lunedì 27 settembre 2021

stargazing

è per questo che sono così diversa dagli altri. in realtà sono un essere celeste, come quelli nei miei quaderni. presto penso che verranno a prendermi, così sarò di nuovo con la mia gente. così andrà tutto bene.

dopo il principe e la sarta, bao publishing porta in italia un'altra opera di jen wang che parla di amicizia, di crescita e di sogni da realizzare. stargazing è una storia più semplice e intima - ispirata all'infanzia dell'autrice - in cui però è facile ritrovare lo stile e le atmosfere che ci avevano fatto amare così tanto la storia di frances e sebastian.


questa volta le protagoniste sono due bambine, entrambe di origine taiwanese e figlie di emigrati negli stati uniti, christine hong e moon li.
christine è una ragazzina un po' introversa, divisa tra scuola e lezioni di violino, brava e diligente in quello che fa senza mai però riuscire a emergere troppo. la sua vita tranquilla e un po' monotona viene stravolta il giorno in cui i suoi genitori decidono di affittare la casetta sul retro - dove prima viveva il nonno di christine - alla mamma di moon, che si trova in un momento di difficoltà economiche.
christine ha già incrociato moon e il carattere espansivo e vivace della nuova arrivata ha già dato modo a parecchi di spettegolare su di lei: c'è chi dice che sia violenta e che questo sia il motivo per cui ha dovuto cambiare scuola, chi insiste sul fatto che la sua famiglia sia povera, chi, più in generale, la considera una stramba. e in realtà anche christine, quando scopre che moon andrà ad abitare proprio dietro casa sua, non è troppo entusiasta, ma le cose cambieranno molto più rapidamente di quanto ci si sarebbe aspettati.


nonostante i timori iniziali, christine si lascia coinvolgere subito dall'espansività di moon, scoprendo di avere gli stessi gusti in fatto di musica, facendosi trascinare in coreografie e balletti che non avrebbe mai azzardato da sola e perdendosi nelle fantasie della nuova amica, nei disegni di figure magiche in volo che lei raccoglie nei suoi quaderni.
moon riesce facilmente a inserirsi nel gruppo di christine, quasi interamente composto di bambini di origine asiatica, e a sfatare tutti i miti che aleggiano su di lei. è aperta e sincera e ci vuole poco a capire che non è affatto la bambina violenta e strana di cui avevano sentito parlare prima di conoscerla.

così passano i giorni, il legame tra christine e moon si fa sempre più stretto e christine scopre una se stessa che non avrebbe neppure immaginato, una versione di sé più libera dagli schemi e dalle convenzioni, capace di divertirsi e persino di permettersi qualche piccola, innocente trasgressione.
eppure pian piano, christine inizia a sentirsi divisa in due: da una parte c'è l'affetto e l'ammirazione per moon, dall'altro sente che il suo cambiamento - che si riflette in qualche voto non brillante a scuola e in qualche occhiataccia di troppo da parte di suo padre - non la soddisfa totalmente, allontanandola troppo dall'immagine che aveva costruito di se stessa, una se stessa molto più diligente, lontana dalle fantasticherie e dai sogni ad occhi aperti di moon.
se christine inizia in qualche modo ad allontanarsi e a cercare di risolvere questo suo piccolo dramma interiore, moon invece sembra non accorgersi di quello che sta succedendo alla sua amica fino a suscitare in lei persino gelosia, dandole l'impressione che quel rapporto a due non sia in fondo così importante come christine pensava.
e il giorno in cui christine, arrabbiata, triste e impaurita, tradisce la fiducia di moon per paura di essere tradita e ferita a sua volta, si scatena qualcosa di totalmente inaspettato e molto più grande di quanto due bambine avrebbero mai potuto immaginare.


stargazing è la storia di due ragazzine che si rivolge principalmente a un pubblico molto giovane ma non per questo pecca di superficialità, anzi, se la leggerezza è non avere macigni sul cuore, si può tranquillamente dire che jen wang riesce a raccontare con leggerezza e senza alcuna retorica una storia difficile, tanto più quanto è davvero ispirata a un episodio fondamentale della sua infanzia.
christine e moon, nonostante le incertezze, le paure, la difficoltà di mettere a fuoco i propri sentimenti e di cominciare, pian piano, a crescere, accettando di poter sbagliare, di poter ferire qualcuno a cui si vuole bene e di poter essere feriti da chi si vuole bene, riescono a superare insieme il più difficile dei momenti, a dare un senso alle loro paure e ai cambiamenti, perdendosi forse per un attimo ma ritrovandosi poi più legate e forti di prima.

martedì 21 settembre 2021

io sarò il rovo

camminare fa bene ai pensieri, li accorda, li raccoglie nel cuore. allora è come se respirassero: diventano pensieri-passo, pensieri-terra, pensieri-albero, pensieri-cielo. [...] salgo al bosco. in un pomeriggio estivo mi accompagna freak, il vecchio cane; zoppica, ma non cede e, a volte, io credo, bisognerebbe provare la semplice fedeltà degli animali che vogliono solo quel poco d'attenzione per essere felici. [...] mentre camminiamo gli racconto una storia nella lingua di coloro che si amano. lui annusa, scorge tutto quello che dico, perché i suoi sensi sono ancora superiori ai miei.

dietro il velo dell'ordinato, categorizzato mondo dell'ogni-cosa-a-suo-posto, la fiaba taglia vincoli e fa cadere ogni barriera e la penna di francesca matteoni si intinge in quel calamaio di misteri, racconti popolari, sogni e archetipi per mettere nero su bianco le storie contenute in questa raccolta.
io sarò il rovo è un libro difficile da rendere in poche parole, pagina dopo pagina trova nuove soluzioni all'idea di fiaba e di poesia, gioca sul confine tra immaginazione e ricordo, tra un passato lontanissimo nel tempo e un presente appena visibile con la coda dell'occhio.

boschi e torrenti camminano verso i confini del mondo, volpi danzano sotto le stelle, bambine riemergono dai ricordi, amore e violenza intrecciano le stesse anime in cento vite differenti di uomini e donne, di fratelli e sorelle, di animali e di vegetali.
paesaggi e passi riportano alla mente favole dell'infanzia, altri raccontano il bosco e i cieli e il fondo del mare, il mondo tutto come un immenso essere vivente in cui ogni vita è collegata e in cui ogni racconto, ogni storia è, attraverso le parole - scelte con cura, eleganti, dense di significato - quella magia che scorre e alimenta tutto come un intricato sistema di arterie e vene.

se le fiabe sono state il modo per rendere innocua una saggezza antica, per tramandare i suoi messaggi sotto una scorza apparentemente innocua, una roba per bambini, in io sarò il rovo la scorza rivela un contenuto affascinante e misterioso, dolce e terrificante.
è bello il silenzio che non tace mai, si svuota di lingue umane. è bello essere appena separati dal paesaggio, attraverso il telo sottile che si modella sotto la pressione dei miei arti. mi addormento.
nel sogno esco dallo spazio erboso. annuso, raspo, premo la faccia nelle piante, ho fame. mi guardo le mani che si ispessiscono e terminano in zoccoli [...] grugnisco, poi sbuffo. sono io il cinghiale, ora. a chi appartengono i pensieri?
non c'è spazio per alcun finale morale e costruttivo, nessuna concessione alle convenzioni, l'insegnamento è più che altro una presa di coscienza lenta e silenziosa, la scoperta di quell'unione senza soluzione di continuità tra realtà e immaginazione, poesia e quotidianità, tra ogni essere vivente senza distinzione di specie. ed è per questo forse che la lingua si arricchisce non solo nella forma ma anche nella profondità dei messaggi e dei significati, come se ogni parola fosse più di se stessa, più del suo significato, come se ogni elemento della storia fosse ciò che è e anche simbolo di qualcosa di più, per poter dire quello che è impossibile dire, articolare in un suono o imprigionare in glifi sulla carta.
leggere questo libro va oltre il piacere di abbandonarsi ai racconti o di lasciarsi cullare dal ritmo delle parole, arriva a sfiorare la sensazione di restare sospesi su un confine che sono in realtà molti e da lì cogliere il fluire di quel mondo magico che abita a un passo da ciò che riusciamo a percepire.

lunedì 2 agosto 2021

dentro una scatola di latta

si tratta di annullare la distanza tra esperienze umane, sensoriali, e esperienze metafisiche, capisci? devi mettere da parte la fiducia nella fisica conosciuta. io ti parlo di poter sovvertire lo spazio e il tempo! se non ne sei convinto, è meglio rinunciare.

un morto ammazzato e una famiglia sterminata da un virus misterioso.
l'anonima, squallida provincia innevata in cui si muove il commissario marte è tormentata da un serial killer brutale e da ondate di pandemia che terrorizzano i suoi abitanti, un pezzetto di mondo che, come tutti gli altri, è devastato dai cambiamenti climatici e da relazioni umane che scivolano dal grottesco al penoso.

marco galli ci mette davanti, fin da subito, a una serie di elementi che ci fanno pensare al più classico dei noir, a quei polizieschi in cui è fin troppo facile indovinare chi è l'assassino, quelli che ti fanno pensare che la vera sorpresa sarà scoprire il perché e non chi. ma poi, poco alla volta, la narrazione assume toni sempre più surreali e allucinati, le certezze vengono ribaltate in modo quasi disturbante e i particolari che avevamo inizialmente ignorato iniziano a saltare all'occhio, diventando ossessivi, prime tra tutti le tappezzerie opprimenti di ogni interno, stanze cupe e asfittiche che contrastano con il bianco e il grigio quasi bidimensionali degli esterni e con la luminosità irreale del finale.


se alle pandemie e alle tute anti-contagio ci siamo ormai abituati (anche se il fumetto è stato in realtà scritto e disegnato nel 2012, cosa che aggiunge un tocco di inquietudine ulteriore a tutta la storia), le tecniche che permettono un interrogatorio altrimenti impossibile cui si affida la polizia sono uno dei tanti aspetti perturbanti di questa storia.
quello che più disturba è l'impossibilità di comprendere fino in fondo tutto quello che succede. il ruolo della moglie e, ancor più, del figlio di marte nell'intera vicenda è assolutamente inspiegabile, per quanto fondamentale sia. e poi un paio di scelte stilistiche rendono ancora più complesso per il lettore riuscire a capire cosa stia succedendo: ad esempio non ci sono onomatopee, capiamo che c'è un rumore solo se qualcuno lo dice espressamente, e le luci cambiano solo in un paio di sequenze, due scene si illuminano di un rosso innaturale e ci lasciano col dubbio se abbiamo appena assistito a un sogno, un'allucinazione, un salto temporale, o vattelapesca. se a marte viene chiesto di accettare di mettere da parte la fisica conosciuta, ai lettori è imposto invece di rinunciare ad avere una visione chiara di quello che succede, di arrendersi all'idea di non avere molte risposte alle troppe domande che la lettura di dentro una scatola di latta pone pagina dopo pagina. un paio di sequenze - senza troppi spoiler, solo per chi l'ha letto, sto parlando del dialogo con il medico e della scena con la bacinella - sono assolutamente criptiche - oppure sono scema io e non sono riuscita a capirle nemmeno dopo averle lette e rilette e rilette - eppure sembrano essere i nodi centrali e fondamentali di tutta la vicenda.


questa resa all'incomprensione è - nonostante la crudezza di un paio di scene, nonostante i volti impietosamente segnati e ai corpi cascanti e insani, nonostante i colori spenti che danno a tutto il racconto un'atmosfera insalubre e asfissiante - la parte più crudele della storia.
se una soluzione difficile da trovare ma comunque presente poteva essere il punto di forza di una trama altrimenti banale, non avere alcuna risposta, trovarsi anzi con tantissime domande fino all'ultima pagina rischia di trasformarsi da stimolo di riflessione a motivo di frustrazione per il lettore. il troppo stroppia, per dirla brevemente.
insomma, la storia funziona, gli elementi misteriosi e disturbanti la rendono qualcosa in più di un normale poliziesco ma forse dare qualcosa in più al lettore, non lasciarlo completamente in balia delle sue interpretazioni sarebbe stata, almeno per quello che mi riguarda, una scelta migliore.
se però vi va di leggere un incubo che continuerà a rotolarvi in mente per giorni e giorni, allora avete trovato il libro perfetto.

lunedì 19 luglio 2021

il silenzio delle ragazze

 c'è una cosa di cui sono certa: non vorranno che gli si mostri la brutale realtà della conquista e dell'oppressione. non vorranno sentire le storie di uomini e bambini brutalmente uccisi, di donne e fanciulle ridotte in schiavitù. non vorranno sapere che vivevamo in un campo di stupro. no, vorranno qualcosa di più delicato. una storia d'amore, magari? spero solo che capiscano chi erano gli amanti. la sua storia. sua, non mia. e finisce qui, dove c'è la sua tomba.

Il solo Atride,
Ei solo è reo, che voi per la fanciulla
Brisëide qui manda. Or va, fuor mena,
Generoso Patróclo, la donzella,
E in man di questi guidator l’affida.
Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
Ed innanzi ai mortali e al re crudele
Siatemi testimon, quando il dì splenda
Che a scampar gli altri di rovina il mio
Braccio abbisogni. Perocchè delira
In suo danno costui, ned il presente
Vede, nè il poi, nè il come a sua difesa
Salvi alle navi pugneran gli Achei.
Disse; e Patróclo del diletto amico
Al comando obbedì. Fuor della tenda
Brisëide menò, guancia gentile,
Ed agli araldi condottier la cesse.
Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,
E ritrosa con lor partía la donna,
Proruppe Achille in un subito pianto [...]
(iliade - libro I)

Di beltà simigliante all’aurea Venere
Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando:
Oh mio Patróclo! oh caro e dolce amico
D’una meschina! Io ti lasciai qui vivo
Partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
Ahi come viemmi un mal su l’altro! Vidi
L’uomo a cui diermi i genitor, trafitto
Dinanzi alla città, vidi d’acerba
Morte rapiti tre fratei diletti;
E quando Achille il mio consorte uccise
E di Minete la città distrusse,
Tu mi vietavi il piangere, e d’Achille
Farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
Tu stesso, e m’apprestar fra’ Mirmidóni
Il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque,
O sempre mite eroe, sempre il mio pianto.
(iliade - libro XIX)

eccola briseide nell'iliade.
è la causa scatenante di tutta la vicenda narrata dal poema, la seconda donna, dopo elena, ad avere un peso fondamentale per le sorti di due popoli, quello greco e quello troiano. la incontriamo subito nel primo libro, è condotta dai servi di achille agli araldi di agamennone, non parla, non fa nulla, è solo ritrosa. achille piange, ma non per lei, piange per l'affronto subito, piange perché gli stanno togliendo una cosa.
e torna poi sul corpo di patroclo, a raccontare, in solo otto versi, tutta la sua storia e le sue speranze di smettere di essere cosa e tornare a vivere come donna.
briseide, come elena, ha un ruolo decisivo ma uno spazio minuscolo nel poema, così come tutte le altre donne: non c'è spazio per le loro azioni, per le loro storie, per le loro vite, i loro sentimenti, i loro pensieri.

come avevamo visto già per circe di madeline miller (non so in realtà quale dei due libri sia uscito prima, ma questo è l'ordine in cui li ho letti, e ancora prima qui vi avevo parlato di nausicaa, fumetto di bepi vigna e andrea serio) e prima ancora in medea e cassandra di christa wolf, figure femminili di grandissima importanza nelle opere fondanti della tradizione letteraria occidentale, relegate per secoli a essere poco più di comparse, oggetti di scena o espedienti narrativi, prendono finalmente la parola, e raccontano la storia dal loro punto di vista.

la storia di briseide comincia qui con l'urlo di guerra di achille. i greci stanno attaccando lirnesso, la voce di achille, riconoscibile tra tutte, si avvicina sempre di più.
nell'orrore generale, achille si distingue per la sua brutalità. per mano sua, briseide vede morire i suoi fratelli.
mentre uccide il più piccolo di loro, poco più di un bambino, briseide, rifugiata con le altre donne in una torre, sente lo sguardo di achille su di sé. achille, l'eroe noto per il suo valore immenso, cantato e lodato da tutti, non è altro che un macellaio per lei e le altre. sanno cosa le attende e non ci vorrà molto, dopo la caduta della città, perché briseide venga data in dono proprio a colui che le ha sterminato la famiglia, e così succede a molte altre delle sue compagne.

è dura la vita di una donna, quando la sua città soccombe ai nemici dice priamo a un certo punto della storia e briseide, per tutto il tempo, non fa che illustrarci al meglio cosa sottintendono le parole del vecchio re: alle donne non resta altro che soddisfare i capricci dei vincitori, schiave fuori e dentro ai letti. il destino migliore che si possano aspettare è di essere il premio di qualcuno di abbastanza importante, di uno degli eroi, altrimenti sono date in pasto a tutto l'esercito.

le donne troiane, schiave nel campo greco, sono le uniche a conoscere le debolezze dei loro padroni e ci restituiscono di loro un ritratto completamente diverso da quello che siamo soliti immaginare, anche quando non solo di debolezza si tratta: le lacrime di achille, ad esempio, le vediamo spesso in tutto il poema di omero, ma la sua crudeltà, la sua rabbia continua, quello è qualcosa che solo briseide riesce a cogliere, lei è l'unica che osa dare loro il giusto nome, anche se lo fa solo nella sua mente, nessun altro ne avrebbe il coraggio, nascondendosi dietro un rispettoso timore reverenziale.
un altro compito - dice briseide - è quello che viene riservato a lei e alle altre donne: mantenere la memoria nonostante i morti, nonostante le città distrutte, nonostante ogni bene sia stato depredato e adorni adesso la tenda di qualche generale, privato della storia che portava con sé, che sia una tunica ricamata da una figlia per il proprio padre o la collana che una madre portava come pegno d'amore.
alle donne troiane è affidato il passato dei popoli distrutti e il dovere di trasmetterlo, perché qualcosa di loro continui a rimanere, nelle storie, nei canti, negli incubi di chi ha tolto loro ogni cosa.

la vicenda narrata da briseide comincia prima dell'inizio dell'iliade così come la narra omero e si conclude dopo, ripescando le parole di euripide nelle sue troiane e nell'ecuba: è la sua storia ma è la storia di tutte le donne sconfitte, del loro modo - nobile o meschino che sia - di cercare di sopravvivere nell'inferno in cui sono cadute. pat barker più volte le fa ripetere che il loro comportamento potrebbe apparire di comodo a volte, che non tutte difendono il loro orgoglio come dovrebbero ma - e questo è il punto fondamentale - briseide risponde a queste accuse che parlano nella sua testa: se non sei mai stato schiavo, se non sai cosa vuol dire essere cosa e non persona, allora non puoi capire.
ma la storia è anche quella di achille, l'uomo che briseide odia ma al quale è ormai indissolubilmente legata. è attorno a lui che ruotano le loro vite, anche dopo la morte, quando il sangue di polissena bagna il tumulo di terra che ricopre le sue ossa, ultimo tributo dovuto al più grande degli eroi, al peggiore degli assassini.
le scene del campo di battaglia, quelle sulle mura di troia, non sono riportate: lo sguardo di briseide è confinato nel campo greco, non conosce altro, neppure gli dei sono presenti nel racconto, il solo mondo di cui parla è quello delle schiave e dei padroni, delle amare memorie del passato perduto e dell'orrore sanguinolento del presente.
mi ha fatto pensare questa assenza del divino: briseide è, nel mito, la sacerdotessa di apollo. nell'opera di barker invece non si fa alcun riferimento a questa cosa e, come dicevo, non ci sono dei (l'unico riferimento è inizialmente quello ad apollo, invocato per vendicare crise, ma effettivamente la peste si diffonde senza che l'intervento divino sia necessario). mi è sembrato un modo per sottolineare che tutta la responsabilità della guerra - e questa è forse la differenza più forte col poema omerico, oltre quella ovviamente del punto di vista femminile - sia solo ed esclusivamente umana. l'assenza degli dei sottolinea l'importanza della volontà umana e non dà scampo dalle proprie colpe.

da quando questo libro è stato pubblicato ho letto in giro critiche su un presunto femminismo spiccio e semplicista, e ammetto che questo è stato il motivo per cui ho rimandato di tanto l'acquisto.
dopo averlo letto posso rispondere che sinceramente mi sembrano un mucchio di cazzate, che non c'è nessun femminismo spiccio e semplicista e che molte di queste critiche mi sembrano solo un'enorme voglia di decontestualizzare e di colpevolizzare, sempre e comunque, le vittime.
quello che viene rimproverato a pat barker è di aver stigmatizzato gli uomini come crudeli stupratori e assassini e le donne come vittime, a cui ogni cosa viene giustificata solo per il fatto di essere schiave. nessuno - e nessuna - sarebbe più di questo per l'autrice.
momento di pausa. rileggete le ultime due frasi sopra. fatto? bene.
gli uomini protagonisti del libro sono soldati. sono l'esercito acheo, sono l'esercito di agamennone, l'uomo che ha fatto sgozzare la propria figlia perché il vento fosse favorevole alle sue navi (non so se è chiaro il tipo di personaggio, ma mi pare abbastanza). i soldati greci combattono, conquistano, saccheggiano e distruggono tutto ma non in quanto maschi-cattivi, in quanto soldati. i soldati fanno la guerra, la guerra è questo, letteralmente un macello, non una partita di risiko. e i greci - e non solo ai tempi di agamennone - sono un popolo che contempla pienamente la schiavitù: cosa c'è di più ovvio che trattare uno schiavo come un oggetto? e cosa c'è di più ovvio, se lo schiavo è una schiava, di stuprarla ogni volta che se ne ha voglia?
il comportamento degli uomini in questo romanzo non ha semplicemente a che fare con il loro sesso, la loro natura non si esaurisce esclusivamente con la definizione del loro genere, è un comportamento coerente con una cultura di un certo tipo e con un momento e un luogo particolare: il campo militare fuori da una città sotto assedio durante una guerra lunga dieci anni, nel XII - XI sec. a. c..
pat barker non critica nessun uomo in quanto uomo, definisce semplicemente i soldati achei per quello che sono: guerrieri, assassini e stupratori che non hanno alcuna pietà per le loro vittime.
barker sa però riconoscere il rispetto di alcuni uomini per altri, l'amicizia sincera tra achille e patroclo (mi spiace molto per le fangirl che volevano il momento gay tra loro ma per il modo stesso in cui è impostata la struttura della narrazione - cioè la voce narrante di briseide, che certo non avrebbe avuto l'accesso al letto dei due - sarebbe stato impossibile), il dolore di achille per l'abbandono da parte di teti e il suo amore per il padre, che si rispecchia poi nel rispetto e nella pietà per priamo.
barker sottolinea spesso il buon cuore di patroclo pur ricordando, attraverso i pensieri di briseide, che nonostante la sua gentilezza, anche patroclo ha ucciso, devastato, stuprato. anche priamo è, per quanto la sua parte nella scena sia breve, una figura sfaccettata, capace di provare pena per briseide e però consapevole di non poter infrangere le leggi per farla fuggire. nonostante la loro brutalità, molti capi achei - e anche alcuni dei loro sottoposti - sono mostrati nella loro totalità, nelle loro contraddizioni anche, senza nessun appiattimento al modello maschio = cattivo.
certo, c'è tra i soldati greci un'esaltazione della virilità, di una virilità aggressiva e predatoria, che si esplicita tutta nella dominazione e nella violenza, ma torniamo sempre al punto di partenza: cosa vi aspettavate da un campo militare di più di trenta secoli fa? che facessero sciarpine all'uncinetto in vista dell'inverno?
alle donne troiane nel campo viene invece rimproverato di essere sì vittime, ma non immacolate e piangenti, sia mai che una donna sofferente faccia altro che contemplare - preferibilmente con delicatezza ed eleganza - il proprio dolore.
no, non sono questo. e le poche ragazze troppo giovani per non essere delle ingenue - come criseide - sono doppiamente vittime, oggetto di pena persino per le donne più adulte, per quanto accomunate dalla condizione di schiave. ognuna di loro usa tutti i mezzi a sua disposizione per sopravvivere a quell'inferno, che sia rimanere incinte e sperare di essere sposate e dunque liberate o che sia obbedire placidamente per non subire ritorsioni.
non sono molti i sentimenti di amicizia che si instaurano tra loro, ognuna è sola nella propria disgrazia e non combatte per nessuno se non per se stessa e per i propri figli. i momenti di solidarietà tra loro ci sono, certo, sono anche molto intensi, ma nessuna può fare nulla più che regalare alle altre un momento di consolazione. e anche qui: che altro avrebbero dovuto fare? nessuna donna, neanche una donna libera, neanche una regina, in quel contesto ha potere sugli uomini, figuriamoci una schiava su un re nemico. l'unica forma di resistenza concessa è sopravvivere e ricordare.

il silenzio delle ragazze in definitiva è, a mio avviso, un romanzo bellissimo che non solo non tradisce le fonti letterarie ma che anzi si inserisce pienamente in quel discorso iniziato proprio da euripide che mette al centro, finalmente, le vittime e concede loro parola.
non so se lo si può definire femminista o no: sicuramente sarebbe assurdo pensare a una briseide femminista, la guerra di troia si svolge tra il XII e l'XI secolo a.c. e non stiamo nemmeno a specificare la necessità di una contestualizzazione. sicuramente è fondamentale che pat barker dia voce alle donne, a quelle che per loro natura dovevano - e hanno dovuto per molti secoli dopo - stare zitte, subire e sopportare a volte vite intere di violenze, di essere reificate e trattate come merce anche quando erano donne libere o figlie di re, ma come detto, non è certo stato lei la prima a farlo, non sarà l'ultima e il fine non è quello di dimostrare una qualche forma di uguaglianza o dar voce a una rivendicazione politica di qualsiasi tipo. l'unico momento in cui riescono a prendersi una piccola rivincita è quando sono libere di ridere sul cadavere di uno dei loro aguzzini: solo qualche risata sommessa, qualche sguardo lontano dal controllo maschile, più di questo non solo non era permesso, ma non sarebbe stato credibile da provare a ottenere. saggiamente, pat barker riporta la rabbia di briseide per quello che deve sopportare in quanto donna, ma non la spinge mai oltre questo, sarebbe stato troppo fuori luogo e decontestualizzato.

se proprio dobbiamo affibbiare un'etichetta a questo romanzo, allora possiamo definirlo antimilitarista e pacifista: prima ancora che una lotta tra i sessi, è l'orrore della guerra a emergere con forza, sono le voci e le storie delle vittime quelle che risuonano più forti, insieme a quelle degli uomini, a volte poco più che ragazzini, uccisi sui campi di battaglia.
manca la poesia, manca l'idea della bella guerra: il campo di battaglia è solo terra infertile bagnata di sangue, merda e fango, non c'è spazio per i nobili duelli, solo per la miseria dei corpi straziati, i lamenti dei feriti, il putridume dei morti. barker toglie all'epica omerica il suo aspetto più caratteristico, quello del combattimento come qualcosa di bello e nobile e lo svela per quello che è, un groviglio di uomini che per motivi assurdi - una donna rapita al marito da un altro uomo - soffrono, uccidono e muoiono nei peggiori modi possibili, e chi riesce a sopravvivere fino alla vittoria, ha solo da versare altro sangue, quello di chi in campo non c'è nemmeno arrivato.
donne, vecchi, bambini, giovani soldati senza nome, tutti loro sono dimenticati a beneficio di pochi campioni, le loro storie spazzate via dalle gesta dei grandi re. per mezzo delle donne di questo racconto tutti loro gridano il loro diritto a non essere dimenticati.