lunedì 10 giugno 2019

commenti randomici a letture randomiche (67)

questa sessione estiva la sto prendendo veramente malissimo, alterno momenti di panico a momenti di panico in cui non riesco a studiare e altri momenti di panico in cui il fatto di non riuscire a studiare mi fa aumentare l'ansia. probabilmente è tutto normale.
un valido rimedio allo stress ovviamente vede la deliberata strafottenza degli impegni unita all'ottimistica volontà di rimandare a dopodomani quello che ho già rimandato a domani e alla lettura di un po' di fumetti che continuano a minare la mia incolumità organizzandosi - in modo totalmente incontrollabile dalla mia volontà - in pile traballanti e pericolosamente vicine al mio letto.

tra le tante (ma non tantissime, almeno non tutte quelle che vorrei) letture di questo periodo ho tirato fuori quattro titoli che mi sono piaciuti moltissimo e che ci tenevo a consigliarvi prima di chiudermi nella mia cameretta a ripetere millemila volte gli appunti e i riassunti preparati per gli esami.

la stanza è un regalo temporaneo di mio padre. la stanza mi appartiene fino a quando non combino qualche guaio. questa è la regola del regalo temporaneo.
innanzitutto questa è la stanza di gipi. non so bene come faccia, non so assolutamente spiegarlo, ma qualsiasi cosa racconti, gipi riesce a incantare fin dalla prima vignetta, a trascinarti completamente nella storia.
e una cosa che potrebbe essere riassunta da chiunque altro (tipo me, che non so assolutamente rispondere ogni maledettissima volta che mi chiedete di cosa parla questo libro?) come eh, ci sono dei ragazzini un po' sfigati, uno sembra scemo totale, che suonano in una specie di magazzino prestato dal padre di uno di loro ma poi fanno una cazzata e il padre gli proibisce di continuare a suonare lì ma poi comunque si sistema tutto, insomma leggitelo, mica di posso dire tutto io, no? la racconta lui e diventa una storia bellissima. giuro.

questa è la stanza. inizia così, aprendo una porta sgangherata su uno stanzone improbabile, uno spazio al momento inutilizzato, accanto all'allevamento di cani di cui si occupa il padre di giuliano: lui e i suoi amici staranno qui a suonare, a patto che non facciano guai.
quello stanzone li catapulta al livello gruppo che fa le prove e che magari potrebbe davvero farcela, un bel po' di gradini sopra rispetto a quattro ragazzini sfigati che suonicchiano nelle loro camerette. e sembra che una possibilità, una botta di fortuna con la c maiuscola, possa davvero arrivare, solo che il karma - o la sfiga - ci mette un secondo a infilare un bastone tra le ruote e portarli tutti e quattro a fare una cazzata cosmica, con tutta la beata e stupida innocenza adolescenziale condita dall'arroganza di chi è convinto di non poter essere scoperto.
perduta la stanza, perduta la musica, toccherebbe perdere per sempre quel modo di guardare il mondo che a sedici anni ti fa vivere di assoluti intoccabili.
toccherebbe perdere la convinzione che il mondo lo puoi prendere e rivoltare come un calzino, che la tua musica possa cambiare la tua vita e quella di tutti quelli che ti ascolteranno, che ti possa salvare dal destino grigio e squallido che ti attende, che ti possa tirare fuori dal presente con tutte le sue cosmiche rotture di coglioni, le famiglie sgangherate, gli obblighi a cui obbedire.
però quando ti sbattono in faccia la realtà delle cose, puoi scegliere: crescere, diventare uno di quegli adulti tristi e squallidi che ti hanno detto che la realtà non è quella che credi tu, oppure rimanere lì, a tenerti stretto i tuoi sogni, le tue certezze, e rimandare ancora un po' il grigiume.
e aprire un'altra porta.
la maggior parte delle persone pensa che van gogh sia stata una persona triste, pazza e malinconica. leggendo le lettere emerge una persona solare che amava la vita e ciò che lo circondava.
ogni volta che sento parlare di van gogh mi viene in mente quella battuta tristissima che recita più o meno così: odio quelli che straparlano di mozart senza aver visto nemmeno uno dei suoi quadri.
van gogh è uno di quegli artisti che sono diventati delle icone, dei personaggi della cultura popolare, quasi delle leggende metropolitane.
come dice ernesto anderle nell'introduzione di questo libretto bellissimo che è vincent van love, van gogh viene spessissimo considerato un uomo cupo, triste, uno di cui raccontare che fosse stato un pazzo furioso capace di mozzarsi un orecchio e spararsi un colpo nella pancia. e a nessuno viene mai il dubbio di come sia possibile conciliare una figura simile con i dipinti meravigliosi che ci ha lasciato.
certo, non ha vissuto la più facile e felici delle esistenze e certo non è stata la più equilibrata delle persone che abbiano camminato su questo pianeta, ma credo che quello che lo faceva davvero soffrire fosse più la solitudine in cui il suo modo straordinario di vedere la realtà - una realtà luminosa, che esplode di colori e di vita - lo costringeva che non una sua naturale predisposizione alla malinconia.

ho aspettato per anni questo libro, l'ho desiderato dalla prima volta in cui mi sono imbattuta nella pagina facebook in cui ernesto ha iniziato a raccogliere le sue illustrazioni ispirate alle lettere che vincent scriveva, sopratutto al fratello theo. questa edizione di becco giallo, oltre alle illustrazioni che probabilmente conoscete già, raccoglie delle pagine di fumetto inedite che raccontano la storia di van gogh attraverso i momenti più importanti e decisivi della sua vita: l'infanzia, i suoi primi tempi come predicatore, i suoi amori, la breve e intensa amicizia con gaugin, la difficoltà a essere riconosciuto come artista, la miseria economica, la solitudine. interessantissima la versione di anderle sulla morte del pittore, che mi ha fatto venire alla mente quel film bellissimo che è loving vincent (se non l'avete ancora fatto, guardatelo assolutamente). è un libro a metà tra fumetto e raccolta di illustrazioni, si legge in poco tempo ma rimane impresso nella memoria e in un pezzettino di cuore.

sai, in notti come queste, ai miei tempi, potevi parlare con la luna e questa ti rispondeva.il mondo di oggi è così silenzioso...
estis è un tizio strano, un senzatetto che vive in un campo di girasoli e a cui basta qualcosa da bere o da fumare per iniziare a raccontare ai suoi ascoltatori storie e profezie.
ha tante storie da raccontare lui, tante realtà da rivelare, perché è un satiro della corte del dio pan. o meglio, lo è stato: da secoli ormai è costretto a vagare sulla terra tra i mortali per colpa di artemide.
colpito da una freccia della dea, estis si risveglia in un mondo in cui gli antichi dei non esistono più, sostituiti dall'unico dio cristiano. ripudiato, emarginato, privato di quasi tutti i suoi poteri, lontano dalla quello che poteva chiamare casa, l'incontro fortuito con un fantasma lo condurrà da un'altra divinità, ecate, sorella di artemide e selene.
ecate, per ringraziarlo di aver aiutato un fantasma a raggiungerla, sospende la maledizione di artemide e promette a estis che se aiuterà selene a incontrare il suo amore per l'ultima volta la sua maledizione sarà sciolta e potrà tornare a vivere accanto a dioniso.
inizia così per estis, il dio vagabondo del titolo, il viaggio verso il mondo degli inferi in compagnia di un vecchio professore appassionato di mitologia e di un fantasma desideroso di riscattare una vita vissuta senza onore.
fabrizio dori crea per la strana compagnia di viaggiatori un mondo onirico, quasi lisergico, in cui si mischiano l'antico e il moderno, il divino e il reale, la bellezza e la miseria della vita, un mondo che si mostra attraverso il percorso dei personaggi e si racconta attraverso le loro storie.
lo stile di disegno di dori è letteralmente incantevole, probabilmente la cosa che più mi ha attirata di questo volume insieme all'aspetto mitico della storia.
il mondo trabocca di magia che arricchisce le nostre vite. è un prodigio estremamente utile e indispensabile. eppure il suo funzionamento è sconosciuto...solamente i maghi possono usare la magia. i normali esseri umani possono soltanto limitarsi a godere dei suoi benefici e gli è impossibile diventare a loro volta maghi.
atelier of witch hat mi ha conquistata da subito, da quando ho visto la copertina per la prima volta, prima ancora che venisse annunciato da planet manga. diciamolo subito: i disegni sono assolutamente straordinari, molto al di sopra del livello della maggior parte dei manga, qualcosa che paragonerei solamente alle opere di kaoru mori o aki irie. uno stile elegantissimo, niente retini, cura straordinaria dei dettagli, che però sa concedersi qualche elemento cartoonesco tipico del fumetto giapponese.

la storia, per quanto non brilli per originalità, è comunque appassionante e narrata con cura e senza fretta: la giovane coco, affascinata da sempre dalla magia, incontra per caso qifrey, un giovane mago e scopre il reale funzionamento delle arti magiche: le magie non vengono lanciate o recitate, ma disegnate. così le viene in mente che molti anni prima un tipo strano con una maschera spaventosa a forma di occhio, le vendette un libro con delle strane figure, dell'inchiostro e una bacchetta penna.
coco si improvvisa apprendista stregone e inizia a pasticciare con l'inchiostro e le figure: lancia un incantesimo da cui qifrey riesce a salvarla, ma che colpisce però sua madre.
qifrey dovrebbe cancellare la memoria della bambina, ma lei è l'unica capace di riconoscere l'incantesimo che aveva disegnato per poterlo così annullare e salvare la donna rimasta pietrificata.
così coco, scoperto che non serve nessun potere innato per essere mago, ma solo tanto studio e dedizione, diventa ufficialmente un'apprendista di qifrey: adesso dovrà confrontarsi non solo con le sue capacità e la sua forza di volontà, ma anche con le sue nuove compagne, e non tutte sembrano esattamente molto amichevoli...

il vecchio adagio impegnati con tutte le tue forze per raggiungere i tuoi scopi e potrai diventare chi vuoi funziona sempre, almeno con la sottoscritta. sinceramente, anche dopo aver letto qualche lamentela su questo primo volume, a detta di alcuni troppo lento e troppo prevedibile, l'ho trovato davvero delizioso: mi sono piaciuti i personaggi, l'ambientazione e - come dicevo - moltissimo i disegni.
non credo che una buona storia la faccia solamente l'elemento innovativo, anzi, sono convinta che qualsiasi storia, per quanto banale possa sembrare, diventi avvincente se raccontata nel modo giusto. questo primo volume mi ha convinta moltissimo e non vedo l'ora di proseguire nella lettura.

lunedì 3 giugno 2019

ti chiamo domani

e non si può concedere la propria vita a chi non la merita.


chiara si sveglia nel cuore della notte, legge qualche pagina di un libro e decide.
vuole tornare in italia. subito.
suo padre lavora con una ditta di trasporti, le trova un camion disponibile a darle un passaggio per la mattina dopo. al volante c'è daniele, un tipo taciturno che non va troppo d'accordo con i colleghi.

inizia così il viaggio da tolosa alla sabina, con due compagni di strada così improbabili che è difficile sapere cosa aspettarsi. o magari ci si aspetta la solita storia degli opposti che si attraggono, che si completano, che magari si innamorano e vissero tutti felici e contenti.

e invece rita petruccioli sorprende tutti e supera le aspettative, scansa completamente la trama facile e banale da commedia romantica e costruisce una storia che comincia molto prima di questo viaggio in camion, anzi, due storie, quella di chiara e quella di daniele, lontanissime e diversissime tra loro, destinate a incontrarsi per un attimo, a dividere un pezzetto di strada che è un viaggio tanto dentro un camion che dentro la propria coscienza. due persone diversissime che condividono qualche ora di vita, si raccontano il passato, imparano l'una dall'altra e riprendono ognuna il proprio cammino con una consapevolezza più grande e più forte.
chiara è esuberante, giovane, studia arte e spera di diventare davvero un'artista.
è aperta, fiduciosa nel futuro, carica di speranze, piena di amici a cui vuole bene. è ingenua come è giusto essere a vent'anni, quando non riesci nemmeno a dare un nome alle cose sbagliate perché non sai nemmeno capirle, riconoscerle.
è facile giudicarla una ragazza fortunata, forse anche viziata, a cui sono state date tante possibilità. è facile immaginare che sia una capricciosa che da un momento all'altro prende decisioni senza pensarci tanto e che è subito accontentata.
ma c'è qualcosa di difficile nel suo passato, qualcosa a cui fino ad adesso non aveva dato il nome giusto, qualcosa che ha capito come affrontare.

mi ha commossa il modo in cui rita l'ha raccontato: una sequenza in cui le parole narrano qualcosa di diverso dalle immagini, perché ci sono cose che non puoi ammettere nemmeno sottovoce a te stessa, non puoi chiamarle con il loro nome senza lasciare che ti feriscano ancora di più. ed è dopo questa sequenza che il viaggio acquista un senso, che è facile capire l'urgenza di una partenza improvvisa, decisa in una notte insonne. andare via, subito, non importa come, non cedere alle bugie camuffate da promesse.

accanto a lei daniele butta giù la maschera da burbero e racconta la sua storia senza nascondere nulla, usando le parole adatte, con una precisione che tradisce gli anni passati a raccontarsi tutto in testa ogni giorno, ogni ora. sa che deve ricominciare, ci sta provando ed è comprensibile che abbia paura.

se lui ha saputo dare a chiara un pezzettino della sua forza d'animo, lei gli ha insegnato a guardare avanti.
basta pochissimo a volte per mescolarsi a qualcuno, basta pochissimo perché una persona incontrata per poche ore riesca a diventare così importante da farci prendere la decisione giusta, quella che ci spinge a stravolgere la vita, a cambiarla finalmente in meglio.

ti chiamo domani inizia come uno di quei film che vedi in una sera noiosa in cui non trovi niente di meglio da fare e dopo poche pagine ti trascina in un racconto fortissimo, doloroso, importante, catartico, ti stupisce, ti lascia riflettere dio solo sa se per minuti o per ore, ti insegna a prendere a calci le insicurezze e le paure e la voglia di cedere alle scelte più comode e di prenderti la vita che ti meriti.
e alla fine l'unica cosa sensata da dire è grazie.

giovedì 23 maggio 2019

note dall'appartamento 107

una mattina mi sono svegliata e i tarassachi si erano estinti. in una sola notte erano improvvisamente spariti da tutto il mondo.

premessa: ecco, questo è il tipo di volume che mi aspettavo da una collana come wasabi. farò finta che lo sfigatto non esista.

note dall'appartamento 107 è l'opera prima e al momento unica di kashiwai, più attiva come illustratrice che come fumettista (non la si trova nemmeno su baka-updates!), ma sarebbe un peccato se non continuasse a disegnare storie come queste.

i diciotto brevissimi racconti che compongono questa antologia - divisi in quattro categorie: piante, collezioni, memorie, spazio - sono qualcosa di raro nel panorama fumettistico e narrativo in generale, è difficile persino definirli dei veri e propri racconti perché in effetti è quasi impossibile rispondere alla domanda cosa raccontano?
kashiwai più che narrare suggerisce delle atmosfere surreali, a tratti stranianti, persino lisergiche, sempre dolcemente malinconiche.


i mondi di kashiwai sono delicatissimi, fragili, pronti a sgretolarsi in un battito di palpebre: così basta una notte per far sì che spariscano tutti i tarassachi del mondo e un pergolato richiede cure precise ogni giorno perché i fiori che vi si arrampicano sopra non si brucino con la luce artificiale dei lampioni di notte.
gli oggetti diventano molto di più di semplici cose, sono spesso l'unico appiglio che abbiamo a vite che sono andate perdute, momenti passati, persino un'intera città inghiottita dall'acqua di cui non rimane altro che qualche messaggio in bottiglia.
in questo contesto quasi di perdita imminente, la memoria è l'unico modo non tanto per salvare noi stessi ma per diventare custodi di una realtà a un passo dall'oblio, e lo spazio perde i suoi connotati scientificamente razionali per farsi luogo di fantasia e sogno.


da illustratrice, kashiwai disegna tavole spaziose, riserva quasi tutta la sua attenzione - e quella del lettore - ai paesaggi, reali o onirici che siano, agli sfondi, ai dettagli, e dedica alla definizione dei personaggi solo poche linee essenziali, quasi a voler sottolineare la loro transitorietà nello spazio e nel tempo e a voler mettere a fuoco tutta l'attenzione sull'ambiente che li circonda, vero protagonista delle storie.

non è facile trovare volumi simili a questo (almeno se scavo nella mia memoria), ma spero che wasabi continui in questa direzione, facendosi contenitore di opere così rare e preziose.

venerdì 17 maggio 2019

celine & ella ; dear my gravity

alcune parole ti mangiano l'anima. la rosicchiano, inesorabilmente, consumandola.

(avete fatto caso al punto e virgola messo prima del sottotitolo?
ultimamente mi era capitato spesso di vedere tatuaggi con lo stesso simbolo, pensavo sinceramente fosse una delle mode del momento, tipo l'uso smodato di serendipità o resilienza (su cui non faccio commenti) e invece - grazie a celine & ella ; dear my gravity di miba e josh prigge - ho scoperto, facendo una ricerchina online, che ";" ha un significato molto prezioso. vi lascio il link al progetto punto e virgola, dateci un'occhiata perché credo ne valga veramente la pena.)

ella e celine si erano già incontrate prima, ma non si erano mai parlate.
si ritrovano adesso sullo stesso pullman diretto a scuola e un'improvvisa esercitazione di sicurezza diventa il pretesto ideale per attaccare bottone.
non lo sanno ancora, ma hanno tantissimo in comune: un passato familiare ingombrante e pesante, difficoltà a essere accettate tra i coetanei.
decidono di trascorrere una giornata insieme, ognuna felice a suo modo, per una ragione che non ha il coraggio di confessare.

ella ha passato tutta la sua infanzia a lottare contro chi la compativa perché figlia di una madre sorda, celine è stata sempre discriminata perché unica asiatica in un quartiere di bianchi.
si scoprono poco a poco, imparano che non sono sole a sentirsi sole, che nessuno è l'unico al mondo a soffrire per qualcosa e che ognuno nasconde dietro le apparenze di un'esistenza invidiabile il motivo della sua tristezza.
sono diverse eppure scoprono di avere tanto in comune, di essere legate dall'essere sopravvissute ognuna al proprio passato, adesso, una vicina all'altra, il futuro sembra più facile e luminoso.


miba e josh prigge mettono in scena una storia adolescenziale delicata e importante, raccontano la storia personale di due ragazzine che si scoprono amiche e nel frattempo sfiorano con leggerezza - che non è mai superficialità - temi difficili, sopratutto dal punto di vista di un adolescente: la separazione dei propri genitori, la loro fragilità, il bullismo verso i diversi.
sarebbe facile farne un pippone didascalico e moraleggiante, invece i due autori sud coreani giocano tutto sulla loro immensa capacità di comunicare le emozioni, di lasciare parlare i silenzi.

mi è piaciuto moltissimo lo stile grafico, le vignette sono dei veri e propri dipinti in digitale dove non c'è spazio per le linee di contorno, le figure si costruiscono con i colori e le luci, la gabbia delle tavole è invisibile e tutto sembra luminoso e arioso, contribuendo a dare quel senso di speranza e fiducia nel futuro che le due protagoniste sembrano respirare nel corso della storia.

a fine albo, in una bellissima postfazione che vi consiglio di non saltare, i due autori spiegano che celine & ella è il primo capitolo di una serie di quattro volumi, anche se il nucleo iniziale dell'opera - che secondo l'idea originale doveva essere più breve - è una delle storie che le due ragazze si raccontano.
quale che sia la prossima opera, io non vedo l'ora di leggerla, perché miba e josh prigge hanno saputo trasformare i ricordi dolorosi del passato in una corsa entusiasta e sicura verso un futuro felice, regalandoci una bellissima storia di crescita e un pezzettino di quella gioia.