mercoledì 10 aprile 2024

cadavere squisito

mezzena. storditore. linea di macellazione. lavaggio a spruzzo. quelle parole gli si affacciano alla mente e lo colpiscono. lo annientano. ma non sono soltanto parole. sono il sangue, l'odore acre, l'automatizzazione, l'assenza di pensiero. irrompono nella notte, prendendolo alla sprovvista. si sveglia col corpo bagnato da un velo di sudore perché sa che lo aspetta un altro giorno in cui dovrà macellare umani.
copertina di "cadavere squisito" di agustina bazterrica, eris edizioni. la stessa figura - una chimera col corpo di donna e parti di animali macellati - si ripete in bianco e nero su un fondo rosa chiaro

è vero che siamo solo ad aprile ma probabilmente cadavere squisito di agustina bazterrica è e sarà il libro dell'anno.
la storia ruota attorno a marcos, un uomo che lavora nel mercato della carne. odia il suo lavoro ma ha bisogno di quei soldi per mantenere il padre in una costosa casa di cura. suo padre, a un certo punto, è impazzito. è successo dopo la transizione.
nel futuro in cui vive marcos un virus ha colpito gli animali, tutti gli animali: quelli da compagnia, quelli da allevamento, quelli selvatici. nessuna cura e nessun vaccino hanno dato risultati e la malattia è stata dichiarata letale anche per gli esseri umani. il panico e l'isteria si diffondono a livello globale e i governi, per ripristinare un qualche tipo di ordine, hanno deciso l'abbattimento di ogni animale non umano.
svuotati gli allevamenti, si è dovuto decidere come rimettere in moto il mercato della carne. mentre poverə, immigratə e marginalizzatə di ogni tipo iniziavano a sparire, i governi, pressati da uno dei settori industriali più potenti - quello carne - hanno deciso di legalizzare l'allevamento, la macellazione e il commercio di carne umana. anzi, di carne speciale.
eccola, la transizione. un processo velocissimo, crudele, aberrante che ha stravolto l'esistenza intera sulla terra. un processo che, molto probabilmente, è stato studiato e voluto per risolvere il problema della sovrappopolazione e dell'immigrazione, sebbene nessunə ne parli apertamente in questi termini.
un processo che ha fatto impazzire migliaia, centinaia di migliaia di persone, tra cui il padre di marcos. un processo a cui tuttə lə altrə si sono arresə, più o meno controvoglia.

la transizione prima e tutta la realtà che gira intorno al mercato della carne poi, sono state rese possibili grazie a un uso sapiente e costruito delle parole:
ci sono parole opportune, igieniche. legali.
lo ripeto sempre, in mille occasioni e contesti differenti: le parole non sono soltanto uno dei modi che abbiamo per descrivere e raccontare la realtà, sono, in primo luogo, gli strumenti principali che usiamo per creare la realtà.
da sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, le parole, il nome che diamo allə altrə, ci ha consentito di mettere una distanza tra noi e loro. le parole, se usate bene, deumanizzano e reificano l'altrə. privatə della sua realtà e dignità di nostrə parə, l'altrə da noi diventa nostrə subalternə, diventa cosa. una cosa che abbiamo il potere, l'opportunità e addirittura il diritto di usare e distruggere a nostro piacimento.
guerre, assassinii e genocidi sono possibili solo se aumentiamo la distanza e la differenza con l'altrə. storia e cronaca ce lo insegnano bene.
persino il cannibalismo diventa legale ed eticamente accettabile se togliamo a un corpo lo status di essere vivente e lo trasformiamo in un prodotto.
i prodotti possono essere venduti, acquistati e consumati. basta solo chiamarli nel modo corretto, quello legalmente ed eticamente accettato.

agustina bazterrica insiste moltissimo sull'importanza del linguaggio, delle parole e dei nomi. la carne speciale - non carne umana - non ha nome e cognome, non ha identità e per questo è commestibile. i capi di allevamento non hanno voce, non possono parlare né gridare. la loro crescita - che avviene in allevamento, in un contesto separato da ogni altra struttura sociale e comunitaria - è velocizzata per massimizzare i profitti, il che vuol dire che non riescono ad apprendere nulla se non la paura, un terrore inoculato di generazione in generazione che non può essere espresso, sia per la mancanza fisica - ai capi d'allevamento vengono asportate le corde vocali - sia per quella culturale: i capi d'allevamento non hanno un linguaggio, non possono sviluppare una consapevolezza piena della realtà che, in qualche modo, abitano.

l'uso che facciamo del linguaggio è parte del sistema in cui viviamo, lo influenza e ne è influenzato in un circuito continuo in cui è impossibile individuare un punto di inizio e uno di fine.
marcos, per tutta la durata del romanzo, è disgustato dal suo lavoro, dal modo in cui l'allevamento di esseri umani ha sostituito quello degli altri animali, è disgustato da tuttə quellə che, in un modo o nell'altro, ne sono coinvoltə, uomini e donne che non nascondono una certa vena sadica e soddisfatta nel modo in cui affrontano i loro compiti (e, se vi è mai capitato di leggere report e articoli sullo stato degli allevamenti, saprete che purtroppo non è una situazione così lontana dalla realtà).
eppure, quello che traspare dai pensieri e dagli atteggiamenti di marcos è ben lontano da un qualsiasi tipo di umanitarismo. il disgusto non nasce dall'orrore per il modo in cui i capi d'allevamento vengono trattati e uccisi, non prova alcun tipo di empatia per quelle creature che sono in tutto e per tutto uguali a lui.
può sembrare paradossale che l'evento che lo scuote emotivamente di più è l'incontro con dei cuccioli di cane, ma in realtà non lo è, anzi. l'episodio ricalca perfettamente il tipo di meccanismo che mettiamo in atto - più o meno consapevolmente - quando trattiamo in modo differente animali di specie diverse: ci sciogliamo d'amore davanti a cagnolini o gattini e dieci minuti dopo non abbiamo - non avete - problemi a mangiare la carne di un vitello di poche settimane. nel futuro di marcos, così come nel nostro presente, abbiamo eletto alcune specie ad animali da compagnia, che trattiamo come nostri pari o quasi, ma a cui comunque riconosciamo una certa dignità e certi diritti, e abbiamo relegato altre al concetto di prodotto e merce, negando loro la nostra empatia, privandoli di sentimenti, emozioni, paure e gioie.

quello che succede nell'episodio dei cagnolini mi ha turbata profondamente, è stato il primo momento in cui ho dovuto posare il libro e provare a distrarmi perché mi stavo sentendo fisicamente male. eppure avevo già letto scene ben più aberranti e orribili, avevo già seguito l'intero processo di macellazione di uno dei tanti capi di allevamento umani. perché i cagnolini mi avevano fatto stare così male e le scene precedenti mi avevano procurato solo fastidio?
è qui, secondo me, che sta il genio di bazterrica, è qui che questo romanzo svela effettivamente tutta la sua potenza. bazterrica riprende le dinamiche speciste proprie del nostro sistema culturale ed economico e le distorce appena. gli esseri umani degli allevamenti sono creature con cui non siamo in grado di comunicare, di interagire, di instaurare dei legami - nella finzione narrativa così come da lettorə. è per via di questa incomunicabilità, di questa mancanza di un sentire comune - che, invece, non esiste con i cagnolini, che siamo abituatə a vivere costantemente nella nostra realtà e a trattare come bambinə, e che sperimenta anche marcos insieme a noi nel romanzo - che proviamo soltanto disgusto e fastidio, esattamente come faremmo, magari, se avessimo letto la descrizione di un qualsiasi processo di lavorazione in un qualsiasi macello reale.

in un'intervista rilasciata a the guardian, bazterrica dice:
questo romanzo è una riflessione su cosa sia il capitalismo e come ci insegna a naturalizzare la crudeltà. il capitalismo è un sistema in cui tutti nasciamo, lo abbiamo dentro di noi e il patriarcato fa parte di quel sistema. ho provato a lavorare con l'idea che ci mangiamo a vicenda in modo simbolico. [...] capitalismo e cannibalismo sono quasi la stessa cosa, sai?
proprio come accade a marcos nel romanzo, anche noi siamo dentro un sistema che, per quanto possa farci orrore, è quello in cui siamo natə e cresciutə, in cui abbiamo sviluppato il nostro sistema di pensiero, persino quei pensieri che sono critici verso il sistema stesso. è per questo, probabilmente, che riusciamo a seguire così bene il corso dei suoi pensieri e delle sue emozioni durante il racconto.
perché, al netto dell'elemento esasperatamente distopico del cannibalismo, il futuro di marcos non è poi così lontano dal nostro presente.

insieme alla questione della produzione e del consumo di carne, bazterrica dissemina il testo di un sacco di altri indizi che avvicinano il futuro di cadavere squisito al nostro tempo: sono immigratə e poverə le prime vittime del cannibalismo, così come sono le femmine - ovvero le donne incluse nel sistema di allevamento - quelle che patiscono violenze legate al loro genere, stupri e fecondazioni forzate in primo luogo. gli esemplari malati vengono abbattuti senza pietà, in un riproporsi di quell'abilismo che conosciamo bene e il colore della pelle è, ovviamente, un discrimine fondamentale soprattutto se rapportato al mercato della conceria.

le leggi scritte e non che regolano il sistema in cui vive non si discostano troppo dalle nostre: al centro di ogni possibile aspetto della realtà c'è la produzione finalizzata al profitto. nel futuro di marcos si può sopravvivere senza mangiare carne esattamente come succede nella nostra realtà ma il sistema si alimenta di sé stesso e spinge lə consumatorə verso quel determinato tipo di prodotto, incurante di ogni possibile effetto collaterale, ambientale, economico, politico fisico o psicologico che sia.

smantellare il mercato della carne speciale nel romanzo sarebbe possibile tanto quanto sarebbe possibile fare la stessa cosa con il nostro mercato della carne: non soltanto abbiamo un'infinità di alternative alimentari che sostituiscono la carne egregiamente, sia dal punto di vista del gusto che da quello nutrizionale, ma sappiamo benissimo che l'allevamento intensivo è una delle cause principali - la seconda, dopo i trasporti - dell'inquinamento e del disastro ambientale verso cui corriamo a velocità sempre più alte. eppure, siamo spintə a consumare carne da un sistema che coinvolge migliaia di aspetti - dal marketing alla disinformazione medica, dall'ideologia antivegan - a dispetto della nostra salute e di quella del nostro pianeta.
la merce che vendiamo è morta, in stato di putrefazione, ma sembra che la gente si rifiuti di accettarlo.
cadavere squisito di agustina bazterrica ci mostra come il sistema in cui viviamo si alimenti di scelte consapevolmente sbagliate, un sistema di cui facciamo parte anche se disgustatə e ideologicamente contrarə.
nel romanzo sembrano non esserci vie d'uscita e probabilmente è così. ma se non può essere distrutto, il sistema può essere indebolito usando i suoi stessi strumenti: siamo consumatorə e, in quanto tali, abbiamo potere economico che si traduce in potere politico. il modo in cui sosteniamo un certo tipo di economia attraverso le scelte di consumo che mettiamo in pratica hanno effettivamente una ricaduta politica che non è indifferente come ci viene detto (basti pensare alle campagne di boicottaggio messe in atto a sostegno della palestina negli ultimi mesi). acquisire consapevolezza, anche attraverso opere come questo libro, è fondamentale per non essere ingranaggi passivi, per non arrenderci all'orrore e imparare a non farne parte.

lunedì 8 aprile 2024

girl juice

«ti chiedi mai perché siamo qui?»
«madonna, no. dio mi ha donato questo stupido cervello che può fare solo pensieri sciocchi... pensieri come "questo selfie è abbastanza carino per essere postato?" o "cosa c'è per pranzo?". se iniziassi a fare pensieri importanti devierei dal piano che dio ha avuto per me. e, uuuh, no, grazie!»
«quindi... quale pensi che sia il piano che dio ha per te?»
«boh... probabilmente di essere figa e sempliciotta per sempre»
«ci sta»

prendete quattro coinquiline (non amiche. coinquiline) e una cagnolina. quattro coinquiline che riassumono le ossessioni e le idiosincrasie di un'intera generazione, le esasperano e le ingigantiscono in modo che occupino praticamente ogni centimetro quadrato di spazio delle loro esistenze (inclusa quella della cagnolina). mischiate tutto con una abbondante dose di irriverenza, qualche sex toy, e un mucchio di social, app, cellulari e webcam costantemente attivi. aggiungete un po' di traumi infantili, spiriti da esorcizzare, un paio di tonnellate di umorismo, disegni ipercarini e un po' gommosi, colori supersaturi, accertatevi di aver rimosso ogni possibile bigottismo e moralismo e... ta-dah! ecco a voi girl juice!

ana è una disegnatrice di fumetti con una strana fissazione per i clown, sadie è sempre presa dal suo lavoro e sta insieme a tallulah, che sogna di diventare un'influencer famosa. e poi c'è bunny: tremendamente carina, tremendamente hot e tremendamente sciocca, ossessionata dal sesso e innamorata persa della sua cagnolina britney (per inciso: è britney che paga l'affitto).
bunny è il centro gravitazionale attorno a cui ruota freneticamente questa piccola galassia di assurdità quotidiane, un concentrato di stranezze, segreti e completini sexy.
bunny è un po' il motore primo di quasi tutti gli episodi che compongono la prima parte di girl juice, brevi sketch di sei vignette - una tavola ciascuno - che ci trascinano nella vita sconclusionata, folle e incredibilmente divertente delle quattro ragazze e che fanno da preludio alla seconda parte della storia, dedicata a tallulah, al suo canale utube e a una... presenza quantomeno bizzarra, se resta ancora qualcosa capace di stupirci a questo punto.


benji nate crea un mondo che affronta le mille crisi della gen-z con un'ironia dissacrante e scorretta, senza toni da denuncia e senza scivolare nella rappresentazione intimistica e psicologicamente attenta delle sue protagoniste, anzi, ne fa quasi delle maschere, dei grossi grumi di stereotipi che riassumono al meglio le nostre esistenze isteriche e precarie: l'artista portoricana prende tutto quello che potrebbe rendere una storia drammatica e lo rovescia, fino a farci ridere di gusto davanti alla rappresentazione esasperata e full-color della quotidianità di una generazione lontana anni luce da quelle che l'hanno preceduta.


se siete stanchə di quelle narrazioni che ritraggono lə nuovə giovani adultə con toni intimistico-drammatico-psicologico, se volete provare a leggervi attraverso una lente diversa, irriverente, politicamente scorretta (e che probabilmente farebbe correre qualche vostra zia a recuperare il primo rosario disponibile), avete trovato il fumetto che fa per voi.

sabato 6 aprile 2024

il famiglio della strega

nell'immaginario collettivo la strega è donna, spesso anziana o caratterizzata da evidenti deformità fisiche, generalmente accompagnata da un animaletto - un gatto, un rospo, un cane - suo servitore, messaggero e complice, con cui instaura un rapporto duraturo e profondo.
copertina de il famiglio della strega - l'immagine è tutta nera, con gli occhi gialli di un gatto

in effetti, se proviamo a richiamare alla mente l'immagine di una strega, la immaginiamo sempre in compagnia di una qualche creaturina, poco importa come decliniamo questa fantasia, se ci figuriamo la strega come una vecchina da fiaba, che vive nel bosco e crea strani intrugli di erbe o come una donna crudele che trama nell'ombra ai danni di qualcunə. quale che sia il valore - positivo o negativo - che diamo alla parola strega, molto probabilmente la declineremo al femminile e le metteremo accanto un qualche animaletto, più o meno simile a quelli di cui abbiamo esperienza quotidianamente.
ma da dove nasce la coppia inscindibile strega-famiglio?

ne il famiglio della strega, francesca matteoni ci accompagna in un lungo excursus storico sulle credenze popolari e la scienza medica dal tardo medioevo all'epoca moderna, attraversando atti processuali, storie e dicerie e focalizzandosi sul ruolo del sangue: il sangue come emblema e fonte di vita quando circola all'interno del corpo, il sangue come simbolo di morte quando viene sparso, il sangue come fonte di salvezza se riferito al sacrificio di cristo e come sede dell'anima secondo le concezioni della medicina di varie epoche.
il sangue, quindi, come legame cercato dal diavolo per impossessarsi dell'anima umana. il sangue femminile come parodia del latte con cui la strega - quasi sempre ma non esclusivamente donna - nutre le creature malvagie che la aiutano a compiere i suoi malefici.
il famiglio della strega è così non soltanto un saggio sulla figura di queste creature più o meno teriomorfe e più o meno dannose ma è anche un interessante trattato sulle concezioni scientifiche che ci hanno condotto - attraverso ipotesi e concezioni errate dell'anatomia e del funzionamento del corpo umano - alla biomedicina moderna, un modo per ricordarci che la scienza non è mai nulla di assoluto, anzi, che è sempre prodotto della cultura in cui si sviluppa.

le due figure - quella di strega e quella di famiglio - nascono come risposte a determinati e specifici problemi e questioni sociali, si nutrono di paura e di miseria come di storie e fantasie: dalle teorie umorali di stampo ippocrateo e galenico - che riguardano il funzionamento del corpo in relazione all'equilibrio tra i quattro umori fondamentali: sangue, flegma, bile gialla e bile nera - alle concezioni demonologiche e religiose, senza lasciare indietro una sorta di questione di classe: le donne accusate di stregoneria erano quasi sempre povere, vecchie e sole, così come povere erano le presunte vittime che cercavano, in qualche modo, di trovare risposta alle loro miserie.
la povertà e l'inconoscibilità di un fato quasi sempre cieco e ostile verso gli ultimi favorivano narrazioni, fantasie e forse vere e proprio visioni, dove creature altre si assumevano la colpa degli eventi negativi, ma potevano anche essere invocate per migliorare la propria sorte. non poteva essere così anche per il famiglio? presenza nociva per il vicinato, otteneva dalla strega un nome e veniva accudito, primariamente come animale domestico: un conforto e, a suo modo, un aiuto. è su queste premesse - condizioni di esistenza precarie e difficili, ricerca di soccorso ultraterreno - che nelle immaginazioni degli accusati, come dei loro accusatori, si fa strada la figura satanica.
il famiglio si evolve, nel corso del tempo, prendendo forma nel calderone dei racconti di fate, spiriti e folletti, facendosi via via sempre più malefico, sempre più intimamente connesso al corpo e al sangue della strega da un lato e alla dimensione infernale dall'altro, fino a trasformarsi in mostro dalle sembianze chimeriche e demoniache. solo negli ultimi secoli in cui la credenza nella stregoneria si è mantenuta in vita il famiglio torna a essere simile a un animale domestico e il legame di sangue sparisce.

le concezioni della stregoneria nel tempo sollevano anche un'altra, interessante riflessione: la strega è riconoscibile non per la sua conoscenza di materie segrete ma per i segni visibili del suo corpo. difetti e alterazioni della struttura della pelle, ad esempio, ma anche cicatrici, segni di ustioni o di attività usuranti, tutto - e qui torniamo alla questione di classe di cui prima - ciò che fame, miseria, malattie, violenza e duro lavoro potevano imprimere sui corpi (così come nelle menti) di chi, di certo, non si fregiava di titoli nobiliari. il corpo non conforme della strega è indagato, analizzato, pungolato e ferito per mostrare al mondo la sua a-normalità, prova irrefutabile della comunione con il diabolico. quanto abilismo c'è stato nella caccia alle streghe?
le confessioni delle streghe ci raccontano di profonde solitudini, causate dalla povertà, dall'esclusione, da dolori e difficoltà personali, da sensi di colpa e disagio, dalla rabbia perfino, e sì, anche da fantasia e visioni che in altre situazioni avrebbero fatto di alcune fra loro grandi narratrici. la strega vive sola. e in questa solitudine tesse amicizie eccezionali con spiriti, presenze ibride fra l'animale e il mostruoso, compagni invisi al suo vicinato. nella solitudine cerca, come ogni essere vivente, un conforto, apre spazi che conducano altrove, via dalla disperazione.
ultima - per questo spazio, ma di certo questo saggio ne suggerisce molte altre - tra le riflessioni che vorrei proporvi: il famiglio, che veniva nutrito con il sangue, succhiato direttamente dal corpo della strega come unə bambinə succhierebbe il latte dal seno della madre, diventa simbolo parodistico di una maternità che perde la sua sacralità e si fa quasi blasfema. la donna-strega è la donna che non è, o non può più essere, madre, che nutre una creatura animalesca, impura e malefica invece di una umana, innocente e potenzialmente utile e buona per la società. c'è, in questo rovesciamento dell'immagine della madre, tutto lo stigma sulla maternità non realizzata.
la strega e il suo famiglio incarnano il contrario delle aspettative sociali sulle donne e si tramutano, oggi, nell'immagine della gattara, la vecchia sola, spesso mai sposata (o rimasta vedova) e senza figliə, che si circonda di animali e li tratta come bambinə, creatura inadatta e inadattabile al vivere comunitario.
la gattara è, negli occhi di chi la guarda con disprezzo, la donna che tenta di rimediare al suo errore di non aver creato una famiglia sua, come se nessun altro tipo di relazione con nessun altro tipo di creatura fossero legittimi di per sé.

al netto delle mie personali riflessioni, il famiglio della strega è un testo interessantissimo, ricco di informazioni e scritto con la penna di chi, come francesca matteoni sa fare egregiamente, sa essere ricercatrice e insieme narratrice e poeta.

giovedì 4 aprile 2024

charlotte sometimes

cosa accadrebbe se le persone non ci riconoscessero? sapremmo davvero chi siamo? se l'indomani avessero cominciato a chiamarla vanessa, o janet o elisabeth, avrebbe saputo di essere charlotte, si sarebbe sentita se stessa? o siamo una persona in particolare solo perché la gente ci riconosce come tale?
copertina di charlotte sometimes - si vede una ragazzina seduta su un letto, alle sue spalle c'è una finestra illuminata dalla luna, sul soffitto si trova un altro letto, capovolto e speculare al suo

il primo giorno in una nuova scuola è sempre un evento un po' destabilizzante, segna il momento in cui si taglia nettamente con il passato e si inizia a camminare verso un futuro di cui non sappiamo ancora nulla.
se poi la nuova scuola è un collegio, la casa che si abiterà negli anni a venire, lontana dalla propria famiglia, dalle proprie abitudini, dai paesaggi familiari, dai suoni e dagli oggetti di ogni giorno, allora è perfettamente comprensibile il senso di straniamento e malinconia che charlotte makepeace e le sue nuove compagne di stanza provano quella sera nei loro nuovi letti, avvolte da lenzuola estranee, con un libro sul comodino e qualche soprammobile a ricordare loro quello che si sono lasciate alle spalle.

ma lo straniamento della sera prima sembra quasi uno scherzo in confronto a quello che charlotte trova al suo risveglio: la camera è diversa, fuori dalla finestra il paesaggio è cambiato, il rumore dell'aeroporto vicino la scuola è scomparso, e al posto delle ragazze a cui aveva dato la buonanotte poche ore prima c'è solo una bambina più piccola di lei, di nome emily, che dice di essere sua sorella.
e che sostiene che lei sia claire moby.
inspiegabilmente, charlotte ha preso il posto di una ragazza che sembrerebbe somigliarle così tanto che nessunə riesce ad accorgersi della differenza. una ragazza che frequentava la sua stessa scuola e dormiva nel suo stesso letto più di quarant'anni prima, nel 1918.

il giorno dopo, charlotte è di nuovo nella sua epoca e il suo andare avanti e indietro nel tempo continua così per settimane: un giorno è charlotte, vive negli anni '60, ascolta gli aerei rombare sopra la sua scuola, il giorno successivo è claire, passa le sue giornate con emily in un paese in cui tutto - il cibo scipito, le stoffe ruvide dei vestiti, il pianto di qualche ragazza dopo aver ricevuto una lettera da casa, le esercitazioni militari a poca distanza dalla scuola - le ricorda che l'inghilterra è impegnata in una guerra che per lei, fino a quel momento, era stato solo uno dei tanti argomenti delle lezioni di storia.

certo, è difficile gestire due vite contemporaneamente, sia per charlotte che per claire. le due ragazze comunicano attraverso dei diari e anche grazie a emily, che in qualche modo scopre il loro segreto, ma nonostante tutto per loro è difficile essere costanti tanto nelle lezioni che nei rapporti con le altre compagne.
ma come è possibile, si chiede costantemente charlotte, che nessuna, né le insegnanti né le sue compagne, si renda conto che lei non è sempre lei? com'è possibile che notino le sue mancanze con i compiti, che la accusino di essere fredda e scostante, ma non si rendano conto che charlotte non è sempre charlotte e claire non è sempre claire? è davvero solo l'aspetto fisico a renderci quello che siamo? solo il nome a cui rispondiamo?

spaventata di perdere sé stessa in quell'assurdo rimbalzare tra due epoche e due vite, proprio quando intravede una soluzione che possa porre fine ai suoi viaggi, charlotte si ritrova invece bloccata nell'epoca di claire, insieme a una emily sempre più chiusa e lontana, e in un passato in cui l'orrore della guerra si insinua malefico nella storia personale di chiunque, distruggendo sogni e speranze. come fare, allora, a riprendersi la sua vita? come recuperare sé stessa, come tornare a essere charlotte?

charlotte sometimes è un romanzo per ragazzə pubblicato per la prima volta alla fine degli anni '60 e diventato famoso più di un decennio dopo grazie all'omonima canzone dei the cure. nonostante siano passati quarantacinque anni dalla sua prima apparizione, la storia di charlotte continua a essere affascinante ed emozionante, le sue domande possono essere quelle di una ragazzina di oggi, così come attualissimo è il suo messaggio pacifista e antibellico.

l'edizione italiana di agenzia alcatraz propone non soltanto il finale alternativo uscito nel 1985 ma anche un brano tratto da uno dei blog di penelope farmer, l'autrice del romanzo, in cui racconta la sorpresa di scoprire che la sua charlotte è diventata la musa di uno dei gruppi rock più famosi e amati del mondo e l'incontro con quello che lei definisce un ragazzo garbato del sussex, un robert smith nei panni del fan che le chiede un autografo su una copia letta, riletta, sottolineata e appuntata del suo charlotte sometimes.

sabato 30 marzo 2024

commenti randomici a letture randomiche (82)

marzo è stato un mese pienissimo di cose belle e di cose disastrose, le più interessanti ve le racconto nella prossima newsletter che esce a fine mese (e che potete trovare qui).
la pila dei libri-letti-di-cui-vorrei-parlarvi è cresciuta a dismisura e - anche se so bene che non dovrei farmi prendere dall'ansia dell'improduttività - mi mette ansia, perché non riesco a trovare mai abbastanza tempo per poterne scrivere. quindi ho pensato di fare un post-riassuntone di un po' di cose che mi sono piaciute e che vi consiglio di recuperare, anche se non si tratta delle ultimissime uscite.

questo tipo di specifiche vorrei non sentire il bisogno di farle ma, pure se vogliamo smarcarci da certe dinamiche, il modo di raccontare i libri online spinge sempre di più verso l'idea che occorre stare sempre sul pezzo, parlare delle ultime uscite e farlo prima che l'ondata di attenzione si spenga a favore dell'ultimo titolo-trend.
allora, lasciamo questa roba qui ad altri spazi: su claccalegge i libri non scadono e le cose belle si possono scoprire anche anni e anni dopo che sono state pubblicate e discusse. facciamo che leggere resti un piacere, una passione, uno spazio tutto per sé, senza calendari e obiettivi e tempistiche precise da rispettare. facciamo che, almeno quando leggiamo - se ci piace farlo, riusciamo a farlo senza perderci nell'ottica lavorista che ormai sembra stravolgere ogni aspetto della nostra esistenza, togliendo tempo e spazio a tutto quello che lavoro non è e non dovrebbe essere.

qui trovate: un romanzo strano e bellissimo che mi ha consigliato gloria di moedisia e che mi è piaciuto un sacco, un recuperone che volevo fare da tempo e che mi ha fatto compagnia qualche mese fa durante uno dei miei soggiorni a bologna (e che però mi ha fatto arrabbiare un sacco, giù vi spiego perché) e una trilogia che ha girato gli scaffali di tre città prima che mi decidessi, finalmente, ad affrontarla. buona lettura!

 luce dalle altre stelle 

copertina luce dalle altre stelle oscar vault

perché era nata così, perché era un essere umano?
perché faceva così male? perché, invece, non poteva essere diversa, senza anima, senza valore? perché non poteva essere quel che i suoi genitori avrebbero voluto che fosse?
perché nessuno, fino a quel momento, l'aveva mai trattata così?
luce dalle altre stelle è un libro strano, difficile da etichettare.
è la storia di katrina, una ragazza trans in fuga da una famiglia tossica e violenta; è la storia di shizuka, che ha venduto l'anima al diavolo e che ha commesso atti orribili; di lan, una madre che ha letteralmente attraversato l'universo per salvare la sua famiglia; di lucy, a cui è stato inculcato che essere donna le ha negato il diritto di fare il lavoro che ama fin da quando era bambina ed è la storia di shirley, che si sente un essere umano anche se non lo è.
è un libro strano, un libro che mette insieme l'amore per la musica e quello per la cucina, che mischia sapori, sonorità e culture, che racconta identità non binarie, famiglie queer e relazioni non eteronormate. è un libro che parla di donne strane, donne che non si rassegnano a recitare il ruolo che qualcunə ha deciso per loro, che soffrono per i loro traumi e che li affrontano insieme, sostenendosi e prendendosi cura l'una dell'altra, imparando a guarire.
luce dalle altre stelle è un libro che fa a pezzi ogni possibile definizione patriarcale di norma e dà spazio a ogni possibile alternativa di stare al mondo, un libro che svela che davanti a un bivio, se la terza strada non c'è, la si può costruire.
e che, soprattutto, punta i riflettori sull'importanza dei legami, degli affetti, delle relazioni di cura e amore a cui non abbiamo ancora imparato a dare un nome.
un romanzo straordinario (ryka aoki scrive dei dialoghi meravigliosi!) che mi ha sorpresa, divertita, spaventata e commossa, che mi ha fatta innamorare di ogni singola personaggia e che vorrei consigliare a chiunque (e quindi, grazie mille gloria per avermelo fatto scoprire! )

 good omens - le belle e accurate profezie di agnes nutter, strega 

copertina good omens oscar vault gaiman pratchett
tra tutti i gesti che gli esseri umani utilizzano per comunicare, l'occhiolino è uno dei più versatili.
versatile e, soprattutto se lo lasciamo gestire a due autori come terry pratchett e neil gaiman, fraintendibile. e ovviamente, uno degli occhialini più decisivi dell'intera storia dell'umanità - e delle potenze celesti e infernali che la governano - viene frainteso. potremmo dire che good omens inizia proprio da quella comunicazione sbagliata o che, comunque, quell'errore lì condiziona tutta la storia.
che è una storia piuttosto complicata perché tira in ballo un angelo con la passione dei libri rari e un demone con... beh, molte passioni. e poi la nascita dell'anticristo, la fine del mondo e della guerra tra paradiso e inferno e un vecchio libro di profezie che, contrariamente a quanto accade di solito ai libri di profezie, funziona davvero. tutto questo, raccontato con quel meraviglioso humor inglese che pratchett e gaiman sanno gestire tanto bene da rendere l'assurdamente tragico qualcosa di meravigliosamente spassoso. il grosso, enorme!, problema di questo libro è innanzitutto la traduzione (e se lo capisco io, che l'inglese lo capisco poco e lo parlo meno...) e ancor di più la totale mancanza di una revisione: soprattutto verso la fine c'è una tale quantità di refusi che leggere senza farsi venire voglia di tirare il libro in aria diventa una vera e propria sfida.
è assurdo (e anche un po' indecente) che una casa editrice come mondadori non abbia pensato di approfittare di questa nuova edizione per sistemare un po' di errori banali e grossolani di cui il testo è costellato, una mancanza di rispetto totale nei confronti di due penne di questo livello e dellə lettorə.
un peccato davvero.
però, se avete la pazienza di sopportare tutto questo, il libro merita eccome! sperando che magari, prima o poi, si decidano a dargli finalmente la cura che merita.
(ps. no, non ho ancora visto la serie ma ne ho sentito parlare benissimo e credo proprio che prima o poi la recupererò! se l'avete vista, lasciatemi un parere!)

 la terra spezzata: la quinta stagione, il portale degli obelischi, il cielo di pietra 

copertine la terra spezzata trilogia oscar vault jemisin

e poi si tende, con tutto il capillare controllo che il mondo gli ha estorto attraverso il lavaggio del cervello, le pugnalate alle spalle e l'abbrutimento; con tutta la sensibilità che i suoi padroni gli hanno instillato attraverso generazioni di stupri, coercizione e selezione altamente innaturale. le sue dita si aprono e fremono mentre lui sente i diversi punti che si riverberano sulla mappa della sua consapevolezza: i suoi compagni schiavi. non può liberarli, non concretamente. ci ha già provato e ha fallito. tuttavia, può fare in modo che la loro sofferenza serva una causa più grande dell'arroganza di una città e della paura di un impero.
allora s'inabissa e afferra la vastità animata, pulsante, accesa, multiforme della città e il letto di roccia più quieto al di sotto e il ribollire tumultuoso di calore e pressione ancora più giù. poi si espande e abbraccia il grande puzzle in movimento che è la crosta terrestre su cui siede il continente.
infine si erge. per il potere.
prende tutto questo - gli strati e il magma e la gente e il potere - nelle sue mani immaginarie. ogni cosa. la tiene.
non è solo. la terra è con lui.
poi la spezza.
(piccolo consiglio: se, mentre leggete il secondo e il terzo volume della trilogia della terra spezzata, vi sentite confusə, tornate qui, a pagina 21 del primo libro. aiuta moltissimo)

come faccio a scrivere qualcosa di questo? la terra spezzata di n. k. jemisin è una delle trilogie fantasy forse più famose, ha vinto premi meritatissimi, è stata letta, amata e discussa da migliaia e migliaia di lettorə. come si racconta una cosa così?
beh, sinceramente non ne ho la più pallida idea. provo a darvi i miei due centesimini di considerazioni sparse perché parlare della trama sarebbe superfluo e comunque riduttivo.

il primo volume, la quinta stagione, è un capolavoro assoluto: le tre linee narrative che si alternano - quella di essun, quella di damaya e quella di syenite - ci danno modo di scoprire un mondo non soltanto nella sua vastità fisica e nelle leggi che lo governano, ma ci raccontano la sua stessa storia, attraversando il tempo senza darci indicazioni precise ma lasciandoci scoprire da solə, un po' alla volta, come queste tre donne sono collegate tra loro e come le loro vicende sono intrecciate a quelle dell'immoto stesso, l'enorme, ininterrotto continente in cui vive la specie umana e non solo.
una terra vastissima ma insicura e precaria, condannata a subire l'odio di padre terra, abitata tanto dagli esseri umani - con le loro precise strutture politiche, sociali e religiose - quanto dallə orogenə - umanə anche loro ma capaci di interagire con la struttura fisica del terreno e con ogni molecola minerale presente nell'ambiente in generale - e dallə mangiapietra - creature misteriose e antichissime.
quella de la quinta stagione è soprattutto una storia di speranze infrante, di amore e di rabbia, un fantasy che apre a considerazioni sulle nostre strutture sociali di cui potremmo parlare per ore e ore.

il portale degli obelischi e il cielo di pietra sono appena un gradino sotto: per esigenze di trama (chi ha letto sa, chi non ha letto merita di scoprirlo da solə) la struttura narrativa cambia, facendo perdere alla storia uno degli elementi che la rendeva così unica e interessante ma, cosa più grave, il tono diventa a volte troppo confuso, troppo veloce, dà troppe cose per scontate.
la trilogia resta un capolavoro incredibile che merita di essere, a distanza di cinque anni dalla sua prima edizione italiana, letto ancora da chiunque ami il genere fantastico, ovviamente, ma anche semplicemente da chi vuole leggere una saga immaginata, pensata e scritta con un talento fuori dall'ordinario.

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