lunedì 2 dicembre 2019

momenti straordinari con applausi finti

«sei un coglione»

questa cosa, quella di essere solo dei poveri coglioni, dovrebbero ricordarcela più spesso. grazie gipi per il promemoria.
ogni volta che inizio a scrivere qualcosa su un libro di gipi mi viene subito da chiedere scusa perché so che sto per buttare giù un sacco di patetiche stronzate, ma è perché - da cogliona, appunto, quale sono - trovo enormemente difficile esprimere le mie emozioni senza farmi venire voglia di scavarmi una fossa e sotterrarmici, quindi provo a non essere stucchevole e banale e va anche peggio, quindi vabbè, fate conto che l'ho fatto, chiedo scusa, non sarò in grado di continuare questo post in modo decente (ma grazie al cielo dei tre/quattrocento che passano qui ogni giorno sì e no solo sette persone leggono qualcosa, probabilmente per noia, quindi il danno è meno grave di quel che temo).

dicevamo: momenti straordinari con applausi finti. il nuovo libro di gipi, l'ho atteso da quanto ho letto i primi tweet e le prime tavole che ha mostrato, ero sicura che me ne sarei innamorata e che - come ogni amore che si rispetti fa - mi avrebbe fatto male.
c'ho azzeccato. è l'unica cosa in cui sono mediamente brava, prevedere quali libri/fumetti mi piaceranno.

la paura che fa fermarsi a pensare a cosa è stato e a cosa sarà. e il fatto di essere dei coglioni, coglioni che si complicano la vita e si incasinano i pensieri e i sentimenti al punto tale che poi non hanno il coraggio di affrontarli e mandano tutto in merda.
grossomodo, approfittando della mia devastante capacità di sintesi, direi che il libro parla di questo.
sprecando qualche parola in più (sprecandola, letteralmente, perché di questo libro ne hanno parlato praticamente tutti, quindi anche se non l'avete letto sapete già tutto), la storia è quella di silvano (sì, è lo stesso nome dello scrittore protagonista di unastoria), di professione comico, e sta affrontando - come è successo da poco allo stesso gipi, proprio prima della scrittura di questo libro - la fase terminale della malattia di sua madre.
ed è un coglione.
è un coglione incapace di fermarsi un attimo a realizzare quello che sta succedendo nella sua vita, di mettere da parte tutto il resto e di rendersi conto che sua madre sta morendo, o probabilmente fa di tutto per pensare ad altro, come quando la sera, al telefono con la moglie, le racconta di un video che ha visto su un documentario che racconta come sono stati preparati gli attori che hanno lavorato a salvate il soldato ryan, o quello su un cecchino della seconda guerra mondiale, che da solo aveva ucciso centinaia di nemici.
discorsi tremendi sulla morte, filtrati dalla leggerezza di un video guardato distrattamente prima di addormentarsi, qualsiasi cosa pur di non pensare alla morte, vicina, tangibile, presente, reale, che sta a qualche chilometro da lui.


e mentre lui pensa a tutt'altro, mentre cerca costantemente di distrarsi, mentre si scorda di avere degli spettacoli da preparare, mentre fa avanti e indietro la strada in macchina tra il bed and breakfast in cui alloggia e l'ospedale dove si trova sua madre (notevole la scena in cui la visione di un paesaggio bellissimo viene devastato dai discorsi merdosi di un - purtroppo - noto politico italiano) gipi inserisce - come era successo per esempio in lmvdm con i pirati - due storie solo in apparenza scollegate: quella di alcuni cosmonauti in viaggio da un pianeta all'altro, e quella di un uomo preistorico, del quale pure tanto si è detto ma se siete riusciti a non spoilerarvi tutto con i vari articoli pubblicati in merito allora almeno io ve lo evito.

il mestiere di silvano è fare ridere, alleggerire il peso della vita dalle spalle di chi lo ascolta, almeno per qualche momento. è il suo modo di vedere le cose ormai, buttare lì la battuta spiazzante e cinica per non fermarsi a pensare a quanto male fa, e così l'unico momento in cui parla davvero di sua madre, della sua malattia e della morte imminente è proprio durante uno spettacolo. per esorcizzare la paura, direbbero quelli colti-sensibili-intelligenti, perché è un coglione, dico io, un coglione come tutti noi che davanti a una cosa del genere non sappiano che altro fare se non cercare di non farci troppo male.
è il bambino luminoso, che compare all'improvviso, a ricordargli quello che era, quando non era ancora così terrorizzato all'idea di provare qualcosa. è il sé bambino a riportarlo indietro all'amore dell'infanzia, all'enormità dei sentimenti che lo legavano alla famiglia e alla vita, a quella luce che si è andata affievolendo invecchiando e impermealizzandosi a tutto. è lui, il bambino luminoso, che glielo ricorda: le cose sono semplici, enormi, spaventose forse, ma semplici. e tu sei solo un coglione.

e l'ultima scena, quella con gli applausi finti del titolo arrivati proprio in un momento fuori dall'ordinario andare delle cose, è la metafora perfetta di quel processo di spersonalizzazione, di inaridimento dei rapporti umani, dei sentimenti, di quella voglia di smettere di ascoltarsi per farsi ascoltare, di far ridere per non trovarsi soli a piangere.


e allora come faccio io a non essere banale? a non dire che un libro così ti spiazza, ti costringe a metterti nudo davanti a uno specchio, a guardare quello che sei diventato, come hai smesso di essere un bambino luminoso e sei diventato solo un povero coglione (declinate tutto al femminile se è il caso, io quella roba degli asterischi non la sopporto, ma intendo comunque un tu generico, indipendentemente da cosa avete nelle mutande)
non lo so, non lo so fare, non lo faccio. è banale dire che è un libro che deve essere letto? sì, lo è, ma sticazzi, deve essere letto. leggetelo, fatevi male, sentitevi meglio.

lunedì 25 novembre 2019

days of hate ~ atto secondo

"ma le rivoluzioni solitamente iniziano con il terrorismo."
- kathy acker, 'empire of the senseless'

america, qualche anno nel futuro.
il governo è in mano ai suprematisti bianchi, un governo fascista e repressivo che confina nei campi di lavoro tutti quelli che danno fastidio alla buona società: immigrati, dissidenti, oppositori.
è qui che abbiamo visto iniziare la tragedia di huain e amanda: un tempo sposate, innamorate e felici, la loro storia è andata in pezzi a seguito di un grave lutto. adesso huain è nelle mani della polizia e dell'agente freeman che cerca di sfruttare il rimorso e il desiderio di vendetta della donna per mettere finalmente le mani su amanda, diventata ormai una pericolosa e ricercata terrorista.
freeman è sicuro di ottenere abbastanza informazioni da huain e di riuscire a mettere le mani su amanda e sul suo complice, e non si fa nessuno scrupolo a tradire la sua immagine di uomo tutto d'un pezzo, integerrimo e ligio al dovere pur di arrivare al suo obiettivo. è tanto sicuro della sua forza quanto della debolezza delle due donne, del fatto che l'odio sia così forte da mettere in ombra non soltanto l'amore che hanno provato una per l'altra, ma quello che hanno sempre avuto per quella libertà, giustizia, umanità che uomini come lui calpestano ogni giorno.
ma, come avevamo già intuito nel primo volume, le cose non sono affatto sotto il suo controllo come crede lui...


questo secondo volume di days of hate è una lettura sicuramente più facile della prima parte: capiamo meglio cosa sta succedendo, siamo ormai dentro la vicenda e abbiamo capito cosa muove ognuno dei personaggi, nonostante il finale doloroso e spiazzante, nonostante il male che solo la speranza sa regalare. non voglio fare spoiler, ma le storie che è riuscito a intrecciare ales kot meritano qualche considerazione.
la vicenda si svolge essenzialmente su due piani che sono separati solo in apparenza: da un lato la storia d'amore - forse conclusa, sicuramente tragica - di due donne, il loro desiderio di vivere una vita felice, normale, semplice, tranquilla, dall'altro la necessità di calarsi all'interno di una società stravolta dall'odio, da un potere che si è trasformato in prevaricazione e violenza, la necessità di sacrificare la propria serenità, la propria quotidianità, per ottenere qualcosa che va oltre la realizzazione personale. certo, sarebbe stato facile scappare, andare oltre i confini, costruirsi una vita normale da qualche altra parte, sempre che ci sia ancora un posto dove essere felici, ma amanda e huain sono consapevoli che non siamo e non possiamo essere responsabili solo di quello che accade al di qua della porta di casa, e sono disposte a tutto pur di portare avanti la loro lotta verso un potere oppressivo e crudele.
kot alterna i momenti più felici del passato, quelli in cui le due protagoniste erano insieme, felici, innamorate, all'azione frenetica del presente, con il risultato di rendere ancora più dolorosa la loro separazione e le loro scelte.
è facile passare dalla storia di kot ai nostri giorni, ai fascismi dilaganti in europa e nel resto del mondo, alle guerriglie urbane e alle repressioni, è facile incontrare persone come huain e amanda - probabilmente non a caso due donne, impossibile non pensare alle tantissime attiviste uccise negli ultimi tempi, parallelo forse non voluto da kot ma comunque plausibile - che rinunciano alla facilità di girarsi da un'altra parte e rimangono fino alla fine per combattere per quello in cui credono.
non ci sono buoni completamente buoni né cattivi completamente cattivi e come in ogni guerra, sono sopratutto gli innocenti a farne le spese. kot è spietato su questo e non cede alla tentazione di idealizzare nulla, rendendo la storia meno digeribile ma sicuramente più realistica.


sperando che non sia profetico, days of hate è molto più di un thriller appassionante, è - come una buona distopia deve essere - uno specchio che deforma appena la nostra realtà costringendoci per una volta a guardarla senza il velo dell'abitudine e della rassegnazione.
danijel zezelj completa tutto con le sue tavole sporche, eleganti e intense che sanno rendere al meglio le atmosfere e le emozioni dei personaggi.
insomma, una degna conclusione di una bellissima miniserie che vi straconsiglio assolutamente.

qui il post sul primo volume della serie.

lunedì 18 novembre 2019

alice di sogno in sogno

è terribile. io vorrei solo starmene nella mia testa e dormire bene almeno una notte. lei non ha idea di cosa ci possa essere nei sogni delle altre persone.

qualche anno fa, nel 2015 se non ricordo male, giulio macaione pubblicò il disegno di una ragazza con i capelli scuri, corti e mossi, e in quel preciso momento io sapevo già che quel nuovo personaggio mi avrebbe conquistata come aveva fatto ofelia qualche tempo prima.
è passato un po' di tempo, alice ha finalmente una sua storia e io non mi ero sbagliata: mi ha conquistata dalla prima pagina e, con tutte le enormi diversità tra i personaggi e nelle trame, la sensazione che ho avuto leggendo la storia è stata fin da subito quella che ho avuto leggendo ofelia: non soltanto l'interesse e il coinvolgimento nella vicenda, ma anche la sensazione che una ragazza così - come alice, come ofelia - vorresti incontrarla e diventare sua amica.

alice di sogno in sogno racconta un momento particolare e difficile della vita di alice: suo papà ha perso il lavoro e tutta la sua famiglia è tornata a cincinnati, città che aveva lasciato qualche anno prima. ha ritrovato il suo amico jamie, ma a scuola è presa di mira dalle bulle e a casa e costretta a dividere con suo fratello la camera... e i suoi sogni.
alice è infatti capace di entrare nei sogni di chi le sta accanto, di viverli come se fossero suoi, ma non riesce assolutamente a pensare a questa cosa come a un dono, anzi: si ritrova invischiata nelle paure e nelle angosce della gente senza poter far nulla per aiutarli e senza nessun controllo del suo potere.
vorrebbe non avercelo questo potere, vorrebbe essere una ragazza normale, come tutte le altre, vorrebbe poter dormire la notte e sognare soltanto i suoi sogni ma imparerà presto che anche il più sgradito dei doni può rivelarsi fondamentale e utile per fare il bene delle persone che ama.


la storia è in realtà abbastanza semplice ed è facile intuire come andranno le cose già più o meno a metà lettura, ma giulio più che sull'effetto sorpresa e sui colpi di scena ha puntato sulla sua capacità di rendere veri e vivi i suoi personaggi, e ha vinto.
nella passione di alice per il disegno o di jamie per i fumetti è facile rivedere lui - e rivederci un po' tutti noi lettori appassionati e un po' nerd - è facile sentirli vicini, ritornare ai disagi adolescenziali, alla difficoltà di essere gli strambi con i giornalini nello zaino e la testa in aria.
per quanto straordinaria sia la vicenda di alice, con i suoi elementi da urban fantasy, ci sono dentro tutti i temi che a giulio stanno a cuore: gli affetti familiari, l'amicizia, saper rimanere sé stessi nonostante le difficoltà, imparare a credere nelle proprie capacità e a seguire il buon vecchio adagio che recita quando la vita ti dà limoni, tu fanne una limonata.
i colori di giulia adragna poi hanno saputo dare alla storia quel tocco in più, nelle atmosfere, che lo rende davvero un piccolo capolavoro.
merita anche una menzione la copertina a due livelli frutto del lavoro di bao publishing, con i gatti-incubo stampati sulla sovracoperta trasparente.

alice è uno di quei personaggi di carta che ti entrano nel cuore e ci restano a lungo.
so che giulio è già al lavoro su un'altra storia e non vedo l'ora di leggere anche quella!

mercoledì 13 novembre 2019

la scuola di pizze in faccia del professor calcare

le persone sono sistemi complessi. con tante facce, interessi, contraddizioni.
uno può avere voglia di raccontare anche cose molto diverse, a seconda dei giorni, degli stimoli...

e invece no. niente, come fai, sbagli, sopratutto se fai tanto - e con impegno e bene - e se per lo più a giudicarti sono quelli che non fanno una beneamata ma amano pontificare su tutto.
la prima delle storie inedite che apre questo nuovo volume-raccolta di zerocalcare - la scuola di pizze in faccia del professor calcare - inizia proprio con una (riuscita) riflessione su questo: c'è chi da zerocalcare si aspetta robe comiche e leggere sulle sfighe della vita e poi sbrocca appena legge un post impegnato, e chi invece, sopratutto dopo kobane calling, crede che non valga la pena scrivere qualcosa che non sia ben inzuppato di politica, di cronaca o della polemica del giorno.

ma, tranne rari - per fortuna - casi di monotematici ossessivi, nessuno è realmente capace di gestire un solo interesse, una sola passione, un solo argomento di conversazione o di riflessione e questo librone è quello che potete tranquillamente usare per picchiare l'ennesimo stronzo che ma dai, davvero ti piace sta roba*? ma non è da te! (*vale letteralmente per qualsiasi cosa. tipo: davvero ti piace cucinare? ma non è da te, tu sei quella che legge i fumetti) e dopo magari glielo fate anche leggere, così capisce che nessuno è piatto come una sottiletta mezza sciolta.
(nota autoreferenziale che probabilmente non interessa a nessuno quindi passate direttamente al capoverso successivo: questo argomento mi sta indicibilmente a cuore e - anche - per questo mi è piaciuto tantissimo il libro, che pure di inediti ne ha pochi e molte storie le avevo già lette.
certo che più il tuo pubblico è ampio e più il rompimento di palle è grande e variegato, ma credo che tutti, chi più chi meno, ci siamo trovati a essere giudicati incoerenti o poco credibili soltanto perché abbiamo pubblicato un video di gattini buffi dopo aver scritto una riflessione sulla situazione politica internazionale, per dire)

la scuola di pizze in faccia del professor calcare è diviso in tre sezioni e, rispetto ai libri precedenti - sia quelli completamente inediti che gli altri volumi-raccolta - contiene storie più o meno brevi su - praticamente - tutto.
la prima parte è dedicata alle tavole pubblicate sul blog e su wired ispirate dalla vita reale, quella porcheria che è la vita dei trentenni che quasi quasi rimpiangiamo persino l'adolescenza, con gli amici che si sposano costringendoti a riflettere su cosa stai facendo della tua vita e i genitori che continuano a pensare che senza i paraspigoli in casa non sei abbastanza al sicuro, dai social (ma voi ve li ricordate i bei tempi in cui sui forum si discuteva con pacatezza, argomentando ogni frase e premettendo sempre che tutto quello che stavamo per dire non era che una personale opinione con cui non intendevamo offendere nessuno, eventualmente scusateci?) con le loro faide sanguinose su argomenti che non meriterebbero molto di più che uno sticazzi?, dai viaggi in situazioni a volte imbarazzanti e dalle immancabili reminiscenze infantili sui cartoni animati che ci hanno irreparabilmente forgiato lo spirito.


la seconda sezione è quella più politica che inizia con una storia inedita che riprende i fatti del salone del libro di torino (la presenza di quella casa editrice fascista che non nominerò) e tutte le polemiche che ne scaturirono.
zerocalcare fu tra i primi, insieme ad altri scrittori, a comunicare che non avrebbe partecipato alla fiera, e tra chi non appoggiava la scelta e chi invece era d'accordo (oh, io non c'avrei messo piede nemmeno se avessi dovuto buttare il biglietto d'aereo andata e ritorno, la prenotazione dell'albergo e l'ingresso in fiera. pazienza per i soldi, ma c'è un limite a tutto) la questione è diventata così discussa che - grazie al dio del buonsenso - i fasci sono stati esclusi (prima che qualcuno riapra la polemica: no, non si concede spazio di parola ai fascisti, non si dà loro modo di esprimere opinioni, non gli si dà spazio né visibilità. mai. se non siete d'accordo, riflettete prima su chi sono, cosa hanno fatto e cosa rimpiangono e poi, se avete ancora qualcosa da dire in loro difesa, io non vi ascolterò.)
ho apprezzato tantissimo che ci siano queste pagine dedicate a quella che non è stata affatto una delle tante polemiche usa e getta, anzi, ho già ringraziato tante volte chi si è schierato contro la scelta di normalizzare e banalizzare l'orrore ed è riuscito a farci vincere tutti, ed è un bene ricordarlo perché nessun altro promotore di manifestazioni culturali di qualsiasi tipo permetta il ripetersi di situazioni simili.
tra le altre storie - già lette ma sempre molto valide e belle, che si rileggono sempre con piacere - c'è quella apparsa su repubblica - la città del decoro - che suscitò una valanga di polemiche all'epoca della sua prima pubblicazione, e una delle più importanti in assoluto (imho, come si diceva una volta su internet), questa non è una partita a bocce, che se ve la siete persi all'epoca della sua pubblicazione su l'espresso fate bene a recuperarla qui.


la terza parte infine è quella più puramente nerd, dedicata alle recensioni di film e serie tv. rileggere la storia iniziale, quella dedicata a star wars VII mi ha fatto ricordare che all'epoca, mentre tutti ci tenevano a dire bleah, schifo, vomito, state rovinando tutto, e blabla, leggere queste pagine mi aveva fatta sentire un po' meno sola (anche se non capisco tutto questo odio per gli episodi I, II e III, escluso jar jar binks che è effettivamente un'offesa alla dignità umana), stessa cosa per le considerazioni su game of thrones e handmade's tale (col senno di poi, possiamo dire che è stato profetico!).
la storia inedita qui è alla fine e chiude perfettamente il cerchio, pieno delle solite paranoie su quanto gli resta ancora da vivere come fumettista prima di tornare alle ripetizioni di francese (ma ti pare?) e su come fare a non sbagliare, con i fumetti e - se mi è concesso - un po' con tutto.

in tutte le storie c'è sempre tutto quello che di zerocalcare ci è sempre piaciuto: l'ironia, sicuro, ma anche la capacità di saper prendere posizione, argomentare, difendere le proprie idee, saper saltare dai discorsi sui grandi valori a quelli sulle banalità più stupide, ma farlo con coerenza, rimanendo se stessi sempre. personalmente penso che sia questo quello che fa di zerocalcare uno dei miei fumettisti preferiti: è sempre coerente, sempre trasparente e sempre capace di dare la sua opinione personale su tutto (almeno su quello di cui vale la pena parlare), che non è essere sputasentenze, è essere capace di riflettere sulle cose, ragionarci, capirle, farle proprie e riuscire a farsi un'idea personale in merito, e ci sono poche cose che apprezzo e ammiro (e spesso invidio) più di questa.


infine, dato che questo libro fa parte di quelli con cui bao publishing ha voluto festeggiare i suoi dieci anni di attività, ci sono delle pagine extra (che non ci saranno nelle successive ristampe) con una storia inedita dedicata a gaetano bresci, che nel 1900 uccise il re d'italia umberto I (quello che dava medaglie a chi si divertiva a fare il tiro al bersaglio sulla folla, per intenderci).
la storia di bresci - oltre al merito di ricordare un personaggio simile, sottolineandone il reale valore, e non etichettandolo come regicida-cattivo-non-si-fa - è lo spunto per una riflessione su tutte le nostre autocensure, su tutte le volte che abbiamo, magari per evitare discussioni infinite, rinnegato valori, eroi, modelli per citarne di più facili e innocui.
prendetelo presto questo libro perché è bellissimo (tranne che per lo sfondo della copertina che è davvero tremendo!) e vale la pena di avere anche questa storia.
e poi perché così zerocalcare si tranquillizza e continua a fare fumetti ancora un po', senza pensare alle ripetizioni di francese, e siamo più felici tutti.