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giovedì 4 giugno 2026

gomìtolo 7 ~ maggio 2026

questo gomìtolo esce in ritardissimo ma va bene lo stesso. d'altro canto, cosa non è in ritardo nelle nostre (nella mia) vite?

sto ancora cercando di capire come sono arrivata a metà di questo anno, anche se sto ancora a confondermi e a scrivere le date con l'ultima cifra sbagliata. le giornate sono interminabili e le settimane volano, tutto è un delirio e io non riesco mai a fare tutto quello che vorrei.

una delle cose più consolatorie di questo mese è stato che un po' di persone mi hanno detto che conoscono e seguono il blog, e persino che ce ne sono altre che lo seguono anche se non ci siamo mai incontrate. bello, sono felice. però se siete tra queste, ogni tanto lasciatelo un messaggino, un commento, un qualche segno di vita, ché pensare di scrivere messaggi in bottiglia che forse non arriveranno mai su nessuna spiaggia non è proprio il massimo.

questa cosa di gomìtolo era iniziata perché non ne potevo più dei social.
non è cambiato niente e, anzi, negli ultimi giorni stanno impazzando delle polemiche così stupide e feroci che reggo tutto ancora meno. sapete di che parlo, no? della questione due spicci e del fatto che non-si-sa-chi ha scritto dei messaggi anonimi per sputtanare uno dei pochissimi personaggi pubblici di questo paese per cui personalmente nutro una stima immane a livello umano.
o, come mi è stato detto, che mitizzo.
boh, forse lo faccio. abbiamo tuttə bisogno di un qualche punto di riferimento, no?
quello che mi urta di tutta questa storia è che l'unica cosa che viene fuori da una protesta fatta così, con i messaggini anonimi su instagram, è che lə animatorə della serie - coinvoltə o meno nella protesta, fa nulla visto che chi ha scritto non c'ha messo il nome e ha parlato con toni generici - c'hanno fatto la figura di chi non sa come si organizza uno sciopero e con chi ci si interfaccia, zerocalcare s'è preso una vagonata di merda assolutamente immeritata e persone orripilanti come g4sp4rri (lo scrivo così perché altrimenti mi fa un po' impressione, scusatemi, sono una persona sensibile in fondo) hanno avuto sponda per fare le loro solite porcherie - tipo parlare di diritti del lavoro quando l'anno scorso vi convincevano che non si doveva andare a votare per il referendum sul lavoro, ve lo ricordate?
altra merda sta venendo a galla, tipo i nomi di chi sta a capo delle case di produzione eccetera, che guardacasochil'avrebbemaidetto si ricollegano a un certo partito di un certo - ugh - senatore, e secondo me questa storia tirerà giù a valanga un sacco di porcherie. e, o succede che viene fuori che michele rech è il più grande attore vivente e negli ultimi quindici anni c'ha preso per il culo interpretando un personaggio che non è, oppure si dovrà fare la fila per chiedergli scusa.
se conoscete qualche sito che accetta scommesse fatemi sapere, che io di certezze ne ho poche ma su questa cosa saprei dove puntare.


intanto, due spicci l'ho vista, è bellissima come sempre e come sempre m'ha commosso e fatto a pezzettini il cuore. perché io sono così, piango per le cose di zerocalcare e per i video dei cagnolini felici. e perché da la profezia dell'armadillo in poi, poche cose m'hanno fatto sentire non-sola come i fumetti e, dopo, le serie sue.
(ma tu vedi se mi doveva toccare di mitizzare un maschio bianco cis etero. almeno abbiamo scoperto che è canaro, mi danno l'attenuante)

comunque, di questa storia ne ho parlato con un po' più di diplomazia qui insieme al sommo audace. (però mi dovevo sfogare. almeno lo faccio negli spazi miei)

sono una fangirl

altra cosa importante di maggio è che c'è stato il salone del libro di torino, che ci sono andata, che ho visto pochissime persone e che con quelle pochissime persone ci sono stata bene.
grazie a eris che è sempre famiglia , dove incontro sempre gente straordinaria come mel (qui due parole sul suo libro ma tra qualche giorno esce un'intervista pazzesca sul blog audace) e eugenia erba, e che mi ha permesso di respirare la stessa aria di agustina bazterrica. grazie a chi mi accoglie al suo stand sempre con parole bellissime (sì riccardo-di-diabolo, parlo di te ), grazie a chi non mi ha fatto perdere in autobus e mi ha fatto squattare una sedia allo stand di zona42 (ciao vargas).
che dire? il salone è sempre un delirio, fa caldo, non si respira e si finisce per comprare un botto di roba che boh, chissà quando la leggo. quest'anno, però, in questa categoria rientra un solo acquisto per me, sto imparando a contenermi.
ad essere sincera ho girato il meno possibile proprio per evitare di fare danni e un po' perché tra stanchezza e alcuni momenti di presa-a-male è andata così. ci sono state persone a cui avrei voluto presentarmi e invece poi ho fatto dietrofront, e altre con cui invece sono riuscita a parlare (ciao maicol & mirco, è stato bellissimo conoscerti ma le prossime magliette falle anche piccole che pure a me piacciono i tuoi disegni, mica solo a quellə grandə).
amen. magari il prossimo anno va meglio, chi lo sa.


questo mese ho letto di più ma c'ho meno voglia di scrivere.
volevo parlarvi di due libri, di uno poi ci farò una recensione fatta per bene, promesso, dell'altro vi dico adesso.
crescere, la guerra è uno dei miei acquisti (niente bookhaul o foto acquisti, smettiamola con questi contenuti dove ostentiamo cosa compriamo, soprattutto dopo il post su quanto siamo anticapitalistə) fatti a torino ma non al salone - finalmente sono riuscita a farmi un girettino tra le bancarelle sotto ai portici che vedevo sempre nelle foto dellə altrə e rosicavo - e mi ha fatto compagnia durante un altro viaggio verso torino (ve lo dico dopo).
è un poema che a leggerlo si sente la voce di francesca mannocchi direttamente nelle orecchie, quel suo modo di raccontare le cose con lucidità e pacatezza e fermezza (ecco, anche lei è un'altra che mi fa commuovere e piangere di rabbia). racconta la guerra cantando chi la guerra l'ha vissuta, la vive.
sulla quarta di copertina si legge una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria, ed è davvero così. poco importano le date e le coordinate, quello che resta è la storia di chi cerca di restare un essere umano lì dove le condizioni per esserlo cessano di esistere. si cantano i corpi ma anche le case abbandonate e distrutte, il doversi separare da tutte quelle cose quotidiane, banali forse ma fondamentali per costruire una quotidianità, per mettere insieme la propria storia.
la guerra come cancellazione di quel sommare momento a momento per costruirsi una vita, per arrivare alla fine ad avere una memoria. la poesia come uno spintone, una forza che ci fa fare un passo avanti per sfondare la cornice e imparare a guardare un paio di occhi alla volta, una vita alla volta, cos'è la guerra fuori dal linguaggio chirurgico di chi la racconta senza averla mai vissuta, di chi ne fa numeri e statistiche.
l'orrore è questa cosa qui, questo distruggere l'umanità dellə altrə mentre sfiguriamo la nostra.

parlo troppo, gesticolo di più

e poi, dicevo, a torino ci sono tornata due settimane dopo il salone, grazie all'associazione binaria che ha ospitato me e gresa a parlare - ancora, dopo tre anni - di decostruzione antiabilista.
parlare ho parlato tanto, come faccio sempre. se mettessi insieme tutte le cose che ho detto in questi anni, magari ci scrivevamo altri due libri.
però, sinceramente, la cosa più bella che questo librino qui mi ha dato è stata l'andare in giro a parlare con persone che magari non incontrerò mai più ma con cui abbiamo per un attimo costruito qualcosa insieme, in posti dove forse non tornerò mai più ma che almeno una volta ho attraversato.
e, se mai capiterà qui qualcunə che quel libro l'ha letto o ci ha ascoltate parlarne da qualche parte, grazie per averci dato la tua attenzione, è sempre bellissimo .

foto bonus: a ravenna andavano di moda le papere

sabato 7 febbraio 2026

gomìtolo 3 ~ gennaio 2026


che fine ha fatto tutto l'entusiasmo che avevo a dicembre? gennaio dovrebbe essere il mese della ripartenza, per me invece sono stati giorni di mosceria e metereopatia, di arrancamento mentale, di sopravvivenza a risparmio energetico.

ho letto tantissimo ma non sono riuscita a scrivere nulla, e non perché le letture siano state poco interessanti. ho evitato di forzarmi a fare qualcosa che non mi andava - anche perché, in realtà, mi sono forzata a fare qualsiasi cosa, avrei solo voluto farmi la tana e aspettare l'arrivo della primavera - ma mi sono promessa di usare questo spazio per non perdere del tutto traccia delle ultime cose che.

in realtà la mia testa non fa che vagare, piena di disgusto per tutto quello che mi arriva ogni giorno dai social. le notizie di questi ultimi giorni raggiungono un livello di orrore tale che sfido qualsiasi regista o scrittorə di horror a pensare a qualcosa che possa quantomeno eguagliarle.
e sui social la nostra esistenza, con tutte le sue piccolezze, va avanti in tutto questo: bombardamenti e accuse di violenze inenarrabili rivolte alle persone più schifosamente potenti del pianeta in mezzo a video di gattini, ai nostri selfie, ai libri che leggiamo.
è vero che cedere spazio non è mai una reazione costruttiva, ma credo che quello spazio dovremmo occuparlo con consapevolezza, e che però non sempre ci riusciamo.
l'idea di usare sempre meno i social (se non per la ricondivisione di notizie), di cui ho già parlato in questa specie di rubrica, continua a essere fondamentale per me, ed è per questo che voglio usare il più possibile il blog per parlare delle cose che mi piacciono e che voglio condividere (sono ripetitiva? beh sì. scusatemi.) anche quando la mia testa è così incasinata e il mio morale così a terra.

e dunque, ecco qui - in ritardo - un po' di cose-di-gennaio.


innanzitutto vi invito a recuperare la recensione dell'ultimo libro di zerocalcarenel nido di serpenti, che ho pubblicato sul blog audace e che parla della vicenda - per cui dovrebbe esserci uno scandalo enorme che invece non c'è, di maja t., che proprio in questi giorni è statə condannatə a otto anni di carcere con l'accusa di aver pestato dei neonazisti (quel tipo di cose per cui dovrebbero darti una medaglia, e invece). sul manifesto trovate una bella intervista a maja t., leggetela!


prima di tornare a bologna ho anche letto la casa disabitata di charlotte riddell, preso anni fa durante non ricordo più quale festival. tralasciamo la trama, che non ha elementi particolarmente sorprendenti, anzi: la vicenda ruota intorno a una casa che si vuole infestata e a un mistero che viene indagato dal protagonista/narratore, il classico giovanotto un po' spiantato ma ricco di buoni sentimenti e di caparbietà, soprattutto perché in gioco potrebbe esserci la mano di una bellissima - timida, pudica, leggiadra, amabile, eccetera - ereditiera.
la cosa che più ho amato di questo libro è che mi ha ricordato che questa cosa dello show-don't-tell è una moda tremendamente recente e che, come tutte le mode - sperando nella bontà della sorte - passerà e noi potremo finalmente goderci ancora dei libri scritti da chi sa scrivere e non soltanto fare telecronache da stadio (ogni riferimento all'odio profondo provato per il re strega - iniziato e abbandonato, come merita qualsiasi storia sì accattivante ma completamente priva di contesto e di strumenti che permettano al lettore di capire cosa straminchia stia succedendo - è assolutamente volontario e carico di risentimento).


ho anche finalmente letto doris lessing, autrice che volevo leggere da tantissimo tempo ma - mi succede con tuttə lə scrittorə che hanno pubblicato valanghe di cose - non sapevo da dove iniziare.
il quinto figlio non è stato propriamente scelto, me lo sono ritrovato qualche mese fa in una di quelle promo due libri XX€ e l'ho preso (insieme a un amico a cui ho suggerito un libro di saramago, che ha apprezzato molto).
è stata una lettura abbastanza angosciante e quindi apprezzatissima (non so perché per ora più un libro mi angoscia e più mi piace, forse dovrei tornare dalla psicologa), che ho divorato in un solo giorno.
la storia è quella di una famiglia tradizionale che-più-tradizionale-non-si-può, una coppietta che non vede l'ora di riprodursi e sfornare una squadra di mocciosi. e in effetti, le prime quattro volte va tutto a meraviglia - nonostante un fastidio che si fa sempre più malcelato da parte dellə nonnə, costretti a dare sostegno tanto economico quanto pratico a figliə e nipotə - e le creature che nascono sono bambinə perfettə, roseə, paffutə, con gli occhioni pieni di gioia, amore e speranza.
ma giuntə alla quinta gravidanza, l'idillio si spezza. e da quel momento in poi, il piccolo paradiso che avevano sognato e iniziato a costruire, si sgretola irrimediabilmente.
l'aspetto migliore del romanzo è, secondo me, la mancanza di risposte chiare e idee più o meno preconfezionate. entriamo molto nella mente di una madre che, prima, sogna una valanga di bambinə e che descrive la gravidanza e la maternità come la migliore delle esperienze possibili. la stessa madre sarà capace di pensieri orribili - non letteralmente orribili, in realtà, ma molto lontani dagli stereotipi che abbiamo introiettato circa le donne e il rapporto con lə figliə - e il quinto figlio, visto attraverso i suoi occhi, appare come un mostro inquietante.
in questo romanzo tutto sommato anche abbastanza breve, lessing distrugge i preconcetti sulla maternità, tanto dal lato di chi la reputa un'esperienza imprescindibile per le donne, tanto per chi la rifiuta. la distanza tra la perfetta famiglia dei sogni e la tragedia di una progenie indesiderabile è poco più che un soffio, uno scherzo del caso, una possibilità incontrollabile e del tutto indipendente da speranze, sogni e ambizioni.


altro recuperone, di tutt'altro genere, è stato il cuore di thomas (sempre sia lodato vinted), una delle opere più note di moto hagio, mangaka il cui lavoro - insieme alle altre del gruppo '24 - è stato fondamentale per la definizione del canone shoujo come lo conosciamo adesso, e per tutto lo straordinario percorso di esplorazione dei generi che ha caratterizzato l'ultimo mezzo secolo del fumetto per ragazze.
insomma, una lettura che per me era dettata soprattutto dalla voglia di conoscere qualcosa di storico, di fondante del genere stesso, più che per un vero e proprio interesse per l'opera in sé - che, spoilerone, non mi ha entusiasmata più di tanto.
al netto della mia scarsa fascinazione per il melodrammatico, va riconosciuto il ruolo di opere così apertamente sentimentali - nel senso di indagine realistica e senza filtri dei sentimenti umani, anche di quelli più oscuri e meno accettati da società rigide soprattutto se insiti nelle giovani donne, creature da tenere il più possibile sotto controllo e dentro determinati schemi.
se lo guardo da questo punto di vista, più razionale e indirizzato verso la comprensione dello shoujo come movimento culturale fondamentale per la formazione delle ragazze giapponesi prima e di quelle di mezzo mondo poi, allora posso capire perfettamente lo straordinario valore di opere come questa.
il motivo per cui a me non batte il cuore leggendo storie così, è che sono ormai una vecchia bacucca. e non ci possiamo fare nulla, purtroppo per me.


molto meno significativo da un punto di vista oggettivo, ma più easy nei toni - e che quindi mi è piaciuto di più - è stato your letter di hyeon a cho. avevo un pregiudizio enorme su questo manwha che non so nemmeno spiegarmi, una sorta di antipatia a pelle che me l'ha fatto tenere su uno scaffale per più di un anno ma che alla fine mi ha sorpreso.
mentre il filo della storia è retto da una sorta di caccia al tesoro, il tema di fondo è quello del bullismo e della possibilità di creare rapporti profondi e sinceri solo nel momento in cui si abbassano le difese e ci si mostra con sincerità e senza paura.
sicuramente pensato per un pubblico giovane, è stato apprezzato anche dalla vecchia bacucca di cui sopra, quindi recuperatelo - e magari, se conoscete lettorə in piena crisi adolescenziale, regalatelo.

foto pigra (mi devo arrampicare per recuperare i volumi in alto) ~
ma volevo anche immortalare il mio pothos resuscitato e il mio quadretto

ammetto che ho snobbato per un bel po' di tempo ping pong di taiyo matsumoto perché gli spokon mi annoiano come poche altre cose al mondo (tipo lo sport). ma è taiyo matsumoto e quindi ho approfittato del fatto che un mio amico non sapeva cosa regalarmi per il claccaday e l'ho dirottato su questo.
ok, sono stata scema perché è davvero - ma davvero! - un capolavoro. scusa se ho dubitato di te, matsumoto sensei!
i due protagonisti - smile e peko - sono appassionati amici fin dai tempi dell'infanzia ed entrambi sono appassionati di ping pong. anzi, è proprio il ping pong a far nascere il loro legame e a consolidarlo nel corso degli anni, facendoli diventare due giovani promesse di questo sport e portandoli all'inevitabile scontro finale.
tra allenamenti e gare, smile e peko incarnano nei due modi diametralmente opposti tutti gli elementi tipici degli spokon: il rapporto con il proprio talento innato, la perseveranza negli allenamenti, l'ambizione, lo spirito di competitività, la crescita personale, eccetera. ma quello che rende ping pong un titolo straordinario nell'immenso panorama delle storie sportive è lo stile grafico di matsumoto, che raggiunge vette altissime. regia, composizione delle tavole, padronanza del segno, tutto si armonizza alla perfezione e riesce a restituire la tensione e la velocità degli incontri.
semplicemente meraviglioso


tornando a moto hagio, ho recuperato marginal (grazie anonimo amico che me l'hai trovato su vinted) che ho apprezzato molto di più rispetto a il cuore di thomas. marginal è uno sci-fi le cui atmosfere mi hanno ricordato moltissimo la principessa splendente per le tematiche legate al controllo bioingegneristico dei corpi, anche se la trama è completamente differente. siamo sulla terra, in un futuro non lontanissimo e post-apocalittico in cui sopravvive una popolazione quasi esclusivamente maschile e un'unica donna-madre venerata quasi come una divinità. ovviamente, ci sono forse esterne alla piccola comunità in cui si svolge la storia, e il mistero che le avvolge scatena i fatti da cui poi prende avvio la trama, che è troppo lunga e complessa per poterla riassumere qui, ma volevo segnarmi un'osservazione secondo me interessante, e cioè che marginal prova - forse senza averne l'intenzione - la natura squisitamente culturale del patriarcato, totalmente scevra da qualsiasi fondamento biologico: in questa società di soli uomini, infatti, le dinamiche di squilibrio dei poteri tipiche delle culture misogine si ripropongono a discapito dei ragazzi più giovani.
lo so che è assurdo dover ribadire nel 2026 che non c'è alcuna differenza di valore tra maschi e femmine legata a una qualche idiozia parascientifica, ma le ultime notizie che arrivano da questo ridicolo paese ci dicono che non è così. e dunque, grazia hagio sensei per averlo spiegato così bene.


non sono stata al bologna nerd ma ho approfittato del fatto che ci andasse la mia coinquilina per recuperare velocissimamente olympia, ultima autoproduzione di giulio macaione.
fun fact: la mia tesi di triennale in accademia era proprio dedicata all'olympia di manet. ma sono aneddoti che non importano a nessunə, quindi parliamo di questo fumettino qui che è molto più interessante. macaione riprende alcune tematiche del discorso intorno all'opera di manet - l'assertività dell'espressione del viso di victorine meurent, il suo doppio ruolo di artista-soggetto e modella-oggetto, il soggetto non metaforico né didascalico dell'opera, eccetera - e ci costruisce intorno una storia che viaggia sui due binari della realtà e dell'immaginazione e che si gioca tutta nella distanza carica di tensione erotica tra un pittore, che vuole reinterpretare l'olympia, e un modello che non conosce l'opera originale. il dialogo tra loro riprende la tensione tra soggetto rappresentante e soggetto rappresentato, tra l'intento espressivo di chi è osservato e l'interpretazione di quella stessa espressione da parte di chi osserva, un incontro-scontro che si sublima in un sogno erotico a occhi aperti forse condiviso, capace di scardinare gli equilibri di potere inizialmente stabiliti.
poche pagine ma estremamente affascinanti sia per la bravura di affrontare in modo chiaro, sintetico e lucido quello che in un libro di critica d'arte avrebbe richiesto pagine e pagine di sbrodolamenti, sia per l'eleganza delle scene più esplicite, ottime da schiaffare sotto gli occhi di chi, ancora, finge di ignorare la differenza tra erotismo e pornografia.


ho recuperato su vinted i quattro volumini di clover delle clamp, che avevo letto non so più quanti anni fa (probabilmente una ventina) e... non ricordavo affatto che fosse così bello e sperimentale! ovviamente, è una di quelle cose belle che clamp fanno e non finiscono. per la precisione, clover pare essere stato abbandonato proprio a livello embrionale, privo non soltanto di una conclusione ma anche di un vero e proprio sviluppo. almeno, da un punto di vista canonico. facendoci del male (perché, se la mia teoria è accettabile, allora il finale è tristissimo e disperato), possiamo anche considerarla come un'opera completa ma con una struttura molto particolare: il primo volume conclude una storia iniziata prima, che viene riproposta come una sequenza di flashback via via sempre più lontani nel tempo nel corso degli altri capitoli. un'espansione della trama non tanto verticale - dall'inizio alla fine, insomma - ma orizzontale, una dilatazione del tempo-racconto che si focalizza più sullə personaggə che sulla vicenda.
accettando il fatto che non sapremo mai se la trama originale prevedeva altro, possiamo goderci tutto il resto, ovvero una costruzione dello spazio estremamente minimalista e surreale, con lə personaggə che si spostano spesso in enormi campiture bianche, costumi e oggetti il cui design è un interessantissima commistione di steam punk e puro decorativismo, con quei riferimenti alla natura piegati alla necessità ornamentale che fa un po' liberty, e una scansione delle tavole che rende clover vicino a qualcosa che potrebbe essere più una poesia - o una canzone - a fumetti più che una vera e propria narrazione.
a distanza di così tanti anni - e dopo aver accettato l'idea che le clamp non sono mai sinonimo di sicurezza per noi lettorə - posso dire che secondo me si meriterebbe una bella ripubblicazione, a beneficio di chi, ai tempi, se l'era perso (altrimenti, cercate su vinted che si trova abbastanza facilmente).


da dicembre sto seguendo il bellissimo corso di letteratura umoristica della mia amica valentina presti danisi che mi sta aprendo un mondo - e mi sta facendo aggiungere libri su libri alla wishlist e agli scaffali. tra questi, ho letto il cornetto acustico di leonora carrington che vince a pieno titolo il primo premio per il libro più assurdo-et-geniale dell'anno anche se siamo solo a febbraio.
è un po' difficile parlare di questo libro perché nella sua geniale assurdità è totalmente spiazzante: si inizia con una vecchietta quasi centenaria con grossissimi problemi di udito, un paio di gatti, una gallina e un cornetto acustico ricevuto in dono dalla sua strampalata amica, e si finisce - letteralmente - alla fine del mondo, passando per suore dedite a rituali pagani, cavalieri alla ricerca del santo graal, divinità mai dimenticate, e dolcetti avvelenati (non sono spoiler, questi pochi elementi non dicono molto nel modo meraviglioso in cui si incastrano tra loro). a tutto questo si aggiunge uno stile brillante e alcune frasi che meriterebbero di diventare dei poster.
insomma, se non lo conoscete leggetelo (e seguite valentina e i suoi corsi perché meritano tanto!)


e poi ovviamente ho visto la prima parte della nuova stagione di bridgerton e la scena in cui la regina chiede a penelope di raccontarle gli ultimi pettegolezzi in stile lady whistledown, battendo le mani e lanciando urletti isterici, riassume perfettamente le mie reazioni a questi primi episodi, strapieni di cliché. l'avevo scritto tempo fa, bridgerton ha un posticino speciale nel mio cuore sia perché i romanzi mi sono stati di conforto in un periodo di stress tremendo - e leggere quelle storie così perfette e zuccherose era l'unico momento in cui potevo rilassarmi un po' - sia perché è forse la serie in cui ho visto le migliori rappresentazioni di corpi disabili e in generale non conformi di cui abbia memoria. bridgerton è un'utopia al quadrato non soltanto perché ci sono uomini (bellissimi) scritti da donne, con tutti i benefici che questo comporta, ma anche perché persone bipoc/queer/disabili e altre identità convivono in una società non marginalizzante, giudicante ed escludente (almeno su questi parametri). ovvio che resta la questione di classe - si parla dell'alta società e si fa una grandissima distinzione tra chi appartiene alla nobiltà e chi no, e anzi questa stagione ragiona quasi esclusivamente su questo - e un intrinseco maschilismo su cui si fonda tutta la questione del mercato matrimoniale, ma vedere personaggə non conformi rappresentatə da attorə non conformi mi rincuora moltissimo.
il lavoro di adattamento che è stato fatto in questo senso partendo dai libri - che sono molto più banali nel senso di chi viene rappresentato e come - è la dimostrazione che no, non sempre la coerenza con l'opera originale paga e che, anzi, un buon adattamento è quello capace di aggiungere valore a opere originali che altrimenti rimarrebbero prodotti poco o nulla rilevanti.


foto bonus: ragazza che legge, pablo picasso 1938. una delle poche foto fatte alla mostra impressionismo e oltre, al museo dell'ara pacis di roma lo scorso weekend.
un po' per giustificare il ritardo di questo post, un po', soprattutto, perché qui ci stava proprio bene.

giovedì 30 maggio 2024

quando muori resta a me

era la prima volta in vita mia che mi sentivo così. ci ho messo qualche anno a dare un nome a quella sensazione. pure a scuola mortacciloro ti insegnano a distinguere felice - triste - arrabbiato.
il senso di colpa non te lo spiega nessuno.

a ogni uscita di un fumetto di zerocalcare c'è un preciso copione che si ripropone sempre uguale: avere il libro prima possibile, mettere da parte tutto il resto, respirare profondamente, iniziare a leggere, sapere che in qualche modo ti farà affrontare qualcosa di te che non avevi ancora tradotto in parole e pensieri compiuti. incassare colpo su colpo e arrivare alla fine, prenderti un po' di tempo e poi ricominciare con tutto il resto.

questa volta però per me è stato un po' meno traumatico perché, per la prima volta, c'ho trovato meno me in questo libro di quanto non mi sia mai successo con gli altri. pensavo che fosse una questione di tematiche, di fatti raccontati, invece poi ho capito che era tutta una questione di prospettive.
ci metterò un po' - non so perché ma mi viene sempre difficilissimo scrivere dei libri di zerocalcare, sarà che in qualche modo gli voglio bene - ma ci arriverò a spiegarla.

in quando muori resta a me zerocalcare affronta un viaggio in auto insieme a suo padre da roma fino a un buco di culo sperduto sulle dolomiti per aggiustare un guasto alla vecchia casa di famiglia paterna. ma tornare, dopo tanti anni, a merìn significa fare i conti con antichi rancori e ostilità mai sopite che restano generazione dopo generazione e, ancor di più, provare a svelare un mistero vecchio di trentacinque anni: cosa successe davvero in quello che nella memoria di zerocalcare è rimasto come il giorno di merman?


in questo paesino sperduto - dove il cellulare non prende, dove non esiste traccia del tranquillizzante traffico romano e dove non ci sono accolli di sorta - zerocalcare ripercorre la storia della sua famiglia, dalle vicende che risalgono fino all'epoca della seconda guerra mondiale e che ancora oggi continuano a impattare sulla vita di quel paesino ai piedi di una montagna che non dimentica, a quelle che riguardano la giovinezza di suo padre, di cui non aveva mai sospettato nulla.
ma, soprattutto, è un viaggio indietro nel tempo che parte dalla sua infanzia, quando riusciva a immaginare suo padre come un eroe capace di imprese straordinarie, e ripercorre uno sgretolarsi traumatico e inesorabile del loro rapporto, un po' per via dei divorzio dei suoi genitori, un po' perché durante l'adolescenza viene facile a tuttə essere delle merde.

dai primi sensi di colpa all'ispessirsi di quei muri che formano labirinti in cui è facile perdersi e impossibile ritrovarsi, zerocalcare mette nero su bianco la difficoltà che i padri hanno avuto nel rapportarsi con i figli (maschi, sicuramente, ma anche con le figlie femmine, seppur in modo diverso), i tentativi di recuperare poi in età adulta, l'incolmabile divario generazionale, i frutti di decenni di silenzi e bugie e sensi di colpa che si sedimentano sempre di più, soffocando un amore enorme che non sa più come esprimersi.

anche in questo libro abbiamo uno zerocalcare-personaggio i cui turbamenti interiori seguono il corso degli eventi: le cose succedono, risvegliano memorie sepolte, aprono interrogativi, portano a riflessioni. ma se fino ad adesso tutto questo processo di autoconsapevolezza era in qualche modo guidato dall'armadillo, ora la sua coscienza è sparita per lasciare il posto a qualcun altro...
nel frattempo, si fa inevitabile il confronto con lo zerocalcare-autore che non può più usare le emozioni del suo alter-ego soltanto per gestire i ritmi della narrazione, ma che si ritrova a doverci fare i conti in una scena memorabile, la prima in cui li vediamo così esplicitamente uno di fronte all'altro, uno riflesso dell'altro.
sono storie quelle che ci ha raccontato negli ultimi quindici anni ma sono anche pezzi della sua vita, pezzi importanti che quella vita l'hanno plasmata e condotta su un percorso ben preciso, diminuendo sempre di più la distanza tra personaggio e autore.

se di quando muori resta a me si dice che sia il suo libro più personale non si deve soltanto alla natura molto intima e biografica delle vicende narrate ma anche, e soprattutto, al fatto che questo libro più degli altri sembra tirare le somme di tutto quello che è stato dal successo de la profezia dell'armadillo in poi. la carriera di zerocalcare ha inevitabilmente influito sulla sua vita, sulle sue scelte e, in qualche modo, anche sul rapporto con chi lo circonda. e se fino ad adesso il lavoro di fumettista è stata un po' la scusa per sottrarsi ad alcune dinamiche tipiche dell'età adulta, ora non funziona più.

zerocalcare ci ha abituati a leggere, nelle sue storie, il ritratto della nostra generazione, di quelli nati tra gli anni 80 e 90, oltre che, ovviamente, tematiche più grandi, come ad esempio la questione curda o recentemente la storia di ilaria salis.
ha sempre affrontato questi temi - tipo la difficoltà a trovare lavoro, ad avere quindi una stabilità economica e personale e a trovare il proprio posto nel mondo - in modo sì autobiografico ma anche politico e collettivo, ed è per questo che ci è sempre venuto così facile riconoscerci nelle sue storie, rispecchiarci nel suo vissuto e sentirci parte di una generazione che è stata messa da parte con un colpo di scopa sotto a un tappeto di indifferenza.
questa volta però, in questo libro in cui il tema centrale è il rapporto padre-figlio e, di conseguenza, la sua mancata paternità, nonostante il tono sia quello a cui siamo abituatə, quella sensazione di tematica collettiva viene a mancare.


a un certo punto zerocalcare dice che negli ultimi anni c'è stata un'esplosione nella narrativa pop - romanzi, fumetti, serie TV, eccetera - di personaggi femminili che hanno posto la riflessione sul ruolo sociale delle donne, toccando diversi aspetti in cui questo ruolo si può declinare tra cui, ovviamente, quello della maternità. quindi, io personalmente mi sarei aspettata un ragionamento che decostruisse la logica del i figli si fanno perché li fanno tutti da sempre e ci fosse una riflessione sul desiderio di essere padre, sul ruolo di padre - quello stereotipato del padre-padrone o del padre-assente, o quello auspicabile di un nuovo tipo di padre più consapevole e presente - anche in relazione alle politiche in merito alla genitorialità in italia (che detto da me è un pippone odioso ma lui sarebbe in grado di uscirsene con un paio di tavole brillanti, come fa di solito).
però tutto questo non c'è.
quella versione frignona di zerocalcare che solitamente è premessa a una riflessione più ampia e profonda che finisce sempre per farci piangere, si riduce qui a un fissarsi l'ombelico, focalizzandosi sul proprio personalissimo vissuto, ovvero: mio padre, suo padre, il padre di suo padre eccetera da una parte e, dall'altra, gli altri uomini che conosco che hanno fatto figli, in un modo o nell'altro.
quando muoio resta a te è la frase che il padre di zerocalcare ripete più spesso e che in questo contesto assume un significato del tutto diverso: resta a te dover gestire un rapporto complesso a cui nessunə ti ha preparato, dover incarnare un ruolo di cui non hai modelli o, se ce li hai, non sono poi il massimo, doverti inventare un modo nuovo per crescere qualcunə che un giorno smetterà di vederti come un eroe.


se proprio vogliamo trovare la voce della riflessione collettiva e politica, questa è affidata a una donna, lesbica - là dove il suo essere lesbica non è solo un descrivere il suo orientamento sessuale ma definire il suo posizionamento politico all'interno di una società eteronormata ed eteronormativa - che è sara. 
sara pone la questione dell'avere o no i figli proprio da un punto di vista politico:  i figli come privilegio delle persone etero, fertili e monogame, con una posizione economica e sociale stabile e, aggiungerei, non-disabili. privilegio inaccessibile, ad oggi in italia, a ogni altra realtà. sara riporta zerocalcare nella sua dimensione narrativa sì, ma impegnata e di denuncia, lo schioda da quel rimirarsi nello specchio che va bene se è autoanalisi ma non se si trasforma in vittimizzazione e egocentrismo all'ennesima potenza.
quello che manca è, a questo punto, una prospettiva maschile - e per la precisione maschile cis-etero - sulla questione che poteva essere un punto di svolta e magari anche di avvio di una riflessione e di un dialogo.

da questo punto di vista quando muori resta a me mi ha un po' delusa anche se, tocca ammetterlo, alla fine è riuscito a commuovermi come sempre, con una tavola finale che è un colpo al cuore, una di quelle immagini che ti costringono a mettere sul piatto della bilancia tutta la tua vita, le tue idee, i tuoi comportamenti. una scena che ti porta a chiederti quanti stanzini segreti ci sono, in realtà, quanti amori incapaci di tradursi in parole e che non sappiamo riconoscere e che perdiamo per via dell'abitudine, dei silenzi, del senso di colpa, della rabbia.

mi spiace che non sia riuscito a osare quel tanto in più che avrebbe reso questo libro molto più che una storia, l'avrebbe potuto far diventare uno dei punti di partenza pop e alla portata di tuttə sulla genitorialità vista, pensata e vissuta anche da quelle figure - i padri - che sembrano così assenti nell'immaginario comune (e nelle politiche sociali così come in un certo tipo di narrazioni) del nostro paese.

venerdì 4 dicembre 2020

a babbo morto

"ma che è 'sta merda da poveri? io avevo chiesto il nintendo!"

è arrivato dicembre, ci sono lucine ovunque, le caselle e-mail sono intasate di offerte per i regali, i jingle natalizi strombazzano in tv e dappertutto tocca sorbirci le solite stronzate su quanto saremo tutti più buoni.

insomma, è arrivato natale come ogni anno ma almeno questa volta possiamo tirarci fuori dalla forzata atmosfera di zuccherosa e consumistica felicità grazie alla storia di natale meno probabile che qualcuno potesse scrivere.
e chi se non zerocalcare poteva cimentarsi in una storia di natale così poco natalizia?

a babbo morto è a metà tra fumetto e storia illustrata (con l'aiuto ai colori dell'ormai imprescindibile alberto madrigal) una lettura veloce, velocissima, che però lascia un peso sullo stomaco che dura a lungo.
e se qualcuno è rimasto in qualche modo stupito dopo averlo letto, beh, o non aveva mai letto nulla di zerocalcare o non ne aveva mai capito nulla.

partendo dal momento della morte di babbo natale, padrone della klauss inc., azienda di produzione e distribuzione di giocattoli, si scatena un effetto a catena di scandali e crisi economiche che, ovviamente, non intaccano i vertici dell'azienda ma si riversano spietatamente sulla manovalanza: un incidente - probabilmente per nulla accidentale - scatena una vera e propria caccia al folletto.

già mal visti dopo gli scioperi contro i primi licenziamenti, gli scontri tra folletti e istituzioni si fanno sempre più duri, fino a degenerare in una tragica spirale di violenza.
la seconda parte della storia continua mantenendo la stessa atmosfera, e vede protagoniste delle befane-rider in cerca del giusto riconoscimento dei loro diritti di lavoratrici.


giocando con la metafora natalizia, zerocalcare mette in realtà sulla scena alcuni dei temi più importanti del nostro presente e di quel messaggio politico che ha sempre portato avanti: dalla mancanza di diritti sul lavoro al modo perverso dei media main stream di raccontare le realtà del nostro paese, dai fatti di cronaca purtroppo mai troppo lontani ("e hanno provato a dire che era stato un altro folletto, con un sasso. ci credete??"), alla violenza delle istituzioni, accettata come sacrosanta giustizia, alla volontà e capacità di creare reti di solidarietà tra sfruttati per cercare e creare soluzioni alternative a un sistema disumano.

mettete questo libro sotto l'albero per chiunque vogliate ma evitate di regalarlo ai bambini, a meno che non vogliate traumatizzarli per bene e passare la sera della vigilia a spiegare ai vostri pargoli che il paese in cui vivono non è affatto la favola di bontà, giustizia e democrazia che credono sia.

con tanti auguri di un natale arrabbiato e combattivo.

lunedì 9 novembre 2020

scheletri

il modo più scontato di ammazzare qualcuno è chiuderlo dentro uno spazio senz'aria.
coi mostridentro invece funziona al contrario.
più ne parli, più entra l'aria. più c'è ricircolo. e i mostri soffrono perché sono creature molto freddolose.
se invece li covi, li tieni al caldo, senza far entrare nessuno... crescono.
e possono crescere tantissimo fino a occupare ogni parte di te.
[...] quindi uno dice vabbe' ma allora parlane, no? che sei stupido?
però oh, io certe cose non le riuscivo a dire.

in un modo o nell'altro, qualunque cosa decida di raccontare, zerocalcare è uno di quei pochi autori che non si limita a farmi pensare che sa creare empatia con i lettori: sa proprio arrivare a toccare quei punti nascosti e vulnerabili e farti un male cane. e poi ti consola facendoti capire che non sei affatto un fiocco di neve unico e speciale, che certa merda è molto più comune e banale di quanto avresti mai immaginato, che, almeno nella sfiga, non sei solo.
e ci riesce benissimo anche 'sta volta, nonostante scheletri sia stato presentato come un thriller e l'inizio della storia non rimandi esattamente - almeno mi auguro - a qualcosa di così tanto comune:

(scusate ma non riuscivo a riassumerla meglio di così)

ecco, insomma, la storia inizia così: con il ritrovamento di un po' più di mezzo dito davanti la porta di casa e un lungo flashback che ci riporta ai tempi in cui il giovane zerocalcare portava senza imbarazzo una cresta rossa e fingeva di frequentare l'università, passando invece le mattinate a fare avanti e indietro in metropolitana, incapace di spiegare a sua madre, ai suoi amici, a chiunque altro l'insopportabile senso di inadeguatezza che gli rendeva fisicamente impossibile andare a lezione.
è in metro, mentre ingoia mostri che cercano di soffocarlo e impara a memoria le facce dei soliti pendolari, che incontra arloc (sì, ovvio che fa riferimento a capitan harlock di matsumoto), un ragazzino più piccolo con cui, nonostante ogni aspettativa, stringe un'amicizia che stravolgerà parecchi equilibri a casa e nella sua comitiva, i cui strascichi continueranno a farsi sentire per anni.


scheletri è diviso in due grossi blocchi narrativi, quello dei fatti del 2002 e quello del 2020, il buco in mezzo si sente poco perché è facile collocarci in mezzo tutta la produzione di zerocalcare da la profezia dell'armadillo a macerie prime.
il 2002 è l'anno dell'incontro con arloc appunto, quello in cui il giovane calcare pensa di poter diventare una sorta di guida per questo sedicenne dalla vita sgangherata, lasciandosi in realtà trascinare dagli eventi molto più di quanto avrebbe voluto ammettere.
il 2020 è quello del zerocalcare di adesso, quello che nonostante il successo e la quasi-vita-da-adulto continua a sentirsi fuori fase rispetto ai suoi coetanei, quello delle paranoie e degli accolli, quello che crede che i suoi scheletri nell'armadio siano giganteschi e poi si rende conto di quanto possano essere enormemente grandi quelli che ha sempre avuto sotto gli occhi e non è mai riuscito a vedere davvero.



un thriller dicevamo, ma soprattutto un libro-di-zerocalcare, con tutto quello a cui ci ha abituati: la sua ironia in primo luogo, che rende davvero difficile collocare questo thriller in mezzo a tutti gli altri mai stati scritti, il rebibbiacentrismo, i personaggi secondari che ormai conosciamo tanto bene, quel mix di invenzione e autobiografia che caratterizza le sue storie da sempre.
scheletri è qualcosa di diverso ma non troppo: zerocalcare è bravo a rendere le sue storie riconoscibili da ogni punto di vista senza dare mai l'impressione di qualcosa di già visto, di noioso.
qui, forse più che altrove, c'è la realtà nuda e cruda della strada: i ragazzini sbandati, la violenza e la droga sono argomenti che già erano stati toccati, a volte anche solo sfiorati, ma qua diventano i temi principali della vicenda.

in attesa di a babbo morto (due libri di zerocalcare in due mesi circa è uno dei pochi-ma-buoni motivi personali per ringraziare del lockdown) scheletri finisce tra i miei preferiti di zerocalcare, forse a pari merito con macerie prime (terzo posto dopo kobane calling e dimentica il mio nome), almeno per il livello di angoscia esistenziale da post trent'anni che è riuscito a mettermi.

grazie miché, non mi fai mai sentire troppo sola

mercoledì 13 novembre 2019

la scuola di pizze in faccia del professor calcare

le persone sono sistemi complessi. con tante facce, interessi, contraddizioni.
uno può avere voglia di raccontare anche cose molto diverse, a seconda dei giorni, degli stimoli...

e invece no. niente, come fai, sbagli, sopratutto se fai tanto - e con impegno e bene - e se per lo più a giudicarti sono quelli che non fanno una beneamata ma amano pontificare su tutto.
la prima delle storie inedite che apre questo nuovo volume-raccolta di zerocalcare - la scuola di pizze in faccia del professor calcare - inizia proprio con una (riuscita) riflessione su questo: c'è chi da zerocalcare si aspetta robe comiche e leggere sulle sfighe della vita e poi sbrocca appena legge un post impegnato, e chi invece, sopratutto dopo kobane calling, crede che non valga la pena scrivere qualcosa che non sia ben inzuppato di politica, di cronaca o della polemica del giorno.

ma, tranne rari - per fortuna - casi di monotematici ossessivi, nessuno è realmente capace di gestire un solo interesse, una sola passione, un solo argomento di conversazione o di riflessione e questo librone è quello che potete tranquillamente usare per picchiare l'ennesimo stronzo che ma dai, davvero ti piace sta roba*? ma non è da te! (*vale letteralmente per qualsiasi cosa. tipo: davvero ti piace cucinare? ma non è da te, tu sei quella che legge i fumetti) e dopo magari glielo fate anche leggere, così capisce che nessuno è piatto come una sottiletta mezza sciolta.
(nota autoreferenziale che probabilmente non interessa a nessuno quindi passate direttamente al capoverso successivo: questo argomento mi sta indicibilmente a cuore e - anche - per questo mi è piaciuto tantissimo il libro, che pure di inediti ne ha pochi e molte storie le avevo già lette.
certo che più il tuo pubblico è ampio e più il rompimento di palle è grande e variegato, ma credo che tutti, chi più chi meno, ci siamo trovati a essere giudicati incoerenti o poco credibili soltanto perché abbiamo pubblicato un video di gattini buffi dopo aver scritto una riflessione sulla situazione politica internazionale, per dire)

la scuola di pizze in faccia del professor calcare è diviso in tre sezioni e, rispetto ai libri precedenti - sia quelli completamente inediti che gli altri volumi-raccolta - contiene storie più o meno brevi su - praticamente - tutto.
la prima parte è dedicata alle tavole pubblicate sul blog e su wired ispirate dalla vita reale, quella porcheria che è la vita dei trentenni che quasi quasi rimpiangiamo persino l'adolescenza, con gli amici che si sposano costringendoti a riflettere su cosa stai facendo della tua vita e i genitori che continuano a pensare che senza i paraspigoli in casa non sei abbastanza al sicuro, dai social (ma voi ve li ricordate i bei tempi in cui sui forum si discuteva con pacatezza, argomentando ogni frase e premettendo sempre che tutto quello che stavamo per dire non era che una personale opinione con cui non intendevamo offendere nessuno, eventualmente scusateci?) con le loro faide sanguinose su argomenti che non meriterebbero molto di più che uno sticazzi?, dai viaggi in situazioni a volte imbarazzanti e dalle immancabili reminiscenze infantili sui cartoni animati che ci hanno irreparabilmente forgiato lo spirito.


la seconda sezione è quella più politica che inizia con una storia inedita che riprende i fatti del salone del libro di torino (la presenza di quella casa editrice fascista che non nominerò) e tutte le polemiche che ne scaturirono.
zerocalcare fu tra i primi, insieme ad altri scrittori, a comunicare che non avrebbe partecipato alla fiera, e tra chi non appoggiava la scelta e chi invece era d'accordo (oh, io non c'avrei messo piede nemmeno se avessi dovuto buttare il biglietto d'aereo andata e ritorno, la prenotazione dell'albergo e l'ingresso in fiera. pazienza per i soldi, ma c'è un limite a tutto) la questione è diventata così discussa che - grazie al dio del buonsenso - i fasci sono stati esclusi (prima che qualcuno riapra la polemica: no, non si concede spazio di parola ai fascisti, non si dà loro modo di esprimere opinioni, non gli si dà spazio né visibilità. mai. se non siete d'accordo, riflettete prima su chi sono, cosa hanno fatto e cosa rimpiangono e poi, se avete ancora qualcosa da dire in loro difesa, io non vi ascolterò.)
ho apprezzato tantissimo che ci siano queste pagine dedicate a quella che non è stata affatto una delle tante polemiche usa e getta, anzi, ho già ringraziato tante volte chi si è schierato contro la scelta di normalizzare e banalizzare l'orrore ed è riuscito a farci vincere tutti, ed è un bene ricordarlo perché nessun altro promotore di manifestazioni culturali di qualsiasi tipo permetta il ripetersi di situazioni simili.
tra le altre storie - già lette ma sempre molto valide e belle, che si rileggono sempre con piacere - c'è quella apparsa su repubblica - la città del decoro - che suscitò una valanga di polemiche all'epoca della sua prima pubblicazione, e una delle più importanti in assoluto (imho, come si diceva una volta su internet), questa non è una partita a bocce, che se ve la siete persi all'epoca della sua pubblicazione su l'espresso fate bene a recuperarla qui.


la terza parte infine è quella più puramente nerd, dedicata alle recensioni di film e serie tv. rileggere la storia iniziale, quella dedicata a star wars VII mi ha fatto ricordare che all'epoca, mentre tutti ci tenevano a dire bleah, schifo, vomito, state rovinando tutto, e blabla, leggere queste pagine mi aveva fatta sentire un po' meno sola (anche se non capisco tutto questo odio per gli episodi I, II e III, escluso jar jar binks che è effettivamente un'offesa alla dignità umana), stessa cosa per le considerazioni su game of thrones e handmade's tale (col senno di poi, possiamo dire che è stato profetico!).
la storia inedita qui è alla fine e chiude perfettamente il cerchio, pieno delle solite paranoie su quanto gli resta ancora da vivere come fumettista prima di tornare alle ripetizioni di francese (ma ti pare?) e su come fare a non sbagliare, con i fumetti e - se mi è concesso - un po' con tutto.

in tutte le storie c'è sempre tutto quello che di zerocalcare ci è sempre piaciuto: l'ironia, sicuro, ma anche la capacità di saper prendere posizione, argomentare, difendere le proprie idee, saper saltare dai discorsi sui grandi valori a quelli sulle banalità più stupide, ma farlo con coerenza, rimanendo se stessi sempre. personalmente penso che sia questo quello che fa di zerocalcare uno dei miei fumettisti preferiti: è sempre coerente, sempre trasparente e sempre capace di dare la sua opinione personale su tutto (almeno su quello di cui vale la pena parlare), che non è essere sputasentenze, è essere capace di riflettere sulle cose, ragionarci, capirle, farle proprie e riuscire a farsi un'idea personale in merito, e ci sono poche cose che apprezzo e ammiro (e spesso invidio) più di questa.


infine, dato che questo libro fa parte di quelli con cui bao publishing ha voluto festeggiare i suoi dieci anni di attività, ci sono delle pagine extra (che non ci saranno nelle successive ristampe) con una storia inedita dedicata a gaetano bresci, che nel 1900 uccise il re d'italia umberto I (quello che dava medaglie a chi si divertiva a fare il tiro al bersaglio sulla folla, per intenderci).
la storia di bresci - oltre al merito di ricordare un personaggio simile, sottolineandone il reale valore, e non etichettandolo come regicida-cattivo-non-si-fa - è lo spunto per una riflessione su tutte le nostre autocensure, su tutte le volte che abbiamo, magari per evitare discussioni infinite, rinnegato valori, eroi, modelli per citarne di più facili e innocui.
prendetelo presto questo libro perché è bellissimo (tranne che per lo sfondo della copertina che è davvero tremendo!) e vale la pena di avere anche questa storia.
e poi perché così zerocalcare si tranquillizza e continua a fare fumetti ancora un po', senza pensare alle ripetizioni di francese, e siamo più felici tutti.

martedì 12 giugno 2018

macerie prime ~ sei mesi dopo

lì non dovrebbe esserci nessuna casa.
è isolata.
lontana dall'insediamento.
è pericoloso.
stanno sbagliando tutto.

che questo libro sia la seconda parte di una storia, ambientato - e pubblicato - sei mesi dopo la prima parte (di cui, se vi volete rinfrescare la memoria, ho parlato qui), lo sapete già. e se non lo sapevate, ve lo spiega zerocalcare fin dal principio, sta tutto nella seconda di copertina (quella in cui di solito non c'è mai niente). e insomma, si chiama macerie prime - sei mesi dopo, qualcosa vorrà pur dire.

sei mesi fa avevamo lasciato zerocalcare-personaggio e i suoi amici divisi dopo la lite che si era creata a proposito di un bando regionale che, se vinto, avrebbe potuto cambiare le loro vite.
zerocalcare aveva anche perso il suo armadillo, soppiantato dallo strafottente e menefreghista panda, ed era diventato meno paranoico ma decisamente stronzo, secco era in attesa di una sentenza che gli sarebbe potuta costare il posto di lavoro, katja e deprecabile stavano in crisi nera, cinghiale stava per diventare padre e sarah era gonfia di veleno per via di quell'infinita attesa della svolta che le avrebbe permesso di vivere la vita che voleva.
ora, trascorsi questi sei mesi senza contatti, la situazione non sembra poi migliorata di molto, se non che la cinghialotta è nata e il risultato del bando sta per arrivare, insieme alla sentenza di secco.
è in questo momento che il gruppo si riunisce, un gruppo di gente con i nervi tesi, sulla difensiva, imbruttita da tonnellate di cazzi amari e problemi che la vita ti scarica addosso come fossero frigoriferi per strada in piena notte, con assoluto menefreghismo e nessun rimorso, un microcosmo distrutto e sparato in orbita in uno spazio fatto di vuoti insormontabili. sono lì, tesi come corde di violino, pronto a esplodere di gioia, tutti pieni di speranze per questo bando che se lo vinciamo finalmente la vita potrebbe cambiare, finalmente potrei realizzare quel sogno, finalmente smetterei di vivere sempre in un costante e disperato status di precarietà, senza nemmeno avere il coraggio di ipotizzare quello che sarà se va tutto male.
all'appello manca solo giuliacometti, che sembra sparita nel nulla e alla quale, a dirla francamente, nessuno ha il tempo di pensare.

nel frattempo, qualcosa sta succedendo anche in quella dimensione parallela in cui vivono i mostri che creiamo con le nostre azioni e le nostre scelte, un mondo fatto di macerie e paure, di baracche misere, un mondo in cui tutto sembra tornato a una condizione brutale e animalesca in cui l'unica cosa che conta è mettersi al riparo e cercare di superare una giornata alla volta (se vi sembra una roba familiare, tranquilli, non è paranoia, non siete esagerati, è proprio così).
i mostri diventano sempre più forti, fanno male, strappano a qualcuno un pezzo dal petto, uno di quei tanti pezzi di cui, anche se non lo sappiamo, siamo fatti, quelli che si tengono insieme con lo sputo.

zerocalcare mette in scena tutti i suoi cavalli di battaglia, tutto quello che lo ha reso una specie di simbolo della nostra generazione: l'amicizia, lo spirito di sacrificio, l'onestà, l'abnegazione, tutto quel carico di valori presi dai cartoni animati degli anni '80, valori che abbiamo tradito e continuiamo a tradire, facendoci buttare fumo negli occhi, piegandoci a chi ci vuole vedere scannarci tra di noi anziché fare fronte comune e lottare insieme per i diritti di tutti, a chi ci vuole sempre più disperati, sempre più divisi, sempre più incattiviti, rancorosi e rabbiosi.
ed è una rabbia che ci sta tutta in una generazione cresciuta con l'idea che l'impegno e la perseveranza ti avrebbero portato a un futuro felice e che ora si vede trascinata da uno stage sottopagato all'altro, una rabbia che l'unico che ti può spiegare che non serve a meno che nulla è il più improbabile dei maestri, quello che hai sempre definito un cazzone senza speranza e che forse per questo il callo a non avere speranza ce l'ha fatto al punto tale che sa analizzare tutto con freddezza e lucidità, e può insegnarti che forse in fondo, anche se non si può negare che siamo nella merda fino al collo e il livello non fa che alzarsi, forse l'unica cosa che conta è che quella rabbia devi indirizzarla nel verso giusto, devi usarla per andare avanti e non peggiorare le cose.

macerie prime - sei mesi dopo a me ha fatto male come se fossero usciti venti tizi grossi e cattivi dalle pagine e m'avessero preso a calci e pugni.
perché zerocalcare c'ha questa capacità bellissima e tremenda di saper descrivere esattamente quella che è la situazione della nostra generazione, di saperne parlare facendo finta di essere leggero ma andando a beccare esattamente i punti deboli di un sistema che ci ha ridotti a essere quelli che riescono a campare bene se non ci pensano troppo, nella migliore delle ipotesi.
è un libro che sa far ridere, come sempre, che diverte, ma che sopratutto ti lascia un attimo - e anche di più - fermo a ragionare su quello che ci sta succedendo, un libro che mette al centro di tutto il più importante di quei valori che anni e anni di ken il guerriero e i cavalieri dello zodiaco e buona parte della produzione animata di ormai quasi 30 anni fa ci ha insegnato: l'amicizia. quel legame che ti tiene saldo alle persone importanti che fanno della tua vita qualcosa di più di un disperato tentativo di sopravvivenza, quelle persone che sono la tua rete di sicurezza, il tuo porto sicuro, la tua squadra.
lezione numero uno: non si scappa dalle cose feroci
lezione numero due: le cose feroci si possono colpire
lezione numero tre: se puoi abbi cura di chi ti sta vicino
questo è un libro forse più serio e severo dei precedenti, che lascia l'amaro in bocca ma che sa farti accettare che se le cose non sono andate come sognavamo, in fondo è anche normale, può succedere, succede a tanti e quello che conta, a questo punto, è continuare ad andare avanti, ricalcolare il percorso e continuare la strada con accanto quelli a cui vogliamo bene.
e se già zerocalcare un po' ce lo immaginavamo amico nostro, vicino alla nostra realtà, capace di capirci e di parlarci di quello che siamo, adesso forse lo è ancora un po' di più.