lunedì 18 febbraio 2019

settepassi

ti chiamano killer singer perché si dice che la tua voce sia così potente da poter uccidere una persona. cosa c'è di vero?

di giorno operaio in un magazzino di un complesso petrolchimico, di notte front man di una pittoresca rock band, gli strigoi, victor nero / vittorio nerelli ha trent'anni e un tumore che lo ucciderà entro un anno. la sua ragazza l'ha lasciato, incapace di dividere con lui il peso di questo dolore, ma la malattia gli ha concesso il dono di una voce magica, letteralmente: con la sua voce, victor può manipolare, comandare chi lo ascolta.
potrebbe dominare il mondo se solo lo volesse, invece decide di concentrare tutte le sue energie nel tentativo di conquistare la donna di cui si è innamorato.

la morte misteriosa del caporeparto che si è scontrato con victor lo rende improvvisamente oggetto delle attenzioni dei fan della band, che continuano a moltiplicarsi portandoli velocemente al successo e al centro dell'attenzione della rete.

la vicenda altalena tra il crescente successo della band e lo sprofondare di victor nella consapevolezza del suo male e nel suo complicato rapporto con due donne, la vlogger appassionata di musica di cui si è innamorato e la misteriosa istrice, che spesso si sovrappongono - letteralmente - rendendo di fatto esplicito, e di difficile interpretazione, il rapporto che le lega a vicenda e che coinvolge victor.
dallo sfondo emergono spesso le figure degli altri membri della band, a volte come semplici siparietti comici che poco aggiungono alla trama vera e propria, altre come personaggi delle visioni goth/fantasy/rock che le parole di victor evocano.

settepassi è sopratutto, prima di essere un fumetto incentrato sulla musica rock - che pure rimane come colonna sonora, con tanto di playlist a inizio di ogni capitolo - la storia di un amore travagliato e del dramma di una vita al suo limite estremo, a cui forse le divagazioni quasi oniriche che illustrano i testi delle canzoni degli strigoi rubano ingiustamente lo spazio necessario a esprimersi completamente in tutta la sua tragica essenza.
insomma, per quanto siano d'effetto le splashpage con le scene dei concerti e le pagine di ambientazione magico-medievale-gotico con annessi draghi e spadoni, avrei preferito qualche tavola in più dedicata alla vicenda personale di victor, ma ok.


molto acerbi i disegni, anche se già molto ben caratterizzati e con uno stile molto personale ed espressivo. c'è da lavorare un pochino con le anatomie ma ci sono grandi potenzialità. funzionale l'uso della tricromia bianco-nero-viola per rendere al meglio l'atmosfera tra gotico e malinconico.

mercoledì 13 febbraio 2019

diario di rondine

tutto è cominciato otto mesi fa. ero reduce da una delusione d'amore così idiota che è meglio non parlarne. alla mia sofferenza si aggiungeva la vergogna della sofferenza. per impedirmi un simile dolore, mi strappai il cuore. un'operazione semplice, ma poco efficace. il dolore che mi aveva assediato dilagava ovunque, sotto la pelle e sopra, negli occhi, nelle orecchie. i miei sensi mi erano nemici e non la smettevano di ricordarmi quella stupida storia.
decisi allora di uccidere le mie sensazioni. mi bastò individuare l'interruttore interno e spostarlo verso l'universo del né-caldo-né-freddo. fu un suicidio sensoriale, l'inizio di una nuova esistenza.
da allora non soffrii più. non sentii più niente. la cappa di piombo che mi mozzava il respiro scomparve. e anche il resto. abitavo in una specie di vuoto.

io amo follemente amélie nothomb.
lei inizia a raccontare e tu ti perdi, ipnotizzato dalle sue parole, e a poco vale che a volte le storie che racconta sembrano assurde e impossibili, niente può convincerti a posare il libro e andare a fare qualche altra cosa, devi arrivare fino alla fine e anche allora, per giorni e settimane, quel racconto ti rimane in qualche angolo della testa, a rigirare e sbattere contro le pareti del cervello, a ricordarti di quanto è assurdo, sì, probabilmente crudele, ma assolutamente bellissimo.
ecco, lo so che è banale scrivere di una storia che è bellissima. cioè, non vuol dire molto, ma non so trovare un altro termine per libri come diario di rondine: è assurda, a tratti grottesca, indicibilmente violenta, persino perversa e non nascondo che fa anche stare abbastanza male. ma la nothomb scrive in modo che tutto questo diventi bello, bellissimo.
e niente, dobbiamo arrenderci alle sue capacità, rassegnarci all'idea di amare la storia di un assassino per noia.

diario di rondine è esattamente questo, il racconto di come un uomo, dopo una delusione amorosa di cui non sapremo mai nulla, spegne letteralmente le sue sensazioni, si trasforma in un essere incapace di emozionarsi. all'inizio la cosa funziona, certo, ma dopo un po' la noia prende il sopravvento sul sollievo di non dover più soffrire. incapace di rimettere le cose a posto, inizia a cercare ogni modo possibile per riuscire a uscire da questo torpore sensoriale, emotivo e sessuale.
l'epifania arriva per caso:
fu un album dei radiohead a far scattare qualcosa. si intitolava amnesiac. [...] lo ascoltai e non provai nulla. era l'effetto che ormai aveva su di me ogni genere di musica. stavo quasi per alzare le spalle all'idea di essermi procurato altri sessanta minuti di niente quando comincio la terza canzone [...] in teoria non c'era nulla di commovente, ma mi stupii quando mi accorsi di avere una lacrima all'angolo dell'occhio. [...] prigioniero appena liberato, mi abbandonai al godimento. [...] non si è mai così felici come quando si è scoperto il modo di perdersi.
le emozioni tornano dunque solo al contatto con qualcosa mai sperimentato prima: suoni mai conosciuti, nuovi odori, sensazioni nuove. e i radiohead, ovvio. la musica della rock band inglese lo ossessiona continuamente, lo accompagna ovunque, indossa le cuffie anche quando svolge il suo lavoro di pony express. e quando, inevitabilmente, si ritrova a fare un incidente e farsi licenziare.

senza soldi, incapace di sentire qualsiasi cosa, senza alcun tipo di affetto o di talento. anzi no, un talento ce l'ha: ha un'ottima mira. manca solo l'ultimo elemento per trasformarsi in un killer perfetto, e questo arriva sotto forma di un russo di nome yuri, conosciuto per caso in una sala biliardo.
pochi discorsi, un contratto, una pistola e il primo incarico.


a questo punto la trasformazione è completa: un uomo freddo, incapace di provare qualsiasi emozione, incapace di empatia, di pietà, di amore scopre che uccidere gli risveglia piaceri dimenticati, come se una porta di spalancasse su una nuova dimensione dell'erotismo. e viene anche pagato per farlo.
è uno dei migliori, un killer che non si tira mai indietro, chiunque si tratti di uccidere, non fa domande, agisce senza lasciare traccia, fa fuori chiunque deve.
ma ovviamente non esiste meccanismo che non si inceppi a un certo punto. e quando si ritrova a dover uccidere un ministro e la sua famiglia, succede qualcosa di così inaspettato da compromettere ogni cosa.

diario di rondine è un memoir, un thriller, una storia di trasformazione, di follia, d'amore e di morte, confezionato con l'eleganza decadente e crudele a cui la nothomb ci ha abituati, una lettura veloce e intensa, che corre precipitosamente verso il finale, tremendo e crudele, che chiarisce l'intera struttura del romanzo.
come ogni volta, la nothomb si rivela imperdibile.


vi ricordo che voland sarà l'editore che ci terrà compagnia per tutto il mese di febbraio al nostro indie bbb cafè. seguiteci sulla pagina del book bloggers blabbering per rimanere aggiornati sui nostri progetti, le recensioni e le interviste!

lunedì 11 febbraio 2019

lo sfigatto

negli ultimi tempi le case editrici italiane si sono rese improvvisamente conto che i manga non sono solo e necessariamente la roba ipercommerciale da portare a chili in edicola. insomma, anche i giapponesi possono fare graphic novel e la cosa sembra piacere parecchio perché per la prima volta questo tipo di pubblicazioni pare riesca a mettere d'accordo i mangofili estremisti che fagocitano chili di storie più o meno tutte uguali da vent'anni (nessuna offesa, eh, lo faccio anche io) e gli adepti delle edizioni cartonate che leggono solo le robe fighe che escono in libreria ad almeno quindici euro a volume (anche qui, ci sono anche io. cioè, io sono un'onnivora senza speranza, probabilmente la peggiore categoria di lettore).


dopo coconino, dynit (che quando ci regalerà un catalogo, un minisito, anche solo una pagina facebook, più o meno ordinato delle sue pubblicazioni - quelle di showcase almeno - facciamo festa), l'annuncio di bao publishing (che inizia a maggio a pubblicare i suoi primi manga) e in qualche modo planet manga (più o meno, se vogliamo inserire in questo filone le ristampe a prezzi esorbitanti dei manga di taniguchi e di qualche altro titolo), anche star comics si inserisce nel mercato dei manga-più-fighi con la nuova collana wasabi, che conterrà titoli un po' meno commerciali di quelli a cui siamo stati abituati.
ammetto che dei primi annunci, solo due titoli mi hanno incuriosita, lo sfigatto e note dell'appartamento 107 che uscirà nei prossimi mesi. e che mi auguro sia un po' più... più de lo sfigatto.

mi duole parecchio dirlo perché solitamente sono sempre felicissima quando viene inaugurata una nuova collana, sopratutto se si occupa di titoli un po' più di nicchia, ma probabilmente iniziare con questo fumetto non è stato proprio il massimo.


lo sfigatto è una raccolta di strisce umoristiche, le tipiche yonkoma (cioè "quattro vignette"), sulla vita di tutti i giorni di un gatto ciccione, un po' pigro e - va da sé - un po' sfigato.
allo sfigatto non succede nulla di incredibilmente disastroso, ma la sfiga lo accompagna in ogni momento delle sue giornate, parecchio ripetitive tra l'altro, per lo più gli capitano una serie di piccoli disastri col cibo: ripieni e condimenti che scivolano giù dalle pietanze, lattine di cui si rompono le linguette d'apertura, gelati che si sciolgono troppo velocemente, sapori troppo amari eccetera.
praticamente, quello che, almeno una volta nella vita (ma se è solo una volta sappiate che siete benedetti dagli dei) è capitato a ciascuno di noi.

la possibilità di identificarsi con lo sfigatto è probabilmente il maggior punto di forza del fumetto, ma le debolezze sono tante. o magari io non ho lo stesso senso dell'umorismo dei giapponesi.
il tema del cibo e di tutti i piccoli guai che ne derivano è quasi ossessivo, praticamente quasi tutte le storie sono incentrate quasi su questo e, necessariamente, le strisce hanno quasi sempre la stessa dinamica. e, siccome lo scherzo è bello quando dura poco, dopo qualche pagina la cosa comincia a essere già meno divertente e sa troppo di già visto.

quanto all'adorabilità di questo micio - che a quanto pare in asia ha conquistato parecchi cuori - personalmente non mi ha convinta più di tanto: i disegni non sono certo il massimo del kawaii, le espressioni sono più o meno sempre le stesse e si contano sulle dita di una mano, e in fondo - ad eccezione di qualche rarissimo momento - il fatto che il personaggio abbia le sembianze di un gatto non è poi così rilevante, potrebbe anche essere un impiegato di mezza età, grasso e stempiato, e l'effetto sarebbe uguale, visto che di rado l'autore lo fa comportare davvero come un gatto.

insomma, sicuramente, leggendo una o due strisce a settimana come inserto in una rivista o trovandosele nella bacheca di facebook o di twitter, l'effetto migliora, ma un'intera raccolta, nonostante sia velocissima da leggere, risulta quasi pesante.


credo inoltre che, essendo abituati a un altro tipo di vignette umoristiche - peanuts, mafalda, calvin e hobbes, mutts eccetera, insomma un altro pianeta - abbiamo, da occidentali, un'idea diversa del concetto stesso di "vignette umoristiche", completamente diverso da quello giapponese (che evidentemente per loro funziona, l'avrete notato che spesso questo tipo di strisce sono presenti anche in appendice ai volumetti di varie serie, con i personaggi principali ripresi in situazioni più o meno comiche).

insomma, l'idea di star comics è stata ottima, l'inizio era sicuramente migliorabile.
aspetto con enorme curiosità note dell'appartamento 107 e i prossimi annunci, sperando che si riesca a osare di più e uscire dalla confort-zone dei gattini pucciosi.

mercoledì 6 febbraio 2019

a land called tarot


punto primo: da quando ho letto ¡infierno! ho sviluppato un debole per i silent book (anche se non sempre sono riusciti come ¡infierno!, ma non è che tito faraci può sceneggiare tutto. ma la smetto di divagare che farlo proprio all'inizio pare brutto)
punto secondo: ho un debole - ma questo non so a cosa imputarlo - per gli animali strani da ambientazione fantasy. anzi, credo che gli animali strani e le architetture strane siano la sola cosa che mi piaccia davvero dei fantasy.

questi sono i due veri motivi che mi hanno fatto impazzire dalla voglia di leggere (beh... si fa per dire) a land called tarot fin dal momento in cui è stato annunciato. era da mesi che stavo in fissa con l'idea di poter (non)leggere questo libro e ok, è un silent book ed è pieno zeppo di creature strane. ed è già bellissimo così.

ma, diciamolo subito perché è davvero la cosa più importante di tutte, la vera bellezza di questo libro è l'immensa varietà di ambientazioni in cui l'azione si svolge, un mondo che pare essere un catalogo di tutti i luoghi perfetti in cui ambientare non una semplice storia ma un'intera saga.
il tutto disegnato con uno stile cartoonoso ma tremendamente attento ai dettagli, visivamente impressionante e affascinante.

in a land called tarot non c'è una vera e propria trama: seguiamo un eroe - il cavaliere di spade - impegnato in una serie di missioni in un mondo che mischia senza troppe remore ambientazioni post apocalittiche, natura incontaminata, deserti, giardini rigogliosi e città decadenti, tecnologia futuristica, architetture da favola trecentesca, esoterismo e magia.

in una sola tavola gael bertrand descrive quello che in un romanzo fantasy ci vorrebbero venti pagine per spiegare, e ogni tavola è quasi l'idea di partenza per un romanzo a se stante.


prendiamo ad esempio questa scena: vecchie navi arenate in mezzo al deserto - cosa diamine è successo al mare? - relitti di astronavi, un accampamento dal sapore orientale attorno cui banchettano creature antropomorfe e altre più propriamente umane, soldati forse. e poi un fortissimo contrasto cronologico tra l'aspetto rudimentale di una capanna e di un rozzo braciere da campo e un'astronave rottame: siamo forse in un mondo in cui il progresso ha distrutto l'equilibrio naturale al punto da portare a un'involuzione, o meglio, a nuove evoluzioni, sia in senso biologico che sociale e culturale?


e qui invece? il mare c'è, certo, e questo ci dice molto sulla grandezza di questo pianeta e sulla varietà dei suoi paesaggi, ma anche in questa scena è evidente che qualcuno si è divertito un sacco a giocare a innestare creature e costumi e tempi diversi per creare un mondo ibrido ma al contempo perfettamente coerente con se stesso.

a una prima non-lettura a land called tarot risulta quasi fastidioso semplicemente perché non c'è nulla di quello che ci si potrebbe aspettare, non è facile seguire e comprendere immediatamente tutte le vicende, procedere di pari passo insieme al protagonista attraverso lo spazio e il tempo.
insomma, ci si ritrova presto confusi e spaesati in un mondo in cui nessuna delle regole che conosciamo è davvero certa. probabilmente conoscere i tarocchi potrebbe aiutare a decifrare alcune simbologie, ma non è assolutamente il mio caso, è troppo complesso per me e non ci ho voluto nemmeno provare, perché credo che il trucco per apprezzare davvero il lavoro di bertrand in realtà sia un altro.
infatti abbandonate le aspettative e la voglia di afferrare subito il significato di ogni cosa, questo libro mostra finalmente il suo lato migliore: perdendoci in un paesaggio per molti versi incomprensibile, ritroviamo quella che probabilmente è la vera essenza del fantasy stesso, la scoperta del meraviglioso, del mostruoso - nel senso più stretto del termine - del misterioso e dell'inconoscibile.
il viaggio dell'eroe, le sue imprese, i suoi incontri diventano così la scusa per sfogliare un atlante di luoghi immaginari, visioni di realtà create per gioco in un collage che mischia tempi e luoghi e razze.

paradossalmente, quello che sembra un libro veloce diventa così una lettura lenta e attenta, anzi, necessita più riletture e probabilmente non arriva mai a svelare davvero del tutto ogni aspetto della narrazione. eppure è proprio questo suo essere così incerto che da al lettore la possibilità di inventare nella sua testa i suoni, i dialoghi, gli eventuali epiloghi, gli eventi che hanno portato a quel preciso momento. questo libro è terreno fertile per l'immaginazione di chiunque, un calderone di idee che possono generare altre decine di libri, racconti, film, videogiochi, fumetti eccetera.

se state cercando il classico fantasy in cui un eroe affronta il suo destino, supera le prove e giunge al risultato finale più maturo e coraggioso e saggio di prima, allora cercate altro.
ma se volete viaggiare in un universo immaginifico e fantastico senza assillarvi di domande ma semplicemente abbandonandovi allo stupore, bene, avete trovato il libro che fa per voi.

lunedì 4 febbraio 2019

jane

jane austen è considerata una delle più grandi scrittrici al mondo, il suo successo è planetario, la sua fama universale, la sua ispirazione sempre viva. oggi. eppure jane, vissuta in inghilterra a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo e morta a soli quarantuno anni, non ha goduto di fama in vita.

jane austen non è la prima e di certo non sarà l'ultima di quelle grandi personalità che devono aspettare che passi abbastanza tempo dal loro funerale prima che il loro valore venga riconosciuto.
artisti che oggi sono nomi fondamentali per la nostra cultura e che non hanno fatto in tempo a scoprirlo ce ne sono in quantità imbarazzante, e a volte c'è da impazzire all'idea che quelle che sono delle vere e proprie icone per noi, sono state tanto sottovalutate, se non disprezzate, dai loro contemporanei.

la collana per aspera ad astra di hop! edizioni, che raccoglie le biografie di donne straordinarie, scritte da lorenza tonani (qui l'intervista a lorenza) e illustrate da artiste contemporanee, non poteva non dedicare un volume proprio a jane, una delle scrittrici più amate e conosciute di sempre. oggi, appunto, perché in realtà la vita della austen non fu affatto una collezione di glorie e successi, nonostante, come lorenza analizza nel volume, sia stata a tutti gli effetti una silenziosa ma potentissima rivoluzionaria.

settima di otto figli, nata e vissuta in una famiglia borghese, jane ha vissuto una vita modesta e tranquilla, circondata dagli affetti della sua numerosa famiglia (la chiamiamo ancora zia jane proprio per via dei suoi numerosissimi nipoti), non si è mai sposata, ma, da attenta osservatrice quale è della società in cui vive, conosce benissimo l'importanza - praticamente assoluta - che il matrimonio ha per le donne, e la diverte osservare i meccanismi complicati ed evidentissimi che regolano questo gioco fatto più di soldi e interesse che di sentimenti.


la vera rivoluzione di jane non è certo rifiutare un matrimonio: non fa mai nulla di troppo eclatante nella sua vita, non c'è rabbia né sensazionalismo nelle sue scelte, anzi: è una ragazza tranquilla le cui uniche passioni sono i libri, la scrittura, i balli e le passeggiate, probabilmente agli occhi di molti non è che una ragazza come tante, forse solo incapace di scegliersi un buon partito per marito.
è nei suoi racconti, e attraverso le sue protagoniste, che la austen compie qualcosa di assolutamente fuori dalla norma: in una società in cui il matrimonio è un destino imposto, la fine di un gioco fatto di calcoli sui patrimoni, i titoli, le reputazioni delle famiglie, in cui le donne hanno davvero poca possibilità di scelta e possono al massimo augurarsi che non vada a finire troppo male, jane fa scegliere alle sue protagoniste di agire solo sulla base dei loro sentimenti, pensando, più che al benessere economico, alla possibilità di essere felici e padrone - entro dei limiti piuttosto stretti - del proprio destino.
le eroine dei suoi volumi, grazie al buon senso e all'intelligenza, vivono una sorta di educazione sentimentale che permette loro di rimodulare la propria interiorità, divenire donne di "ragione e sentimento", che aggirano le convenzioni sociali e mirano a un buon matrimonio che non sia però privo di amore. la conoscenza e l'esperienza si sostituiscono all'obbligo di aderire a una scelta familiare, a una sorte già decisa.
e le eroine di jane infatti non agiscono mai da sole: nei suoi romanzi la austen mostra dei piccoli universi familiari, microcosmi in cui si riflette il funzionamento dell'intera borghesia inglese: ragnatele di pettegolezzi, occhiate, incontri più o meno fortuiti, feste, balli, passeggiate, visite ai vicini, sempre in compagnia di sorelle, madri, zie, amiche e vicine di casa, tutte - sono sopratutto le donne ad agire in questi casi - intente a favorire questo o quel fidanzamento, a suggerire un buon partito, a sperare in una proposta di matrimonio.
jane sa dipingere, pagina dopo pagina, storia dopo storia, un ritratto ironico ma mai cattivo di una società che vortica costantemente attorno a un unico problema: assicurare alle proprie figlie, attraverso un'unione conveniente, il benessere economico e la rispettabilità sociale, senza mai tenere in conto i sentimenti dei due diretti interessati.


proprio l'analisi delle opere di jane, del suo stile, delle sue tematiche preferite è la parte più affascinante di questa biografia illustrata. lorenza tonani intreccia i fatti della scrittrice con quelli legati alla scrittura, ma in effetti non sarebbe possibile discernere l'una dall'altra: il mondo di jane si riflette delle sue opere tanto quanto queste si nutrono della realtà.
i capitoli si focalizzano tanto sugli eventi strettamente biografici più importanti quanto sul carattere, sulle passioni e sulle opere di jane.

le illustrazioni sono di anna - ninamasina - masini, designer, illustratrice e fondatrice di red boots, etichetta di libri illustrati autoprodotti.
in ogni pagina, con uno stile delicato e ricco di dettagli, racconta la vita di jane, i suoi luoghi, l'atmosfera dell'inghilterra bene di fine '700, le protagoniste dei romanzi e sopratutto lo spirito ironico e intelligente di un'autrice che ancora oggi continua ad appassionarci e emozionarci.

mercoledì 23 gennaio 2019

commenti randomici a letture randomiche (62)


fin da quando ero piccola adoro le storie strane e fantastiche, quelle che raccontano di piccoli demoni o volpi magiche. ero convinta che nell'immensa natura ogni pianta, ogni albero avesse una sua vita e provasse dei sentimenti, proprio come noi.
sotto il mio pennello questi piccoli demoni prendono vita.
ed è la felicità.
carnet selvaggio è un libro bellissimo, una raccolta di dipinti, schizzi, disegni e illustrazioni dell'artista cinese zao dao (di cui mi aspetta anche vagabondaggi, edito qualche mese fa da bao publighing e di cui ora non vedo l'ora di recuperare anche il soffio del vento tra i pini, anche questo di oblomov).

è un volume di grande formato, curatissimo, che si apre su un mondo mitico immerso nella natura e nella leggenda, fatto di mostri, guerrieri, animaletti buffi, ragazze bellissime, e poi ritratti e paesaggi, scenette a volte buffe a volte di grande intensità.

per zao dao dare vita a queste creature è la felicità ma lo è anche per noi curiosare tra i ritratti immaginari che disegna durante i suoi viaggi o sbirciare nel folto di una natura selvaggia e misteriosa in cui si affollano strani esseri venuti da chissà quale antica favola dell'altra parte del mondo.

il fumetto cinese, che per un bel po' di tempo era stato quasi completamente ignorato dagli editori italiani, mi sta sorprendendo tantissimo, spero tanto che l'editoria italiana continui in questa direzione (a proposito di fumetto cinese, qui su claccalegge avevo chiacchierato anche di reverie, i racconti dei vicoletti e night bus)


ross ho smesso di leggerlo online sul sito di mammaiuto quando ho letto la notizia che sarebbe arrivato in cartaceo. e questo lo faccio solo quando una storia mi piace così tanto che voglio a tutti i costi poterla tenere in mano, leggerla per bene senza uno schermo retroilluminato a devastarmi la retina.
ho iniziato a fangirlare la nuke fin da quando ho visto un suo primo disegno (se non avete i diari della nuke siete delle brutte persone), e con ross ha completamente conquistato il mio cuore.

qui c'è tutto quello (o quasi) che mi piace in una storia: lo straordinario di ogni vita reale e ordinaria, forse pure noiosa.
non è poi così necessario che si raccontino avventure incredibili in mondi fantastici, lotte furiose tra bestie spaventose e impavidi eroi, che si scomodino principesse o pirati o elfi o qualsiasi altra cosa possa venirvi in mente quando, a guardarla bene, la vita di un'adolescente degli anni '80 può essere così incredibilmente folle e incasinata, densa di eventi dietro la sua parvenza di normalità.
e poi beh, sì, bisogna saperle raccontare bene queste cose, altrimenti ci si addormenta dalla noia, ma claudia razzoli è stata bravissima, quindi niente panico.

in realtà, prima di conoscere la ross del titolo ci vorrà un po', nove mesi per l'esattezza.
la vera protagonista della storia è in realtà lucia, una diciassettenne i cui più grandi problemi fino a ora sono stati quelli di qualsiasi brava ragazza della sua età: prendere dei buoni voti a scuola, cercare di andare d'accordo con i suoi fratelli, tenere nascosta ai suoi la storia con renato.
solo che adesso...

la vita di lucia cambia in un attimo e cambia completamente. inizialmente è il panico, come è ovvio che sia, poi tocca affrontare la realtà, cominciando dalle famiglie: la sua accoglie la notizia in fondo abbastanza bene, senza rimproveri ma mettendola davanti alla realtà delle cose.
lo so... ma come si fa... ormai c'è... esiste.
non si può diventare mamma e continuare la vita di adolescente al contempo, bisogna rinunciare a tanto per riuscire a crescere qualcuno.
nonostante la sua esistenza cambi completamente - tocca rinunciare alla scuola, alle amiche, a tutto quello che riempie la via di una diciassettenne perché ora c'è un'altra vita a cui pensare - lucia ha tutto l'appoggio di una famiglia in fondo molto aperta per l'epoca, che la sostiene e la appoggia.

la famiglia di renato invece non la prende così bene.
famiglia che si riassume in una madre asfissiante e despota e un padre inesistente, famiglia con cui lucia dovrà andare a scornarsi subito dopo la nascita della piccola rossellina, rimpiangendo tutto quello che ha perso - che è molto più di quanto avrebbe mai immaginato.

e se a un certo punto tutto sembra destinato ad andare in malora nel peggiore dei modi, lucia saprà dare un'altra, epocale, svolta alla sua vita.
giusto per ricordarci che anche se brave ragazze, brave mamme, brave spose, brave figlie e persino brave nuore, le donne forti sanno sempre quando prendere in mano le redini della loro vita e guidarla nella giusta direzione.


un po' di insoddisfazione invece me l'ha lasciata il re bianco di davide toffolo.
volevo leggerlo da molto tempo e ho approfittato - ormai mesi fa - della ristampa di bao.
il libro ha dei momenti bellissimi e degli altri che ho trovato quasi insopportabili, troppo autoreferenziali, come se l'autore  fosse stato incapace di decidere quale storia narrare.

in effetti il tema principale, la storia di copito de nieve, si intreccia con quella di toffolo, con la decisione stessa di raccontare la vicenda di questo incredibile animale, vissuto per quasi tutta la sua vita in uno zoo, icona suo malgrado di un sentire tutto umano, che non gli appartiene, simbolo di un'unicità e una solitudine a cui probabilmente il grosso gorilla non avrebbe mai pensato nel suo habitat originario.

il viaggio verso lisbona alla notizia della malattia dell'animale infarcito di dialoghi un po' stantii sul quanto siano fuori dal mondo i lettori e autori di fumetti (cosa diamine c'entra adesso?), l'incontro con una ragazza con cui finire a letto subito dopo (era davvero necessaria la sua presenza per raccontare questa storia?), il continuo parallelismo tra sé e il gorilla, come se a nessun altro fosse concesso il diritto di rispecchiarsi in un essere la cui vita è stata resa così triste per il solo beneficio degli spettatori di uno zoo, la presenza costante dell'autore-personaggio che quasi toglie spazio al vero protagonista della vicenda mi hanno un po' stancata.

il racconto della vita del gorilla albino invece, dalla sua nascita (la pagina in cui è disegnato minuscolo in braccio alla madre è da strappare via e appendere in camera) al rapimento fino alla crudele e inutile prigionia cui è costretto, sono molto belli, anche se disturbati dalla presenza di dialoghi inutili - da ulcera quello della bambina e sua madre davanti al gorilla malato.

insomma, speravo in una storia che rivendicasse il torto subito da un animale così incredibile a causa di una caratteristica toccatagli in sorte per uno scherzo del destino, invece al povero copito de nieve, dopo aver per quasi tutta la vita sopportato gli sguardi vuoti e insensibili di chi ama lo spettacolo della sofferenza, è toccato farsi metafora dell'artista che si immagina unico e speciale in mezzo a tanti ometti tutti uguali.

il tono si salva alla fine con un estratto da un racconto di palomar, di italo calvino, dedicato proprio al gorilla bianco:
[...] un lento sguardo carico di desolazione e pazienza e noia, uno sguardo che esprime tutta la rassegnazione di essere l'unico esemplare al mondo d'una forma non scelta, non amata, tutta la fatica di portarsi addosso la propria singolarità, tutta la pena d'occupare lo spazio e il tempo con la propria presenza ingombrante e vistosa.
se ci fossero state solo queste poche righe ad accompagnare i disegni di toffolo (che, bisogna ammetterlo, sono bellissimi) allora il re bianco sarebbe stato uno dei miei libri preferiti di sempre.

lunedì 21 gennaio 2019

inerzia

principio d’inerzia: «ogni corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto uniforme e rettilineo a meno che non sia costretto a mutare quello stato da forze impresse»

le forze impresse, nel caso di melissa - la protagonista di inerzia, il nuovo lavoro di adam tempesta che aspettavamo da circa un paio di anni dopo itero perpetuo, pubblicato sempre da eris edizioni - sono tre tizi decisamente brutti, incazzati e decisi a farla a pezzettini.
ci ritroviamo a correre con lei in mezzo a un bosco senza sapere bene cosa diamine abbia combinato per farli arrabbiare così tanto, ma lo stupore di trovare un albergo in mezzo al nulla non è soltanto nostro, anche lei non riesce assolutamente a capire cosa diamine ci faccia un hotel lì, ma quando stai scappando per non rimetterci le penne, ogni posto dove nascondersi va bene.

appunto...

l'hotel, che già non si capisce che cavolo ci faccia qui, visto da dentro è ancora più insensato.
fanculo la fisica, la logica, qualsiasi traccia di ragionevolezza che ci era rimasta: il tizio abulico e con la faccia da verme - nel senso di giallastro e tubolare - alla reception è la roba più normale dentro una stanza in cui nemmeno la luce sembra ricordarsi di come funzionano le cose fuori da lì.
melissa può avere una stanza, non c'è alcun problema, non c'è neppure bisogno di pagare, ma deve scegliere un guardiano per poter arrivare percorrere i corridoi dell'hotel, e la scelta cade su bianchetto, creatura di dubbia identificazione anagrafica ma capace di mutare forma e sopratutto di orientarsi in questa sorta di iperlabirinto che è realmente l'hotel.

perché qui il problema non è tanto se ti ritroverai una megablatta a sorpresa dentro la cabina doccia, ma che ogni porta si apre su un mondo diverso, mondi dove valgono regole diverse dalle nostre, popolati da creature - volendo usare un grooosso eufemismo - strane (tipo l'uomo-gesù, che è come gesù, senza faccia ma con una tuta gialla da bruce lee e una katana con la lama rossa stile sith ma con meno lucine ed effetti sonori intento ad affettare polli allo spiedo giganti e con il becco da formichiere), mondi che portano melissa avanti e indietro nella sua linea temporale, tra passato - in cui la troviamo bambina e con un caratterino niente male - e futuro, in cui è diventata un'agente di pace cazzutissima e molto amata. inutile provare a capirci qualcosa in più perché adam tempesta non è il tipo che si mette a fare spiegoni e probabilmente ci piace un sacco anche per questo.

(questa tavola finisce nella mia cartella di robe da stampare e appendere in giro per casa)

in inerzia è tutto molto strano e a volte anche un po' grottesco, è assolutamente impossibile capire cosa ci aspetta alla pagina successiva (il modo in cui si conclude la vicenda con gli inseguitori ad esempio mi ha seriamente spiazzata), e a volte anche cosa diamine abbiamo letto in quella precedente, ci si perde nei dettagli delle tavole, a osservare esseri impossibili che sembrano usciti da una puntata cattiva e allucinata di adventure time, in una continua sensazione di meraviglia, straniamento e disorientamento, e restiamo lì a chiederci se l'hotel, la fuga, i tre inseguitori, bianchetto, l'uomo-gesù non siano solo stati un sogno o se sono loro l'unica cosa reale e la fuffa onirica non sia quella in cui il cielo è rosso e melissa combatte i suoi nemici vestita di nastrini colorati.
chi lo sa? ma in fondo, che importa? tutto questo è assurdo e bellissimo.
ed è esattamente quello che ci aspettavamo da adam tempesta.

venerdì 18 gennaio 2019

commenti randomici a letture randomiche (61)

negli ultimi tempi ho avuto la sensazione di aver letto pochissimo, invece mi sono ritrovata una pila immensa di cose lette di cui volevo scrivere qualche riga qui e poi invece.

cominciamo con l'ultimo lavoro targato manticora autoproduzioni (qui avevo pubblicato un'anteprima), il ventesimo grado, volume scritto e disegnato da ilaria apostoli che chiude la trilogia dei veleni, iniziata con malerba e proseguita con abigail - l'incantevole morte della signorina goldfinch.
rispetto ai primi due volumi, ilaria ha dato alla sua storia un tono nettamente più intimo, sicuramente più cupo e malinconico.
non posso più stare qui. questo posto è avvelenato.
"perché possa rimbalzare, andando avanti, una pietra deve incontrare l'acqua con un grandi di incidenza pari a venti gradi.
altrimenti affonderà."
allo stesso modo, serve trovare la giusta traiettoria per evitare di sprofondare dopo essere stati lanciati via, abbandonata la mano che ci reggeva, serve muoversi nel modo esatto, senza esitazioni, bisogna colpire il mondo in modo da ricevere la giusta spinta e andare avanti.

il ventesimo grado è un lungo monologo interiore, quello di una ragazza intrappolata nel pantano dei ricordi subito dopo una delusione d'amore, ossessionata da un'assenza costante che si traduce in un dolore sordo e continuo, una lente che distorce il mondo, che porta ogni cosa a focalizzarsi su quello che c'era e ora non c'è più.
la realtà non è altro che la cornice dei suoi pensieri, un mondo silenzioso in cui far risuonare all'infinito l'eco dello stesso tormento, trovare nuovi modi per esprimere sempre lo stesso dolore.

il finale mi è piaciuto da impazzire, è l'immagine perfetta per concludere la storia e per iniziarne un'altra. ora che la manticora ci ha immunizzato da ogni altro veleno, siamo prontissimi a scoprire quali altri progetti ha in serbo per noi.


sempre sul fronte delle autoproduzioni c'è tetsuo - cane di ferro di francesco frongia (mammaiuto) che ho amato tantissimo (e che era, insieme a il ventesimo grado e a un sacco di altra bella roba, nella listona dei consigli per gli acquisti di lucca).
tetsuo, come tutti i bassotti, è possessivo, territoriale, aggressivo, fedele, sveglio, coraggioso, ostinato... ma la sua altezza è proporzionalmente inferiore alla sua lunghezza. i bassotti vogliono sovvertire la realtà e abbaiano tanto.
la convivenza con un cane non è mai facilissima e sono tanti gli aneddoti, le storie, i momenti di tenerezza, quelli divertenti, quelli in cui ci si arrabbia (solitamente per colpa di altri bipedi che cercano di intrufolarsi nel rapporto tra un cane e il suo umano), ma quella con tetsuo è ancora più complessa per via della sua disabilità.
nell'introduzione, francesco spiega che le prime strisce sono state scritte prendendo spunto dalle tante domande, spesso anche inopportune, a cui si trovava a dover rispondere a proposito del suo rapporto con un cane che va in giro dentro un passeggino.

tetsuo - cane di ferro è una sorta di diario iniziato quando tetsuo era ancora in vita e finito dopo la sua morte, ci sono i suoi sogni, in cui tetsuo sa diventare qualsiasi cosa vuole e le cronache delle passeggiate, piene di scocciatori invadenti, c'è una cosa che sembra pazienza e invece è amore e c'è un sacco di vita reale, i rapporti con gli amici e con gli estranei, le abitudini di tetsuo e della sua famiglia, e il suo modo di ricambiare con la spontaneità che solo un cane sa avere.
è un libro in cui si ride un sacco e a volte ci si commuove, una storia sull'amicizia e su come convivere con la disabilità.


secoli fa ho letto anche e la chiamano estate, uno di quei bei racconti adolescenziali su come improvvisamente cambia il mondo a una certa età, o meglio come si cambia a una certa età e il mondo appare come il gran casino che è.
la prima volta che ho visto un asclepiade ero sulla spiaggia di awago. credevo che fossero baccelli magici. credevo che se li avessimo mangiati, la lanugine ci avrebbe fatto crescere le ali.
l'estate è il momento delle vacanze e per rose vacanza è awago, quel posto che da sempre, per alcune settimane all'anno, torna a essere la sua casa: ci sono i suoi amici, i parenti, i soliti negozi, il mare, la spiaggia, e sopratutto c'è windy, l'amica da cui torna ogni anno, quella con cui non cambia mai niente, quella che sembra di aver salutato il pomeriggio precedente e invece è già passato un anno.
ma questa è l'estate che segna il punto di svolta nella vita di rose: non è più una bambina, non è ancora un'adulta, e riesce a cogliere qualcosa di più del mondo intorno a lei, qualcosa che non ha più a che fare con la magia o con le favole. qualcosa di affascinante e amaro al contempo.
le visite guidate e la compagnia dei grandi le vanno strette, ma non ha ancora il coraggio di guardare un film horror senza finire con una coperta davanti agli occhi, è l'estate in cui i discorsi dei ragazzi più grandi la incuriosiscono e la disgustano al contempo, in cui comincia a comprendere un po' di più i problemi "dei grandi", senza riuscire a inquadrarli ancora completamente.

l'allegra e infantile sfrontatezza di windy, la calma silenziosa e riflessiva di rose: due modi diversi di affrontare quel momento strano che è l'estate, la tranquillità del riposo e l'eccitazione del non avere le solite regole, un'estate che però toglie loro la sensazione di essere le uniche protagoniste della loro esistenza e quasi le costringe a diventare spettatrici di drammi troppo al di fuori della loro portata, da cui non possono però ormai più distrarsi.
non c'è in realtà nulla che stravolge davvero la loro esistenza, sembra come un film proiettato al margine del campo visivo o un quadro di cui non fanno parte, ma ormai tutto è diventato diverso e non tornerà più come prima.

quello di jillian e mariko tamaki è un bel romanzo di formazione che non ha bisogno di eventi sensazionali per raccontare quella voglia di diventare grandi e nel frattempo voler rimanere ancora per un po' bambini, rimanere a giocare sulla spiaggia immaginando che forse tra un anno sarà davvero tutto diverso.

mercoledì 16 gennaio 2019

il mondo di milo

nel nostro mondo molte cose sono diverse da quelle del posto dal quale vieni, milo... devi abituartici...


milo è un ragazzino abituato a una vita tranquilla e solitaria, vive in una casetta sulla sponda di un lago, vegliato dalle tre vecchie zie che lo rimpinzano di ogni sorta di leccornia e che fanno le veci di suo padre, spesso assente per lavoro.
non c'è molto da fare per riempire le sue giornate a parte la pesca, almeno fino al giorno in cui nel lago non trova un pesce d'oro e alla porta di casa sua si presenta un essere strano, un uomo con la faccia di rospo che dice di stare cercando qualcosa di particolare - perduto proprio nel lago - per conto di qualcuno.
da questo momento la sua vita cambierà precipitosamente, portandolo a scoprire non soltanto un mondo incredibile e magico sull'altra sponda del lago, ma anche a imparare qualcosa di più su se stesso e sulle sue radici.

probabilmente le storie narrate ne il mondo di milo (al momento sono due, divise nell'originale pubblicazione francese in quattro capitoli, ma in francia ne è già stato pubblicato un quinto, quindi la serie proseguirà anche qui da noi) non spiccano per l'audacia narrativa, ma nonostante si attengano molto strettamente ai topoi peculiari del racconto fantasy per ragazzi richard marazano è riuscito a delineare dei personaggi coerenti e ben caratterizzati e una narrazione densa di contenuti che non scade mai nel didascalismo o peggio ancora nel moraleggiante.


milo è poco più di un bambino, spesso profondamente immaturo fino al punto di cacciarsi nei guai, ma sa essere leale e coraggioso quando serve, sa approfittare - anche se inconsciamente - delle situazioni difficili per crescere e migliorarsi, imparando a conoscersi meglio e a mettere a frutto le sue capacità.

l'ambientazione fantastica oltretutto non è utilizzata per togliere complessità alla vicenda o ai personaggi, che anzi molto spesso portano a risvolti inaspettati, cambiando e crescendo nel corso della storia in accordo con lo svolgersi degli eventi.


dal canto suo christophe ferreira dà alla storia il perfetto supporto visivo: un tratto leggibilissimo e pulito, personaggi immediatamente identificabili, palette di colori armoniosi che trasmettono subito il tipo di ambientazione della scena, preoccupandosi per esempio di rendere la differenza tra i mondi sulle due diverse sponde del lago.
lo stile è inevitabilmente riconducibile a quello dei film ghibli, il che si spiega anche e sopratutto con il suo passato da animatore, in francia e in giappone, paesi di cui unisce gli stilemi grafici più tipici e più apprezzabili.
se proprio vogliamo trovare un difetto a questa serie è proprio il suo avere dei ritmi e una regia più da film animato che da fumetto, ma questo toglie veramente troppo poco al piacere della lettura per pesare davvero.

in definitiva il mondo di milo è il classico romanzo di formazione in chiave fantasy che sa trascinare il lettore - sopratutto quello più giovane - all'interno della vicenda, appassionandolo e lasciandolo crescere insieme al protagonista.

lunedì 14 gennaio 2019

tosca dei boschi

sono tornata! buon anno nuovo! (meglio tardi che mai, tutte e due)
*inizio premessa noiosa ed evitabile*
che dire... gli ultimi mesi sono stati (e continuerà ancora per un po') un gran casino tra le lezioni che mi hanno costretta a passare giornate intere fuori casa, poi lo studio feroce e disperato per gli esami, poi il pc che ha deciso di impazzire e farsi qualche giorno lontano da casa, e poi l'immancabile crisi del lettore a cui si è aggiunta quella del blogger che si sono miscelate alla stanchezza di stare tutto il giorno sopra ai libri dell'università e che hanno dato vita a una sorta di rifiuto totale verso tutto, fumetti inclusi. o meglio, quasi totale, qualche cosina sono riuscita a leggerla perché, nonostante la stanchezza, il destino avverso, il poco tempo eccetera eccetera, non è facilissimo rinunciare del tutto a qualcosa che si ama.
in realtà, proprio perché leggere fumetti e poi scrivere qui delle cose che leggo è una delle cose che mi piace fare di più, avevo deciso di aspettare di avere il tempo di poter fare tutto con calma e tranquillità, senza fretta, senza dovermi ritagliare qualche momento sparso qua e là giusto perché dovevo. alla fine non ho resistito e ho ceduto al ritaglino di tempo, a rubare qualche quarto d'ora alla preparazione per gli esami perché tutto questo mi mancava troppo, e - così finiamo questa premessa interminabile e un po' rompipalle - ho pensato che per cavarmi dall'imbarazzo del primo post dopo più di un mese non c'era nulla di meglio che l'ultimo libro di una delle mie coppie d'autori preferiti in assoluto.
*fine premessa noiosa ed evitabile*

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protetta  dai grandiosi bastioni, circondata da ogni agio, riverita da uno stuolo di servitori, la piccola lucilla era cresciuta senza conoscere altra vita che quella di corte. e all'età di tredici anni s'era fatta una giovinetta mite e silenziosa: infinitamente ricca e smisuratamente...
... sola.

c'era una volta e c'è ancora è la campanella che richiama l'attenzione, le parole magiche che preparano il terreno a una nuova favola, e poco importa se sai già che alla fine, dopo tante peripezie e prove, l'eroe vincerà e i cattivi se ne fileranno via con la coda tra le gambe: poche cose sanno affascinarci ancora come i racconti di castelli, prodi cavalieri, nobili e gentili fanciulle e poetici cantori.
è così che iniziano le avventure di tosca, alla luce fioca di una candela che illumina la biblioteca di un castello, prigione dorata della giovane lucilla, duchessina di castelguelfo, amante più dei libri e delle storie che raccontano che delle feste affollate a cui la trascina sua madre o delle previsioni di matrimoni ed eredi di cui si bea suo padre.

stretta tra mille premure, obblighi e doveri, annoiata durante l'ennesimo ricevimento, lucilla sogna di vivere avventure fuori dalle mura del suo palazzo, immagina che prima o poi qualcosa arriverà a cambiare la sua vita e spera con tutta se stessa di non doversi accontentare solo del miglior pretendente scelto da suo padre per concludere qualche conveniente alleanza politica.

e come sempre succede nelle favole, il suo sogno di avvera, probabilmente nel più improbabile dei modi, quando un rapinatore a corte, nel bel mezzo della festa, ha alleggerito i nobili di buona parte dei loro gioielli, creando finalmente un po' di scompiglio al solito tran tran e portando il tanto desiderato cambiamento nella vita di lucilla: non si tratta di un ladro qualsiasi, ma di una ragazza (una ragazza!).

un po' come robin hood, tosca ruba ai più ricchi per provvedere ai bisogni dei più poveri, ma agli occhi di lucilla è sopratutto una ragazza libera dalle regole e dall'etichetta, autonoma, indipendente, padrona della sua vita. tosca è l'eroina romantica che ha sempre immaginato, l'incarnazione stessa dei suoi desideri di libertà.

certo, non ci vorrà molto prima che lo scontro tra le due realtà - quella di una ricca duchessina abituata agli agi di palazzo e quella di una ladruncola orfana - apra a lucilla gli occhi sulle verità del mondo, ma la distanza iniziale non impedirà alle due di diventare amiche e di stravolgere non soltanto le loro vite ma anche le sorti della loro città.


ad accompagnare le vicende di tosca e lucilla sono i versi di rinaldo, il timido e romantico fratello di tosca, innamorato della bellezza dei versi di petrarca, dante e cavalcanti (e non soltanto), i colori del bosco, ma anche l'eterna voglia di ribaltare un mondo ingiusto, dominato dalle guerre, dalle prepotenze dei più forti per diritto di nascita, dalla povertà e dalla miseria, la voglia di rendere tutto migliore, recitando una poesia sotto il cielo notturno o lottando per permettere a qualcuno di migliorare un po' la sua esistenza: ognuno a modo suo, tutti insieme per un solo obiettivo.

tosca dei boschi non è solo un racconto di avventura, non è solo una storia dove per una volta è una ragazza a impugnare le armi e un ragazzo a sospirare parole dolci, non è neppure soltanto l'esempio di come si possano superare le vecchie tradizioni per giungere a un mondo più alla misura di tutti, capace di ascoltare i desideri di chiunque e di lasciare aperte la possibilità di realizzarli.
è anche, e forse sopratutto, una lettera d'amore alla letteratura stessa, alla poesia, alle storie, alla capacità che hanno le parole di emozionare, di trascinare in mondi fantastici e al contempo di dar forma alle idee, le idee che sono alla base per realizzare una realtà migliore:
non c'è da scherzare con le storie, sai zaccheo? sono cose potenti. cose che possono dare una svolta a una vita intera.

l'amore per i racconti di teresa e stefano è tutta nel volto dolce, rugoso e felice del vecchio monaco che incontriamo nella prima pagina, intento a scrivere il racconto in cui stiamo per addentrarci, concentrato a dipingere le sue miniature, attento a scegliere le parole giuste per descrivere la bellezza di castelguelfo, del suo borgo, delle campagne e dei borghi che lo circondano, e a rendere giustizia al coraggio di tre ragazzini pronti a stravolgere e a rendere bellissimo il corso della storia.