giovedì 30 aprile 2026

gomìtolo 6 ~ aprile 2026

è finito aprile e non si è chiuso occhio.


settimana dopo settimana, mese dopo mese, la sensazione è sempre quella di averla sfangata per un pelo e di avere giusto qualche ora per riprendere fiato perché poi ricomincia. come cazzo facciamo a vivere così?
leggo e guardo storie perché ci trovo dentro tutta l'umanità che non riesco a trovare nel resto di questo pezzetto di mondo che, suo malgrado, mi ospita.
il mese scorso scrivevo della nostalgia del futuro che non avremo mai, ma anche il presente non è che sia proprio messo benissimo. a volte mi dico che mi manca stare al sud, poi temo che in realtà quello che mi manca è avere vent'anni e pensare che tutto sembrava facile, e invece.
dissociamo. dissociamo tutto, in ogni situazione, continuamente.

i social continuano a farci vedere crimini di guerra - ancora bambinə, ancora giornalistə, ancora donne e uomini massacratə dal peggiore regime che si sia mai appropriato del termine democrazia - violenza, odio e squallore, intervallando lo spettacolo con qualche sponsorizzata che ci ricorda che l'estate è alle porte e che dovremmo dimagrire, perché col cazzo che possiamo starcene in spiaggia a rilassarci, tocca performare anche lì, che ormai abbiamo una certa età e se non trovi qualcuno che ti piglia, qual è il tuo piano b?
un cane e due gatti. almeno.
questo, a dire il vero, è sempre stato il piano a.
se mi dice culo, anche un vaso di pomodorini sul balcone.


a proposito di democrazia, ad aprile qui a bologna c'è stata una cosa molto bella, che è il festival dell'antropologia. ho seguito meno incontri di quelli che avrei voluto, ma sono riuscita a esserci a quello in cui si parlava di genova. se vi basta leggere genova per capire, allora non serve dire altro.

se non vi basta, non è questo il posto in cui fare una lezione di storia e, soprattutto, non sono io la persona adatta, scusatemi. però internet ha una buona memoria e si trova ancora un sacco di roba in giro, tipo questo articolo di wu ming che io continuo a spammare ovunque da tipo quattordici anni ormai.
si parlava di genova e di tutto quello che a genova abbiamo perso. del fatto che sì, avevamo ragione noi, lo vediamo ogni giorno, ma avere ragione non è sempre una cosa positiva. avrei preferito ci fossimo sbagliatə.
si parlava di cosa sono stati quei giorni di luglio di venticinque anni fa a genova, e si parlava di cosa vuol dire democrazia - ecco, visto? non mi stavo perdendo - che non è soltanto siamo in una democrazia perché votiamo.
democrazia è quella cosa per cui i diritti di tuttə sono difesi e i crimini sono definiti come tali non per reprimerci ma per tutelarci. e invece, giunti ormai al quinto decreto sicurezza di questo governo, indovinate in che direzione stiamo andando? e indovinate perché ci ostiniamo a chiamare amico e democratico il regime di cui sopra?
lo capite che non possiamo smettere di stare costantemente in ansia, vero? e che quest'ansia deve trasformarsi in azione e diventare qualcosa di utile, vero?

intanto, oltre a qualche goccina di tanto in tanto, cerco di metterci tutte le storie che posso, perché, come dicevo sopra, o così oppure non lo so.
e quindi, ecco il riassunto delle cose che ho letto/guardato questo mese. molto meno di quello che avrei voluto, ma sempre meglio di niente.
e qualche riga inutile per far quadrare questa mia bruttissima idea di mettere le immagini piccine così, ai bordi della pagina, che mi piace, mi ricorda com'era il blog tanto tanto taaaanto tempo fa ma combina un sacco di casini con l'html che non so risolvere, ma ecco, ci siamo.


contrariamente alle mie aspettative sono riuscita a trovare meno uno all'alba, il primo volume della nuova stagione di pkna - che non è più pkna ma pkeda, pk early days adventures - che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca. sicuramente, ma non era difficile, mi è piaciuto più di esperimento abominio, ma credo che la cosa migliore di tutto sia il modo in cui è stato sfruttato il fattore nostalgia.
già soltanto avere un nuovo spillatino come quelli che leggevo da ragazzina è stato emozionante (avremo più emozioni forti che non siano rimpianto e nostalgia?) anche se la storia è solo un pretesto per far arrivare questo volumetto sugli scaffali delle fumetterie (con i tempi e le modalità di panini, ovvio) e farlo finire nelle mani dellə quarantennə che speravano un ritorno dei bei tempi andati.

trent'anni fa gli evroniani attaccavano paperopoli durante una serata di gala del cast di una delle telenovelas (ebbene sì, si chiamavano così) più amate, l'indimenticabile patemi (chissà se torre, vendruscolo e ciarrapico hanno preso ispirazione da qui per occhi del cuore), e scatenavano il terrore sul tetto di quella ducklair tower che sarebbe poi diventata il cuore di tutta pkna. quel momento stravolgeva non soltanto la vita di paperino, ma anche quella di noi lettorə. paperinik, prima vendicatore mascherato, poi giustiziere notturno armato di stivaletti a molla e altri trabiccoli ideati dal genio di quartiere archimede, si ritrovava invischiato in un conflitto che andava ben oltre i confini di paperopoli, con un nemico che era ben altra cosa rispetto ai soliti ladruncoli del calisota: un impero alieno che distruggeva mondi senza pietà, spinto solo dalla sua fama insaziabile.
adesso sisti e sciarrone, due tra i nomi storici delle vecchie serie, riavvolgono il nastro quel tanto che basta a farci scoprire l'antefatto di quei momenti storici, ma il risultato è abbastanza dubbio.
mentre i bassotti progettano l'ennesimo colpo ai danni di paperone, evron scopre che soldi e soap opera catalizzano una quantità di emozioni decisamente appetitose (lo sappiamo tuttə che gli evroniani sono vampiri emozionali, no?), così da spingerlo a scegliere la terra come prossimo obiettivo.

il problema è che il tono della storia è molto più vicino a topolino che a pkna, totalmente fuori fuoco rispetto a quell'atmosfera più cupa, seria e adulta che ci aveva tanto fattə innamorare nel '96. questi evroniani non fanno paura a nessunə, questa paperopoli è troppo solare, pop e colorata per differenziarsi da quella che conosciamo da qualsiasi altra storia di paperi che possiamo leggere ogni settimana su topolino.
insomma, la forma è quella di pk, la sostanza no.
la domanda, a questo punto, è: se non si riesce - non si vuole? - tornare alle atmosfere e ai temi che hanno fatto di pkna il capolavoro che è stato, ha davvero senso continuare un'operazione che ha come target un pubblico che non può davvero accontentarsi di qualsiasi-cosa-sia-questa-cosa-qui?
lo scopriremo a ottobre. intanto, l'unica cosa che resta è tanta insoddisfazione e una storia che si dimentica dieci minuti dopo aver chiuso il volumetto.


a proposito di nostalgia, c'è un'altra cosa negli ultimi mesi che mi fa tornare in mente i ricordi d'infanzia, di quando tornavo a casa e trovavo la mia copia - all'epoca era topolino - incellophanata vicino alla cassetta delle lettere. adesso è la fine del mondo. se non vivete su marte, ne avrete sicuramente sentito parlare. altrimenti, male per voi. però si recupera qui, e ne vale un sacco la pena.
è la rivista a fumetti de il manifesto ed è diretta da quel genio di maicol & mirko ed è piena di roba bella e bellissima (e altra che a me piace un po' meno, ma va bene lo stesso), di fumetti a puntate di gente bravissima come, appunto, maicol & mirco, zerocalcare, kalina muhova, blu, bruno bozzetto, dottor pira, zuzu, alice socal, altan, e un sacco di altrə.
niente pubblicità, solo storie a fumetti a puntate. che in un mondo di sponsorizzate e bingewatching sanno quasi di fantascienza, o sono un po' la madeleine proustiana di un pezzetto della nostra generazione.
insomma, negli ultimi tempi, tornare a casa e trovare la copia - mezzo sgualcita, grazie postinə - ad aspettarmi è stato consolatorio e bello, e ormai l'appuntamento con alcune storie (io non avrei mai creduto che mi si sarebbe stretto il cuore per uno scarafaggio di nome sandro, e invece) è uno dei momenti migliori di ogni mese.
vorrei che tuttə volessero bene a progetti belli come questi, vorrei che ce ne fossero di più di cose così: storie a fumetti schiaffate dentro a riviste spiegazzate che non fanno bella mostra in libreria, che non sono troppo instagrammabili, ma che sono belle e basta.


di solito ho la maledizione degli urania, per cui li prendo e poi li lascio ammuffire in libreria per anni. love, death and robots, invece, l'ho letto in tempi abbastanza brevi e mi è piaciuto. è una raccolta di racconti e, ovviamente, non mi sono piaciuti tutti e non tutti allo stesso modo. alcuni sono davvero notevoli, altri carini, altri si possono tranquillamente definire uno spreco di carta, ma devo ammettere che la proporzione tra le tre cose è abbastanza equilibrata.
senza andare troppo nel dettaglio, posso dire che le storie che parlano di guerra, invasioni e robe del genere sono noiose e spesso anche inutili, non lasciano niente, non immaginano niente che non sappiamo già, semplicemente cambiano lo sfondo ma mettono in scena sempre la stessa storia, che ormai ha poco da insegnarci. quale che sia il pianeta su cui esplode una bomba, il risultato è sempre morte e distruzione. a che serve immaginare un futuro in cui siamo capaci di attraversare l'universo, di incontrare altre forme di vita, di mettere piede su altri mondi se poi dobbiamo trasformare tutto questo nello scenario della più stupida delle cose che l'umanità ha inventato e che fa dal giorno dopo in cui è comparsa? insomma, se fantascienza deve essere immaginiamo astronavi da guerra e armi che fanno boom più forte e più lontano, allora non è la fantascienza che mi interessa.
ci sono, invece, racconti che nascono da premesse più affascinanti e che indagano altri temi: da esperimenti di bioingegneria estrema - una di queste è anche una delle storie più interessanti dal punto di vista strettamente letterario di questa antologia - all'incontro sempre molto affascinante tra antiche credenze e tecnologie futuristiche, dalla possibilità di arrivare a forme di consapevolezza e coscienza che superano i limiti umani, fino alle più classiche storie di speculative fiction di cui, personalmente, non credo di riuscire a stancarmi tanto facilmente.
una raccolta non perfetta ma notevole, se vi capita di trovarla in giro, recuperatela.


sono uscite due serie anime che aspettavo tantissimo, e cioè witch hat atelier e mao.
ma ve lo ricordate quando atelier of the witch hat lo leggevamo in quattro? beh, evvivachebello, il mondo ha scoperto quanto è bella questa serie e io - che non ho mai avuto quella voglia snob di farmi piacere solo le cose che non piacciono a nessuno - non potrei essere più contenta.
non ho la serie qui con me a bologna e quindi non riesco a fare un confronto diretto, ma mi sembra che l'anime stia seguendo molto fedelmente il manga sia nella storia, sia - e chiaramente è qui il motivo del suo successo - nella resa visiva. i pregi dell'opera di kamome shirahama sono sicuramente il sistema magico innovativo e coerente - la magia non è qualcosa che solo pochə elettə possiedono dalla nascita, ma si può imparare - personaggə ben strutturatə e una trama appassionante, ma anche e soprattutto uno stile grafico elegantissimo e riconoscibile, tanto nel tratto quanto nel design di ogni singolo elemento della storia, dallə personaggə agli oggetti, dalle ambientazioni all'abbigliamento. e lo studio bug films è riuscito nel miracolo di restituire quella ricercatezza e raffinatezza anche nella versione animata.
insomma, se non l'avete ancora iniziato, è arrivato il momento.

invece, mao. allora, seriamente: è chiaro che questa serie la leggiamo soltanto perché a) ci manca un sacco inuyasha e mao, in qualche modo, riprende moltissimi elementi di quella serie e b) perché vogliamo bene a rumiko takahashi e se lei scrive qualcosa, noi la leggiamo.
il fatto che sia uscito l'anime è, per me, un modo per fare il riassunto del manga che ha due enormi difetti: il primo è che, anche se la trama è lineare - ragazza del presente finisce in una versione alternativa del passato dove esistono i demoni e incontra un ragazzo mezzo umano alla ricerca del demone che lo ha maledetto (vi ricorda qualcosa?) - è strapiena di sottotrame e filler veri e propri che allungano il brodo inutilmente. il secondo è che il ritmo della pubblicazione è lento, e ogni volta che esce un volumetto nuovo mi ci vuole un po' per ricordarmi chi è chi e cosa sta succedendo.
quindi, seguire l'anime mi aiuta a fare un po' il punto della situazione e, spero, andando più avanti mi aiuterà a ricordare lə personaggə secondariə e le loro storie.
ma, a parte questo, bisogna ammettere che non è male, anzi. ovviamente, essendo molto più recente di inuyasha, l'animazione è migliore e il ritmo degli episodi è più veloce. ma, esattamente come per il manga, manca qualcosa. non so bene cosa, forse il fatto che somigli così tanto ad inuyasha e che però, nel tentativo di essere un'opera più matura, non riesce a essere emozionale come inuyasha. non si ride e non si piange, e lə personaggə stessə sembrano non provare davvero nessuna emozione, quasi fossero attorə che recitano svogliatamente. e, fino a ora, l'anime mi sta dando le stesse sensazioni.
ma continuerò a seguire sia il manga, sia l'anime perché non riesco a rinunciare a rumiko takahashi (ai tempi ho persino guardato quell'immane porcheria che è yashahime, immaginate come sto messa).


ed è anche iniziato the testaments, il sequel di the handmaid's tale, tratto dall'omonimo romanzo che ho letto a suo tempo (ne ho anche parlato qui) ma di cui non mi ricordo assolutamente niente (oltretutto ce l'ho giù a casa, quindi non riesco nemmeno a darci una rilettura).

the handmaid's tale iniziava raccontando un regime giovane che cercava di stabilizzare le sue istituzioni, e lo faceva attraverso lo sguardo di june, una donna a cui gilead aveva tolto ogni cosa - libertà, indipendenza, autodeterminazione, amore, famiglia, amicizia, lavoro, tutto - e aveva costretto in un ruolo che contraddiceva tutto quello che era stata la sua vita fino a quel momento. ribellarsi e cercare di riportare tutto alla normalità era, se non l'unica possibilità, una delle più plausibili.

the testaments, invece, si apre su un mondo che ha trovato il suo equilibrio e nel quale la nuova generazione di donne (e di uomini) non ha metro di paragone con la realtà precedente al colpo di stato dei comandanti. vive, da sempre (o comunque da abbastanza da non aver altri ricordi), nell'unica realtà che conosce, una realtà che non lascia spazio ad alternative, neppure immaginate.
protagoniste sono due ragazze: agnes (sì, proprio lei), privilegiata figlia di un comandante, la cui educazione è sempre e solo stata orientata all'unico obiettivo che una ragazza come lei può avere, cioè quello di diventare una moglie perfetta. accanto a lei, daisy, una pearl girl, cioè una di quelle ragazze cresciute fuori gilead e convertite - più o meno volontariamente - al regime.
in questa serie, quindi, gli elementi distopici si uniscono inestricabilmente a quelli del romanzo di formazione. ma è una formazione obbligata, costretta nell'unica direzione che gilead offre alle donne, e che di certo non contempla la possibilità di una rivoluzione.
ma cos'è l'adolescenza a gilead? cosa significa vivere una trasformazione tanto profonda e difficile in una società in cui l'età di mezzo tra l'infanzia e la maturità dura giusto il tempo in cui un corpo femminile viene immesso nel mercato matrimoniale e scelto?

fino a ora la storia procede con relativa lentezza e senza grossi colpi di scena, ma la violenza a gilead è così intrinsecamente presente in ogni aspetto della quotidianità da non essere immediatamente riconoscibile in quanto tale.
può sembrare una serie che non ha molto da aggiungere a the handmaid's tale, ma io credo che invece stia dando degli spunti interessanti, soprattutto sul concetto di educazione (sarà deformazione professionale, ma la clacca-antropologa è molto felice di entrare all'interno del sistema formativo di una realtà come quella di gilead). insomma, per me è promossa, non soltanto per la storia, il world building, la solita regia e fotografia eccellenti, ma anche per la bravura dellə attorə, in particolare delle ragazze che interpretano agnes, daisy e le altre.


ho iniziato a vedere l'uomo nell'alto castello, la serie tv tratta dal romanzo di philip k. dick (che no, non ho ancora letto ma lo recupererò assolutamente) e mi sta letteralmente consumando il cervello.
la premessa di questa storia credo la conosciamo tuttə: come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale? beh, facile, sarebbe una merda.
eppure, vedere questa possibilità declinata nel quotidiano - per la precisione dei non-stati-uniti degli anni '60 - è, soprattutto all'inizio, davvero scioccante: aquile e svastiche che adornano una new york cupa, grigia, visivamente e fattivamente oppressa.
come in ogni paese occupato, dietro la facciata più o meno solida dell'obbedienza si cela una qualche forma di resistenza. qui, una rete si intreccia tra la parte sotto il controllo del reich e quella dominata dal giappone (sì, c'era anche l'italia tra le potenze dell'asse, eppure nella storia non viene mai neppure nominata. dà una certa soddisfazione vedere che manco nelle ucronie i fasci hanno mai contato un cazzo) per portare a un misterioso uomo-nell'alto-castello dei filmati ancora più misteriosi che mostrano la storia per come la conosciamo noi ma che è un'assurda fantasia per lə personaggə del racconto, cioè quella in cui la guerra è stata vinta dagli alleati. ma da dove vengono queste pellicole? come sono state prodotte? da chi? e a quale scopo?

la cosa che mi sta divertendo di più è leggere vecchi commenti di gente stupita del fatto che empatizza con personaggə oggettivamente orribili come lə nazistə, commenti che non fanno altro che supportare la tesi per cui ci stiamo completamente disabituano a pensare la complessità della realtà e quella delle persone (il che porta, a cascata, a un sacco di problemi nel gestire le relazioni. ma questi sono gli argomenti che preferisco trattare con la psicologa).
è vero, ci sono personaggə eticamente orripilanti in questa serie che, allo stesso tempo, hanno sentimenti nobilissimi per le proprie famiglie e, più in generale, per le persone che amano. e le due cose coesistono e non entrano in contraddizione perché sono parte dello stesso sistema morale che ha mosso - e continua a muovere - questo tipo di personaggə. non c'è nulla di contraddittorio nel ripudiare le loro idee politiche e la loro etica e, allo stesso tempo, partecipare emotivamente alle loro tragedie personali, non è quello che ci deve preoccupare. dovrebbe preoccuparci il non riuscire a problematizzare la schizofrenia del sistema di valori che questa gente ha creato e di cui si è nutrita, a cominciare dall'istituzionalizzazione della disumanizzazione dell'altro e, a monte, della definizione così netta e implacabile dell'alterità.

è uscita qualche anno fa e volevo recuperarla da tempo, ma rimandavo perché ero sicura che mi sarei persa a vederla. e infatti, mi sono persa. sono infognata malissimo, non farò altro fino a che non arriverò alla fine della serie.
addio.


per la precisione, l'uomo nell'alto castello ho iniziato a guardarla la sera del 25 aprile, il mio primo 25 aprile qui a bologna (che ogni anno finivo per stare sempre da un'altra parte), e penso sia stata la parte nerd del mio inconscio a portarmi a iniziarla perché non ne posso più di sentire e leggere sempre polemiche inutili su questa giornata che dovrebbe essere di festa per tuttə e che invece, puntualmente, il peggio di questo paese cerca sempre di sporcare.
il punto è che vorrei davvero che quelle teste di merda finissero in una realtà alternativa in cui le cose sono andate come sognano. anche solo per qualche settimana, giusto il tempo di rendersi conto di quanto miserabile sia continuare, ottantun anni dopo, a rimpiangere il peggior schifo della nostra storia.


e per chiudere in bellezza questo post - che è iniziato in modo triste e arrabbiato, scusate - questo mese sul blog audace sono uscite tre interviste che avevo fatto qualche tempo fa e di cui sono molto felice, e tutte e tre fanno parte di non è una questione di genere, un dossier dedicato alle donne (e in generale alle soggettività non-maschie-cis-etero) che lavorano nel mondo del fumetto. il consiglio è di leggerlo tutto, ma comunque le tre interviste sono a matilde sali, annamaria di matteo e silvia ziche.

martedì 21 aprile 2026

sangue madre

ogni mio pensiero era rivolto soltanto a lei. pensavo a lei con angoscia, affetto e nostalgia.

alcuni confini sono labili, più di quanto non siamo dispostə ad ammettere ad alta voce. dopotutto, per quanto ogni società abbia collezionato nel corso della sua storia un'infinità di pagine in materia di giurisprudenza per definire il concetto di crimine e trovare la relativa soluzione, rimane nell'immaginario collettivo la figura del vendicatore (o della vendicatrice): affascinante nella sua ambiguità morale, contraria a ogni legge eppure eroica nella sua capacità di riparare ai torti subiti come nessuna (si spera) istituzione democratica sarebbe capace di fare. una figura che facilmente rinuncia alla sua umanità, anche in senso letterale, per trasformarsi in creatura mitologica e mostruosa, che intercetta miti popolari e fantasie macabre.
la rabbia ribollì dentro di me, così potente che ebbi l'impressione di librarmi da terra. non era il momento di piangere. non ancora.
sangue madre è una storia di vendetta e di giustizia che ruota proprio intorno a una figura ambigua, sfuggente, impossibile da immaginare senza sconfinare nel soprannaturale.
un serial killer che uccide e carbonizza le sue vittime, tutti maschi: mariti, fidanzati, ex, professori, uomini di ogni estrazione sociale e di ogni età che hanno in comune soltanto l'aver agito atti di violenza e persecuzione nei confronti delle donne.
non è un giallo né propriamente un thriller perché non dobbiamo "scoprire" chi è il colpevole, o meglio la colpevole. lo sappiamo già, proprio dalla primissima pagina: una madre assiste all'omicidio della propria figlia, jeongya, e prima di perdere conoscenza giura vendetta.

il mistero, dunque, non sta nell'identità dell'assassina, quanto nella sua natura e nelle sue capacità.
è l’ispettrice noh jinseon a cogliere collegamenti illogici tra il "primo" assassinio e gli altri. "altri", non "successivi", perché gli archivi svelano l'inquietante realtà di un'incoerenza temporale impossibile tra i crimini su cui sta indagando e altri che si sono verificati anni addietro.

ma il romanzo di kim bohyun non è neppure strettamente classificabile come horror. nonostante la crudezza delle scene dei ritrovamenti dei cadaveri, non c'è mai morbosità nell'indugiare nelle scene delle uccisioni, alle quali non assistiamo praticamente mai. l'obiettivo di bohyun non è la crudeltà e neppure lo shock.
sangue madre si veste di soprannaturale per porre un quesito fin troppo immanente: se la legge, lo stato, la società tutta non proteggono le donne, se sottostimano indecentemente la gravità delle persecuzioni, delle violenze, degli stupri, delle uccisioni, se - anzi - colpevolizzano le vittime e trovano ogni possibile attenuante per i carnefici, cosa resta? dove si può trovare consolazione? chi può garantire giustizia? come si può continuare ad avere fiducia nelle istituzioni e nella legge se sono loro le prime a voltare le spalle davanti al sangue e alla disperazione?
aveva sentito dire che non tutti i mali vengono per nuocere. alcune sfortune, in effetti, possono renderci migliori. [...] essere maturi significa saper cogliere un filo di speranza anche nei momenti più dolorosi. gyeongshin, invece, trovava che il mondo intero fosse crudele e ingiusto con lei. la sfortuna non era nient'antro che sfortuna, e il dolore nient'altro che dolore. quella consapevolezza le erodeva l'anima, minando la sua sanità, pezzo dopo pezzo.
ogni volta che gyeonshin ignorava una chiamata di jonggu, amici e conoscenti lo giustificavano dicendole che si comportava così perché era perdutamente innamorato di lei e la esortavano a rispondere. lei, però, non sapeva nemmeno come reagire quando le persone che avrebbero dovuto esserle vicine si lasciavano andare a sospiri drammatici e sognanti. era come se sotto i loro sguardi si fosse trasformata in una creatura totalmente priva di identità.
è di questo vuoto, di questa sistematizzazione della violenza e della colpevolizzazione secondaria che si nutre la vendetta. non un sentimento crudele e inumano, ma una risposta alla crudeltà e alla spietatezza che è, per le donne di questo romanzo (e non solo) esperienza quotidiana.
un'esperienza capace di annullare desideri e identità, di privarle della libertà e della vita stessa. un'esperienza che il mondo intero chiede di accogliere, tollerare, sopportare in silenzio, a testa bassa, senza unica reazione che l'assurdo senso di colpa per un crimine che si è subito.
pensavamo che punendo coloro che ci hanno causato dolore, anche il dolore sarebbe scomparso. pensate che siamo delle ingenue, vero? certo che lo siamo. ma, con nostra immensa sorpresa, ha funzionato.
la figura a cui dà vita bohyun è, neppure troppo paradossalmente, una creatura brutale ma lucida.
nella straziante ricerca della figlia che le è stata uccisa, la madre occupa uno spazio di esistenza liminale e inconoscibile tra i margini del reale e del tempo, e si fa madre di tutte le donne, consolatrice di ogni figlia, salvatrice e vendicatrice.

mercoledì 8 aprile 2026

la salvezza di aka

«fin dove vuoi arrivare?»

«fin dove le mie guide mi conducono benevole»


a ogni romanzo di ursula k. le guin che leggo, il mio amore per lei cresce. le sue storie, il suo modo di scrivere e soprattutto quello di costruire mondi e le umanità che li abitano sono diventati ormai rifugi mentali sicuri e confortevoli in cui estraniarsi dalla realtà, lasciare spazio e tempo al cervello di pensare, ragionare, riflettere, imparare e tirare un momento il fiato.

ne la salvezza di aka, ultimo romanzo del ciclo dell'ecumene (ma non l'ultimo di questa collana di ristampe - che non ha seguito l'ordine originale dei libri - in cui è già uscito da qualche giorno anche la città delle illusioni), ritroviamo tutti i temi cari all'autrice: l'esplorazione di mondi e delle loro civiltà, l'anticolonialismo, la ribellione verso le leggi ingiuste, la critica al capitalismo.
leggere questo libro mi ha fatto tornare indietro agli anni dell'università, allo studio dell'antropologia culturale, al piacere di scoprire sistemi di pensiero altri rispetto al proprio e di scoprire nell'alterità qualcosa di sé. che è quello che succede a sutty, osservatrice dell'ecumene e protagonista del racconto.

il mondo di origine di sutty è il pianeta terra - che, a beneficio di chi non ha molta confidenza con l'universo dell'ecumene, non è il mondo originario dell'umanità ma una colonia hainiana - travolto dal fanatismo religioso unista, che ha messo al bando con violenza ogni idea contraria al pensiero dominante.
studiosa di storia e linguistica, e inviata su aka, a sutty è stato affidato il difficilissimo compito di osservare e studiare un'altra cultura praticamente cancellata: se sulla terra unismo è stato sinonimo di distruzione sistematica di ogni religione altra, ma anche di ogni idea non conforme all'ideologia imposta, su aka il totalitarismo si basa su una secolarità assoluta, un rifiuto categorico di ogni religione e spiritualità e, più in generale, di tutto ciò che è considerato retrogrado e improduttivo.
nei fatti, il nuovo stato-azienda ha completamente bandito il passato.
non soltanto sono stati eliminati i vecchi libri e la scrittura stessa, considerata portatrice di idee reazionarie, ma anche il modo di parlare e di vivere dellə abitanti sono stati piegati al nuovo obiettivo di creare dellə cittadinə che si limitino ai loro ruoli essenziali di produttorə e consumatorə (produttorə e consumatorə di un certo tipo di prodotti che corrisponde all'ideale consumistico promosso dallo stato-azienda di aka, quindi anche il rapporto con la creazione e l'utilizzo degli oggetti è cambiato drasticamente), in un'esaltazione fondamentalista del progresso economico.

giunta alla sua destinazione ufficiale, sutty si rende conto di quanto le sue competenze siano inadeguate: cosa può fare una storica immersa in una civiltà che ha deciso di rinnegare la sua storia? cosa può indagare una linguista con un popolo che ha trasformato repentinamente e attraverso un'imposizione dall'alto la sua lingua?
quello che sembra un fallimento annunciato però si trasforma in una grande opportunità: contrariamente a ogni aspettativa, sutty riceve il permesso di esplorare un'altra zona del pianeta.
okzat-ozkat era un luogo sicuro dove vivere, sicuro in modo patetico. era una povera cittadina di provincia, trascinata nella scia tumultuosa del progresso akano, ma abbastanza arretrata da conservare ancora resti sbrindellati del vecchio modo di vivere, dell'antica civiltà.
in questo villaggio tra le montagne, lontano dalle città e dalle imposizioni del nuovo sistema, sutty diventa immediatamente ospite e amica dell'anziana iziezi e del suo giovane nipote, akidan. vivendo con loro, seguendolə nelle diverse attività della giornata e incontrando altre persone (come lə maz, sorta di guide spirituali e non, depositarə della conoscenza), poco a poco sutty inizia a scoprire la realtà precedente e a intravedere il complesso - e ovviamente nascosto - sistema di preservazione della cultura originaria di aka.
la resistenza alla cancellazione della memoria si lega profondamente alla conservazione non soltanto del suo passato ma anche, e soprattutto, a una prospettiva sulla realtà denominata la narrazione, un sistema di pensiero che si avvicina alle idee di religione e filosofia ma che è, in realtà, ancora più ampio.
qualunque cosa fosse, quello che stava cercando di scoprire, di apprendere, non era una religione con un credo e un libro sacro. non si occupava di fede. tutti i suoi libri erano sacri. non si poteva definire con simboli e idee, per quanto i suoi simboli e le sue idee fossero bellissimi, abbondanti, interessanti. e non si chiamava "foresta", sebbene a volte la chiamassero così, né "montagna", sebbene a volte la chiamassero così, ma perlopiù, a quanto le risultava, era chiamata "la narrazione".
il passato che lə abitanti di okzat-ozkat cercano di difendere non è semplicemente qualcosa che era e che ormai non è più, ma è la base necessaria affinché possa ancora esistere la loro stessa identità e il loro futuro.
«noi non siamo fuori dal mondo, yoz. lo sai? noi siamo il mondo. siamo la sua lingua. così noi viviamo e il mondo vive. capisci? se non diciamo le parole, cosa c'è nel nostro mondo?»
una buona parte del romanzo diventa, a questo punto, una sorta di diario di campo di sutty, in cui al resoconto dei fatti si affiancano appunti, ragionamenti e dubbi su quello che pian piano la studiosa scopre. e se state pensando che una cosa così sia noiosa, siete completamente fuori strada. in queste pagine le guin trasforma un momento di stasi in un vero e proprio viaggio in profondità nella comprensione di aka, di conoscenza del suo passato attraverso tutto ciò che lə suə abitanti sono riuscitə a salvare: miti, storie, memorie, poesie.
e questo momento è, per sutty, fondamentale per il viaggio - letteralmente inteso - successivo verso la vetta del silong, l'enorme montagna che domina il villaggio, alla scoperta del cuore segreto di aka e del suo rapporto complesso con la civiltà hainiana e con la terra.

senza scendere troppo nei dettagli della trama, è in questo rapporto che le guin racconta l'atroce realtà che sottende al colonialismo. se c'è una violenza palese ed evidente nella presa di possesso di uno spazio da parte dei coloni - tanto negli immaginari fantascientifici quanto nella nostra storia e, purtroppo ancora, nel nostro presente - c'è un'altra forma di sopraffazione e annichilimento che è quella del pensiero: chi si impossessa della terra, degli spazi, delle risorse, chi annienta ecosistemi, animali e esseri umani per i propri scopi, allo stesso tempo cancella memorie, idee, credenze, religioni, valori, parole, poesie, identità, interazioni tra esseri viventi e ecosistema le cui radici si perdono in quel passato che il nuovo dominatore presente deve rimuovere per costruire il suo futuro.

è questo il filo su cui scorre la storia de la salvezza di aka, e non è un caso che proprio questo romanzo chiuda il ciclo dell'ecumene, una lunga serie di storie di colonizzatorə e colonizzatə, di incontri e scontri su mondi differenti, di infinite possibilità in cui l'umanità può declinarsi una volta innestata su un nuovo mondo.

venerdì 3 aprile 2026

gomìtolo 5 ~ marzo 2026


all'inizio questa cosa dell'essere millennial mi sembrava una figata, invece ogni volta che leggo un articolo che parla della nostra generazione (di quanto è disperata e sfigata, insomma) mi dico ah ma allora non è solo una sensazione mia. e un po' mi deprimo. ad esempio, ho scoperto che quella delusione - o nostalgia, come dicono lə romanticə - per il futuro che immaginavamo e che invece non è arrivato (e non arriverà mai) è una roba generazionale, che interessa tuttə. beh, non è solo una sensazione mia, non è nemmeno una sensazione, è un disastro politico, culturale ed economico clamoroso. e l'unica cosa che facciamo sono gli articoli che ne parlano (no ok, grazie sociologə che ne parlate, non è manco compito vostro risolvere la cosa. il problema è che vi leggiamo noi dalle nostre camerette ancora tardoadolescenziali e non chi dovrebbe fare qualcosa).
come si fa a vivere bene con il peso del crollo della civiltà-per-come-la-conoscevamo sulle spalle? la fine di tutto non sarà una cosa veloce e spettacolare ma un lento, inesorabile declino e la cosa peggiore è che è già cominciato e non sappiamo dove stanno i freni.

insomma, sto bene? no. vado avanti lo stesso? sì. che altro fare?
e nel frattempo leggo e guardo cose. e quando torno a casa coccolo le mie gatte e cerco di non pensare a tutto quello che.

tra le cose notevoli di marzo:


ho approfittato degli sconti panini per recuperare un paio di volumi delle storie francesi di topolino, mickey's craziest adventures di lewis trondheim e nicolas keramidas e una misteriosa melodia - come topolino incontra minnie di bernard cosey, che mi sono piaciuti molto (e che non avevo preso prima perché i prezzi sono già spropositati con gli sconti, figuriamoci senza).
il primo è uno scherzo riuscito così bene che quasi ci sono cascata: trondheim e keramidas raccontano di aver trovato dei vecchi numeri di una collana uscita solo in america e mai più ristampata, mickey's quest, e di aver recuperato le tavole di una storia a puntate, incompleta ma comunque leggibile, che vede protagonisti topolino e paperino in una serie di situazioni assurde - tra giungle e mondi sommersi, civiltà antiche e viaggi nello spazio - all'inseguimento di gambadilegno e i bassotti che hanno derubato il deposito.
ovviamente non è mai esistita nessuna mickey's quest e altrettanto ovviamente mickey's craziest adventure è tutta farina del sacco dei due autori, ma l'espediente funziona benissimo e il risultato è una storia assolutamente folle, resa ancora più assurda dalle pagine "mancanti".
abituata al topolino italiano, il cambio di tono mi ha divertita parecchio, soprattutto nel personaggio di topolino, che è molto diverso dalla versione perfettina a cui siamo abituatə.

una misteriosa melodia di cosey, invece, ha un tono molto meno surreale. la storia è ambientata nel 1927 - e riprende lo stile dei corti disney di quell'epoca - e vede protagonista topolino come sceneggiatore di cortometraggi per dog il cane (sì, è pluto ma non si chiama ancora pluto... almeno non all'inizio della storia) in piena crisi creativa: le sue sono storie buffe e a lieto fine, ma la casa di produzione per cui lavora vuole pathos e tragedia. topolino decide quindi di fare un viaggio per documentarsi ma viene coinvolto da pippo in una serie di eventi che intrecciano tra loro un misterioso manoscritto di shakespeare e una ancora più misteriosa melodia, composta da una misteriosissima viaggiatrice che incontra su un treno durante un black-out.
una storia molto carina ma decisamente meno sperimentale ed eccentrica della prima, che comunque si fa leggere con molto piacere.

ho un altro albo di quella collana che mi aspetta, ma ve ne parlo nel prossimo gomìtolo.


dopo aver letto il bellissimo medea di rita petruccioli (di cui ho parlato sul blog audace) non potevo non rileggere medea - voci di christa wolf, uno dei libri che ho letto, riletto e amato negli anni (c'è anche un vecchio post qui sul blog, che non ho il coraggio di rileggere, ma se vi va...).
la storia la conosciamo - se non la conoscete cercate il libro e leggetelo, fidatevi - ma due parole su quello che amo di questo romanzo volevo scriverle. la prima cosa: la costante, crescente tensione, l'attesa, la consapevolezza che non potrà esserci salvezza. christa wolf ci trascina in fondo a un pozzo insieme a medea, dal momento in cui scopre il segreto di corinto fino a quando svela la verità su quello di colchide. leggere questo libro è vivere un'esperienza non soltanto emotiva ma anche fisica: il senso di catastrofe imminente e la consapevolezza di un orrore tanto empio da dover essere tenuto nascosto - la città ha fondamenta sopra un misfatto - pesa materialmente sullə personaggə tanto quanto sullə lettorə. e poi, ovviamente, amo i riferimenti alla cultura mediterranea più arcaica: la medea euripidea è di epoca classica, certo, ma il mito a cui si riferisce - e che wolf riprende anche da altre fonti - è ancora precedente. nella medea di wolf il tema è, da un lato, quello del confronto tra vecchi e nuovi sistemi di pensiero, mescolati insieme nell'ipocrisia di un progresso che è solo di facciata, ma è anche e soprattutto il disequilibrio di potere tra femminile e maschile. nel fumetto di petruccioli, che dall'opera di wolf prende a piene mani, la riflessione si amplia ulteriormente, seguendo la prospettiva transfemminista, e include non soltanto la questione di genere, ma anche quelle legate agli atteggiamenti suprematisti e xenofobi. due opere bellissime che usano linguaggi differenti e che vi straconsiglio di leggere.


mi è venuto difficilissimo scrivere un commento su questo libro, che da un certo punto di vista mi è piaciuto e dall'altro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. widad tamimi - che l'ha presentato a bologna qualche settimana fa, durante un incontro molto interessante ed emotivamente intenso - non la conoscevo, ma mi sono innamorata del suo modo pacato di fare e di parlare praticamente dopo averla ascoltata per soli cinque minuti.
dal fiume al mare, che racconta la sua storia e quella della sua famiglia, mezza ebrea e mezza palestinese, l'ho letto con la riconoscenza che si offre a chi ci dona un pezzetto della sua memoria, della sua storia, delle sue origini.
eppure, leggendo, mi sono sentita come se mancasse qualcosa.

la sincerità e la delicatezza di questo racconto familiare mi ha commossa, soprattutto mi ha commossa la sensazione di spaesamento che dà il trovarsi a metà, specie quando le due metà sono metà "in guerra" da quasi un secolo, e la stabilità che l'autrice trova nelle sue radici così difficili.
attraverso il racconto della sua storia e della memoria delle generazioni che l'hanno preceduta, widad tamimi ci permette di scorgere la realtà della quotidianità palestinese e le sue premesse storiche. una quotidianità fatta di sopportazione e resistenza all'ampio ventaglio delle prepotenze, vessazioni e violenze che israele compie ogni giorno, in nome di una legge che si è cucito addosso per garantirsi il privilegio di poter schiacciare e tormentare un intero popolo con la connivenza di mezzo mondo.
non abbiamo visto altro in questi due anni e mezzo, se non la sproporzione tra le azioni dellə occupantə e dellə occupatə, e non abbiamo visto altro se non la difesa dell'indifendibile, che pure non riesce a trovare un minimo di argine di decenza neppure ora che israele ha votato e approvato una legge per uccidere "legalmente" lə palestinesə, uno dei momenti più bassi che la dignità umana ha raggiunto dalla seconda guerra mondiale a oggi.

però in dal fiume al mare, se pure la critica a israele è costante per tutto il tempo, non esplode mai, non si concretizza mai in una presa di posizione netta e, anzi, più volte l'autrice cerca una spiegazione, una ragione, quasi una giustificazione ad azioni che difficilmente si riescono a immaginare come comprensibili, figuriamoci giustificabili.
capisco il desiderio di pacificazione così come capisco la necessità di razionalizzare l'incomprensibile e trovare un senso a decenni di oppressione e violenza, ma capisco molto meno l'idea di bilanciare forzatamente la soluzione come se si partisse da uno status quo in cui le due parti in causa siano, in un qualsiasi modo, in condizione di parità.
eppure, non c'è alcuna parità e non c'è, quindi, nessuna soluzione che possa andare in direzione di "due popoli due stati". non dopo il genocidio - di genocidio parla la corte di giustizia internazionale, non è un'opinione politica di una fazione, quindi smettiamola di cavillare su questa parola, come se fosse una questione di semantica o di ideologia o, peggio ancora, di appartenenza politica - tutt'ora in corso, non dopo la distruzione delle città, delle infrastrutture, delle risorse, non dopo la sistematica devastazione dei territori, non dopo la negazione delle cure, dell'acqua, del cibo, non dopo le torture, non dopo i rapimenti, non dopo la deliberata uccisione di giornalistə, medicə, operatorə sanitarə, non dopo i bombardamenti sulle tendopoli, non dopo lə bambinə mortə di freddo e fame, non dopo tutto quello che è stato e continua a essere.
non dopo che uno dei due "stati" continua a esistere non solo su una base ideologica criminale, ma attraverso una giurisprudenza che legittima l'apartheid, l'occupazione, la violenza di uno dei due popoli sull'altro.

questo è quello che mi ha fatto arrabbiare, questa critica presente e puntuale sì, ma sfumata e fin troppo pacata.
che non è una pretesa di vendetta - sentimento forse poco nobile ma legittimo, che riconosco appartenermi ma che non chiedo a nessunə di condividere - ma di giustizia. e giustizia non può essere un banale "riconosciamo i traumi di tuttə" perché non ci si può più nascondere dietro i fatti e i traumi, giustamente riconosciuti dal mondo intero, di mezzo secolo fa a cui hanno fatto seguito decenni di orrore. non si può più usare il passato per giustificare il presente e non si può più pensare il futuro ignorando le terrificanti ingiustizie che mezzo mondo (il mezzo mondo più forte e potente) ha continuato a tollerare per il proprio tornaconto, sia politico, sia economico, sia morale.

non credo che in medio stat virtus, non credo che basti non essere partecipi di un progetto criminale per definizione, non credo che quello tra israele e palestina sia un "conflitto" (che conflitto è uno che vede quadcopter da una parte e pietre lanciate a mano dall'altra?) e quindi non credo che si possa risolvere come tale. credo nell'essere partigianə, cioè nello scegliersi - consapevolmente e coerentemente con i propri principi - una parte, che non vuol dire santificarla e negarne le contraddizioni, ma prima difenderla e dopo, solo dopo che se ne garantisce sicurezza e stabilità, agire dall'interno per ripararne le storture. curarla, insomma, ma prima di tutto salvarla.
non credo che si possa ripulire il sionismo dalla sua parte peggiore perché non c'è nulla di "migliore" in un'ideologia nata e sviluppata su idee suprematiste e razziste che si è concretizzata attraverso l'occupazione delle terre, la militarizzazione, il sopruso e la violenza legalizzati. non posso accettare l'dea che un intero popolo usi il trauma di tre/quattro generazioni fa per giustificare l'orrore a cui si è addestrato e di cui fa fieramente mostra davanti al mondo intero.
possiamo immaginare di cercare il "buono" nel nazismo o nel fascismo? ovviamente no. e ovviamente no, non possiamo tollerare uno stato sionista e aspettarci che riconosca il diritto di autodeterminazione di un popolo che vuole semplicemente e dichiaratamente cacciare dalla propria terra e sterminare.
la soluzione non potrà essere altro che la fine dell'occupazione, il riconoscimento del popolo palestinese e del suo diritto all'autodeterminazione e lo smantellamento sistematico dell'apartheid sionista. tutto il resto, anche quando in buona fede, non porterà mai alla fine di questo scempio disumano.

ecco cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca per tutto il tempo e per giorni e giorni dopo aver finito questo libro. questo cercare di stare in equilibrio, questo non dire apertamente, questo voler guardare da una parte e dall'altra ignorando lo squilibrio. forse un bambino israeliano e un bambino palestinese chiamo "il mio paese" lo stesso pezzetto di cartina geografica, ma la storia che sottende alle due frasi è tanto diversa, la storia di quei due bambini è tanto diversa, il futuro che aspetta quei due bambini è tanto diverso che un'immagine così non sortisce l'effetto che immagino tamimi voleva ottenere. anzi.
non è stato il destino a far sì che lo stato israeliano venisse fondato sulla terra di palestina, sono state precise strategie politiche che hanno le loro radici in europa e che pure fanno comodo agli stati uniti, ovvero alla metà (e anche meno) più potente del pianeta.
romanticizzare l'occupazione, parlare di destino, descriverla attraverso immagini poetiche di ingenuità infantile è, come minimo, insopportabile.

la rabbia e la delusione che ho sperimentato leggendo si sono trasformate quasi in senso di colpa scrivendo - e cancellando e riscrivendo e ancora e ancora - queste righe.
mi sono chiesta più e più volte se non ho semplicemente travisato tutto, se non ho colto abbastanza bene il senso di questa storia, se forse era meglio non scrivere nulla su questo libro. forse è così. eppure, come si fa a non dire niente?
probabilmente, anzi sicuramente, non dovrei criticare il lavoro di una persona molto più competente di me, la cui storia personale e familiare affonda le radici direttamente nella terra e nei corpi che hanno vissuto gli eventi peggiori del secolo scorso e di questo, che ha visto con i suoi occhi quello che io ho solo letto sui libri e visto attraverso lo schermo di un cellulare, che lavora con lə rifugiatə di guerra.
ma se pure non so entrare nel merito di questioni puramente giuridiche e storiche - perché non sono una giurista né una storica - né tanto meno personali, penso di potermi permettere la critica in quanto persona che, nel corso della sua vita e con i mezzi che ha avuto e che ha cercato, si è fatta delle idee sulla storia e sull'attualità della situazione palestinese.
e da questa prospettiva posso immaginare che, nella migliore delle ipotesi, il problema di questo testo non è nei contenuti ma nella forma. ma si può rischiare di essere ambiguə in questo contesto? anche qui, credo fortemente di no.
il rischio è quello di appiattire settant'anni e più di storia in un "ognunə ha i suoi torti e le sue ragioni" che fa comodo, certo, ma che non fa altro che alleggerire i crimini insopportabili di israele e continuare a negare giustizia al popolo palestinese.


passiamo a parlare di cose più leggere - si fa per dire...
ho trovato questa serie un po' in ritardo ma mi è piaciuta parecchio, quindi se non la conoscete sono qui per consigliarvi di vederla, nel caso in cui quel from the creator of breaking bad non vi bastasse già.
plur1bus immagina l'apocalisse - o almeno la fine dell'umanità per come la conosciamo - in un modo completamente nuovo (o almeno, per me nuovo, ma se conoscete qualcosa di simile lasciatemi un commento): un virus dallo spazio infetta quasi l'intera popolazione umana che da quel momento in poi diventa mentalmente interconnessa, un po' come le reti neurali degli sciami di insetti o delle colonie di formiche. e questa fusione in un unico, immenso noi rende tuttə felici e pacifici.
quasi l'intera popolazione umana, dicevo, perché tredici individui sono completamente immuni al virus e rimangono tagliatə fuori. tra loro c'è carol sturka, autrice di stucchevoli romance che odia e che però le hanno garantito negli anni una vita molto agiata e una schiera di fan (soprattutto signore di mezz'età innamorate del fregnone protagonista delle sue storie). se già da prima del contagio carol non era esattamente una personcina felice e affabile, dopo le cose peggiorano drammaticamente. sia perché il contagio non avviene senza danni collaterali (non aggiungo altro), sia perché dopo si ritrova non soltanto tagliata fuori dal nuovo ordine delle cose, ma deve anche imparare a gestire il dilemma morale circa il modo di affrontare quello che sta succedendo.
distrutta ogni possibili idea di individualità, non soltanto gli esseri umani pensano e agiscono come una sola entità, non soltanto non esistono guerre e il sistema capitalistico è crollato in un nanosecondo, ma questi "nuovi" esseri umani sono felici. totalmente, assolutamente ed estremamente felici e l'unica cosa che desiderano è rendere felici anche le persone che non sono state contagiate.
e dunque? che fare? cercare un modo di riportare le cose al vecchio ordine prima che sia davvero troppo tardi o abbracciare l'idea di un'umanità nuova, finalmente libera da guerre e ingiustizie?

ora, io non ve la so raccontare bene come fa vince gilligan perché nonostante ci sia un gigantesco tema etico da affrontare, plur1bus è tutto fuorché noiosa o pesante. un po' lenta a volte (nel senso che non ci sono esplosioni e risse ogni dieci minuti, eh) ma estremamente coinvolgente.
è uscita solo la prima stagione e le possibilità che si aprono al momento in cui è arrivata la storia sono infinite, e io non vedo l'ora di scoprire come andrà avanti...


mentre ero giù sono andata con la mia signora madre al cinema a vedere il bene comune, il nuovo film di e con rocco papaleo (per cui ho una cotta clamorosa) e vanessa scalera (altra cotta), film bellissimo e forse passato un po' - ingiustamente - in sordina, almeno nella mia bolla (perché qualsiasi roba anglofona buttata su netflix la vedo millemila volte ovunque e invece film come questo sembrano non esistere? visto che ho ragione quando dico che i social sono un posto orribile?).
la storia ruota tutta attorno a sei personaggə - una guida turistica, suo nipote, un'attrice non proprio di successo e quattro detenute - e alle loro storie, al loro incontrarsi fortuito, ai legami che si creano tra loro, un po' per caso e un po' perché è facile riconoscersi nellə altrə quando si ha il coraggio di farsi conoscere davvero per quello che si è, e a una gita alla ricerca del pino loricato, albero resistente e tenace che cresce nella nuda roccia.

a parte la bellezza indicibile dei paesaggi (l'appennino tra la basilicata e la calabria) e della musica (sto malamente in fissa con questa canzone stupenda di livia ferri da giorni e giorni), a parte la bravura dellə attorə che hanno restituito personaggə complessə, sincerə e difficilmente dimenticabili, ho apprezzato tantissimo il messaggio "politico" del film.
l'attenzione alle storie di vita di ciascunə dellə protagonistə, storie di fragilità e di resistenza che raccontano quanto sia facile sbagliare (e di quanto possono essere complessi e difficili i background di chi commette reati "minori". qui c'è di tutto, dalla violenza domestica alla fatica che fa chi vuole vivere della propria arte e della propria passione, situazioni da cui è difficile uscire senza perdere tutto e da cui è facile finire nei guai) e quanto sia necessario avere intorno una comunità che sappia dare una mano a rimediare, a trovare nuove strade e a riprendere in mano il proprio futuro.
abbiamo svuotato di senso il termine compassione ormai da così tanto che non sappiamo più capire cosa significa davvero, ma quel soffrire insieme, nel senso di accogliere su di sé parte del dolore, della paura, della fragilità dell'altrə, è l'unico modo per andare avanti, anche quando andare avanti sembra impossibile e terrificante.

senza nessuna retorica, il messaggio è che il carcere inteso come sistema di punizione non serve a nulla, se non a incattivire ancora di più chi ci finisce dentro, a togliere ogni più piccola possibilità di avere una vita dignitosa, giusta, bella. magari per la prima volta. e che le alternative ci sono e devono esserci, sempre e sempre di più.
andate al cinema e poi magari andate anche a curiosare sul sito dell'associazione antigone, che si occupa di diritti e garanzie per le persone che vivono all'interno delle carceri.


e poi ho finito - un po' in ritardo in alcuni casi - tre serie a cui sono molto affezionata: il reboot di ranma ½, che non ha bisogno di presentazioni, e che nonostante sia pieno di gag catalogabili ormai come politicamente scorretto, a me continua a far ridere come faceva vent'anni fa. ma arriverà la terza stagione, come arriverà la terza stagione di frieren: beyond journey's end, così mi consolo della fine di questa seconda, che è durata decisamente troppo poco e che è sempre di una bellezza indicibile.
a proposito, di frieren avevo parlato qui, insieme ad altre serie che mi piacciono tantissimo (se vi va di darci un'occhiata, il post è un po' datato ma condivido ancora le scelte che avevo fatto prima di scriverlo).
e poi è finita - e a quanto pare è finita davvero, senza possibilità di ritorno - imma tataranni, serie per cui vale il discorso che facevo poco più su: non è che abbiamo un bias per cui le serie e i film italiani li cataloghiamo sempre un po' come prodotti di serie b, di cui non parliamo sui social perché ci sentiamo sempre un po' troppo provinciali a farlo?
se la pensate così credo che sia arrivato il momento di mettere i pregiudizi da parte e guardare quella che credo sia una delle produzioni rai migliori degli ultimi anni, con un cast pazzesco (vanessa scalera e barbara ronchi strepitose!), un'ambientazione molto bella (se qualcuno vuole venire con me a matera prossimamente...) e un'ottima sceneggiatura degli episodi.

dal canto mio, mi sento un po' triste a pensare che non ci saranno nuove stagioni di imma tataranni, mi farà sempre venire in mente le serate-sul-divano-con-le-gatte a casa (anche se non ho visto tutte le puntate a casa, sul divano e con le gatte). e quando si chiude qualcosa che per me si ricollega a casa mi sembra di sentire tutta quella distanza - di spazio e di tempo e di abitudini - ancora di più.


quindi facciamo che metto qui una foto dei miei amori. e dell'impossibilità di usufruire del divano (ma va bene così ) così sembra tutto meno lontano.

venerdì 20 marzo 2026

pk - l'esperimento abominio

le cose iniziano, le cose finiscono. tutto quello che c'è nel mezzo, rimane.


io non volevo essere polemica su questa cosa. davvero, non volevo.
quest'anno è il trentennale di pkna, uno dei fumetti più importanti per me, uno tra quelli che hanno fatto nascere il mio amore per i fumetti e per le storie in generale. pkna mi fa sempre l'effetto madeleine proustiana, mi riporta alla mia prima adolescenza, ai pomeriggi passati nella cucina in casa di mia nonna, a quella persona che ero e che non posso essere più, a una delle versioni di me che mi mancano di più.
penso che sia così un po' per tuttə quellə della mia generazione perché pkna non ha soltanto rivoluzionato il fumetto disney, ma ha stravolto l'approccio che moltə di noi - quellə che magari leggevano soprattutto e quasi esclusivamente disney da sempre - avevamo al fumetto e alle storie in generale.
pkna ci ha insegnato che anche un papero sfigato può farci raccontare storie complesse e profonde, e che quello che ci stringeva lo stomaco e faceva venire i lucciconi agli occhi non era facile tradurlo in parole. era un papero in un universo di animali antroporfizzati e creature aliene, eppure ci ha fatto esplorare tanta di quell'umanità che ancora oggi, dopo trent'anni, ripensare a certi episodi ci fa venire la pelle d'oca (sì, xadhoom, certo che penso a te. sempre).

immaginatevi quindi quanto ero felice di sapere che stavano per uscire nuove storie. pensavo che sarebbe andata meglio degli esperimenti più recenti, che mi avevano lasciato un'impressione un po' tiepida e sembravano (coff) pensati giusto per tirare fuori qualche cartonato a prezzi improbabili.
insomma, almeno con la storia pubblicata su topolino è andata male.
meno un all'alba, lo spillato, invece, non ho ancora potuto leggerlo perché - chi l'avrebbe mai detto? - panini ogni volta "sembra che" stampi di proposito poche copie per fare il gioco dei reseller e dellə collezionistə, e non per lə lettorə.

ma, dicevamo, l'esperimento abominio su topolino sì, ed è stata un po' una delusione, soprattutto nella seconda parte: in breve - perché a livello di trama non c'è molto su cui dilungarsi, è chiaramente un'introduzione a un nuovo ciclo focalizzato sulla famiglia ducklair (personalmente, uno dei filoni che io amo di meno, essendo sempre stata una grande fan del razziatore, degli evroniani e, ovviamente!, di xadhoom) e in quanto introduzione a un nuovo ciclo di storie che rimandano a quelle di trent'anni fa, da un lato strizza l'occhio allə vecchiə lettorə, dall'altro cerca di spiegare abbastanza anche allə nuovə così che possano ambientarsi in questo universo - spoiler! che ci dovremmo fare di questa sequenza infinita di pk che fa la morale a ducklair e di un everett che risolve tutto il suo essere un personaggio estremamente complesso e ambiguo in un "ah, ok, adesso che me lo dici tu sarò buono"?

e tutto questo mi porta al vero tema che sta al centro di ogni mia paura e delusione (e che va molto oltre pk), e cioè che sempre di più i prodotti-che-dovrebbero-essere-culturali si stanno trasformando in pappette già masticate e rivomitate, idee omogeneizzate in comode monoporzioni, robe semplici e lineari, schemini attraverso cui è impossibile confondersi, avere dubbi, vacillare e dover rimanere un momento a pensare, a riflettere.

everett ducklair era la mente geniale che non riusciva a controllare il potenziale distruttivo delle sue intenzioni, tormentato da una vita lunghissima e da una storia personale - e da un rapporto con le sue figlie - estremamente complicati. combatteva con la parte più oscura del suo ingegno e ragionava pensando alle sue creazioni calate in un mondo che andava molto oltre al suo orizzonte. un mondo, anzi un universo, complesso, in cui anche le migliori intenzioni e motivazioni di un individuə potevano significare dolore, perdita e disperazione per moltə altrə.

tutto questo, in questa nuova storia, non solo non si vede e non si sente, ma sembra volontariamente rimosso: non più everett e pk calati nel vasto universo e chiamati a mantenerlo in un equilibrio tanto delicato quanto necessario a tutte le creature che lo abitano, ma everett e pk su un palcoscenico vuoto, che si rimirano l'ombelico e riflettono su un'etica autoreferenziale e indifferente a tutto il resto.

oh, poi può anche essere semplicemente che la mia memoria ha magnificato pkna (la prima serie, sì, perché le altre, per quanto belline, non erano di certo all'altezza), ma non più di tanto. qui, di tutto quello che mi piaceva di pk, c'ho trovato poco.
insomma, poteva andare meglio.

in realtà mi sto odiando in questo momento perché mi sento il tipo di persona che ho sempre detestato e schifato: la vecchia che si lamenta dei reboot e dei sequel perché quello di prima era meglio. è probabile che la cosa migliore che c'era prima era una mia versione meno rompipalle, ma c'è anche qualcosa che mi è piaciuta moltissimo in l'esperimento abominio e che ha mitigato un po' la mia delusione, facendomi tornare davvero indietro a quel tempo in cui le storie erano bellissime e indimenticabili (come è possibile che ricordo cose che ho letto quando andavo in terza media e ho quasi dimenticato l'inizio di questo episodio, che ho letto circa una settimana fa? *domanda retorica*), e cioè i disegni di lorenzo pastrovicchio, che è sempre stato il mio disegnatore preferito per le storie del papero mascherato, quello che più ha costruito l'epicità e la grandiosità dell'immaginario pikappico e che meglio ha reso l'alterità di questa dimensione rispetto a tutto il resto della produzione disney.

le cose iniziano, le cose finiscono e tutto quello che c'è nel mezzo rimane, ma di questa storia, temo, rimarrà davvero poco, se non la sensazione che un anniversario così importante avrebbe richiesto un po' di coraggio in più (o uno sceneggiatore diverso. con tutto il rispetto, ma non è la prima volta che resto delusa da una storia di artibani).
spero che meno uno all'alba sia riuscito a fare di più. se lo trovo (in fumetteria, con buona pace dei furbini di ebay) ne riparliamo qui.