venerdì 17 gennaio 2020

visa transit ~ vol.1

la cosa più affascinante è quando è il paesaggio stesso a girare intorno a questo cielo che resta immobile, sempre sullo stesso piano. come succedeva nelle curve, quando ero sdraiato nel sedile posteriore della 504. il movimento. il viaggio. l’oscurità misteriosa della foreste della borgogna. scappavamo da tutti i mostri che erano nascosti là dentro, viaggiando di notte, al caldo.

diciott'anni, la patente appena ottenuta, l'estate, una vecchia citröen visa rimessa in qualche modo in piedi e la voglia di arrivare il più lontano possibile.
è il 1986, sono passati pochi mesi dal disastro di chernobyl ma lo spavento sembra già essere passato quando due cugini decidono di lasciare la francia a bordo di un catorcio carico di libri e spingersi verso est.

frugando tra i suoi ricordi nicolas de crécy mette su carta un viaggio di trentatré anni prima, quando l'europa era disseminata di frontiere e il turismo era cosa da avventurieri, carichi di documenti e cartine pieghevoli. i paesaggi - nord italia, jugoslavia, bulgaria, turchia - si mescolano agli inevitabili aneddoti di un viaggio improvvisato e ai ricordi dell'infanzia, diventano cartoline che esplodono di rossi e arancioni, abbelliti dal filtro di una memoria sbiadita o forse semplicemente malinconica.
voce narrante, evocativa e poetica, di questa prima parte di visa transit (la storia è divisa in due volumi di cui al momento è stato pubblicato solo il primo) è quella di un de crécy di trentatré anni dopo, che illustra, commenta, divaga, si distrae, anticipa e torna indietro, da ottimo narratore risparmia i tempi morti e si concentra sui momenti più significativi, quelli che sono rimasti nella sua memoria tanto a lungo e ne hanno richiamati a galla altri ancora più lontani.

il ritmo lento della vecchia auto costringe a vivere tutto il tempo che le distanze esigono per essere percorse, non sconta nessun imprevisto e non sottrae dettagli: le strade tortuose e deserte che mutano colori e atmosfere procedendo verso oriente regalano paesaggi inediti, diversi da quelli freddi e nebulosi dei suoi lavori precedenti, sorprese concesse a noi lettori che ci ritroviamo in un attimo a goderci il premio di un pomeriggio di frescura in uno sperduto villaggio in turchia costruito tra - e dentro - gli alberi, o una notte stellata e gelida che illumina un pezzo di strada quasi introvabile sulla cartina.


davanti alle pattuglie di frontiera, ai controlli dei visti, agli sguardi sospettosi di chi decide se puoi andare avanti o se il tuo viaggio dovrà interrompersi, è impossibile non fare il paragone con le frontiere di oggi, quelle che non minacciano la riuscita di un viaggio di piacere ma i tanti, troppi, tentativi di trovare un posto migliore in cui vivere.
i luoghi di visa transit mutano lentamente, sfumano uno nell'altro e raccontano un mondo che, a guardarlo da vicino, è una rete di diversità indissolubilmente collegate tra loro. le frontiere diventano solo un tentativo mal riuscito di spezzare i legami, interrompere le strade e distinguere qua e , noi e loro. sono la voglia di tracciare confini dove in realtà ci sono passaggi, di dare nomi diversi a persone uguali, di insegnarti uno spazio preciso, un recinto chiuso, dal quale poter uscire solo grazie a un permesso, che non ti guadagni in virtù di chissà cosa, ma solo perché sui tuoi documenti è segnato che sei nato nel posto giusto.

de crécy ci aveva già abituati a pagine di altissimo livello (il celestiale bibendum, la repubblica del catch o prosopopus, che se non li avete letti direi che è il momento di recuperare) e anche qui non delude per un solo momento, pur abbandonando - ma non del tutto, vedrete - il suo spirito visionario e le realtà allucinate che hanno caratterizzato i suoi lavori precedenti.

lunedì 23 dicembre 2019

commenti randomici a letture randomiche (71)

post veloce per parlarvi di tre serie nuove uscite (più o meno) da poco e che vi consiglio (più o meno) appassionatamente.
(approfitto dell'inutile e noiosa introduzione per scusarmi se vado così a rilento con i post sul blog, leggo - poco - più di quanto riesco a scrivere poi qui, ma si avvicina la peggiore sessione d'esami della mia vita e se non va più che bene entro in stato depressivo e catatonico e non è un bello spettacolo. non sapete quanta voglia ho di passare i giorni su questa tastiera a blaterare di cose belle!)

il primo, uscito ormai quasi un mese fa (ma lo trovate ancora in edicola) è il numero d'esordio di samuel stern, nuova serie horror di bugs comics creata esclusivamente per il circuito delle edicole.
mi hanno convinto sopratutto due cose: la nostalgia di passare all'edicola vicino casa a comprare i fumetti, cosa che non facevo da tantissimo tempo ormai, e il fatto - brutale e molto poco intellettuale - che ho un debole per gli uomini rossi e barbuti. figuriamoci poi se sono anche librai.

non essendo una grandissima amante dell'horror non ho tanti termini di paragone, tranne qualche volume di dylan dog sparso e poco altro, ma il nuovo incubo funziona eccome.
un fumetto seriale dovrebbe far appassionare il lettore alla storia, a una macro-trama che va oltre le vicende del singolo episodio che invece è autoconclusivo, e farlo affezionare ai personaggi principali. ed è esattamente quello che succede già dopo poco pagine.
l'episodio si concentra tutto su un caso di possessione demoniaca di una bambina, permettendo agli sceneggiatori (gianmarco fumasoli e massimiliano filadoro) di toccare argomenti - purtroppo - meno fantasiosi di quello sovrannaturale, dando alla storia un sapore più adulto e consapevole, ma più che alla sfortunata famigliola i dubbi, le domande e la voglia di saperne di più si focalizza tutta sul passato di samuel, sui suoi poteri e sul rapporto con il prete - piuttosto manesco e spiccio - duncan o' connor.
molto belli anche i disegni di luigi formisano, bianchi e neri pieni e d'impatto, puliti, eleganti e capaci di rendere benissimo atmosfere ed emozioni dei personaggi.
il formato è quello classico bonellide, facilissimo da incastrare tra altre pubblicazioni simili (ci tengo a sottolinearlo perché mi fa sclerare questa maledetta abitudine di fare tutte le serie di formati diversi che poi bisogna essere geni di tetris per riuscire a sistemare tutto negli scaffali).
tra pochi giorni uscirà il secondo volume, quindi andate di corsa in edicola a recuperare il primo!

il secondo è quello che tra i tre mi è piaciuto di più in assoluto, attica di giacomo bevilacqua, un bonelli non bonellide che anzi per formato, storia e disegni richiama palesemente le pubblicazioni giapponesi.
avevo aspettative alte ma è davvero una bomba.
c'è tantissimo in questo primo numero e il livello si mantiene sempre altissimo, dalla prima all'ultima pagina: attica è la città più bella del mondo, la migliore in cui vivere, ma a quale prezzo? è circondata da un muro gigantesco che taglia fuori un'immensa periferia in cui si vive in condizioni al limite della disumanità, il prezzo che tanti devono pagare perché pochi possano condurre un'esistenza agiata.
a new york un'organizzazione - definita terroristica - capeggiata dal misterioso storm, sta reclutando i cinque - l'occhio, il marchio, il dono, la guida e la spada - che faranno crollare il muro.
in questo primo numero conosciamo kat - l'occhio - giovanissima detective digitale, ingaggiata da una moglie sicura dei tradimenti di suo marito e capace, con qualche rapida occhiata, di carpire informazioni e segreti di ogni persona. kat è già in contatto con storm e sa della sua missione ad attica quando incontra aiden - il marchio - di pochi più anni più grande di lei, integerrimo responsabile di una palestra di arti marziali.
non vi spoilero nulla perché questo primo volume è già strapieno di colpi di scena e mette delle basi solidissime a una storia che si prospetta davvero spettacolare. so che è già uscito il secondo volume e io non vedo l'ora di metterci le mani sopra.

terzo e ultimo titolo da poco uscito è my roommate is a cat, di tsunami minatsuki e asu futatsuya, edito da flashbook edizioni.
ovviamente completamente diverso dagli altri due, racconta le giornate di subaru, un giovane scrittore sociopatico, da quando incontra per caso una gattina randagia e decide di portarla a casa con sé.

nulla di imperdibile, anzi, ma se siete dei gattofili incalliti come la sottoscritta è una lettura piacevole.
l'aspetto più apprezzabile è che le vicende sono narrate non soltanto dal punto di vista umano, ma anche da quello della piccola haru, rendendo un po' meno folli le incomprensibili reazioni della micetta ai comportamenti del suo nuovo amico umano.
il loro strano rapporto sembra cominciare a sciogliere un po' il cuore di ghiaccio di subaru da un lato e fa riemergere nella breve memoria di haru ricordi legati alla sua vita di randagina, cosa che lo avvicina un po' a chi's sweet home, pur non raggiungendo lo stesso livello.
molto carini anche i disegni, unica nota dolente l'edizione flashbook che ricorda quasi quelle delle sottilette planet manga di tanto tempo fa - che non ci mancavano affatto - e che ha un prezzo davvero spropositato rispetto al resto delle pubblicazioni di altre case editrici, sopratutto considerando il formato.

lunedì 16 dicembre 2019

mercedes

«mercedes, andiamo! non c'è alcuna via di fuga! il mondo sta finendo, le città sono in fiamme, non c'è nemmeno più l'acqua per pulire le sue mani o le nostre!»

ricca, potente, influente: prima amata e osannata dalle folle che dai talk show televisivi hanno imparato a conoscerla come una dolce e magnanima benefattrice dell'umanità, poi accusata di tutto, capro espiatorio di una crisi mondiale inarrestabile, odiata e braccata, in fuga da governo, polizia, esercito, da tutto e da tutti.
eccola mercedes, con la sua corazza di arroganza e prepotenza, fredda e determinata, accompagnata dai suoi "fedeli" collaboratori nel tentativo di fuggire al linciaggio mediatico e a una quantità smodata di capi d'accusa a cui nessuno, nemmeno la donna più potente del mondo, può sottrarsi.


daniel cuello non si perde in spiegoni e riassunti, gli basta una pagina con un paesaggio desertico e un albero scheletrito per contestualizzare il suo racconto: un futuro più prossimo di quanto non vorremmo ammettere, la terra agonizzante e i potenti che continuano a giocare a rimpallarsi le colpe per non assumersi nessuna responsabilità.
è questo il contesto in cui mercedes organizza la sua fuga rocambolesca, calcola ogni dettaglio, trascina con sé valigie piene di oggetti e abbandona persone - e cani! - senza pensarci due volte.
arrivare al confine, superarlo e assicurarsi l'impunità non sarà semplice come prevede però e, più dei prevedibili imprevisti, sarà il suo passato a tornare e schiacciarla.

cuello intreccia presente e passato in un continuo rimando di flashback che vanno lentamente a riempire i vuoti di un puzzle, svelano la reale natura di mercedes, una donna piccola, minuscola, quasi misera dentro un gigante di superbia.
non so se l'obiettivo fosse mostrare che anche dietro la peggiore delle persone si nasconde un'anima buona distrutta dai traumi, ma non credo sia questo il messaggio, anzi, se un messaggio c'è è proprio il contrario: niente giustifica il male che fai, niente se non la voglia di farlo.


lasciando tornare a galla le sue debolezze mercedes apre finalmente gli occhi sul mondo che la circonda e sulla gente che le sta accanto, si accorge di un universo fatto di piccoli - ed enormi - gesti d'amore che sopravvivono all'inferno che ha contribuito a creare e in qualche modo prova a espiare le sue colpe cercando, forse per la prima volta, di dare senza aspettarsi né tanto meno pretendere nulla in cambio. non si cancella nessun errore, ma si può sempre fare qualcosa di buono.
e, alla fine, ci sono alcune pagine che ci riportano a un paio di personaggi persi di vista quasi subito a inizio della storia. non vi dico nulla ma è stato lì che ho davvero rischiato di scoppiare a piangere .
ah, e c'è un cameo di rasputin! se non sapete chi sia correte a comprare residenza arcadia (e mercedes, ovvio!).
e ora aspettiamo il prossimo capolavoro.

lunedì 9 dicembre 2019

cavalier inservente

«va bene! non temete! ci penso io! DOMANI!»

di re e regine, regni lontani e fantastici, principesse da salvare e impavidi cavalieri ne abbiamo letto così da tanto da averne le palle piene già a quell'età in cui se dicevi ne ho le palle piene ti arrivava un ceffone di dorso (preferibilmente con la sinistra, così ti beccavi un colpo di fede sullo zigomo a rafforzare il concetto che non si parla in modo così cafone), ma in fondo sono storie che continuano sempre ad affascinarci e emozionarci, anche se sappiamo già come andrà a finire, forse perché ci piace identificarci con l'eroe senza macchia né paura che intrepido affronta ogni sfida e alla fine conquista pure l'amore e un bel castello, che non fa schifo a nessuno.


francesco guarnaccia ci aiuta in questo processo di identificazione riprendendo lo schema trito e ritrito della principessa da salvare, del mostro cattivo e del regno sotto minaccia ma dandoci finalmente una figura di cavaliere un po' più realistica, normale, più vicina alla nostra quotidianità.
insomma, prospero è un cazzone fancazzista che non riesce a deludere il re quando viene chiamato a castello per ricevere l'incarico di salvare la principessa. è cavaliere un po' per caso ma in realtà non sa neanche andare a cavallo, della gloria stigrandissimicazzi, alle giostre e ai duelli preferisce starsene svaccato su una specie di sacco (sta là in attesa di andare a comprare un divano serio) a perdere tempo con il suo fido scudiero. e sopratutto, prospero è un procrastinatore di prima categoria, e alla notizia che ha un mese (veramente sarebbero ventisette giorni...) per salvare la principessa, inizia un ferreo programma fatto di improbabili allenamenti, pause e rinvii.


riuscirà il nostro a compiere la sua impresa? col cavolo che ve lo dico, compratevi cavalier inservente (qui) o al massimo leggetelo sul sito di mammaiuto (ma il cartaceo è bellissimo, ve lo consiglio) perché merita davvero, perché prospero è un adorabile idiota e le sue gesta sono molto divertenti, perché il mondo in cui lui e gli altri vivono è il solito paesaggio allucinato a cui guarnaccia ci ha abituati con una palette da cosa-cazzo-c'era-nel-mio-bicchiere, per i colpi di scena inaspettati che la storia ci regala qua e là, rubando anche qualche lacrimuccia (maledetto!), perché è una favola più vera di tante altre, che sa parlare a tutti e di tutti e sa diventare uno specchio non solo dei nostri difetti peggiori ma di tutto quello che di buono c'è in noi che non sappiamo vedere, e se tutto questo non vi basta, allora perché... beh... perché è una figata, perché in ogni pagina si legge tutto l'entusiasmo di chi i fumetti li fa perché si diverte un mondo e vuole far divertire chi li leggerà. e a me pare che questo - per restare in tema - sia l'aspetto più nobile dei racconti, che siano a fumetti o meno.