lunedì 17 giugno 2024

deadline party

qui bisogna iniziare a pensare a un business plan per l'aldilà! qualcosa di fresco, di innovativo di... eterno!


la morte ci spaventa. da sempre. ok, sicuramente buona parte della nostra paura è legata al fatto che non tuttə hanno la fortuna di andarsene serenamente nel proprio letto ma il vero terrore nasce dal non sapere cosa succederà dopo (ammesso che ci sia davvero qualcosa dopo).
e se, a un certo punto, scoprissimo che l'aldilà esiste davvero?
pensate davvero che vivremmo i nostri giorni con serenità, sicurə del fatto che prima o poi ritroveremmo tutti i nostri affetti e che potremmo rimanere con loro in eterno, liberə da ogni bisogno materiale, finalmente in grado di esistere, semplicemente?
ovviamente no! è il capitalismo, baby, e non c'è nulla capace di sfuggirgli!

la morte è diventata una cosa cool, le dirette social che riprendono modi creativi e spettacolari di garantirsi il trapasso sono all'ordine del giorno e, ovviamente, è fiorito un ricchissimo business che va dalle riviste con i consigli su come tirare al meglio le cuoia all'organizzazione di suicide party di lusso.
in mezzo a questo delirio, la nostra protagonista si ritrova a fare l'ennesimo stage non retribuito come grafica di necrologi, sommersa da mille impegni, scadenze, datori di lavoro stronzi, richieste-del-cliente e, contemporaneamente, vessata da una madre asfissiante e ipercritica che la disprezza profondamente per il suo non-lavoro.
insomma, una vita non esattamente invidiabile... e se davvero l'aldilà fosse una soluzione?


in questa storia brevissima (e cattivissima) che ha inaugurato la collana gatti sciolti insieme a scuola di butch, alessandro ripane, con il suo tratto a metà tra pop e underground, mette in ridicolo una società che ruota intorno al lavoro ma dimentica completamente tutele e diritti, schiava della produttività, resa isterica dai social e dal desiderio di accumulare follower, like e visualizzazioni, un mondo caotico in cui tuttə parlano (di lavoro, principalmente) ma nessunə ascolta.
il lavoro creativo, che è in realtà uno degli aspetti principali se non il fulcro di questo incredibile circo di autopromozione egoriferita e totalizzante, è bistrattato e svalutato e chi, come la nostra protagonista, vi si dedica, è praticamente costrettə a subire ogni possibile umiliazione - in ogni ambito! - pur di andare avanti.
ma non si può rimanere a subire in silenzio per sempre e, per quanto attraente possa essere l'idea di mollare letteralmente tutto, ci sono tantissimi modi per riscattarsi dei torti subiti...

venerdì 14 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (86)

ultimo post prima di partire.
insomma, probabilmente avete letto delle mie ansie sui social o forse no. beh, comunque non è la cosa davvero importante adesso, magari ve ne parlo alla prossima newsletter - che a giugno ormai è saltata, quindi ci rileggiamo (su substack) a luglio.

qui, intanto, vi racconto brevissimamente gli ultimi libri che ho letto in questi giorni.

 il caffè della luna piena 
il caffè della luna piena non occupa un luogo fisso.
capriccioso, cambia continuamente indirizzo, comparendo ora in una familiare via commerciale, ora nella stazione d'arrivo del treno, ora sulle quiete sponde di un fiume.
qui non puoi ordinare. siamo noi a offrirti dolci, cibi e bevande messi da parte apposta per te.
«forse stai sognando» dice sorridendo il grande gatto tigrato che mi è apparso davanti agli occhi.

non credo di essere stata l'unica a essere stata attratta dalla copertina di questo libro ma di certo la copertina è la parte migliore.
chiariamoci: non è un brutto romanzo, non è noioso, non è scritto male.
è semplicemente una di quelle storie che si dimenticano tre minuti dopo averle finite di leggere.
protagonista assoluto è in realtà proprio il caffè della luna piena, un misterioso locale gestito da gatti che appare per le strade di kyoto per chi ha bisogno di rimettere in ordine la propria vita.
la prima a imbattersi nel caffè è serikawa, una ex sceneggiatrice di successo che sembra aver perso il suo talento e che adesso tira a campare con un lavoro che non ama, in un appartamento che non le piace, rimpiangendo il passato. poi c'è akari, reduce da una delusione amorosa; megumi che vorrebbe cambiare lavoro e infine mizumoto, l'unico uomo del gruppo, che incontra di nuovo, dopo tantissimo tempo, il suo primo amore.
prevedibilmente le loro storie sono tutte intrecciate e, altrettanto prevedibilmente, l'incontro con i gatti de il caffè della luna piena servirà a tuttə loro per risolvere ogni problema tra una lettura della loro carta astrale e un dolce creato ad hoc, trovare la loro strada e vivere felici.

insomma, il caffè della luna piena è un romanzo che non consiglierei a meno che non vogliate passare qualche ora di nulla cosmico con una lettura di intrattenimento davvero molto, molto leggera.

 il grande albero al centro del mondo 
si narra che tanto tempo fa, al centro del mondo, si ergesse un grande albero.
nonostante le sue dimensioni, chi sapeva della sua esistenza poteva essere contato sulle dita di una mano. e proprio per questa ragione è possibile che ormai sia stato completamente dimenticato.

il grande albero al centro del mondo, invece, è stata una bellissima sorpresa. mi aspettava da mesi e alla fine è arrivato, come sempre, proprio al momento perfetto.
o forse ogni momento è perfetto per un libro come questo.
che makiko futaki sia stata una collaboratrice dello studio ghibli è evidente fin dalla copertina di questo libro e poi ancor più iniziando a leggere e a guardare le meravigliose illustrazioni che accompagnano la storia di sisi.
sisi vive sola con sua nonna in una valle solitaria ai piedi del grande albero. non ha mai visto nulla del mondo ma lo spettacolo dell'albero che si perde in alto tra le nuvole e poi l'incontro con un misterioso uccello dorato fa crescere in lei il desiderio di scoprire cosa cela la cima del gigante verde. inizia così un viaggio che sembra una fiaba, tra rospi parlanti, creature di muschio e incontri inaspettati, una fiaba che racconta di una natura grandiosa ma malata che ha bisogno di essere salvata, in perfetto stile ghibli.

il libro di makiko futaki è una storia straordinaria che sa stupire e incantare lettorə di ogni età. straconsigliato!

martedì 11 giugno 2024

lo spettro dell'asessualità ~ corpi, percorsi e rivendicazioni della comunità asessuale

se è vero che la marginalizzazione di esperienze diverse da quella eterocis è un fenomeno che colpisce praticamente chiunque non si identifichi nell'aggettivo di cui sopra, alle persone asessuali (e aromantiche ancor di più) è negata persino la consapevolezza della propria "deviazione dalla norma" se non in ottica strettamente patologizzante [...]. le persone asessuali o ace, insomma, sono vittime di una forma particolarmente perniciosa di ingiustizia ermeneutica. ovvero, non hanno accesso a concetti e informazioni rilevanti per costruire la propria identità, comprendere la propria oppressione e ribellarvisi.

la collana bookblock è ormai stranota per essere una cartuccera di piccole ma incredibilmente potenti bombe capaci, in pochissime pagine, di aprire porte su aspetti del reale che altrimenti magari non avremmo mai preso in considerazione.
lo spettro dell'asessualità di francesca anelli è stato per me esattamente questo, una messa a fuoco su qualcosa che ho sempre avuto davanti agli occhi ma che non riuscivo a vedere, semplicemente perché mi avevano messo sul naso degli occhiali sbagliati (sì, mi identifico nello spettro anche io).

anelli spiega fin dalle prime pagine che il suo piccolo libro, prima di essere il manifesto che lei desidera, dovrà farsi manuale divulgativo per spiegare una delle lettere meno conosciute e attenzionate della sigla lgbtqia+, quella "a" che si riferisce, appunto, alle persone asessuali e aromantiche.

è importantissima la parola "spettro" che, dal titolo in poi, si ripete più e più volte all'interno del saggio, perché pone l'attenzione sul fatto che le categorie che utilizziamo per rendere visibili e conoscibili alcune identità che non si conformano allo standard, non sono mai contenitori rigidi e schematicamente disposti uno in relazione all'altro.

sappiamo che le "etichette" non sono affatto semplici brand a cui affiliarsi o meno. trovare un nome a esperienze che prima non ne avevano uno, significa renderle comunicabili e conoscibili e, di conseguenza, significa dotarci di strumenti per comprendere e conoscere noi stessə, spostarci dall'ambito della patologia individuale e trovare il nostro gruppo di appartenenza, ovvero uno spazio e una comunità in cui riconoscerci e con cui confrontarci senza timore di essere giudicatə in base alla nostra vicinanza o lontananza dallo standard normativamente stabilito e inteso.
e anche questo posizionamento non è fine a sé stesso: de-individualizzare una condizione vuol dire politicizzarla, passare cioè dalla dimensione personale/patologica a quella collettiva e di rivendicazione.

da qui, anelli fa riferimento tanto alla letteratura esistente, quanto ai movimenti social e alle sue esperienze personali per spiegarci il significato - anzi, tutti i possibili significati presenti nello spettro - del termine asessualità, ponendo questo concetto in relazione con la psichiatria e la medicina, per depatologizzarne l'esperienza, e con le strutture politico-economiche che definiscono gli standard sessuali/relazionali/riproduttivi per diverse categorie di persone (ad esempio, quelle disabili), nell'ottica della riproduzione di uno schema sociale sempre identico in cui ogni identità - una volta inequivocabilmente determinata - gioca il suo ruolo.

rivendicare di appartenere allo spettro ace, dunque, non è soltanto rifiutare diagnosi applicate sull'assunto che siamo tuttə allosessuali (ovvero, che abbiamo bisogno di partner con cui fare sesso, a prescindere dalla struttura sociale in cui ci disponiamo insieme a loro), ma anche scardinare le gerarchie relazionali (banalmente, l'idea che siano più importanti le relazioni con le persone con cui facciamo sesso e ancor di più quelle con cui stabiliamo una relazione sessuale e affettiva duratura e monogama) e le strutture di produzione e riproduzione del nucleo sociale base (la famiglia), ingranaggio basilare del sistema capitalistico.

un punto interessante (che abbiamo toccato anche noi, anche se in un'ottica differente ma sempre nel senso della marginalizzazione e svalutazione di alcune esperienze, nel nostro decostruzione antiabilista) è quello che riguarda la relazione con gli ambienti transfemministi da una parte e lgbtqia+:
è per questo davvero avvilente constatare come non avere una vita sessuale avventurosa, non mostrare particolare interesse per il sesso o non dare priorità alla ricerca di partner in grado di soddisfarci da questo punto di vista, si ancora frequentemente motivo di vergogna anche e soprattutto negli spazi femministi, perché percepito come una sorta di fallimento politico. [...] il mito della liberazione sessuale codificato secondo una lente allo continua a mietere vittime, rendendo spesso gli spazi transfemministi e queer, tanto online quanto online, ipersessualizzati e ostili nei confronti di chi non si conforma all'idea stereotipata di "persona libera".
se intendiamo il concetto di sessualità libera dalle imposizioni patriarcali in un solo e unico modo, non facciamo altro che reiterare l'idea che non ci siano altre possibilità di essere e di vivere se non quelle accettate dalla maggioranza (anche tra le minoranze), creando realtà marginalizzate persino all'interno degli spazi autoproclamatisi inclusivi e plurali.

lo spettro dell'asessualità da un lato rivendica l'esistenza delle persone ace, la loro queerness intesa come allontanamento dallo standard, mentre dall'altro pone le basi per una riflessione sui modelli relazionali comunemente accettati che, molto spesso, riproponiamo semplicemente perché non pensiamo possano esserci alternative.
conoscere e dare la dovuta importanza a ogni possibile declinazione delle esperienze affettive/sessuali/relazionali è il primo passo per la creazione di spazi davvero plurali e, ancor di più, per una sana e piena autoconsapevolezza.

venerdì 7 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (85)

l'avevo scritto anche per l'ultimo post di commenti randomici a letture randomiche ma è - continua ad essere - un periodo così incasinato e strano e pieno di cose e cambiamenti che il tempo sembra sfuggirmi di mano giorno dopo giorno. in qualche modo, spesso inspiegabilmente, trovo il tempo per leggere. quello per scrivere, invece, sembra essere completamente sparito.
avrei voluto dedicare un po' di spazio in più a tutte queste ultime letture ma al momento è impossibile, quindi mi accontento di fare una roba veloce pur di non perdere traccia di un sacco di cose più o meno belle, più o meno interessanti che ho letto negli ultimi tempi.

 il mago m. 
a quell'epoca gli eventi inspiegabili erano all'ordine del giorno, e quando erano piacevoli li si ammirava senza farsi troppe domande. non si credeva soltanto a ciò che rientrava nel dominio della ragionevolezza. la ragionevolezza restringe la vita come l'acqua infeltrisce le maglie di lana, così che poi, indossandole, ci si sente impacciati e non si possono nemmeno più alzare le braccia.

ci sono storie che continuano a esistere, nonostante il tempo passi e il mondo, intanto, si trasformi. sono miti capaci di mutare forma, di adattarsi alle labbra di chi li racconta e alle orecchie di chi ascolta, o alle penne di chi li trascrive e agli occhi di chi legge. tra queste storie ci sono indubbiamente quelle che compongono il ciclo bretone, dalla creazione della tavola rotonda alla ricerca del santo graal, dall'amore tormentato tra lancillotto e ginevra alle avventure di parsifal, dai prodigi di merlino alle malefatte di morgana...
nel corso dei secoli, fatti e personaggə sono stati più e più volte reinterpretati e reinventati e così fa rené barjavel con il mago m., un romanzo che è un po' una raccolta di racconti strettamente intrecciati tra loro e che hanno, al centro, la figura di merlino. bellissimo e dotato di poteri straordinari, merlino è figlio del diavolo eppure votato al bene, innamorato della meravigliosa viviana e dedito a cambiare, attraverso le gesta di artù e dei suoi cavalieri, il mondo intero.

le storie, appunto, sono quelle che conosciamo ma barjavel le racconta con un tono di voce nuovo, a tratti più moderno, che non tradisce il tono mitico degli eventi della leggenda ma che regala un'ottica nuova e meno maschilista sulle figure che si muovono tra le sue pagine, soprattutto quelle femminili, che non sono più la causa di tanto male tra gli eroi maschi delle diverse storie: l'amore tra viviana e merlino, ad esempio, è nutrito da sentimenti sinceri e dolci che non si conclude - come ricordavamo - con la follia del vecchio mago e anche la storia tormentata tra lancillotto e ginevra viene stravolta nel finale.

sembrerebbe che barjavel, scrivendo il mago m., avesse voluto mettere a posto tutto quello che nelle storie originali ci - a noi, lettorə degli anni 2000 - faceva più male lasciandoci però la possibilità di meravigliarci, di sentirci trascinatə in un mondo mitico fatto di magia, amori e gesta eroiche e di essere poi, alla fine, anche un po' felici.
il risultato è un libro splendido, una scrittura elegante ed evocativa che regala anche qualche momento di leggerezza e umorismo ma che soprattutto riesce a dimostrare come l'amore, la meraviglia, il coraggio, la dedizione e tutti gli altri sentimenti assoluti che muovono i personaggə della materia arturiana sono ancora oggi vivi e attuali e sanno ancora farci sognare a occhi aperti.

 kronet 
l'oscurità della notte renderà l'essere finalmente libero di osservare ciò che la luce cela. perché non è del vuoto che dobbiamo aver paura ma del tutto che finge di essere vuoto.

una ragazza si ritrova coinvolta in un incidente in cui investe un'altra ragazza. scopre però, che non si tratta  una ragazza, ma un robot. le due vivono in un mondo in cui i robot non dovrebbero più esistere eppure diane decide di fidarsi e di aiutare c23.
in kronet siamo in un futuro non si sa quanto lontano dal nostro presente, un futuro in cui la memoria storica delle persone si è persa, in cui nessunə sa più leggere, in cui la città è circondata da mura altissime e a nessunə importa scoprire cosa ci sia fuori...
la storia va avanti in una fuga che sembra senza fine, in una situazione angosciante e claustrofobica e in un paesaggio di architetture squadrate e stranianti mentre si chiarisce il tema centrale della storia, legato tanto a questioni filosofiche - passatemi il termine - sulla natura umana, quanto alla crisi climatica che stiamo vivendo e a un futuro distopico e spaventoso a cui non dovremmo mai arrivare.

la parte che più ho apprezzato è quella grafica: lo stile di davide bart. salvemini è particolarissimo e molto personale. le forme, l'aspetto dellə personaggə, le architetture, gli sfondi hanno tutti una loro fisionomia specifica, una loro colorazione specifica - tutto il fumetto ha una palette molto rigida fatta di arancione, viola, fucsia, verde e azzurro, che rende tutto ancora più straniante - mentre le tavole sono spesso e volentieri destrutturate, con vignette che si annullano e si ampliano a tutta la pagina o si sovrappongono, con i baloon senza virgolette (che ricordano un po' una chat sullo schermo di uno smartphone) riconoscibili dai colori. le immagini qui non sono quasi mai puramente descrittive ma servono a costruire un mondo artificiale e opprimente, uno spazio da cui le due protagoniste cercano di scappare ma che continua a riprodursi pagina dopo pagina.

 le cose che abbiamo perso nel fuoco 
la prima fu la ragazza della metropolitana. c'era chi lo metteva in discussione, chi metteva in discussione le sue facoltà, i suoi poteri, la sua capacità di provocare incendi. una cosa era sicura: la ragazza della metropolitana predicava soltanto sulle sei linee della città e con lei non c'era nessuno. eppure era impossibile da dimenticare.

anche se questo è il primo libro di mariana enriquez arrivato in italia, avevo già letto la nostra parte di notte e i pericoli di fumare a letto. ma credo che comunque, indipendentemente dall'ordine di lettura, io non possa fare altro che amare quest'autrice e le sue storie, la cattiveria dei suoi racconti, il senso di straniamento che lasciano durante e dopo la lettura.
quelle raccolte qui sono storie che si muovono per strade malfamate e accanto a santuari macabri, in mezzo a coppie disfunzionali e amicizie eterne, tra case stregate e chiese sconsacrate.
escluso un racconto - chi mi conosce e ha letto questa raccolta indovina facilmente di cosa parlo - che è stato veramente troppo gratuitamente crudele, tutte le altre storie raccolte nel volume mi sono piaciute moltissimo.

l'ultima è anche quella che dà il nome alla raccolta e quella forse più potente (provo a limitare il più possibile gli spoiler). le cose che abbiamo perso nel fuoco prende il via dalla vicenda di una donna, la ragazza della metropolitana, bruciata per gelosia dal marito. al momento del processo, l'uomo aveva dichiarato che lei si era data fuoco da sola e tuttə, compreso il padre della vittima, gli avevano creduto.
il suo racconto inizia ad insinuarsi dai vagoni della metro dove la ragazza bruciata si ferma a parlare fin dentro le menti delle donne. basta poco perché inizino i roghi: prima una modella, a cui accade la stessa identica cosa della ragazza della metro, poi pian piano le donne bruciate iniziano ad aumentare. spesso le donne dicono di essersi date fuoco da sole, altre volte sono mariti, padri, fidanzati, amanti ad appiccare l'incendio.
ci vogliono molte vittime prima che inizino le pire: le donne si organizzano, salgono volontariamente sui roghi, si lasciano bruciare mentre le loro compagne riprendono il gesto e caricano i video delle cerimonie online, nascono ambulatori clandestini per curare quelle che iniziano a farsi chiamare le donne in fiamme.
tutto è previsto, organizzato, curato nei dettagli: le donne si bruciano per privare gli uomini della loro bellezza, per rispondere ai roghi delle streghe del passato e alle violenze domestiche del presente e del futuro, per sfuggire alla tratta, per essere le uniche, sole padrone del loro corpo e del loro destino.
le cose che abbiamo perso nel fuoco è un racconto agghiacciante che denuncia i femminicidi in argentina - e nel mondo - e che, come solo enriquez poteva fare, immagina una sorellanza violenta ma solidale che aiuta le donne a fuggire da un sistema che le vuole vittime.

lunedì 3 giugno 2024

(altre) quattro chiacchiere sulle tossicità del mondo nerd

a gennaio avevamo chiacchierato insieme delle dinamiche discriminatorie, violente e maschiliste del mondo nerd (potete fare un ripasso qui!). oggi cecilia formicola, fumettista attiva sia in italia che in francia, e sara silvera darnich, educatrice di sostegno nelle scuole dell’infanzia che si occupa di nerdculture da una prospettiva femminista e pedagogica, tornano su claccalegge per continuare a parlare insieme di alcune situazioni a dir poco controverse del panorama fumettistico – soprattutto riguardanti il caso vivès – e più in generale della bolla nerd.
buona lettura!


ciao cecilia e sara, benvenute su claccalegge! grazie mille di aver scelto questo spazio per parlare di un tema tanto delicato quanto, purtroppo poco attenzionato, ovvero la polemica - che nel nostro paese è passata un po' in sordina - sul caso vivès. la prima cosa che volevo chiedervi è come avete iniziato a interessarvi a questo autore e, soprattutto, sulle accuse che gli sono state mosse?
► cecilia: Ciao Claudia! Grazie di darci spazio per parlarne. Dunque, io facevo parte delle estimatrici dei lavori di Vivès; lavorando per il mercato editoriale francese ho notato una serie di statement e storie da parte di autorɜ francesi che seguivo nei mesi di novembre e dicembre 2022 e ho approfondito per giorni. Fondamentale è stato il lavoro di Alice Pfältzer e Laetitia Abad Estieu che per prime hanno raccolto e diffuso tutto il materiale incriminante e problematico su Vivès negli anni.
Visto che in Italia non se ne parlava ho chiesto loro il permesso di tradurre il materiale che avevano raccolto e ho aggiunto alcuni dati sul problema della pedofilia in Francia e anche in Italia, e devo dire che è come se fosse esplosa una bomba silenziosa.

► sara: Ciao Claudia, grazie della tua disponibilità e del tuo supporto.
Io ho seguito le storie di Cecilia che ha fatto un lavoro di documentazione e traduzione dal francese incredibile. Io non ero a conoscenza di nulla perché non seguo la scena francese e non conosco la lingua, quindi se non fosse stato per lei probabilmente ne sarei rimasta sempre all'oscuro.
Il caso Vivès riguarda due temi che mi stanno a cuore la difesa dell'infanzia all'interno della bolla nerd e la politicizzazione dei discorsi riguardanti la nerd culture e i prodotti nerd, in particolar modo i fumetti.
vi andrebbe di fare un riassunto veloce a beneficio di chi non ha seguito la vicenda?
► cecilia: Il Festival Internazionale del Fumetto di Angoulême (FIBD) decide, per l’edizione 2023, di allestire una mostra chiamata “Negli occhi di Bastien Vivès”. Il festival gli dà carta bianca per "uscire da strade battute e proporre dei pezzi inediti”. Tuttavia è da anni che Vivès fa uscite che definire problematiche è un eufemismo, inneggiando alla pedofilia, erotizzando l'incesto, e realizzando come autore unico ben tre fumetti pedopornografici che in Francia sono illegali (due di questi editi anche in Italia).
A questo punto nasce la petizione di studenti in lotta dalle scuole d’arte di Angoulême, gestita da Alice Pfältzer e Laetitia Abad Estieu. La petizione per la deprogrammazione della mostra di Vivès viene promossa da Arnaud Gallais, attivista dei diritti per l’infanzia e cofondatore del collettivo Prevenir et proteger (Prevenire e proteggere). L’accusa è di pedocriminalità e apologia dell’incesto. Alla fine il FIBD decide di annullare la mostra per tutelare l'incolumità di Vivès che dichiara di aver ricevuto minacce di morte.
Durante i giorni di festival ci sono state proteste accesissime e Vivès è stato infine denunciato, insieme alle sue editrici Les Requins Marteaux e Glénat, per diffusione di immagini pedopornografiche, incitazioni a commettere aggressioni sessuali su minori e apologia dell’incesto.
però mi è parso di capire che, nonostante accuse così gravi e, vorrei sottolineare, molto ben fondate, fuori dalla francia le risposte sono state abbastanza tiepide...
► cecilia: Assolutamente sì, una cosa come un'altra. Anzi, le reazioni più intense sono state in difesa di Vivès e della libertà di espressione artistica sopra ogni altra cosa. Confortante, da parte di un settore culturale come il fumetto.
Abbiamo ben pensato anche di invitarlo al Lucca Comics 2023, così per non farci mancare, oltre al patrocinio di Israele, anche un autore verbalmente violento e affascinato dalle quattordicenni.

► sara: Non sono state solo tiepide, sono state proprio problematiche. La notizia è stata battuta dalle poche testate che l'hanno trattata in due modi: come se fosse un evento o un'uscita editoriale qualsiasi senza che venisse presa una posizione, oppure gli autori hanno commentato le polemiche e le manifestazioni di dissenso con grande distanza e anche con grande sospetto, come succede ogni volta che vengono fuori notizie che hanno come protagonisti personaggi famosi dello show business o della politica, che vengono accusati di aver commesso violenza domestica, o violenza sessuale. I commentatori “della domenica”, ma anche creator molto grossi, hanno trattato la risposta italiana al caso – che è stata minima – come il frutto di commenti di hater che vogliono rovinare la reputazione di uno stimato autore, o il risultato dell'indignazione di bigotte che si scandalizzano per tutto e che vogliono proteggere lə bambinə da qualsiasi contenuto considerato “forte”, che vogliono edulcorare tutto e che vogliono tappare la bocca agli autori controversi (utilizzo il maschile volutamente).

non so come la vedono in francia questa cosa, ma in italia mi sembra che ci sia un po' di confusione sulla questione "separare l'opera dall'artista" (oserei dire soprattutto se l'autore è maschio e la polemica è relativa a questioni inerenti a misoginia e violenze sessuali di varia entità). qual è la vostra opinione in merito?
► cecilia: Impossibile farlo! Il concetto di separare opera e autore nasce da Proust in opposizione alle teorizzazioni di un critico dell'epoca, Sainte-Beuve, che affermava di comprendere la moralità dellɜ artistɜ giudicando le loro opere. Proust però si battè sul separare opera e artista perché era omosessuale, e all'epoca questo era segno di immoralità, ovviamente. Veramente interessante come uno strumento di difesa della comunità queer sia diventata un'arma nelle mani di chi dice che va bene continuare a foraggiare unə artista, purché sia bravə, indipendentemente da quello che ha fatto.
Mi viene da dire che si può separare l'opera dall'artista, ma non l'artista dall'opera; nel senso che l'opera può essere arricchita, interpretata e reinterpretata, espropriata e riappropriata, rivista a seconda di epoche e contesti, ma l'autorə sarà sempre presente all'interno delle sue opere, con i pregi e i difetti, il suo pensiero e il suo vissuto. Senza contare che quando si parla di autor3 viventi si parla di continuare a sostenerl3 economicamente e quindi permettere loro di continuare ad avere potere e agire violenza, a qualunque livello.
Solo l'oblio, e la mancanza di seguito e di spazi più in generale, possono disinnescare le dinamiche di potere intorno a unə autorə violentə.
Provare a separare opera e artista è un esercizio puramente teorico e di immaginazione, ma sul piano politico e storico non c'è argomentazione che tenga e lo ripeto, è impossibile farlo.

► sara: Per me è impossibile dividere l'opera dall'autorə. Mi rendo conto che alcune volte è molto facile farlo, altre volte di meno, a seconda dell'autorə dell'opera che è stata presa in esame. Però, una volta che è stato messo il filtro della violazione dei diritti fondamentali, è impossibile guardare l’opera allo stesso modo di prima. Si rompe un patto tra l'utenza: tra le persone e l'autorə. Ed è interessante questo fenomeno perché appunto è come se la denuncia, oppure l'arresto, riportasse una figura che noi idolatriamo, o che comunque abbiamo idealizzato, a un livello umano, e a un livello di un'umanità che non rispecchia i nostri valori. E questo è un discorso che nel mondo nerd non viene mai affrontato. In particolar modo nella bolla nerd italiana, dove c'è una dilagante cultura del maestro, della divinità, del capo, dell'opinion leader per cui, una volta che questa persona ha raggiunto determinate vette o ha dimostrato di avere determinate capacità, (attribuite spesso solo rispetto al successo di pubblico) è impossibile poi metterlo in discussione, perché entra in ballo una sorta di questione identitaria. È questa, secondo me, la grande problematica. L'abbiamo vissuto proprio noi che abbiamo parlato del caso Vivès perché siamo state dipinte come hater che volevano rovinare la vita di una persona, quando invece noi stavamo ponendo l'attenzione su tutt'altro. Questa cosa è successa, ad esempio, anche per quanto riguarda il caso del pedofilo al quale hanno trovato in casa materiale lolicon. Quella volta le persone erano molto più preoccupate che venissero proibiti in prodotti lolicon invece di ragionare sulla problematicità delle opere che stavano fruendo.
da quando ho letto le prime storie di cecilia e poi quando ne abbiamo accennato nella nostra precedente intervista, mi è venuto in mente che forse, se vivès fosse stato un personaggio più in vista, magari un attore, per fare un esempio, forse la reazione sarebbe stata diversa, se non nei contenuti almeno nella forma (cioè, insomma, almeno se ne sarebbe parlato di più anche nei canali mainstream). secondo voi c'è anche una componente di svalutazione del fumetto come mezzo di comunicazione ed espressione?
► cecilia: È una domanda interessantissima e molto sul pezzo! Secondo me sì, e dall'interno stesso del mondo fumetto. Un po' come con tutti i settori nerd c'è una progressiva riabilitazione per l'opinione generalista del valore di questi media e forme artistiche, e ci sono moltɜ fumettistɜ che sono estremamente popolari anche per chi normalmente non legge fumetti, per non parlare poi di fenomeni di massa provenienti dagli Stati Uniti e dal Giappone che hanno un potere economico e culturale innegabile.
Un enorme problema sta secondo me in come noi del fumetto percepiamo noi stessɜ: spesso e volentieri come hobbisti, che fanno storie superficialmente poetiche che sappiamo venderanno poco e niente e che troppo spesso non raccontano niente, che hanno dimenticato cosa ci ha conquistato del fumetto da bambinɜ e ragazzɜ e vive uno scollamento allucinante dal proprio pubblico.
Se quello che facciamo non ha importanza (o meglio, ce lo raccontiamo come importante, ma non studiamo né lavoriamo né agiamo in questa direzione), allora è tutto lecito e tutto il resto sono scocciature, esercizi teorici. Noi del fumetto, a qualsiasi livello della filiera (dalle case editrici alle fumetterie allɜ autorɜ) non ci prendiamo sul serio, ma continuiamo ad avere un impatto, volenti o nolenti, senza avere gli strumenti per riconoscerlo né prendercene le responsabilità.

► sara: Credo che non sia una questione di svalutazione del fumetto come mezzo di espressione e di comunicazione, ma credo sia un indicatore del modo in cui è costruita la community nerd, soprattutto in Italia. Sono scoppiati diversi scandali all’interno del panorama nerd italiano, però si sono rivelati sempre un nulla di fatto. Questa cosa avviene anche oltreoceano: anche lì ci sono stati diversi scandali che sono stati dei fuochi di paglia. Questo perché, da un lato, soprattutto in Europa e in particolar modo in Italia, la bolla nerd è molto piccola e al suo interno vengono sempre silenziate tutte le voci politiche (quelle femministe, di persone che fanno advocacy per i diritti dell’infanzia, le persone razzializzate, queer) che vengono messe tutte sotto il cappello del “politicamente corretto” e delle “nazifemministe”. E poi c’è anche il fatto che il mondo nerd viene percepito come infantile. Questo comporta che ogni tipo di denuncia, ogni polemica e ogni intento politico non riescono mai a bucare la bolla, e quindi non hanno risonanza, come succede invece, ad esempio alle notizie legate al mondo dello spettacolo, al mondo pop inteso più in generale.

mi riallaccio a quanto diceva cecilia a proposito dell’impossibilità di dividere opera e autorə: possiamo dire che vivès è troppo contemporaneo per poterci permettere un atteggiamento eccessivamente morbido riguardo le sue opere?
► sara: Questa domanda è bellissima. Credo fortemente che il dialogo con le opere e con lɜ autorɜ debba essere portato avanti costantemente. Se non c'è un dialogo sull'opera, se si dicono sempre le stesse cose su una un'opera o su un autorə, allora sono cose morte. Non credo sia una questione di contemporaneità, perché un discorso del genere, ad esempio un'accusa postuma, l’avremmo fatta anche con autorɜ del passato, di dieci o venti anni fa. Credo sia importante mantenere l'attenzione altissima sull'arte e sulle opere di qualsiasi tipo. Il mondo nerd pecca di questa mancanza di complessità, perché non analizza, non scava nelle vite dellɜ autorɜ, nella costruzione e nei contenuti delle opere che fruisce. Se andiamo a vedere le analisi, le recensioni, i commenti, le monografie, tutto quello che viene prodotto dai maschi nerd online sono veramente pochi i casi in cui viene coltivata la complessità, in cui si affrontano determinate prospettive, si cambiano i punti di vista, si allarga il contesto. Sono sempre una ripetizione costante di frasi fatte e di assoluti. E questo credo che sia il problema. Vivès è un autore contemporaneo che si sta affermando nella scena europea e che quindi non viene già più contestato, perché diventato intoccabile. È come una stella fissa. Che poi sia luminosissima o che abbia appena un accenno di bagliore, lo decide la community. E questo per me è un grave segnale di quanto sia chiusa e parziale la comunità nerd.

► cecilia: Possiamo dirlo fortissimo! Basta fare un giro sul suo profilo, a un anno e mezzo da quello che è successo. Ironizza sulla mancanza di libertà di espressione, esprime sostegno per persone con atteggiamenti discriminatori e ha di recente inserito illustrazioni pedopornografiche all'interno di un'esposizione in Belgio.
Davvero vogliamo normalizzare che possa esserci del materiale pornografico disegnato con protagonistɜ deɜ bambinɜ? È un'aspirazione che abbiamo come categoria, come medium, come canale culturale?
Io penso che molto del sostegno che arriva alla libertà artistica sopra ogni cosa derivi da una profondissima mancanza di consapevolezza dei danni e della violenza quotidiana che persone assolutamente normali agiscono sul prossimo. In Francia i dati sulla pedofilia sono aggiornati ed accurati: viene colpito unə bambinə su dieci. L'Italia è il primo paese per turismo sessuale ai danni di minori, siamo sicurɜ che qui i numeri siano tanto diversi? Non è terrificante?
Per quale motivo l'arte, che è sia una rappresentazione della cultura e della società sia uno strumento potentissimo per plasmarle, può essere esente da ripercussioni quando si tratta di agire violenza?
No, non possiamo andarci piano, eppure ci andiamo fin troppo piano.
questo punto mi sembra fondamentale perché il mondo nerd è, appunto, un mondo, una bolla, ma è anche parte integrante ed espressione della nostra società, quindi è un mondo politicizzato. eppure sembra che questa politicizzazione debba essere taciuta per paura di contaminare una sorta di illusoria purezza ed astrazione di queste realtà. voi come la vedete questa situazione?
► cecilia: Io posso portare il punto di vista di unə artista che mi sento di dire non dista molto dal maschio medio che non riflette sul sistema oppressivo che lo favorisce. Così come la paura di ogni uomo è di essere accusato di violenza, la paura di ogni artista è di essere cancellatə, di subire quella valanga di commenti e critiche, a volte essi stessi violenti, e di uscirne distruttə.
Questi pensieri secondo me sono molto umani, ma non possono cristallizzarci nel tentativo di non scontentare nessunə e di piacere a tuttɜ. Se cerchiamo la neutralità per paura di esporci e metterci a nudo nelle nostre idee e nei nostri pensieri non stiamo facendo arte, ma un compitino che ci permetta di sbarcare il lunario (scelta valida e non giudicabile, ma che va inquadrata in questo senso, e che soprattutto ha anch'essa delle conseguenze politiche).
Il mio modo di affrontare la cosa non è se sbaglierò, ma quando. Nel senso che io sono una persona che ha tanti difetti e che si interroga costantemente; e so che prima o poi commetterò uno sbaglio che farà del male a molte persone, molte più di quanto vorrei. Il mio impegno è accogliere quello sbaglio, prendermi cura del dolore che genero e trasformarlo, trasformandomi. L'arte non è astratta, è incredibilmente concreta e si sporca le mani, e noi abbiamo paura di vedere da dove viene lo sporco e lo nascondiamo sotto al tappeto.

► sara: Il mondo nerd è composto per la maggior parte di manchild, di uomini anagraficamente adulti ma che si comportano come bambini. Sono immaturi dal punto di vista emotivo e dal punto di vista esperienziale, e mi fa ridere questa cosa perché sono le stesse persone che prendono la distanza dallɜ bambinɜ, che si vantano di non avere niente a che spartire con l'infanzia, di fare contenuti e di scrivere cose assolutamente fuori dalla loro portata. Sono le quelle persone che attivamente mettono in atto delle violenze contro i bambini soprattutto nello spazio digitale e lo rendono un luogo inaccessibile. C’è da dire che nutrire il proprio bambino interiore è una cosa molto bella ma essere infantili una volta superata una certa età anagrafica non va bene. Purtroppo nel mondo nerd c'è questa infantilizzazione delle persone, soprattutto degli uomini adulti, che volutamente hanno una visione assolutamente egoriferita della vita e delle questioni anche politiche. Non è vero che la politica non c'è all'interno della del mondo nerd: semplicemente la politica viene intesa come parlare di dittatura, parlare di una guerra X, del fascismo, fare discorsi non ben orientati per quanto riguarda che cos'è la destra, che cos'è la sinistra. Non si vuole o non si capisce – non esprimo il giudizio – che politica è tutto, è il pane che si mangia, come direbbe una persona a me molto vicina. Questa voglia di mantenere, come diceva Claudia, pura e intatta la bolla nerd dalla “sporca” politica, che ovviamente è di un certo tipo, transfemminista e intersezionale, è soltanto perché non si vuole mettere in discussione il proprio privilegio. Ed è una cosa che non solo denota l'infantilità di certe persone, ma anche il fatto che siano completamente dissociate dalla realtà. I nerd si sono nascosti all'interno della bolla dove si divertono, lavorano, fanno informazione o si informano, e non affrontano mai la vita reale, che è molto complessa e ci chiama a essere persone responsabili.

c'è una cosa che vorrei chiedere soprattutto a sara: sottostimare la gravità di questo tipo di storie e dei messaggi che lanciano, lasciando passare il messaggio che chi queste storie le scrive sia legittimato a farlo, può avere effetti tangibili sullə lettorə e sulla realtà che li circondano? in altre parole, possiamo aspettarci che giustificare storie zeppe di elementi violenti e pedopornografici sia l'anticamera della giustificazione di atteggiamenti e azioni sessualmente violente nei confronti anche di minori?
► sara: La domanda è molto interessante. Per me la presenza dei contenuti violenti e pedopornografici non giustifica le violenze sui minori, ma le normalizza. Quando parliamo di infanzia parliamo di una categoria di persone estremamente vulnerabile: lɜ bambinɜ sono dipendenti dalle persone adulte da tutti i punti di vista, dal proprio sostentamento, non solo economico a alla costruzione della propria personalità. Lɜ bambinɜ non possono parlare per sé perché sono persone che stanno costruendo il loro linguaggio. Sono persone che a cui mancano le parole anche per descrivere, ad esempio, determinati abusi che stanno subendo, e mentre loro sono in questa fase così delicata di costruzione del Sé, subiscono un'invisibilizzazione terrificante. Si sta discutendo dello sharenting, dell'evoluzione della pedopornografia, di come si è passati dal maniaco che va a fotografare i bambini al parco a persone che, nel perfetto anonimato, pescano foto di vita quotidiana dai social di persone assolutamente comuni e creano una banca dati allucinante. Il fatto che l'ambiente nerd ignori questa problematica, cioè la vulnerabilità delle infanzie, denota due cose: l'ignoranza delle persone Nerd riguardo i temi di attualità e al fatto che i Nerd, in quanto uomini, non pensano di doversi occupare di Infanzie. Questa negligenza nei confronti dell'infanzia è un problema sistemico in generale: lɜ bambinɜ vengono osservati e curati soltanto dalle persone che se ne occupano direttamente, quando dovrebbero essere cittadinɜ in carico alla comunità stessa; Per tornare all'ignoranza riguardo i temi legati all'attualitá: la bolla che si occupa delle cose nerd, non va oltre il mero intrattenimento. Non è soltanto un ambiente assolutamente depoliticizzato ma è chiuso in sé stesso e non ammette contaminazioni. Il problema è che queste persone, questi adulti nerd, continuano nascondersi dietro una non ben definita catarsi data dall’usufruire di prodotti di intrattenimento ma, se vogliamo parlare di catarsi, dobbiamo ricordarci che nella cultura greca la catarsi, nel teatro, si basava su un codice morale condiviso, per cui quando si mettevano in scena determinati crimini, era soltanto per poi ribadire che certe cose erano sbagliate, e che non dovevano essere fatte. Se un'opera non punisce lɜ cattivɜ, non risolve la violenza sul minore, e non dà un insegnamento al pubblico non è catarsi, non critica sociale. È apologia della violenza, è materiale pedopornografico. E anche negli altri significati, comporta a una liberazione non a perpetrare la violenza, anche se solo in forma simbolica.
anche se, come dite giustamente voi, ci stiamo andando pianissimo con questo tipo di autorə e di contenuti, sento già chi urla "censura!", quindi vi chiedo: dove sta il confine tra la censura e la necessità di limitare atteggiamenti e azioni violente, eticamente ingiustificabili e illegali?
► cecilia: Su questo non può esserci una risposta assoluta proprio perché la natura umana, la cultura, anche le situazioni di violenza e abuso sono complesse e hanno diverse sfumature. Una fondamentale considerazione sta nel comprendere che la censura è imposta dall'alto, da chi detiene il potere, verso contenuti, messaggi e storie che possono minare quel potere: per esempio, storie queer e collettive o con personaggɜ poverɜ o razzializzatɜ non hanno lo stesso spazio che hanno quelle che esaltano eroi ed eroine individualisti.
Penso che come diceva Sara sia fondamentale un dialogo con il pubblico, con persone esperte che possano portare approfondimenti e consapevolezze differenti, e metterci in gioco anche noi creativɜ, qualunque ruolo abbiamo. Soprattutto, sviluppare noi stessɜ una coscienza politica che ci permetta di accettare di sbagliare, migliorare e di metterci in discussione. Anche quello che scegliamo di raccontare, pubblicare, pubblicizzare è frutto di scelte che devono essere quanto più consapevoli possibile per stimolare il pensiero e raccontare la natura umana.
Poi ci sono casi limite, tipo i fumetti pedopornografici, o opere apertamente e deliberatamente sessiste o razziste o discriminatorie; e su questo mi sento sinceramente di dire che possiamo porre un veto, che non è basato sul potere ma sul buon senso. Dopotutto, lasceremmo pubblicare un'opera che inneggia al fascismo solo in nome della libertà di espressione?
stanno venendo fuori un sacco di cose interessanti e, riprendendo un po' le risposte di adesso ma anche la vecchia intervista, volevo riflettere insieme a voi su una cosa: ultimamente sono usciti dei risultati di sondaggi che mostrano una netta differenza tra maschi e femmine coetanei - giovani, non ricordo esattamente ma credo tra i 17 e i 35 anni - dove i primi sono molto più a destra delle seconde e dove si evidenzia che sono le ragazze quelle più attente alle questioni sociali legate, ad esempio, alle discriminazioni. questa cosa, mi sembra, non solo si rispecchia ma si esaspera nel mondo nerd (mi viene in mente, ad esempio, il caso recente di game romancer, che ho seguito attraverso le storie di maura saccà, che era stata con noi qualche mese fa qui su claccalegge). quali sono, secondo voi, le caratteristiche peculiari di questi spazi che permettono e fomentano questa differenza tra nerd-maschi e nerd-femmine?
► cecilia: È davvero una domanda complessa. In generale secondo me le persone più giovani socializzate come donne stanno trovando risposte, consapevolezze, forza e sorellanza, mentre le persone socializzate come uomini si trovano senza modelli, non si capiscono, si sentono isolati e si rifugiano in un'ideologia di branco più o meno consolidata e condivisa, ignorando il loro dolore e rifiutandosi di acquisire (o senza sapere come farlo) gli strumenti per star bene, con sé stessi e con lɜ altrɜ.
Il mondo nerd è caratterizzato da uomini (in senso ampio) che si sentono strani e isolati, che subiscono un certo livello di emarginazione, e che sono spesso acculturati e forti della loro superiorità logica e intellettuale. Nel mondo nerd cercano loro pari, persone con cui connettersi e stare bene, e sentirsi potenti.
Le persone socializzate come donne negli ambienti nerd costringono gli uomini nerd a mettersi in discussione, a provare disagio in ambienti che percepivano sicuri e di distensione. Vale moltissimo la superficialità delle cose: in apparenza sono alleato, confortevole, sono presente per te; sotto questa superficie invece vorrei che mi lasciassi in pace o giocassi secondo le mie regole. I maschi nerd sono estremamente pericolosi perché feroci, con un certo grado di cultura e di capacità di manipolazione, e non sono in grado di guardarsi dentro perché le dinamiche sociali che vivono sono spessissimo incanalate secondo codici rigorosi, che estraniano tutto ciò che è differente e consentono loro un ampio grado di impunità.

► sara: È molto interessante la scelta lessicale che tu fai nel dire che all'interno delle della bolla nerd questo divario politico viene esasperato. “Esasperare” è il verbo corretto perché nel mondo nerd tutto quello che avviene fuori dalla bolla – l'informazione, il dibattito scientifico e accademico, le scelte dell'editoria, eccetera – tutto viene esasperato. Ed è interessante notare le conseguenze di questa esasperazione da diversi punti di vista, ad esempio dal punto di vista lavorativo. I lavori all'interno del mondo nerd sono incredibilmente sfruttati, ma si autosfruttano perché c'è una cultura del lavoro che dire tossica è assolutamente un eufemismo. La bolla nerd è composta soprattutto da maschi, ragazzi e uomini che molto spesso sono traumatizzati e che hanno interiorizzato un certo modello tossico, si sentono “maschi alfa” che non ce l'hanno fatta, e soprattutto sono persone che hanno tantissimo bisogno di una rivincita. Sono persone che cercano in tutti i modi di trovare un riscatto sociale, che in una società capitalistica non trovano. Le persone socializzate come donne hanno una coscienza diversa dal punto di vista politico perché hanno esperienze di vita politiche. Sembra un controsenso, ma subire violenze nel quotidiano, a tutti i livelli e in qualsiasi ambito tu ti trovi, ti apre gli occhi. C’è da dire che purtroppo nel mondo nerd fa veramente fatica ad attecchire il femminismo proprio per questa massiccia presenza di uomini traumatizzati e aggressivi, che molto spesso fanno parte di tutte quelle frange terrificanti della menosfera e che negano completamente la questione politica o che abbracciano, anche inconsapevolmente, posizioni di estrema destra.
provo a fare un attimo l'avvocata del diavolo: ci sono moltissimi casi in cui espressioni artistiche di vario tipo hanno mostrato la violenza, anche in modo scioccante e doloroso, per svelarne la vera natura e condannarla. c'è il rischio che limitare alcuni argomenti possa bloccare anche le opere di denuncia? e secondo voi, quali sono, se ci sono, gli strumenti oggettivamente identificabili per poter distinguere la legittimizzazione della violenza dalla sua giustificazione?
► cecilia: Personalmente trovo molto difficile verbalizzare dei codici e degli espedienti narrativi, nonostante mi sembrino chiarissimi, che fanno la differenza tra il raccontare la violenza per fartene disgustare e allontanare e il raccontare la violenza per romanticizzarla. Secondo me varia anche moltissimo a seconda del linguaggio del medium e quello personale dellə autorə, e quindi è davvero difficoltoso tracciare dei confini molto netti.
In questo senso secondo me non possono esistere argomenti tabù; per esempio, se Vivès decidesse di raccontare le sue tendenze pedofiliache e le sue fantasie per problematizzarle e farcene capire la pericolosità sarebbe veramente una lettura bene accetta. Dobbiamo ragionare collettivamente sulle modalità in cui raccontiamo quelle tematiche e quegli argomenti.
Ted Nannicelli, professore di comunicazione e arte, nel suo saggio "Creazione artistica e criticismo etico" prova a spostare il discorso sulla legittimità etica di un'opera dalla sua interpretazione alle modalità con cui l'opera viene realizzata.
Per esempio, Vivès racconta una storia di violenza su minori, che è una tematica legittima da trattare e una denuncia importante; ma lo fa utilizzando dichiaratamente il genere pornografico, quindi deliberatamente erotizzando quella violenza. Questo è un procedimento oggettivo su cui si può discutere e che può essere un paletto da non oltrepassare. Ancora, se per esempio sono un regista e per fare un film chiedo alle attrici di spogliarsi insistentemente senza il loro esplicito consenso, magari il lavoro registico sarà estremamente delicato e non disturbante, ma di sicuro nella sua realizzazione non è stato così.
Possiamo (e dobbiamo) provare, come categoria, a teorizzare questi strumenti e le loro possibili declinazioni, anche se mi sembrano riassumibile in "rispetta l'altrui persona", e anche accettare che certe cose resteranno per forza sfumate e dubbie; e ancora accettare che tra cinquant'anni questi strumenti verranno rivoluzionati e modificati di nuovo, che farà parte del dibattito culturale e della sua evoluzione e che sarà segno di una creatività viva e senza reali freni.

► sara: Questa prospettiva è fortemente indicativa di un privilegio, perché molto spesso si fa coincidere la rappresentazione grafica alla denuncia. Come se per denunciare una violenza o un crimine, tu debba fare delle descrizioni estremamente specifiche in un libro, o pubblicare una tavola a fumetti con tutti i dettagli più scabrosi, o girare una scena di un film il più realistica possibile. Si ricerca molto l'effetto scioccante ma questa è una prospettiva maschile. Se noi andiamo a vedere negli ambiti femministi, si fa denuncia e si parla di crimini e di abusi senza far riferimento neanche alla parola. Non si parla di “stupro” quando si parla di stupro, non si pronuncia nemmeno la parola “stupro”. Basta un'immagine, basta un riferimento anche iconico. È il caso, ad esempio, del dibattito che c'è adesso su TikTok sulla questione uomo o orso. Finché non sono entrati gli uomini nel discorso, bastava questa immagine. Abbiamo dovuto rispolverare i casi di cronaca, abbiamo dovuto entrare nei dettagli quando gli uomini hanno cominciato a indignarsi per il fatto che la maggior parte delle persone socializzate come donne avesse scelto l'orso. Finché ne abbiamo parlato tra di noi era evidente il senso, perché tutte noi, avevamo già in mente di che cosa si sta si stesse parlando a livello esperienziale, gli uomini no. C'è un grave problema di empatia: se non c'è lo shock, se non c'è l'esposizione, se non c'è la morbosità allora non c'è la denuncia sociale. Ma chi l'ha detto? E poi è molto interessante anche vedere quali tipi di violenze vengono effettivamente rappresentate. Un esempio: nella Lega degli Straordinari Gentlemen si vede una scena di stupro fortissima, dove ci sono tantissimi dettagli, noi vediamo tutto ed è veramente difficile sostenere quelle sequenze. C'è anche uno stupro maschile che però viene non viene trattato allo stesso modo. Ed è interessante perché il corpo altro rispetto a quello di Alan Moore e del disegnatore viene messo in mostra, mentre un'esperienza violenta che si avvicina alla loro sensibilità, con cui possono empatizzare di più, viene censurata.
secondo voi il lavoro dellə sensitivity reader può essere uno strumento valido per riuscire a discriminare tra le opere che denunciano e quelle che romanticizzano la violenza?
► cecilia: Secondo me sì, con dei limiti. Io mi sono avvalsa di una consulenza in questo senso ed è stata estremamente utile e illuminante; ma per esempio sono stati lasciati elementi nella storia che io personalmente trovavo si dovessero modificare e che non sono stati considerati problematici, o viceversa. Bisogna tener conto che ci sono delle considerazioni collettive che sono state formulate da parte delle comunità marginalizzate e richieste condivise per il rispetto e la tutela di quelle comunità, e poi ci sono le variabili personali, del nostro carattere, sensibilità e vissuti (perché ricordiamolo, le nostre etichette fanno parte di noi, ma noi non siamo solo le nostre etichette).
Di sicuro è uno strumento in più in ogni caso, che può far riflettere su altre prospettive e generare altri dibattiti e far trovare soluzioni inaspettate e più creative. Non trovo sensato un repulisti come quello che viene imposto nelle grosse aziende, molto meccanico e con regole ferree (tipo come si fa in Disney, per intenderci); ma un porre domande e sottolineare aspetti e criticità e dare un parere su come una cosa o l'altra possono essere interpretati e vissuti, questo sì, è assolutamente utile e arricchente.
Ciò non toglie che può non risolvere completamente delle criticità o che, appunto, possono esserci sempre sfumature nell'accoglienza, nell'elaborazione e interpretazione di una storia o di suoi elementi; ma anche questo genera dibattito ed è un dibattito sano che può incidere in modo estremamente costruttivo nella collettività del mondo creativo. L'importante nel rivolgersi allɜ sensitivity readers, secondo me, è di mettersi in ascolto, studiare e vedere le cose in un modo diverso, e questo è fondamentale.

► sara: sono d'accordo con Cecilia perché i sensitivity reader sono figure utili ma solo se messe in relazione con una persona che genuinamente vuole fare un lavoro corretto e quindi si avvale di una consulenza di una persona che ha un punto di vista interno o che ha una conoscenza specifica di un determinato argomento. Il problema è che se lə sensitivity reader viene convocatə per fare il compitino, perché così si è fatto un buon lavoro, senza poi effettivamente capire i consigli dati o gli appunti e le critiche fatte, non ha senso. Credo che lə sensitivity readers arriveranno in un futuro molto lontano all'interno o del mondo nerd: faranno il loro lavoro in maniera efficace soltanto quando ci sarà effettivamente lavorato sull'ambiente. Quando è solo se attecchiranno determinati movimenti, quando e se, cominceranno a essere sdoganati determinati argomenti e determinati linguaggi si potrà vedere un cambiamento. Attualmente la vedo veramente dura perché ogni volta che si cerca di problematicizzare determinate cose, si urla alla censura e al politicamente corretto. I nerd devono mettersi in discususine, abitare il conflitto, fare autocritica e capire soprattutto che la libertà non è illimitata ma che si è all'interno di una comunità, in una società. Attualmente il pensiero nel mondo nerd è incredibilmente individualista e personale. Si parla tanto di oggettività ma alla fine si portano avanti credenze totalmente soggettive su determinati argomenti.

tornando un momento a vivés, tenendo a mente tutto quello che ci siamo dette, secondo voi, quali dovrebbero essere i comportamenti e gli interventi di editori, comunicatori/influencer, lettorə e, più in generale, consumatorə di prodotti nerd davanti a opere violente come quelle di cui abbiamo parlato?
► cecilia: Innanzitutto le editrici dovrebbero fare un lavoro accurato e sensato di selezione e di editing. Nel caso Vivès, mi sembra assurdo che nessunə abbia pensato che forse non era un'ottima idea realizzare dei fumetti porno con violenze su minori (tenendo conto che, di nuovo, è illegale in Francia). Le case editrici dovrebbero prendersi cura sia delle proprie opere che deɜ propriɜ autorɜ e diffondere violenza e permettere a persone violente di lavorare in questo senso non tutela né le editrici, né lɜ autorɜ né il pubblico.
Comunicatorɜ e influencer dovrebbero rendersi conto che possono, per l'appunto, influenzare moltissime persone, e quindi prendersi la responsabilità del proprio impatto politico e contribuire a educare il pubblico su argomenti sensibili, sulla violenza sistemica, sugli impatti di opere e artistɜ e delle loro criticità; e anche scegliere cosa divulgare, e non parlare di un'opera o di unə autorə solo perché porta engagement. A volte è importante scegliere il silenzio, a volte è fondamentale parlare; senza una coscienza politica reale non è possibile distinguere i due casi.
Da lettorɜ e consumatorɜ, dobbiamo renderci conto che l'uso dei soldi, vivendo in un sistema tristemente capitalistico, è uno dei pochi poteri che ci è rimasto: decidere a chi e a cosa dare il nostro denaro ha un valore politico e sociale. Boicottare un'opera o unə autorə contribuisce ad allertare il sistema che lə sta intorno, e forza le editrici, lɜ artistɜ, lɜ comunicatorɜ a prendere scelte differenti se si vuole restare sul mercato. Continuare a comprare da autorɜ violenti invece rappresenta un cenno di assenso alle loro azioni, perché se continui a vendere anche facendo del male perché dovresti cambiare?

► sara: Io penso sia importante diversificare gli interventi e i comportamenti in base alla propria posizione e al proprio potere all’interno della scena nerd, perché è giusto cominciare a intervenire sulla questione, però è anche vero che questa cosa va affrontata dal punto di vista collettivo e non individuale. Bisogna cominciare a parlare di che cosa sia lecito e cosa non lo sia a livello comunitario, cosa sia condiviso e cosa no. Invece di dedicare talk su talk all’ennesima serie tv, si dovrebbe cominciare a parlare di temi di attualità che siano realmente all’altezza di persona che hanno superato i trent’anni, perché è questo quello che fanno lə adultə, parlano di quello che succede nel mondo. Poi, se vogliamo affrontarlo dal punto di vista del fumetto, anche il fumetto fa parte dell’attualità, tratta di temi attuali, anche se descrive mondi fantastici, perché attinge sempre dalla realtà, affronta sempre delle tematiche umane. Secondo me è importante partire da questo punto. Nello specifico c’è da capire qual è il pezzettino che ciascuno di noi deve e può fare: gli editori devono cominciare a interrogarsi e prendere delle decisioni politiche. Nel mondo del fumetto, purtroppo, c’è questa corsa al caso, dove la critica, la polemica, servono soltanto a far parlare ancora di più di quel fumetto. O, peggio ancora, ci sono delle uscite assolutamente non accettabili nel 2024. Non è possibile che, mentre si è accesa in Francia una polemica, pubblicare proprio la nuova uscita di quell’autore in Italia, senza prendere posizione, senza parlare a cuore aperto con la propria utenza. Nessuno fa il processo a nessuno, il mondo è complesso, il mondo per come è adesso, nella fase più aggressiva del capitalismo, restringe il nostro raggio di azione, però l’ignavia non è una cosa giustificabile. Stessa cosa i creator e gli influencer devono cominciare a non prendere alla leggera il loro ruolo, a non essere passivi promuovendo e pubblicizzando chiunque: devono discutere di cosa sia lecito pubblicizzare e cosa no, devono iniziare a fare call out alle aziende. I lettori devono cominciare a pensare che il loro potere d’acquisto è importante, che possono ricorrere anche all’usato e alla biblioteca se vogliono leggere senza supportare economicamente determinate realtà, o anche semplicemente per farsi un’idea di quello di cui si sta parlando. Vedo tanta passività e questo mi sconforta. La mancanza di politicizzazzione del mondo e delle cose nerd, rende poi le persone nerd molto poco attive nel discorso, nelle scelte, come cittadinə, come consumatorə e come fruitorə. È una cosa che, secondo me, si sta sottovalutando tantissimo, per colpa del fatto – come dicevo – che le persone nerd sono adulte anagraficamente ma non nei fatti, e questo dà terreno fertile a tantissime problematiche, dalla violenza di genere alla pedopornografia all’attecchire dei vari fascismi.
credo che la cosa più bella di questa chiacchierata sia che le risposte che mi avete dato aprano ad altre mille domande e riflessioni. spero di ritrovarvi presto e vi ringrazio tantissimo di essere state qui a mettere ancora una volta sotto i riflettori gli aspetti più controversi della cultura pop e nerd dei nostri giorni! grazie mille!
► cecilia: Grazie a te Claudia, di cuore ❤️

► sara: Grazie mille Claudia!!!


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giovedì 30 maggio 2024

quando muori resta a me

era la prima volta in vita mia che mi sentivo così. ci ho messo qualche anno a dare un nome a quella sensazione. pure a scuola mortacciloro ti insegnano a distinguere felice - triste - arrabbiato.
il senso di colpa non te lo spiega nessuno.

a ogni uscita di un fumetto di zerocalcare c'è un preciso copione che si ripropone sempre uguale: avere il libro prima possibile, mettere da parte tutto il resto, respirare profondamente, iniziare a leggere, sapere che in qualche modo ti farà affrontare qualcosa di te che non avevi ancora tradotto in parole e pensieri compiuti. incassare colpo su colpo e arrivare alla fine, prenderti un po' di tempo e poi ricominciare con tutto il resto.

questa volta però per me è stato un po' meno traumatico perché, per la prima volta, c'ho trovato meno me in questo libro di quanto non mi sia mai successo con gli altri. pensavo che fosse una questione di tematiche, di fatti raccontati, invece poi ho capito che era tutta una questione di prospettive.
ci metterò un po' - non so perché ma mi viene sempre difficilissimo scrivere dei libri di zerocalcare, sarà che in qualche modo gli voglio bene - ma ci arriverò a spiegarla.

in quando muori resta a me zerocalcare affronta un viaggio in auto insieme a suo padre da roma fino a un buco di culo sperduto sulle dolomiti per aggiustare un guasto alla vecchia casa di famiglia paterna. ma tornare, dopo tanti anni, a merìn significa fare i conti con antichi rancori e ostilità mai sopite che restano generazione dopo generazione e, ancor di più, provare a svelare un mistero vecchio di trentacinque anni: cosa successe davvero in quello che nella memoria di zerocalcare è rimasto come il giorno di merman?


in questo paesino sperduto - dove il cellulare non prende, dove non esiste traccia del tranquillizzante traffico romano e dove non ci sono accolli di sorta - zerocalcare ripercorre la storia della sua famiglia, dalle vicende che risalgono fino all'epoca della seconda guerra mondiale e che ancora oggi continuano a impattare sulla vita di quel paesino ai piedi di una montagna che non dimentica, a quelle che riguardano la giovinezza di suo padre, di cui non aveva mai sospettato nulla.
ma, soprattutto, è un viaggio indietro nel tempo che parte dalla sua infanzia, quando riusciva a immaginare suo padre come un eroe capace di imprese straordinarie, e ripercorre uno sgretolarsi traumatico e inesorabile del loro rapporto, un po' per via dei divorzio dei suoi genitori, un po' perché durante l'adolescenza viene facile a tuttə essere delle merde.

dai primi sensi di colpa all'ispessirsi di quei muri che formano labirinti in cui è facile perdersi e impossibile ritrovarsi, zerocalcare mette nero su bianco la difficoltà che i padri hanno avuto nel rapportarsi con i figli (maschi, sicuramente, ma anche con le figlie femmine, seppur in modo diverso), i tentativi di recuperare poi in età adulta, l'incolmabile divario generazionale, i frutti di decenni di silenzi e bugie e sensi di colpa che si sedimentano sempre di più, soffocando un amore enorme che non sa più come esprimersi.

anche in questo libro abbiamo uno zerocalcare-personaggio i cui turbamenti interiori seguono il corso degli eventi: le cose succedono, risvegliano memorie sepolte, aprono interrogativi, portano a riflessioni. ma se fino ad adesso tutto questo processo di autoconsapevolezza era in qualche modo guidato dall'armadillo, ora la sua coscienza è sparita per lasciare il posto a qualcun altro...
nel frattempo, si fa inevitabile il confronto con lo zerocalcare-autore che non può più usare le emozioni del suo alter-ego soltanto per gestire i ritmi della narrazione, ma che si ritrova a doverci fare i conti in una scena memorabile, la prima in cui li vediamo così esplicitamente uno di fronte all'altro, uno riflesso dell'altro.
sono storie quelle che ci ha raccontato negli ultimi quindici anni ma sono anche pezzi della sua vita, pezzi importanti che quella vita l'hanno plasmata e condotta su un percorso ben preciso, diminuendo sempre di più la distanza tra personaggio e autore.

se di quando muori resta a me si dice che sia il suo libro più personale non si deve soltanto alla natura molto intima e biografica delle vicende narrate ma anche, e soprattutto, al fatto che questo libro più degli altri sembra tirare le somme di tutto quello che è stato dal successo de la profezia dell'armadillo in poi. la carriera di zerocalcare ha inevitabilmente influito sulla sua vita, sulle sue scelte e, in qualche modo, anche sul rapporto con chi lo circonda. e se fino ad adesso il lavoro di fumettista è stata un po' la scusa per sottrarsi ad alcune dinamiche tipiche dell'età adulta, ora non funziona più.

zerocalcare ci ha abituati a leggere, nelle sue storie, il ritratto della nostra generazione, di quelli nati tra gli anni 80 e 90, oltre che, ovviamente, tematiche più grandi, come ad esempio la questione curda o recentemente la storia di ilaria salis.
ha sempre affrontato questi temi - tipo la difficoltà a trovare lavoro, ad avere quindi una stabilità economica e personale e a trovare il proprio posto nel mondo - in modo sì autobiografico ma anche politico e collettivo, ed è per questo che ci è sempre venuto così facile riconoscerci nelle sue storie, rispecchiarci nel suo vissuto e sentirci parte di una generazione che è stata messa da parte con un colpo di scopa sotto a un tappeto di indifferenza.
questa volta però, in questo libro in cui il tema centrale è il rapporto padre-figlio e, di conseguenza, la sua mancata paternità, nonostante il tono sia quello a cui siamo abituatə, quella sensazione di tematica collettiva viene a mancare.


a un certo punto zerocalcare dice che negli ultimi anni c'è stata un'esplosione nella narrativa pop - romanzi, fumetti, serie TV, eccetera - di personaggi femminili che hanno posto la riflessione sul ruolo sociale delle donne, toccando diversi aspetti in cui questo ruolo si può declinare tra cui, ovviamente, quello della maternità. quindi, io personalmente mi sarei aspettata un ragionamento che decostruisse la logica del i figli si fanno perché li fanno tutti da sempre e ci fosse una riflessione sul desiderio di essere padre, sul ruolo di padre - quello stereotipato del padre-padrone o del padre-assente, o quello auspicabile di un nuovo tipo di padre più consapevole e presente - anche in relazione alle politiche in merito alla genitorialità in italia (che detto da me è un pippone odioso ma lui sarebbe in grado di uscirsene con un paio di tavole brillanti, come fa di solito).
però tutto questo non c'è.
quella versione frignona di zerocalcare che solitamente è premessa a una riflessione più ampia e profonda che finisce sempre per farci piangere, si riduce qui a un fissarsi l'ombelico, focalizzandosi sul proprio personalissimo vissuto, ovvero: mio padre, suo padre, il padre di suo padre eccetera da una parte e, dall'altra, gli altri uomini che conosco che hanno fatto figli, in un modo o nell'altro.
quando muoio resta a te è la frase che il padre di zerocalcare ripete più spesso e che in questo contesto assume un significato del tutto diverso: resta a te dover gestire un rapporto complesso a cui nessunə ti ha preparato, dover incarnare un ruolo di cui non hai modelli o, se ce li hai, non sono poi il massimo, doverti inventare un modo nuovo per crescere qualcunə che un giorno smetterà di vederti come un eroe.


se proprio vogliamo trovare la voce della riflessione collettiva e politica, questa è affidata a una donna, lesbica - là dove il suo essere lesbica non è solo un descrivere il suo orientamento sessuale ma definire il suo posizionamento politico all'interno di una società eteronormata ed eteronormativa - che è sara. 
sara pone la questione dell'avere o no i figli proprio da un punto di vista politico:  i figli come privilegio delle persone etero, fertili e monogame, con una posizione economica e sociale stabile e, aggiungerei, non-disabili. privilegio inaccessibile, ad oggi in italia, a ogni altra realtà. sara riporta zerocalcare nella sua dimensione narrativa sì, ma impegnata e di denuncia, lo schioda da quel rimirarsi nello specchio che va bene se è autoanalisi ma non se si trasforma in vittimizzazione e egocentrismo all'ennesima potenza.
quello che manca è, a questo punto, una prospettiva maschile - e per la precisione maschile cis-etero - sulla questione che poteva essere un punto di svolta e magari anche di avvio di una riflessione e di un dialogo.

da questo punto di vista quando muori resta a me mi ha un po' delusa anche se, tocca ammetterlo, alla fine è riuscito a commuovermi come sempre, con una tavola finale che è un colpo al cuore, una di quelle immagini che ti costringono a mettere sul piatto della bilancia tutta la tua vita, le tue idee, i tuoi comportamenti. una scena che ti porta a chiederti quanti stanzini segreti ci sono, in realtà, quanti amori incapaci di tradursi in parole e che non sappiamo riconoscere e che perdiamo per via dell'abitudine, dei silenzi, del senso di colpa, della rabbia.

mi spiace che non sia riuscito a osare quel tanto in più che avrebbe reso questo libro molto più che una storia, l'avrebbe potuto far diventare uno dei punti di partenza pop e alla portata di tuttə sulla genitorialità vista, pensata e vissuta anche da quelle figure - i padri - che sembrano così assenti nell'immaginario comune (e nelle politiche sociali così come in un certo tipo di narrazioni) del nostro paese.