venerdì 22 maggio 2026

betterland ~ intervista ad albhey longo

vaffanculo. voglio che il mondo continui.

tre anni e quasi-mezzo fa scrivevo per la prima volta di betterland di albhey longo sul blog audace. oggi torno a farlo qui perché betterland, che all'epoca era un webtoon, oggi è un bel volumetto di carta e inchiostro pubblicato con attaccapanni press, bello come prima, forse anche più di prima (grazie al cielo, nonostante tutte le possibili sperimentazioni, continuiamo ad avere la roba stampata).

ritratto di una generazione condannata alla precarietà, tra relazioni a cui è difficile dare un nome e lavori insoddisfacenti, un'eterna adolescenza stanca e un futuro che non si sa se, quando e come arriverà, betterland parla di quellə che, almeno una volta, si sono sentitə come nora: incasinatissimə ma prontə ad affrontare la fine del mondo.

sicura che non avete nessuna voglia di rileggere me dopo tre anni, questa volta ne ho parlato insieme all'autore.
buona lettura!


ciao albhey, grazie mille per aver accettato l'invito e benvenuto su claccalegge!
parliamo di betterland, il tuo ultimo fumetto per attaccapanni press che, in realtà, era già uscito tempo fa su tacotoon. cosa ti ha spinto a rimettere mano al progetto e ricalibrarlo per una pubblicazione cartacea?
► Ciao! Ancora una volta grazie a te! Diciamo che ho sempre augurato un futuro cartaceo a Betterland, la sua prima uscita come webcomics e l'editing di Dario Sicchio sono stati essenziali per trovare un ritmo adatto, dettato dagli episodi, ad una storia essenzialmente di slice of life mettendo l'attenzione su tutti gli elementi di mistero presenti! Ma allo stesso tempo con il webcomics mi ero reso conto di aver lasciato indietro una buona parte di lettori che non si erano mai avvicinati a tacotoon! Più lasciavo indietro loro più mi rendevo conto dell'importanza che aveva per me questa storia e da qui l'esigenza di una sua versione cartacea. Ho riabbracciato la bicromia che la storia aveva nelle prime mie bozze, levigato qualche dialogo, rivisto i disegni e la regia per adattarla alla tavola classica e così nasce questa nuova versione di Betterland!
betterland, all'inizio, sembra quasi una sorta di thriller o di urban fantasy, ma si svela prestissimo - come appunto dicevi tu - uno slice of life che racconta la provincia italiana, quella fatta di precarietà e disorientamento, di "disagio giovanile" come direbbero al tg. poi parliamo anche di questo, ma intanto, come mai hai deciso di usare l'elemento quasi-surreale per parlare di un problema in realtà molto pragmatico e tangibile?
► Non saprei darti una sola risposta vera e propria, vado abbastanza d'istinto su queste cose e tendenzialmente tendo a inserire un piccolo elemento straniante nelle storie che faccio, che spesso hanno una base slice of life! Nel 2019 lo feci con Sfera e l'utilizzo del tema dei superpoteri per parlare di ambizione e solitudine, e alla fine Betterland nasce poco dopo quindi "ero in quel periodo lì". A livello più logico ti dico anche che mi serviva partire settando un po' di mistero e assurdo per preparare il lettorə a quello che si sarebbe trovato davanti negli ultimi i capitoli! E poi tra le varie ispirazioni ce ne sono due che di sicuro hanno guidato alcune scelte più assurde, cioè Donnie Darko e Black Hole di Charles Burns.

quello che a me è sembrato il punto di intersezione tra queste due dimensioni - quella fantastica e quella realistica - è, senza fare spoiler, quel vuoto enorme che solo nora e luna sembrano capaci di vedere. come è nata l'idea di rappresentarlo in questo modo (un buco nel cielo che non tuttə vedono) e che cos'è per te, oltre questa metafora grafica?
► Tanto per citare un'altra storia sulla fine del mondo, in Melancholia la minaccia di una collisione planetaria è tangibile e concreta, io ovviamente non volevo andare verso una strada così concreta, ma l'idea e l'immagine di uno strappo nel cielo rappresentava bene la vita di Nora arrivata a quel punto. Poi come dice Luna qua si parla di "svegliarsi un giorno con un'idea, un'illuminazione da cui è possibile tornare indietro" e una delle cose di cui volevo parlare, se non proprio quella, è quella sensazione di preoccupazione perenne di qualcosa che potrebbe accadere, cosa che spesso viene abbinata al meteo, al cielo. Forse non l'ho mai detto così direttamente ma concettualmente in Betterland non si parla di depressione, ma della paura di poterci cadere. Poi io a Nora le voglio davvero bene, e su tante scelte mi sono affidato al personaggio e su dove voleva andare, anche se neanche io delle volte l'ho capito perfettamente!
parliamo proprio dellə personaggə e di nora in particolare, che è la protagonista della tua storia: la incontriamo in un momento abbastanza complesso, invischiata tra un lavoro frustrante, una relazione sentimentale non ben definita, la scoperta dello strappo nel cielo e l'incontro con luna. insomma, nora è un po' il paradigma di chi oggi c'ha più di 25 anni (e non so mettere un'età di fine a questa cosa, anzi, sono curiosa di sapere se prima o poi finisce), e insieme a lei lo sono lə altrə che si muovono intorno a lei nella storia. la domanda non è tanto da chi hai preso ispirazione per crearli, ma con chi volevi che parlassero? e che feedback hai ricevuto dallə lettorə che li hanno incontratə?
► Allora, io qua non ho mai capito una cosa dello scrivere perché si rischia sempre di finire in frasi fatte del tipo "lo scritto per parlare alle persone come "noi", per sentirci meno soli" ma che suona anche come un freddo "l'ho scritto per un target specifico cercando di rendere nazional popolare questo sentimento" e per me con Betterland non è stata nessuna delle due alla fine! Alla fine non ho scritto così tante "storie lunghe" quindi quando lo faccio lo faccio veramente, prendendo in prestito un altro termine del vocabolario de "le interviste a chi scrive", per esigenza! Esigenza, ma anche istinto, voglia, il sentire di essere sintonizzato con la sana arroganza di riuscire a mettere su carta un sentimento che sentivo di aver abbastanza digerito. Il feedback che sto ricevendo ora con il libro in versione cartacea non saprei descriverlo, ma mi sta dando stante soddisfazioni, complice anche la natura di autoproduzione che quindi prevede tanto confronto con le persone! Torna il discorso di essere connessi con quel tipo di sentimento, penso che sia un libro che arriva o non arriva, ma se arriva è un po' un abbraccione (dopo qualche calcio)
è molto un abbraccione! ♥️ a proposito, secondo me le vere protagoniste di questa storia sono le relazioni, di qualunque tipo. sono l'elemento che muove la narrazione, sono la cosa più importante che, nel bene e nel male, ha nora e probabilmente sono anche la cosa più importante per tuttə noi che ci identifichiamo un po' in nora. però, fuori dalla provincia in cui i rapporti crescono con il tempo, creare relazioni in questa epoca storica non è esattamente la cosa più facile. come si fa a fare comunità, a stringere legami e a cercare di sfangarla insieme? i fumetti - e le storie in generale - secondo te aiutano ancora?
► Non è facile come non lo è dare una risposta a questa domanda, ahaha! Perché è vero, le storie aiutano ancora, ma non possiamo neanche raccontarci la favola di un mondo dove una storia può rivoluzionare da zero una persona, può succedere, certo, ma deve esserci già da prima una breccia, un apertura una piccola. Perché il punto per me è il rimanere "aperti" al mondo come esperienza diretta, chiudersi nella propria visione, nella propria rabbia malriposta e frustrazioni varie non può portare che a una stagnazione di idee e quindi un assenza di cambiamenti, e così mi sa che non la sfanga nessuno, o se lo fa lo fa con una profonda amarezza. Non voglio essere frainteso, non viviamo nel mondo perfetto e leggerisssssimo di Richard Scarry ma in un mondo centomilavolte più tormentato che spesso ti invita a chiuderti in una bolla di negatività, anche la rabbia e la frustrazione possono avere una sfumatura di apertura verso gli altri! Nel bene o nel male, per mia esperienza, non sarei niente senza "gli altri" e devo molto più a loro che a me stesso. 
Ora... è difficile fare il punto di questa risposta, ahahah, quindi spero si sia capito qualcosa!

sì, sì, si è capito! e, anzi, mi ha fatto venire in mente il rapporto "complicato" tra nora e luna, il modo non-perfetto in cui si aprono una all'altra e alla possibilità che hanno di cambiare le cose insieme.
dicevo, le relazioni sono le protagoniste di questa storia e, dall'altra parte, l'antagonista è questo senso di claustrofobia, di mancanza di prospettiva che è molto poco fantasy, anzi, credo sia un tema che accomuna le ultime generazioni, gente che ha anche tanti anni di differenza, come forse non aveva mai fatto prima.
secondo te, quanto questo nostro modo di vivere precario e costantemente in bilico ha influito sul modo in cui nel mondo del fumetto - ma anche della letteratura, del cinema, delle serie tv eccetera - si raccontano le storie oggi? soprattutto, quanto peso ha avuto sulla trasformazione del fumetto dall'essere uno strumento per raccontare storie d'evasione pura al diventare uno dei mezzi più utilizzati per l'introspezione personale e la critica sociale?
► (Intanto concordo sulla fatto che sia una storia di rapporti!) Se ci pensi il mondo graphic novel dieci anni fa era pieno di storie considerate intime, spesso piccoli problemi personali e autobiografici, genere che si presta benissimo al fumetto per una sua possibile natura da "diario segreto"! Ora questo tipo di storie non trovano esattamente un gran terreno se non affrontate in una maniera molto più cruda, diretta e/o quirky ad esempio le storie di Martina Sarritzu su "la fine del mondo" per me sono INCREDIBILI proprio per quello. Per il resto penso che il pubblico sia meno disilluso e voglia semplicemente più (a volte solo apparente) sostanza, "parliamo di quest'argomento secondo il mio punto di vista", creando a volte capolavori a volte esperimenti più timidi, ma quello che io adoro del fumetto è che sembra davvero un metodo di comunicazione dove nessuno ambisce alla perfezione ma al "proviamo a vedere che ne esce"
provando a vedere che ne esce, tu hai tirato fuori una storia bellissima che è tanto politica quanto intima. in betterland si parla tanto di fine del mondo, che è un'idea che si declina in tanti modi e che negli ultimi anni, giustamente, è stata affrontata in tanti modi differenti da tantissimə autorə. cos'è per te - in betterland o anche in generale - la fine del mondo? e come lo salviamo?
► E come ti rispondo qua? Ahahah! Posso provarci ma negli ultimi anni la fine del mondo diciamo che è stato un pensiero abbastanza concreto per tutti! In Betterland non ho inserito riferimenti a situazioni concrete intanto per rendere ancora di più fuori dal tempo un momento di stasi nella vita di Nora in questa bolla di tempo e spazio in cui la storia e avviene. Ma volendo concentrare sulla fine di un mondo interiore, che per le dinamiche della storia equivale all'arrendersi al mondo stesso, volevo anche che il lettore inserisse la fine del mondo che vede nel suo presente nel tempo della storia che sta leggendo. Sul come salvarlo il problema è che non dovrei essere io a dare proposte, ma seguire ciò che ci sembra giusto e farci tante domande magari è un buon inizio, sigh 💔

ok, basta domande difficili, promesso! una cosa facile: in betterland ho notato alcuni riferimenti a 20th century boys, dal simbolo misterioso a forma di occhio che dà il via alla vicenda, ai riferimenti all'imminente fine del mondo. quali sono le opere - a fumetti e non - che ti hanno formato come autore e a cui ti ispiri?
► Ahahah, ok ok questa è più facile! Anche perché in betterland ho usato come guida alcuni tra gli autori che più ho amato come Clowes, Dylan Horrocks, Kevin Huizenga ecc! L'occhio invece, per assurdo per quanto poi abbia amato anni dopo 20th century boys, è un occhio che mi sono tatuato addosso ai tempi dell'accademia, e che da li inserisco quasi in ogni storia! Me lo tatuai proprio come monito per "non smettere di disegnare, il te del passato ti guarda", forse il significato ad oggi è un po' una cringiata, ma l'ispirazione per Betterland era perfetta ahah! Aggiungo anche dead dead demon dededededestruction di Asano come probabile ispirazione del tempo, manga incredibile!
Poi sai, di fumetto leggo tanto e Betterland lo scrissi anni fa ormai quindi non so tornare proprio alle origini, al tempo sicuramente stavo in fissa per tutti i Super amici, Ratigher e Tuono sopra tutti, magari al tempo anche loro mi hanno contaminato con qualcosa! E che queste storie prima di scriverle stanno un sacco macerare dentro, quindi alla fine tutto si mischia, tutto si annulla ahaha.
Ecco, aggiungerei con certezza Le ragazzine stanno perdendo il controllo di Ratigher! Forse è da lì che partito tutta questa storia? Non lo sapremo mai 🧚
ci sono circa tre anni di differenza tra il betterland webtoon e la sua versione cartacea. se l'avessi scritto ora, per la prima volta, pensi che sarebbe stato diverso?
► Penso che probabilmente non sarebbe esistita come storia! Sono passati 10 anni anni (sigh) dalla mia prima pubblicazione e di storie lunghe alla fine ne ho scritte tre, spesso in mezzo ho lavorato a storie brevi o con sceneggiatori, e penso che le storie lunghe mi vengano in periodi specifici dove chissacosa si allinea, le storie rimangono ma l'allineamento astrale non è detto! In passato delle storie hanno perso il treno della tempistica, ma non saprei dire se perché erano storie che non avevo l'esigenza di raccontare o semplicemente capitate in un periodo sbagliato! Ma mi piace questa sorta di casualità, penso sia proprio quello che mi piace di questa cosa "del fare fumetti"!


quali sono i tuoi prossimi progetti?
► Adesso non vedo l'ora che esca il volume con Zeta Galaxy, che il progetto di Riamise, il lungometraggio che sto scrivendo con Julien Cittadino insieme a Ibrido Studio, si sviluppi per vedere dove porterà e nel mentre continui i soliti lavori tra l'insegnamento e altre collaborazioni! Sicuro dopo l'uscita di Betterland cartaceo mi è venuta voglia di scrivere, vedremo quest'estate, ho una storia in mente da un annetto, devo solo aspettare si allinei qualche astro, ma sento che ci siamo :)
terrò d'occhio tanto gli astri - spero si allineino presto! - quando i tuoi canali perché non vedo l'ora di scoprire tutte queste belle novità! grazie mille per il tuo tempo ❤️ a prestissimo
► Super grazie ancora a te!

venerdì 15 maggio 2026

antifascismo illegale

«basta con questo fascismo, lo vedete dappertutto».
«siete fissati col fascismo».
«i veri fascisti sono gli antifascisti».
«anche se hanno idee naziste devono poterle esprimere liberamente».
queste sono solo alcune delle affermazioni, parafrasate, che hanno riempito (e inquinato) lo spazio della comunicazione negli ultimi anni. frasi che, già da sole, ci dimostrano come, sul piano dell'immaginario, l'antifascismo sia passato da essere un valore condiviso, da essere la religione laica d'europa, a qualcosa di datato, nostalgico e infine a qualcosa di inutile, fine a se stesso. fino a diventare addirittura qualcosa di illegale, di estremo e pericoloso, da mettere al bando, continuamente criminalizzato.

antifascismo illegale è l'instant book che vorrei che fosse ancora più instant degli altri, che ci mettesse poco a diventare anacronistico, a farmi pensare oh ma ti ricordi quando ma che credo sarà uno di quei libri che ci porteremo dietro nei prossimi anni, se non decenni.

probabilmente, a meno che non abbiate passato gli ultimi vent'anni (ma anche trenta) su marte o zone limitrofe, vi sarete accortə che qualcosa non va.
per la precisione, che certe ideologie di destra stiano sempre più venendo a galla (sì, l'immagine che abbiamo in testa è probabilmente la stessa) un po' ovunque, dai casi più spudorati come quelli di america e ungheria, fino ad altri meno chiacchierati ma comunque preoccupanti.
ideologie che si fondano non soltanto sull'erosione - se non proprio sulla negazione - dei diritti civili e sociali, da un lato, e su un costante stato di emergenza sicurezza dall'altro.

ecco, non è che questa cosa sia successa dall'oggi al domani. forse eravamo distrattə, forse eravamo troppo sicurə che certi principi fondanti l'europa stessa non sarebbero mai stati messi in discussione, eppure non è passato nemmeno un secolo dalla fine della seconda guerra mondiale che gli spettri di fascismo e nazismo sono tornati - con forme diverse da quelli storici, certo, ma cosa importa? questo non è un problema di forma, ma di sostanza - e che l'antifascismo in quanto tale abbia iniziato a essere criminalizzato.

in questo libretto - breve, incisivo, senza sbrodolamenti inutili né accademicismi - mattia tombolini raccoglie una serie di interviste e interventi di espertə da varie zone d'europa per provare a guardare con occhio critico e lucido quello che (ci) sta succedendo, evidenziando i collegamenti che mettono insieme fatti di cronaca, tendenze culturali e nuove leggi.
il quadro che emerge è il disvelamento di un meccanismo macroscopico e agghiacciante che spinge sempre più alla deriva l'idea di democrazia per come la conoscevamo e che impoverisce gli ambienti culturali. un meccanismo, oltretutto, che viene percepito come di importanza secondaria a fronte di problematiche più contingenti - quelle legate al lavoro, alla casa e al potere d'acquisto in primo luogo - che pure, ovviamente, vi sono inestricabilmente collegate.

le premesse partono dalla sventurata idea propria dei nostri anni: la considerazione delle idee di stampo fascista come opinioni, in quanto tali adatte ad abitare gli spazi di confronto. quando zerocalcare si rifiutava di partecipare ai festival che ospitavano personaggi evidentemente fascisti c'era poco da questionare: con i fascisti non si parla, non si dividono gli spazi, non si legittimano le loro opinioni.
eppure.
l'abbiamo fatto, abbiamo permesso che la sinistra si arroccasse su ambienti intellettualoidi lontani dalla realtà quotidiana della gente e abbiamo lasciato questo spazio alle destre, che ne hanno approfittato per colonizzare la narrazione del presente con la minaccia - praticamente inventata a tavolino - dell'emergenza sicurezza, e con la distorsione delle tematiche storicamente proprie della sinistra.

questo stato di emergenza sicurezza perpetuo - una contraddizione in termini, quindi - si è tradotto nella criminalizzazione non soltanto di azioni specifiche, ma anche di ideologie e di gruppi di persone. è sulla base di questo che antifa - che, sottolineano praticamente tutte le voci presenti nel testo, non è un gruppo ma un approccio, quindi adottabile da chiunque si riconosca negli ideali antifascisti, a prescindere dalla sua eventuale appartenenza politica e/o militante - viene bollato come pericoloso e antagonista, dagli usa e, di rimando, da buona parte dei paesi europei, ed è sulla base di questo che le azioni, pure pacifiche, di gruppi ecologisti/propalestina/antifascisti, vengono bollate come terroriste e condannate di conseguenza.
paradossalmente, in un'epoca storica più sicura, il numero di fatti che costituiscono reato aumenta, e i nostri sistemi di legge si infarciscono di decreti sicurezza sempre più repressivi.

a questo, si aggiunge il monopolio sempre più spudorato delle informazioni da parte di questa nuova egemonia culturale: dal controllo sui grandi media (basta controllare chi c'è a capo dei grandi gruppi editoriali nostrani e no) a quello dei techbro di destra sui social (guardate come siamo costrettə a scrivere quando parliamo di p4l3st1n4 pur di non farci oscurare i contenuti da chi, d'altro canto, non fa nulla per limitare la diffusione dei contenuti d'odio in rete e, anzi, li alimenta. giusto per fare un esempio). il risultato - unito all'erosione dei sistemi educativi pubblici - è sotto gli occhi di tuttə.

antifascismo illegale non racconta nulla di più di quello che le cronache - per chi era abbastanza attentə - hanno raccontato negli ultimi decenni, ma ha il grandissimo pregio di mostrare il quadro di insieme ripulito dalle millemila distrazioni che l'hanno offuscato, e lo allarga dall'italia al resto del continente, fino, inevitabilmente, all'america trumpiana. il risultato è una lettura lucida, semplice e puntuale di una situazione che dobbiamo immediatamente contrastare e risolvere.

giovedì 30 aprile 2026

gomìtolo 6 ~ aprile 2026

è finito aprile e non si è chiuso occhio.


settimana dopo settimana, mese dopo mese, la sensazione è sempre quella di averla sfangata per un pelo e di avere giusto qualche ora per riprendere fiato perché poi ricomincia. come cazzo facciamo a vivere così?
leggo e guardo storie perché ci trovo dentro tutta l'umanità che non riesco a trovare nel resto di questo pezzetto di mondo che, suo malgrado, mi ospita.
il mese scorso scrivevo della nostalgia del futuro che non avremo mai, ma anche il presente non è che sia proprio messo benissimo. a volte mi dico che mi manca stare al sud, poi temo che in realtà quello che mi manca è avere vent'anni e pensare che tutto sembrava facile, e invece.
dissociamo. dissociamo tutto, in ogni situazione, continuamente.

i social continuano a farci vedere crimini di guerra - ancora bambinə, ancora giornalistə, ancora donne e uomini massacratə dal peggiore regime che si sia mai appropriato del termine democrazia - violenza, odio e squallore, intervallando lo spettacolo con qualche sponsorizzata che ci ricorda che l'estate è alle porte e che dovremmo dimagrire, perché col cazzo che possiamo starcene in spiaggia a rilassarci, tocca performare anche lì, che ormai abbiamo una certa età e se non trovi qualcuno che ti piglia, qual è il tuo piano b?
un cane e due gatti. almeno.
questo, a dire il vero, è sempre stato il piano a.
se mi dice culo, anche un vaso di pomodorini sul balcone.


a proposito di democrazia, ad aprile qui a bologna c'è stata una cosa molto bella, che è il festival dell'antropologia. ho seguito meno incontri di quelli che avrei voluto, ma sono riuscita a esserci a quello in cui si parlava di genova. se vi basta leggere genova per capire, allora non serve dire altro.

se non vi basta, non è questo il posto in cui fare una lezione di storia e, soprattutto, non sono io la persona adatta, scusatemi. però internet ha una buona memoria e si trova ancora un sacco di roba in giro, tipo questo articolo di wu ming che io continuo a spammare ovunque da tipo quattordici anni ormai.
si parlava di genova e di tutto quello che a genova abbiamo perso. del fatto che sì, avevamo ragione noi, lo vediamo ogni giorno, ma avere ragione non è sempre una cosa positiva. avrei preferito ci fossimo sbagliatə.
si parlava di cosa sono stati quei giorni di luglio di venticinque anni fa a genova, e si parlava di cosa vuol dire democrazia - ecco, visto? non mi stavo perdendo - che non è soltanto siamo in una democrazia perché votiamo.
democrazia è quella cosa per cui i diritti di tuttə sono difesi e i crimini sono definiti come tali non per reprimerci ma per tutelarci. e invece, giunti ormai al quinto decreto sicurezza di questo governo, indovinate in che direzione stiamo andando? e indovinate perché ci ostiniamo a chiamare amico e democratico il regime di cui sopra?
lo capite che non possiamo smettere di stare costantemente in ansia, vero? e che quest'ansia deve trasformarsi in azione e diventare qualcosa di utile, vero?

intanto, oltre a qualche goccina di tanto in tanto, cerco di metterci tutte le storie che posso, perché, come dicevo sopra, o così oppure non lo so.
e quindi, ecco il riassunto delle cose che ho letto/guardato questo mese. molto meno di quello che avrei voluto, ma sempre meglio di niente.
e qualche riga inutile per far quadrare questa mia bruttissima idea di mettere le immagini piccine così, ai bordi della pagina, che mi piace, mi ricorda com'era il blog tanto tanto taaaanto tempo fa ma combina un sacco di casini con l'html che non so risolvere, ma ecco, ci siamo.


contrariamente alle mie aspettative sono riuscita a trovare meno uno all'alba, il primo volume della nuova stagione di pkna - che non è più pkna ma pkeda, pk early days adventures - che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca. sicuramente, ma non era difficile, mi è piaciuto più di esperimento abominio, ma credo che la cosa migliore di tutto sia il modo in cui è stato sfruttato il fattore nostalgia.
già soltanto avere un nuovo spillatino come quelli che leggevo da ragazzina è stato emozionante (avremo più emozioni forti che non siano rimpianto e nostalgia?) anche se la storia è solo un pretesto per far arrivare questo volumetto sugli scaffali delle fumetterie (con i tempi e le modalità di panini, ovvio) e farlo finire nelle mani dellə quarantennə che speravano un ritorno dei bei tempi andati.

trent'anni fa gli evroniani attaccavano paperopoli durante una serata di gala del cast di una delle telenovelas (ebbene sì, si chiamavano così) più amate, l'indimenticabile patemi (chissà se torre, vendruscolo e ciarrapico hanno preso ispirazione da qui per occhi del cuore), e scatenavano il terrore sul tetto di quella ducklair tower che sarebbe poi diventata il cuore di tutta pkna. quel momento stravolgeva non soltanto la vita di paperino, ma anche quella di noi lettorə. paperinik, prima vendicatore mascherato, poi giustiziere notturno armato di stivaletti a molla e altri trabiccoli ideati dal genio di quartiere archimede, si ritrovava invischiato in un conflitto che andava ben oltre i confini di paperopoli, con un nemico che era ben altra cosa rispetto ai soliti ladruncoli del calisota: un impero alieno che distruggeva mondi senza pietà, spinto solo dalla sua fama insaziabile.
adesso sisti e sciarrone, due tra i nomi storici delle vecchie serie, riavvolgono il nastro quel tanto che basta a farci scoprire l'antefatto di quei momenti storici, ma il risultato è abbastanza dubbio.
mentre i bassotti progettano l'ennesimo colpo ai danni di paperone, evron scopre che soldi e soap opera catalizzano una quantità di emozioni decisamente appetitose (lo sappiamo tuttə che gli evroniani sono vampiri emozionali, no?), così da spingerlo a scegliere la terra come prossimo obiettivo.

il problema è che il tono della storia è molto più vicino a topolino che a pkna, totalmente fuori fuoco rispetto a quell'atmosfera più cupa, seria e adulta che ci aveva tanto fattə innamorare nel '96. questi evroniani non fanno paura a nessunə, questa paperopoli è troppo solare, pop e colorata per differenziarsi da quella che conosciamo da qualsiasi altra storia di paperi che possiamo leggere ogni settimana su topolino.
insomma, la forma è quella di pk, la sostanza no.
la domanda, a questo punto, è: se non si riesce - non si vuole? - tornare alle atmosfere e ai temi che hanno fatto di pkna il capolavoro che è stato, ha davvero senso continuare un'operazione che ha come target un pubblico che non può davvero accontentarsi di qualsiasi-cosa-sia-questa-cosa-qui?
lo scopriremo a ottobre. intanto, l'unica cosa che resta è tanta insoddisfazione e una storia che si dimentica dieci minuti dopo aver chiuso il volumetto.


a proposito di nostalgia, c'è un'altra cosa negli ultimi mesi che mi fa tornare in mente i ricordi d'infanzia, di quando tornavo a casa e trovavo la mia copia - all'epoca era topolino - incellophanata vicino alla cassetta delle lettere. adesso è la fine del mondo. se non vivete su marte, ne avrete sicuramente sentito parlare. altrimenti, male per voi. però si recupera qui, e ne vale un sacco la pena.
è la rivista a fumetti de il manifesto ed è diretta da quel genio di maicol & mirko ed è piena di roba bella e bellissima (e altra che a me piace un po' meno, ma va bene lo stesso), di fumetti a puntate di gente bravissima come, appunto, maicol & mirco, zerocalcare, kalina muhova, blu, bruno bozzetto, dottor pira, zuzu, alice socal, altan, e un sacco di altrə.
niente pubblicità, solo storie a fumetti a puntate. che in un mondo di sponsorizzate e bingewatching sanno quasi di fantascienza, o sono un po' la madeleine proustiana di un pezzetto della nostra generazione.
insomma, negli ultimi tempi, tornare a casa e trovare la copia - mezzo sgualcita, grazie postinə - ad aspettarmi è stato consolatorio e bello, e ormai l'appuntamento con alcune storie (io non avrei mai creduto che mi si sarebbe stretto il cuore per uno scarafaggio di nome sandro, e invece) è uno dei momenti migliori di ogni mese.
vorrei che tuttə volessero bene a progetti belli come questi, vorrei che ce ne fossero di più di cose così: storie a fumetti schiaffate dentro a riviste spiegazzate che non fanno bella mostra in libreria, che non sono troppo instagrammabili, ma che sono belle e basta.


di solito ho la maledizione degli urania, per cui li prendo e poi li lascio ammuffire in libreria per anni. love, death and robots, invece, l'ho letto in tempi abbastanza brevi e mi è piaciuto. è una raccolta di racconti e, ovviamente, non mi sono piaciuti tutti e non tutti allo stesso modo. alcuni sono davvero notevoli, altri carini, altri si possono tranquillamente definire uno spreco di carta, ma devo ammettere che la proporzione tra le tre cose è abbastanza equilibrata.
senza andare troppo nel dettaglio, posso dire che le storie che parlano di guerra, invasioni e robe del genere sono noiose e spesso anche inutili, non lasciano niente, non immaginano niente che non sappiamo già, semplicemente cambiano lo sfondo ma mettono in scena sempre la stessa storia, che ormai ha poco da insegnarci. quale che sia il pianeta su cui esplode una bomba, il risultato è sempre morte e distruzione. a che serve immaginare un futuro in cui siamo capaci di attraversare l'universo, di incontrare altre forme di vita, di mettere piede su altri mondi se poi dobbiamo trasformare tutto questo nello scenario della più stupida delle cose che l'umanità ha inventato e che fa dal giorno dopo in cui è comparsa? insomma, se fantascienza deve essere immaginiamo astronavi da guerra e armi che fanno boom più forte e più lontano, allora non è la fantascienza che mi interessa.
ci sono, invece, racconti che nascono da premesse più affascinanti e che indagano altri temi: da esperimenti di bioingegneria estrema - una di queste è anche una delle storie più interessanti dal punto di vista strettamente letterario di questa antologia - all'incontro sempre molto affascinante tra antiche credenze e tecnologie futuristiche, dalla possibilità di arrivare a forme di consapevolezza e coscienza che superano i limiti umani, fino alle più classiche storie di speculative fiction di cui, personalmente, non credo di riuscire a stancarmi tanto facilmente.
una raccolta non perfetta ma notevole, se vi capita di trovarla in giro, recuperatela.


sono uscite due serie anime che aspettavo tantissimo, e cioè witch hat atelier e mao.
ma ve lo ricordate quando atelier of the witch hat lo leggevamo in quattro? beh, evvivachebello, il mondo ha scoperto quanto è bella questa serie e io - che non ho mai avuto quella voglia snob di farmi piacere solo le cose che non piacciono a nessuno - non potrei essere più contenta.
non ho la serie qui con me a bologna e quindi non riesco a fare un confronto diretto, ma mi sembra che l'anime stia seguendo molto fedelmente il manga sia nella storia, sia - e chiaramente è qui il motivo del suo successo - nella resa visiva. i pregi dell'opera di kamome shirahama sono sicuramente il sistema magico innovativo e coerente - la magia non è qualcosa che solo pochə elettə possiedono dalla nascita, ma si può imparare - personaggə ben strutturatə e una trama appassionante, ma anche e soprattutto uno stile grafico elegantissimo e riconoscibile, tanto nel tratto quanto nel design di ogni singolo elemento della storia, dallə personaggə agli oggetti, dalle ambientazioni all'abbigliamento. e lo studio bug films è riuscito nel miracolo di restituire quella ricercatezza e raffinatezza anche nella versione animata.
insomma, se non l'avete ancora iniziato, è arrivato il momento.

invece, mao. allora, seriamente: è chiaro che questa serie la leggiamo soltanto perché a) ci manca un sacco inuyasha e mao, in qualche modo, riprende moltissimi elementi di quella serie e b) perché vogliamo bene a rumiko takahashi e se lei scrive qualcosa, noi la leggiamo.
il fatto che sia uscito l'anime è, per me, un modo per fare il riassunto del manga che ha due enormi difetti: il primo è che, anche se la trama è lineare - ragazza del presente finisce in una versione alternativa del passato dove esistono i demoni e incontra un ragazzo mezzo umano alla ricerca del demone che lo ha maledetto (vi ricorda qualcosa?) - è strapiena di sottotrame e filler veri e propri che allungano il brodo inutilmente. il secondo è che il ritmo della pubblicazione è lento, e ogni volta che esce un volumetto nuovo mi ci vuole un po' per ricordarmi chi è chi e cosa sta succedendo.
quindi, seguire l'anime mi aiuta a fare un po' il punto della situazione e, spero, andando più avanti mi aiuterà a ricordare lə personaggə secondariə e le loro storie.
ma, a parte questo, bisogna ammettere che non è male, anzi. ovviamente, essendo molto più recente di inuyasha, l'animazione è migliore e il ritmo degli episodi è più veloce. ma, esattamente come per il manga, manca qualcosa. non so bene cosa, forse il fatto che somigli così tanto ad inuyasha e che però, nel tentativo di essere un'opera più matura, non riesce a essere emozionale come inuyasha. non si ride e non si piange, e lə personaggə stessə sembrano non provare davvero nessuna emozione, quasi fossero attorə che recitano svogliatamente. e, fino a ora, l'anime mi sta dando le stesse sensazioni.
ma continuerò a seguire sia il manga, sia l'anime perché non riesco a rinunciare a rumiko takahashi (ai tempi ho persino guardato quell'immane porcheria che è yashahime, immaginate come sto messa).


ed è anche iniziato the testaments, il sequel di the handmaid's tale, tratto dall'omonimo romanzo che ho letto a suo tempo (ne ho anche parlato qui) ma di cui non mi ricordo assolutamente niente (oltretutto ce l'ho giù a casa, quindi non riesco nemmeno a darci una rilettura).

the handmaid's tale iniziava raccontando un regime giovane che cercava di stabilizzare le sue istituzioni, e lo faceva attraverso lo sguardo di june, una donna a cui gilead aveva tolto ogni cosa - libertà, indipendenza, autodeterminazione, amore, famiglia, amicizia, lavoro, tutto - e aveva costretto in un ruolo che contraddiceva tutto quello che era stata la sua vita fino a quel momento. ribellarsi e cercare di riportare tutto alla normalità era, se non l'unica possibilità, una delle più plausibili.

the testaments, invece, si apre su un mondo che ha trovato il suo equilibrio e nel quale la nuova generazione di donne (e di uomini) non ha metro di paragone con la realtà precedente al colpo di stato dei comandanti. vive, da sempre (o comunque da abbastanza da non aver altri ricordi), nell'unica realtà che conosce, una realtà che non lascia spazio ad alternative, neppure immaginate.
protagoniste sono due ragazze: agnes (sì, proprio lei), privilegiata figlia di un comandante, la cui educazione è sempre e solo stata orientata all'unico obiettivo che una ragazza come lei può avere, cioè quello di diventare una moglie perfetta. accanto a lei, daisy, una pearl girl, cioè una di quelle ragazze cresciute fuori gilead e convertite - più o meno volontariamente - al regime.
in questa serie, quindi, gli elementi distopici si uniscono inestricabilmente a quelli del romanzo di formazione. ma è una formazione obbligata, costretta nell'unica direzione che gilead offre alle donne, e che di certo non contempla la possibilità di una rivoluzione.
ma cos'è l'adolescenza a gilead? cosa significa vivere una trasformazione tanto profonda e difficile in una società in cui l'età di mezzo tra l'infanzia e la maturità dura giusto il tempo in cui un corpo femminile viene immesso nel mercato matrimoniale e scelto?

fino a ora la storia procede con relativa lentezza e senza grossi colpi di scena, ma la violenza a gilead è così intrinsecamente presente in ogni aspetto della quotidianità da non essere immediatamente riconoscibile in quanto tale.
può sembrare una serie che non ha molto da aggiungere a the handmaid's tale, ma io credo che invece stia dando degli spunti interessanti, soprattutto sul concetto di educazione (sarà deformazione professionale, ma la clacca-antropologa è molto felice di entrare all'interno del sistema formativo di una realtà come quella di gilead). insomma, per me è promossa, non soltanto per la storia, il world building, la solita regia e fotografia eccellenti, ma anche per la bravura dellə attorə, in particolare delle ragazze che interpretano agnes, daisy e le altre.


ho iniziato a vedere l'uomo nell'alto castello, la serie tv tratta dal romanzo di philip k. dick (che no, non ho ancora letto ma lo recupererò assolutamente) e mi sta letteralmente consumando il cervello.
la premessa di questa storia credo la conosciamo tuttə: come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale? beh, facile, sarebbe una merda.
eppure, vedere questa possibilità declinata nel quotidiano - per la precisione dei non-stati-uniti degli anni '60 - è, soprattutto all'inizio, davvero scioccante: aquile e svastiche che adornano una new york cupa, grigia, visivamente e fattivamente oppressa.
come in ogni paese occupato, dietro la facciata più o meno solida dell'obbedienza si cela una qualche forma di resistenza. qui, una rete si intreccia tra la parte sotto il controllo del reich e quella dominata dal giappone (sì, c'era anche l'italia tra le potenze dell'asse, eppure nella storia non viene mai neppure nominata. dà una certa soddisfazione vedere che manco nelle ucronie i fasci hanno mai contato un cazzo) per portare a un misterioso uomo-nell'alto-castello dei filmati ancora più misteriosi che mostrano la storia per come la conosciamo noi ma che è un'assurda fantasia per lə personaggə del racconto, cioè quella in cui la guerra è stata vinta dagli alleati. ma da dove vengono queste pellicole? come sono state prodotte? da chi? e a quale scopo?

la cosa che mi sta divertendo di più è leggere vecchi commenti di gente stupita del fatto che empatizza con personaggə oggettivamente orribili come lə nazistə, commenti che non fanno altro che supportare la tesi per cui ci stiamo completamente disabituano a pensare la complessità della realtà e quella delle persone (il che porta, a cascata, a un sacco di problemi nel gestire le relazioni. ma questi sono gli argomenti che preferisco trattare con la psicologa).
è vero, ci sono personaggə eticamente orripilanti in questa serie che, allo stesso tempo, hanno sentimenti nobilissimi per le proprie famiglie e, più in generale, per le persone che amano. e le due cose coesistono e non entrano in contraddizione perché sono parte dello stesso sistema morale che ha mosso - e continua a muovere - questo tipo di personaggə. non c'è nulla di contraddittorio nel ripudiare le loro idee politiche e la loro etica e, allo stesso tempo, partecipare emotivamente alle loro tragedie personali, non è quello che ci deve preoccupare. dovrebbe preoccuparci il non riuscire a problematizzare la schizofrenia del sistema di valori che questa gente ha creato e di cui si è nutrita, a cominciare dall'istituzionalizzazione della disumanizzazione dell'altro e, a monte, della definizione così netta e implacabile dell'alterità.

è uscita qualche anno fa e volevo recuperarla da tempo, ma rimandavo perché ero sicura che mi sarei persa a vederla. e infatti, mi sono persa. sono infognata malissimo, non farò altro fino a che non arriverò alla fine della serie.
addio.


per la precisione, l'uomo nell'alto castello ho iniziato a guardarla la sera del 25 aprile, il mio primo 25 aprile qui a bologna (che ogni anno finivo per stare sempre da un'altra parte), e penso sia stata la parte nerd del mio inconscio a portarmi a iniziarla perché non ne posso più di sentire e leggere sempre polemiche inutili su questa giornata che dovrebbe essere di festa per tuttə e che invece, puntualmente, il peggio di questo paese cerca sempre di sporcare.
il punto è che vorrei davvero che quelle teste di merda finissero in una realtà alternativa in cui le cose sono andate come sognano. anche solo per qualche settimana, giusto il tempo di rendersi conto di quanto miserabile sia continuare, ottantun anni dopo, a rimpiangere il peggior schifo della nostra storia.


e per chiudere in bellezza questo post - che è iniziato in modo triste e arrabbiato, scusate - questo mese sul blog audace sono uscite tre interviste che avevo fatto qualche tempo fa e di cui sono molto felice, e tutte e tre fanno parte di non è una questione di genere, un dossier dedicato alle donne (e in generale alle soggettività non-maschie-cis-etero) che lavorano nel mondo del fumetto. il consiglio è di leggerlo tutto, ma comunque le tre interviste sono a matilde sali, annamaria di matteo e silvia ziche.

martedì 21 aprile 2026

sangue madre

ogni mio pensiero era rivolto soltanto a lei. pensavo a lei con angoscia, affetto e nostalgia.

alcuni confini sono labili, più di quanto non siamo dispostə ad ammettere ad alta voce. dopotutto, per quanto ogni società abbia collezionato nel corso della sua storia un'infinità di pagine in materia di giurisprudenza per definire il concetto di crimine e trovare la relativa soluzione, rimane nell'immaginario collettivo la figura del vendicatore (o della vendicatrice): affascinante nella sua ambiguità morale, contraria a ogni legge eppure eroica nella sua capacità di riparare ai torti subiti come nessuna (si spera) istituzione democratica sarebbe capace di fare. una figura che facilmente rinuncia alla sua umanità, anche in senso letterale, per trasformarsi in creatura mitologica e mostruosa, che intercetta miti popolari e fantasie macabre.
la rabbia ribollì dentro di me, così potente che ebbi l'impressione di librarmi da terra. non era il momento di piangere. non ancora.
sangue madre è una storia di vendetta e di giustizia che ruota proprio intorno a una figura ambigua, sfuggente, impossibile da immaginare senza sconfinare nel soprannaturale.
un serial killer che uccide e carbonizza le sue vittime, tutti maschi: mariti, fidanzati, ex, professori, uomini di ogni estrazione sociale e di ogni età che hanno in comune soltanto l'aver agito atti di violenza e persecuzione nei confronti delle donne.
non è un giallo né propriamente un thriller perché non dobbiamo "scoprire" chi è il colpevole, o meglio la colpevole. lo sappiamo già, proprio dalla primissima pagina: una madre assiste all'omicidio della propria figlia, jeongya, e prima di perdere conoscenza giura vendetta.

il mistero, dunque, non sta nell'identità dell'assassina, quanto nella sua natura e nelle sue capacità.
è l’ispettrice noh jinseon a cogliere collegamenti illogici tra il "primo" assassinio e gli altri. "altri", non "successivi", perché gli archivi svelano l'inquietante realtà di un'incoerenza temporale impossibile tra i crimini su cui sta indagando e altri che si sono verificati anni addietro.

ma il romanzo di kim bohyun non è neppure strettamente classificabile come horror. nonostante la crudezza delle scene dei ritrovamenti dei cadaveri, non c'è mai morbosità nell'indugiare nelle scene delle uccisioni, alle quali non assistiamo praticamente mai. l'obiettivo di bohyun non è la crudeltà e neppure lo shock.
sangue madre si veste di soprannaturale per porre un quesito fin troppo immanente: se la legge, lo stato, la società tutta non proteggono le donne, se sottostimano indecentemente la gravità delle persecuzioni, delle violenze, degli stupri, delle uccisioni, se - anzi - colpevolizzano le vittime e trovano ogni possibile attenuante per i carnefici, cosa resta? dove si può trovare consolazione? chi può garantire giustizia? come si può continuare ad avere fiducia nelle istituzioni e nella legge se sono loro le prime a voltare le spalle davanti al sangue e alla disperazione?
aveva sentito dire che non tutti i mali vengono per nuocere. alcune sfortune, in effetti, possono renderci migliori. [...] essere maturi significa saper cogliere un filo di speranza anche nei momenti più dolorosi. gyeongshin, invece, trovava che il mondo intero fosse crudele e ingiusto con lei. la sfortuna non era nient'antro che sfortuna, e il dolore nient'altro che dolore. quella consapevolezza le erodeva l'anima, minando la sua sanità, pezzo dopo pezzo.
ogni volta che gyeonshin ignorava una chiamata di jonggu, amici e conoscenti lo giustificavano dicendole che si comportava così perché era perdutamente innamorato di lei e la esortavano a rispondere. lei, però, non sapeva nemmeno come reagire quando le persone che avrebbero dovuto esserle vicine si lasciavano andare a sospiri drammatici e sognanti. era come se sotto i loro sguardi si fosse trasformata in una creatura totalmente priva di identità.
è di questo vuoto, di questa sistematizzazione della violenza e della colpevolizzazione secondaria che si nutre la vendetta. non un sentimento crudele e inumano, ma una risposta alla crudeltà e alla spietatezza che è, per le donne di questo romanzo (e non solo) esperienza quotidiana.
un'esperienza capace di annullare desideri e identità, di privarle della libertà e della vita stessa. un'esperienza che il mondo intero chiede di accogliere, tollerare, sopportare in silenzio, a testa bassa, senza unica reazione che l'assurdo senso di colpa per un crimine che si è subito.
pensavamo che punendo coloro che ci hanno causato dolore, anche il dolore sarebbe scomparso. pensate che siamo delle ingenue, vero? certo che lo siamo. ma, con nostra immensa sorpresa, ha funzionato.
la figura a cui dà vita bohyun è, neppure troppo paradossalmente, una creatura brutale ma lucida.
nella straziante ricerca della figlia che le è stata uccisa, la madre occupa uno spazio di esistenza liminale e inconoscibile tra i margini del reale e del tempo, e si fa madre di tutte le donne, consolatrice di ogni figlia, salvatrice e vendicatrice.

mercoledì 8 aprile 2026

la salvezza di aka

«fin dove vuoi arrivare?»

«fin dove le mie guide mi conducono benevole»


a ogni romanzo di ursula k. le guin che leggo, il mio amore per lei cresce. le sue storie, il suo modo di scrivere e soprattutto quello di costruire mondi e le umanità che li abitano sono diventati ormai rifugi mentali sicuri e confortevoli in cui estraniarsi dalla realtà, lasciare spazio e tempo al cervello di pensare, ragionare, riflettere, imparare e tirare un momento il fiato.

ne la salvezza di aka, ultimo romanzo del ciclo dell'ecumene (ma non l'ultimo di questa collana di ristampe - che non ha seguito l'ordine originale dei libri - in cui è già uscito da qualche giorno anche la città delle illusioni), ritroviamo tutti i temi cari all'autrice: l'esplorazione di mondi e delle loro civiltà, l'anticolonialismo, la ribellione verso le leggi ingiuste, la critica al capitalismo.
leggere questo libro mi ha fatto tornare indietro agli anni dell'università, allo studio dell'antropologia culturale, al piacere di scoprire sistemi di pensiero altri rispetto al proprio e di scoprire nell'alterità qualcosa di sé. che è quello che succede a sutty, osservatrice dell'ecumene e protagonista del racconto.

il mondo di origine di sutty è il pianeta terra - che, a beneficio di chi non ha molta confidenza con l'universo dell'ecumene, non è il mondo originario dell'umanità ma una colonia hainiana - travolto dal fanatismo religioso unista, che ha messo al bando con violenza ogni idea contraria al pensiero dominante.
studiosa di storia e linguistica, e inviata su aka, a sutty è stato affidato il difficilissimo compito di osservare e studiare un'altra cultura praticamente cancellata: se sulla terra unismo è stato sinonimo di distruzione sistematica di ogni religione altra, ma anche di ogni idea non conforme all'ideologia imposta, su aka il totalitarismo si basa su una secolarità assoluta, un rifiuto categorico di ogni religione e spiritualità e, più in generale, di tutto ciò che è considerato retrogrado e improduttivo.
nei fatti, il nuovo stato-azienda ha completamente bandito il passato.
non soltanto sono stati eliminati i vecchi libri e la scrittura stessa, considerata portatrice di idee reazionarie, ma anche il modo di parlare e di vivere dellə abitanti sono stati piegati al nuovo obiettivo di creare dellə cittadinə che si limitino ai loro ruoli essenziali di produttorə e consumatorə (produttorə e consumatorə di un certo tipo di prodotti che corrisponde all'ideale consumistico promosso dallo stato-azienda di aka, quindi anche il rapporto con la creazione e l'utilizzo degli oggetti è cambiato drasticamente), in un'esaltazione fondamentalista del progresso economico.

giunta alla sua destinazione ufficiale, sutty si rende conto di quanto le sue competenze siano inadeguate: cosa può fare una storica immersa in una civiltà che ha deciso di rinnegare la sua storia? cosa può indagare una linguista con un popolo che ha trasformato repentinamente e attraverso un'imposizione dall'alto la sua lingua?
quello che sembra un fallimento annunciato però si trasforma in una grande opportunità: contrariamente a ogni aspettativa, sutty riceve il permesso di esplorare un'altra zona del pianeta.
okzat-ozkat era un luogo sicuro dove vivere, sicuro in modo patetico. era una povera cittadina di provincia, trascinata nella scia tumultuosa del progresso akano, ma abbastanza arretrata da conservare ancora resti sbrindellati del vecchio modo di vivere, dell'antica civiltà.
in questo villaggio tra le montagne, lontano dalle città e dalle imposizioni del nuovo sistema, sutty diventa immediatamente ospite e amica dell'anziana iziezi e del suo giovane nipote, akidan. vivendo con loro, seguendolə nelle diverse attività della giornata e incontrando altre persone (come lə maz, sorta di guide spirituali e non, depositarə della conoscenza), poco a poco sutty inizia a scoprire la realtà precedente e a intravedere il complesso - e ovviamente nascosto - sistema di preservazione della cultura originaria di aka.
la resistenza alla cancellazione della memoria si lega profondamente alla conservazione non soltanto del suo passato ma anche, e soprattutto, a una prospettiva sulla realtà denominata la narrazione, un sistema di pensiero che si avvicina alle idee di religione e filosofia ma che è, in realtà, ancora più ampio.
qualunque cosa fosse, quello che stava cercando di scoprire, di apprendere, non era una religione con un credo e un libro sacro. non si occupava di fede. tutti i suoi libri erano sacri. non si poteva definire con simboli e idee, per quanto i suoi simboli e le sue idee fossero bellissimi, abbondanti, interessanti. e non si chiamava "foresta", sebbene a volte la chiamassero così, né "montagna", sebbene a volte la chiamassero così, ma perlopiù, a quanto le risultava, era chiamata "la narrazione".
il passato che lə abitanti di okzat-ozkat cercano di difendere non è semplicemente qualcosa che era e che ormai non è più, ma è la base necessaria affinché possa ancora esistere la loro stessa identità e il loro futuro.
«noi non siamo fuori dal mondo, yoz. lo sai? noi siamo il mondo. siamo la sua lingua. così noi viviamo e il mondo vive. capisci? se non diciamo le parole, cosa c'è nel nostro mondo?»
una buona parte del romanzo diventa, a questo punto, una sorta di diario di campo di sutty, in cui al resoconto dei fatti si affiancano appunti, ragionamenti e dubbi su quello che pian piano la studiosa scopre. e se state pensando che una cosa così sia noiosa, siete completamente fuori strada. in queste pagine le guin trasforma un momento di stasi in un vero e proprio viaggio in profondità nella comprensione di aka, di conoscenza del suo passato attraverso tutto ciò che lə suə abitanti sono riuscitə a salvare: miti, storie, memorie, poesie.
e questo momento è, per sutty, fondamentale per il viaggio - letteralmente inteso - successivo verso la vetta del silong, l'enorme montagna che domina il villaggio, alla scoperta del cuore segreto di aka e del suo rapporto complesso con la civiltà hainiana e con la terra.

senza scendere troppo nei dettagli della trama, è in questo rapporto che le guin racconta l'atroce realtà che sottende al colonialismo. se c'è una violenza palese ed evidente nella presa di possesso di uno spazio da parte dei coloni - tanto negli immaginari fantascientifici quanto nella nostra storia e, purtroppo ancora, nel nostro presente - c'è un'altra forma di sopraffazione e annichilimento che è quella del pensiero: chi si impossessa della terra, degli spazi, delle risorse, chi annienta ecosistemi, animali e esseri umani per i propri scopi, allo stesso tempo cancella memorie, idee, credenze, religioni, valori, parole, poesie, identità, interazioni tra esseri viventi e ecosistema le cui radici si perdono in quel passato che il nuovo dominatore presente deve rimuovere per costruire il suo futuro.

è questo il filo su cui scorre la storia de la salvezza di aka, e non è un caso che proprio questo romanzo chiuda il ciclo dell'ecumene, una lunga serie di storie di colonizzatorə e colonizzatə, di incontri e scontri su mondi differenti, di infinite possibilità in cui l'umanità può declinarsi una volta innestata su un nuovo mondo.