martedì 3 marzo 2026

gomìtolo 4 ~ febbraio 2026


il mondo scivola sempre più in un baratro di orrore, tra chi senza vergogna viola il diritto internazionale e esprime desideri di una ripresa colonialista dell'occidente a scapito di quello che chiamiamo sud globale, guerre, genocidi, misure sempre più spudoratamente repressive e fasciste, milioni di documenti che svelano realtà più abominevoli di ogni immaginazione. e intanto noi stiamo qui, calmə e immobili, a chiacchierare di libri, di fumetti, di film e di spettacoli che celebrano un desiderio di indipendenza che dubito riusciremo a riprenderci solo cantando e ballando (per quanto bene lo si possa fare - sì, certo che ho visto lo spettacolo al superbowl, e queste riflessioni risalgono a un paio di settimane fa, solo che tutto va così veloce che ogni cosa sembra già storia anche dopo meno di un mese) o scrivendo cose.
è questo immobilismo, questa pia illusione che l'arte ci salverà che mi fa paura. non che non creda nel valore dell'espressione e della creatività, ma ho la sensazione che anche le migliori intenzioni - sempre infilate a forza in quel se vuoi puoi che dovremmo aver capito essere la più grossa bugia mai raccontata - siano ormai inglobate così tanto in questo sistema capitalista che tutto trasforma da idea in prodotto da rivenderci, utile a distrarci mentre continuiamo a tirare avanti, sguazzando nella nostra perenne alienazione (ogni riferimento a quella cacata di kermesse musicale che non voglio nemmeno nominare, apoteosi della mediocrità culturale e politica di questo paese, che vi ostinate a guardare e commentare come se ne andasse della vostra vita, alimentando una fomo che non ha alcuna reale giustificazione, è assolutamente voluta. mi spiace, ma veramente, basta!).
che facciamo quindi? non lo so. aspettiamo che la corda si tiri abbastanza da spezzarsi e teniamoci prontə, sperando che la nostre psiche regga fino ad allora. non so voi, ma la mia non sta proprio benissimo.

ma torniamo alle cazzate più leggere di cui si parla di solito qui, ai libri e alle altre cose.

questo mese, in realtà, ho da parlare più di cose che ho visto che di cose che ho letto. sono entrata in quel loop per cui inizio un libro, mi annoia a morte, lo rimetto sullo scaffale e gli dico che prima o poi arriverà il suo momento, ne prendo un altro e via di nuovo così. passerà, e spero che passerà presto, perché gli scaffali (niente pila della vergogna, qui siamo a livello pro) delle cose-da-leggere stanno esplodendo e mi uccidono di sensi di colpa.


primissima cosa di cui volevo parlare - e non vedevo l'ora di farlo - è hamnet - nel nome del figlio. ora, io non sono una che piange facilmente (cioè, mi commuovo ma per cose assurde che non vi dirò) ma a questo giro è stato davvero impossibile non doversi asciugare almeno qualche lacrima.
"viscerale" è uno degli aggettivi più abusati degli ultimi tempi, ma è il primo che mi viene in mente se penso a hamnet. i dialoghi ridotti all'osso, i silenzi carichi, la connessione quasi magica tra corpi e natura - intesa come mondo esterno tanto quanto come la loro animalesca e fragile carnalità - mi hanno letteralmente scavato le viscere.
la storia si divide idealmente in tre atti: l'amore tra william e agnes (anne hathaway), veloce, gioioso e spontaneo al limite del ferino; la morte di hamnet e, infine, la sublimazione del dolore attraverso l'arte, cioè la scrittura e la messa in scena di hamlet (l'avete letto mille volte, hamnet e hamlet sono praticamente lo stesso nome, scritto in due modi differenti e spesso intercambiabili nei registri anagrafici dell'epoca), l'opera forse più famosa del bardo di stratford-upon-avon.
la costruzione stessa del film, tanto da un punto di vista della cronologia della narrazione quanto - e soprattutto - in senso di scelte di regia (di chloé zhao, che non so nemmeno se ho visto altro di suo ma dopo questo film rimedierò) e fotografia, è tutta un omaggio e un riferimento alla rappresentazione teatrale. le scene sono fisse anche quando gli attori si spostano oltre il limite fisico dello schermo, le inquadrature scelgono spesso un punto di fuga centrale, le luci e i colori dipingono le ambientazioni caricandole di simbolismi e dettagli che li portano a somigliare a (meravigliose) quinte teatrali.
a muovere tutto è una bellezza estrema e dolorosa - viscerale, appunto - che nasce dalla grandezza emotiva che trasmettono lə protagonistə (interpretatə meravigliosamente da paul mescal, noha jupe - nel ruolo di hamnet - e jessie buckley, che se non vince un oscar per la sua agnes allora boh, non so cosa volete da un essere umano), che non si può dire, non si può esprimere se non con un aggrapparsi di corpi a corpi, se attraverso i gesti, se non con gli sguardi, con le urla, con le lacrime.
insomma, io non so parlare di cinema, soprattutto non so parlare di una cosa che come questa è capace di dare tanto allə spettatorə, ma vi consiglio di recuperarlo (e di guardarlo al cinema perché è tutto troppo bello per confinarlo allo schermo di una tv o di un pc).
mi è anche venuta voglia di leggere il libro di maggie o'farrell - che ha partecipato alla sceneggiatura insieme a zhao - da cui è tratto il film, se è bello anche solo la metà, ne varrà la pena.
(avevo parlato di "cose leggere" ma questo in fondo tanto leggero non è)


ho ovviamente finito di vedere la quarta stagione di bridgerton, uno dei miei guilty pleasure preferiti. finale che corrisponde puntualmente alle aspettative - che poi sono le stesse per chi ha letto romanzo e chi no - ma d'altronde, che altro poteva succedere? tutto bello, tanto fanservice molto apprezzato (anthony e kate stanno lì solo per questo, su!), e sempre tanta gioia nel vedere una rappresentazione non pietistica né violenta della disabilità - penso soprattutto a hazel che in questa stagione ha una certa rilevanza, per lo meno in termini di minutaggio e relazione con lə altrə personaggə (a sanremo - e in generale in rai - dovrebbero prendere appunti, mannaggiacristo).
sono stata pienamente soddisfatta, nonostante la "soluzione" al problema principale della serie sia stata un po' frettolosa e raffazzonata (ma succedeva così anche nel libro? non ne ho memoria!) e sono ipermegacuriosa di scoprire - spoiler se non avete visto fino alla finechi c'è adesso dietro la "nuova" lady whistledown, ma anche su quale bridgerton si concentrerà la prossima stagione, visto che l'ordine delle storie è stato ormai completamente stravolto.
sono anche molto contenta di come hanno scelto di portare avanti la storia di agatha danbury, credo una dellə personaggə più amata dell'intera serie, e della sua amicizia con violet bridgerton e con la regina.
in una serie romance, non è affatto scontata la scelta di dare così tanta rilevanza all'amicizia femminile, mostrandola come un sentimento sincero e disinteressato che non unisce semplicemente ragazzine senza nulla di meglio da fare, ma donne adulte che hanno grandi responsabilità (familiari e no) e che comunque trovano il tempo per stare insieme e si danno manforte anche quando sostenersi non è facile e mette in gioco tanto della propria stabilità.
insomma, per me è sono le solite cinque stelline piene


ho anche iniziato a vedere crazy ex-girlfriend, una serie di qualche anno fa, che mi è stata consigliata da un amico e che mi sta divertendo da morire. in pochissime parole: è la perfetta rappresentazione di tutto quello che non si dovrebbe mai fare in qualsiasi tipo di relazione. la storia è quella di un'avvocata di grandissimo successo, rebecca, sull'orlo di una crisi di nervi e di una mega promozione. proprio quando deve decidere se continuare la sua carriera costellata di successi o lasciare che i suoi nervi collassino completamente, incontra per puro caso josh, suo grandissimo amore dei sedici anni, che non ha mai più rivisto e da cui era stata scaricata in modo abbastanza brutale.
contrariamente a ogni buon senso, rebecca si licenzia, molla tutto e si trasferisce da new york a west covina in california, andando a lavorare in uno studio legale che definire "poco prestigioso" sarebbe un eufemismo, solo per stare vicina al suo ex e provare a riconquistarlo, nonostante lui sia felicemente fidanzato da anni con un'altra ragazza. questa è solo la premessa a una storia assurda in cui si riversa tutta la tossicità possibile e tutti gli stereotipi peggiori, e in cui però è impossibile odiare davvero qualcunə.
ogni personaggiə è il risultato di una risposta sbagliata - anche se spesso in buona fede - a una miriade di traumi, e ogni relazione tra lə personaggə è la rappresentazione migliore di come non dovrebbero funzionare i rapporti umani - e di come, in realtà, funzionano fin troppo spesso, raccontato attraverso una prospettiva di ironia feroce e divertentissima.
è tutto tragico e tutto, inevitabilmente, comico. e se già tutto quello che succede non è abbastanza disastroso, ogni episodio offre uno o due momenti di musical surreale che rendono tutto ancora più allucinante.
straconsigliatissima a chiunque riesca a ridere di tutto quello che di solito ci fa piangere. per me è, al momento, l'unica cosa su cui il mio cervello riesce a focalizzarsi a fine giornata.


e infatti ho letto veramente pochissimo. a parte some desperate glory - l'ultima eroina (bello bellissimo), questo mese ho recuperato la strega e la lotteria di sua maestà shirley jackson, due librini con dei mini-racconti velocissimi a volte veramente da pelle d'oca, altre volte meno, ma comunque che volete dire a shirley? tra i migliori ci sono: il dente (da la strega) che racconta un viaggio allucinatissimo di una donna in preda al mal di denti verso uno studio dentistico. ora, so cosa state pensando, ma se mettete insieme antidolorifici + viaggio + shirley jackson il risultato non è affatto scontato. a me ha fatto letteralmente arrivare sull'orlo di una crisi di panico. la lotteria, racconto che dà il titolo all'altra racconta, è un altro esempio magistrale di come si scrive un racconto breve. ed è talmente ben fatto che all'epoca della sua pubblicazione sul new yorker qualcunə lo scambiò per una cronaca reale.
molto angosciante anche lo sposo, che mi ha richiamato la stessa sensazione di essere intrappolata dentro un incubo de il dente.


ultimissimo acquisto/lettura del mese è stato la sovrana lettrice di alan bennett che avevo letto qualche anno fa e che però volevo rileggere, quindi ho approfittato degli sconti adelphi anche per questo. anche questo è un librino breve e veloce, ma divertentissimo - in modo diverso dai due di jackson - che, nomen omen, immagina la regina d'inghilterra (ovviamente quando è stato scritto c'era ancora elisabetta) che scopre la passione per la lettura grazie ai suoi corgi, a un garzone di cucina e a una biblioteca ambulante. e più si immerge nei suoi libri, più cambia il suo rapporto con il ruolo che è chiamata a recitare e, ancor di più, con il resto dell'umanità.
penso che questo sia praticamente un classico tra i libri-che-parlano-di-libri o meglio, di-gente-a-cui-piacciono-i-libri, quindi se non l'avete mai letto recuperatelo (anche se sono finiti gli sconti, tanto lo trovate dappertutto).


bonus: coniglietto incontrato per caso.

giovedì 26 febbraio 2026

some desperate glory ~ l'ultima eroina

finché abbiamo vita, il nemico dovrà temerci.

aspettavo di leggere some desperate glory (tradotto miseramente come l'ultima eroina) di emily tesh praticamente da quando è stato annunciato come il vincitore del premio hugo nel 2024, complice anche il fatto che l'avevo visto girellare nella mia bolla accompagnato da commenti entusiasti.
non è un romanzo perfetto, anzi, ci sono alcune cose parecchio ingenue, ma i punti di forza del mondo che tesh ha creato e soprattutto dellə suə personaggə riescono ad alzare la media così tanto da mettere in ombra tutto quello che poteva essere migliorabile.

il racconto si apre su gaea, l'ultimo avamposto di resistenza umana al majoda, un sasso inospitale sperduto nello spazio, trasformato in colonia. la terra è stata distrutta dai majo e lə pochə superstitə hanno avuto due scelte: collaborare con chi ha sterminato la loro specie o progettare la vendetta. in questi pochi decenni di esistenza, gaea ha sviluppato una cultura totalmente militarista ed estremamente gerarchizzata fondata sull'odio verso i majo, sull'onore e la disciplina. l'unica ambizione possibile, per chi vive qui, è diventare un soldatə capace di ripagare il nemico per l'assassinio del suo pianeta madre. chiunque non sia abbastanza forte, agile, veloce e resistente, può lavorare per il mantenimento delle strutture che reggono in piedi la colonia o, se donna, può partorire futurə soldatə.

kyr è nata qui ed è nata per essere un soldato, una perfetta macchina di morte addestrata fino al midollo per vendicare la sua intera specie. il suo corpo è frutto di incroci che - dopo la perdita delle conoscenze umane in materia di bioingegneria - servono a garantire umani grandi, forti, veloci e resistenti. e obbedienti. ha appena diciassette anni, ma su gaea è grande abbastanza da sapere che sta per ricevere la sua assegnazione, che il suo destino sta per compiersi, che tutta la sua vita fatta di sacrifici e allenamenti avrà finalmente un significato, sicura che sarà mandata nei reparti di combattimento.
ma quando l'illusione crolla e scopre che tutto quello in cui ha sempre creduto l'ha tradita, kyr fa quello che mai avrebbe immaginato.

da questo momento la trama prende un risvolto totalmente inaspettato. la rigida semplicità di gaea, la storia della sua recente fondazione e il suo funzionamento vengono scandagliati, dispiegati e svelati man mano che la vicenda va avanti in modi imprevedibili. e, contemporaneamente, cambia anche kyr.
fin da subito è una personaggia indubbiamente affascinante, anche quando, soprattutto all'inizio, non riusciamo a condividerne le idee. tesh riesce a farci entrare pienamente nel sistema di valori di kyr, nel suo modo di pensare e di vivere, ce la mostra come una persona reale e complessa, capace di mettere in discussione la sua intera esistenza e di compiere scelte radicali.

nel corso della storia, kyr sviluppa un mondo interiore e una morale basandosi esclusivamente sulla sua esperienza e sulla sua capacità di osservazione, che si affina sempre di più. kyr impara ad ascoltarsi, a provare dei sentimenti e a riconoscerli per quello che sono, si libera dei dogmi di gaea e dalle convinzioni che ha incorporato e si dà una nuova forma.

dietro gli universi di some desperate glory, dietro la loro storia e le loro tecnologie, emily tesh racconta un'umanità futura ancora strettamente dipendente da una cultura fortemente gerarchica, patriarcale, machista, razzista e misogina e il messaggio sotteso è chiaro: non può esistere un'ideologia militarista e patriottica (e quindi, diciamolo brutalmente, di destra) che non sia profondamente oppressiva e discriminatoria perché l'una è necessariamente il rovescio dell'altra. tesh racconta un fascismo interpretato in chiave pangalattica che, nonostante l'allargamento fisico e culturale dell'orizzonte in cui si muove, continua a riproporre i leitmotiv che ben conosciamo e che poco hanno, purtroppo, di immaginifico.

ma tesh va oltre e, a un certo punto, facendoci riflettere sull'essenza stessa della saggezza, delle sue decisioni e dei motivi stessi che hanno spinto il majoda a crearla, si interroga sulla natura del potere, di chi lo detiene e di come lo utilizza. la saggezza mira a creare una realtà che è la migliore di quelle possibili - altro concetto che non possiamo che avere ben chiaro, soprattutto nelle sue contraddizioni - ma che inevitabilmente porta al paradosso che qualsiasi migliore-dei-mondi-possibili comporta ingiustizia, violenza e sopraffazione per una parte della realtà. e quindi?

la conclusione c'è, tanto nella storia quanto, auspicabilmente, in chi legge. some desperate glory è un viaggio che si muove, prima ancora che nello spazio, nelle possibilità che ci dà la capacità di comprendere le strutture che abitiamo.

domenica 15 febbraio 2026

otaku vampire's love bite 1

chi mai potrebbe non essere contento quando è circondato dalle cose che ama?



ho preso il primo volume di otaku vampire's love bite perché ricordo che, ai tempi, mi era piaciuto molto kamisama kiss (di cui non ricordo quasi nulla se non, appunto, che era stata una lettura piacevole e leggera).
questa nuova opera di julietta suzuki è una simpatica cazzata che mi ha messa di buon umore, un po' come fa ogni volta kaiju girl caramelise. certo, non è poi così rincuorante pensare di aver bisogno di cose scemocarine per trovare un momento di serenità mentale, soprattutto dopo aver creduto per anni e anni che la letteratura doveva servire a scuotere e far pensare. cosa direbbe la me adolescente della me quasi-quarantenne? probabilmente sarebbe depressa e sconfortata ma, ehi, è così un po' per tuttə quellə della mia generazione, credo. non che consoli, ma almeno non devo accollarmene la totalità della colpa.

hina alucard, la protagonista, è - facile da intuire - una vampira che, dopo decenni di noia, ha iniziato ad appassionarsi alla cultura pop giapponese e, in particolare, a un anime dal titolo vampire cross. cioè, più che "in particolare" direi "esclusivamente": hina è letteralmente ossessionata da vampire cross e da mao, uno dei personaggi secondari della serie (che, oltretutto, è un cacciatore di vampiri!), al punto da convincere il suo apprensivo padre a lasciarla andare a vivere in giappone per poter vivere una piena e totalizzante vita da otaku. passa le sue giornate a guardare e riguardare gli episodi, a parlarne online con altrə appassionatə e a collezionare gadget. sicuramente non il più sano degli hobby ma per hina diventa il primo spiraglio di realtà oltre la sua camera e la sua vita solitaria. fino a ora, infatti, non ha mai avuto interazioni di alcun tipo, nemmeno con gli esseri umani. in quanto vampira, avrebbe dovuto azzannarne qualcunə o anche scegliere un partner umano da cui succhiare sangue, ma hina si è sempre rifiutata di atteggiarsi in modo così barbaro e ha sempre preferito bere il sangue dalle sacche sterili usate per le trasfusioni.

arrivata in giappone, alla gioia data dalla possibilità di nerdeggiare liberamente - ovviamente, essere una vampira e avere un padre vampiro ha dei notevoli vantaggi economici - si aggiunge la strana amicizia che nasce con kyuta amanatsu, il suo vicino di casa che non solo è identico a mao, ma ha anche un "profumino delizioso", che attira hina ma anche lə altrə vampirə.
tra hina e amanatsu si crea un rapporto strano a metà strada tra l'amicizia e il reciproco supporto di cui sono amanatsu sembra essere pienamente consapevole: hina può proteggerlo dallə vampirə mentre lui, in qualche modo, la protegge dalla sua stessa spaventosa ingenuità.

il tono di questo primo volume è leggero e spesso comico - in modo molto scemo - anche se il tema principale, quello della solitudine che non si è scelta ma che ci si ritrova a sperimentare,  e che ci spinge a vivere in mondi fittizi e immaginari dove trovare conforto, è abbastanza pesante e triste.
la cosa migliore, forse, di questo inizio è che funziona bene come introduzione alla storia ma non si limita a questo, siamo già pienamente dentro lo svolgersi degli eventi e iniziamo a capire la direzione che prenderà l'evoluzione dellə personaggə e il rapporto tra loro.

un primo volume carino, che funziona, diverte e, sotto la parte più caciarona, un po' commuove.
julietta suzuki me l'ha fatta di nuovo!

sabato 7 febbraio 2026

gomìtolo 3 ~ gennaio 2026


che fine ha fatto tutto l'entusiasmo che avevo a dicembre? gennaio dovrebbe essere il mese della ripartenza, per me invece sono stati giorni di mosceria e metereopatia, di arrancamento mentale, di sopravvivenza a risparmio energetico.

ho letto tantissimo ma non sono riuscita a scrivere nulla, e non perché le letture siano state poco interessanti. ho evitato di forzarmi a fare qualcosa che non mi andava - anche perché, in realtà, mi sono forzata a fare qualsiasi cosa, avrei solo voluto farmi la tana e aspettare l'arrivo della primavera - ma mi sono promessa di usare questo spazio per non perdere del tutto traccia delle ultime cose che.

in realtà la mia testa non fa che vagare, piena di disgusto per tutto quello che mi arriva ogni giorno dai social. le notizie di questi ultimi giorni raggiungono un livello di orrore tale che sfido qualsiasi regista o scrittorə di horror a pensare a qualcosa che possa quantomeno eguagliarle.
e sui social la nostra esistenza, con tutte le sue piccolezze, va avanti in tutto questo: bombardamenti e accuse di violenze inenarrabili rivolte alle persone più schifosamente potenti del pianeta in mezzo a video di gattini, ai nostri selfie, ai libri che leggiamo.
è vero che cedere spazio non è mai una reazione costruttiva, ma credo che quello spazio dovremmo occuparlo con consapevolezza, e che però non sempre ci riusciamo.
l'idea di usare sempre meno i social (se non per la ricondivisione di notizie), di cui ho già parlato in questa specie di rubrica, continua a essere fondamentale per me, ed è per questo che voglio usare il più possibile il blog per parlare delle cose che mi piacciono e che voglio condividere (sono ripetitiva? beh sì. scusatemi.) anche quando la mia testa è così incasinata e il mio morale così a terra.

e dunque, ecco qui - in ritardo - un po' di cose-di-gennaio.


innanzitutto vi invito a recuperare la recensione dell'ultimo libro di zerocalcarenel nido di serpenti, che ho pubblicato sul blog audace e che parla della vicenda - per cui dovrebbe esserci uno scandalo enorme che invece non c'è, di maja t., che proprio in questi giorni è statə condannatə a otto anni di carcere con l'accusa di aver pestato dei neonazisti (quel tipo di cose per cui dovrebbero darti una medaglia, e invece). sul manifesto trovate una bella intervista a maja t., leggetela!


prima di tornare a bologna ho anche letto la casa disabitata di charlotte riddell, preso anni fa durante non ricordo più quale festival. tralasciamo la trama, che non ha elementi particolarmente sorprendenti, anzi: la vicenda ruota intorno a una casa che si vuole infestata e a un mistero che viene indagato dal protagonista/narratore, il classico giovanotto un po' spiantato ma ricco di buoni sentimenti e di caparbietà, soprattutto perché in gioco potrebbe esserci la mano di una bellissima - timida, pudica, leggiadra, amabile, eccetera - ereditiera.
la cosa che più ho amato di questo libro è che mi ha ricordato che questa cosa dello show-don't-tell è una moda tremendamente recente e che, come tutte le mode - sperando nella bontà della sorte - passerà e noi potremo finalmente goderci ancora dei libri scritti da chi sa scrivere e non soltanto fare telecronache da stadio (ogni riferimento all'odio profondo provato per il re strega - iniziato e abbandonato, come merita qualsiasi storia sì accattivante ma completamente priva di contesto e di strumenti che permettano al lettore di capire cosa straminchia stia succedendo - è assolutamente volontario e carico di risentimento).


ho anche finalmente letto doris lessing, autrice che volevo leggere da tantissimo tempo ma - mi succede con tuttə lə scrittorə che hanno pubblicato valanghe di cose - non sapevo da dove iniziare.
il quinto figlio non è stato propriamente scelto, me lo sono ritrovato qualche mese fa in una di quelle promo due libri XX€ e l'ho preso (insieme a un amico a cui ho suggerito un libro di saramago, che ha apprezzato molto).
è stata una lettura abbastanza angosciante e quindi apprezzatissima (non so perché per ora più un libro mi angoscia e più mi piace, forse dovrei tornare dalla psicologa), che ho divorato in un solo giorno.
la storia è quella di una famiglia tradizionale che-più-tradizionale-non-si-può, una coppietta che non vede l'ora di riprodursi e sfornare una squadra di mocciosi. e in effetti, le prime quattro volte va tutto a meraviglia - nonostante un fastidio che si fa sempre più malcelato da parte dellə nonnə, costretti a dare sostegno tanto economico quanto pratico a figliə e nipotə - e le creature che nascono sono bambinə perfettə, roseə, paffutə, con gli occhioni pieni di gioia, amore e speranza.
ma giuntə alla quinta gravidanza, l'idillio si spezza. e da quel momento in poi, il piccolo paradiso che avevano sognato e iniziato a costruire, si sgretola irrimediabilmente.
l'aspetto migliore del romanzo è, secondo me, la mancanza di risposte chiare e idee più o meno preconfezionate. entriamo molto nella mente di una madre che, prima, sogna una valanga di bambinə e che descrive la gravidanza e la maternità come la migliore delle esperienze possibili. la stessa madre sarà capace di pensieri orribili - non letteralmente orribili, in realtà, ma molto lontani dagli stereotipi che abbiamo introiettato circa le donne e il rapporto con lə figliə - e il quinto figlio, visto attraverso i suoi occhi, appare come un mostro inquietante.
in questo romanzo tutto sommato anche abbastanza breve, lessing distrugge i preconcetti sulla maternità, tanto dal lato di chi la reputa un'esperienza imprescindibile per le donne, tanto per chi la rifiuta. la distanza tra la perfetta famiglia dei sogni e la tragedia di una progenie indesiderabile è poco più che un soffio, uno scherzo del caso, una possibilità incontrollabile e del tutto indipendente da speranze, sogni e ambizioni.


altro recuperone, di tutt'altro genere, è stato il cuore di thomas (sempre sia lodato vinted), una delle opere più note di moto hagio, mangaka il cui lavoro - insieme alle altre del gruppo '24 - è stato fondamentale per la definizione del canone shoujo come lo conosciamo adesso, e per tutto lo straordinario percorso di esplorazione dei generi che ha caratterizzato l'ultimo mezzo secolo del fumetto per ragazze.
insomma, una lettura che per me era dettata soprattutto dalla voglia di conoscere qualcosa di storico, di fondante del genere stesso, più che per un vero e proprio interesse per l'opera in sé - che, spoilerone, non mi ha entusiasmata più di tanto.
al netto della mia scarsa fascinazione per il melodrammatico, va riconosciuto il ruolo di opere così apertamente sentimentali - nel senso di indagine realistica e senza filtri dei sentimenti umani, anche di quelli più oscuri e meno accettati da società rigide soprattutto se insiti nelle giovani donne, creature da tenere il più possibile sotto controllo e dentro determinati schemi.
se lo guardo da questo punto di vista, più razionale e indirizzato verso la comprensione dello shoujo come movimento culturale fondamentale per la formazione delle ragazze giapponesi prima e di quelle di mezzo mondo poi, allora posso capire perfettamente lo straordinario valore di opere come questa.
il motivo per cui a me non batte il cuore leggendo storie così, è che sono ormai una vecchia bacucca. e non ci possiamo fare nulla, purtroppo per me.


molto meno significativo da un punto di vista oggettivo, ma più easy nei toni - e che quindi mi è piaciuto di più - è stato your letter di hyeon a cho. avevo un pregiudizio enorme su questo manwha che non so nemmeno spiegarmi, una sorta di antipatia a pelle che me l'ha fatto tenere su uno scaffale per più di un anno ma che alla fine mi ha sorpreso.
mentre il filo della storia è retto da una sorta di caccia al tesoro, il tema di fondo è quello del bullismo e della possibilità di creare rapporti profondi e sinceri solo nel momento in cui si abbassano le difese e ci si mostra con sincerità e senza paura.
sicuramente pensato per un pubblico giovane, è stato apprezzato anche dalla vecchia bacucca di cui sopra, quindi recuperatelo - e magari, se conoscete lettorə in piena crisi adolescenziale, regalatelo.

foto pigra (mi devo arrampicare per recuperare i volumi in alto) ~
ma volevo anche immortalare il mio pothos resuscitato e il mio quadretto

ammetto che ho snobbato per un bel po' di tempo ping pong di taiyo matsumoto perché gli spokon mi annoiano come poche altre cose al mondo (tipo lo sport). ma è taiyo matsumoto e quindi ho approfittato del fatto che un mio amico non sapeva cosa regalarmi per il claccaday e l'ho dirottato su questo.
ok, sono stata scema perché è davvero - ma davvero! - un capolavoro. scusa se ho dubitato di te, matsumoto sensei!
i due protagonisti - smile e peko - sono appassionati amici fin dai tempi dell'infanzia ed entrambi sono appassionati di ping pong. anzi, è proprio il ping pong a far nascere il loro legame e a consolidarlo nel corso degli anni, facendoli diventare due giovani promesse di questo sport e portandoli all'inevitabile scontro finale.
tra allenamenti e gare, smile e peko incarnano nei due modi diametralmente opposti tutti gli elementi tipici degli spokon: il rapporto con il proprio talento innato, la perseveranza negli allenamenti, l'ambizione, lo spirito di competitività, la crescita personale, eccetera. ma quello che rende ping pong un titolo straordinario nell'immenso panorama delle storie sportive è lo stile grafico di matsumoto, che raggiunge vette altissime. regia, composizione delle tavole, padronanza del segno, tutto si armonizza alla perfezione e riesce a restituire la tensione e la velocità degli incontri.
semplicemente meraviglioso


tornando a moto hagio, ho recuperato marginal (grazie anonimo amico che me l'hai trovato su vinted) che ho apprezzato molto di più rispetto a il cuore di thomas. marginal è uno sci-fi le cui atmosfere mi hanno ricordato moltissimo la principessa splendente per le tematiche legate al controllo bioingegneristico dei corpi, anche se la trama è completamente differente. siamo sulla terra, in un futuro non lontanissimo e post-apocalittico in cui sopravvive una popolazione quasi esclusivamente maschile e un'unica donna-madre venerata quasi come una divinità. ovviamente, ci sono forse esterne alla piccola comunità in cui si svolge la storia, e il mistero che le avvolge scatena i fatti da cui poi prende avvio la trama, che è troppo lunga e complessa per poterla riassumere qui, ma volevo segnarmi un'osservazione secondo me interessante, e cioè che marginal prova - forse senza averne l'intenzione - la natura squisitamente culturale del patriarcato, totalmente scevra da qualsiasi fondamento biologico: in questa società di soli uomini, infatti, le dinamiche di squilibrio dei poteri tipiche delle culture misogine si ripropongono a discapito dei ragazzi più giovani.
lo so che è assurdo dover ribadire nel 2026 che non c'è alcuna differenza di valore tra maschi e femmine legata a una qualche idiozia parascientifica, ma le ultime notizie che arrivano da questo ridicolo paese ci dicono che non è così. e dunque, grazia hagio sensei per averlo spiegato così bene.


non sono stata al bologna nerd ma ho approfittato del fatto che ci andasse la mia coinquilina per recuperare velocissimamente olympia, ultima autoproduzione di giulio macaione.
fun fact: la mia tesi di triennale in accademia era proprio dedicata all'olympia di manet. ma sono aneddoti che non importano a nessunə, quindi parliamo di questo fumettino qui che è molto più interessante. macaione riprende alcune tematiche del discorso intorno all'opera di manet - l'assertività dell'espressione del viso di victorine meurent, il suo doppio ruolo di artista-soggetto e modella-oggetto, il soggetto non metaforico né didascalico dell'opera, eccetera - e ci costruisce intorno una storia che viaggia sui due binari della realtà e dell'immaginazione e che si gioca tutta nella distanza carica di tensione erotica tra un pittore, che vuole reinterpretare l'olympia, e un modello che non conosce l'opera originale. il dialogo tra loro riprende la tensione tra soggetto rappresentante e soggetto rappresentato, tra l'intento espressivo di chi è osservato e l'interpretazione di quella stessa espressione da parte di chi osserva, un incontro-scontro che si sublima in un sogno erotico a occhi aperti forse condiviso, capace di scardinare gli equilibri di potere inizialmente stabiliti.
poche pagine ma estremamente affascinanti sia per la bravura di affrontare in modo chiaro, sintetico e lucido quello che in un libro di critica d'arte avrebbe richiesto pagine e pagine di sbrodolamenti, sia per l'eleganza delle scene più esplicite, ottime da schiaffare sotto gli occhi di chi, ancora, finge di ignorare la differenza tra erotismo e pornografia.


ho recuperato su vinted i quattro volumini di clover delle clamp, che avevo letto non so più quanti anni fa (probabilmente una ventina) e... non ricordavo affatto che fosse così bello e sperimentale! ovviamente, è una di quelle cose belle che clamp fanno e non finiscono. per la precisione, clover pare essere stato abbandonato proprio a livello embrionale, privo non soltanto di una conclusione ma anche di un vero e proprio sviluppo. almeno, da un punto di vista canonico. facendoci del male (perché, se la mia teoria è accettabile, allora il finale è tristissimo e disperato), possiamo anche considerarla come un'opera completa ma con una struttura molto particolare: il primo volume conclude una storia iniziata prima, che viene riproposta come una sequenza di flashback via via sempre più lontani nel tempo nel corso degli altri capitoli. un'espansione della trama non tanto verticale - dall'inizio alla fine, insomma - ma orizzontale, una dilatazione del tempo-racconto che si focalizza più sullə personaggə che sulla vicenda.
accettando il fatto che non sapremo mai se la trama originale prevedeva altro, possiamo goderci tutto il resto, ovvero una costruzione dello spazio estremamente minimalista e surreale, con lə personaggə che si spostano spesso in enormi campiture bianche, costumi e oggetti il cui design è un interessantissima commistione di steam punk e puro decorativismo, con quei riferimenti alla natura piegati alla necessità ornamentale che fa un po' liberty, e una scansione delle tavole che rende clover vicino a qualcosa che potrebbe essere più una poesia - o una canzone - a fumetti più che una vera e propria narrazione.
a distanza di così tanti anni - e dopo aver accettato l'idea che le clamp non sono mai sinonimo di sicurezza per noi lettorə - posso dire che secondo me si meriterebbe una bella ripubblicazione, a beneficio di chi, ai tempi, se l'era perso (altrimenti, cercate su vinted che si trova abbastanza facilmente).


da dicembre sto seguendo il bellissimo corso di letteratura umoristica della mia amica valentina presti danisi che mi sta aprendo un mondo - e mi sta facendo aggiungere libri su libri alla wishlist e agli scaffali. tra questi, ho letto il cornetto acustico di leonora carrington che vince a pieno titolo il primo premio per il libro più assurdo-et-geniale dell'anno anche se siamo solo a febbraio.
è un po' difficile parlare di questo libro perché nella sua geniale assurdità è totalmente spiazzante: si inizia con una vecchietta quasi centenaria con grossissimi problemi di udito, un paio di gatti, una gallina e un cornetto acustico ricevuto in dono dalla sua strampalata amica, e si finisce - letteralmente - alla fine del mondo, passando per suore dedite a rituali pagani, cavalieri alla ricerca del santo graal, divinità mai dimenticate, e dolcetti avvelenati (non sono spoiler, questi pochi elementi non dicono molto nel modo meraviglioso in cui si incastrano tra loro). a tutto questo si aggiunge uno stile brillante e alcune frasi che meriterebbero di diventare dei poster.
insomma, se non lo conoscete leggetelo (e seguite valentina e i suoi corsi perché meritano tanto!)


e poi ovviamente ho visto la prima parte della nuova stagione di bridgerton e la scena in cui la regina chiede a penelope di raccontarle gli ultimi pettegolezzi in stile lady whistledown, battendo le mani e lanciando urletti isterici, riassume perfettamente le mie reazioni a questi primi episodi, strapieni di cliché. l'avevo scritto tempo fa, bridgerton ha un posticino speciale nel mio cuore sia perché i romanzi mi sono stati di conforto in un periodo di stress tremendo - e leggere quelle storie così perfette e zuccherose era l'unico momento in cui potevo rilassarmi un po' - sia perché è forse la serie in cui ho visto le migliori rappresentazioni di corpi disabili e in generale non conformi di cui abbia memoria. bridgerton è un'utopia al quadrato non soltanto perché ci sono uomini (bellissimi) scritti da donne, con tutti i benefici che questo comporta, ma anche perché persone bipoc/queer/disabili e altre identità convivono in una società non marginalizzante, giudicante ed escludente (almeno su questi parametri). ovvio che resta la questione di classe - si parla dell'alta società e si fa una grandissima distinzione tra chi appartiene alla nobiltà e chi no, e anzi questa stagione ragiona quasi esclusivamente su questo - e un intrinseco maschilismo su cui si fonda tutta la questione del mercato matrimoniale, ma vedere personaggə non conformi rappresentatə da attorə non conformi mi rincuora moltissimo.
il lavoro di adattamento che è stato fatto in questo senso partendo dai libri - che sono molto più banali nel senso di chi viene rappresentato e come - è la dimostrazione che no, non sempre la coerenza con l'opera originale paga e che, anzi, un buon adattamento è quello capace di aggiungere valore a opere originali che altrimenti rimarrebbero prodotti poco o nulla rilevanti.


foto bonus: ragazza che legge, pablo picasso 1938. una delle poche foto fatte alla mostra impressionismo e oltre, al museo dell'ara pacis di roma lo scorso weekend.
un po' per giustificare il ritardo di questo post, un po', soprattutto, perché qui ci stava proprio bene.

martedì 3 febbraio 2026

house of frank

« ti ricordi cosa mi hai promesso, sai? »

ho appena finito di leggere house of frank, romanzo d'esordio di kay synclaire appena uscito per mondadori, e ho sentito la necessità di scriverne immediatamente, soprattutto in questo periodo in cui scrivere qualcosa mi riesce così difficile (il gomitolo di gennaio arriva. non so quando ma arriva).

togliamoci subito il dente: un po' di editing in più non avrebbe per nulla fatto male, ci sono troppe ingenuità, troppe ripetizioni, troppe artificiosità nellə personaggiə che potevano essere migliorate.
ma, nell'insieme, è un libro davvero carino, e per "carino" intendo che da un po' quel tipo di sensazione che si prova quando ci si avvoltola in un plaid caldo e colorato, magari con un gatto accanto, e si sta a chiacchierare con un amicə fino a togliersi ogni peso e brutto pensiero da dentro.
è un libro-coccola - e, in quanto libro-coccola, gli si possono perdonare un po' di difetti - e forse, visto il tema, non potrebbe essere nient'altro che un libro-coccola.

la storia di house of frank rientra in quel filone (che a me piace moltissimo) della famiglia-per-scelta o, e forse è un po' più calzante, famiglia d'adozione.
la protagonista, saika, in effetti non ha scelto la strampalata compagnia che vive a casa di frank come sua famiglia, non all'inizio, almeno.
è arrivata alla casa con un peso enorme sul cuore e il barattolo con le ceneri di sua sorella fiona in valigia. l'ultimo desiderio di fiona era quello di poter diventare una cosa bella dopo la sua morte e qui, a casa di frank, è possibile farlo.
accanto alla casa, sorge ash garden, un bellissimo arboreto: qui le ceneri dei defunti vengono piantumate e si trasformano in querce, pioppi, faggi, pini eccetera. diventano cose belle. e vive.

ma saika è in qualche modo terrorizzata all'idea di separarsi da ciò che rimane di fiona. dal giorno della sua morte, continua a parlare con lei, a tenerla nel suo cuore come una parte di sé stessa. divide ogni momento della sua quotidianità di sua sorella e, nonostante abbia accettato di esaudire il suo desiderio, l'idea di mettere un punto, fermo e definitivo, a questa parentesi della sua vita la spaventa al punto tale da bloccarla. capito il suo stato d'animo, frank le chiede di rimanere fino a quando non si sentirà pronta ad affidare le ceneri di fiona alla terra. ed è da questo momento che la vita di saika, finalmente, cambia.
dopo anni di fuga da sé stessa e dalla sua famiglia, saika trova una casa in cui può provare a cercare il suo posto. non è semplice e non è immediato, ma poco per volta inizia a intessere legami con lə altrə abitanti della casa e a svelare a noi lettorə il suo grande, terribile segreto.

house of frank è - come direbbero quellə bravə - un fantasy low key, pieno di personaggə fantasticə - saika è una strega, frank un'enorme bestia antropomorfa, ma ci sono anche fate, fantasmi, streghe-gargoyle (ecco, credo di avere una cotta per una certa strega viola con le zanne ricoperta di tatuaggi) - e di magia, ma soprattutto è un racconto che parla dei tanti possibili modi di vivere il lutto e la mancanza.
tuttə nella casa hanno vissuto momenti di perdita e di inconsolabile dolore e ognunə di loro ha reagito a modo suo. la casa e l'arboreto hanno funzionato come un centro gravitazionale, lə hanno spintə a creare legami e a cercare sostegno in una quotidianità piena anche se imperfetta in cui ciascunə mette a disposizione talenti e impegno a beneficio di tuttə.

quando saika si rende conto che quel piccolo, caotico mondo costruito sulla scelta di restare vicinə è in terribile pericolo, riesce finalmente a uscire dal suo loop di dolore, dai suoi pensieri ossessivi, dalla colpevolizzazione e dalla paura. tutto quello che ha vissuto fino a quel momento, anche ciò che più le ha fatto male, sembra acquistare un senso. il dolore per fiona, la paura, le scelte sbagliate e poi rivendicate, tutto quello che ha fatto e sopportato fino a quel momento, ogni cosa si allinea alle altre come stelle che rivelano, tutto a un tratto, una figura, un nuovo significato.

dopo aver passato anni a svalutarsi e a colpevolizzarsi, saika capisce che può aiutare, che lo scopo della sua esistenza non è finito. ed è così che impara di nuovo a guardare al futuro e ad amare.

(forse è un po' sdolcinato? beh... sì. moltissimo. ma, non so voi, io ne avevo bisogno)