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giovedì 30 aprile 2026

gomìtolo 6 ~ aprile 2026

è finito aprile e non si è chiuso occhio.


settimana dopo settimana, mese dopo mese, la sensazione è sempre quella di averla sfangata per un pelo e di avere giusto qualche ora per riprendere fiato perché poi ricomincia. come cazzo facciamo a vivere così?
leggo e guardo storie perché ci trovo dentro tutta l'umanità che non riesco a trovare nel resto di questo pezzetto di mondo che, suo malgrado, mi ospita.
il mese scorso scrivevo della nostalgia del futuro che non avremo mai, ma anche il presente non è che sia proprio messo benissimo. a volte mi dico che mi manca stare al sud, poi temo che in realtà quello che mi manca è avere vent'anni e pensare che tutto sembrava facile, e invece.
dissociamo. dissociamo tutto, in ogni situazione, continuamente.

i social continuano a farci vedere crimini di guerra - ancora bambinə, ancora giornalistə, ancora donne e uomini massacratə dal peggiore regime che si sia mai appropriato del termine democrazia - violenza, odio e squallore, intervallando lo spettacolo con qualche sponsorizzata che ci ricorda che l'estate è alle porte e che dovremmo dimagrire, perché col cazzo che possiamo starcene in spiaggia a rilassarci, tocca performare anche lì, che ormai abbiamo una certa età e se non trovi qualcuno che ti piglia, qual è il tuo piano b?
un cane e due gatti. almeno.
questo, a dire il vero, è sempre stato il piano a.
se mi dice culo, anche un vaso di pomodorini sul balcone.


a proposito di democrazia, ad aprile qui a bologna c'è stata una cosa molto bella, che è il festival dell'antropologia. ho seguito meno incontri di quelli che avrei voluto, ma sono riuscita a esserci a quello in cui si parlava di genova. se vi basta leggere genova per capire, allora non serve dire altro.

se non vi basta, non è questo il posto in cui fare una lezione di storia e, soprattutto, non sono io la persona adatta, scusatemi. però internet ha una buona memoria e si trova ancora un sacco di roba in giro, tipo questo articolo di wu ming che io continuo a spammare ovunque da tipo quattordici anni ormai.
si parlava di genova e di tutto quello che a genova abbiamo perso. del fatto che sì, avevamo ragione noi, lo vediamo ogni giorno, ma avere ragione non è sempre una cosa positiva. avrei preferito ci fossimo sbagliatə.
si parlava di cosa sono stati quei giorni di luglio di venticinque anni fa a genova, e si parlava di cosa vuol dire democrazia - ecco, visto? non mi stavo perdendo - che non è soltanto siamo in una democrazia perché votiamo.
democrazia è quella cosa per cui i diritti di tuttə sono difesi e i crimini sono definiti come tali non per reprimerci ma per tutelarci. e invece, giunti ormai al quinto decreto sicurezza di questo governo, indovinate in che direzione stiamo andando? e indovinate perché ci ostiniamo a chiamare amico e democratico il regime di cui sopra?
lo capite che non possiamo smettere di stare costantemente in ansia, vero? e che quest'ansia deve trasformarsi in azione e diventare qualcosa di utile, vero?

intanto, oltre a qualche goccina di tanto in tanto, cerco di metterci tutte le storie che posso, perché, come dicevo sopra, o così oppure non lo so.
e quindi, ecco il riassunto delle cose che ho letto/guardato questo mese. molto meno di quello che avrei voluto, ma sempre meglio di niente.
e qualche riga inutile per far quadrare questa mia bruttissima idea di mettere le immagini piccine così, ai bordi della pagina, che mi piace, mi ricorda com'era il blog tanto tanto taaaanto tempo fa ma combina un sacco di casini con l'html che non so risolvere, ma ecco, ci siamo.


contrariamente alle mie aspettative sono riuscita a trovare meno uno all'alba, il primo volume della nuova stagione di pkna - che non è più pkna ma pkeda, pk early days adventures - che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca. sicuramente, ma non era difficile, mi è piaciuto più di esperimento abominio, ma credo che la cosa migliore di tutto sia il modo in cui è stato sfruttato il fattore nostalgia.
già soltanto avere un nuovo spillatino come quelli che leggevo da ragazzina è stato emozionante (avremo più emozioni forti che non siano rimpianto e nostalgia?) anche se la storia è solo un pretesto per far arrivare questo volumetto sugli scaffali delle fumetterie (con i tempi e le modalità di panini, ovvio) e farlo finire nelle mani dellə quarantennə che speravano un ritorno dei bei tempi andati.

trent'anni fa gli evroniani attaccavano paperopoli durante una serata di gala del cast di una delle telenovelas (ebbene sì, si chiamavano così) più amate, l'indimenticabile patemi (chissà se torre, vendruscolo e ciarrapico hanno preso ispirazione da qui per occhi del cuore), e scatenavano il terrore sul tetto di quella ducklair tower che sarebbe poi diventata il cuore di tutta pkna. quel momento stravolgeva non soltanto la vita di paperino, ma anche quella di noi lettorə. paperinik, prima vendicatore mascherato, poi giustiziere notturno armato di stivaletti a molla e altri trabiccoli ideati dal genio di quartiere archimede, si ritrovava invischiato in un conflitto che andava ben oltre i confini di paperopoli, con un nemico che era ben altra cosa rispetto ai soliti ladruncoli del calisota: un impero alieno che distruggeva mondi senza pietà, spinto solo dalla sua fama insaziabile.
adesso sisti e sciarrone, due tra i nomi storici delle vecchie serie, riavvolgono il nastro quel tanto che basta a farci scoprire l'antefatto di quei momenti storici, ma il risultato è abbastanza dubbio.
mentre i bassotti progettano l'ennesimo colpo ai danni di paperone, evron scopre che soldi e soap opera catalizzano una quantità di emozioni decisamente appetitose (lo sappiamo tuttə che gli evroniani sono vampiri emozionali, no?), così da spingerlo a scegliere la terra come prossimo obiettivo.

il problema è che il tono della storia è molto più vicino a topolino che a pkna, totalmente fuori fuoco rispetto a quell'atmosfera più cupa, seria e adulta che ci aveva tanto fattə innamorare nel '96. questi evroniani non fanno paura a nessunə, questa paperopoli è troppo solare, pop e colorata per differenziarsi da quella che conosciamo da qualsiasi altra storia di paperi che possiamo leggere ogni settimana su topolino.
insomma, la forma è quella di pk, la sostanza no.
la domanda, a questo punto, è: se non si riesce - non si vuole? - tornare alle atmosfere e ai temi che hanno fatto di pkna il capolavoro che è stato, ha davvero senso continuare un'operazione che ha come target un pubblico che non può davvero accontentarsi di qualsiasi-cosa-sia-questa-cosa-qui?
lo scopriremo a ottobre. intanto, l'unica cosa che resta è tanta insoddisfazione e una storia che si dimentica dieci minuti dopo aver chiuso il volumetto.


a proposito di nostalgia, c'è un'altra cosa negli ultimi mesi che mi fa tornare in mente i ricordi d'infanzia, di quando tornavo a casa e trovavo la mia copia - all'epoca era topolino - incellophanata vicino alla cassetta delle lettere. adesso è la fine del mondo. se non vivete su marte, ne avrete sicuramente sentito parlare. altrimenti, male per voi. però si recupera qui, e ne vale un sacco la pena.
è la rivista a fumetti de il manifesto ed è diretta da quel genio di maicol & mirko ed è piena di roba bella e bellissima (e altra che a me piace un po' meno, ma va bene lo stesso), di fumetti a puntate di gente bravissima come, appunto, maicol & mirco, zerocalcare, kalina muhova, blu, bruno bozzetto, dottor pira, zuzu, alice socal, altan, e un sacco di altrə.
niente pubblicità, solo storie a fumetti a puntate. che in un mondo di sponsorizzate e bingewatching sanno quasi di fantascienza, o sono un po' la madeleine proustiana di un pezzetto della nostra generazione.
insomma, negli ultimi tempi, tornare a casa e trovare la copia - mezzo sgualcita, grazie postinə - ad aspettarmi è stato consolatorio e bello, e ormai l'appuntamento con alcune storie (io non avrei mai creduto che mi si sarebbe stretto il cuore per uno scarafaggio di nome sandro, e invece) è uno dei momenti migliori di ogni mese.
vorrei che tuttə volessero bene a progetti belli come questi, vorrei che ce ne fossero di più di cose così: storie a fumetti schiaffate dentro a riviste spiegazzate che non fanno bella mostra in libreria, che non sono troppo instagrammabili, ma che sono belle e basta.


di solito ho la maledizione degli urania, per cui li prendo e poi li lascio ammuffire in libreria per anni. love, death and robots, invece, l'ho letto in tempi abbastanza brevi e mi è piaciuto. è una raccolta di racconti e, ovviamente, non mi sono piaciuti tutti e non tutti allo stesso modo. alcuni sono davvero notevoli, altri carini, altri si possono tranquillamente definire uno spreco di carta, ma devo ammettere che la proporzione tra le tre cose è abbastanza equilibrata.
senza andare troppo nel dettaglio, posso dire che le storie che parlano di guerra, invasioni e robe del genere sono noiose e spesso anche inutili, non lasciano niente, non immaginano niente che non sappiamo già, semplicemente cambiano lo sfondo ma mettono in scena sempre la stessa storia, che ormai ha poco da insegnarci. quale che sia il pianeta su cui esplode una bomba, il risultato è sempre morte e distruzione. a che serve immaginare un futuro in cui siamo capaci di attraversare l'universo, di incontrare altre forme di vita, di mettere piede su altri mondi se poi dobbiamo trasformare tutto questo nello scenario della più stupida delle cose che l'umanità ha inventato e che fa dal giorno dopo in cui è comparsa? insomma, se fantascienza deve essere immaginiamo astronavi da guerra e armi che fanno boom più forte e più lontano, allora non è la fantascienza che mi interessa.
ci sono, invece, racconti che nascono da premesse più affascinanti e che indagano altri temi: da esperimenti di bioingegneria estrema - una di queste è anche una delle storie più interessanti dal punto di vista strettamente letterario di questa antologia - all'incontro sempre molto affascinante tra antiche credenze e tecnologie futuristiche, dalla possibilità di arrivare a forme di consapevolezza e coscienza che superano i limiti umani, fino alle più classiche storie di speculative fiction di cui, personalmente, non credo di riuscire a stancarmi tanto facilmente.
una raccolta non perfetta ma notevole, se vi capita di trovarla in giro, recuperatela.


sono uscite due serie anime che aspettavo tantissimo, e cioè witch hat atelier e mao.
ma ve lo ricordate quando atelier of the witch hat lo leggevamo in quattro? beh, evvivachebello, il mondo ha scoperto quanto è bella questa serie e io - che non ho mai avuto quella voglia snob di farmi piacere solo le cose che non piacciono a nessuno - non potrei essere più contenta.
non ho la serie qui con me a bologna e quindi non riesco a fare un confronto diretto, ma mi sembra che l'anime stia seguendo molto fedelmente il manga sia nella storia, sia - e chiaramente è qui il motivo del suo successo - nella resa visiva. i pregi dell'opera di kamome shirahama sono sicuramente il sistema magico innovativo e coerente - la magia non è qualcosa che solo pochə elettə possiedono dalla nascita, ma si può imparare - personaggə ben strutturatə e una trama appassionante, ma anche e soprattutto uno stile grafico elegantissimo e riconoscibile, tanto nel tratto quanto nel design di ogni singolo elemento della storia, dallə personaggə agli oggetti, dalle ambientazioni all'abbigliamento. e lo studio bug films è riuscito nel miracolo di restituire quella ricercatezza e raffinatezza anche nella versione animata.
insomma, se non l'avete ancora iniziato, è arrivato il momento.

invece, mao. allora, seriamente: è chiaro che questa serie la leggiamo soltanto perché a) ci manca un sacco inuyasha e mao, in qualche modo, riprende moltissimi elementi di quella serie e b) perché vogliamo bene a rumiko takahashi e se lei scrive qualcosa, noi la leggiamo.
il fatto che sia uscito l'anime è, per me, un modo per fare il riassunto del manga che ha due enormi difetti: il primo è che, anche se la trama è lineare - ragazza del presente finisce in una versione alternativa del passato dove esistono i demoni e incontra un ragazzo mezzo umano alla ricerca del demone che lo ha maledetto (vi ricorda qualcosa?) - è strapiena di sottotrame e filler veri e propri che allungano il brodo inutilmente. il secondo è che il ritmo della pubblicazione è lento, e ogni volta che esce un volumetto nuovo mi ci vuole un po' per ricordarmi chi è chi e cosa sta succedendo.
quindi, seguire l'anime mi aiuta a fare un po' il punto della situazione e, spero, andando più avanti mi aiuterà a ricordare lə personaggə secondariə e le loro storie.
ma, a parte questo, bisogna ammettere che non è male, anzi. ovviamente, essendo molto più recente di inuyasha, l'animazione è migliore e il ritmo degli episodi è più veloce. ma, esattamente come per il manga, manca qualcosa. non so bene cosa, forse il fatto che somigli così tanto ad inuyasha e che però, nel tentativo di essere un'opera più matura, non riesce a essere emozionale come inuyasha. non si ride e non si piange, e lə personaggə stessə sembrano non provare davvero nessuna emozione, quasi fossero attorə che recitano svogliatamente. e, fino a ora, l'anime mi sta dando le stesse sensazioni.
ma continuerò a seguire sia il manga, sia l'anime perché non riesco a rinunciare a rumiko takahashi (ai tempi ho persino guardato quell'immane porcheria che è yashahime, immaginate come sto messa).


ed è anche iniziato the testaments, il sequel di the handmaid's tale, tratto dall'omonimo romanzo che ho letto a suo tempo (ne ho anche parlato qui) ma di cui non mi ricordo assolutamente niente (oltretutto ce l'ho giù a casa, quindi non riesco nemmeno a darci una rilettura).

the handmaid's tale iniziava raccontando un regime giovane che cercava di stabilizzare le sue istituzioni, e lo faceva attraverso lo sguardo di june, una donna a cui gilead aveva tolto ogni cosa - libertà, indipendenza, autodeterminazione, amore, famiglia, amicizia, lavoro, tutto - e aveva costretto in un ruolo che contraddiceva tutto quello che era stata la sua vita fino a quel momento. ribellarsi e cercare di riportare tutto alla normalità era, se non l'unica possibilità, una delle più plausibili.

the testaments, invece, si apre su un mondo che ha trovato il suo equilibrio e nel quale la nuova generazione di donne (e di uomini) non ha metro di paragone con la realtà precedente al colpo di stato dei comandanti. vive, da sempre (o comunque da abbastanza da non aver altri ricordi), nell'unica realtà che conosce, una realtà che non lascia spazio ad alternative, neppure immaginate.
protagoniste sono due ragazze: agnes (sì, proprio lei), privilegiata figlia di un comandante, la cui educazione è sempre e solo stata orientata all'unico obiettivo che una ragazza come lei può avere, cioè quello di diventare una moglie perfetta. accanto a lei, daisy, una pearl girl, cioè una di quelle ragazze cresciute fuori gilead e convertite - più o meno volontariamente - al regime.
in questa serie, quindi, gli elementi distopici si uniscono inestricabilmente a quelli del romanzo di formazione. ma è una formazione obbligata, costretta nell'unica direzione che gilead offre alle donne, e che di certo non contempla la possibilità di una rivoluzione.
ma cos'è l'adolescenza a gilead? cosa significa vivere una trasformazione tanto profonda e difficile in una società in cui l'età di mezzo tra l'infanzia e la maturità dura giusto il tempo in cui un corpo femminile viene immesso nel mercato matrimoniale e scelto?

fino a ora la storia procede con relativa lentezza e senza grossi colpi di scena, ma la violenza a gilead è così intrinsecamente presente in ogni aspetto della quotidianità da non essere immediatamente riconoscibile in quanto tale.
può sembrare una serie che non ha molto da aggiungere a the handmaid's tale, ma io credo che invece stia dando degli spunti interessanti, soprattutto sul concetto di educazione (sarà deformazione professionale, ma la clacca-antropologa è molto felice di entrare all'interno del sistema formativo di una realtà come quella di gilead). insomma, per me è promossa, non soltanto per la storia, il world building, la solita regia e fotografia eccellenti, ma anche per la bravura dellə attorə, in particolare delle ragazze che interpretano agnes, daisy e le altre.


ho iniziato a vedere l'uomo nell'alto castello, la serie tv tratta dal romanzo di philip k. dick (che no, non ho ancora letto ma lo recupererò assolutamente) e mi sta letteralmente consumando il cervello.
la premessa di questa storia credo la conosciamo tuttə: come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale? beh, facile, sarebbe una merda.
eppure, vedere questa possibilità declinata nel quotidiano - per la precisione dei non-stati-uniti degli anni '60 - è, soprattutto all'inizio, davvero scioccante: aquile e svastiche che adornano una new york cupa, grigia, visivamente e fattivamente oppressa.
come in ogni paese occupato, dietro la facciata più o meno solida dell'obbedienza si cela una qualche forma di resistenza. qui, una rete si intreccia tra la parte sotto il controllo del reich e quella dominata dal giappone (sì, c'era anche l'italia tra le potenze dell'asse, eppure nella storia non viene mai neppure nominata. dà una certa soddisfazione vedere che manco nelle ucronie i fasci hanno mai contato un cazzo) per portare a un misterioso uomo-nell'alto-castello dei filmati ancora più misteriosi che mostrano la storia per come la conosciamo noi ma che è un'assurda fantasia per lə personaggə del racconto, cioè quella in cui la guerra è stata vinta dagli alleati. ma da dove vengono queste pellicole? come sono state prodotte? da chi? e a quale scopo?

la cosa che mi sta divertendo di più è leggere vecchi commenti di gente stupita del fatto che empatizza con personaggə oggettivamente orribili come lə nazistə, commenti che non fanno altro che supportare la tesi per cui ci stiamo completamente disabituano a pensare la complessità della realtà e quella delle persone (il che porta, a cascata, a un sacco di problemi nel gestire le relazioni. ma questi sono gli argomenti che preferisco trattare con la psicologa).
è vero, ci sono personaggə eticamente orripilanti in questa serie che, allo stesso tempo, hanno sentimenti nobilissimi per le proprie famiglie e, più in generale, per le persone che amano. e le due cose coesistono e non entrano in contraddizione perché sono parte dello stesso sistema morale che ha mosso - e continua a muovere - questo tipo di personaggə. non c'è nulla di contraddittorio nel ripudiare le loro idee politiche e la loro etica e, allo stesso tempo, partecipare emotivamente alle loro tragedie personali, non è quello che ci deve preoccupare. dovrebbe preoccuparci il non riuscire a problematizzare la schizofrenia del sistema di valori che questa gente ha creato e di cui si è nutrita, a cominciare dall'istituzionalizzazione della disumanizzazione dell'altro e, a monte, della definizione così netta e implacabile dell'alterità.

è uscita qualche anno fa e volevo recuperarla da tempo, ma rimandavo perché ero sicura che mi sarei persa a vederla. e infatti, mi sono persa. sono infognata malissimo, non farò altro fino a che non arriverò alla fine della serie.
addio.


per la precisione, l'uomo nell'alto castello ho iniziato a guardarla la sera del 25 aprile, il mio primo 25 aprile qui a bologna (che ogni anno finivo per stare sempre da un'altra parte), e penso sia stata la parte nerd del mio inconscio a portarmi a iniziarla perché non ne posso più di sentire e leggere sempre polemiche inutili su questa giornata che dovrebbe essere di festa per tuttə e che invece, puntualmente, il peggio di questo paese cerca sempre di sporcare.
il punto è che vorrei davvero che quelle teste di merda finissero in una realtà alternativa in cui le cose sono andate come sognano. anche solo per qualche settimana, giusto il tempo di rendersi conto di quanto miserabile sia continuare, ottantun anni dopo, a rimpiangere il peggior schifo della nostra storia.


e per chiudere in bellezza questo post - che è iniziato in modo triste e arrabbiato, scusate - questo mese sul blog audace sono uscite tre interviste che avevo fatto qualche tempo fa e di cui sono molto felice, e tutte e tre fanno parte di non è una questione di genere, un dossier dedicato alle donne (e in generale alle soggettività non-maschie-cis-etero) che lavorano nel mondo del fumetto. il consiglio è di leggerlo tutto, ma comunque le tre interviste sono a matilde sali, annamaria di matteo e silvia ziche.

venerdì 3 aprile 2026

gomìtolo 5 ~ marzo 2026


all'inizio questa cosa dell'essere millennial mi sembrava una figata, invece ogni volta che leggo un articolo che parla della nostra generazione (di quanto è disperata e sfigata, insomma) mi dico ah ma allora non è solo una sensazione mia. e un po' mi deprimo. ad esempio, ho scoperto che quella delusione - o nostalgia, come dicono lə romanticə - per il futuro che immaginavamo e che invece non è arrivato (e non arriverà mai) è una roba generazionale, che interessa tuttə. beh, non è solo una sensazione mia, non è nemmeno una sensazione, è un disastro politico, culturale ed economico clamoroso. e l'unica cosa che facciamo sono gli articoli che ne parlano (no ok, grazie sociologə che ne parlate, non è manco compito vostro risolvere la cosa. il problema è che vi leggiamo noi dalle nostre camerette ancora tardoadolescenziali e non chi dovrebbe fare qualcosa).
come si fa a vivere bene con il peso del crollo della civiltà-per-come-la-conoscevamo sulle spalle? la fine di tutto non sarà una cosa veloce e spettacolare ma un lento, inesorabile declino e la cosa peggiore è che è già cominciato e non sappiamo dove stanno i freni.

insomma, sto bene? no. vado avanti lo stesso? sì. che altro fare?
e nel frattempo leggo e guardo cose. e quando torno a casa coccolo le mie gatte e cerco di non pensare a tutto quello che.

tra le cose notevoli di marzo:


ho approfittato degli sconti panini per recuperare un paio di volumi delle storie francesi di topolino, mickey's craziest adventures di lewis trondheim e nicolas keramidas e una misteriosa melodia - come topolino incontra minnie di bernard cosey, che mi sono piaciuti molto (e che non avevo preso prima perché i prezzi sono già spropositati con gli sconti, figuriamoci senza).
il primo è uno scherzo riuscito così bene che quasi ci sono cascata: trondheim e keramidas raccontano di aver trovato dei vecchi numeri di una collana uscita solo in america e mai più ristampata, mickey's quest, e di aver recuperato le tavole di una storia a puntate, incompleta ma comunque leggibile, che vede protagonisti topolino e paperino in una serie di situazioni assurde - tra giungle e mondi sommersi, civiltà antiche e viaggi nello spazio - all'inseguimento di gambadilegno e i bassotti che hanno derubato il deposito.
ovviamente non è mai esistita nessuna mickey's quest e altrettanto ovviamente mickey's craziest adventure è tutta farina del sacco dei due autori, ma l'espediente funziona benissimo e il risultato è una storia assolutamente folle, resa ancora più assurda dalle pagine "mancanti".
abituata al topolino italiano, il cambio di tono mi ha divertita parecchio, soprattutto nel personaggio di topolino, che è molto diverso dalla versione perfettina a cui siamo abituatə.

una misteriosa melodia di cosey, invece, ha un tono molto meno surreale. la storia è ambientata nel 1927 - e riprende lo stile dei corti disney di quell'epoca - e vede protagonista topolino come sceneggiatore di cortometraggi per dog il cane (sì, è pluto ma non si chiama ancora pluto... almeno non all'inizio della storia) in piena crisi creativa: le sue sono storie buffe e a lieto fine, ma la casa di produzione per cui lavora vuole pathos e tragedia. topolino decide quindi di fare un viaggio per documentarsi ma viene coinvolto da pippo in una serie di eventi che intrecciano tra loro un misterioso manoscritto di shakespeare e una ancora più misteriosa melodia, composta da una misteriosissima viaggiatrice che incontra su un treno durante un black-out.
una storia molto carina ma decisamente meno sperimentale ed eccentrica della prima, che comunque si fa leggere con molto piacere.

ho un altro albo di quella collana che mi aspetta, ma ve ne parlo nel prossimo gomìtolo.


dopo aver letto il bellissimo medea di rita petruccioli (di cui ho parlato sul blog audace) non potevo non rileggere medea - voci di christa wolf, uno dei libri che ho letto, riletto e amato negli anni (c'è anche un vecchio post qui sul blog, che non ho il coraggio di rileggere, ma se vi va...).
la storia la conosciamo - se non la conoscete cercate il libro e leggetelo, fidatevi - ma due parole su quello che amo di questo romanzo volevo scriverle. la prima cosa: la costante, crescente tensione, l'attesa, la consapevolezza che non potrà esserci salvezza. christa wolf ci trascina in fondo a un pozzo insieme a medea, dal momento in cui scopre il segreto di corinto fino a quando svela la verità su quello di colchide. leggere questo libro è vivere un'esperienza non soltanto emotiva ma anche fisica: il senso di catastrofe imminente e la consapevolezza di un orrore tanto empio da dover essere tenuto nascosto - la città ha fondamenta sopra un misfatto - pesa materialmente sullə personaggə tanto quanto sullə lettorə. e poi, ovviamente, amo i riferimenti alla cultura mediterranea più arcaica: la medea euripidea è di epoca classica, certo, ma il mito a cui si riferisce - e che wolf riprende anche da altre fonti - è ancora precedente. nella medea di wolf il tema è, da un lato, quello del confronto tra vecchi e nuovi sistemi di pensiero, mescolati insieme nell'ipocrisia di un progresso che è solo di facciata, ma è anche e soprattutto il disequilibrio di potere tra femminile e maschile. nel fumetto di petruccioli, che dall'opera di wolf prende a piene mani, la riflessione si amplia ulteriormente, seguendo la prospettiva transfemminista, e include non soltanto la questione di genere, ma anche quelle legate agli atteggiamenti suprematisti e xenofobi. due opere bellissime che usano linguaggi differenti e che vi straconsiglio di leggere.


mi è venuto difficilissimo scrivere un commento su questo libro, che da un certo punto di vista mi è piaciuto e dall'altro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. widad tamimi - che l'ha presentato a bologna qualche settimana fa, durante un incontro molto interessante ed emotivamente intenso - non la conoscevo, ma mi sono innamorata del suo modo pacato di fare e di parlare praticamente dopo averla ascoltata per soli cinque minuti.
dal fiume al mare, che racconta la sua storia e quella della sua famiglia, mezza ebrea e mezza palestinese, l'ho letto con la riconoscenza che si offre a chi ci dona un pezzetto della sua memoria, della sua storia, delle sue origini.
eppure, leggendo, mi sono sentita come se mancasse qualcosa.

la sincerità e la delicatezza di questo racconto familiare mi ha commossa, soprattutto mi ha commossa la sensazione di spaesamento che dà il trovarsi a metà, specie quando le due metà sono metà "in guerra" da quasi un secolo, e la stabilità che l'autrice trova nelle sue radici così difficili.
attraverso il racconto della sua storia e della memoria delle generazioni che l'hanno preceduta, widad tamimi ci permette di scorgere la realtà della quotidianità palestinese e le sue premesse storiche. una quotidianità fatta di sopportazione e resistenza all'ampio ventaglio delle prepotenze, vessazioni e violenze che israele compie ogni giorno, in nome di una legge che si è cucito addosso per garantirsi il privilegio di poter schiacciare e tormentare un intero popolo con la connivenza di mezzo mondo.
non abbiamo visto altro in questi due anni e mezzo, se non la sproporzione tra le azioni dellə occupantə e dellə occupatə, e non abbiamo visto altro se non la difesa dell'indifendibile, che pure non riesce a trovare un minimo di argine di decenza neppure ora che israele ha votato e approvato una legge per uccidere "legalmente" lə palestinesə, uno dei momenti più bassi che la dignità umana ha raggiunto dalla seconda guerra mondiale a oggi.

però in dal fiume al mare, se pure la critica a israele è costante per tutto il tempo, non esplode mai, non si concretizza mai in una presa di posizione netta e, anzi, più volte l'autrice cerca una spiegazione, una ragione, quasi una giustificazione ad azioni che difficilmente si riescono a immaginare come comprensibili, figuriamoci giustificabili.
capisco il desiderio di pacificazione così come capisco la necessità di razionalizzare l'incomprensibile e trovare un senso a decenni di oppressione e violenza, ma capisco molto meno l'idea di bilanciare forzatamente la soluzione come se si partisse da uno status quo in cui le due parti in causa siano, in un qualsiasi modo, in condizione di parità.
eppure, non c'è alcuna parità e non c'è, quindi, nessuna soluzione che possa andare in direzione di "due popoli due stati". non dopo il genocidio - di genocidio parla la corte di giustizia internazionale, non è un'opinione politica di una fazione, quindi smettiamola di cavillare su questa parola, come se fosse una questione di semantica o di ideologia o, peggio ancora, di appartenenza politica - tutt'ora in corso, non dopo la distruzione delle città, delle infrastrutture, delle risorse, non dopo la sistematica devastazione dei territori, non dopo la negazione delle cure, dell'acqua, del cibo, non dopo le torture, non dopo i rapimenti, non dopo la deliberata uccisione di giornalistə, medicə, operatorə sanitarə, non dopo i bombardamenti sulle tendopoli, non dopo lə bambinə mortə di freddo e fame, non dopo tutto quello che è stato e continua a essere.
non dopo che uno dei due "stati" continua a esistere non solo su una base ideologica criminale, ma attraverso una giurisprudenza che legittima l'apartheid, l'occupazione, la violenza di uno dei due popoli sull'altro.

questo è quello che mi ha fatto arrabbiare, questa critica presente e puntuale sì, ma sfumata e fin troppo pacata.
che non è una pretesa di vendetta - sentimento forse poco nobile ma legittimo, che riconosco appartenermi ma che non chiedo a nessunə di condividere - ma di giustizia. e giustizia non può essere un banale "riconosciamo i traumi di tuttə" perché non ci si può più nascondere dietro i fatti e i traumi, giustamente riconosciuti dal mondo intero, di mezzo secolo fa a cui hanno fatto seguito decenni di orrore. non si può più usare il passato per giustificare il presente e non si può più pensare il futuro ignorando le terrificanti ingiustizie che mezzo mondo (il mezzo mondo più forte e potente) ha continuato a tollerare per il proprio tornaconto, sia politico, sia economico, sia morale.

non credo che in medio stat virtus, non credo che basti non essere partecipi di un progetto criminale per definizione, non credo che quello tra israele e palestina sia un "conflitto" (che conflitto è uno che vede quadcopter da una parte e pietre lanciate a mano dall'altra?) e quindi non credo che si possa risolvere come tale. credo nell'essere partigianə, cioè nello scegliersi - consapevolmente e coerentemente con i propri principi - una parte, che non vuol dire santificarla e negarne le contraddizioni, ma prima difenderla e dopo, solo dopo che se ne garantisce sicurezza e stabilità, agire dall'interno per ripararne le storture. curarla, insomma, ma prima di tutto salvarla.
non credo che si possa ripulire il sionismo dalla sua parte peggiore perché non c'è nulla di "migliore" in un'ideologia nata e sviluppata su idee suprematiste e razziste che si è concretizzata attraverso l'occupazione delle terre, la militarizzazione, il sopruso e la violenza legalizzati. non posso accettare l'dea che un intero popolo usi il trauma di tre/quattro generazioni fa per giustificare l'orrore a cui si è addestrato e di cui fa fieramente mostra davanti al mondo intero.
possiamo immaginare di cercare il "buono" nel nazismo o nel fascismo? ovviamente no. e ovviamente no, non possiamo tollerare uno stato sionista e aspettarci che riconosca il diritto di autodeterminazione di un popolo che vuole semplicemente e dichiaratamente cacciare dalla propria terra e sterminare.
la soluzione non potrà essere altro che la fine dell'occupazione, il riconoscimento del popolo palestinese e del suo diritto all'autodeterminazione e lo smantellamento sistematico dell'apartheid sionista. tutto il resto, anche quando in buona fede, non porterà mai alla fine di questo scempio disumano.

ecco cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca per tutto il tempo e per giorni e giorni dopo aver finito questo libro. questo cercare di stare in equilibrio, questo non dire apertamente, questo voler guardare da una parte e dall'altra ignorando lo squilibrio. forse un bambino israeliano e un bambino palestinese chiamo "il mio paese" lo stesso pezzetto di cartina geografica, ma la storia che sottende alle due frasi è tanto diversa, la storia di quei due bambini è tanto diversa, il futuro che aspetta quei due bambini è tanto diverso che un'immagine così non sortisce l'effetto che immagino tamimi voleva ottenere. anzi.
non è stato il destino a far sì che lo stato israeliano venisse fondato sulla terra di palestina, sono state precise strategie politiche che hanno le loro radici in europa e che pure fanno comodo agli stati uniti, ovvero alla metà (e anche meno) più potente del pianeta.
romanticizzare l'occupazione, parlare di destino, descriverla attraverso immagini poetiche di ingenuità infantile è, come minimo, insopportabile.

la rabbia e la delusione che ho sperimentato leggendo si sono trasformate quasi in senso di colpa scrivendo - e cancellando e riscrivendo e ancora e ancora - queste righe.
mi sono chiesta più e più volte se non ho semplicemente travisato tutto, se non ho colto abbastanza bene il senso di questa storia, se forse era meglio non scrivere nulla su questo libro. forse è così. eppure, come si fa a non dire niente?
probabilmente, anzi sicuramente, non dovrei criticare il lavoro di una persona molto più competente di me, la cui storia personale e familiare affonda le radici direttamente nella terra e nei corpi che hanno vissuto gli eventi peggiori del secolo scorso e di questo, che ha visto con i suoi occhi quello che io ho solo letto sui libri e visto attraverso lo schermo di un cellulare, che lavora con lə rifugiatə di guerra.
ma se pure non so entrare nel merito di questioni puramente giuridiche e storiche - perché non sono una giurista né una storica - né tanto meno personali, penso di potermi permettere la critica in quanto persona che, nel corso della sua vita e con i mezzi che ha avuto e che ha cercato, si è fatta delle idee sulla storia e sull'attualità della situazione palestinese.
e da questa prospettiva posso immaginare che, nella migliore delle ipotesi, il problema di questo testo non è nei contenuti ma nella forma. ma si può rischiare di essere ambiguə in questo contesto? anche qui, credo fortemente di no.
il rischio è quello di appiattire settant'anni e più di storia in un "ognunə ha i suoi torti e le sue ragioni" che fa comodo, certo, ma che non fa altro che alleggerire i crimini insopportabili di israele e continuare a negare giustizia al popolo palestinese.


passiamo a parlare di cose più leggere - si fa per dire...
ho trovato questa serie un po' in ritardo ma mi è piaciuta parecchio, quindi se non la conoscete sono qui per consigliarvi di vederla, nel caso in cui quel from the creator of breaking bad non vi bastasse già.
plur1bus immagina l'apocalisse - o almeno la fine dell'umanità per come la conosciamo - in un modo completamente nuovo (o almeno, per me nuovo, ma se conoscete qualcosa di simile lasciatemi un commento): un virus dallo spazio infetta quasi l'intera popolazione umana che da quel momento in poi diventa mentalmente interconnessa, un po' come le reti neurali degli sciami di insetti o delle colonie di formiche. e questa fusione in un unico, immenso noi rende tuttə felici e pacifici.
quasi l'intera popolazione umana, dicevo, perché tredici individui sono completamente immuni al virus e rimangono tagliatə fuori. tra loro c'è carol sturka, autrice di stucchevoli romance che odia e che però le hanno garantito negli anni una vita molto agiata e una schiera di fan (soprattutto signore di mezz'età innamorate del fregnone protagonista delle sue storie). se già da prima del contagio carol non era esattamente una personcina felice e affabile, dopo le cose peggiorano drammaticamente. sia perché il contagio non avviene senza danni collaterali (non aggiungo altro), sia perché dopo si ritrova non soltanto tagliata fuori dal nuovo ordine delle cose, ma deve anche imparare a gestire il dilemma morale circa il modo di affrontare quello che sta succedendo.
distrutta ogni possibili idea di individualità, non soltanto gli esseri umani pensano e agiscono come una sola entità, non soltanto non esistono guerre e il sistema capitalistico è crollato in un nanosecondo, ma questi "nuovi" esseri umani sono felici. totalmente, assolutamente ed estremamente felici e l'unica cosa che desiderano è rendere felici anche le persone che non sono state contagiate.
e dunque? che fare? cercare un modo di riportare le cose al vecchio ordine prima che sia davvero troppo tardi o abbracciare l'idea di un'umanità nuova, finalmente libera da guerre e ingiustizie?

ora, io non ve la so raccontare bene come fa vince gilligan perché nonostante ci sia un gigantesco tema etico da affrontare, plur1bus è tutto fuorché noiosa o pesante. un po' lenta a volte (nel senso che non ci sono esplosioni e risse ogni dieci minuti, eh) ma estremamente coinvolgente.
è uscita solo la prima stagione e le possibilità che si aprono al momento in cui è arrivata la storia sono infinite, e io non vedo l'ora di scoprire come andrà avanti...


mentre ero giù sono andata con la mia signora madre al cinema a vedere il bene comune, il nuovo film di e con rocco papaleo (per cui ho una cotta clamorosa) e vanessa scalera (altra cotta), film bellissimo e forse passato un po' - ingiustamente - in sordina, almeno nella mia bolla (perché qualsiasi roba anglofona buttata su netflix la vedo millemila volte ovunque e invece film come questo sembrano non esistere? visto che ho ragione quando dico che i social sono un posto orribile?).
la storia ruota tutta attorno a sei personaggə - una guida turistica, suo nipote, un'attrice non proprio di successo e quattro detenute - e alle loro storie, al loro incontrarsi fortuito, ai legami che si creano tra loro, un po' per caso e un po' perché è facile riconoscersi nellə altrə quando si ha il coraggio di farsi conoscere davvero per quello che si è, e a una gita alla ricerca del pino loricato, albero resistente e tenace che cresce nella nuda roccia.

a parte la bellezza indicibile dei paesaggi (l'appennino tra la basilicata e la calabria) e della musica (sto malamente in fissa con questa canzone stupenda di livia ferri da giorni e giorni), a parte la bravura dellə attorə che hanno restituito personaggə complessə, sincerə e difficilmente dimenticabili, ho apprezzato tantissimo il messaggio "politico" del film.
l'attenzione alle storie di vita di ciascunə dellə protagonistə, storie di fragilità e di resistenza che raccontano quanto sia facile sbagliare (e di quanto possono essere complessi e difficili i background di chi commette reati "minori". qui c'è di tutto, dalla violenza domestica alla fatica che fa chi vuole vivere della propria arte e della propria passione, situazioni da cui è difficile uscire senza perdere tutto e da cui è facile finire nei guai) e quanto sia necessario avere intorno una comunità che sappia dare una mano a rimediare, a trovare nuove strade e a riprendere in mano il proprio futuro.
abbiamo svuotato di senso il termine compassione ormai da così tanto che non sappiamo più capire cosa significa davvero, ma quel soffrire insieme, nel senso di accogliere su di sé parte del dolore, della paura, della fragilità dell'altrə, è l'unico modo per andare avanti, anche quando andare avanti sembra impossibile e terrificante.

senza nessuna retorica, il messaggio è che il carcere inteso come sistema di punizione non serve a nulla, se non a incattivire ancora di più chi ci finisce dentro, a togliere ogni più piccola possibilità di avere una vita dignitosa, giusta, bella. magari per la prima volta. e che le alternative ci sono e devono esserci, sempre e sempre di più.
andate al cinema e poi magari andate anche a curiosare sul sito dell'associazione antigone, che si occupa di diritti e garanzie per le persone che vivono all'interno delle carceri.


e poi ho finito - un po' in ritardo in alcuni casi - tre serie a cui sono molto affezionata: il reboot di ranma ½, che non ha bisogno di presentazioni, e che nonostante sia pieno di gag catalogabili ormai come politicamente scorretto, a me continua a far ridere come faceva vent'anni fa. ma arriverà la terza stagione, come arriverà la terza stagione di frieren: beyond journey's end, così mi consolo della fine di questa seconda, che è durata decisamente troppo poco e che è sempre di una bellezza indicibile.
a proposito, di frieren avevo parlato qui, insieme ad altre serie che mi piacciono tantissimo (se vi va di darci un'occhiata, il post è un po' datato ma condivido ancora le scelte che avevo fatto prima di scriverlo).
e poi è finita - e a quanto pare è finita davvero, senza possibilità di ritorno - imma tataranni, serie per cui vale il discorso che facevo poco più su: non è che abbiamo un bias per cui le serie e i film italiani li cataloghiamo sempre un po' come prodotti di serie b, di cui non parliamo sui social perché ci sentiamo sempre un po' troppo provinciali a farlo?
se la pensate così credo che sia arrivato il momento di mettere i pregiudizi da parte e guardare quella che credo sia una delle produzioni rai migliori degli ultimi anni, con un cast pazzesco (vanessa scalera e barbara ronchi strepitose!), un'ambientazione molto bella (se qualcuno vuole venire con me a matera prossimamente...) e un'ottima sceneggiatura degli episodi.

dal canto mio, mi sento un po' triste a pensare che non ci saranno nuove stagioni di imma tataranni, mi farà sempre venire in mente le serate-sul-divano-con-le-gatte a casa (anche se non ho visto tutte le puntate a casa, sul divano e con le gatte). e quando si chiude qualcosa che per me si ricollega a casa mi sembra di sentire tutta quella distanza - di spazio e di tempo e di abitudini - ancora di più.


quindi facciamo che metto qui una foto dei miei amori. e dell'impossibilità di usufruire del divano (ma va bene così ) così sembra tutto meno lontano.

mercoledì 5 novembre 2025

fionna & cake ~ la prima stagione (e un pezzettino della seconda)

♪ i'm not really feeling like myself today ♪ hated every job i've had ♪ what's wrong with me? ♪ everyday's the same ♪ painfully mundane ♪ 'cause i'm running from my feelings ♪ and my fear of sudden change ♪ every time i leave my room i wanna die ♪ even when i'm with my friends ♪ i'm alone inside ♪ 'cause nothing really matters ♪ and i don't know what's sadder ♪ the fact i even try ♪ or that my hopes and dreams are shattered ♪
♪ i'm not really feeling like myself today ♪


è uscita la seconda stagione di fionna and cake, serie bellerrima, e io - che ho la memoria di un pesce rosso - ho avuto mega bisogno di fare rewatch della prima (mentre raccolgo le forze e mi dico che, prima o poi, dovrò fare anche un rewatch di adventure time. se qualcunə vuole unirsi mi faccia sapere, così ne parliamo!).

ora sono così in fissa che potrei andare a farmi tatuare fionna e cake (e finn e jake e bmo e bubblegum e marceline e simon e prismo eccetera) ma, ragionandoci un po' su, un post sul blog è meno drastico, e spero che sia un po' più utile a fare conoscere in giro questa meraviglia che, non so perché, nella mia bolla è praticamente inesistente.

fionna e cake nascono, in adventure time, come fanfiction scritta da re ghiaccio, sono la versione genderswapped di finn e jake, e "vivono" le loro avventure in una dimensione alternativa insieme alla regina ghiaccio, marshall lee, il principe gommarosa eccetera. un mondo fittizio, reale soltanto nella mente del fu simon petrikov e nel cuore di tuttə lə fan che, ormai un paio di anni fa, ha trovato finalmente un suo spazio autonomo - per quanto, ovviamente, sempre collegato all'universo di adventure time.

*ci sarà qualche inevitabile spoiler sulla prima stagione (vi avviso, anche se ormai sono passati due anni!)*

il mondo di fionna prende forma grazie a uno - nonché l'unico che avrebbe potuto farlo - dei più insospettabili fan delle opere di re ghiaccio, prismo the wishmaster. il loro è un universo scollegato da tutte le possibili realtà del multiverso, nascosto e lontano e... non-canonico.
nella loro realtà non c'è alcuna magia e tutto è tristemente simile a quella fatta di lavori orribili, affitti da pagare e crisi depressive che conosciamo molto bene. fionna è una ragazza come tante altre: saltella da un lavoro orribile all'altro per arrivare a fine mese, casa sua sembra essere stata sconvolta da un tornado, ha una gatta di nome cake, dellə amicə affettuosə e una voglia matta che la sua vita diventi qualcosa di meno noioso, magari più... magico.
a ooo, intanto, simon petrikov - una volta re ghiaccio, ora soltanto un umano pieno di ricordi e nostalgia - conduce una vita che magari a fionna sembrerebbe più magica ma che in fondo è altrettanto noiosa e deprimente, struggendosi nella mancanza della sua betty. quando cerca di aprire un portale per poterla finalmente incontrare almeno un'ultima volta... beh, le cose non vanno come sperate e cake lo attraversa.


attenzione a cosa desideri perché potresti ottenerlo e infatti la vita di fionna e di cake - ora finalmente (ora di nuovo?) un gatto magico parlante e mutaforma - prende una svolta inaspettata: devono salvare la loro realtà da scarab, che vuole cancellarla perché non-canonica e illegale, saltando da una dimensione all'altra, incontrando nuove versioni di vecchiə personaggiə di adventure time, alla ricerca della corona di re ghiaccio, così che simon possa canonizzare il loro mondo e renderlo (finalmente!) magico e avventuroso.

la serie è composta soltanto da dieci episodi quindi, per forza di cose, la narrazione è sempre spedita e non ci sono filler o momenti in cui l'attenzione cala. ad essere più precisi: fionna and cake è una di quelle serie che si fa divorare un episodio dietro l'altro mentre - ok, per chi ha amato adventure time vale di più, ma è così per tuttə - si piange, si ride e si abbracciano cuscini.

il merito è soprattutto quello di aver dato spazio allə personaggə secondariə più amatə della vecchia serie - fionna e cake, innanzitutto, ma non solo - e di aver espresso al meglio quellə principalə come finn, prismo e simon. e poi c'è da dire che fionna and cake può essere vista come serie autonoma, per quanto sicuramente aver visto adventure time regali un'esperienza più emozionante.


rispetto ad adventure time, soprattutto nelle prime stagioni, fionna and cake è un prodotto più adulto, che dietro alle rocambolesche avventure multidimensionali - che hanno più che qualche momento di amarezza - racconta di una ragazza in piena crisi che impara ad amare la sua vita di ogni giorno, a proteggere quanto di bello c'è e a fare qualcosa per migliorare il resto solo nel momento in cui rischia di perdere letteralmente tutto. fionna combatte per lə suə amicə e per quel mondo imperfetto, a volte lontano dai suoi desideri che però è casa.

lə fan hanno seguito adventure time e adesso adventure time segue lə suə fan, crescendo insieme a loro, adattandosi alla necessità di affrontare tematiche meno infantili - dalle relazioni lgbtqia+ al rapporto difficile che si può avere a volte con la propria famiglia alle nuove sfide che chi era bambinə ai tempi delle prima prima messa in onda sta affrontando oggi, ma anche a un modo nuovo e diverso di intendere le serie televisive, con una stagione breve ma densissima.


ma la notizia è che è iniziata finalmente la seconda stagione, di cui al momento sono usciti i primi due episodi. poco per poterne parlare approfonditamente ma.
ricollegandosi a uno dei primi episodi della prima stagione, vediamo finn - quello "originale" di ooo, adesso adulto e senza jake - ferito e bisognoso di qualcunə che vada a salvarlo. oltre a fionna e cake, protagonista di questa stagione sembra essere huntress wizard, personaggia secondaria in adventure time, di cui scopriamo il passato e, attraverso questo, qualcosa in più sulla terra di ooo...


le premesse sono ottime e le mie aspettative altissime! (e, chi lo sa, magari potrei tornare a parlarne a fine stagione).

giovedì 11 luglio 2024

bridgerton ~ considerazioni e appunti sparsi

i libri non sono mai solo libri, non si limitano mai a raccontare solo le storie scritte tra le loro pagine.
o almeno, per me è sempre stato così.

avevo deciso già prima di partire che queste prime settimane a bologna le avrei dedicate a bridgerton perché, per quanto desiderassi tornare qui, allontanarsi da casa non è una cosa facile. avevo pensato di buttarmi in questa serie perché l'ultima stagione di bridgerton è anche l'ultima serie tv che ho guardato prima di partire e pensavo che creare una sorta di collegamento avrebbe reso meno netto il cambiamento.


in realtà, le cose a bologna in queste settimane non sono andate come speravo, per tutta una serie di motivi che non ha senso raccontare qui. l'idea di leggere bridgerton, invece, è stata anche migliore di quanto avessi immaginato.
perché i libri non sono solo libri e questi libri qui non sono stati solo una sorta di collegamento tra un prima e un dopo abbastanza sconcertante (non è neppure la prima volta che vivo lontana da casa e sicuramente ho vissuto momenti peggiori di questo). i romanzi di julia quinn sono stati per me, in questi giorni, non solo un rifugio ma anche qualcosa di solo mio.
mi capita spesso di leggere libri/fumetti che stanno leggendo/hanno letto anche le persone con cui di solito parlo di libri e, di solito, mi piace confrontarmi e scambiare impressioni e idee con altrə lettorə.
in fondo è il motivo per cui ho aperto il blog (anche se, ormai da anni, questo spazio è molto meno animato di un tempo).
questa volta sono stata felice di leggere qualcosa che non solo nessunə della mia bolla sta leggendo ma che, probabilmente, in pochə leggerebbero.

e no, non voglio considerare bridgerton un guilty pleasure perché trovo tremendamente stupido dovermi sentire in colpa per quello che mi piace, tremendamente stupido e tremendamente maschilista quando quello che mi piace coincide con l'idea di cose-da-femmina, espressione che nasconde (poco e male) il disprezzo per tutto quello che secoli di stereotipi hanno associato alle donne.
e quindi, senza cercare giustificazioni e senza preoccuparmi di "oddio, cosa penserà di me la gente se leggo dei romanzi rosa?", sto leggendo la saga della famiglia bridgerton di julia quinn e mi sta piacendo un sacco, nonostante non sia di certo un'opera immune da critiche.
sto usando questi romanzi come spazi confortevoli, sto convivendo con lə personaggə come fossero amicə, sto lasciando che il loro vissuto interiore, i loro sentimenti e le loro emozioni possa riecheggiare da qualche parte in me, senza giudizi morali, solo provando a entrare in empatia con loro.

a livello più epidermico, è divertente scoprire le differenze tra i romanzi e le serie tv, che sono tantissime e si concretizzano più nei sottintesi che nelle differenze di trama vere e proprie. nonostante i romanzi siano sicuramente una lettura piacere, ammetto che certe cose della serie tv, probabilmente quelle che hanno fatto storcere il naso a chi intende adattamento come pedissequa ripetizione punto per punto della trama. ad esempio, una delle primissime cose che mi è piaciuta dell'adattamento televisivo è l'idea di mettere in scena una società che ignora completamente i pregiudizi razziali. quella di bridgerton, nella versione netflix, è una società sì classista ed aderente ai canoni culturali occidentali, ma in cui sembra che l'incontro tra bianchə e bipoc abbia portato a rapporti più equilibrati e paritari tra persone che non condividono lo stesso colore della pelle. non è una questione approfondita e proprio per questo, si può immaginare bridgerton come se fosse ambientato in un universo parallelo, un what-if in cui il colonialismo eurocentrico non esiste. non un mondo perfetto ma sicuramente un pelino meglio di quello che conosciamo, che parte da una base speculativa interessante su cui si possono immaginare un sacco di versioni alternative della nostra storia moderna e contemporanea.
inoltre shonda rhimes ha voluto dare spazio a corpi non conformi (da penelope ad alcunə personaggə disabili che si sono intravistə nella terza stagione) e alle relazioni non eteronormate e non monogame (anche queste nella stagione diledicata a polin), allargando enormemente il canone della rappresentazione tipico delle serie tv e dei film in costume.


la versione di netflix, inoltre, è molto più dichiaratamente femminista, e lo dimostra nella caratterizzazione delle personagge ma anche, e in modo forse più sorprendente, dei personaggi. è vero che il matrimonio è il punto di arrivo a cui tutte le ragazze - alcune prima, alcune dopo - puntano, ma ognuna di loro lo fa spinta da motivazioni personali che non si limitano mai al coronamento di una storia d'amore né, ancor meno, al raggiungimento di uno status socialmente accettato e necessario. l'amore - nel senso di passione, desiderio e soprattutto complicità - in bridgerton è qualcosa di reale, e se pure i modelli di mascolinità più o meno tossica non mancano, gli uomini che sono stati raccontati fino ad adesso si rivelano sempre compagni realmente interessati al benessere - fuori e dentro la camera da letto - e alla felicità delle loro fidanzate e mogli. sono uomini che amano davvero, che non distolgono lo sguardo dai loro sentimenti ma che anzi li accolgono per conoscerli e comprenderli. praticamente, è speculative fiction pura.
per le personagge, invece, il matrimonio è anche una questione d'amore ma non solo: se nel mondo reale il matrimonio è stato per le donne poco più che un passaggio da un padre-padrone a un marito-padrone, qui diventa il mezzo in cui emanciparsi dalla propria condizione di figlia, bisognosa di cure e attenzioni anche soffocanti, per diventare adulta a tutti gli effetti. una volta sposata, una donna ricopre un ruolo sociale inedito, ed è anche legittimata a scoprire la propria sessualità, in un dialogo esplorativo, conoscitivo e costruttivo col partner e col proprio corpo, senza sensi di colpa né intromissioni religiose di sorta.

l'aspetto romantico/erotico è centrale, ovviamente, ma - finalmente! - è esplorato attraverso quello che, per antitesi alla sua controparte maggiormente presente nelle nostre esperienze, potremmo definire female gaze. nella serie tv così come nei romanzi, il piacere femminile è il punto centrale delle scene di sesso, ed è inscindibile da tutto l'apparato emotivo-sentimentale che coinvolge le personagge e lə loro partner. il sesso non è mai sinonimo di necessità maschile, nessun uomo "usa" la sua compagna e, per chi si muove in queste storie, la sola idea è raccapricciante.
insomma, tutto è come dovrebbe essere (e come è troppo di rado).
il sesso in bridgerton è indissolubilmente legato all'amore, ma non mi ha mai dato l'impressione che questo doppio legame sia dettato da un'educazione puritana che demonizza il piacere e lo accetta solo se speri. mi sembra più che altro una versione ingenua e pura del sesso e dell'amore che non sanno essere finti, tossici o usati come mezzo per uno scopo. è l'amore come ce lo si immagina da bambinə alla prima cotta: bello, luminoso e assoluto.
sicuramente nulla di più lontano dalle complessità culturali, sociali e psicologiche che regolano i rapporti di coppia, ma altrettanto sicuramente è una bella utopia in cui è piacevole perdersi.

per chi ha visto la serie tv ed è indecisə se leggere o meno i romanzi che l'hanno ispirata: il mio consiglio è sì, purché non vi aspettiate la copia fedele di quanto è stato portato sullo schermo. le differenze di trama ci sono e sono spesso anche abbastanza macroscopiche, anche se i punti cardinali delle storie sono identici, però ho trovato interessante non soltanto leggere le versioni "alternative" delle storie che già conoscevo ma anche capire quanto lə personaggə di julia quinn potessero essere capaci di trasformarsi, di adattarsi a media e pubblici enormemente differenti tra loro, senza snaturarsi.

alla fine, a tre romanzi dalla fine della serie (e speriamo ad almeno cinque stagioni alla fine della serie tv) posso dire che quella di bridgerton è una delle serie che mi porterò dentro per tante, tantissime ragioni.

martedì 26 dicembre 2023

blue eye samurai

I did not train you to be a demon or a human. I showed you how to be an artist. to be an artist is to do one thing only.

negli ultimi giorni ho visto quella che è sicuramente la serie più bella, per me, di questo 2023 e che, in generale, finisce dritta dritta tra le mie serie preferite di sempre, e cioè blue eye samurai.
l'ho scoperta assolutamente per caso e l'ho iniziata senza nessuna aspettativa, pensando anzi che probabilmente non l'avrei mai finita, e invece l'ho divorata in pochi giorni, staccandomi dal pc solo se a) mi facevano troppo male gli occhi e b) quello che avevo appena visto era troppo (ma in senso positivo!) e avevo bisogno di digerirlo e riprendermi.

il fulcro della storia non è il massimo dell'originalità: tutto gira intorno a mizu, unə samurai in cerca di vendetta. la bravura dellə due creatorə della serie - michael green (sceneggiatore di logan e blade runner 2049) e amber noizumi, coppia sul lavoro e nella vita - sta nel prendere alcuni topoi del genere (per citare due esempi famosissimi: kill bill e lady snowblood) e trasformarli da stereotipi in colonne portanti per una narrazione nuova, appassionante e densa di nuovi significati.


 l'ambientazione 
la serie è ambientata in giappone nel periodo edo - che inizia nel 1603 con l'ascesa al potere del primo shogun (titolo che inizialmente designava i generali e i capi dell'esercito ma che, col tempo, si trasformò in qualcosa di simile allə attuali capi di governo. gli shogun erano uomini che avevano effettivamente il potere e che governavano in una sorta di diarchia con l'imperatore) del clan tokugawa e termina nel 1853, anno in cui inizia formalmente la restaurazione meji, il potere degli shogun viene ridimensionato e cresce quello dell'imperatore - per la precisione dopo il 1633, anno in cui il paese chiude completamente le sue frontiere all'occidente. se da un lato questo rafforzò le tradizioni locali, evitando le contaminazioni estere, fu anche motivo di una stagnazione sociale per cui le differenze di classe si irrigidirono sempre di più, mentre tutto il paese fu tagliato fuori dallo sviluppo economico e culturale di cui l'occidente era modello.
in blue eye samurai questa chiusura è esplicitata soprattutto in due elementi, fondamentali per lo sviluppo della trama: i contatti con gli occidentali erano visti in modo estremamente negativo e, di conseguenza, lə bambinə natə da unioni tra donne asiatiche e uomini europei erano considerati impurə e mostruosə e, secondo aspetto, le tecnologie belliche erano notevolmente arretrate rispetto a quelle coeve europee, cosa che creava un divario e metteva il giappone in condizione di svantaggio nel caso di un eventuale attacco militare da parte dell'occidente.
in questo mondo ripiegato su sé stesso e ostile a ogni differenza, nasce e cresce mizu.


 mizu 
mizu è unə bambinə con gli occhi azzurri, cosa che l'ha sempre condannata alla violenza, al pericolo, alle piccole e grandi crudeltà di chiunque abbia avuto a che fare con ləi. nata da uno stupro, mizu viene cresciuta dalla madre che, per paura, l'ha sempre tenuta nascosta e le ha imposto di fingersi un maschio per provare a nascondere almeno in parte la sua identità. nonostante tutte le precauzioni, la madre di mizu viene uccisa e lə bambinə giura di vendicarla e di uccidere tutti e quattro gli uomini bianchi presenti in giappone nel periodo del suo concepimento.
incontriamo mizu per la prima volta quando è già adultə e in cerca della sua seconda vittima e, nel corso della serie, impariamo qualcosa in più della storia della sua vita.
togliamoci subito il sassolino dalla scarpa: non v'ho spoilerato nulla perché sulla sua identità di femmina ci pensa già netflix a rovinarvi la sorpresa già dalla descrizione del primo episodio (la guerriera solitaria mizu è alle prese con un compagno di viaggio inatteso, mentre la principessa akemi cerca di decidere il proprio destino). ma il punto è che la questione del genere di mizu è molto più complicata, profonda e importante di una roba che a prima vista sembra un po' lady oscar. mizu è effettivamente cresciuta come un maschio perché chi la cerca, chiunque sia, ha come obiettivo quello di trovare una bambina con gli occhi azzurri. la madre le rasa i capelli e le ordina di sembrare un maschio, di comportarsi come un maschio, in modo da non lasciare spazio ai dubbi. e se siamo d'accordo che il genere è una costruzione sociale e culturale, allora mizu è un maschio per quasi tutta la sua vita.
la figura che lə crescerà, dopo la morte di sua madre, è eiji, un vecchio maestro spadaio cieco, che lə accoglie quasi costretto dalla disperata testardaggine dellə bambinə, che si rifugia nella sua capanna. in poco tempo, però, il vecchio maestro inizia ad affezionarsi a mizu e ad apprezzarne la determinazione. per lui, che non può vedere, la diversità di mizu non ha alcuna importanza.
quello che eiji lə dà è molto più di un rifugio, anche più dell'arte stessa di forgiare le spade: eiji le insegna a capire chi e cosa è e quale sarà il vero scopo della sua vita.
è qui, nella capanna del vecchio spadaio, osservando i guerrieri che chiedono al maestro eiji di realizzare le spade per loro, che mizu impara a combattere. quello degli allenamenti estenuanti, continui, intensissimi, mossi solo dal desiderio di vendetta è un topos un po' abusato ma profondamente caratteristico in questo genere di narrazioni. anche la creazione della sua spada è una metafora molto ben riuscita sulla sua capacità di apprendimento e sulla sua tenacia.
la forza di mizu non è frutto del solo talento ma delle lunghissime ore di dedizione e sacrificio e, nonostante tutto, impareremo che non è invincibile. ma la sua è, effettivamente, una forza fuori dall'ordinario, qualcosa che la rende - insieme alla sua determinazione, oltre che al suo aspetto - un vero e proprio mostro.


 l'onryo 
l'episodio 5 di questa stagione (a proposito, mi sono dimenticata di dire che la serie è stata rinnovata per una seconda stagione che uscirà - spero di non aver capito male - nel 2024) è di una bellezza e tristezza devastanti, uno di quelli che mi hanno lasciata a fissare il vuoto per un buon quarto d'ora prima di riuscire a fare altro. nell'episodio si alternano tre linee narrative: una rappresentazione del teatro kabuki, flashback della storia di mizu e il lungo scontro tra le stanze e i corridoi di un bordello in cui mizu affronta il piccolo esercito di un prepotente signorotto locale.
un onryo è un fantasma proprio della tradizione giapponese, che anima molti drammi teatrali. la maggior parte degli onryo sono - erano - donne: maltrattate, offese, violate, picchiate e spesso uccise dal loro marito o dal loro amante, indifese in vita, tornano dopo la morte in cerca di vendetta, dotate adesso di forza e potere. gli onryo però sono posseduti da una furia cieca, non sanno indirizzare la loro rabbia solo su chi li ha fatti soffrire in vita, anzi, colpiscono indiscriminatamente chiunque incontrino sulla loro strada di rivendicazione.
l'alternarsi delle tre narrazioni - teatro-passato-combattimento - riesce a raccontare non solo la storia di mizu ma anche il senso profondo del suo essere (come guerrierə e come persona genderless) più di quanto non sarebbe stato in grado di fare un intero romanzo, in un parallelismo tra i tre piani narrativi continuo che crea un crescendo emotivo davvero sconvolgente (un paio di lacrimucce mi sono scappate, sì).


 akemi 
la storia di blue eye samurai si focalizza principalmente su mizu e su akemi, la cui storia corre parallela a quella dellə nostrə protagonista fino a legarvisi strettamente e indissolubilmente nella seconda parte.
akemi viene chiamata principessa, è figlia di un nobile samurai, cresciuta tra gli agi e i lussi. la sua bellezza elegante e tradizionale è un validissimo aiuto per fingersi la rispettosa, obbediente, pura e casta figlia di buona famiglia che, in realtà, akemi non vuole essere. innamorata di un samurai di nome taigen - il cui passato, così come il presente, è collegato alla storia di mizu, di cui è un personaggio importante - akemi rifiuta il matrimonio organizzato dal padre con ogni mezzo, arrivando persino a scappare e mettersi a lavorare in un bordello quando perde ogni notizia dell'uomo che ama.
se mizu lotta per la sua vendetta, akemi lo fa - a modo suo - per essere libera e padrona di sé stessa. il suo personaggio è sicuramente meno spettacolare di quello di mizu - va da sé che in una storia del genere le scene di azione e di combattimento siano la parte fondamentale dello show - e ci mette un po' a farsi amare dal pubblico, conquistandolo poi definitivamente con il suo carattere brillante e risoluto.
akemi è la risposta a un sistema strutturalmente oppressivo nei confronti delle donne, un sistema che permette loro solo di passare da un padrone all'altro: dal controllo paterno a quello del marito o di qualche tenutaria di bordello. la ribellione di akemi, per quanto possa sembrare fuori dalle righe in un contesto che non prevede alcuna iniziativa da parte delle donne, è sostenuta da due enormi privilegi, ovvero dal suo rango e dalla sua ricchezza. in blue eye samurai ci si evita volentieri inutili sbrodolamenti del tipo se vuoi puoi e si dice chiaro e tondo che la libertà passa dal denaro.
ed è proprio per la sua pragmaticità che akemi mi è piaciuta così tanto, lato che viene addolcito dal buon seki, il suo vecchio tutore. anche quella di seki è una figura che scardina molti stereotipi: nonostante sia un anziano ex-combattente, la cosa più importante della sua vita è stata crescere akemi. seki è il genitore perfetto, quello che ama, educa e sostiene lə figliə anche senza che vi sia un legame di sangue.
la narrazione di questi due personaggə è importantissima proprio perché decostruisce alcuni stereotipi di questo genere di storie, dando la possibilità di raccontare modi differenti di rispondere a un sistema sociale che già conosciamo da decine di storie con ambientazioni simili.


 ringo 
il primo dei comprimari incontrati da mizu all'inizio della serie, ringo è un giovane cuoco entusiasta della vita - e della sua soba - che vede nel giovane guerriero senza nome arrivato per caso alla sua locanda la chiave per cambiare la sua vita. prevedibilmente, all'inizio mizu non è affatto interessatə ad avere un apprendista ma ringo si rivela presto un amico oltre che un valido aiuto: nonostante non abbia le mani, è in grado di rendersi utile in un sacco di situazioni. è un po' la spalla comica della serie ma resta un personaggio molto saggio e mai, neppure una volta ridicolo.
ringo è, per parafrasare calvino, uno che prende la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore. la bontà e integrità d'animo di ringo sono una piccola, rassicurante candela accesa in una storia fatta di crudeltà, violenza e spietatezza. ringo stesso è la risposta non-violenta alle brutture della vita, agli anni di insulti e umiliazioni subite. e ringo è anche un personaggio disabile raccontato senza abilismo, senza alcuna storia strappalacrime sulla sua menomazione (risolta letteralmente in due parole), senza grandi insegnamenti morali da consegnare agli altri in virtù delle sofferenze a cui un tragico destino lo ha condannato.
la sua presenza è fondamentale non soltanto ad alleggerire i toni ma, anzi, serve a mostrare che esiste un mondo differente da quello dei rigidi codici d'onore a cui personaggə come mizu e taigen fanno costantemente riferimento, un mondo in cui i propri sentimenti e desideri sono più importanti di qualsiasi altra cosa.


 fowler 
due righe tocca spenderle anche per l'antagonista, l'uomo a cui mizu dà la caccia per tutta la stagione, abijah fowler, forse il più piatto di tuttə lə personaggə della serie.
fowler è cattivo, razzista, misogino, crudele, sadico, spietato, traditore, opportunista, bugiardo, perverso, blasfemo, è un concentrato di ogni possibile schifo riusciate a richiamare alla mente e non ha assolutamente niente di positivo, zero totale. di origini irlandesi, a un certo punto della storia accenna alla sua infanzia indicibilmente violenta nell'irlanda messa a ferro e fuoco dei tudor. ma tutto il male subito, per quanto aberrante sia stato, non riesce a giustificare quello che è capace di infliggere.
fowler è l'incarnazione stessa del colonialismo, il suo solo interesse è depredare la nazione che - anche se l'ha fatto per mero opportunismo - l'ha accolto. forte della supremazia tecnologica delle sue armi, fowler si impone incutendo terrore in quelli che usa come alleati finché ne ha bisogno e vede nel giappone un'immensa risorsa da cui attingere per avere sempre più potere.
a differenza di buona parte dei villains, il suo personaggio è costruito, come dicevo, senza alcuna ambiguità e, di conseguenza, il messaggio che passa, almeno in questa prima stagione, è che l'incontro con l'occidente sia stato foriero solo di disgrazia e di sofferenza (cosa che, visto che parliamo di un'europa fortemente coloniale e predatoria, non è poi troppo lontana dalla realtà dei fatti).


 conclusioni 
se la trama di fondo è, come dicevo all'inizio, abbastanza semplice e ricalca un topos che conosciamo bene, la grandezza di questa serie sta tutta nella riuscitissima caratterizzazione dei personaggi, nel chara design, nella qualità pazzesca delle animazioni - un mix ben riuscito di 2D e 3D che da un lato rendono le scene molto pittoriche, dall'altro permettono momenti altamente spettacolari, soprattutto durante i combattimenti - nella scrittura delle scene, in cui si riesce a enfatizzare i momenti più drammatici, quelli più adrenalinici ma anche quelli più leggeri e nella regia che non sbaglia mai un colpo e sa raccontare mondi interi in poche inquadrature.
insomma, casomai non fosse abbastanza chiaro, per me è un capolavoro che ha solo l'unica pecca di un finale indebolito dalla necessità di creare le necessarie aspettative per convincere anche lə spettatorə meno appassionatə a tornare per la seconda stagione (in realtà l'avremmo fatto comunque, ma è pur sempre netflix e certe cose sono inevitabili).
fatemi sapere se l'avete già visto o se vi ho messo abbastanza curiosità da andare a cercarlo!