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venerdì 26 dicembre 2025

l'isolo

che poi le chiamano isole, ma sono solo montagne che provano a difendersi, mettendo un oceano tra noi e loro.


john donne diceva che nessun uomo è un'isola, maicol & mirco dice che l'isolo vive solo, circondato dal mare. proprio come tutti noi, che poi sono due modi di dire la stessa cosa, cioè che noi esseri umani (anche le donne, con buona pace di john) abbiamo un rapporto strano con la solitudine: la temiamo e la desideriamo e, più spesso di quanto non sappiamo, fatichiamo a riconoscerla e ne fraintendiamo il significato.

quella dell'isolo è un'ultima storia che valga la pena raccontare prima di dimenticare per sempre l'orribile esperimento umano di una terra ormai libera dal suo peggiore parassita, la storia di un uomo buono perché solo (una delle cose che più riconosco a maicol & mirco è la sua capacità di infilare interi trattati in pochissime parole).

un uomo solo su un'isola minuscola. chiunque abbia sfogliato la settimana enigmistica l'ha visto tante volte, è il personaggio di una barzelletta, una roba da nulla, che fa ridere un momento e poi si lascia dimenticare, seppellire tra gli altri miliardi di pensieri di un giorno qualunque. eppure, dice l'autore, se a quell'uomo solo sulla sua isola dedicassimo non una sola vignetta ma un libro intero, la sua storia sarebbe epica e tragica. proprio come questo libro qui.

l'isolo disprezza l'umanità - umanità intesa come tutto il resto degli esseri umani, certo, ma anche nel senso di natura umana, quella dellə altrə tanto quanto la sua - in modo così profondo da decidere di abbandonarla, confinandosi in un esilio volontario su un'isola che è poco più di uno scoglio. qui, all'ombra di una palma e in compagnia di una lucertolina la cui coda costituisce la sua unica fonte di sostentamento, isolo gode della vita come pura esistenza, contemplando il mare e le meraviglie che cela sotto la sua superficie - la televisione di dio - riparandosi all'ombra dell'unica palma, mangiando (coda di lucertola) e dormendo. per quanto, però, cerchi di allontanarsi dall'umanità e a rifuggirne la cultura, l'isolo non riesce a fare a meno di filosofare sulla sua vita e sui motivi che lo spingono a viverla. il suo stare al mondo non è esistenza inconsapevole né pura sopravvivenza, anzi, il suo rifiuto della cultura - dominante - umana ne è solo un'altra faccia.

l'isolo fugge dal mondo e non vuole essere umano ma è umano tanto quanto tuttə noi, che sogniamo di sparire per scoprire chi verrebbe a cercarci, che immaginiamo la nostra solitudine per indovinare il vuoto che lasceremmo nella vita dellə altrə, che non leggiamo le lettere che riceviamo per mantenerci il cuore integro. ma se pure l'isolamento sembra l'unica soluzione possibile, è quando questo inizia a incrinarsi che il nostro bisogno di relazioni - senza scomodare aristotele - si svela per quello che è, ovvero inevitabilmente parte del nostro essere. l'altro-da-noi non è solo rumore di sottofondo o, peggio, nemesi da sconfiggere o da cui fuggire: è essenza fondamentale del nostro stare al mondo, è - letteralmente o no - parte di noi, della nostra storia e del nostro futuro. e il mondo interiore dell'altro da noi è lo spazio dove risuona la poesia e la meraviglia, ed è il cambio di prospettiva che ci permette di scoprire ancora e ancora e ancora quello che pensavamo di conoscere.

è senza tutto questo che siamo solə, che sia su uno scoglio sperduto nel mare o nella più affollata delle piazze. è questa solitudine dell'anima, assoluta e irrimediabile, quest'odissea senza navi né terre a cui approdare, questo nόstos rovesciato e infine mancato, che trasforma una barzelletta nel più toccante dramma umano, narrato da chi non sa essere solo nemmeno nel nome.

lunedì 21 luglio 2025

animal pound

la fattoria degli animali era un'allegoria di come le utopie ideali del comunismo potessero degenerare nelle crudeli realtà del fascismo [...] ottant'anni dopo, la fattoria degli animali è un classico radicato nella coscienza del mondo occidentale. tuttavia, non è più l'avvertimento urgente e rilevante che era un tempo. perché la minaccia odierna del fascismo non deriva dalla perversione degli ideali della sinistra che guarda al futuro, ma dagli imbroglioni che distorcono gli ideali della destra che guarda al passato.


nella sua prefazione, tom king chiarisce immediatamente cos'è animal pound: una risposta a la fattoria degli animali, una sua versione aggiornata e contestualizzata nel presente, che guarda a questo presente prospettando un futuro - proprio come nel romanzo di orwell - che se è pure germinato dalle migliori intenzioni, si dirige verso l'abisso.

in un qualche rifugio per animali di città, una gattina e un vecchio cane fanno amicizia. per lucky, ormai anziano e inadottabile, sono le ultime ore. le loro vite, come le vite di tutti gli altri animali, dipendono esclusivamente dagli esseri umani per il cibo, un posto dove dormire, qualche coccola o, lì nel rifugio, per non finire nella stanza degli aghi. la vita degli animali, racconta lucky, è scandita dall'aprirsi e dal chiudersi delle porte, simbolo assoluto del potere degli esseri umani su di loro. una chiave che gira dentro una serratura traduce il destino di una giornata o quello di una vita intera.
lucky non distingue tra cani, gatti e conigli. per lui, ognunə di loro è soltanto una creatura privata della propria libertà, e in questo tuttə sono uguali.


è ricordando le parole di lucky che qualche anno dopo madame fifi, ormai una gatta adulta, e titan il nuovo cane che vive nella gabbia di lucky, decidono di scatenare la rivoluzione che fino ad allora era stata soltanto sognata.
ma, proprio come succede ne la fattoria degli animali, alla vittoria e a un primo periodo in cui viene instaurata una sorta di democrazia, la situazione inizia a precipitare velocemente all'interno del rifugio, trasformando quel sogno di libertà in un incubo in cui pian piano all'eguaglianza si sostituisce la sopraffazione, e la parità di diritti cede il passo alla legge del più forte.


l'ascesa di piggy - un bulldog il cui nome riporta immediatamente a orwell mentre l'aspetto e gli slogan parodiano fin troppo palesemente il presidente americano - la resa ideologica di titan e l'allontanarsi dalla politica di madame fifi, sopraffatta dal declino di quella società ideale che aveva aiutato a costruire, si fanno metafora del nostro presente.
proprio come è accaduto in america negli ultimi mesi - caso più eclatante e palese ma non troppo dissimile da quello che accade da noi - pervertire i concetti di libertà e indipendenza e demandare il proprio potere e le proprie responsabilità a chi si fa valere solo per la propria forza, trascina gli animali del rifugio in una spirale di orrore.

leggere animal pond è come rileggere la cronaca degli ultimi anni di buona parte dell'occidente: la perdita di senso della democrazia e l'ascesa di personaggə incompetenti, volgari e violentə nel plauso generale di chi, senza nemmeno dover aspettare troppo, ne diventerà vittima.
ma king non offre nessuna soluzione al disastro né alcuna consolazione che vada oltre la placida resa. potrebbe essere interpretato come un finale mancato, nel bene o nel male.
personalmente, credo che king voglia semplicemente suggerire che un sistema corrotto così fortemente e profondamente non si smantella dall'oggi al domani, né che può sperare nell'intervento di un qualche ero solitario: il cambiamento deve nascere collettivamente e dal basso e travolgere sistematicamente ogni cosa.


i disegni di peter gross e i colori di tamra bonvillain non cedono alla tentazione di antropomorfizzare gli animali, ma uno stile così realistico non fa che rendere la storia ancora più cruda e brutale, aiutandoci a vedere attraverso il racconto e a mettere a fuoco il nostro oggi, ricordandoci che basta davvero poco per ritrovarci in un futuro in cui non avremo più la possibilità di aprire da solə le nostre porte.

venerdì 4 luglio 2025

tutte le volte che sono diventato grande ~ intervista a giulio macaione

mi inventerò un sacco di storie bellissime e racconterò tutto quello che voglio. le mie protagoniste potranno innamorarsi di ragazzi affascinanti e vivere storie romantiche. nei fumetti potrò dire quello che sogno e non oso dire ad alta voce.


lucio è un ragazzino come ce ne sono tanti, uno che vive una vita come ce ne sono tante. è cresciuto nella palermo degli anni '90, circondato dall'affetto della famiglia e immerso in una rivoluzione culturale che, all'epoca, non sapevamo riconoscere come tale, una rivoluzione pop fatta di musica, giocattoli e serie tv ma soprattutto di anime e manga. 
erano gli anni in cui barbie insegnava alle bambine che potevano diventare insegnanti o astronaute, surfiste o mediche o qualsiasi altra cosa desiderassero (e che tutto questo non andava in contrasto con tutto quello che associavamo - e associamo - all'idea di femminilità), gli anni in cui piangevamo per lady oscar, rimanevamo terrorizzati (anzi, rimanevate, io non ho mai avuto il coraggio di guardarlo) per la bambina de l'esorcista e idolatravamo sailor moon.
ma lucio è anche immerso in una società che cerca di tirare forte il freno su tante cose, una sorta di santa inquisizione moderna che erige muri e barricate: i maschi sono così e cosà e fanno questo e quello, le femmine, invece, sono in quest'altro modo e fanno queste altre cose. lo dicono i genitori, lo dice il prete, lo dicono lə amicə a scuola.
e se non segui le regole, caro lucio, vuol dire che in te c'è qualcosa che non va.

diventare grandi è un casino, soprattutto quando dietro la facciata di famiglia perfetta si nascondono traumi, paure e difficoltà, e ancor di più quando non riesci a incastrarti perfettamente nelle caselline in cui tuttə intorno a te sembra riescano a trovare il proprio posto.
e se il tuo, di posto, sembra non esserci? se qualsiasi possibilità ti sta stretta e ti chiede di rinunciare a parti di te fondamentali e insostituibili?

allora bisogna creare la propria casellina, modellarla seguendo la propria forma, quale che questa sia.
l'arrivo di sailor moon in tv - è una femmina che si trasforma come le maghette ma combatte il male come i guerrieri maschi! wow! - spalanca a lucio un universo di possibilità, un universo fatto di carta, matite, storie e personaggi: diventerà un fumettista e nei suoi fumetti ci sarà tutto quello che, proprio come sta succedendo a lui, non trova spazio in questo mondo che si finge tanto grande ma che in realtà è piccolo e opprimente.


dunque, tutte le volte che sono diventato grande è la storia di un ragazzino come ce ne sono tanti, travolto dalle domande sulla sua identità, dai problemi della sua famiglia, dal rifiuto del mondo. ma è anche la storia di chi è riuscito a trovare la sua unica, personalissima via d'uscita da quel labirinto che sembrava irrisolvibile e ha trovato il modo di raggiungere il suo futuro.

giulio macaione c'ha fatto emozionare tante volte, ma forse tlvcsdg è il fumetto più coinvolgente di tutta la sua produzione. almeno per me.
sarà che la palermo degli anni '90 è la stessa in cui sono cresciuta io, che le pagine del suo fumetto sono piene di personaggi, giochi e citazioni di quel periodo così bello e così complicato, ed è un attimo che la mucca del fruttolo - come fosse la versione iper-pop della madeleine di proustiana memoria - ti riporti a quella sensazione di sprofondare dentro un sé che non riesci a comprendere del tutto e che vedi rifiutare da chiunque altrə. sarà anche che è facilissimo vedere in trasparenza attraverso lucio e trovare giulio, e pensare che quel bambino che desiderava diventare un fumettista e disegnare le sue storie è riuscito a realizzare il suo sogno.

di tutte le volte che sono diventato grande ne ho parlato con giulio (che ringrazio tantissimo sia per l'intervista e le immagini che trovate in questo post, sia per aver assecondato le mie manie strane e aver litigato con il correttore automatico di word per togliere tutte le maiuscole ♥)
buona lettura!


ciao giulio, bentornato su claccalegge!
parliamo del tuo ultimo fumetto, tutte le volte che sono diventato grande. in un reel in cui lo presenti spieghi che si tratta di un’opera di autofiction, cioè quel genere letterario che mette insieme elementi proprio dell’autobiografia con altri di pura invenzione narrativa, in cui lə protagonista è il narratore stesso o un suo alter ego.
qual è il rapporto tra invenzione e realtà in questo fumetto?
► ciao claudia, grazie!
l’intenzione iniziale era quella di scrivere una vera e propria autobiografia in chiave manga ma mi sono reso conto ben presto che non avrebbe funzionato: intanto mi sembrava un po’ pretenzioso, alla mia età, poi per scriverla come un manga mi ci sarebbero voluti almeno 6 volumi! ma, soprattutto, mi sarei trovato con l’edulcorare molte cose, non tanto quelle che riguardavano me stesso quanto quelle che coinvolgevano altre persone. volevo essere il più sincero possibile quindi non mi avrebbe soddisfatto fare un lavoro che sarebbe riuscito a metà, sentivo il bisogno di scavare a fondo, senza pormi troppi limiti.
l’indicazione sulla via da seguire è arrivata da un libro che mi ha regalato un amico: “la bella confusione” di francesco piccolo, nel quale il noto sceneggiatore racconta i set e i processi creativi dietro a “il gattopardo” di luchino visconti e “otto e mezzo” di federico fellini e a proposito di quest’ultimo dice: “(…) come per quella che viene definita autofiction, il rapporto tra il personaggio messo in scena e l'autore reale è necessario perché dà una forma esponenziale al senso.
se esistesse il film con guido senza che chi lo ha realizzato fosse fellini, perderebbe gran parte della sua potenza espressiva. mettere insieme guido e fellini vuol dire che quello che fellini racconta di guido è vero, nel senso più profondo; non: è successo esattamente così; ma: racconta una verità profonda. se chi guarda il film non riconosce quella verità che fellini suggerisce di dare a guido, il film perde una buona percentuale della sua forza. otto e mezzo è otto e mezzo non solo per quello che racconta, ma anche per chi lo racconta - e per come le due cose coincidono.”
il protagonista della storia è lucio, un ragazzino siciliano appassionato di manga e anime che fa fatica a districarsi tra la ricerca della propria identità e il modo di pensare - spesso molto chiuso - della sua famiglia. dando vita a questo personaggio, quali elementi di te e del tuo passato sei riuscito a scoprire e a esprimere meglio?
► la volontà di scrivere questo libro è arrivata facendo un percorso di terapia. ma in realtà già dal mio romanzo precedente, “scirocco”, avevo usato i fumetti per elaborare delle cose personali, in quel caso un lutto, in questo dei traumi e degli avvenimenti della mia infanzia che non avevo mai affrontato davvero. pur utilizzando dei simboli e dei personaggi di fantasia, il fumetto mi ha consentito di esprimere le emozioni nella maniera più sincera possibile, come forse a parole non avrei saputo fare. ho attraversato un vero e proprio momento di regressione all’infanzia, ritrovandomi in alcuni momenti cruciali della mia crescita, e riviverli nella doppia veste di bambino e adulto/autore mi ha consentito di dargli una nuova forma, ridimensionandoli e spostandoli in un’altra dimensione non più traumatica.
ho capito tante cose di me, ad esempio il perché sailor moon mi abbia colpito così tanto quando lo vidi per la prima volta a 11 anni: bunny/usagi riceveva dei poteri che non avrebbe mai voluto, frignava e si lamentava ad ogni combattimento e nel monologo finale della prima stagione diceva apertamente che la vita che voleva era fatta di piccole cose quotidiane, non di battaglie tra il bene e il male, quella era una responsablità che le pesava troppo. in maniera analoga, io mi ero sentito schiacciato dalle responsabilità che mi erano state affibbiate, togliendomi la leggerezza e la spensieratezza sacrosante per un bambino.
ho capito anche il perché negli anni - e prepotentemente quando ho iniziato a lavorare a questa storia - io sia stato ossessionato da regan macneil, la bambina posseduta de “l’esorcista”: ho canalizzato in quella figura una serie di sensi di colpa dovuti alla pesante educazione cattolica, l’imbarazzo provato nella pubertà, nel momento in cui mi sono sentito più sbagliato in quanto “diverso”, la difficoltà di reprimere la mia parte femminile che reputavo sbagliata, e ovviamente la malattia mentale con la quale mi sono scontrato in famiglia.

il problema del racconto personale - per quanto romanzato e non pedissequamente realistico - immagino sia l’inevitabile coinvolgimento di altre persone, che si ritrovano a essere personaggiə della narrazione. qui parli di una famiglia molto conservatrice su molti aspetti, che deve affrontare situazioni anche molto difficili. che tipo di reazione hai avuto da parte di chi si è rispecchiatə in questa storia?
► la reazione finora è stata molto positiva. ho cercato di essere il più possibile rispettoso e credo che leggendo la storia si possa percepire comunque l’affetto per la mia famiglia. per quanto riguarda il racconto della depressione, ho provato a raccontarlo andando un po’ in punta di piedi, proprio perché non è una cosa che ho vissuto direttamente sulla mia pelle ma alla quale ho assistito. crescere con un genitore depresso è una cosa che ti cambia per sempre ma bisogna anche sdoganare il fatto che i disturbi mentali siano malattie, non onte delle quali vergognarsi.
in “tutte le volte che sono diventato grande” ci sono tantissimi riferimenti a manga e anime degli anni ‘90: quali erano i tuoi personaggiə preferitə - e lə artistə - dell’epoca e in che modo hanno influenzato la tua crescita, come persona e come artista?
► ho già parlato di sailor moon e regan, ma ci sono statə tantə altrə personaggə, reali e non, importantissimə per me. madonna, per esempio, è stata un esempio di libertà di espressione ed emancipazione. mi sono ritrovato molto nei percorsi dei due protagonisti di x-files, mulder bisognoso di credere e scully così razionale. ma ovviamente ci sono stati i fumetti e i cartoni animati: lady oscar, gokinjo monogatari, proteggi la mia terra, maison ikkoku, slam dunk, city hunter, ranma 1/2… per poi arrivare ai fumetti di “mondo naïf” e autorə come vanna vinci e andrea accardi.

rispetto alle tue opere precedenti, si vede chiaramente il tuo lavoro di ricerca grafica in una direzione differente. sia il tuo tratto sia la struttura delle tavole si avvicinano qui molto di più a quello proprio del fumetto giapponese che allo stile più tipicamente europeo che aveva influenzato opere come scirocco, basilicò o stella di mare. cosa ti ha portato a questa scelta stilistica?
► come dicevo prima, l’intenzione iniziale era quella di realizzare questa storia come se fosse un vero e proprio manga, sia dal punto di vista narrativo che da quello grafico, perché racconto gli anni nei quali ho scoperto quella narrazione e quei fumetti, che poi sono stati i primi a farmi capire l’enorme potenziale espressivo delle storie, quando potevo rifugiarmici e sentirmi libero. per cui la scelta è stata inevitabile. in realtà non ho dovuto sforzarmi di cambiare, quelle cose ce le ho nelle vene da quando ho iniziato a disegnare, ho semplicemente assecondato un istinto. lavorare con i retini (mezzitoni e pattern tipici del manga) è stato divertentissimo, ma anche usare alcuni espedienti di impaginazione o fare delle citazioni esplicite è stato bellissimo.
nella storia, lucio non ha nessuna fretta di crescere ma si ritrova a “diventare grande” tante volte, almeno agli occhi delle persone adulte che fanno parte della sua vita. ma cosa vuol dire, secondo te oggi, “essere diventatə grande”?
► questa è una domanda difficile :) per quanto mi riguarda, credo che fare questo libro sia stato un ennesimo momento di crescita personale. forse si diventa grandi definitivamente quando si smette di considerarsi figliə e si impara a vedere i propri genitori come persone a sé stanti con tutti i loro limiti.

adesso, soprattutto dopo aver realizzato il sogno - che è anche quello di lucio - di diventare un autore di fumetti, puoi dire di “essere diventato grande”?
► macché, mi sento sempre un teenager :D con molta esperienza, un corpo che invecchia e un bel bagaglio di sofferenze, ma pur sempre un ragazzino. scherzi a parte, forse chi fa fumetti non riuscirà mai a sentirsi del tutto adulto e credo che sia una grande fortuna, allo stesso tempo ho accettato il fatto che diventare grandi abbia anche in suoi vantaggi, a cominciare dal fatto che si possono elaborare cose che ci hanno ferito in passato e imparare a vivere più serenamente. il segreto in fondo è cercare di coltivare un po’ di leggerezza e in questo chi fa un lavoro creativo può essere avvantaggiatə.
grazie mille per il tuo tempo e per averci raccontato il tuo lavoro! a presto e imboccallupo per tutti i tuoi progetti futuri! ♥

giovedì 5 giugno 2025

bea wolf

ehi, aspetta!
ascolta le vite dei bimbi del tempo che fu, i paladini del mondo,
i piccoli ribelli ai genitori, gli inappropriati, gli impudichi,
gli indomiti domatori di bulli,
i sabotatori del sonno, i soffia-sberfletti,
lottatori contro i limitatori di letizia,
liberi dalla paura, destinati alla fama.


«attenzione! sappiamo della gloria, in giorni lontani, dei danesi con l'asta, dei re della nazione; che grandi cose fecero quei principi, nel passato...»
così inizia beowulf, il più antico e importante poema epico della letteratura anglosassone, ed è immediato trovare l'eco di questi primi versi all'inizio di bea wolf, il non-fumetto scritto da zach weinersmith e illustrato da boulet.

la storia si apre con una lunga dinastia di re e regine bambinə che risale al prode carl, modellatore di montagne, localizzatore di metalli, flagello dei bulli. lontana dall'idea che ne hanno lə adultə, regnare per lə bambinə significa condividere ricchezze - ovvero giocattoli, dolci e snack di ogni tipo - e proteggere il proprio gruppo dalle perenni minacce che arrivano dal mondo adulto: essere costrettə a lavarsi i denti o a passare il tempo con giochi educativi, non ingozzarsi di schifezze zuccherate e, cosa peggiore di tutte!, crescere.


è proprio questa la minaccia che grava sulla generazione di bambinə di re roger - detto il costruttore per aver realizzato la gloriosa casa sull'albero - impersonata dal terrificante grindle.
grindle è il non plus ultra dell'adultità: quarantenne grigio, dotato di riportino unticcio e gambette sottili da triste impiegato. questo cupo, anonimo e dimenticabile figuro vive proprio accanto alla casa sull'albero e le risate e le urla dei giochi dellə bambinə gli sono tanto indigeste da portarlo a dichiarare guerra allə piccolə vicinə.
grindle ha un solo, devastante potere, ovvero quello di rubare l'infanzia con un semplice tocco. le sue vittime, appena sfiorate, si trasformano in teenagers dai capelli appiccicosi di gel, schiavə di cellulari e dediti allo sbaciucchiamento selvaggio o, peggio, diventano all'istante adultə bisognosə di restare costantemente aggiornatə dai telegiornali, interessatə all'andamento delle borse o alle ultime beghe politiche.


eppure, nonostante il valore del suo esercito, re roger non riesce a sconfiggere l'odioso avversario. ad aiutarlo, però, arriva da lontano una valorosa combattente. questa è la spada giurata della regina heidi, cugina di carl e alleata di roger. bea wolf, questo il nome, è una bambina che ha già avuto modo di provare il suo coraggio e la sua integrità morale. vestita della sua armatura-orsacchiotto, bea wolf è pronta a vendicare i torti subiti dallə alleatə e a preservare il loro diritto a un'infanzia allegra e casinista.

dicevo all'inizio che bea wolf è un non-fumetto, e in effetti manca della tipica struttura a vignette, con i dialoghi dellə personaggə racchiusi nei baloon. quello di weinersmith e boulet è più un ibrido tra un libro illustrato e un fumetto vero e proprio. boulet disegna con un tratto morbidissimo, arricchito da accurati chiaroscuri, che rende lə piccolə protagonistə di questa storia tremendamente adorabili, morbidə monellə con gli occhi tondi e vestitə di improbabili miscugli di capi che ci riportano alla mente l'isola che non c'è. il perfetto opposto di grindle, dunque, stereotipo grottesco dell'adulto che non abbandona la propria banale e pigra routine neppure per un attimo. ai testi, così, rimangono gli spazi bianchi sopra e sotto alle illustrazioni, un modo per raccontare la storia non soltanto attraverso i dialoghi, come avviene solitamente, e di poter quindi avvicinarsi allo stile maestoso dell'epica.


riprendendo il tono, la poetica e il linguaggio caratterizzanti le epopee mitiche del passato, i due autori francesi danno vita a un racconto che parla di bambinə e allə bambinə (anche quellə che anagraficamente non rientrano più nella categoria), e che restituisce all'età dell'infanzia tutta la sua imparagonabile grandiosità e bellezza, oggi forse perduta o quasi in quella confusione di bambinə zittitə con uno smartphone che spara lucine e canzoncine a tutto volume, che non vedono l'ora di diventare grandi, e adultə che non hanno mai voluto saperne di crescere.

venerdì 16 maggio 2025

happy endings

se vuoi che questa cosa funzioni davvero, dovresti farti più coraggio. guarda dove siamo. potrebbe essere la tua ultima occasione.

una disegnatrice un po' fredda e un modello freddoloso.
due agenti spaziotemporali ligiə al dovere, un pericoloso gattino e un vecchio barbiere.
un giardiniere superstizioso e un piangitore di tombe (qualsiasi cosa sia, poi).
tre storie diverse e lontanissime tra loro che si sovrappongono perfettamente in un solo punto: quello in cui ci si fa coraggio e si decide di cogliere l'occasione perfetta e irripetibile per poter dire che vissero tuttə felici e contentə.

non conoscevo lucie bryon e non sapevo nulla di happy endings se non che mi piaceva un sacco la copertina (soprattutto per merito del gattino!), quindi ho iniziato a leggerlo senza nessun tipo di aspettative o di idee preconcette.
e mi ha stupita come pochissimi fumetti sono riusciti a fare nell'ultimo periodo!

happy endings raccoglie tre storie: buon anno, ocean (la mia preferita) e canzone di un giorno d’estate. nel primo racconto, il più breve dei tre, un ragazzo si ritrova mezzo nudo in un laboratorio artistico di una scuola di pittura a fare da modello per una ragazza quasi sconosciuta, che lo ha abbordato senza tergiversare e gli ha chiesto di posare per lei perché l'ha subito trovato bellissimo. a lui è bastata solo quella parola per sciogliersi e accettare l'invito, sicuro che dietro questa insolita richiesta ci fosse il tentativo di passare una serata romantica... ma di romantico sembra esserci ben poco nei progetti della disegnatrice che sembra quasi divertirsi a tormentarlo e a farlo congelare al freddo di una scuola vuota la notte di capodanno.
eppure, anche i cuori che appaiono di ghiaccio sanno quand'è il momento di sciogliersi...


con ocean cambiamo completamente registro, passando dal romance/slice of life puro della prima storia a un'atmosfera più da racconto sci-fi. protagonistə della storia sono tood e boots, due agenti incaricati di rilevare e risolvere le anomalie nel tessuto spaziotemporale. un'occupazione che si direbbe di tutto rispetto, non fosse che a entrambi sembra che il loro ruolo sia più che altro quello di tappabuchi, soprattutto dopo quest'ultima missione, che consisteva nel fermare un pericoloso micetto che non si sa in che modo avrebbe potuto stravolgere l'equilibrio dell'universo. fortuna vuole, però, che il loro comunicatore si guasti. e che un vecchio parrucchiere cerchi qualcuno a cui affidare il suo amato negozio. e, insomma, mentre aspettano di essere recuperatə, dovranno pur mangiare qualcosa e dormire da qualche parte, no?
inizia così una nuova fase della loro vita, in un tranquillo paesino francese, in cui la straordinaria ordinarietà di un'esistenza qualsiasi si rivela molto più entusiasmante e sorprendente di qualsiasi missione speciale.

infine, con canzone di un giorno d'estate bryon si immerge in una sorta di realismo magico. arthur trova un lavoretto come giardiniere in un cimitero e qui inizia ad incontrare un ragazzo misterioso e affascinante che ogni giorno piange su una tomba diversa. come può conoscere tuttə quellə defuntə? alcunə mortə sicuramente prima che lui nascesse, oltretutto! arthur si convince di aver a che fare con un fantasma ma la realtà è che anche vincent lavora al cimitero, per la precisione come piangitore di tombe, qualcosa di ancora più improbabile di un fantasma, probabilmente. eppure, nonostante i primi fraintendimenti, sembra che tra i due ragazzi stia sbocciando qualcosa...

con uno stile di disegno che si fa sempre più dettagliato, sicuro e morbido man mano si va avanti con la narrazione delle tre storie, lucie bryon racconta la bellezza delle piccole cose quotidiane, gli incontri, l'amore, la gioia del trovare il proprio posto se non nel mondo, almeno nella propria vita.

ho apprezzato tantissimo, inoltre, che ci siano coppie di ogni tipo: un ragazzo e una ragazza, due ragazze, due ragazzi. ma anche una famiglia fatta di amicə che vivono nella stessa casa e dormono nello stesso letto pur non avendo una relazione romantica/sessuale. così come mi è piaciuto che certi stereotipi vengano stravolti - nella prima storia abbiamo una ragazza sicura di sé e un po' maliziosa e un ragazzo timido e romantico, ad esempio - senza alcun didascalismo di sorta.

perché se c'è una cosa naturale, è che non esistono regole fisse in natura, se non quella che ognunə cerca di realizzare la propria felicità come meglio crede. ed ecco che l'amore qui è qualcosa che non si cura degli stereotipi e delle convenzioni, che non si dà etichette ma che, semplicemente, prende la forma che preferisce. ed è da questa libertà che germoglia il seme della felicità.
happy endings è un libro che racconta questa felicità come una cosa piccola e facile da sperimentare: basta avere coraggio e saper cogliere l'occasione giusta.

lunedì 11 novembre 2024

roaming

volevo venire qui per stare con la mia migliore amica, ma tu... sei... tu non sei più tu.


roaming è una storia che parla dell'avere vent'anni, di com'è l'amicizia a quell'età, di com'è l'amore, di come ci si relaziona con sé stessə mentre ci si costruisce, un pezzo alla volta.
in modo anche inaspettatamente doloroso, a volte.
e inaspettatamente doloro è il viaggio a new york di dani, zoe e fiona.
cioè, inaspettatamente vale per loro, o per chi i vent'anni li sta vivendo adesso.
noi, che ormai stiamo quasi doppiando il traguardo, lo sapevamo benissimo fin da subito come sarebbe andata a finire.

new york è per dani e zoe il sogno di sempre. amiche fin da quando erano piccole, la provincia del canada in cui sono cresciute adesso sembra essere troppo stretta per due ragazze che si stanno trasformando in qualcosa di nuovo.
stanno crescendo ma, a volte, non si cresce seguendo la stessa traiettoria, o allo stesso ritmo.
le strade si dani e zoe hanno iniziato a dividersi quando hanno scelto percorsi di studio diversi all'università: arte e biologia. cosa potrebbe esserci di meno compatibile?


ma a scatenare davvero la tempesta tra dani e zoe è la presenza, durante il tanto sognato viaggio a new york di fiona.
dani e fiona studiano insieme, vivono nello stesso dormitorio e forse non potrebbero essere più diverse: ingenua e un po' infantile dani, il suo carattere stride con l'atteggiamento da "bad girl" di fiona.
eppure, in qualche modo il loro rapporto funziona finché l'incontro zoe - divisa tra l'affetto di lunga data per dani e la nuova irresistibile attrazione per fiona - non arriva a destabilizzare tutto.

forse perché, come dicevo sopra, questi tornado emotivi appartengono a un periodo passato della mia vita, di roaming ho preferito l'aspetto "taccuino di viaggio" che la storia in sé.
vedere new york attraverso i disegni di mariko e jillian tamaki me l'ha resa più affascinante di quando non siano mai riusciti a fare foto o video della città, e questo probabilmente perché la vera osservatrice - quella che ci presta il suo punto di vista per "visitare" la città, è dani, l'unica con cui ho empatizzato.
ho trovato zoe e fiona spesso - per non dire sempre - insopportabili, ho desiderato per tutto il tempo trascinare dani fuori dalla storia ed evitarle il dolore che prova chi viene lasciatə al margine. le ho voluto bene, davvero, per tutto il tempo in cui nessun'altrə, nella storia, l'ha fatto.


forse, roaming è un fumetto da adolescenti, forse è un fumetto da adolescenti di "quel" tipo, forse sono semplicemente troppo vecchia per queste cose o forse sono rimasta troppo uguale a quell'adolescente che in viaggio voleva solo vedere i musei, scattare le foto, divertirsi con le amiche e comprare i souvenir.
forse semplicemente non sono la lettrice giusta per roaming perché, per tutto il tempo, ho desiderato quello che desiderava dani: un altro viaggio, un'altra storia.

giovedì 30 maggio 2024

quando muori resta a me

era la prima volta in vita mia che mi sentivo così. ci ho messo qualche anno a dare un nome a quella sensazione. pure a scuola mortacciloro ti insegnano a distinguere felice - triste - arrabbiato.
il senso di colpa non te lo spiega nessuno.

a ogni uscita di un fumetto di zerocalcare c'è un preciso copione che si ripropone sempre uguale: avere il libro prima possibile, mettere da parte tutto il resto, respirare profondamente, iniziare a leggere, sapere che in qualche modo ti farà affrontare qualcosa di te che non avevi ancora tradotto in parole e pensieri compiuti. incassare colpo su colpo e arrivare alla fine, prenderti un po' di tempo e poi ricominciare con tutto il resto.

questa volta però per me è stato un po' meno traumatico perché, per la prima volta, c'ho trovato meno me in questo libro di quanto non mi sia mai successo con gli altri. pensavo che fosse una questione di tematiche, di fatti raccontati, invece poi ho capito che era tutta una questione di prospettive.
ci metterò un po' - non so perché ma mi viene sempre difficilissimo scrivere dei libri di zerocalcare, sarà che in qualche modo gli voglio bene - ma ci arriverò a spiegarla.

in quando muori resta a me zerocalcare affronta un viaggio in auto insieme a suo padre da roma fino a un buco di culo sperduto sulle dolomiti per aggiustare un guasto alla vecchia casa di famiglia paterna. ma tornare, dopo tanti anni, a merìn significa fare i conti con antichi rancori e ostilità mai sopite che restano generazione dopo generazione e, ancor di più, provare a svelare un mistero vecchio di trentacinque anni: cosa successe davvero in quello che nella memoria di zerocalcare è rimasto come il giorno di merman?


in questo paesino sperduto - dove il cellulare non prende, dove non esiste traccia del tranquillizzante traffico romano e dove non ci sono accolli di sorta - zerocalcare ripercorre la storia della sua famiglia, dalle vicende che risalgono fino all'epoca della seconda guerra mondiale e che ancora oggi continuano a impattare sulla vita di quel paesino ai piedi di una montagna che non dimentica, a quelle che riguardano la giovinezza di suo padre, di cui non aveva mai sospettato nulla.
ma, soprattutto, è un viaggio indietro nel tempo che parte dalla sua infanzia, quando riusciva a immaginare suo padre come un eroe capace di imprese straordinarie, e ripercorre uno sgretolarsi traumatico e inesorabile del loro rapporto, un po' per via dei divorzio dei suoi genitori, un po' perché durante l'adolescenza viene facile a tuttə essere delle merde.

dai primi sensi di colpa all'ispessirsi di quei muri che formano labirinti in cui è facile perdersi e impossibile ritrovarsi, zerocalcare mette nero su bianco la difficoltà che i padri hanno avuto nel rapportarsi con i figli (maschi, sicuramente, ma anche con le figlie femmine, seppur in modo diverso), i tentativi di recuperare poi in età adulta, l'incolmabile divario generazionale, i frutti di decenni di silenzi e bugie e sensi di colpa che si sedimentano sempre di più, soffocando un amore enorme che non sa più come esprimersi.

anche in questo libro abbiamo uno zerocalcare-personaggio i cui turbamenti interiori seguono il corso degli eventi: le cose succedono, risvegliano memorie sepolte, aprono interrogativi, portano a riflessioni. ma se fino ad adesso tutto questo processo di autoconsapevolezza era in qualche modo guidato dall'armadillo, ora la sua coscienza è sparita per lasciare il posto a qualcun altro...
nel frattempo, si fa inevitabile il confronto con lo zerocalcare-autore che non può più usare le emozioni del suo alter-ego soltanto per gestire i ritmi della narrazione, ma che si ritrova a doverci fare i conti in una scena memorabile, la prima in cui li vediamo così esplicitamente uno di fronte all'altro, uno riflesso dell'altro.
sono storie quelle che ci ha raccontato negli ultimi quindici anni ma sono anche pezzi della sua vita, pezzi importanti che quella vita l'hanno plasmata e condotta su un percorso ben preciso, diminuendo sempre di più la distanza tra personaggio e autore.

se di quando muori resta a me si dice che sia il suo libro più personale non si deve soltanto alla natura molto intima e biografica delle vicende narrate ma anche, e soprattutto, al fatto che questo libro più degli altri sembra tirare le somme di tutto quello che è stato dal successo de la profezia dell'armadillo in poi. la carriera di zerocalcare ha inevitabilmente influito sulla sua vita, sulle sue scelte e, in qualche modo, anche sul rapporto con chi lo circonda. e se fino ad adesso il lavoro di fumettista è stata un po' la scusa per sottrarsi ad alcune dinamiche tipiche dell'età adulta, ora non funziona più.

zerocalcare ci ha abituati a leggere, nelle sue storie, il ritratto della nostra generazione, di quelli nati tra gli anni 80 e 90, oltre che, ovviamente, tematiche più grandi, come ad esempio la questione curda o recentemente la storia di ilaria salis.
ha sempre affrontato questi temi - tipo la difficoltà a trovare lavoro, ad avere quindi una stabilità economica e personale e a trovare il proprio posto nel mondo - in modo sì autobiografico ma anche politico e collettivo, ed è per questo che ci è sempre venuto così facile riconoscerci nelle sue storie, rispecchiarci nel suo vissuto e sentirci parte di una generazione che è stata messa da parte con un colpo di scopa sotto a un tappeto di indifferenza.
questa volta però, in questo libro in cui il tema centrale è il rapporto padre-figlio e, di conseguenza, la sua mancata paternità, nonostante il tono sia quello a cui siamo abituatə, quella sensazione di tematica collettiva viene a mancare.


a un certo punto zerocalcare dice che negli ultimi anni c'è stata un'esplosione nella narrativa pop - romanzi, fumetti, serie TV, eccetera - di personaggi femminili che hanno posto la riflessione sul ruolo sociale delle donne, toccando diversi aspetti in cui questo ruolo si può declinare tra cui, ovviamente, quello della maternità. quindi, io personalmente mi sarei aspettata un ragionamento che decostruisse la logica del i figli si fanno perché li fanno tutti da sempre e ci fosse una riflessione sul desiderio di essere padre, sul ruolo di padre - quello stereotipato del padre-padrone o del padre-assente, o quello auspicabile di un nuovo tipo di padre più consapevole e presente - anche in relazione alle politiche in merito alla genitorialità in italia (che detto da me è un pippone odioso ma lui sarebbe in grado di uscirsene con un paio di tavole brillanti, come fa di solito).
però tutto questo non c'è.
quella versione frignona di zerocalcare che solitamente è premessa a una riflessione più ampia e profonda che finisce sempre per farci piangere, si riduce qui a un fissarsi l'ombelico, focalizzandosi sul proprio personalissimo vissuto, ovvero: mio padre, suo padre, il padre di suo padre eccetera da una parte e, dall'altra, gli altri uomini che conosco che hanno fatto figli, in un modo o nell'altro.
quando muoio resta a te è la frase che il padre di zerocalcare ripete più spesso e che in questo contesto assume un significato del tutto diverso: resta a te dover gestire un rapporto complesso a cui nessunə ti ha preparato, dover incarnare un ruolo di cui non hai modelli o, se ce li hai, non sono poi il massimo, doverti inventare un modo nuovo per crescere qualcunə che un giorno smetterà di vederti come un eroe.


se proprio vogliamo trovare la voce della riflessione collettiva e politica, questa è affidata a una donna, lesbica - là dove il suo essere lesbica non è solo un descrivere il suo orientamento sessuale ma definire il suo posizionamento politico all'interno di una società eteronormata ed eteronormativa - che è sara. 
sara pone la questione dell'avere o no i figli proprio da un punto di vista politico:  i figli come privilegio delle persone etero, fertili e monogame, con una posizione economica e sociale stabile e, aggiungerei, non-disabili. privilegio inaccessibile, ad oggi in italia, a ogni altra realtà. sara riporta zerocalcare nella sua dimensione narrativa sì, ma impegnata e di denuncia, lo schioda da quel rimirarsi nello specchio che va bene se è autoanalisi ma non se si trasforma in vittimizzazione e egocentrismo all'ennesima potenza.
quello che manca è, a questo punto, una prospettiva maschile - e per la precisione maschile cis-etero - sulla questione che poteva essere un punto di svolta e magari anche di avvio di una riflessione e di un dialogo.

da questo punto di vista quando muori resta a me mi ha un po' delusa anche se, tocca ammetterlo, alla fine è riuscito a commuovermi come sempre, con una tavola finale che è un colpo al cuore, una di quelle immagini che ti costringono a mettere sul piatto della bilancia tutta la tua vita, le tue idee, i tuoi comportamenti. una scena che ti porta a chiederti quanti stanzini segreti ci sono, in realtà, quanti amori incapaci di tradursi in parole e che non sappiamo riconoscere e che perdiamo per via dell'abitudine, dei silenzi, del senso di colpa, della rabbia.

mi spiace che non sia riuscito a osare quel tanto in più che avrebbe reso questo libro molto più che una storia, l'avrebbe potuto far diventare uno dei punti di partenza pop e alla portata di tuttə sulla genitorialità vista, pensata e vissuta anche da quelle figure - i padri - che sembrano così assenti nell'immaginario comune (e nelle politiche sociali così come in un certo tipo di narrazioni) del nostro paese.

lunedì 8 aprile 2024

girl juice

«ti chiedi mai perché siamo qui?»
«madonna, no. dio mi ha donato questo stupido cervello che può fare solo pensieri sciocchi... pensieri come "questo selfie è abbastanza carino per essere postato?" o "cosa c'è per pranzo?". se iniziassi a fare pensieri importanti devierei dal piano che dio ha avuto per me. e, uuuh, no, grazie!»
«quindi... quale pensi che sia il piano che dio ha per te?»
«boh... probabilmente di essere figa e sempliciotta per sempre»
«ci sta»

prendete quattro coinquiline (non amiche. coinquiline) e una cagnolina. quattro coinquiline che riassumono le ossessioni e le idiosincrasie di un'intera generazione, le esasperano e le ingigantiscono in modo che occupino praticamente ogni centimetro quadrato di spazio delle loro esistenze (inclusa quella della cagnolina). mischiate tutto con una abbondante dose di irriverenza, qualche sex toy, e un mucchio di social, app, cellulari e webcam costantemente attivi. aggiungete un po' di traumi infantili, spiriti da esorcizzare, un paio di tonnellate di umorismo, disegni ipercarini e un po' gommosi, colori supersaturi, accertatevi di aver rimosso ogni possibile bigottismo e moralismo e... ta-dah! ecco a voi girl juice!

ana è una disegnatrice di fumetti con una strana fissazione per i clown, sadie è sempre presa dal suo lavoro e sta insieme a tallulah, che sogna di diventare un'influencer famosa. e poi c'è bunny: tremendamente carina, tremendamente hot e tremendamente sciocca, ossessionata dal sesso e innamorata persa della sua cagnolina britney (per inciso: è britney che paga l'affitto).
bunny è il centro gravitazionale attorno a cui ruota freneticamente questa piccola galassia di assurdità quotidiane, un concentrato di stranezze, segreti e completini sexy.
bunny è un po' il motore primo di quasi tutti gli episodi che compongono la prima parte di girl juice, brevi sketch di sei vignette - una tavola ciascuno - che ci trascinano nella vita sconclusionata, folle e incredibilmente divertente delle quattro ragazze e che fanno da preludio alla seconda parte della storia, dedicata a tallulah, al suo canale utube e a una... presenza quantomeno bizzarra, se resta ancora qualcosa capace di stupirci a questo punto.


benji nate crea un mondo che affronta le mille crisi della gen-z con un'ironia dissacrante e scorretta, senza toni da denuncia e senza scivolare nella rappresentazione intimistica e psicologicamente attenta delle sue protagoniste, anzi, ne fa quasi delle maschere, dei grossi grumi di stereotipi che riassumono al meglio le nostre esistenze isteriche e precarie: l'artista portoricana prende tutto quello che potrebbe rendere una storia drammatica e lo rovescia, fino a farci ridere di gusto davanti alla rappresentazione esasperata e full-color della quotidianità di una generazione lontana anni luce da quelle che l'hanno preceduta.


se siete stanchə di quelle narrazioni che ritraggono lə nuovə giovani adultə con toni intimistico-drammatico-psicologico, se volete provare a leggervi attraverso una lente diversa, irriverente, politicamente scorretta (e che probabilmente farebbe correre qualche vostra zia a recuperare il primo rosario disponibile), avete trovato il fumetto che fa per voi.

giovedì 21 marzo 2024

sylvia beach

non è entusiasmante la voglia di sperimentare, sovvertire le regole e creare qualcosa di nuovo?
cover sylvia beach bao publishing perri vanni

a parigi, ancora oggi dopo più di un secolo dalla sua prima apertura, esiste una libreria che è un po' un luogo di culto per ogni appassionatə lettorə, la shakespeare & co., e a rendere questo luogo così speciale è la sua storia che emilia cinzia perri e silvia vanni ripercorrono in questa biografia a fumetti dedicata alla fondatrice della libreria, sylvia beach. beh sì, la libreria che possiamo visitare oggi non è esattamente quella aperta da sylvia ma... è una storia affascinante, che merita di essere conosciuta e che comincia molto, molto lontano da parigi.

nancy woodbridge è una ragazza americana, nata e cresciuta nel maryland insieme a due sorelle e a dei terribili mal di testa che, se da un lato le impediscono di frequentare la scuola, dall'altro la costringono a trascorrere ore e ore sdraiata a letto da sola. certo, non la prospettiva più entusiasmante per una ragazza così giovane, almeno fino al giorno in cui nancy non scopre la magia della lettura. le parole, le storie che i libri raccontano la entusiasmano così tanto che nancy si sente come se fosse capace di staccare i piedi da terra e librarsi - letteralmente - in volo in un mondo che è solo suo, mentre la realtà intorno a lei scompare.
i libri diventano presto i migliori amici di nancy, ma ci vorrà tempo prima che capisca che saranno anche il suo destino: siamo all'inizio del '900 e la vita di nancy è incredibilmente movimentata. trascorrerà diversi anni in europa: a firenze, a madrid, in turenna e infine a parigi, dove arriva all'inizio della guerra. nonostante siano anni difficili, quella che adesso ha preso il nome di sylvia beach - un atto di deliberata autoaffermazione - si innamora della città e della libreria in rue dell'odéon prima e della sua libraia immediatamente dopo: la storia con adrienne monnier durerà praticamente per tutta una vita, tra alti e bassi. adrienne sarà amica, amante, mentore e collega di quella che ancora non sa di stare per diventare la libraia più famosa della storia.


shakespeare & co. apre i battenti un paio di anni dopo che sylvia si stabilisce a parigi. è la prima libreria americana della città, un punto di ritrovo per lə numerosə immigratə statunitensi, intellettuali e non che animano la capitale francese. con la compagnia di lucky e teddy - rispettivamente un gatto nero e un cagnolino bianco - e quella di adrienne, la shakespeare & co. si trasforma presto nel salotto culturale americano e anglofono della città, attirando scrittorə europeə e d'oltreoceano. da qui passano personaggi come paul valéry, thomas eliot, andré gide, paul claudel e ernest hemingway ma è soprattutto quando sylvia decide di pubblicare l'ulisse di james joyce - uno dei tanti frequentatori della libreria, al tempo osteggiato, accusato di oscenità e bersagliato dalla censura - che la libreria acquista la fama che l'ha resa immortale.


parallelamente alle vicende della shakespeare & co., seguiamo il racconto della vita della sua libraia dalle sue stesse parole: la sua storia viene raccontata, infatti, da una sylvia beach ormai anziana a una ragazza appena assunta come domestica in casa sua. nelle parole di sylvia c'è tutta la meraviglia di un'europa in pieno fermento artistico ma anche il desiderio di indipendenza e di affermazione di una donna che non ha alcuna voglia di arrendersi alle convenzioni sociali.

sylvia beach è un inno d'amore per la letteratura e per i libri, per tutto quel mondo che gravita loro intorno, fatto di gente appassionata e un po' sopra le righe, ed è anche la storia di una femminista ante-litteram, innamorata di un'altra donna e del suo lavoro, una donna che ha cambiato il volto della letteratura internazionale di inizio secolo e la cui opera - anche quando la libreria è costretta a chiudere per via della guerra e della censura tedesca - non viene dimenticata: la shakespeare & co. riaprirà nel 1951 grazie a george withman che cambierà nome del suo negozio proprio in onore di sylvia beach e della sua vecchia libreria.

emilia cinzia perri e silvia vanni sono riuscite a tratteggiare un ritratto quasi magico di sylvia beach e del suo negozio, hanno reso la sua forza, la sua tenacia e la sua passione, ma anche le sue fragilità e debolezze, tutto quello che, insomma, la rende umana e reale. e hanno riportato in vita l'atmosfera da salotto letterario di quegli anni straordinari - nel bene e nel male - animato dai nomi più celebri della letteratura moderna.


sylvia beach - insieme a girl juice, tutta sola al centro della terra e la stagione delle piogge - fa parte dell'iniziativa #lefumettistesileggono che dedica il mese di marzo alle autrici: fumettiste che raccontano le opere di altre fumettiste (trovate tutti i contenuti cliccando sull'hashtag o sulla pagina instagram di bao publishing), che si leggono e si sostengono e che sostengono il fumetto scritto e disegnato da donne in un mondo che non solo pensa che i fumetti siano cose da maschi ma, soprattutto, in cui il gender gap nell'ambito lavorativo - anche quello culturale - continua ad avere un impatto fortissimo e a svalutare l'impegno e il talento delle autrici donne.

martedì 19 dicembre 2023

il viaggio di shuna

non si sa con certezza quando avvennero queste vicende: forse in un passato lontano ormai incerto, o forse in un futuro remoto. c'era una volta, sul fondo di un'antica valle scavata da un ghiacciaio, un minuscolo regno dimenticato dal tempo.

l'idea alla base de il viaggio di shuna è stata ispirata da una leggenda tibetana, il principe che divenne cane, che miyazaki aveva immaginato come un film. la realizzazione di un lungometraggio animato così "semplice e privo di fronzoli", come dice lui stesso nella postfazione del libro, non ebbe però troppo successo e l'idea venne riconvertita in un racconto ibrido, a metà tra il fumetto e il romanzo illustrato, ovvero quello che abbiamo avuto modo, quarant'anni dopo la sua prima pubblicazione, di leggere oggi.

è facile riconoscere nei tratti di shuna e della sua cavalcatura quelli che poi saranno i protagonisti de la principessa mononoke, il principe ashitaka e yakkuru, una somiglianza che però non si riduce solo all'aspetto esteriore: sono entrambi principi, entrambi coraggiosi e nobili d'animo, impegnati a salvare il loro popolo, pronti al sacrificio ed entrambi, durante il loro viaggio, si innamorano di una ragazza per la quale sono disposti a lottare.

dentro il viaggio di shuna c'è tutto quello a cui miyazaki ci ha abituatə negli anni, a partire dal ruolo predominante della natura e dei paesaggi, che riescono sempre a essere molto più che semplici sfondi e ambientazioni, diventano protagonisti stessi del racconto ed è, infatti, proprio intorno all'idea di una natura ostile e di un paesaggio poco ospitale che si sviluppa il racconto.


shuna è il principe di un popolo povero, schiavo della fame e di una terra sterile e fredda su cui il sole arriva a fatica, nascosto dai monti. un giorno, shuna trova un vecchio viandante ridotto allo stremo delle forze, lo soccorre e lo porta al villaggio per curarlo e, per ringraziarlo, lui gli mostra dei semi sconosciuti, frutto di piante che, stando alle sue parole, crescono rigogliose e numerose in campi lontani e sono capaci di nutrire popoli interi. così inizia il viaggio di shuna alla ricerca di quei semi dorati e nutrienti, un viaggio difficile in una natura magnifica e spietata. ma se la terra non concede alcuna comprensione agli esseri umani, sono questi a essere però davvero crudeli: shuna incontra uomini che vendono e comprano altre persone, vede città prospere che basano la loro grandezza sulla schiavitù e decide che - se non può stravolgerne le regole - può almeno salvare due sorelle, le uniche che accettano di correre il rischio di essere libere.
tra la maggiore, thea, e shuna, nasce un sentimento che va oltre la riconoscenza e sarà proprio l'amore di thea, nel momento più difficile del viaggio, a fare la differenza per shuna...

la storia è, proprio come dice miyazaki, senza fronzoli e molto lineare ma - insomma, è miyazaki! - riesce ad essere comunque avvincente e bella come sanno esserlo i film dello studio ghibli, un po' per il carisma dellə personaggə, un po' per le atmosfere a metà tra i paesaggi incantati da fiaba e la maestosa spietatezza della natura. c'è tutta la grandiosità del mito in questa storia, ed è proprio nella sua semplicità che si trova il suo punto di forza.