e colloquiale, perfetta per rendere la voce della narratrice/protagonista (che non lesina parolacce quando serve). insomma, vi ritroverete alla fine quasi senza accorgervene (ma con la voglia di leggerne ancora!).

volevo però concentrarmi su alcuni temi attorno cui harrow ricama tutto il suo racconto.
la storia della bella addormentata è, per antonomasia, la metafora della totale mancanza di potere decisionale delle donne - aurora/rosaspina che dorme per un intero secolo - ma anche dell’odio delle donne per le donne - è una fata a maledirla.
e però... se inventassimo altri modi per leggere questa storia? anzi, meglio, di raccontarla? perché le fiabe non possono restare congelate a una sola epoca, intrappolate nelle parole di un solo narratore. possono - e devono! - cambiare, adattarsi al presente perché il loro scopo è raccontarlo e dare indicazioni per poterlo vivere al meglio.
e la prima cosa che deve cambiare, adesso, è proprio il rapporto tra la principessa e il narratore, perché essere protagonista di una storia narrata in terza persona non è sempre una condizione auspicabile.

infatti, se da un lato il narratore dà alle principesse protagoniste delle fiabe tradizionali grazia, bellezza e altre doti e virtù, se le rende capaci di affrontare e superare momenti molto più che difficili (scappare da un cacciatore attraverso il bosco, sprofondare in un sonno magico a causa di una maledizione, sopportare le angherie di una matrigna e due sorellastre crudeli, perdere la propria voce, eccetera) arriveranno sempre e comunque a quel “e vissero felici e contenti” che qualcuno ha scritto per loro.

e in ogni favola, quale che sia la principessa e la sua storia, felicità e contentezza si traducono sempre allo stesso modo: il matrimonio con un bel principe (di solito quasi del tutto estraneo), mentre la cattiva - una strega o una matrigna, guarda caso sempre una donna - subisce una qualche spaventosa e sadica punizione. fine.

ma davvero questo è quello che sogna ogni principessa? sposare uno sconosciuto col mascellone appena compiuti i sedici/diciotto/ventuno anni, fare dei bambini e vivere per tutto il resto del tempo all’ombra di un re - o di una principessa più giovane e bella? harrow sottolinea un punto fondamentale: la protagonista, per quanto fondamentale nella sua fiaba, non ha alcun potere decisionale (così come ogni strega/matrigna cattiva non può che essere cattiva: invidiosa e gelosa di un’altra donna più bella/giovane/fortunata di lei. quanto è difficile immaginare rapporti di amicizia e sorellanza tra donne? quanto è più facile immaginarle sempre in lotta tra loro per un qualche riconoscimento dato da una società maschilista?).

la storia è scritta per lei ma modellata sui modelli familiari e sociali di un non meglio precisato medioevo che, ancora, influenza anche il nostro tempo e le nostre aspettative.

il fuso scheggiato e lo specchio rammendato sono abitati da personagge che vogliono scardinare i meccanismi su cui si basano le loro storie, sfuggire dal loro destino e liberarsi dai ruoli che qualcuno ha scelto per loro.

ma harrow va oltre il tema dell’autodeterminazione e ne introduce uno che è, forse, ancora più inusuale nel mondo delle favole: quello della sorellanza.
le donne di queste storie non si accontentano di trovare il loro personalissimo lieto fine, ma mettono ogni cosa a repentaglio per liberare le altre. e, personalmente, questo è l’aspetto che ho amato di più in questi romanzi: non più eroici cavalieri che raggiungono il loro obiettivo a colpi di spada, ma donne - principesse, fate, streghe, viaggiatrici del multiverso, amiche e innamorate - che usano le strutture del sistema (narrativo, fisico e sociale) per piegare realtà e aspettative e salvarsi. insieme.

in almeno un paio di passaggi, questi romanzi mi hanno sorpresa parecchio, così come mi hanno dato un sacco di spunti di riflessione sul ruolo dei narratori e delle protagoniste. mi sembra che questi due libri di harrow rispondano alla domanda: cosa succede alle fiabe se lasciamo che siano le donne - libere dalle oppressioni sociali e dalle aspettative legate al loro genere, o almeno consapevoli della loro esistenza! - a raccontarle?

riprendersi la voce che qualcuno ci ha tolto è sempre il primo, fondamentale passo per prendere consapevolezza delle storture che ci circondano, per iniziare un processo di decostruzione e di realizzazione di alternative più vivibili. e se a insegnarci questa cosa sono due romanzi così - divertenti, appassionanti, semplici e leggeri, adatti anche alle lettrici (e, si spera, ai lettori) più giovani, allora tanto di guadagnato.

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venerdì 29 agosto 2025

commenti randomici a letture randomiche (92)

ed eccoci di nuovo con la non-rubrica più amata di sempre, o quantomeno la più utile (per me, ovvio).
le vacanze sono agli sgoccioli, il tempo scarseggia, la malinconia è pronta a esplodere (sì, io sono team estate, per quanto mi piacciano le tisane e le foglie rosse sugli alberi, non le baratterei mai con una bella giornata al mare) e la pagina del mio diario con le letture di agosto (sì, ho un diario vecchio stile) è piena di stelline e voti stratosferici (in realtà ho beccato anche dei libri che non mi hanno entusiasmata o per i quali non era arrivato il momento giusto, che sono finiti nella lista dei questo-lo-leggo-un'altra-volta), quindi devo riuscire a scrivere qualcosa qui prima di partire.

i tre libri di questa volta sembrano lontani anni luce l'uno dall'altro ma in realtà un collegamento c'è. ora vi racconto tutto.

 l'avversario 
se uno viene a dirti che il tuo migliore amico, il padrino di tua figlia, l'uomo più onesto che conosci ha ucciso moglie, figli e genitori, e per di più che da anni mente su tutto, non è naturale che tu continui ad avere fiducia in lui, anche se ti mettono di fronte a prove schiaccianti? che amico saresti se ti lasciassi convincere così facilmente della sua colpevolezza?

vi capita mai di comprare un libro e di abbandonarlo per anni su uno scaffale senza leggerlo e poi, a un certo punto, vi viene voglia di leggerlo e scoprite che era un capolavoro? ecco. con l'avversario è successo esattamente questo.

non avevo mai letto nulla di emmanuel carrère ma sapevo che era uno scrittore a dir poco imperdibile, ed effettivamente non c'è mezzo appunto da fare: quest'uomo scrive da dio.
la storia de l'avversario non aveva meno che nulla che poteva entusiasmarmi, anzi, ad essere sincera m'è venuta voglia di leggerlo sulla scia di agosto è un buco nero.
non si tratta di un romanzo ma di una storia realmente accaduta nei primi anni '90: jean-claude romand - la classica brava persona di buona famiglia, ottima carriera universitaria poi medico rispettabilissimo, ricercatore, amico fedele, padre amorevole e marito devoto - uccide tutta la famiglia, dà fuoco alla casa e prova (?) a uccidersi.
solo che, nel giro di qualche ora, viene fuori una verità impensabile: quest'uomo, in realtà, non si è mai laureato in medicina, non è un medico e non fa il ricercatore. ha mentito su tutto, per più di vent'anni, a chiunque. e nessunə si è mai accortə di nulla.
come è possibile? carrère si mette in contatto con romand, partecipa al processo, prova a capire l'indicibile solitudine di quest'uomo a cui nessunə si è mai interessatə quel tanto che sarebbe bastato a far crollare il suo castello di carte, ricostruisce tutta la vicenda.

il risultato è un racconto da cui è impossibile staccarsi, una storia assurda che si fa paradigma della miseria e della piccolezza dell'animo umano. carrère non commette mai l'errore di lodare l'inganno orchestrato da romand, ma anzi sottolinea come le sue menzogne siano state possibili solo a fronte dello scarso interesse che la sua persona suscitava tra chi aveva un qualche legame con lui, e già solo per questo, l'avversario è una grande lezione di scrittura di cui la stragrande maggioranza dellə giornalistə nostranə avrebbe bisogno.

 ubik 
vi trovate sulla soglia del libro. il libro di un uomo che ha visto dio? il libro di un uomo cui le droghe hanno fulminato il cervello? in ogni caso, varcare questa soglia equivale ad avventurarsi in un territorio dove non siete mai stati. non avete idea di quello che vi attende.
(dalla prefazione di emmanuel carrère)


nell'introduzione de l'avversario, carrère diceva che mentre seguiva il caso romand, stava lavorando alla biografia di philip k. dick, e così mi sono detta che era arrivato il momento di leggere un altro dei libri che mi aspettavano da un bel po' di tempo, uno di dick, appunto. e la scelta è caduta su ubik.
che è un capolavoro.
e non ho idea di come fare a scriverne, però so che mentre lo leggevo ho chiesto perdono per aver usato l'aggettivo "lisergico" a sproposito un sacco di volte. perché prima di leggere ubik - visto che sono troppo ipocondriaca per darmi agli allucinogeni - non avevo neppure la più pallida idea di cosa volesse dire lisergico.

scritto negli anni '60 e ambientato in un 1992 decisamente diverso da quello che abbiamo vissuto, ubik immagina un futuro in cui la vita dopo la morte non è soltanto una questione di fede o di speranza, è la realtà dei moratorium, dove chi è passato a miglior vita viene conservatə in criostasi e una sorta di sé residuale può comunicare con l'aldiquà. inoltre, alcuni esseri umani hanno sviluppato poteri psionici come la precognizione, la manipolazione del pensiero, la telecinesi, eccetera, che - ovviamente - non sempre vengono utilizzati con intenti benevoli. per questo esistono agenzie che si occupano di neutralizzare eventuali minacce psioniche attraverso il lavoro di chi è dotatə di anti-talenti, ovvero della capacità di annullare i poteri mentali. questo il palcoscenico su cui si muovono lə personaggə di ubik, la cui storia inizia con un inganno che dischiude, poco a poco, le porte della loro consapevolezza.

svelare qualcosa sulla trama di ubik sarebbe un crimine imperdonabile. appassionante e cervellotico, ubik è un gioco allucinato che riflette sui limiti della nostra percezione, sradica ogni certezza e reinventa i significati stessi di vita e morte. leggerlo è come accendere una collana di petardi arrotolata dentro al cervello, un'esperienza straniante e meravigliosa che vi consiglio assolutamente.

 bookshops & bonedust 
l'autore lascia le cose così. e però... più ci penso e più... dovrebbe essere ovvio, ma la gente nei libri si sbaglia sempre. inferni maledetti, gli autori si sbagliano. quindi forse è questo che racconta la storia con le parole che sono state scritte, e se invece si potesse guardare oltre il finale? alle parole non scritte? forse sarebbe una storia completamente diversa.

e quindi, dopo aver letto un capolavoro come ubik, le strade erano due: scovare un altra bomba tra gli scaffali, con la certezza quasi assoluta di non poter trovare facilmente qualcosa che fosse all'altezza, oppure buttarsi su qualcosa di completamente diverso, magari un po' più easy.
così mi sono sciroppata quasi in un'unica tirata bookshops & bonedust, prequel di quel legends & lattes che mi aveva fatto scoprire quanto è bello il cozy-qualcosa e quanto bisogno c'è, a volte, di leggere storie così, tranquille e scaldacuore.

la viv che incontriamo qui è decisamente diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere nel primo libro. più giovane e scavezzacollo, viv si è appena lanciata nella sua prima vera, grande e importante impresa: sconfiggere la necromante varine ed entrare a far parte a tutti gli effetti della compagnia mercenaria dei corvi di rackam. ma le cose non vanno come sperato e una brutta ferita alla gamba la costringe a lunghe settimane di convalescenza nella piccola, pacifica cittadina costiera di murk.
quasi rassegnata a morire di noia, viv non immagina nemmeno quanto i giorni che la aspettano stravolgeranno la sua vita e cambieranno così tante cose in lei...

travis baldree sa scrivere bene, sa come trattenere qualcuno tra le pagine dei suoi libri ma, soprattutto, sa trasmettere il suo amore per le storie, per quel legame quasi magico che si crea tra chi racconta e chi legge o ascolta e, in mezzo, con lə personaggə, che a volte sono amicə, altre volte specchi.
bookshops & bonedust, ancora più di legends and lattes, mi è sembrato un regalo fatto proprio a tutte quelle persone che si fanno incantare dai libri, che sono rimaste affezionate alle favole dell'infanzia e che si perdono nei sogni ad occhi aperti. le storie di viv sono come sciarpe tessute a mano da chi conosce tutti i tuoi colori preferiti, non solo scaldano e coccolano ma sono fatte proprio per te.

martedì 19 agosto 2025

isabella nagg e il vaso di basilico

no, piangere era inutile. isabella lo aveva imparato dopo aver passato i primi cinque anni del suo matrimonio a struggersi perché arrivasse qualcosa di meglio, e i successivi dieci a serbare rancore perché quel qualcosa non era mai arrivato. quando sopraggiungevano i pensieri cupi, nell'ora più silenziosa del pomeriggio, isabella cercava di ricordarsi che la sua vita era meglio di quella di molti altri. non era stata abbordata da una megera che elargiva doni malvagi, né era stata trascinata in un acquitrino da un cavallo sbandato, né era stata calpestata a morte da un nuckelavee.

pensavo che compro il libro per la copertina fosse solo un modo di dire e che almeno lə variə bookstagrammer che sfornano reel a tempesta leggessero davvero i libri di cui parlano, ma ho visto così tanti questo libro è una coccola, è così cozy! che mi sono dovuta ricredere.
è vero, ha una copertina carina e un tono allegro, ma isabella nagg e il vaso di basilico parla di violenza sulle donne e di quanto il capitalismo abbia cannibalizzato il discorso sui diritti dellə lavoratorə e l'abbia rivomitato come fuffa sulla produttività. cosa c'è di cozy me lo dovete spiegare, voi che adoro l'estethic di questo romanzo, le vibes! ma a quanto pare i contenuti non vi entrano in testa a meno che non ve li spieghino con degli hashtag sulla quarta di copertina.
(lo so che nella trama del libro c'è scritto "cozy", ma dovreste aver imparato che non bisogna mai fidarsi troppo delle trame scritte sui risvolti dei libri).

finita questa necessaria introduzione - che vale per questo libro tanto quanto per un sacco di altri - passiamo al romanzo di oliver darkshire.
in un mondo in cui il sole è portato a spasso da un maggiolino a cui piace fare un po' quello che gli pare, le lune sono due, la magia esiste e i goblin si riproducono letteralmente come funghi che nemmeno in the last of us, isabella nagg è una donna di mezz'età che conduce un'esistenza affatto invidiabile. ha un marito che fa venire a chiunque il desiderio di sperimentare presto la vedovanza, una fattoria che si traduce in troppo lavoro e poca resa, e una pianta di basilico che la accompagna fedelmente - e miracolosamente! - da decenni.

sotto al maggiolino del sole succedono cose strane e altre cose decisamente noiose: ad esempio, nel piccolo villaggio di isabella, lo sport preferito è il pettegolezzo e l'astio tra vicinə, vanno di moda i cespugli decorativi teriomorfi e le veglie funebri per evitare il risveglio dei lich.
inoltre, quando arriva l'autunno, i goblin provano a vendere la loro frutta mortifera porta a porta e i mariti idioti rubano grimori a casa degli stregoni che, almeno, hanno la cortesia di crepare prima di maledire anche le consorti degli idioti di cui sopra. o almeno questo è quello che fanno, rispettivamente, il signor nagg e lo stregone bagdemagus.
e così, solo per caso e con l'aiuto di un brutto gatto che non è davvero un gatto ma un grinalkin, isabella scopre che, nonostante tutto, anche lei riesce a gestire la magia.
beh, "gestire" è una parola grossa. in realtà, inanella casini uno dietro l'altro ma, se è vero che il fine giustifica i mezzi, risvegliare il peggiore degli episodi del suo passato e donare consapevolezza a un asino serviranno almeno a tirarla fuori da un'esistenza infelice e a trasformare completamente quello che sembrava essere il destino a cui sarebbe stata condannata per tutta la vita.

insomma, isabella nagg e il vaso di basilico è sicuramente un fantasy ma di cozy ha davvero poco (anzi, in certe scene si scivola verso l'horror).
come accennavo, il tono di oliver darkshire è sempre leggero, divertente, amaramente ironico (e molto inglese!), e a volte fa il verso ai trattati scientifici o ai resoconti d'esplorazione: tutte cose che rendono la lettura estremamente piacevole e alleggeriscono i momenti più cupi. la storia di isabella e di quello che accade intorno a lei è estremamente drammatica, ricca di riflessioni tutt'altro che leggere e di momenti di tensione e, nel costruire tutto questo, darkshire è stato bravo abbastanza da seminare qui e lì indizi che anticipano quel tanto che serve a mantenere sempre viva l'attenzione dellə lettorə, senza però esagerare e svelare tutto prima del tempo, accelerando verso un finale in cui si compie perfettamente il famigerato "arco di trasformazione del personaggiə".

a parte il discorso sulle etichette, che lasciano sempre il tempo che trovano (perché tentare di incasellare semplicisticamente un testo - anche una lettura di puro svago, come questa - in una qualche accozzaglia di "sottogeneri/categorie/hashtag" che, vi prego di ricordare, servono solo per facilitare la vita a quellə poveraccə che si occupano di marketing, è tanto inutile quanto, nel migliore dei casi, impossibile) isabella nagg e il vaso di basilico è un fantasy in cui la capacità di immaginare mondi altri non arriva troppo in là e, anzi, si fa un po' specchio delle schifezze del nostro mondo, dove anche se non si coltivano mandragore e i gatti sono carini ma non parlano, ci sarà sempre qualcunə dispostə a calpestare e sfruttare la dignità e l'esistenza altrui per riempirsi le tasche, così come ci saranno sempre uomini capaci di rovinare la vita alle donne pur di non imparare a farcela da soli.
e se a smontare un sistema così c'è una donna di mezz'età, non bellissima né dotata di particolari talenti ma soltanto piena fino all'orlo di stare a sopportare, allora per me vale la pena di consigliarvelo.

martedì 10 giugno 2025

dracones: associazione per la scrittura fantasy italiana aps ~ intervista a gloria bernareggi e sephira riva

qualche post fa, quando parlavo del salone del libro, dicevo che quando parliamo di libri, parliamo di persone. e quando parliamo di libri e di persone, parliamo delle reti che le persone costruiscono grazie ai libri. questo grazie ai libri si può declinare in tantissimi modi: grazie ai libri che ti insegnano a leggere le persone che ti stanno intorno, che ti insegnano com’è fatta – nel bene e nel male – l’umanità. ma anche grazie ai libri che uniscono lettorә di ogni dove, che ti fanno costruire legami, che si fanno pretesto di amicizie capaci di superare attese e distanze e di nutrirsi di tutto quello che gira intorno ai libri e dentro di noi.

e poi, grazie ai libri, queste reti si fanno tanto grandi da diventare comunità. comunità vere, non community da social. e dentro queste comunità, oltre ai legami personali e le amicizie, germogliano idee, sboccia la voglia di fare, di cambiare quello che non ci piace e di inventare realtà completamente nuove.

una di queste è dracones: associazione per la scrittura fantasy italiana aps, nata da un’idea del duo di scrittrici e divulgatrici moedisia, aka gloria bernareggi & sephira riva, autrici di creature dell’assenza e anatomia del fantasy, qui in veste di direttivo dell'associazione.

al salone del libro ci siamo incontrate – come accade da un po’ di anni a ogni fiera, ormai – e ci siamo promesse di parlare di questo nuovo progetto qui su claccalegge, per raccontare cos’è dracones, cosa fa e a chi si rivolge.

buona lettura!

gloria e sephira presentano dracones al salone del libro 2025

ciao sephira, ciao gloria! grazie mille per aver accettato il mio invito e per essere oggi su claccalegge. chi vi segue conosce sicuramente già il vostro nuovo progetto, dracones, che è già online da qualche settimana. ci raccontate di cosa si tratta?
► Ciao Claudia e grazie per l’invito! Dracones: Associazione per la scrittura fantasy italiana è un’associazione di promozione sociale (cioè senza scopo di lucro e regolarmente registrata) che si pone come obiettivo la tutela, valorizzazione e promozione del fantasy italiano, in Italia e all’estero.
come è nata l'idea di fondare questa associazione?
► Frequentando l’ambiente del fantasy da anni, abbiamo avuto modo di scoprirne gli aspetti positivi e quelli negativi. Ragionavamo da molto tempo su quale fosse il modo migliore per intervenire in uno spazio già affollato, per dire qualcosa di nuovo e diverso. La spinta decisiva è arrivata durante l’estate.
Questo momento storico è particolarmente critico per chi svolge lavori in campo creativo: ci siamo rese conto che le difficoltà crescenti stavano acuendo alcune problematiche già note (come l’utilizzo smodato delle tecnologie di AI generative, ma anche altre forme di sfruttamento ai danni di categorie già fragili). Abbiamo sentito forte l’esigenza di proporre un’alternativa, presentando un modello collaborativo e democratico.
Con queste premesse, la scelta di unirci in un'associazione è stata naturale. Infatti, le associazioni sono un potente strumento di democrazia: operano attraverso organi eletti e incentivano la partecipazione, la solidarietà e il pluralismo delle idee. In un panorama culturale frammentato e dominato da interessi economici personali, crediamo che sia una scelta radicale e necessaria per far fronte alle sfide del presente e portare avanti le battaglie che ci riguardano.
quindi quali saranno le attività dell'associazione? e come potrà partecipare attivamene chi vorrà associarsi?
► Abbiamo molti progetti in cantiere! Alcuni di essi vedranno la luce nella seconda parte dell’anno; altri stanno già prendendo forma: uno di essi è senz'altro il nostro sito internet - interamente dedicato al fantasy italiano, con una vetrina in lingua italiana e inglese.
È uno spazio che abbiamo voluto fortemente, slegato dalla logica degli algoritmi, che ci permette di instaurare un dialogo anche fuori dai confini nazionali: questo sguardo verso l'esterno, che è un po' un'anomalia nel mondo editoriale, ci ha già permesso di entrare in contatto con realtà estere che condividono i nostri stessi principi etici (come la francese Hikaya, con cui ci siamo gemellate da poco).
Al sito è inoltre associato anche un blog di approfondimento, in cui presenteremo percorsi di lettura tematici, interviste, recensioni e recupero di testi dimenticati. Questo ci permetterà di contestualizzare la produzione fantasy italiana, oltre che dare visibilità a opere di valore.
Un altro tema che ci è molto caro è quello della formazione: vogliamo dare ai nostri associati gli strumenti per scrivere meglio, e per approfondire i temi che stanno loro a cuore. Perciò abbiamo stipulato degli accordi con scuole di scrittura che operano in modo virtuoso, alla cui offerta formativa accompagneremo dei corsi di specializzazione interni. I primi sono in partenza a giugno: uno dedicato a come strutturare una proposta editoriale; il secondo una guida pratica ai sottogeneri del fantasy. Altri arriveranno in autunno, grazie a docenti davvero eccezionali.
Insomma, abbiamo davvero tanta carne al fuoco - ed è solo l'inizio!

dracones si rivolge soprattutto a chi scrive fantasy. avete riservato anche uno spazio agli editori che si occupano di fantasy?
► Al momento non abbiamo ancora uno spazio da dedicare alle case editrici, ma il loro coinvolgimento nel progetto è costante: Dracones si pone come un ponte tra le molte anime della filiera, perciò anche le case editrici sono interlocutrici continue. Riceviamo molti input relativi ai problemi che incontrano più di frequente o a ciò che cercano, ma ci vengono anche richieste opinioni specifiche. È una conversazione che va in entrambe le direzioni.
e, invece, come possono interagire lә lettorә con l'associazione?
► Di certo speriamo che chi legge inizi a frequentare la nostra vetrina e il blog! Il nostro obbiettivo principale è incuriosire il pubblico, mostrando quanta varietà di temi e sottogeneri ha da offrire il fantasy italiano. Nel lungo termine, però, ci piacerebbe anche organizzare delle collaborazioni con le scuole: il lettorato più giovane è anche quello più aperto a sperimentare con nuovi titoli, e dobbiamo partire da qui per decostruire i tanti pregiudizi che ancora circondano la nostra produzione letteraria.
come è stato accolto il progetto dallә autorә italianә di letteratura fantasy?
► Come tutte le cose nuove, è innegabile che abbiamo incontrato un po’ di diffidenza. Ce lo aspettavamo: è normale che ci si chieda se Dracones è un fuoco di paglia. Aggiungiamoci che c’è una grande confusione riguardo a cosa sia un’associazione e cosa dovrebbe fare… abbiamo dovuto fare un grande lavoro preliminare di comunicazione, che però ha dato i suoi frutti: abbiamo intercettato l’interesse di persone appassionate ed entusiaste, e nel giro di un mese abbiamo già raggiunto il grande traguardo di 30 associati. Ricordiamo comunque che è possibile associarsi a Dracones APS in qualsiasi momento, la campagna è sempre aperta.
dalla mia prospettiva di lettrice mi sembra che negli ultimi anni il fantasy - e un po' tutta la letteratura di genere - stia vivendo una sorta di età d'oro, o comunque mi sembra che certi pregiudizi vadano cadendo un po' alla volta, soprattutto, per riprendere quello che dicevi tu prima, tra lә lettorә più giovani. qual è invece la vostra prospettiva, da un punto di vista più "interno"?
► Hai perfettamente ragione: qualcosa sta cambiando, e lo vediamo anche noi. Negli ultimi anni il fantasy - e il fantastico in generale - sta finalmente uscendo dal suo angolino, almeno a livello di mercato. Soprattutto all'estero, dove il generale ha già da tempo una struttura solida e un pubblico molto ampio. In Italia, invece, la situazione è diversa: la crescita c'è, ma riguarda quasi esclusivamente la narrativa straniera in traduzione. I titoli di penne italiane continuano a essere una risicatissima parte della proposta che arriva al pubblico. è una stranezza perché nessun altro genere presenta uno squilibrio così forte tra autor* italian* e internazional*.
in effetti, dando un'occhiata in libreria si vede facilmente che le case editrici puntano moltissimo sul fantasy estero, soprattutto anglofono, rispetto a quello italiano. secondo voi, come si spiega questa "sfiducia" nei confronti dellә autorә nostranә?
► Eh, domanda difficile a cui non c'è una risposta unica, perché il problema è su più fronti.
Al momento, il fantasy italiano è sostenuto quasi esclusivamente da realtà medio-piccole-piccolissime indipendenti che fanno un lavoro davvero prezioso. Il problema è che da sole non riescono a raggiungere un pubblico ampio, e quindi faticano a cambiare davvero la percezione del genere. Il risultato è che spesso il lettore medio (quello che non legge solo fantasy, magari, ma ha gusti più onnivori) non sa che esiste un fantasy italiano contemporaneo - e questo alimenta l'idea che "non ci sia nulla di valido".
Il punto, però, è che questa sfiducia non è sola da parte del pubblico, ma a che dentro la filiera editoriale. Si crea una sorta di circolo vizioso: gli autori pensanoche non ci siano spazi per loro, quindi magari rinunciano a provarci o si autocensurano; gli agenti e le case editrici, dal canto loro, evitano di scommettere su esordienti italiani perché non vedono un ritorno immediato. E così si resta impantanati.
Quello che serve, seconodo noi, è rompere questo meccanismo da più lati: supportare chi già lavora sul fantasy italiano, investire in figure professionali che conoscano davvero il genere e, soprattutto, puntare sulla qualità. Solo così si può cambiare la narrazione: non aspettando che il sistema di accorga di noi, ma facendo in modo che non ci possa ignorare.

dracones è un'associazione pensata per lә autorә ma che ha già aperto dei canali social che inevitabilmente saranno seguiti anche da lettorә e appassionatә di fantasy. ci sarà modo anche per loro di contribuire in qualche modo al progetto?
► Certo! Chi desidera supportarci può farlo con una donazione, oppure contribuendo come volontari*. Per esempio, a breve apriremo una call per blogger che desiderino collaborare con l’associazione.
prima parlavate di realtà estere a voi affini, come hikaya. che tipo di realtà sono e che attività svolgono?
► Stiamo cercando di coordinarci in primis con altre associazioni impegnate nella valorizzazione della produzione locale del fantastico: in Europa sono numerose e con una storia decennale. Per esempio, oltre alla francese Hikaya, che pur essendo nata come associazione si sta strutturando come casa editrice e centro di scouting, siamo state contattate anche dalla Turchia.
Una cosa che abbiamo notato è che, anche se noi italiani abbiamo accumulato un certo ritardo nella discussione internazionale sul genere, c’è molto interesse nei confronti della nostra produzione nazionale!
restiamo sintonizzati sui canali di dracones (sito, instagram, facebook, tiktok, linkedin) per seguire gli sviluppi di questo progetto! vi ringrazio tantissimo per il vostro tempo e vi faccio un mega imboccallupo per dracones e per i vostri progetti personali! ❤️ a presto!
► Grazie per questa bella intervista, a presto!

venerdì 30 maggio 2025

commenti randomici a letture randomiche (91)

la pila dei libri presi al salone mi tenta moltissimo, e mi tenta moltissimo quella dei libri che mi sono portata su da casa l'ultima volta che sono tornata. e in generale, mi tenta qualsiasi libro sia ancora negli scaffali dei libri-da-leggere. mi sento ancora frastornata da un sacco di cose e faccio fatica a scrivere, vorrei solo stare ore e ore e ore a letto abbracciata al mio pupazzo preferito a leggere.
ma, allo stesso tempo, la pila dei libri-che-ho-letto-e-di-cui-voglio-parlare cresce e mi guarda malissimo. quindi provo a raccontarvi un po' delle mie ultime letture mentre ricarico le batterie quel che basta per affrontare un po' di idee che ho per il blog...

 la mappa dell'altrove di emily wilde 
bisognerebbe essere dei veri idioti per sposare una creatura fatata. sono poche le storie in cui un'unione di questo tipo va a finire bene, mentre ce ne sono migliaia che si concludono con la pazzia o una morte atroce e prematura.
ovviamente sono anche sempre cosciente di quanto sia ridicolo che un re delle fate abbia chiesto a me di sposarlo.

qualche settimana fa è uscito il secondo libro dedicato al mondo di emily wilde, la miglior driadologa in circolazione nonostante il suo carattere scontroso e la sua scarsa capacità di attenersi alle norme sociali. e ammetto che è proprio per questo - ma non solo - che la cara emily e i suoi diari mi erano mancati.
emily wilde è un po’ la personificazione del cliché dellə scienziatə fuori dal mondo, ferratissimə nel suo campo ma in estrema difficoltà quando si tratta di gestire i rapporti interpersonali o curare il proprio aspetto quel tanto che basta a evitare sguardi indagatori e giudicanti. nonostante sia, appunto, un po’ un cliché, emily è molto più di una macchietta o di una maschera da teatro: heather fawcett è riuscita a sviluppare tanto bene la sua personaggia da renderla a tutto tondo, un mix ben dosato di goffaggine, intelligenza ed erudizione (in merito al mondo delle fate, ovvio).
 
la mappa dell’altrove di emily wilde è il libro-di-mezzo della serie e un po’ si avverte questo suo ruolo di connettore tra il primo romanzo, che ha gettato le basi per costruire questo mondo a metà strada tra il cozy fantasy e il light academia (eh, visto che brava che sono che inizio a imparare i nomi dei vari sottogeneri?), e il capitolo conclusivo (che la sottoscritta non vede l’ora di leggere).
molte situazioni, infatti, restano un po’ sospese ed è chiaro che ci stanno preparando al finale della storia, ma comunque resta un romanzo estremamente godibile, anche se forse un pelino meno del primo.
inevitabilmente in questo post ci saranno degli spoiler sul primo libro.
 
oltre alla nostra protagonista, al suo wannabe-promesso-sposo wendell bambleby, e al mio adoratissimo shadow, il grosso cagnolone nero che accompagna emily nelle sue avventure e che è, in realtà, un gramo, compaiono due personaggə nuovə: il professor rose, driadologo della vecchia guardia, con cui emily ingaggia - o viene ingaggiata in - schermaglie circa i loro metodi di ricerca (estremamente differenti), e infine ariadne, la giovane, immatura e entusiasticamente affascinata dal popolo fatato, nipote di emily.
 
ne la mappa dell’altrove di emily wilde la missione che porta avanti la trama del racconto diventa triplice: ufficialmente la nostra driadologa, che ha ormai raggiunto una certa notorietà ed è ufficialmente una professoressa a cambridge, sta compilando il suo atlante delle porte che conducono al mondo delle fate. meno ufficialmente sta indagando, insieme a bambleby, per ritrovare la porta che lo conduca al suo regno, la silva lupi, e gli permetta di riottenere il trono che gli è stato usurpato dalla sua matrigna, che è riuscita a “lanciare” su di lui una maledizione che sembra non lasciare scampo e che terrorizza emily.
per riuscirci, hanno seguito le impronte di danielle de gray, studiosa scomparsa misteriosamente da decenni, forse smarrita in un qualche regno fatato, che aveva teorizzato l'esistenza di uno snodo, cioè di una porta capace di collegare contemporaneamente il nostro mondo e diversi mondi fatati, sulle alpi austriache.
 
ai temi della ricerca e dell’indagine sui misteri, si accosta inevitabilmente quello della storia d’amore tra emily e bambleby che, grazie al cielo, heather fawcett sintetizza in poche pagine sparse qua e là, risparmiandoci i dettagli, mentre il grosso delle loro interazioni mantiene il tono più leggero del primo libro. anche il fatto che lə comprimariə di emily siano tre ripartisce in qualche modo lo sviluppo della sua personaggia: il suo lato romantico, che cresce all’intensificarsi e chiarirsi dei suoi sentimenti verso bambleby; la emily-studiosa che diventa sempre più sicura di sé e del suo metodo di ricerca attraverso il confronto con il professor rose; e infine il rapporto con ariadne che sembra essersi unita alla spedizione per permettere a emily di crescere come persona, di diventare un’adulta capace di prendersi cura dellə altrə e di imparare a gestire le relazioni interpersonali - cosa in cui non ha mai raggiunto risultati eccellenti…

la storia, quindi, procede con un ritmo serratissimo: ci sono misteri da risolvere, un re delle fate da salvare, creature magiche mai incontrate prima, porte fatate da attraversare, regni incantati e pericolosi da esplorare e una domanda fondamentale - mi vuoi sposare? - a cui rispondere. nonostante sia chiaramente percepibile la doppia tensione che lega questo romanzo da un lato al primo libro e dall'altro al capitolo conclusivo, la mappa dell'altrove di emily wilde è una lettura molto piacevole, un romanzo che fa divertire, commuovere e che spesso ci lascia con il fiato sospeso per diverse pagine.

 suoni ancestrali 
d'improvviso fu colta dall'angoscia. e se il pubblico ci rimanesse male? per renderlo storia, il mito avrebbe dovuto necessariamente essere messo a nudo. [...] altro che un onore! quella faccenda era un tranello, forse il peggior progetto della sua vita. le sarebbe toccato adattare il mito alla storia, far corrispondere i canti ai risultati degli scavi. un inferno, pensò. trovava infatti intollerabile che le fantasie distorcessero la realtà storica. i morgondi erano troppo amati.

la cosa che mi ha attirata di più verso suoni ancestrali era la strana commistione di archeologia e storia e fantastico, che poi si è svelato essere più distopico che fantasy in senso stretto.
ammetto subito che non è stato uno dei miei best of del momento ma mi è piaciuto abbastanza da farmi venire voglia di recuperare il primo romanzo di perrine tripier (le guerre preziose), soprattutto per le doti stilistiche che l'autrice ha dimostrato e che sono state, probabilmente, la cosa che mi ha stupita di più durante la lettura.

il punto del romanzo è: in che modo possiamo utilizzare la nostra capacità di scoprire il passato? a cosa serve guardarci alle spalle e imparare a conoscere chi siamo statə? le risposte si possono riassumere in due atteggiamenti contrapposti. il primo è quello più critico, quello cioè che tiene conto tanto della grandezza e dei successi dellə nostrə antenatə quanto dei loro errori, così da riconoscerli, riscattarli e sapere come evitare di commetterli di nuovo (cosa che, a guardare le cronache dell'ultimo anno e mezzo, pare solo una bella ma irrealizzabile utopia). il secondo atteggiamento è quello più facile e immediatamente soddisfacente: prendere dal passato solo quello che ci fa comodo e usarlo a nostro vantaggio, per propagandare un'idea di noi tanto magnificente quanto falsa.

in un non meglio precisato impero, un evento fortuito permette di scoprire una città antichissima, risalente forse all'epoca dei morgondi, i leggendari antenati dell'imperatore e del suo popolo. questa profusione di maschili non è frutto di una distrazione: i morgondi sono stati valorosi guerrieri, navigatori e cacciatori di balene, tutti rigorosamente maschi. è degli eroi morgondi che parlano le favole, non di eroine, di cacciatrici o navigatrici.
a sovrintendere gli scavi, però, è una donna, la storica martabea che, da un giorno all'altro, si vede accordare dal capriccioso, volubile e spesso ridicolo imperatore un favore dopo l'altro: una casa sontuosa, un autista privato, abiti lussuosi, feste esclusive. in cambio, l'imperatore non chiede altro che poter inserire qualche frase scritta di suo pugno nei bollettini che martabea deve compilare regolarmente per tenere a bada il popolo, costretto a pagare nuove tasse per finanziare i lavori. che sarà mai, in fondo?

la civiltà morgonda svela meraviglie a ogni sacco di sabbia scavato via: architetture colossali e raffinatissime, cimiteri mitici, statue di pregevolissima fattura, straordinari strumenti a fiato e un intero immaginario epico da cui l'impero tutto può attingere. è questo quello che vuole l'imperatore: una nuova mitologia che diventi il fondamento legittimo del suo potere, un legame diretto - storico e genetico - con quella popolazione così progredita e valorosa, che riversi su di lui la stessa grandezza che quelle rovine riescono a riecheggiare dal passato.

ma dove sono le donne morgonde?
rispondere a questa domanda significa aprire un armadio in cui è conservato ben più di uno scheletro. e martabea sarà posta davanti alla scelta più importante non solo della sua carriera di accademica ma del suo essere al mondo come persona oltre che come donna.

la cosa più notevole durante la lettura è stata, per me, il repentino cambio di tono. inizialmente la penna di perrin è elegantissima, aulica, quasi stucchevole. la scrittura si arriccia su sé stessa in volute barocche, inanella immagini evocative una dopo l'altra, sceglie le parole con infinita cura perché tutto sia bello. poi, nel momento in cui il proseguire dei lavori di scavo toglie la maschera alla realtà, la penna si impiglia in testimonianze così sconvolgenti e inaspettate da diventare incapace dei primi virtuosismi. la lingua diventa asciutta, veloce, schietta anche a costo di ferire. e ferisce, moltissimo.
la realtà si fa brutale e chiede una scelta: ammettere l'errore del presente e quello del passato e pagare per entrambi, o lasciare che questi continuino a essere reiterati, nascondendo sotto al tappeto la polvere e gli orrori.

il finale è stato spiazzante. e disperante.
leggete questo libro a vostro rischio e pericolo.
e poi arrabbiatevi.

 il lungo viaggio 
la galassia è regolata da leggi. la gravità, i cicli vitali di stelle e sistemi planetari, le particelle subatomiche; tutti seguono delle leggi. conosciamo le condizioni esatte che porteranno alla formazione di una nana rossa, o una cometa, o un buco nero. perché allora non possiamo ammettere che l'universo segua leggi altrettanto rigide anche per quanto riguarda la biologia? abbiamo scoperto la vita solo su pianeti e lune di dimensioni simili, che occupavano una ristretta fascia di orbite intorno a stelle adatte. se ci siamo evoluti tutti su pianeti affini, perché il fatto che abbiamo seguito cammini evolutivi simili dovrebbe sorprenderci?

la bellezza di questo libro è inversamente proporzionale a quella della copertina, che fa schifo. insomma, è meraviglioso ♥.
ho conosciuto becky chambers con un salmo per il robot/un salmo per l'universo e me ne sono innamorata follemente. i suoi libri - compreso questo - hanno un'intelligenza, una sensibilità, una poesia e uno humor rari, che sinceramente non avrei mai pensato di trovare in associazione alla parola fantascienza. so che è un bias cognitivo che dovrei abbandonare (anzi, direi che dopo aver letto becky chambers ho iniziato a farlo), ma da un romanzo sci-fi mi aspetto sempre almeno un certo livello di tensione e azione che qui, anche quando c'è, si risolve velocemente, lasciando spazio a tutto il resto.
non che il lungo viaggio non sia un romanzo d'evasione, lo è, vuole esserlo e ci riesce benissimo, ma mi ha permesso di evadere in un modo tutto suo.

la storia inizia nel momento in cui rosemary harper, una giovanissima archivista, viene assunta sulla wayfarer, una nave attrezzata per aprire wormhole nell'universo e garantire un sistema di spostamenti veloci sempre più funzionale all'interno della comunità galattica. per rosemary non si tratta semplicemente di un nuovo lavoro, la wayfarer rappresenta per lei la possibilità di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita e tutto il dolore che le ha causato.
rosemary è un'umana, nata e cresciuta su marte, pianeta che gli esseri umani hanno colonizzato dopo che la terra è diventata praticamente inabitabile, e avventurarsi nello spazio significa anche entrare a contatto con specie differenti dalla sua. la differenza non è mai semplicemente una questione d'aspetto o di fisiologia. specie differenti di sapiens si sono sviluppate nell'universo in modi estremamente lontani uno dall'altro, nonostante le condizioni fisico-chimiche dei pianeti d'origine fossero simili.
corpi differenti con funzioni, abilità e necessità differenti significano anche culture e storie differenti che comportano abitudini, modi di pensare e di agire differenti, persino universi emotivi differenti.

l'attenzione che chambers dedica a ogni personaggiə mi ha fatto venire in mente la capacità che ha avuto ursula k. le guin di raccontare le società e gli individui che hanno popolato i suoi romanzi, il modo in cui ha ricostruito dietro ciascunə di loro intere culture, con un'attenzione antropologica puntuale e un'ottica anticolonialista che non si è mai abbandonata all'etnocentrismo.
chambers ha colto pienamente la lezione di le guin, ed è per questo che il lungo viaggio è un romanzo tanto straordinario.

per questo e per tutte quelle belle qualità che animano lə personaggə e che solitamente racchiudiamo nel termine umanità ma che mai come in questo contesto diventa un termine specista. pensiamo che la gentilezza, l'altruismo, la buona volontà, il coraggio, la rettitudine morale eccetera siano cose che appartengono solo a noi, che soltanto noi siamo riusciti a codificare un sistema etico degno di questo nome, a darci delle regole e a seguirle (o meno). chambers ci dice che non è così. che altre creature diverse da noi possono creare altri sistemi etici diversi, in varia misura, dal nostro ed essere comunque delle belle persone. belle persone che riescono a stare bene insieme, nonostante le loro differenze o forse proprio in virtù di quelle differenze, perché ognuna di loro ha qualcosa da dare alle altre, ognuna di loro può mostrare le cose da un punto di vista inedito e impensabile. e spesso, cambiare prospettiva è la migliore delle soluzioni che abbiamo per affrontare i momenti difficili e superare gli ostacoli.

se dovete scegliere un solo titolo tra questi tre, scegliete il lungo viaggio (il cui titolo avrebbe dovuto essere il lungo viaggio verso un piccolo pianeta arrabbiato ma... ok, non aggiungo altro sull'editore).
in realtà, anche se funziona benissimo come stand-alone, è il primo di una serie di cinque romanzi (va bene, non è vero che non aggiungo altro sull'editore) ma in italia sono arrivati solo i primi due (la pubblicazione si è interrotta cinque anni fa e dubito fortemente che vedremo il seguito, a meno che qualche altra casa editrice non recupererà i diritti, cosa che spero fortemente).

giovedì 24 aprile 2025

the inheritance trilogy ~ la successione

la mia gente racconta storie sulla notte in cui nacqui. dicono che in pieno travaglio mia madre incrociò le gambe e lottò con tutte le sue forze per non mettermi al mondo. ovviamente nacqui lo stesso: la natura non si può fermare. eppure non mi sorprende che ci abbia provato.

the inheritance trilogy è la prima trilogia di n. k. jemisin.
lo dico perché le vogliamo bene e possiamo perdonarle le ingenuità che qui e lì si presentano in questi tre romanzi. personalmente, ho trovato più interessanti il secondo e il terzo libro (al punto che mi sono detta che se il primo fosse stato pubblicato in un'edizione diversa dal malloppone che li raccoglie tutti, probabilmente avrei abbandonato la lettura senza neppure arrivare a metà del primo).

provo ad andare con ordine (e senza fare spoiler).

le premesse del primo libro, i centomila regni, erano molto interessanti: siamo in un mondo in cui gli dei camminano letteralmente tra gli esseri umani e tutto è governato da un'unica, potentissima famiglia, quella degli arameri. la giovane yeine, discendente dellə arameri ma appartenente al popolo darre, viene convocata a cielo, il palazzo degli arameri, per partecipare alla cerimonia di successione al trono che governa i centomila regni.

quella dellə arameri non è esattamente una famigliola felice e affettuosa, anzi. la linea di sangue più pura domina sugli altri rami della famiglia e lə parenti meno nobili costituiscono la servitù del palazzo, ogni classe riconoscibile da un sigillo tatuato sulla fronte che definisce l'appartenenza a una delle linee di sangue. lə arameri non si mescolano con la gente di altri popoli, al massimo la dominano, ed è per questo che la decisione di kennith di sposare un darre l'ha portata a essere odiata, ripudiata e allontanata.
ma lə arameri non sono solo questo: dispoticə e sadicə, hanno approfittato della guerra degli dei, avvenuta all'alba dei tempi, per imprigionare le divinità cadute - nahadoth, signore dell'oscurità, e sieh, il trickster, sconfitti, insieme alla defunta signora grigia, enefa, da itempas, signore della luce - e usarle come armi. e, peggio, all'occorrenza come passatempo.

yeine si ritrova così da un lato invischiata nelle trame di corte, e dall'altro, però, deve affrontare un segreto che si porta - letteralmente - dentro dalla nascita: nel suo corpo convivono due anime e questo la lega strettamente alle vicende degli immortali.
ed ecco cos'è che non mi è piaciuto affatto: la componente romance tra lei e nahadoth. la loro relazione non solo è terribilmente tossica, ma è così infarcita di cliché che mi ha reso la lettura davvero pesante (e, secondo il mio modestissimo avviso, tutti quei dettagli non erano affatto utili né interessanti).
togliendo dalla narrazione tutto quello che non solo non è essenziale, ma che è semplicemente noioso (e a volte anche un po' imbarazzante) ovvero tutti i dettagli sulla relazione amorosa tra yeine e nahadoth, avremmo avuto un bel racconto molto più breve, ottimo per addentrarci in questo universo.
e invece.

abbiate pazienza però, perché già nel secondo le cose migliorano.

i regni spezzati si colloca una decina d'anni dopo la fine del primo romanzo e ha come protagonista oree shoth, un'artista cieca capace di vedere, però, la magia.
oree vive a ombra, la nuova città sorta tra le radici dell'albero del mondo sotto cielo (so che è poco chiaro ma non posso dirvi di più senza spoilerare tutto, scusate). lo sconvolgimento creato da yeine ha permesso il ritorno di molte deidi sulla terra e il moltiplicarsi dei culti religiosi, ma è ancora a itempas che la maggioranza dei fedeli si rivolge.

così, per oree non è affatto una cosa tanto straordinaria trovare tra la spazzatura un deide un po' malconcio e portarselo a casa. muto e poco socievole, verrà battezzato da oree shiny, per la sua capacità di brillare di magia ogni mattino al sorgere del sole.
la vita di oree continua tranquilla tra il suo lavoro di venditrice di oggetti d'arte al mercato di ombra - sempre pieno di turistə e pellegrinə diretti all'albero mondo - e la sua strana convivenza con shiny, fino al giorno in cui trova il cadavere di una deide a cui è stato rubato il cuore, e viene sospettata dell'assassinio.
da questo momento la situazione precipita sempre di più per oree, mentre intorno a lei certe importanti rivelazioni stravolgono la sua - e la nostra - conoscenza del pantheon e delle relazioni tra esseri divini e umani.

oree mi è piaciuta molto di più di yeine come protagonista, e anche la sua storia è molto più interessante e appassionante. oree non si lascia trascinare dagli eventi e, anzi, nonostante le tante difficoltà che si ritrova ad affrontare mantiene sempre una forza straordinaria. c'è un po' di componente romance anche qui ma non l'ho trovata fastidiosa come nel primo romanzo - e non è nemmeno il tema principale della storia. ho anche apprezzato tanto il modo in cui è stata rappresentata la sua cecità e ancora di più come questa, di per sé, non sia motivo di discriminazione a ombra (non ci vivrei ma almeno non è una realtà abilista).
la vicenda di oree dà maggiore struttura al mondo costruito da jemisin, ci spiega meglio quali sono le leggi che regolano la vita degli immortali, le gerarchie interne e su cosa si basano le differenziazioni tra di loro, chiarendo tutto quello che nel primo libro veniva solo accennato.

del terzo romanzo, il regno degli dei, la quarta di copertina vi dice che la protagonista è shahar arameri.
però non è vero.
il protagonista è sieh, la deide - figlio cioè di due dei tre, in questo caso di enefa e nahadoth - che avevamo già incontrato accanto a yeine e che appare anche nella storia di oree.
sieh è il mio personaggio preferito di tutta la trilogia. incarna quello che nelle diverse mitologie è il trickster, l'imbroglione, e il dio dell'infanzia. ambiguo per natura, sieh vive in quello spazio liminale tra infanzia ed età adulta dove la morale non è quella dellə mortali ma neppure quella dellə deə: le leggi che guidano le sue azioni appartengono solo a lui e ai suoi impulsi del momento.
scaltro, amorale e privo di pietà come ogni bambinə che non ha ancora imparato a vivere secondo le regole del suo mondo, sieh ha già dimostrato però di essere capace di amore e lealtà (se, quando e verso chi vuole), tanto quanto di odio: quello che a sieh sembra impossibile riuscire a fare è lasciare che i suoi sentimenti cambino al cambiare delle situazioni. come per tutte le divinità, la sua natura è immutabile.

la storia inizia, ancora una volta, a cielo, nel palazzo arameri. sono passate generazioni dai tempi di yeine e anche se sieh non è più legato alla famiglia arameri, sembra incapace di allontanarsi definitivamente da cielo. qui incontra per la prima volta shahar e dekarta arameri, due gemellə figlə della reggente della famiglia, cresciutə con la stessa arroganza che ha caratterizzato da tempo immemore la loro stirpe, ma ancora bambinə. e come tuttə lə bambinə, desiderosə di fare amicizia e giocare con lə coetaneə come sieh.
provato il loro valore agli occhi della deide, shahar e dekarta riusciranno a convincerlo a stringere un patto di sangue con loro: saranno amicə per sempre. ma nel momento in cui i loro palmi incisi e sanguinanti si toccano, tutto viene travolto da un'inspiegabile esplosione.
lə bambinə sopravvivono, ma sieh si risveglia otto anni dopo, prigioniero di un corpo umano, debole e quasi incapace di esercitare la magia, che invecchia troppo velocemente.

mentre cerca di recuperare la sua natura divina e di tenere a bada il suo nuovo corpo da adulto, sieh dovrà da un lato gestire la complicata relazione con shahar e dekarta - a cui si trova legato da sentimenti che vanno oltre l'amicizia giuratasi da bambinə - e dall'altro muoversi un mondo che vuole scrollarsi di dosso il dominio arameri.

non so decidere quale tra il secondo e il terzo sia il mio preferito della trilogia, mi sono piaciuti tantissimo entrambi: le storie di oree e di sieh sono imprevedibili, il ritmo della narrazione è sempre alto e non lascia spazio a momenti di noia e le loro vicende aprono a riflessioni interessanti: ragionare sulla natura delle divinità significa ragionare su quella delle creature mortali perché è impossibile provare a capire le prime senza metterle a confronto con le seconde.

the inheritance trilogy è un fantasy che, nonostante sia incentrato su tematiche come l'amore, le relazioni familiari e la politica, potrei definire filosofico: cosa sarebbe di tutta la nostra cultura se davvero potessimo camminare sulla terra insieme allə deə? cosa sarebbero i nostri miti se non la nostra storia e cosa sarebbe la storia umana se non un breve capitolo nell'immenso libro di quella divina? e cosa ci differenzierebbe dallə immortalə se non la brevità della nostra esistenza e la capacità, quindi, di mutare nel corso della nostra vita, di trasformarci nel corso del tempo in infinite versioni di noi stessə?

sicuramente non è un capolavoro imperdibile, soprattutto per colpa del primo libro che sembra davvero uno scoglio insormontabile, ma è un'ottima lettura per chi apprezza il genere. il wordbuilding è interessante e ben strutturato, e si svela poco alla volta senza spiegoni noiosi, andando avanti con le storie - i tre romanzi principali e i racconti conclusivi - e dellə personaggə, divinə e non, ben caratterizzatə.