martedì 22 maggio 2018

freedom hospital

se lasciassi il paese, avrei la sensazione di tradire la rivoluzione.
è per questo che ho creato il freedom hospital.


nel marzo del 2011 iniziano in siria le manifestazioni della popolazione contro bashar al-assad, succeduto al padre che aveva iniziato a governare il paese nel 2000.
il regime di assad iniziò a reprimere da subito con forza le manifestazioni, dando il via a quel conflitto che continua tutt'oggi e che vede in campo numerosi schieramenti politici in contrasto tra loro.
la storia di yasmine e del suo freedom hospital inizia circa un anno dopo l'inizio del conflitto: è la primavera del 2012 e le vittime sono già più di quarantamila.
c'è chi ammazza e chi ricuce, chi taglia gole e chi costruisce diritti, chi bombarda e chi apre un ospedale, chi odia e chi si innamora, chi vende armi e chi diserta per non sparare, c'è persino chi viene qui apposta, lasciando una casa sicura, per dare una mano con un bisturi o una telecamera.
cecilia strada firma la prefazione alla storia di hamid sulaiman e con le sue parole non coglie soltanto l'atmosfera di freedom hospital ma quella di tutte le guerre del mondo, del dolore, dell'orrore sconfinato che portano con sé, ma anche di quella che chiama la meravigliosa varietà dell'essere umano. fuori e dentro al freedom hospiral, l'ospedale clandestino aperto da yasmine, si muovono i personaggi della storia, un microcosmo variegato di tipi umani che riproduce in piccola scala il complesso scacchiere politico/religioso siriano: yasmine è una giovane siriana che ha studiato fuori dal suo paese, non è un medico ma ha comunque deciso di aprire l'ospedale per aiutare le vittime della guerra, indipendentemente dal loro schieramento. insieme a lei conosciamo fin da subito sophie, vissuta per lo più in francia ma di origine siriana. dopo l'inizio della rivoluzione contro assad, in siria è stato permesso di rimanere e di lavorare solo ai giornalisti pro-regime. lei è una giornalista clandestina, intenzionata a portare fuori dal confine siriano quello che sta succedendo.
gli altri, tra pazienti e medici, sono tutte figure il cui passato, in qualche modo è collegato alla guerra: c'è chi intende fermare il regime con la lotta armata, chi è stato arrestato e torturato perché sospettato di essere contro assad, chi ha disertato l'esercito per non dover sparare contro i civili inermi e chi ha semplicemente deciso di rimanere in qualità di medico per aiutare yasmine.
tra loro c'è un ragazzo che ha perso la memoria e non ricorda nulla del suo passato, un personaggio enigmatico e forse pericoloso che yasmine però non si rifiuta di aiutare, nonostante il pericolo che si possa correre ad avere una potenziale spia all'interno dell'ospedale.


seguendo il corso delle stagioni, hamid sulaiman racconta le vicende dei personaggi del freedom hospital, le loro paure, ossessioni, speranze, i loro amori e i loro conflitti, spesso riflesso delle vicende che coinvolgono tutto il paese, e lo fa con un segno grafico netto, un bianco/nero assoluto che non lascia spazio a grigi intermedi: le scene sono avvolte in una luce accecante o in un buio profondo, i dettagli spariscono - e in certi casi, nelle scene più cruente ad esempio, è un bene per noi lettori - è tutto si riduce all'essenziale, fino ad alcune pagine, mute, assordanti, in cui le macchie di colore raccontano quello che non è possibile dire.


hamid sulaiman non prende parte per nessuna delle fazioni in campo se non per quella che auspica la fine della guerra: sottolinea l'assurdità della guerra attraverso i discorsi - per noi occidentali forse ancora più scioccanti - sul martirio, sull'odio ad esempio tra sunniti e sciiti che si trascina avanti da più di un secolo e che non ha, in fondo, nessuna ragione di essere, e poi il coinvolgimento - da ambo le parti - di bambini e ragazzi giovanissimi, usati come mero simbolo propagandistico, la religione sempre presente, assoluta, usata come fossero i fili che i burattinai usano per far muovere le loro marionette, le droghe assunte dai soldati per riuscire a commettere atrocità impensabili senza esitazione.
lo sguardo di sulaiman è uno sguardo triste e disincantato su un popolo che massacra i suoi stessi fratelli, i suoi figli, in nome di qualcosa che ormai è difficile persino da definire: chi combatte in nome di un dio più giusto e legittimo di un altro, chi in nome della propria stirpe, più giusta e legittima di un'altra, chi per o contro un leader. pochissimi rimangono in siria, al centro dell'inferno, per il solo motivo per cui valga la pena: la volontà di costruire, finalmente, la pace.

venerdì 18 maggio 2018

maria antonietta ~ la gioventù di una regina

maria antonietta è stata l'ultima regina di francia prima della rivoluzione, famosa per il suo carattere che si dice fu capriccioso e frivolo, per il suo totale sostegno alla monarchia fino all'ultimo momento e per il suo - probabilmente falso - mangino brioche.
fuyumi sōryō tralascia la parte della storia più cruenta, quella degli ultimi giorni di maria antonietta e racconta in questo volume soltanto la sua giovinezza, il matrimonio con luigi XVI e i primi mesi insieme allo sposo, la scoperta insomma della reggia di versailles, l'etichetta rigidissima e spesso assurda, gli intrighi e i pettegolezzi che si spandevano all'interno della corte come tela di ragno.


maria antonietta viene data in sposa al delfino di francia all'età di quattordici anni. è poco più di una bambina, una graziosa e preziosa pedina nelle mani dei diplomatici e dei sovrani di due paesi che con lei riuscirono, dopo anni, a trovare un accordo di pace.
certo, i matrimoni combinati, sopratutto tra membri di case reali, stupiscono poco, ma quello di maria antonietta venne celebrato per procura, come un qualsiasi trattato diplomatico, addirittura in assenza dello sposo. dopo un lungo viaggio dall'austria alla francia, antonia d'asburgo si ritrova ad essere maria antonietta delfina di francia e moglie del futuro re luigi senza neppure averlo visto se non nei ritratti.
giovanissima, lontana da casa, dai fratelli, dalla madre e dalle sue dame di compagnia: fuyumi sōryō riesce a cogliere tutto lo sgomento e lo spaesamento di questa bambina che non ha la più pallida idea di cosa la aspetti e che cerca immediatamente, senza cerimonie né imbarazzi, l'aiuto e il conforto nella sua nuova dama, atteggiamento che venne subito bollato come sconveniente e che fu uno dei primi segnali che per maria era giunto il momento di adattarsi ai nuovi costumi della corte di versailles.

nonostante la storia racconti che maria antonietta non ebbe né un matrimonio felice né vita facile a corte dove non venne mai completamente accettata in quanto austriaca, la sōryō ha messo più in luce l'aspetto più umano della sua storia, il suo carattere ancora infantile e ingenuo, l'affetto sincero per luigi (che qui, diversamente da quanto si dice, l'autrice disegna bellissimo, alto e magro, una sorta di rei kashino più giovane e timido), e l'altrettanto sincero tentativo di farsi rispettare e amare per rendere duraturo l'accordo tra i due paesi, e sopratutto la sua lontananza da quel mondo di ipocriti sorrisi di facciata che nascondevano commenti al vetriolo e cattiverie. con quella capacità che la contraddistingue da sempre, a fuyumi sōryō basta uno sguardo, un'espressione del viso per farci intuire come quella bambina solare, dolce e ingenua nasconda dentro di sé il germoglio della regina autoritaria e potente che diventerà qualche anno dopo, come se la corte di versailles non le lasciasse altra scelta, per sopravvivere, che adattare il suo carattere a quello dei nobili.

la figura di maria antonietta viene riscattata in qualche modo dai giudizi che l'accompagnano da circa tre secoli, ad esempio a proposito delle critiche che venivano mosse sul suo sfrenato amore per il lusso e i begli abiti, e, nella breve introduzione in cui compare da adulta, le viene riconosciuta la dolcezza che effettivamente provava per i suoi figli e quella - forse meno storicamente vera - per il marito.


ma la storia di maria antonietta, oltre che essere uno spaccato sulla giovinezza della regina, è sopratutto un modo per raccontare la corte francese di quel periodo, i lussi sfrenati voluti dalla corte per permettere un costante movimento di denaro e la conseguente crescita dell'economia, le lunghe cerimonie, la vita sempre pubblica dei sovrani, che quasi mai erano liberi di trascorrere del tempo da soli (cosa che sicuramente contribuì a rendere un fallimento il loro matrimonio almeno tanto quanto la costrizione di sposarsi in così giovane età), e poi gli intrighi e i pettegolezzi che erano occupazione principale - se non l'unica - delle donne che gravitavano attorno ai reali, a cominciare dalle zie di luigi e dal loro continuo infierire sull'amante del re e probabilmente anche sulla stessa regina.

lo stile di fuyumi sōryō, ne ho già accennato, è non solo potentemente espressivo, capace di delineare nella forma di uno sguardo le profondità psicologiche dei suoi personaggi, ma anche estremamente pulito, elegante, preciso: nulla di meglio per mostrarci al meglio gli ambienti, le architetture e gli incredibili abiti della corte, con una grandissima cura dei dettagli e dell'accuratezza dei riferimenti.


proprio per garantire la massima fedeltà storica del periodo in questione, il progetto è stato realizzato dalla collaborazione della casa editrice giapponese kodansha e della francese glénat, con il supporto dell'établissement public du musée et du domaine national de versailles, che ha fornito la sua supervisione per sopralluoghi, reperimento materiali e ha curato i dettagli di costumi, elementi architettonici e le complesse abitudini di corte rappresentate, cosa che lo rende qualcosa di più di una lettura di intrattenimento: maria antonietta è un breve racconto della vita di corte di una giovane regina, ma sopratutto un frammento di microstoria interessante che ci aiuta a delineare un mondo lontano e complesso, difficilissimo da immaginare nelle sue più piccole e concrete sfaccettature.


una nota merita anche l'edizione di star comics, che oltre a mantenere a colori le prime pagine, come nell'edizione originale, presenta un volume elegantissimo fin dalla copertina che ai colori tenui e acquerellati - che ricordano i ritratti del tempo, sopratutto quelli della regina e delle altre nobildonne della corte - accompagna quei festoni dorati che incorniciano il titolo e richiamano il lusso sontuoso e sovrabbondante del barocco francese.

mercoledì 16 maggio 2018

fanzaghirò ~ presentazione campagna di crowdfunding

sicuramente negli ultimi tempi vi sarete imbattuti su facebook nella pagina dedicata a fanzaghirò, ma se così non fosse... poco male, recuperate adesso!


fanzaghirò è un progetto di giopota e thomas govoni in collaborazione con l’associazione culturale renape di bologna, una fanzine omaggio a fantaghirò, la serie cult anni '90 la cui protagonista fu per l’epoca rivoluzionaria, la nostra prima eroina che invece di aspettare il principe azzurro saltava in groppa a un cavallo e si salvava da sola, quella che ci ha insegnato che essere femmine non significava per forza dover rinunciare alla propria autodeterminazione, una sorta di femminista ante-litteram e inconsapevole, rivalutata oggi, sopratutto da quando netflix ha incluso la serie in catalogo, come modello di quel femminismo 2.0 che la rete sta tanto aiutando a diffondere.

il progetto di fanzaghirò vede le firme di 40 artisti, emergenti e professionisti dal mondo del fumetto e dell’illustrazione italiana:
alessandro baronciani, alessandro coppola, alexiel april, alice girlanda, claudia la nuke, cristina portolano, eleonora antonioni, fabio mancini con marco b bucci, flavia biondi con anna ferrari, francesco zito, freddie tanto, giopota, giorga marras, giulia sagramola, greta xella, guido fiato, jacopo camagni, laura la came, lois, lorenza de luca, loris de marco, luisa torchio, maicol&mirco, marco albiero, maurizia rubino, michele soma, noemi gambini, nova, pablo cammello, raffaele sorrentino, rita petruccioli, salvatore callerami, salvatore giommarresi, santamatita, silvia rocchi, simone d'armini, spugna, valentina brancati, vittoria macioci.

se tutto questo non dovesse bastarvi, sappiate che tutto il ricavato - oltre i costi di produzione - sarà donato alla casa delle donne di bologna, una realtà concreta che tutela donne vittime di violenza.

il crowdfunding, che oltre alla fanzine vi da la possibilità di scegliere tra un sacco di bei perk, è iniziato lunedì 14 maggio e sarà attivo a questo link per un mese.

lunedì 14 maggio 2018

salvezza

siamo qui per salvare le persone, proteggerle, testimoniare la loro sofferenza.


finalmente riesco a parlarvi del titolo più atteso dei primi annunci di feltrinelli comics, il bellissimo e importantissimo lavoro di marco rizzo e lelio bonaccorso, salvezza.
il progetto, come hanno raccontato gli autori alla prima presentazione del libro (che si è svolta a palermo e quindi sono riuscita a partecipare, evento più unico che raro) è nato circa un anno fa, durante l'arf del 2017, e il lavoro di documentazione - avvenuto sull'aquarius di s.o.s. mediterranée - è stato condiviso sui social mentre i due autori erano a bordo della nave e sul minisito dedicato al progetto. ammetto che aver ritrovato mesi dopo nel libro quello che avevo visto in foto o in video è stato parecchio emozionante, ma in ogni caso date un'occhiata alle foto e ai video che sono stati raccolti e che in qualche modo fanno parte del progetto insieme al libro.

Un post condiviso da Marco Rizzo (@marcorizzo) in data:

salvezza è qualcosa a metà tra un diario di bordo e un reportage in senso stretto.
nonostante il taglio giornalistico, i due autori sono fortemente presenti in tutta la narrazione, che comprende anche il momento - ad esempio - del loro imbarco sull'aquarius, le interviste e il lavoro stesso di documentazione, ma sopratutto il lato più umano ed emotivo della loro esperienza, ed è forse questo a fare di questo libro qualcosa di così importante.

quello che succede nei nostri mari ormai lo sappiamo tutti, ne sentiamo notizie quasi ogni giorno e spesso siamo anche costretti a sorbirci i più biechi, stupidi e cattivi dei commenti possibili.
la totale mancanza di empatia, di commozione, di comprensione nei confronti di chi arriva qui in condizioni terribili e dopo viaggi ai limiti dell'immaginazione (ma perché non prendono un aereo come tutti? perché le nostre leggi impediscono di chiedere il diritto di asilo prima di entrare fisicamente nel paese in cui si vuole arrivare, e poiché non esiste la possibilità di salire su un aereo senza documenti, e solitamente quando scappi da un paese lo fai perché non è che puoi andartene tranquillamente come faremmo noi per una vacanza, i documenti per uscire dal confine non te li rilascia nessuno, quindi l'unica soluzione è affidarsi ai trafficanti) è quello che mi ha sempre più turbato in merito alla problematica dell'immigrazione.

marco e lelio sono invece riusciti a raccontare la storia di alcune delle persone che giungono in italia senza pietismi da due soldi ma con enorme empatia e comprensione, hanno raccontato le loro storie con garbo e rispetto, senza spettacolarizzare le sofferenze di questa gente ma anche senza indorarci la pillola, con la sacrosanta idea che sia importante e fondamentale - proprio come dice in un'intervista riportata nel fumetto sofie beau, la cofondatrice di s.o.s. mediterranée - testimoniare quello che succede ai migranti che attraversano il mare in cerca di una nuova e più dignitosa esistenza.
testimoniare quello che succede perché non si possa, come abbiamo fatto il secolo scorso durante quella che fu una delle pagine più orribili della storia recente, dire un domani ma noi non sapevamo nulla. sappiamo benissimo, facciamo solo finta che la cosa non ci importi, che non sia così grave, che non ci coinvolga.
ci rassicuriamo dicendoci uh che bello, sbarca meno gente ma non ci chiediamo nemmeno per un attimo dove sono andate a finire tutte quelle persone che non sono arrivate sulle nostre coste.

alle storie delle persone che salgono sull'aquarius dai barconi recuperati in mare e che lelio e marco intervistano e ritraggono a bordo, storie consegnate dai migranti stessi con la speranza che vengano lette, ascoltate e conosciute, che si sappia cosa accompagna questi viaggiatori e che si faccia in modo che tutto questo possa non ripetersi ancora, si aggiungono quelle dei volontari di s.o.s. mediterranée e di medici senza frontiere, ragazze e ragazzi che permettono materialmente che chi parte in cerca di salvezza riesca effettivamente a trovarla, persone dal cuore immenso che nonostante - o forse proprio perché - abbiano visto e sentito raccontare storie tremende, e nonostante i tentativi di spalare fango su quello che fanno, continuano a salvare vite in mezzo al mare, a volte in missioni che durano più di 24 ore, consapevoli della cosa più importante al di là degli sproloqui della politica e dei tanti idioti che pensano che avere la possibilità di emettere suoni giustifichi certi discorsi aberranti e cioè che la vita, a prescindere da tutto, va preservata, sopratutto adesso che abbiamo modo di sapere cosa succede nei campi di prigionia e in mare, sopratutto adesso che buono è stato trasformato in un insulto, sopratutto adesso che l'europa sembra riscoprirsi sempre più razzista e nazionalista.


salvezza è un libro importante, una testimonianza forte e necessaria, uno di quei libri che - per una volta senza scivolare in vuoti luoghi comuni - andrebbero letti da tutti, portati nelle scuole, fatti conoscere sopratutto a chi si ostina a rotolarsi nell'odio.

durante la presentazione del libro, marco ha riportato alcune critiche al modo di raccontare suo e di lelio, a quel sapesi schierare e non aver nessun tentennamento nel renderlo pubblico, quello che è semplicemente avere delle idee e delle opinioni e che ultimamente da sempre più fastidio a chi pretenderebbe la - credo personalmente sia impossibile - narrazione oggettiva dei fatti, ma ha dato una risposta bellissima che credo debba valere sempre, per chiunque scriva, che si tratti di fumetti, di articoli, di libri: sappiamo che facciamo libri di parte, ma sappiamo che è la parte giusta.

lunedì 7 maggio 2018

nausicaa ~ l'altra odissea

io non sono una delle donne che avete conosciuto... io non so nulla dell'amore

è giunto il momento di fare una confessione.
conosco i poemi omerici da praticamente tutta la vita, le versioni illustrate e semplificate per bambini sono state tra le mie prime - e più amate - letture, e poi nel corso degli anni ho continuato a studiare quelle stesse storie più e più volte, eppure mai mi sono sentita d'accordo con le critiche più comuni, quelle che vogliono achille personaggio stereotipato, arcaico, vuoto, devoto solo alla guerra bruta e odisseo come l'eroe nuovo, ingegnoso, multiforme, degno di una stima che il suo collega non meriterebbe in virtù delle sue capacità e del suo intelletto.
detto in parole povere, di odisseo ho sempre pensato fosse un bugiardo devoto all'inganno, uno che tutti i suoi meriti li doveva all'aver preso in giro mezzo mondo e ad atena che arrivava sempre a metterci la pezza. anziché battersi con coraggio, preferiva ricorrere a trucchi e menzogne, sempre pronto a dire eh? visto che furbone che sono?
ad essere sinceri non è facilissimo criticare impunemente un personaggio come quello di odisseo, quello che è diventato una sorta di archetipo della nostra cultura, l'esaltazione sì dell'ingegno e dell'intelligenza, ma di un tipo di intelligenza distorta, approfittatrice.
odisseo sicuramente sarà arguto, ingegnoso, capace di uscire da ogni situazione scomoda, ma di certo mi è difficile riconoscergli una qualche nobiltà d'animo.

ora non direi mai che bepi vigna, lo sceneggiatore di nausicaa - l'altra odissea condivida il mio giudizio ma di certo mi ha dato la possibilità di mettere nero su bianco quello che pensavo.
la storia che racconta attraverso i disegni di andrea serio è in effetti non solo una rivisitazione del mito come lo conosciamo, ma un viaggio nuovo, o meglio, un viaggio compiuto da un viaggiatore nuovo, uno di quei personaggi che mai al mondo omero avrebbe osato pensare mentre varca la soglia della propria casa.

la prima parte del racconto è - più o meno - quella che conosciamo: odisseo arriva all'isola dei feaci dopo un tremendo naufragio, ha perso tutto il suo equipaggio ed è salvato dalla bellissima e coraggiosa principessa di quel popolo, nausicaa, che si allontana dalle compagne per tirare fuori dall'acqua un uomo sconosciuto sputato sulla spiaggia dal mare.
odisseo è accolto da quel popolo pacifico che ascolta il racconto del suo viaggio, dalla caduta di ilio, distrutta con l'inganno che lui ha ordito, all'accecamento del tremendo ciclope, da come riuscì a superare l'ammaliante canto delle sirene al modo in cui ha spezzato il cuore e abbandonato la bella maga circe.
odisseo mente, nasconde gli aiuti ricevuti dalle divinità, i momenti più vergognosi del suo viaggio, smussa il racconto dei dettagli meno nobili per nobilitare ulteriormente sé stesso, si proclama re amato e benvoluto di un'isola bellissima i cui abitanti bramano il suo ritorno, e l'unica a non cedere subito alle sue parole è proprio nausicaa.
qui a lei è dato finalmente un ruolo più attivo di quello dell'omerica principessa bella e - inevitabilmente - innamorata. per quanto implausibili siano le parole di odisseo, per quanto bieche le sue azioni, è difficile non cedere al suo fascino.
e così nausicaa cede, consapevole di cadere in un altro di quegli inganni che lo straniero venuto dal mare non ha vergogna a raccontare, consapevole del futuro che la attende e che le si rivela a breve: ottenuto il suo amore, odisseo sparisce come un ladro nella notte, con la nave donata da alcinoo.

ferita da quel tradimento, nausicaa si strugge di rabbia e di nostalgia fino al momento in cui sua madre, la regina arete, (!) non la spinge a partire a sua volta, sulla rotta dei racconti di quello straniero che ha rubato la gioia di sua figlia.
inizia così il viaggio di nausicaa alla ricerca di odisseo, che la porterà - e noi con lei - a conoscere finalmente la verità celata in quei racconti di avventure fantastiche, un viaggio che appaga il suo desiderio di vedere e conoscere il mondo e non solo quello di confrontarsi con l'uomo che l'ha ferita.


non ci sono dei in questa versione del nostos di odisseo - come a raddoppiare l'inganno nel suo racconto o a lasciare a lui tutta la colpa delle sue menzogne - la narrazione si svolge tutta sul piano terreno e odisseo svela la sua identità ai feaci senza che il buon demodoco stia a cantare le gesta degli eroi che combatterono sotto le mura di troia, lo fa con spavalderia e quasi con soddisfatto autocompiacimento nel leggere sul volto di alcinoo e della sua corte lo stupore che suscita il suo racconto.
ma due sono le differenze macroscopiche davvero importanti in quest'opera: la prima, fondamentale, è il ruolo delle donne, una sorta di riappropriazione del loro status reale, quello di cui omero le aveva private.
nausicaa non è più soltanto la ragazzina innamorata del misterioso straniero portato dal mare, è una donna risoluta che non accetta di lasciarsi ingannare e abbandonare, capace di prendere il largo sulla nave e viaggiare alla ricerca della risposta alle sue domande e penelope è qualcosa di più della fedele e devota sposa che trascorre vent'anni a tessere e scucire la sua tela, succube del ricordo del marito e della prepotenza dei nuovi pretendenti.
sono donne forti, decise, coscienti del loro potere e in grado di scoprire la verità dietro le favole e le bugie inventate per ammansirle e tenerle al loro posto.
la seconda differenza è il modo in cui si conclude il viaggio di odisseo, inaspettato e con un colpo di scena finale che ha dato a questa storia - che riscrive il mito riconoscendo la giusta importanza e il giusto peso a personaggi per millenni abbandonati nell'angolo della scena, una sorta di capovolgimento necessario - un ulteriore motivo per essere amata dalla prima all'ultima pagina.

bepi vigna e andrea serio raccontano un' odissea che necessariamente - e finalmente - si rifà a una sensibilità e a una poetica moderna, che capovolge i giudizi e stravolge i punti di vista; scrivono una storia che è quella che volevamo leggere da quando eravamo bambine e trovavamo ingiusto il destino delle donne che avevano incontrato odisseo sulla loro strada.

venerdì 4 maggio 2018

la mia cosa preferita sono i mostri

un mostro buono a volte spaventa qualcuno perché ha un aspetto strano, o ha le zanne...
è qualcosa che va oltre il suo controllo...
ma ai mostri cattivi importa solo di avere il controllo...
vogliono che tutto il mondo abbia paura così che siano loro a comandare...

la mia cosa preferita sono i mostri è l'opera prima di emil ferris, un esordio incredibile - per citare lo strillone di copertina - da ogni punto di vista, sia per la complessità e lunghezza della storia (emil sta già lavorando alla seconda parte), sia per lo stile grafico - lo vedete già dalla copertina, ma basta sfogliare anche velocemente il volume per rimanere incantati e perdersi qua e la tra le pagine - e un po' anche per la storia strettamente personale di emil e di come sia arrivata, da illustratrice e designer, a disegnare il suo primo fumetto (incredibile quasi quanto la sua opera: nel 2001 una puntura di zanzara la paralizzò e la costrinse ad abbandonare i suoi progetti del periodo. non cedendo alla tentazione di lasciarsi abbattere, emil trovò comunque il modo di fare arte, dando vita a questo libro, diventato nel giro di pochi anni un caso editoriale a livello internazionale).

l'aspetto grafico è notevolissimo, ma è anche funzionale alla storia stessa: quello che abbiamo in mano infatti, non è solo un fumetto, un racconto di formazione, un giallo a tinte horror, la testimonianza dei difficili anni '60/'70 in un'america tumultuosa, ma sopratutto è il diario della protagonista di questa storia, karen reyes, nel bel mezzo della tremenda transizione da bambina ad adolescente, impantanata in un mondo che non le piace nemmeno un po'.
ecco perché le pagine simulano quelle dei quadernoni da scuola ed ecco perché la scelta di disegnare con biro e pennarelli colorati, proprio come farebbe una ragazzina come karen (e qui bisogna anche riconoscere la bravura di bao publishing a riadattare in italiano non solo i testi, ma anche titoli ed elementi grafici vari senza tradire lo stile originale).

se essere una dodicenne femmina a cui i racconti horror piacciono più delle riviste che insegnano la sublime arte del come essere alla moda e acchiappare il ragazzo più carino della scuola non fosse sufficiente, karen fa parte di una delle tante minoranze etniche che in quel periodo in america non passavano certo inosservate: sua mamma ha sangue irlandese e degli indiani d'america, suo papà e messicano, ma in fondo lei spera di potersi trasformare in un mostro, una di quelle creature incredibili che popolano i film e i racconti che tanto le piacciono, così lontani dalla sua realtà, dal suo mondo che non fa che svelarsi sempre un po' più brutto a ogni giorno che passa.


il racconto di karen prende il via il giorno in cui la bellissima e un po' strana vicina di casa, anka silverman, viene trovata morta in circostanze misteriose. karen non è affatto convinta che si tratti di suicidio come dicono, e così si improvvisa detective - con tanto di cappello e impermeabile - per scoprire qualcosa di più. la riscoperta del passato di anka si intreccia con il presente di karen e i mostri che incontreremo sono ben più spaventosi di quelli grotteschi ma forse un po' infantili delle copertine dei fumetti horror che karen colleziona e ricopia sui suoi quaderni.
anka è una superstite di un'infanzia tremenda prima e degli orrori del nazismo poi, una donna che dopo aver scampato la morte in un'infinità di occasioni è rimasta vittima di un proiettile sparato chissà da chi e perché, e karen è solo una bambina che cerca di scappare alle imposizioni ingiustificate di un mondo che non le piace rifugiandosi tra creature fantastiche.

emil ferris simula con riuscitissima efficacia il filtro ingenuo e immaturo che è il modo in cui karen guarda e vive il mondo: così come non sa portare rancore per un'amica che si allontana da lei e la bullizza con le altre compagne di scuola, incentra tutta la sua piccola vita nel microcosmo della famiglia che è per lei tutto ciò di cui ha bisogno, con un affetto smisurato per sua mamma, nonostante tutte le sue assurde superstizioni e per deeze, suo fratello maggiore, del quale non sa riconoscere i difetti né vedere i pensieri e ricordi che lo tormentano, ma che vede come una sorta di guida e al quale riconosce il merito di averle trasmesso l'amore per il disegno e l'arte.

anche se non ne è consapevole, karen scopre poco per volta che i veri mostri sono ovunque, si nascondono in un nastro registrato o in un referto medico, dietro le parole piene di odio o nelle risate cattive verso chi è diverso, ed è per riuscire a sopravvivere e a sconfiggerli che si disegna - perché è così che vuole essere - come una sorta di lupo mannaro in divenire, un misto tra la bambina che è e il temibile spaventoso mostro che vorrebbe diventare, un mostro grande, grosso e temibile per tenere lontano tutto ciò che potrebbe distruggere la sua felicità, la sua famiglia, la sua infanzia.

non è difficile capire perché la mia cosa preferita sono i mostri sia diventato un caso editoriale in così poco tempo: è un opera profonda, complessa e originale che sa assestare un paio di cazzotti proprio dove fa più male e poi metterci sopra un buon antidolorifico.
in attesa che emil ferris completi il secondo libro non perdetevi per nulla al mondo questo qui!
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