martedì 25 gennaio 2022

naufraghi

mi fido delle persone che parlano sempre delle loro passioni, dei loro sogni. vedo onestà in loro.

madrid e barcellona, 1981 e 1991, i colori caldi e confortevoli dei ricordi e quelli freddi e tristi del presente. naufraghi gioca tutta la narrazione in un'altalena che fa avanti e indietro per dieci anni, dal primo all'ultimo incontro tra alejandra e julio, salta tutto quello che c'è in mezzo perché lì, in mezzo, loro due non ci sono.

la storia comincia a madrid negli anni '80: una ragazza introversa, innamorata dei libri, che prova a leggere le storie delle persone nei loro volti invece di ascoltarle dalle loro voci. alejandra vive correndo di rifugio in rifugio, che sia camera sua, le pagine di un racconto, una lezione all'università, la caffetteria della sua prima amica in questa città dove è arrivata poco più che bambina e che con il tempo è diventata sua. sola, con una madre con cui non riesce ad avere un vero rapporto e un padre assente, ha solo ramona accanto a lei, ramona e i libri.
ma tutto questo comincia a non bastarle, sente che sta cercando qualcuno, e quel qualcuno sta dall'altra parte delle pagine di una fanzine: una lettrice che sogna il mare perduto della sua infanzia come può non innamorarsi quando incontra lo scrittore che quel mare riesce a portarlo fuori dall'immaginazione, fino alle strade di madrid?
alejandra incontra julio e la loro storia sembra venire fuori dalle pagine di un libro, lei pensa di poterlo leggere proprio come fa con le storie che ama. julio parla con sincerità del suo amore per il mare e le storie e una persona così deve essere per forza qualcuno di cui fidarsi.
alejandra ha trovato un altro rifugio.


ma a barcellona, dieci anni dopo, julio non è uno scrittore, né un marinaio.
e non c'è alejandra con lui.
la sua vita è lontana anni luce dalla poesia dei naufraghi protagonisti delle sue storie, lontana anni luce dai suoi sogni di letterato ai tempi dell'università. la vita ora è l'azienda, il lavoro, una compagna, l'idea dei figli, il freddo tran tran quotidiano che ha tolto ogni legittimità alle fantasie dei vent'anni.
chiunque fosse prima, forse non esiste più, è un'altra persona, vive un'altra vita... almeno fino al momento in cui, per caso, non incontra di nuovo per strada alejandra.
e come era stato dieci anni prima, julio è costretto a fare i conti con i suoi desideri ma soprattutto con la sua capacità di raggiungerli.


naufraghi è la storia nostalgica, triste, dell'amore senza equilibrio, di un non detto che ha cambiato per sempre i colori al mondo e non consente perdono neanche dopo dieci anni.
nonostante qualche dialogo troppo forzatamente poetico e poco realistico, naufraghi è una bella lettura, una storia che ha nella struttura a flashback e nel finale - lieto sì, ma per nulla forzato né prevedibile - il suo punto di forza.

venerdì 19 novembre 2021

la mano sinistra del buio

farò rapporto come se raccontassi una storia, perché mi è stato insegnato da bambino, sulla mia terra natia, che la verità è una questione dell'immaginazione. a seconda di come viene raccontato, il più solido dei fatti può farsi fiasco o conquista: come l'ineffabile gioiello organico dei nostri mari, che si fa tanto più luminoso quanto più una donna lo indossa e, portato da un'altra, si offusca e si fa polvere. i fatti non sono più solidi, coerenti, rotondi e reali delle perle. ma entrambi sono delicati.

torna finalmente disponibile la mano sinistra del buio (sì, del buio, non delle tenebre, ha fatto strano per un po' ma alla fine va bene così) a cinquant'anni dalla prima pubblicazione italiana e finalmente sono riuscita a leggerlo, anche se nell'ultimo anno ero già riuscita ad approcciarmi a ursula k. le guin e all'ecumene con i reietti dell'altro pianeta e con il pianeta dell'esilio. ed è stato amore totale!
quindi l'uscita di questa nuova edizione è stata per me grandissima gioia, volevo leggere la mano sinistra del buio sopratutto perché è stato sempre il titolo di le guin più citato nelle lezioni di antropologia e mi aveva incuriosito capire come si poteva collegare la fantascienza all'antropologia, per definizione una così lontana dalla realtà e l'altra la più "umana" e terrestre delle scienze umane.

la mano sinistra del buio è un romanzo che in effetti non solo si presta a moltissime riflessioni, come dice nicoletta vallorani nella sua postfazione "è questo che insegna la creazione immaginaria, ipotizzare modi che potrebbero insegnarci qualcosa sul nostro", se proprio non insegna dà ottimi spunti per analizzare criticamente le nostre costruzioni sociali che si fondano sul più naturale dei dati di fatto - che nel romanzo invece non esiste, ovvero la distinzione in due sessi biologici (cosa su cui vorrei tornare più avanti). ma oltre a questo il racconto di genly ai, protagonista e voce narrante, spesso e volentieri prende il tono di una vera e propria etnografia del mondo alieno in cui si trova e che lui descrive dal punto di vista di un osservatore partecipante, attento a ogni aspetto della vita dei suoi ospiti, dal paesaggio naturale che li circonda alle loro abitudini di vita, dai cibi che consumano alle case che abitano, dalle città in cui vivono ai loro sistemi politici e alle loro pratiche rituali e religiose.
non so perché vallorani nella postfazione dica che le guin figlia è di un archeologo, alfred kroeber era in realtà un antropologo, allievo di quel franz boas che a cavallo tra '800 e '900 fu uno dei fautori della rivoluzione della disciplina, e anche sua madre, theodora kroeber, sbrigativamente segnalata come scrittrice, era psicologa e antropologa anche lei, autrice della biografia di ishi. sicuramente tutto questo ha influito sulla formazione e sulla sensibilità di le guin, e in questo libro è facilissimo coglierlo.
questo romanzo non è estrapolativo. se vi aggrada potete leggerlo, allo stesso modo di tanta altra fantascienza, come un esperimento di pensiero. [...] lo scopo di un esperimento di pensiero nel senso in cui questo concetto è stato usato da schröedinger e da altri fisici, non è quello di prevedere il futuro - addirittura il famoso esperimento di schröedinger dimostra che il "futuro", sul piano della fisica quantistica, non può essere previsto - ma su quello di descrivere la realtà, il mondo presente.
la fantascienza non prevede; descrive.
[...] le previsioni sono compito di profeti, chiaroveggenti e futurologi. non sono compito dei romanzieri. il compito dei romanzieri è mentire.
 dalla prefazione dell'autrice

la prima menzogna è quella che mette in piedi un futuro in cui l'umanità è capace di viaggiare nello spazio e ha colonizzato l'intera galassia. col tempo, sui diversi pianeti, gli esseri umani si sono evoluti divergendo in modo più o meno evidente dalla loro fisiologia originaria per adattarsi ai diversi ambienti. ad unire molti di questi mondi è l'ecumene, un'alleanza interplanetaria non funzionale esclusivamente al libero mercato ma votata allo sviluppo e alla cooperazione attraverso la condivisione di conoscenze (ciao globalizzazione, si poteva fare di meglio ma tu hai scelto il neoliberismo e quindi amen). in questo scenario si muove genly ai, inviato dell'ecumene sul pianeta gethen - conosciuto anche come "inverno" nella lingua di ai - per far conoscere l'ecumene ai gethiani e invitarli a farne parte. gethen è un mondo che non conosce ancora i viaggi spaziali, anzi, non sa nulla degli altri abitanti della galassia, neppure della loro esistenza. le parole di ai nascondono agli occhi dei gethiani tanto il rischio della perdita del loro potere, di diventare poco più di un feudo sotto un controllo più grande dei re e della commensalità - rispettivamente le due forme di governo dei due paesi in cui ai si trova a viaggiare - tanto quanto poco più delle farneticazioni di un pazzo pervertito. genly ai è in effetti l'unico maschio in un pianeta in cui la popolazione è, per buona parte della sua esistenza, androgina, capace di diventare maschio o femmina solo nel periodo del kemmer, i giorni in cui i gethiani sono fertili e possono riprodursi. ogni gethiano può assumere entrambi i ruoli nel corso della vita e quindi essere madre o padre dei suoi figli, o meglio può essere genitore diretto o meno della propria discendenza.

senza spoilerare troppo circa le vicissitudini di genly ai, quella che pare una bizzarria biologica fine a se stessa - che le guin spiega come una forma di adattamento a un pianeta dalle scarse risorse e con un clima rigidissimo al limite della sopravvivenza - dà luogo a una serie di conseguenze impensabili per chi è abituato alla dualità maschio/femmina. questa infatti non si può considerare solo nei termini biologici e riproduttivi, ma plasma ogni possibile forma di interazione sociale tra individui: dai ruoli sociali a quelli politici e religiosi, l'esistenza di un unico sesso - o meglio di un non-sesso se non per alcuni giorni e anche in quel caso non determinato una volta e per sempre - impedisce all'origine tutta una serie di concezioni stereotipate, coercizioni, violenze e privilegi di cui siamo saturi fino a non vederli e nei quali genly ai più volte, nelle sue osservazioni sul comportamento e sull'aspetto dei gethiani, cade. c'è un momento in cui l'inviato dell'ecumene dice che nei gethiani riesce finalmente a non vedere uomini o donne, a smettere di cercare quelle caratteristiche che gli permettono di incasellare qualcuno in una delle due categorie, ma semplicemente di trovarsi di fronte all'umanità.

se l'ecumene è espressione della visione politica dell'autrice, nella peculiarità sessuale dei gethiani credo si possa comprendere la sua concezione di femminismo, inteso come una tensione verso una parità così assoluta e naturalizzata da non dare alle differenze biologiche alcun peso.
tutto il romanzo è non solo un bellissimo racconto d'avventura e di una profonda amicizia ma - almeno dal mio personalissimo punto di vista - un manifesto politico e sociale, una descrizione di un umanità imperfetta certo, che non ha dimenticato ottusità e violenza, ma che potrebbe essere sulla strada giusta per ottenere una qualche forma di equità, cooperazione e giustizia sociale.
la fantascienza, come dice le guin nella prefazione, non prevede il futuro, però attraverso la possibilità di immaginarlo riesce a descrivere il presente soprattutto tramite le sue mancanze e i suoi bisogni. ripensare la letteratura fantascientifica, e più in generale fantastica, e tirarla fuori dalla sua nicchia da nerd, dalla definizione di escapismo di genere il cui unico obiettivo è offrire un paio di giorni di svago, potrebbe dare l'opportunità di immaginare alternative e ancor di più di imparare a trasformarle in risposte.

giovedì 4 novembre 2021

tekkon kinkreet

- ma se dio ha creato gli uomini...
- dio?
- sì! perché non li ha fatti tutti uguali?
- in che senso?
- grassi, magri, alti, bassi, simpatici, antipatici, sono tutti diversi! dio ci ha provato e si è sbagliato!
- "sbagliato?"
- si! quando ha fatto shiro, dio si era pentito di avere fatto l'ippopotamo con la bocca troppo grande. perciò a shiro manca qualche rotella nella testa... e anche a kuro. anche a kuro manca qualche rotella.
- dio si è sbagliato anche con kuro?
- sì! ma le rotelle che mancano a kuro, ce le ha shiro. ce le ho tutte io.


shiro e kuro non hanno i genitori, non vanno a scuola, dormono dentro una macchina, vivono per le strade del quartiere di takaracho, il loro quartiere.
non sono affatto due poveri orfanelli, sono i gatti, protettori del quartiere, famosi per la loro capacità di volare letteralmente da un palazzo all'altro e per l'incredibile violenza da cui sanno lasciarsi travolgere quando il quartiere è in pericolo.
e il quartiere, il loro quartiere, è davvero in pericolo, minacciato da uno yakuza che vuole trasformarsi in imprenditore e cambiare takaracho per il suo personale tornaconto, a qualunque costo, poco importa se questo significa continuare a inondare le sue strade di sangue e coinvolgere le bande locali in una guerra sempre più spietata, in cui shiro e kuro non esitano a buttarsi a capofitto, una guerra che prosegue senza enormi sconvolgimenti fino al momento in cui i due ragazzi non finiscono per essere divisi e l'equilibrio si spezza, portando a conseguenze inattese.

questa è grossomodo la trama di tekkon kinkreet, opera di taiyo matsumoto dei primi anni '90 che anticipa alcune tematiche del forse più celebre sunny, uscito qualche anno fa per j-pop (e adesso di nuovo disponibile) dopo un primo, fallimentare tentativo di pubblicazione da parte di kappa edizioni per la collana manga-san nell'ormai lontano 2008.


shiro e kuro, bianco e nero. i due protagonisti sono uno l'antitesi dell'altro, opposti e complementari, inseparabili. il primo è un ragazzino solare, che esprime le sue emozioni senza riserve, a volte, nonostante la durezza della vita in strada, fin troppo ingenuo, al limite del distacco dalla realtà. shiro sa di essere il soldato in missione sulla terra, il cui compito è assicurare la pace. e dove shiro volge gli occhi al cielo per confermare a qualcuno lassù che sta facendo bene il suo dovere, kuro tiene i piedi ben piantati per terra, è freddo e duro come la roccia, quasi incapace di provare emozioni se non per shiro, disposto a tutto pur di proteggerlo, pur di non cambiare nulla della realtà che li circonda.

senza perdersi in spiegoni e didascalie, taiyo matsumoto ci lascia vagare per tarakacho e tra i pensieri dei due ragazzini - difficile dire quale sia l'ambiente più surreale - mettendo in piedi un racconto di crescita (difficile definirlo di formazione) crudo e visionario in cui convergono quei topoi che fanno di sunny un'opera tanto amata come il conflitto tra l'infanzia e l'età adulta, tra i grandi sogni dei bambini e le meschinità dei più grandi, un conflitto che qui però si esplicita narrativamente e graficamente in molto poco metaforiche sprangate in testa e calci allo stomaco.


il racconto è tutto affidato ai dialoghi e ai pensieri dei personaggi, scambi di battute essenziali, a volte anche solo allusivi, in alcune situazioni persino incomprensibili, e non c'è spazio per una qualche voce narrante e questo - insieme alla straordinaria espressività dei disegni - rende la lettura incalzante, veloce quasi quanto i voli dei gatti sui tetti del quartiere.

rispetto a sunny però tekkon kinkreet ha in più un'estetica più sporca e visionaria che sembra voler conciliare insieme le stesse contraddizioni che animano shiro e kuro: takaracho sembra un incubo a metà tra una violenza decadente e disperata e un infantilismo gioioso e ingenuo in cui si susseguono architetture insensate e personaggi ai limiti del surreale.

per quanto abusata sia quest'espressione, è davvero un piccolo capolavoro e sono stata felicissima di essere riuscita a recuperarlo.
e adesso, in attesa della pubblicazione di number 5, mi aspetta anche gogo monster, di cui spero di riuscire a parlarvi a breve!

mercoledì 29 settembre 2021

24/7

 no guarda andatevene affanculo. anzi. come si dice. "arrivederci e grazie"


se il secondo libro è davvero il banco di prova di un autore, per nova mi sa che preferisco aspettare il terzo. stelle o sparo mi era piaciuto moltissimo, 24/7 mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca perché mi aspettavo una bomba e invece... è stato più che altro un petardo.


un campo di pomodori, tre vecchi sfaticati e un ragazzino appassionato di rap costretto ai lavori socialmente utili, scena di ordinaria tristezza e incompatibilità generazionale sconvolta da un camion di rifiuti tossici che si ribalta sul raccolto.
cambio.
dante ha appena iniziato il suo nuovo lavoro come commesso di uno dei tanti squallidi discount di una qualsiasi città, famoso però per la qualità delle sue verdure: roba sana, gustosa e a chilometro zero - viva l'ambientalismo! - peccato che proprio il suo primo giorno di lavoro i pomodori - conditi da dio solo sa che roba - siano tra la merce fresca. e peccato che proprio il suo primo giorno per un qualche motivo le uscite del supermercato si chiudano tutte proprio mentre i clienti si trasformano in mostri ributtanti sotto l'influsso dei liquami non identificati, dando il via a una sequela di scene splatter e grottesche, tra vecchie rompicoglioni e mamme pancine, mentre dante si spara un paio di flash deprimenti sulla sua ex.


ora, è sicuramente interessante la critica sociale al disagio dei giovani, il lavoro che non c'è e quando c'è è una merda, il fatto che i supermercati ci fanno cordialmente schifo tanto quanto ci faccia schifo questa storia del puoi (anzi, devi) spendere ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni alla settimana, e il momento di odio omicida verso la nonnina rompipalle in coda l'abbiamo sperimentato tutti. ok, mi piace tutto, tutto fantastico, interessante e azzeccato. ma se dobbiamo puntare tutto su questa metafora allora mi sembra che sia un po'... floscia? nel senso: cosa aggiunge a quello che sappiamo, viviamo e sperimentiamo ogni giorno? quale nuova chiave di lettura dà al nostro quotidiano?


se invece vogliamo prenderlo come una bella storia splatter piena di robe disgustose, una sorta di messa in scena dei pensieri che il 90% di noi ha fatto almeno una volta nella vita mentre spreca la sua esistenza in coda per pagare i surgelati (sulle note de i sogni son desideri), allora va molto meglio ma.
ma.
ragazzi, io lo so che sto per dire una cosa brutta, ma la devo dire.
non ne posso più di 'sti disegni lisergici - surreali - stile originalissimo - dinamici - espressivi - palette acide e coraggiose eccetera. non ne posso più di 'ste vignette che per capire che diamine sto guardando, se è una mano o un asparago brutto ci devo perdere tre minuti interi.
e io la parte splatter non me la sono goduta perché tempo di decifrare cosa stavo guardando era già passato l'effetto shock dell'acquirente mutante.
sarà che sono vecchia ormai, che non capisco più l'arte né il fumetto, che ne so. però davvero, basta. non è che serva essere dei preraffaelliti, per carità, però se non capisco cosa succede mi perdo il piacere della lettura. e dire che i disegni di stelle o sparo mi erano piaciuti moltissimo.

ecco, questo è il problema - mio, personalissimo: non c'ho trovato nulla di troppo profondo e nemmeno nulla di troppo divertente, è stato solo confuso e difficile da seguire e non mi ha lasciato nulla in più di quello che potevo pensare prima.
il che mi spiace tantissimo perché nova mi aveva conquistata con il suo primo libro.

aspetto il terzo sperando di cambiare idea di nuovo.