mercoledì 17 maggio 2023

l'espropriazione

"tutto sembrava richiamare la sensazione che si prova a volte a letto, nell'interzona tra veglia e sonno, quando per un attimo ci sembra di cadere e il corpo reagisce con uno spasmo. è stato come provare quella sensazione per diverse decine di secondi, forse addirittura minuti. so solo che è durato molto più del solito, nell'ordine delle centinaia di volte di più. la persistenza di quella sensazione ne ha cambiato la sostanza. quando succede nel dormiveglia l'esperienza è velocissima ed è seguita immediatamente da una scarica di adrenalina, a volte le due cose, la sensazione di precipitare e la scarica di adrenalina, sono talmente vicine nel tempo da risultare indistinguibili. invece la sensazione di caduta si è protratta, e nel protrarsi è diventata meno verticale, meno acuta. è stato come allontanarmi da me stesso e dal mio corpo, ma senza uscirne, è stato come allungarmi a fisarmonica, estendermi. come se qualcuno o qualcosa mi avesse diffuso"


metti una giornata di merda: la tua ragazza, anzi la tua ex ragazza, ti ha mollato e ne ha approfittato per farti un ritratto non troppo lusinghiero e poi hai passato due ore a piangere seduto al tavolino di un bar a scarabocchiare propositi per il futuro, anche se tanto sai benissimo che non li terrai mai davvero in considerazione.
metti anche che, nella suddetta giornata di merda, incontri una persona che non vedi da anni. e che questo incontro ti riporta alla mente chi eri un sacco di tempo fa, quando andavi al liceo e facevi il cretino per sentirti grande.
fino a qui è uno scenario abbastanza plausibile per un sacco di ipotetici tu. con piccole variazioni, una giornata di merda simile potrebbe succedere a chiunque, magari è già successa a un sacco di gente, magari proprio a te che stai leggendo e ti stai chiedendo dov'è che voglio andare a parare (a parte questa brutta cosa di mettere il dito nella piaga e ricordarti giornate di merda. scusami, giuro che non lo farò più).

però da qui in poi le cose iniziano a prendere una piega inaspettata.
ci sono degli eventi che immaginiamo come plausibili, altri come poco probabili e altri come praticamente impossibili.
il fantastico - è questo quello che, alla quinta uscita, ci hanno insegnato i tardigradi - è quell'elemento che arriva a toglierci da sotto i piedi il terreno delle nostre certezze, rimescola tutte le carte in tavola e stravolge i significati di plausibile, poco probabile e praticamente impossibile.
lo scenario che fino a poco fa poteva adattarsi a un sacco di storie e a un sacco di protagonisti si fa sempre più specifico ed esclusivo perché la persona che appare all'improvviso, quella reminiscenza in carne e ossa di un passato lontano, è carla.
carla potrebbe sembrare anche lei una ragazza come tante altre. eppure.

al liceo, ricorda il nostro anonimo protagonista, carla era una ragazza un po' strana. legava poco con lə compagnə anche se - a dispetto del suo look da dark - era una ragazza per nulla aggressiva. era brava nello studio e non faceva nulla per mettersi in mostra. lui aveva anche pensato di avere una cotta per lei ma invece della solita agitazione euforica tipica delle sue esperienze di innamoramento, con carla si sentiva a disagio in un modo strano, un modo mai sperimentato prima: sentivo una cosa al petto, come se la cassa toracica dovesse spostarsi in avanti da un momento all'altro tirando con sé la pelle. molto sgradevole. e quindi, ai tempi, non era mai successo nulla di memorabile, a parte una solenne umiliazione (strameritata) di cui si ricorda ancora.

ma adesso, sulla banchina e poi dentro un vagone del treno occupato solo da loro due, le cose cambiano. quel viaggio è solo l'inizio di una delle esperienze più assurde e fuori dall'ordinario che gli siano capitate, e che probabilmente gli capiteranno mai.
in qualche modo, la presenza di carla - o una sua qualche abilità che non sempre riesce a controllare - causa a chi le sta accanto un'alterazione di coscienza e di percezione di sé in rapporto all'ambiente che va oltre le scarse conoscenze in materia di sostanze psicotrope del protagonista.
in questo stato, a metà strada tra il panico e l'irrequietezza, carla lo conduce a casa sua dove altri due ospiti - un ragazzo che crede di non essere bravo con le parole e una donna che si è liberata dall'asfissiante attenzione del marito per il suo passato - gli racconteranno gli effetti che carla ha su di loro e soprattutto i motivi che li spingono a sottoporsi ancora e ancora a questo strano trattamento.
nel frattempo, il corpo e la mente del nostro anonimo e ormai sempre più distaccato dalla realtà protagonista, sembrano non riuscire più a rispondere correttamente al suo desiderio di tornare alla normalità di sempre.

con l'espropriazione, caro gervasi declina il fantastico in un mondo che si dispiega all'interno dei suoi personaggi, decostruendo e reinventando il concetto stesso di io, di identità, di percezione, di limiti tra una soggettività e le altre. per il protagonista è letteralmente un viaggio dentro il proprio sé e dentro quello degli altri, una perdita e riacquisizione della propria specifica individualità che funziona come una giostra impazzita e che lo fa sentire estraneo al suo stesso mente-corpo.

venerdì 12 maggio 2023

le streghe in eterno

"le streghe non esistono, ma un tempo esistevano [...] un tempo le streghe erano libere come corvi e impavide come volpi, perché la magia ardeva abbagliante e loro erano le padrone della notte. ma poi giunsero la peste e le epurazioni. i draghi vennero uccisi e le streghe date alle fiamme e i padroni della notte divennero uomini con torce e crocifissi. la stregoneria non è del tutto scomparsa, ovviamente. [...] il predicatore dalle nostre parti dice che la caccia alle streghe è stata la volontà di dio. dice che le donne sono peccatrici per natura e che in loro le arti magiche finiscono inevitabilmente per corrompersi e marcire, come con la prima strega, eva, che avvelenò il giardino dell'eden e condannò l'umanità, e come con le figlie delle sue figlie che hanno avvelenato il mondo con la peste. dice che le cacce hanno purificato la terra e ci hanno condotti nell'era delle mitragliatrici e dei battelli a vapore, e che gli indiani e gli africani dovrebbero ringraziarci in ginocchio per averli liberati dalle loro magie barbariche. nonna mags diceva che erano tutte cretinate, e che la cattiveria è come la bellezza: sta nell'occhio di chi guarda. diceva che la vera stregoneria era solo una conversazione con quel cuore che batte, e che richiede tre cose: la volontà di ascoltarla, le parole da rivolgerle e i mezzi per liberarla nel mondo. [...] le streghe non esistono ancora. ma esisteranno."

era necessaria una citazione iniziale così lunga perché questo libro mi ha conquistata completamente già nelle prime pagine e poi, andando avanti con un racconto che di pagine ne riempie quasi seicento, non ha fatto che convincermi sempre di più.

protagoniste della storia sono tre sorelle: juniper, la prima voce narrante della storia, la più giovane delle tre, selvaggia, carica di odio e risentimento. sua madre è morta dandola alla luce e lasciandola in balia di un padre mostruoso, un essere crudele e violento che non ha fatto altro che tormentare, picchiare e rovinare la vita a lei e alle sue sorelle. agnes, la seconda, bellissima e affascinante, e bella, la maggiore, saggia e dedita allo studio (soprattutto della stregoneria e della sua storia), sono riuscite a fuggire da quella casa e da quel padre orribile ma non sono riuscite a portare juniper - all'epoca solo una bambina - con loro. adesso, a distanza di sette anni, tutte e tre si ritrovano nella città (fittizia, così come il 1893 in cui è ambientato il libro è una sorta di anno parallelo a quello della nostra realtà) di new salem, sorta a qualche decina di chilometri dalle rovine di old salem, teatro di violenze e orrori e roghi di streghe.

la stregoneria non è affatto ben vista anche in un momento storico in cui le donne iniziano le loro battaglie per il diritto al voto: sono però lotte da signore, lontane dal mondo crudele delle donne comuni, di quelle che si avvelenano in fabbrica per pochi spiccioli, di quelle che cercano riparo dalle botte dei mariti e provano a far sopravvivere lə loro figlə.
tre sorelle, sette anni di distanza, un incantesimo pronunciato a metà che in qualche modo le unisce e le fa ritrovare ai piedi di una torre apparsa dal nulla, un luogo magico che dà l'avvio a tutta la storia e che spingerà bella, agnes e juniper a recuperare l'antica saggezza, quella stregoneria che non è mai andata perduta, che è rimasta custodita lì dove gli uomini non si sprecano a cercarla: favole e filastrocche, ninnenanne e qualche proverbio, ricami e libri da donne. sparse tra migliaia di altre parole, le conoscenze si sono tramandate di madre in figlia, di nonna in nipote fino a quando per le tre sorelle eastwood si palesa non solo la possibilità ma anche la necessità di recuperare la magia.

la magia è qui intesa come un potere proprio delle donne - per quanto ne esista anche una versione maschile - per proteggere sé stesse e le proprie sorelle da un mondo che le considera insieme nemiche e vittime. rinsaldando gli antichi legami troncati un tempo dalle bugie, dalle violenze e dagli inganni del padre, bella, agnes e juniper creeranno una nuova sorellanza di donne stanche di subire soprusi da ogni angolo della società in cui vivono, ingaggiando una vera e propria "guerra civile" con l'autorità istituita e incarnata dalla perfida figura di gideon hill, aspirante sindaco nonché difensore di una morale bigotta e maschilista.

nonostante la forte tematica femminista della solidarietà, della sorellanza e del reciproco aiuto tra donne, le cose non sono mai nettamente bianche o nere: non tutte le donne sono alleate e non tutti gli uomini sono nemici. se alcune preferiscono tutelarsi tenendosi lontane dalla sorellanza per proteggere sé stesse e i loro figli, almeno due figure maschili si pongono come compagni di lotta, come august lee, praticante di quella magia maschile di cui sopra e da subito innamorato (e leale e solidale) di agnes, o come il signor blackwell, il vecchio bilbiotecario amico di bella.

le streghe in eterno è un romanzo carico di rabbia, quella rabbia che serve a costruire, a riparare torti e sanare ferite, non quella distruttiva e terrorizzata dei cacciatori di streghe. la storia è intervallate da favole e incantesimi che sembrano filastrocche, impreziosendosi e arricchendosi come un diario, come un grimorio, come una storia che riesce a salvare dall'oblio altre storie e altre parole.
mi sono piaciuti moltissimo poi i riferimenti alla triplice figura femminile incarnata dagli archetipi della vecchia, della madre e della fanciulla. alix e. harrow li rilegge dandogli un'interpretazione lontana da quella modellata da e per lo sguardo maschile che di solito queste parole richiama:
"le fanciulle dovrebbero essere creature dolci e tenere che intrecciano corone di margherite e si trasformano in alberi di alloro piuttosto che sopportare la perdita dell'innocenza, ma la fanciulla non è niente di tutto questo. è quella impetuosa, ferina, la strega che vive libera nei boschi selvaggi. è la sirena e la selkie, la vergine e la valchiria; artemide e atena. è la ragazzina con il cappuccetto rosso che non scappa dal lupo, ma cammina al suo fianco, inoltrandosi nel bosco"
e ancora:
"le madri dovrebbero essere creature deboli e piagnucolose, donne che mettono al mondo i figli e scivolano tranquille verso la morte, ma la madre non è niente di tutto questo. è quella coraggiosa, quella crudele, la strega che ha barattato la stanza del parto con il campo di battaglia, la cucina con il coltello. è boudicca la sanguinaria, è era la senza cuore, la madre che è diventata un mostro"
e infine:
"le donne anziane dovrebbero essere confuse e troppo affettuose, nonne distratte che viziano i figli e hanno sempre la zuppa sul fuoco, ma la vecchia non è nulla di tutto ciò. è quella astuta, quella che sa tutto, la strega troppo saggia che conosce le parole di ogni maledizione e gli ingredienti di ogni veleno. è baba jaga e black anna; è la fata malvagia che dispensa maledizioni invece che doni per i battesimi"
sono archetipi di donne forti e combattive che non conoscono la violenza fine a sé stessa, che non la praticano per prepotenza ma per difesa e per riappropriarsi degli spazi perduti, delle integrità sottratte. è questa necessità di guerra che percorre tutto il libro, una guerra sostenuta dall'amore - quello romantico, quello materno, quello per sé stesse - che permea tutto il racconto e lo rende molto più di un semplice romanzo fantasy. le streghe in eterno è un racconto di lotta e di rivalsa, di orgoglio e potere ritrovato, di sete di conoscenza e di giustizia.
ed è uno dei libri più affascinanti che mi è capitato di leggere negli ultimi mesi.

martedì 2 maggio 2023

il mare del settimo giorno

"tutti quei luoghi comuni sul conoscere qualcuno da una settimana ma avere la sensazione di essere amici da una vita si applicano a questa situazione. è tutto diverso da qualsiasi altra amicizia abbia mai avuto, e mi piace."

duncan e owen hanno quindici anni, quel periodo della vita in cui il mondo è un casino incomprensibile se non un vero e proprio nemico e la propria piccola realtà è il mondo intero. non so se esiste un periodo della vita più spaventoso e più bello insieme: non sapere ancora cosa si è fa paura ma la possibilità di poter diventare qualsiasi cosa è entusiasmante, ci si sente dentro un potenziale infinito eppure basta così poco per credersi distruttə.
e questo è quello che più o meno sta succedendo a duncan: tutto sta cambiando a una velocità straordinaria e lui è sicuro di non riuscire a stare dietro a questa realtà impazzita e l'idea che il suo gruppo di amici si stia sgretolando, che tutto stia cambiando e che l'età adulta sia a un passo dietro l'angolo lo fa sentire perso e spaventato. ormai da un anno ha iniziato a soffrire di depressione ma non è riuscito a dirlo ai suoi amici di sempre, neppure a lorenzo, che conosce fin da quando erano bambini. duncan ha paura che possa essere la goccia che fa traboccare il vaso, l'ultima ragione utile a distruggere completamente il loro rapporto.
gli altri crescono, c'è chi sta con una ragazza (ah, quanta paura fanno a quell'età l'amore e il sesso, ah, quanto non cambia poi tanto con il passare del tempo) e chi passa le ore in palestra, di certo ormai i videogiochi e le serie tv di fantascienza non interessano più nessuno se non lui. duncan si sente invischiato in sé stesso, incapace di crescere e di cambiare seguendo gli altri.
ma quando incontra owen, tutto comincia a cambiare.
owen non è come gli altri ragazzi. a dire il vero, è difficile capire chi sia davvero owen, è difficile dire persino se riesca a capirlo lui stesso. l'unica cosa certa è che con lui, duncan riesce a non sentirsi a disagio, è capace di essere sé stesso.
è incredibile come il tempo sia una variante così poco significativa nell'amicizia: qualcuno che conosci da pochi giorni diventa improvvisamente la persona con cui riesci a vivere meglio mentre gli amici di una vita sono dei veri e propri estranei.

quello che duncan non sa di owen però è che, da quando è morto suo padre, la vita del ragazzo si è scissa: da un lato il mondo reale, quello delle frasi fatte degli adulti e delle parole che costruiscono una realtà forse bella da pensare ma diversa da quella che ricorda, e dall'altra parte un mondo in cui gli spiriti dei morti sono una faccenda reale, in cui bisogna che le anime giungano sane e salve verso il mare del settimo giorno per trovare finalmente la pace. lì owen ha una missione da compiere e un nemico - forse - da sconfiggere.

i due mondi si intersecano per tutto il romanzo e le storie si intrecciano mentre il legame tra duncan e owen si fa sempre più stretto, i drammi adolescenziali del gruppo e della sorella di duncan, emily, vanno inesorabilmente avanti stravolgendo le loro esistenze.
come se non bastasse, le amiche di emily, con cui avrebbe dovuto partecipare a un talent organizzato nella scuola, hanno deciso di mollarla e duncan vuole riuscire ad aiutare la sorella a realizzare il suo desiderio di esibirsi (piccola pausa per sottolineare una cosa che ho apprezzato moltissimo: emily è una ragazzina disabile che usa la sedia a rotelle ma neanche una volta il suo personaggio viene reso in modo pietistico o innalzato sul podio da eroe per questo. può anche succedere che, se leggete con poca attenzione, non facciate nemmeno troppo caso alla sua sedia a rotelle fino alla fine. grazie david owen per questo personaggio così meravigliosamente disabile e normale).

nelle parole di duncan e owen - che si alternano nel mondo reale come voci narranti - c'è un universo intero: il valore dell'amicizia, la difficoltà di affrontare un lutto - propriamente tale o metaforico che sia - e quella di ricalcare l'immagine che lə altrə hanno di te, la gioia di incontrare un'anima affine e lo sconcerto di scoprire quanto sia facile crescere seguendo strade differenti, allontanarsi e forse perdersi.

non so com'è leggere il mare del settimo giorno a quindici anni, però so che da qualche parte è rimasto un pezzetto della me quindicenne (che probabilmente non se ne andrà mai via) che si è sentita coccolata e consolata da questa storia e che ha trovato due amici in duncan e owen. perché sì, è vero che ci sono racconti pensati per un certo tipo di lettorə ma è vero soprattutto che una bella storia è capace di toccare le corde giuste nell'animo di chiunque e che certi personaggi restano indimenticabili, poco importa che età hanno, dove vivono e quanto sono capaci di resistere al cibo troppo piccante.
quindi, fatevi un favore: per qualche pomeriggio tornate adolescenti e regalatevi questo romanzo.

sabato 29 aprile 2023

ranking of kings vol. 1

"principe, ti hanno preso ancora in giro? sta' tranquillo, tu sei un bambino forte. riuscirai a superare tante brutte cose e dovrai diventare il re migliore del mondo.
promettimelo"


c'era una volta un principe. era piccolo, sordo e debole. eppure suo padre era un gigante, un eroe, un re forte e vigoroso, e anche sua madre era stata una donna forzuta e coraggiosa, chissà perché lui era nato così...

c'era una volta un pricipe e c'è ancora e questa è la sua storia.
il suo nome è bojji, figlio primogenito del valoroso re bosse ed erede al trono. il popolo però non si fida di lui, crede che bojji non abbia le qualità giuste per diventare un sovrano e spera che un giorno, alla morte del re, la corona passi al secondogenito daida, il fratellastro di bojji. in tanti si approfittano della debolezza del principe e il povero bojji torna spesso a palazzo con addosso solo le mutande, derubato, umiliato e deriso. anche il primo incontro con kage - l'ultimo superstite della tribù delle ombre - finisce così, ma il prepotente ladruncolo deve ricredersi subito: quel bambino non piange e non si compatisce, non ha paura perché sa che un giorno diventerà il re più forte del mondo. ha promesso che sarebbe stato così e non ha alcuna intenzione di mancare alla sua parola.

una tavola del manga

è così che comincia ranking of kings, appena sbarcato in italia grazie a star comics e arrivato intanto al suo sedicesimo volumetto in giappone.
i disegni di sousuke toka che a prima vista sembrano un po' infantili (guardateli attentamente e scoprirete un lavoro di character design non indifferente) e l'inizio quasi favolistico nascondono quella che si rivela fin da subito una storia molto più profonda ed emozionante di quanto non avremmo immaginato.
la forza di questo primo numero sta tutta nella caratterizzazione dei personaggi che, oltre le apparenze, svelano storie a volte anche drammatiche - come ad esempio nel caso di kage - e caratteri che non sono affatto macchiettistici come si potrebbe pensare dopo poche pagine.
ranking of kings è insomma un manga che, pagina dopo pagina, sorprende l* lettor* rivelando di possedere una trama molto ben articolata e dei personaggi tridimensionali e sfaccettati, realistici nelle loro contraddizioni, segreti e sogni.

la cosa che più mi aveva attirata era soprattutto la presenza di un protagonista disabile. bojji è sordo, piccolo, ha a malapena la forza di sollevare una spada giocattolo ma la sua storia è raccontata senza alcun "eppure": è un bambino sicuro di sé ed entusiasta, crede nelle sue capacità di essere degno della promessa fatta a sua madre anni prima, è certo che riuscirà a diventare forte e tutto questo non "nonostante la sua disabilità" ma semplicemente perché è bojji. non c'è alcun pietismo nei suoi confronti né autocommiserazione, la disabilità non è un ostacolo da superare come vuole una certa retorica abilista che tarda a passare di moda, ma una caratteristica come le altre.
bojji sviluppa, ad esempio, una capacità di combattere diversa da quella normativamente intesa come corretta ma comunque funzionale a vincere ed è capace di comprendere gli altri molto più di quanto chiunque crederebbe.
bojji non è sciocco né ingenuo, semplicemente sa di avere un corpo con delle abilità non standard e si comporta di conseguenza, cercando da solo i suoi punti di forza senza piegarsi all'autocommiserazione nemmeno una volta.

bojji in una scena dell'anime

l'amicizia che stringe con kage - che a sua volta ha un passato doloroso e traumatico, forse uno dei momenti più toccanti della storia - è profonda e sincera e sembra proprio che cambierà presto la vita di entrambi.

ranking of kings si è rivelato (imho) una vera sorpresa ed è entrato a pieno titolo tra i miei manga preferiti e mi spiace molto che, nonostante l'abbondanza di materiale disponibile in giappone, star comics abbia deciso di renderlo bimestrale.

mercoledì 26 aprile 2023

qualcuno dovrà pensare ai rettili

"a rovellana, piccolo comune di circa trecento anime della campagna vercellese, un'ordinanza comunale ha stabilito che i non residenti del comune devono fare domanda al sindaco per entrare nel territorio comunale."


accade così, per caso, leggiucchiando tra le pagine di un giornale locale, che nicoli scopre di rovellana e del suo pass e, con la testa piena di domande su come può funzionare una comunità sigillata nei confronti del mondo esterno in un sistema-mondo che si fonda sullo scambio e la libera circolazione dei beni come delle informazioni, decide di richiederne uno per scrivere un articolo su questo paese.

oggi chiusa per decreto, rovellana è stata una piccola ma autosufficiente comunità contadina prima e industriale poi. in seguito, come in tanti altri piccoli paesi, la fine dell'epoca d'oro dell'industrializzazione, la delocalizzazione delle imprese e la globalizzazione dei mercati hanno distrutto l'identità del paese e dellə suə abitanti. non sanno più chi sono, non sanno più qual è il loro posto.
perdere la propria identità genera paura e la paura è solo l'anticamera della chiusura e della violenza: «c'è un gran bisogno di riscoprire le nostre radici [...] e di eliminare chi ci vuol fare dimenticare chi siamo».
se non si riesce più a definire la propria appartenenza - «i sogni dei rovellanesi erano prima sogni di contadini, poi sono divenuti sogni operai. loro appartenevano a quel mondo e sognavano di quel mondo. [...] i rovellanesi non sono più nulla. quali sono i loro sogni?» - il modo più facile per tornare a riconoscersi è unirsi contro qualcunə.
essere dalla stessa parte della barricata contro lo stesso nemico è il modo più facile, primitivo e per questo universale e facile da accettare, di sentirsi parte di qualcosa.
e chi dovrebbe essere il nemico di rovellana? un generalizzato e fumoso straniero, indefinito e indefinibile ma sicuramente criminale da cui i rovellanesi devono difendersi: ecco il motivo del pass, misura probabilmente esagerata e criticabile ma, a quanto pare, necessaria. ma come si fa a convincere un intero paese a credere in qualcosa che non esiste?

con il suo pass valido tre giorni, nicoli ci fa conoscere - attraverso i suoi occhi e il suo tono da inchiesta giornalistica - rovellana. l'atmosfera è fin da subito angosciante e straniante, e ciascuno sembra interpretare un ruolo ben definito, come se si attenesse a un copione già scritto: martin, il sindaco, accogliente e in qualche modo amichevole; rughini, unico medico del paese; piangrano, assessore con la faccia da sceriffo di vecchie pellicole scolorite e nicoli, il giornalista ficcanaso da tenere sotto controllo.
letteralmente sotto controllo, ventiquattr'ore su ventiquattro, guidato e informato di rovellana, della sua storia e della sua particolare soluzione alla criminalità dai tre autoeletti ciceroni. in qualche modo però, nicoli riesce a sfuggire dall'ossessiva presenza delle sue guide che amano ribattere sempre sugli stessi argomenti ma svicolano ad alcune domande - ad esempio, perché tutti quei campi da tennis? - e arriva a un pelo dall'angosciante mistero di rovellana, un mistero fatto di capannoni sperduti in mezzo alla campagna, spari a vuoto e... rettili.

qualcuno dovrà pensare ai rettili è una distopia nostrana, impernata su quelle paure che conosciamo bene perché ne siamo circondatə ogni giorno, sul senso di smarrimento davanti a un mondo troppo veloce che non ci concede di stare al passo. rovellana incarna il senso di sfiducia nelle istituzioni nel peggiore dei modi possibili, reiterando i sistemi più sbagliati di quel mondo che ci fa sentire abbandonatə e costantemente in pericolo e che per questo si cerca di chiudere fuori.
walter comoglio ha immaginato una cittadina tanto strana e impensabile da essere tremendamente possibile. e questo è il fantastico che ci piace di più, quello capace di mostrarci al meglio chi siamo e, soprattutto, chi stiamo diventando.

giovedì 20 aprile 2023

la fine del mondo: intervista a diletta crudeli

ogni adolescenza coincide con la guerra (cit.) e sembra ogni volta la fine del mondo, eppure, anche quando il mondo sembra un ingestibile casino, c'è sempre un modo per trovare il proprio spazio.
la fine del mondo, la nuova collana di young adult di moscabianca diretta da diletta crudeli, raccoglierà storie per provare a far fronte alla catastrofe adolescenziale e lasciarci esplorare nuovi mondi.
ne parliamo proprio con diletta per scoprire qualcosa di più su questa nuova collana! buona lettura!


ciao diletta, grazie mille per il tuo tempo e benvenuta su claccalegge!
parliamo della nuova collana di moscabianca, la fine del mondo, e cominciamo proprio dal nome: perché la fine del mondo?
► Ciao Claudia! Grazie a te per l'ospitalità. Parto subito col dire che La fine del mondo è il primo nome che mi è venuto in mente per la collana e quando ne ho parlato con Silvia La Posta, la responsabile editoriale di Moscabianca, ci siamo rese entrambe conto che era quello giusto. Infatti, fin dall'inizio, ci siamo prefissate l'idea che questa collana per ragazzx dovesse contenere storie che non avessero freni di fronte a qualsiasi argomento. L'adolescenza è un periodo che davvero sembra la fine del mondo, si tratta di un periodo di passaggio complesso, una vera e propria soglia. La fine del mondo riguarda sia il mondo esterno che circonda i personaggi e le personagge di queste storie, sia ciò che accade dentro di loro: si ha l'impressione che tutto quanto stia per cambiare, e che sia il cambiamento definitivo, della vita. Sono apocalissi che spesso si risolvono, altre volte non lo fanno, quello che è certo è che tutto cambia, davvero.
ci racconti qualcosa del primo romanzo di questa collana, il mare del settimo giorno?
Il mare del settimo giorno, scritto da David Owen, è diventato il primo titolo di questa collana e ne sono particolarmente fiera. Credo che raccolga molto bene l'idea del nostro progetto. I protagonisti sono Duncan e Owen, due ragazzi quindicenni. Entrambi stanno vivendo un periodo molto difficile nelle loro vite. Duncan soffre di depressione e teme che questo possa allontanarlo dal suo gruppo di amici, che ai suoi occhi sembra già in procinto di sfaldarsi. Owen invece ha perso suo padre e da poco si è trasferito con la madre proprio nella cittadina in cui vive Duncan. Le cose ovviamente non sono semplici (e già mi pare che non lo siano) perché Owen viene spesso trasportato in un mondo alternativo da strani uccelli scheletrici. Un mondo popolato da streghe, fantasmi, dove deve attraversare un fitto bosco per raggiungere il mare del titolo, in cui potrà liberare le anime intrappolate dal Pescatore di anime. Si tratta di un romanzo che racconta il lutto, la depressione, ma soprattutto, per usare le parole di Owen: le direzioni in cui è possibile crescere. Quello che infatti mi ha subito colpito del romanzo è stata la naturalezza con cui riusciva a raccontare l'amicizia. In un modo dolce, divertente, ma molto profondo. Duncan e Owen mi sono rimasti in testa per mesi, e da lì ho capito che era il romanzo giusto.

rispetto all'edizione originale avete cambiato l'illustrazione di copertina (quella italiana, illustrata da alice guidi, personalmente mi piace mooolto di più di quella originale) e anche il titolo è differente (nell'edizione originale è grief angels): come avete deciso questi cambiamenti?
► Rispondo partendo dal titolo, su cui effettivamente abbiamo riflettuto parecchio. Grief Angels purtroppo era un nome molto altisonante che non poteva essere tradotto in italiano senza risultare, a nostro parere, poco efficace. In realtà a un certo punto del romanzo questo nome si incontra perché non riguarda solo i misteriosi uccelli che conducono Owen nel mondo degli spiriti, ma non farò spoiler (e la nostra traduttrice Francesca Giulia La Rosa se l'è cavata benissimo direi). Il mare del settimo giorno a me è sembrato il titolo giusto perché restituiva una parte chiave del romanzo: dopo il bosco che Owen attraversa troverà infine il mare, ma questo luogo diventa importante anche nella realtà (un vero e proprio mare reale in questo caso), perché si tratta di un posto dove Duncan e Owen riescono a sfogarsi e a confidarsi i rispettivi problemi e le speranze che tengono strette. Inoltre, per quanto anche questo possa sembrare altisonante forse, il titolo rispecchia sia il percorso che i personaggi devono affrontare, una sorta di ritualità, il passaggio adolescenziale di cui sopra.
Per la copertina invece ci siamo affidate per la grafica al nostro fedele Danis Pitter e per l'illustrazione alla bravissima Alice Guidi, che abbiamo scoperto grazie a un portfolio che lei stessa ci aveva inviato. Abbiamo reso centrale il mare del titolo ma anche l'altro luogo liminale, la foresta. Inoltre, come l'edizione originale, i capitoli in cui Owen viene trasportato nel mondo degli spiriti sono corredati da piccole illustrazioni. Anche queste sono state rielaborate da Alice sulla base di quelle originali. 
Tra l'altro, ci tengo a dirlo, abbiamo deciso di mantenere questa scelta anche per i successivi titoli della collana, che avranno alcuni capitoli accompagnati da queste illustrazioni. Purtroppo, in Moscabianca abbiamo un debole per queste cose, credo si sia capito.
infatti un'altra cosa che mi è piaciuta tantissimo è il godzillino che corre con una casa sottobraccio del logo, disegnato da cecilia petrucci! come si chiama? com'è nato? dove sta portando quella casetta?
► Sono contenta che ne parliamo e che ti sia piaciuto, il godzillino fa già parte dei nostri cuori, (adorabile creaturina). Intanto anche in questo caso siamo andate dritte e decise: da tempo volevamo lavorare con Cecilia e questa ci è sembrata l'occasione giusta. L'idea che le abbiamo proposto all'inizio per il logo era proprio quella di una creatura mostruosa che trascinava via una casetta, sempre per richiamare l'idea di fine del mondo. Ogni luogo sembra poco sicuro no? Non ci sembra di possedere molte certezze quando si è adolescenti. E Cecilia ci ha regalato questo fantastico godzillino che se ne va con la casa sotto braccio. 
Ovviamente non sappiamo dove va, ma potrebbe anche darsi che non sia un male partire con lui. Anzi, a me sembra molto probabile, se non quasi una certezza, che sarà lui a portarci in un altro luogo sicuro, che dopo un lungo viaggio potremmo chiamare casa, se ci va.
dopo le cuspidi, questa è la seconda collana che curi per moscabianca: come è iniziata la vostra collaborazione e come è nata l'idea di una collana di young adult?
► Moscabianca per me è la casa dove mi ha condotto il godzillino. Come un vero animaletto infestante io stessa mi sono insinuata prima come autrice e poi curatrice, grazie alla raccolta speculative-queer HUMAN/, ed editrix. Lavorare con Silvia per me è davvero prezioso, e insieme lo scorso anno ci siamo messe alla ricerca di titoli young adult. L'idea era portare in catalogo romanzi per ragazzx sia italiani che stranieri, di autorx che non si tirano indietro di fronte a niente. Devo dirlo perché ce lo meritiamo, e perché sono Ariete probabilmente, ma credo che siamo state parecchio brave. Il mercato non manca certo di proposte, ma spero che La fine del mondo porti i titoli giusti in libreria. Inoltre per me è particolarmente interessante vedere come il genere viene declinato da autorx italianx.
ecco, anticipi una domanda importante: la fine del mondo pubblicherà anche inediti di autorə italianə? puoi spoilerarci qualcosina-ina-ina sui prossimi titoli?
► Certo, La fine del mondo proporrà sia titoli italiani che stranieri. Quest'anno, oltre al romanzo di David Owen, ci saranno altre due uscite. Il primo è il romanzo di un autore italiano, il secondo di un autore statunitense. Non rivelerò chi sono, tuttavia posso dirti chi si occuperà delle copertine e delle illustrazioni, dato che Moscabianca sceglie sempre illustratorx ad hoc per ogni opera. Per l'autore italiano la copertina è stata ideata da Manfredi Ciminale, mentre per l'autore straniero abbiamo scelto (anche in questo caso appena ho letto il romanzo ho pensato a lui) Samuel Spano.
una delle illustrazioni interne de il mare del settimo giorno

sbirciando un po' il libro ho visto che alla fine c'è una sorta di scheda "interattiva" con domande e spunti di riflessione per lə lettorə, cosa che mi ha portato un po' indietro nel tempo, nell'ormai preistorica era pre-social, quando si scriveva su libri e quaderni. adesso è più facile trovare sulle copertine dei libri un hashtag da usare per le condivisioni online, l'idea della scheda da compilare credo sia inedita, almeno negli ultimi anni, soprattutto se pensiamo all'idea comunemente accolta del libro intonso, perfetto e instagrammabile: come è nata quest'idea?
► Quello che mi preme parecchio è che questi libri finiscano davvero nelle mani giuste e che siano utili per creare gruppi di lettura e momenti di discussione tra ragazzx. Infatti stiamo cercando, per quanto riguarda questa collana, di collaborare con insegnanti e gruppi di lettura, in modo che i libri finiscano nelle scuole.
In fondo al romanzo abbiamo messo appunto questa scheda (accompagnata da un inevitabile godzillino che legge) e l'abbiamo chiamata Prontuario per la fine del mondo, proprio perché venga utilizzata come base di partenza per un eventuale gdl o momento di discussione. Abbiamo allegato anche una mail perché ci farebbe piacere ricevere riflessioni e anche suggerimenti. Ed è vero, sembra di andare indietro nel tempo. Tant'è che una domanda riguarda la possibilità di scrivere una fan fiction basata sul romanzo che si è letto. Non nego che la faccenda ha colpito parecchio anche la redazione...
visto che si avvicina il salone del libro di torino, prima di salutarci volevo chiederti se ci saranno nuove cuspidi (o novità in generale!) in arrivo per l'occasione
► Certo! Intanto il 20 di aprile esce un nuovo libro per la collana degli illustrati, che ho avuto il piacere di editare. Si tratta di Tegumenta di Paolo Ferrante, che è stato pubblicato per la prima volta dieci anni fa in copie numerate. Al tempo era un dizionario emozionale già ricchissimo di spunti fantastici, adesso è diventato un vero e proprio romanzo illustrato. 
Inoltre a maggio uscirà il nuovo slot di Cuspidi, che sarà la novità per il salone. Il menu primaverile propone: uno spin-off tratto da una saga fantasy italiana, un autore già pubblicato in un'antologia Moscabianca che torna con una storia sci-fi e sulla sci-fi, e infine il racconto di un autore straniero le cui opere sono state anche riadattate nella serie Love, Death and Robots. Le illustrazioni sono favolose e anche questa volta abbiamo una scelta per ogni gusto possibile.
bene, allora a maggio saremo tuttə a svaligiare lo stand di moscabianca!
grazie mille di questa chiacchierata, imboccallupo (anzi, al godzillino!) per la fine del mondo e ogni altro progetto e a presto! ❤️
► Grazie a te! E viva i godzillini!

martedì 11 aprile 2023

un mistero alla luce del giorno

"siamo la stirpe, siamo resistenti intelligenti e crudeli. laboriosi, instancabili e cinici. aspettiamo il momento di poter uscire dalle nostre tane e prendere possesso di un pianeta vuoto, secco e grigio. nelle nostre mani il mondo sarà uno strabiliante termitaio meccanizzato, perfetto per contenere generazioni e generazioni della nostra schiatta! l'uomo è il nostro unico cruccio. lo sopportiamo a malapena e solo perché fa il nostro gioco... piano piano depilerà ogni foresta, asciugherà ogni fiume e renderà amara ogni zolla di terra. tu, alexander von humboldt, stai già dando prova di essere uno di quegli esseri umani che intralceranno i nostri piani mortiferi"

l'ultimo quarto dell'anno 1769 diede i natali non solo a napoleone bonaparte ma anche a quello che, ai suoi tempi, fu, subito dopo il famoso condottiero, l'uomo più famoso del mondo: alexander von humboldt, esploratore, naturalista, geologo, geografo e botanico.
proprio la sua fama gli diede la possibilità di confrontarsi con gli uomini più potenti di quegli anni e i suoi scritti - in cui il sapere scientifico si univa all'interesse per l'arte e per i sentimenti umani (merito probabilmente della sua amicizia con goethe) e in cui forniva ai suoi lettori mappe a illustrazioni commissionate ai migliori incisioni - ebbero grande successo editoriale.
un mistero alla luce del giorno però non è la biografia del noto scienziato (anche se questo termine non era ancora in uso all'epoca di von humboldt), o almeno, non lo è esattamente: ispirandosi alla storia della sua vita, fatta di viaggi e di scoperte, marco taddei e eleonora antonioni danno vita a  un racconto immaginifico in cui lo stesso von humboldt, aiutato da due personaggi misteriosi, è una sorta di ecologista ante-litteram, difensore del bene del nostro pianeta dai piani malvagi della stirpe.


il primo incontro con i malefici insettoni nascosti al centro della terra e intenzionati a trasformare il nostro pianeta in uno sterile e grigio termitaio accade quando alexander è appena un bambino: già affascinato dal creato e rispettoso di ogni meraviglia che la realtà pone davanti ai suoi occhi, il piccolo von humboldt soffre della freddezza del fratello e ancor di più della madre. trascinato nel mondo sotterraneo della stirpe, alexander scopre una minaccia di cui non farà mai parola con nessuno. chi gli crederebbe, d'altronde? forse persino lui si è convito di essere stato solo preda di un incubo.
la storia di von humboldt procede a salti temporali, lasciando che gli anni trascorrano tra un capitolo e l'altro e raccontandoci solo gli eventi cruciali della sua esistenza, come ad esempio l'incontro con aimé bonpland, anche lui appassionato naturalista, che diventerà collega e amico di alexander per tutta la vita. infatti, è insieme a bonpland quando, nelle ancora sconosciute e selvagge americhe, humboldt si ritrova finalmente a conoscere mr. croc e montefur.
i due non soltanto hanno salvato alexander e bonpland dall'annegamento in un fiume popolato di alligatori, non solo hanno tratto in salvo tutti i campioni raccolti in mesi di ricerca ma, in una notte silenziosa e stellata nel cuore della foresta, spiegano a humboldt l'importanza dell'equilibrio naturale che coinvolge tutte le cose, ogni forma di vita sul pianeta, dalla più piccola alla più grande, dalla più innocua alla più terrificante: l'esistenza di ecosistemi, di connessioni totali tra ambiente e forme di vita e, soprattutto, lo sconvolgimento che l'essere umano porterà - anzi, sta già cominciando a portare - in tutto questo, permettendo alla stirpe di avere successo nei propri piani.

aver colto l'importanza di queste connessioni porta il pensiero di humboldt ad affacciarsi anche sullo squallido mondo del potere e della politica. un altro capitolo è dedicato allo scontro con niente di meno che napoleone bonaparte sulla necessità di una pace e fratellanza universali tra tutti gli esseri umani.
come le creature viventi hanno bisogno di pace per vivere le proprie vite, così humboldt inizia a vedere il pianeta come un organismo, una gigantesca creatura viva di cui ogni esistenza è parte integrante e funzionale alla sua stessa sopravvivenza. le idee, reputate visionarie, di alexander però si scontrano contro un mondo in cui le persone sembrano interessate a tutto fuorché all'incredibile bellezza del cosmo.

non c'è possibilità di resa però nei piani di humboldt e nessuno potrà mai scoprire dove i suoi amici montefur e mr. croc abbiano guidato le sue nuove imprese il giorno in cui il suo corpo resta ancorato a questo mondo per il quale humboldt spese ogni momento della sua esistenza.


intriso di fantastico e proiettato nel nostro futuro, un mistero in pieno giorno più che la biografia di un uomo vissuto quasi tre secoli fa è una storia tremendamente attuale: la crisi climatica che stiamo vivendo oggi ha radici profonde e lontane nel tempo e humboldt è stato solo uno dei tanti che nel corso dei decenni ci hanno messo in guardia contro i rischi che stavamo correndo.
la stirpe, che si diverte ad annichilire i cervelli di chi ha cercato di porre rimedio alla catastrofe, per quanto spaventosa è un nemico comunque meno spaventoso di quello che in realtà sembra desiderare una realtà ancora peggiore di un termitaio alieno impiantato sui paesaggi del nostro pianeta.

i disegni di eleonora antonioni (che ha illustrato anche il bellissimo non bisogna dare attenzioni alle bambine che urlano) sono ancora una volta molto eleganti ed evocativi, qui accompagnati da una palette che gioca su soli tre toni di colore: il verde, colore-tema di humboldt, della natura e del presente, il viola, straniante e innaturale colore della stirpe e del mondo da loro immaginato, e il rosa per mr. croc e montefur e per la speranza di quell'unico modo di salvare il futuro - cioè il nostro presente - dall'avidità e crudeltà umana.

lunedì 27 marzo 2023

i tardigradi: intervista a eris edizioni

“tutta la letteratura è fantastica” (jorge luis borges)
il logo della collana disegnato da bart salvemini

lo scorso autunno esordiva la nuova collana di eris edizioni i tardigradi – biblioteca del fantastico, una collana di racconti lunghi in piccolo formato (realmente tascabile) che spaziano dal fantasy al weird alla sci-fi e a tutte le possibili declinazioni dell’immaginifico.
dopo i primi tre titoli – “creature dell’assenza” di gloria bernareggi e sephira riva, “un allegro nichilismo cosmico” di alessandro sesto e “corpo” di silvio valpreda – di cui abbiamo parlato qui, è stato annunciato in questi giorni il quarto tardigrado “qualcuno dovrà pensare ai rettili” di walter comoglio. approfittiamo dell’occasione per farci una chiacchierata con le ragazze e i ragazzi di eris per scoprire qualcosa di più di questa nuova collana. buona lettura!

ciao ragazzə e bentornatə su claccalegge! partiamo da una considerazione: i racconti, almeno in italia, non sono esattamente la forma narrativa più amata. o, pare, non lo erano fino a qualche tempo fa: negli ultimi anni, oltre ai tardigradi, sono spuntate sui nostri scaffali diverse collane di racconti lunghi o novellette, come dicono i bookblogger fighi. cosa è cambiato negli ultimi tempi per far rivalutare così tanto la narrazione breve?
► Crediamo che la forma racconto sia una forma amata, non bisogna confondere i gusti di chi legge con le scelte del mercato. In parte è stata lentamente dismessa dall’industria editoriale per puntare su volumi sempre più lunghi e più complessi (e spesso con un certo prezzo) perché è questo che cerca “la clientela” di riferimento di un pezzo di editoria. Ma nella realtà, da un punto di vista storico, molti autori classici hanno scelto questa forma, come Kafka, Bulgakov, Melville, e allo stesso tempo, seppure un po’ odiate, le raccolte di racconti non hanno mai lasciato le librerie.
In diverse realtà abbiamo avuto la stessa intuizione nello stesso momento: ridare a questa forma narrativa una sua dignità propria, offrendo a chi legge la possibilità di esplorare tramite la forma breve singoli immaginari (ma gli immaginari comprendono mondi). Contemporaneamente la forma breve può andare incontro a diverse esigenze di disponibilità di tempo, di tasche, di possibilità/capacità di concentrazione. Abbiamo vite complesse, con tempistiche complesse e budget non proprio illimitati. Questo almeno per noi è un elemento che non può essere dimenticato.
Ogni realtà, con le sue specifiche, ha voluto dare importanza a questa forma, spesso legandola al macrogenere del fantastico, con diverse declinazioni, e ogni realtà editoriale seguendo la sua identità, in modo lineare ci verrebbe da dire, e siamo davvero felici che Eris non sia sola in questo viaggio, ci sentiamo davvero in ottima compagnia e seguiamo con curiosità le altre collane.
Per noi questa collana è anche figlia di un macro ragionamento, che affonda le sue radici in collane storiche e controculturali come i Millelire di Stampa Alternativa. Come primo passo ci ha fatto immaginare e poi creare la collana BookBlock, che è di saggistica breve, ora con i Tardigradi ci affacciamo alla narrativa breve, proseguendo il percorso nel weird e nel fantastico intrapreso con la nostra collana di narrativa Atropo (romanzi e raccolte di racconti), che è illustrata. E ti possiamo spoilerare che presto ci saranno news anche legate al fumetto e alla forma breve. Ci sembra importante che ogni persona possa esplorare, sia come autor* che come lettor*, tutte le diverse forme narrative.
altra considerazione: sembra che ultimamente il fantastico, in ogni sua declinazione, stia vivendo una nuova età dell’oro. la narrativa occidentale eurocentrica si trascina da almeno un paio di secoli il peso del verismo/naturalismo, adesso invece sembra che tutti stiano riscoprendo il fascino delle realtà immaginate, delle atmosfere oniriche, dei mondi alternativi, di tutto ciò che la fantasia riesce a creare: un modo di intendere la narrazione molto meno “nostro”. si potrebbe vedere come una sorta di decolonizzazione (finalmente) della narrativa?
► Ci piacerebbe rispondere di sì, ma non abbiamo tutto questo ottimismo. Crediamo che sia più un discorso di ibridazione, almeno per quanto riguarda l'Italia. Sicuramente c’è anche un’apertura in questo senso, ma da un certo punto di vista il mondo letterario italiano, anche se ci sono autori storici del Novecento di importanza fondamentale che hanno sempre affondato con piacere le mani nel mondo del fantastico, ha sempre un po’ snobbato il fantastico. Se guardiamo i principali premi letterari e i titoli in classifica, sì, sembra che il realismo non se ne sia mai andato. Tra drammi familiari borghesi, saghe di famiglia, romanzi storici o di impegno e di denuncia, magari autobiografici, il fantastico non ha mai avuto abbastanza spazio sugli scaffali principali. Ora sembra che finalmente abbia trovato il suo spazio. Non sappiamo se per un cambio di gusto del pubblico o la contaminazione con altre forme narrative e di intrattenimento come serie tv e videogiochi. Sicuramente c’è stata una storicizzazione del fantastico proveniente da altri paesi e fortunatamente non solo dal mondo anglofono e forse di fianco a certi nomi storici finalmente ci si apre anche al nuovo. Soprattutto si sta capendo che dentro il fantastico (e il fantastico può essere tutto: non solo weird, fantascienza, fantasy, horror) invece c’è tanta realtà, tante riflessioni e spesso anche impegno e critica sociale. È un macro genere che è stato tacciato di disimpegno in quanto “letteratura di evasione” oppure di basso e popolare, una bella visione classista. Ma sappiamo invece benissimo quante tematiche contiene oggi: ambiente ed ecologia, transfemminismo, lotte per i diritti civili, chiaramente percorsi decoloniali, identitari per molti soggetti in situazioni di marginalità, antispecismo, anticlassismo. Tutto questo è sicuramente un ulteriore passo per decolonizzare finalmente la narrativa, ma anche per aprirsi all'impossibile, all’imprevedibile. E aprire la propria mente: anche perché qualsiasi cosa, prima di poterla fare, bisogna riuscire a immaginarla.
a proposito di decolonizzazione: ci saranno autrici e autori stranieri (magari non occidentali) nella collana tardigradi?
► Per ora no, l'idea è proprio di creare una galleria di immaginari che affondano le loro radici nel qui e ora, e quindi vogliamo dare spazio a persone che creano e immaginano storie a partire da questo specifico contesto sociale, territoriale. Inoltre, in un mercato editoriale chiaramente un po’ esterofilo soprattutto nel fantastico, una collana di questo tipo è un’ottima possibilità per far conoscere tante voci diverse. Speriamo che la forma breve aiuti a esplorare il fantastico italiano, non solo quello proposto da noi ma da tutte le realtà editoriali che se ne stanno occupando.
la copertina del quarto tardigrado!

i primi tre titoli – “creature dell’assenza”, “un allegro nichilismo cosmico” e “corpo” – sono, per tematiche, stili e atmosfere, molto diverse tra loro: come sono stati scelti questi racconti? e cosa ci aspetta tra le prossime uscite?
► È sempre difficile spiegare cosa cerchiamo, ma hai descritto perfettamente il lavoro che vogliamo fare. Il fantastico si può declinare in infiniti modi e ci piacerebbe offrire una carrellata di tutto quello che può essere. Per questo abbiamo scelto di aggiungere al nome della collana, I Tardigradi, la dicitura: Nuova Biblioteca del Fantastico.
In un testo cerchiamo una visione autoriale forte, una fusione totale tra l’elemento fantastico e la narrazione, ma anche un senso di ricerca e di scoperta, di stupore, l’inconsueto. Si deve sentire la rielaborazione personale e intima di chi l’ha scritto, il suo sguardo. A volte ci sono racconti che hanno un meccanismo narrativo e uno stile perfetti, ma che dopo che li leggi, ti rendi conto che potrebbero essere stati scritti da mille persone diverse, anche se parlo di racconti che di per sé funzionano. Noi cerchiamo l’opposto, un’elaborazione che ci faccia sentire la presenza, unica, di chi l’ha scritto.
Possiamo fare qualche spoiler sulle nostre scelte: abbiamo da poco annunciato come primo autore del 2023 Walter Comoglio. Il secondo titolo sarà di Caro Gervasi (super spoiler!): nel suo racconto l’elemento fantastico è semplice e contenuto e contemporaneamente imprescindibile, ogni volta che lo leggiamo troviamo nuove implicazioni e chiavi di lettura, un’elaborazione particolarissima, una situazione potenzialmente claustrofobica ma anche senza confini, apertissima, che parla di individualità e di collettività allo stesso tempo, l’esempio perfetto di quello che stiamo cercando.
L’ultimissima anticipazione riguarda il terzo Tardigrado dell’anno, che dovremmo presentare in anteprima durante il Salone del libro di Torino. È scritto da una persona che collabora con un’altra delle case editrici che in questo momento si stanno occupando davvero bene di fantastico. Per noi questa cosa è emblematica di come un certo tipo di editoria indipendente vive di collaborazioni e di sinergie, non di rivalità. È una cosa davvero bella e importante che in qualche modo testimonia una volontà comune di portare avanti le cose fianco a fianco, ogni realtà nel suo modo peculiare, ma creando davvero una mappa di esplorazione comune che si arricchisce del lavoro di ogni soggettività.
è interessante anche la grafica di questa collana: la copertina bianca che lascia intravedere l’illustrazione di copertina (che in realtà è un’illustrazione di quarta di copertina) e anche tra le illustratrici e gli illustratori – elena mistrello, stefano zattera e tommygun – c’è molta eterogeneità. come vengono scelti le artiste e gli artisti con cui lavorate e perché avete scelto di mettere l’illustrazione solo sul retro del libro?
► Complicato. Abbiamo lavorato tantissimo alla scelta della grafica e alla fine, anche se poi chi lo prende in mano non ci fa caso, per noi c’è tutto un discorso concettuale.
Il fronte della copertina è bianco, con le solite scritte: nome dell* autor* e titolo. Ma le scritte sono “bucate”, per cui dentro si vede l’illustrazione che invece è appunto presente grande nel retro della copertina, dove è accompagnata da una sinossi brevissima. L’occhio vede la scritta e allo stesso tempo cerca di leggere sia la scritta che l’illustrazione che c’è dentro, e quindi andare oltre, guardare al di là, che poi è quello che fa il fantastico.
Inoltre le illustrazioni di solito sono sul fronte della copertina, non nel retro, ed è un altro modo per cambiare il punto di vista, stravolgere l’ordinario e aprirsi all’inconsueto. Scegliendo questa veste grafica abbiamo anche superato il discorso gerarchico tra immagine e parola che spesso, non sempre, vuole che nelle copertine l’illustrazione sia di servizio al testo e non viceversa. Chi prende in mano il libro e lo gira per leggere la “solita” quarta, si ritrova davanti un’immagine, che non ci dovrebbe essere, o almeno non in quel modo. E allo stesso tempo un’immagine può comunicare tantissime informazioni, colpire in modo diverso la nostra immaginazione. E forse ci può far entrare molto più facilmente nel mood del racconto. Poi chiaro, abbiamo voluto mantenere una sinossi, ma davvero al minimo, perché molto di quello che normalmente c’è in una sinossi, non scritto, c’è già proprio nell’illustrazione. 
E scegliere chi farà l’illustrazione è un gioco magico incredibile che anche noi non ci spieghiamo: intuizione, conoscenza delle poetiche, dei segni, il giusto miscuglio tra riflessione, caso e voglia di giocare a incrociare universi creativi diversi.
il formato rimanda inevitabilmente alla collana bookblock, vostro grande successo che somiglia tantissimo nel formato ai tardigradi benché i contenuti – i bookblock, per chi avesse passato gli ultimi anni sulla luna, sono una collana di saggi pop su un’infinità di argomenti – siano così diversi. i risultati ottenuti con questa collana di mini-saggi hanno influito sulla decisione di dar vita ai tardigradi?
► In realtà sì e no. Il breve ce lo abbiamo sempre avuto dentro, prima ancora che come casa editrice proprio come persone che leggono.
Entrambe le collane nascono dalle stesse riflessioni. Ma contemporaneamente aver fatto i BookBlock e da poco i BookBlock+  (ovvero sempre saggi brevi ma un po’ più lunghi dei BB classici) ci ha aiutato a immaginare come potesse essere questa collana. Alla fine c’è sempre voglia di variare, per chi scrive, per chi legge e anche per chi ci lavora. È bello lavorare all’editing di un romanzo per due anni, come è successo con il romanzo Palude di Uduvicio Atanagi che è di 500 pagine, ma allo stesso tempo è bello e stimolante lavorare sul breve, trovargli un corpo cartaceo, dargli spazio, farlo girare. Con il breve anche noi esploriamo un sacco di voci e narrazioni diverse. Ci sono cose che hanno bisogno di 60 pagine e altre di 500, per noi è importante che ci siano tutte e due (e tutte le possibilità in mezzo).
grazie mille per la vostra compagnia! mille imboccallupo come sempre per tutti i vostri progetti, qui si aspettano con trepidazione le prossime uscite tardigrade!
► Ciao e a presto!

mercoledì 22 marzo 2023

elettra s01e01 - l'olivastro: intervista a olga campofreda, eloisa morra e marta zura-puntaroni

“padre, padrone, padrino. padre spirituale, santo padre. patria, antichi padri, paternità. patriarca, patriarcato. quante parole da una singola radice, eppure una sola dinamica: quella di subordinazione a qualcosa di più grande, più sacro, più autorevole”


se in letteratura il rapporto madre-figlia è stato indagato più e più volte, soprattutto nell’ottica di uno scontro tra le due, quello tra le figlie e i padri è stato più spesso sottaciuto o rappresentato in modo stereotipato: i padri delle favole sono buoni ma spesso vittime di inganno (neanche a dirlo, da parte di donne), sono amorevoli ma in qualche modo inconsapevoli della vita delle figlie, assenti dal racconto delle loro esistenze. oppure sono padri-padroni: oppressivi, invadenti, autoritari. padri di cui si è succubi, insomma, in un modo o nell’altro, padri le cui scelte ricadono inevitabilmente sulle figlie.

il mito di elettra, a cui si rifà il titolo di questa collana – anzi, serie – è esplicativo di quel rapporto di subordinazione così radicata da trasformarsi in amore cieco. elettra non vede i crimini del padre: l’uccisione della sorella, il tradimento della madre con cassandra, l’arroganza di chi, dopo dieci anni di lontananza, torna a casa e vuole ripristinare il suo dominio, come prima l’aveva imposto sul campo di battaglia. non vede nulla e, anzi, giustifica ogni sua azione e colpevolizza la madre che pure aveva fatto in modo di proteggerla da egisto, spingendo il fratello oreste a ucciderla. elettra è la figlia accecata dalla devozione, che non si fa scrupoli a far continuare a versare il sangue della sua famiglia.

la prima elettra di questa serie è caterina, protagonista del racconto l'olivastro di marta zura-puntaroni, il primo episodio di questa serie. figlia del sud, trapiantata controvoglia al nord in cerca – ancora – di sé stessa. caterina è una pianta sradicata dalla sua terra che anela al ritorno, è un albero forzato a crescere in una direzione che non avrebbe mai preso se libero.
e come tutto quello che è costretto ad abitare luoghi sbagliati, caterina vive male. la sua vita è fatta di scelte compiute nel nome del buon senso e del “cosa direbbero gli altri”, così asseconda la decisione della madre di spedirla a milano a studiare giurisprudenza per quieto vivere e così finisce per stare insieme a matteo, il brillante, perfetto studente che si laurea in tempo con il massimo dei voti, che sa sempre cosa dire e come comportarsi. caterina è tutto il contrario della perfezione e soffoca in una città in cui non riesce ad ambientarsi, senza trovare le persone con cui costruire rapporti sinceri che possano migliorare un po’ le sue giornate.
è per questo che caterina torna a casa: torna alla sua terra, ai suoi ulivi e soprattutto torna da suo padre, l’unica persona che l’abbia capita e accettata per quella che è:

“cateri’, tu non sei come quelli lì, non sei un ulivo, ma a te che te ne frega di stare in fila e farti tagliare i rami, no? non ti preoccupare se gli altri fanno più frutti, le continuò, tu almeno sei tutta intera, tutta tu, te ne stai per la macchia a farti i fatti tuoi, e sei bella e selvatica, non ti sei fatta tagliare i rami per mettere quelli addomesticati, no?”

caterina e suo padre parlano una lingua tutta loro, una lingua fatta di alberi e frutti e terra, una lingua che li unisce nella stessa passione, una lingua capace di descrivere il mondo e di modellarlo come piace a loro. è un rapporto bellissimo il loro, fatto di comprensione, complicità e silenzio. e la loro storia - un modo bellissimo di iniziare un progetto così interessante e promettente - porta a un finale sorprendente che sconvolge lә lettorә e che ha bisogno di tempo, di qualche rilettura prima di mostrare il suo vero significato.

di elettra, caterina, padri e figlie parliamo con olga campofreda e eloisa morra, curatrici della collana e marta zura-puntaroni autrice de l’olivastro. buona lettura!

ciao a tutte, grazie mille di essere qui e benvenute su claccalegge! parliamo di elettra, il vostro progetto nato con effequ: spiegateci di cosa si tratta e come è nata l'idea di questa "serie"
Eloisa: L'idea di Elettra nasce dal dialogo su padri e patriarcato iniziato quasi tre anni fa con Olga, a cui mi legano tante passioni (femminismo, scrittura, ricerche sulle voci d’autrice). Ci aveva colpito in particolare il fatto che si trovassero un sacco di studi e testi sulla figura della madre e sull'evoluzione del materno, molto meno invece sui padri, e in particolare su come scrittrici contemporanee stessero iniziando a portare avanti riflessioni nuove, che inquadravano i padri e le figlie da angolature inusuali. Ci era poi capitato di imbatterci in romanzi in cui nuove figure di padri — decisi ma anche fragili, assenti, scomparsi o fantasma — apparivano di sguincio, come in attesa di essere sviluppate ulteriormente. Quale migliore occasione di un progetto editoriale?

Olga: una cosa molto importante per il discorso del progetto io e Eloisa ce la siamo detta dopo aver letto il bellissimo saggio di Katherine Angel, Bella di papà. Angel scrive in un mondo post #metoo in cui già da molto presto le giovani donne iniziano a prendere consapevolezza della propria condizione e del proprio ruolo di genere. Questo ha comportato un allontanamento dalla famiglia e soprattutto da quei padri verso cui il mito invece le avrebbe fatte tendere. Nel libro di Angel i padri innamorati sono come amanti abbandonati. Questo era un ripensamento interessante. Qualcosa di collaterale che si andava ad aggiungere ai discorsi più diffusi sulla lotta al patriarcato. Quali altre alternative al mito avremmo potuto trovare, in un mondo in cui la femminilità è sempre più consapevole? Questa è la domanda che in diverse forme abbiamo fatto a tutte le nostre Elettre.

Eloisa: Si, Angel è stata una lettura decisiva, come pure naturalmente tutto il dibattito seguito al #Metoo. Parlare di padri significa, in un certo senso, anche ridiscutere il rapporto con l’autorità in senso latto, e in particolare la figura del maestro, spesso e volentieri problematica.
perché avete scelto di intitolare la collana proprio a elettra, una figura che incarna lo stereotipo dell'attaccamento al padre?
Eloisa: Perché ci piaceva l'idea di poter giocare con le cristallizzazioni mitiche, rovesciandole. Elettra è un modo per ridare voce non solo alle figlie, ma anche per liberare i padri da stereotipi tossici (mascolinità come sinonimo di forza, mancanza di espressione dei propri sentimenti). In un certo senso ci piaceva anche l'idea di ri-includere nel discorso pubblico le figure dei padri (maschi cis di mezza età), liberandoli dalle loro armature-prigioni.
perché avete pensato di affidare queste riflessioni a una serie di racconti e non, ad esempio, a un saggio?
Eloisa: Perché pur essendo delle ricercatrici ci sembrava fondamentale uscire dalla prospettiva degli studi accademici per raggiungere un pubblico ampio. Poi ci piaceva l'idea di Elettra come avventura collettiva, con racconti scritti da autrici di varie generazioni, dalle voci forti per originalità letteraria. E quale formato migliore del racconto, declinato nel libro di piccolo formato, da far girare di tasca in tasca? L'idea ci ha (scusate il gioco di parole) elettrizzate!
elettra ha un'altra particolarità, non è una collana ma una serie e sul sito dell'editore, infatti, l'olivastro è presentato come "stagione 1, episodio 1". cosa si intende per serie in questo caso?
Olga: A me piace pensare a un’antologia diffusa, in cui gli episodi affrontano la tematica del paterno attraverso diverse voci e diverse angolazioni. Il lavoro fatto a monte, sulla selezione delle scrittrici, è stato molto bello e valido. Abbiamo innanzitutto mappato il territorio delle voci femminili nella letteratura italiana contemporanea e poi ci siamo soffermate su chi tra queste nei loro lavori aveva lasciato trapelare di aver qualcosa di nuovo da dire sull’argomento. Con Marta, per esempio, è stato veramente folgorante.

Eloisa: Ci ha entusiasmato l'idea di un progetto a termine, con episodi di altissima qualità, un'antologia disossata quasi. Elemento di novità che abbiamo sottolineato scegliendo di tenere la stessa immagine di copertina, creata dalla talentuosa Carla Indipendente, per tutti gli episodi della serie (in stile Netflix). A variare sarà soltanto il colore. L'invito è a collezionarli tutti!
come avete scelto marta per il primo episodio di questa serie?
Olga: A me erano piaciuti da morire i suoi libri per Minimum fax e nel secondo, in cui si parla tanto della linea femminile della famiglia, ci sono in verità alcune scene dedicate al padre e alla famiglia del padre che sembravano sospese nel tempo. Avevano qualcosa di atavico che poteva essere interrogato ulteriormente. Il contrasto era quello tra le donne emancipate che si muovevano sulla scena e un padre accennato, marginale, ma con un legame fortissimo alla terra e alle tradizioni. Motivo che torna in parte nell’Olivastro, forse con maggiore empatia.

Eloisa: Concordo, Olga aveva recensito il secondo romanzo di Marta e anche per me è stata una folgorazione. C'era un nucleo immaginativo che andava ulteriormente sviluppato ma era già lì. Credo l'Olivastro delinei un piccolo mondo in pochissime pagine, e che difficilmente i lettori lo dimenticheranno.
la copertina presenta una donna che si scioglie i capelli e dalla sua treccia disfatta cade un omino piccolo piccolo. io c'ho letto un miliardo e mezzo di simboli e mi sono fatta un'idea che non so quanto sia sensata, ma spiegateci voi quest'immagine cosa rappresenta e perché l'avete scelta per elettra.
Eloisa: Si, è un'immagine bellissima, stratificata. Ci siamo imbattute nel lavoro di Carla Indipendente un po' per caso, su Instagram: è stato subito un sì tanto da parte mia che di Olga e degli editori! Credo Carla abbia tradotto in modo impeccabile il nucleo del progetto, l'idea cioè di scrollarsi di dosso una volta per tutte gli stereotipi sul paterno. Le nostre Elettra non sono arrese né pregiudizialmente contro il maschile, ma rivendicano la possibilità di ridisegnare da capo i rapporti tra padri e figlie. Vera Gheno recentemente ricordava il ricorrere nel discorso pubblico della parola "mammo", come una diminutio: quando invece ci si trova semplicemente davanti a padri attivi, presenti bella vita emotiva e intellettuale delle figlie.
marta, per te come è stato ricevere l'invito a inaugurare questo progetto?
Marta: Allora, io non mi ero confrontata molto spesso con il genere racconto, quindi ho detto di sì con l’intima speranza che la cosa come dire, naufragasse o che trovassero scrittrici più interessanti di me e si scordassero di avermelo chiesto. Non è successo e anzi hanno trovato l’ottimo sostegno di effequ che per motivi sia personali che di politica editoriale è una delle mie case editrici del cuore, quindi a quel punto non potevo più tirarmi indietro. Fortunatamente Caterina e Paci’ si erano iniziati a formare nella mia testa autonomamente, senza che io ci pensassi troppo, quindi quando si è concretizzato il progetto c’era già una storia da raccontare.
come dice eloisa, ne l'olivastro c'è un mondo intero, quello della campagna, degli uliveti, di una saggezza e una conoscenza precisa. c'è un che di biografico in questa ambientazione?
Marta: Ovviamente sì. Sono sempre stata attaccata alle Marche (la mia regione di origine) ma più passa il tempo e più la campagna/provincia stanno diventando per me importanti a livello di narrazione. Come lettrice non tollero più i romanzi ambientati a Roma/Torino/Milano, i personaggi con le velleità intellettuali che ricalcano le velleità intellettuali di chi li scrive, il pensare che l’Italia sia tutta concentrata nelle tre città più grandi quando di base il 90% dei suoi abitanti vive in provincia. Quindi non ho potuto fare altrimenti che scrivere qualcosa di ambientato in campagna, con persone che non hanno altro desiderio che restarci.

Eloisa: Pienamente d'accordo con Marta sul valore narrativo della provincia (che, come ricordava in una recente presentazione, è molto più stratificata di quanto si immagini) e sulla necessità di staccarsi dal racconto dell'individualismo borghese per aprirsi a racconti più corali.

Olga: Con Elettra vogliamo avvenga questo: offrire una riflessione su alcuni paradigmi che stanno cambiando e ci interessano da vicino, dal punto di vista antropologico ed esistenziale.
la figura paterna non è per forza una figura negativa, ad esempio, paci' non lo è anche se forse lo si potrebbe dire assente quando avrebbe potuto aiutare la figlia a mantenere salde le sue decisioni (senza fare troppi spoiler)
Eloisa: Concordo in pieno sul fatto che non tutti i padri sono modelli negativi, e ci mancherebbe. Se posso permettermi un po' di autobiografia, nel mio caso lavorare a questo progetto è stato anche un modo di ritrovare mio padre, con cui parlavo spesso di scrittura e di questioni legate alla parità di genere e ai rapporti tra i sessi.
marta, nel tuo racconto ho letto anche la voglia di ribaltare alcuni pregiudizi, ad esempio sulla "nobiltà" di alcuni mestieri rispetto ad altri o sul rapporto tra città e provincia…
Marta: Le persone che scrivono sono spesso persone che vorrebbero lavorare nell’ambiente intellettuale - accademia, editoria, giornalismo, ecc. - e che quindi hanno come unico orizzonte narrativo quello, narrare persone che fanno quei lavori o che se non li fanno non li fanno perché non ci sono riusciti. Il “contadino” è sempre colui che avrebbe voluto studiare, avrebbe voluto fare altro ma per motivi socioeconomici non ce l’ha fatta. Ero stanca di questa idea, dell’idea che l’unico lavoro desiderabile e degno fosse quello intellettuale. Così la questione della città: sembra che i libri siano tutti ambientati sempre nelle stesse due o tre città d’Italia, la provincia è solo il posto gretto e chiuso da cui i fortunati riescono a fuggire e in cui gli sfortunati si trovano a soffocare. Non è un tipo di narrazione che mi rappresenta, e penso che sia evidente dai “ruoli” invertiti che hanno campagna e metropoli nel libro.
come si diceva all'inizio, nella narrativa il "padre" è spesso una figura lontana dal vissuto reale: penso alle favole in cui questi padri buoni, ad esempio, si risposano con donne crudeli e non si accorgono delle vessazioni subite dalle figlie, un po' come paci' che non riesce a far scontenta la moglie anche se va contro i desideri, che conosce bene, di caterina.
Marta: Io con Paci’ ho voluto riprendere un po’ la figura paterna che accompagna i miei due libri precedenti - che è quella che è plasmata su mio padre - e chiedermi come sarebbe stata se non avesse avuto quella serie di obblighi e pressioni patriarcali che l’hanno portata a essere il classico padre incapace di dialogo e di mostrare emozioni. E da lì è stato naturale vedere come il patriarcato non è una questione di singola persona, di singolo padre, ma come anche una madre può essere ancella del patriarcato, pretendere un addomesticamento del femminile selvaggio.
il rapporto tra paci' e caterina infatti è tutto giocato su quella sintonia che porta a comprendersi anche senza il bisogno delle parole, come se il cordone ombelicale fosse stato tra loro due più che tra figlia e madre... e poi alla fine questa comprensione reciproca di desideri porta a una conclusione della storia che - non faccio spoiler! - ammetto mi ha parecchio stravolta!
Marta: È un racconto ctonio, con personaggi femminili quasi repellenti a tratti e un personaggio maschile invece benevolo. Mi piaceva ribaltare la forma matriarcale del romanzo precedente, mi piaceva mettere un padre buono, mi piaceva soprattutto avere un personaggio femminile antipatico, scontroso, cosa che è raramente concesso ai personaggi femminili che devono essere sempre “piacevoli” - o sexy o intelligenti o simpatici o tutte queste cose assieme, mentre i personaggi maschili più sono abbietti e più piacciono. Caterina, mi sono resa conto poi, anche da semidivinità ctonia come io ho finito per pensarla, repelle il male gaze, ed è proprio il suo scopo. Sulla conclusione posso solo dire che è la prima scena che mi è venuta in mente, come i personaggi si sono presentati. Da lì ho dovuto fare un percorso a ritroso per capire chi erano e cosa era successo.

Eloisa: Concordo, l'Olivastro pare parli in modo diverso a ognuno di noi, e come il male gaze interiorizzato sia parte di alcune donne, non solo di uomini di alcune generazioni.

Marta: La madre di Cate è l’esempio di patriarcato portato avanti dalle donne, quelle che impastoiano altre donne negli stessi obblighi che hanno subito e che le rassicurano.

Eloisa: Purtroppo si, e credo L'Olivastro parli a molte di noi perché questi tentativi di ‘addomesticarci’ da parte di altre donne li viviamo in modo quasi quotidiano…
elettra, dicevate, sarà una sorta di antologia a episodi: sapete già quanti saranno? e magari potete anticiparci qualcosa sulle prossime uscite?
Eloisa: Per adesso vogliamo restare nell'ordine della decina, con autrici di generazioni diverse. Alterneremo fiction a non fiction, e speriamo che questo sia utile a tradurre una pluralità di angolature. All'Olivastro seguirà un testo di Francesca Manfredi, Bestiario Parentale, un personal essay molto avvincente sull'etologia del materno vs paterno; anche in quel caso, un ribaltamento. Con Francesca Scotti invece torneremo alla fiction, attraverso un testo corale molto delicato sull'età di passaggio (di qui il complicato rapporto coi padri) che è la prima adolescenza. E poi Alessandra Sarchi, altra scrittrice dall'immaginario molto visivo, denso, che in passato aveva riflettuto sul materno. Ho già detto troppo! ;)
com'è nata la collaborazione con effequ?
Olga: Di effequ abbiamo sempre amato l’attenzione alle questioni di genere e al dibattito contemporaneo. In particolare, il modo che hanno - soprattutto nei saggi pop - di intercettare temi importanti di questa società in cambiamento senza banalizzarli ma immettendoli nel discorso di oggi.

Eloisa: L'incontro magico con effequ è nato attraverso Olga, ed è stata sintonia immediata. Apprezziamo tantissimo la loro selezione di titoli, l'attenzione alle questioni di genere e la loro idea di editoria resistente. Ne è prova l'investimento sulla serie, un progetto molto ambizioso su cui il dialogo è costante.
elettra riprende il piccolo formato che negli ultimi anni ha avuto molto successo e lo articola in un modo nuovo, cioè quello della collezione di libretti che insieme formano un corpus unico: questa è stata una scelta vostra o dell'editore?
Olga: Scelta collettiva direi.

Eloisa: Concordo, collettiva. Il formato libretto da collezione ci è parso molto più atto a intercettare i bisogni attuali (rapidità di lettura, agilità del formato, riconoscibilità) che non l'antologia old school.

Olga: Sì, ci sembrava dinamico e poi metaforicamente ci piaceva anche l’idea di sollevare pensieri che ti si infilassero in tasca, accompagnandoti per un’intera giornata.

Marta: Sono d’accordo, l’antologia è un formato pesante e che non rende, sia a livello economico che a livello letterario. Appiattisce i testi, interessa ormai poco. Mentre questa scelta dei libri brevi secondo me è molto bella.
ci saranno anche racconti di esordienti in questa prima stagione di elettra?
Olga: No. Non abbiamo pensato ad esordienti perché una delle caratteristiche di Elettra è la riconoscibilità della voce e del punto di vista di autrici che ci sono piaciute e che, appunto, si erano già mostrate tangenti al tema di riferimento. Toccava solo tirarglielo fuori!

Eloisa: In un certo senso ogni Elettra è frutto di un riconoscimento reciproco! E anche l'idea di spingere autrici di cui apprezziamo le voci a confrontarsi con un formato nuovo: racconti per cui scrive romanzi, non-fiction per chi lavora con la fiction (e viceversa). :)

Marta: Naturalmente per me è stato molto bello vedermi riconosciuto uno sguardo potenziale sul paterno da far evolvere in questo progetto, e ringrazio tantissimo Eloisa e Olga per aver pensato a me come prima autrice. Come ho detto all’inizio ero molto intimorita dal racconto, era una forma letteraria che non avevo mai sentito mia - ma la storia di Paci’ e Cate è arrivata molto prepotentemente e aveva proprio il ritmo adatto, e sono davvero soddisfatta del risultato.
se non avessi letto l’olivastro proprio pochi giorni fa, adesso sarei curiosissima di buttarmi a pesce nella storia di caterina! quindi vi ringrazio tantissimo del vostro tempo e di questa bellissima chiacchierata e vi auguro imboccallupo per questo progetto!
Olga: grazie dell’opportunità!

Marta: grazie a te!

Eloisa: grazie ancora!