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martedì 3 febbraio 2026

house of frank

« ti ricordi cosa mi hai promesso, sai? »

ho appena finito di leggere house of frank, romanzo d'esordio di kay synclaire appena uscito per mondadori, e ho sentito la necessità di scriverne immediatamente, soprattutto in questo periodo in cui scrivere qualcosa mi riesce così difficile (il gomitolo di gennaio arriva. non so quando ma arriva).

togliamoci subito il dente: un po' di editing in più non avrebbe per nulla fatto male, ci sono troppe ingenuità, troppe ripetizioni, troppe artificiosità nellə personaggiə che potevano essere migliorate.
ma, nell'insieme, è un libro davvero carino, e per "carino" intendo che da un po' quel tipo di sensazione che si prova quando ci si avvoltola in un plaid caldo e colorato, magari con un gatto accanto, e si sta a chiacchierare con un amicə fino a togliersi ogni peso e brutto pensiero da dentro.
è un libro-coccola - e, in quanto libro-coccola, gli si possono perdonare un po' di difetti - e forse, visto il tema, non potrebbe essere nient'altro che un libro-coccola.

la storia di house of frank rientra in quel filone (che a me piace moltissimo) della famiglia-per-scelta o, e forse è un po' più calzante, famiglia d'adozione.
la protagonista, saika, in effetti non ha scelto la strampalata compagnia che vive a casa di frank come sua famiglia, non all'inizio, almeno.
è arrivata alla casa con un peso enorme sul cuore e il barattolo con le ceneri di sua sorella fiona in valigia. l'ultimo desiderio di fiona era quello di poter diventare una cosa bella dopo la sua morte e qui, a casa di frank, è possibile farlo.
accanto alla casa, sorge ash garden, un bellissimo arboreto: qui le ceneri dei defunti vengono piantumate e si trasformano in querce, pioppi, faggi, pini eccetera. diventano cose belle. e vive.

ma saika è in qualche modo terrorizzata all'idea di separarsi da ciò che rimane di fiona. dal giorno della sua morte, continua a parlare con lei, a tenerla nel suo cuore come una parte di sé stessa. divide ogni momento della sua quotidianità di sua sorella e, nonostante abbia accettato di esaudire il suo desiderio, l'idea di mettere un punto, fermo e definitivo, a questa parentesi della sua vita la spaventa al punto tale da bloccarla. capito il suo stato d'animo, frank le chiede di rimanere fino a quando non si sentirà pronta ad affidare le ceneri di fiona alla terra. ed è da questo momento che la vita di saika, finalmente, cambia.
dopo anni di fuga da sé stessa e dalla sua famiglia, saika trova una casa in cui può provare a cercare il suo posto. non è semplice e non è immediato, ma poco per volta inizia a intessere legami con lə altrə abitanti della casa e a svelare a noi lettorə il suo grande, terribile segreto.

house of frank è - come direbbero quellə bravə - un fantasy low key, pieno di personaggə fantasticə - saika è una strega, frank un'enorme bestia antropomorfa, ma ci sono anche fate, fantasmi, streghe-gargoyle (ecco, credo di avere una cotta per una certa strega viola con le zanne ricoperta di tatuaggi) - e di magia, ma soprattutto è un racconto che parla dei tanti possibili modi di vivere il lutto e la mancanza.
tuttə nella casa hanno vissuto momenti di perdita e di inconsolabile dolore e ognunə di loro ha reagito a modo suo. la casa e l'arboreto hanno funzionato come un centro gravitazionale, lə hanno spintə a creare legami e a cercare sostegno in una quotidianità piena anche se imperfetta in cui ciascunə mette a disposizione talenti e impegno a beneficio di tuttə.

quando saika si rende conto che quel piccolo, caotico mondo costruito sulla scelta di restare vicinə è in terribile pericolo, riesce finalmente a uscire dal suo loop di dolore, dai suoi pensieri ossessivi, dalla colpevolizzazione e dalla paura. tutto quello che ha vissuto fino a quel momento, anche ciò che più le ha fatto male, sembra acquistare un senso. il dolore per fiona, la paura, le scelte sbagliate e poi rivendicate, tutto quello che ha fatto e sopportato fino a quel momento, ogni cosa si allinea alle altre come stelle che rivelano, tutto a un tratto, una figura, un nuovo significato.

dopo aver passato anni a svalutarsi e a colpevolizzarsi, saika capisce che può aiutare, che lo scopo della sua esistenza non è finito. ed è così che impara di nuovo a guardare al futuro e ad amare.

(forse è un po' sdolcinato? beh... sì. moltissimo. ma, non so voi, io ne avevo bisogno) 

venerdì 14 novembre 2025

luna fredda su babylon

il fiume styx, per la lentezza della corrente e la frequenza di banchi di sabbia, pozze stagnanti lungo le sponde e rami morti, è infestato dalle zanzare, sanguisughe e serpenti. tutta quest'area della contea di escambia è scarsamente popolata, a maggior ragione lungo i fiumi, dove non vive quasi nessuno. per costruire, la gente si sposta sui terreni più elevati, lontano dagli insetti e dalle frequenti esondazioni primaverili. sebbene lo styx si snodi per oltre quattro chilometri, soltanto quattro persone abitano sulle sue sponde. una di queste è un'anziana nera la cui baracca si trova pericolosamente vicina alla confluenza del perdido. la donna è sorda e pazza.
gli altri tre stanno appena oltre l'unico ponte sul fiume. la vecchia evelyn larkin e i suoi nipoti, jerry e margaret, che vivono lì per i mirtilli.

dopo la saga di blackwater, gli aghi d'oro e katie, era ovvio che il mio hype per un nuovo romanzo di michael mcdowell sarebbe stato enorme.
ed è per tutto questo hype che mi duole ammettere che se con blackwater mi ero innamorata e se gli aghi d'oro mi aveva convinta tantissimo, già kate mi aveva entusiasmata un puntino di meno e luna fredda su babylon non ha fatto rialzare l'asticella.

quella di luna fredda su babylon è una storia di omicidi brutali, di avidità e di vendetta - e in questo ricorda un po' katie - e di fantasmi, mentre l'ambientazione riporta alla mente blackwater: le sponde di un fiume - lo styx, nome decisamente evocativo - il suo letto fangoso e le sue acque a tratti tumultuose e inquietanti.
ad aggrapparsi agli argini del fiume è una cittadina di nome babylon, molto meno gloriosa della sua omonima di biblica memoria. una cittadina di periferia come tante altre, dove sotto l'apparente tranquillità quotidiana, serpeggiano odi, invidie e risentimenti.

siamo all'inizio degli anni '80 e la quiete di babylon viene squarciata dalla scomparsa di una ragazzina, ritrovata cadavere dopo pochi giorni. un omicidio brutale e insensato che è solo il primo di un crescendo di violenza. attorno a cui si muovono, da un lato, la famiglia larkin - proprietari di una piantagione di mirtilli il cui sfruttamento riesce a malapena a garantirgli una vita dignitosa - e dall'altro i redfield, il vecchio padre, ormai disabile, tanto bisognoso di attenzioni quanto severo, e i suoi due figli, due poco di buono arroganti e desiderosi di mettere le mani sul patrimonio di famiglia.

senza spoilerarvi nulla della trama, la storia prende una piega più che auspicabile e le identità di vittime e carnefice sono rivelate più o meno immediatamente - ma si capisce tutto molto prima - così come il movente. insomma, quello di mcdowell non è un giallo in cui bisogna collegare i fili tra i diversi indizi e arrivare a una qualche soluzione, è a pieno titolo un horror in cui a farla da padrone è la brutalità dei fatti, la miseria dietro le motivazioni che portano a quei fatti e, soprattutto, l'atmosfera sovrannaturale che avvolge ogni cosa. perché - a differenza di quanto succedeva ne gli aghi d'oro o in katie - a cercare vendetta non sono più lə familiarə offesi dalle uccisioni dellə loro carə ma le vittime stesse, o meglio, i loro fantasmi.

sono proprio loro a mettere effettivamente in moto gli eventi e noi lettorə ci troviamo a osservarli da una prospettiva privilegiata rispetto allə personaggə umanə del racconto ma solo fino a un certo punto: sappiamo che, nella babylon di mcdowell, i fantasmi esistono e che partecipano attivamente ai meccanismi della realtà, che sono causa di svariati effetti (ed effetto di una causa sola: la violenza efferata che da persone li ha fatti diventare fantasmi, appunto) e che sono mossi dal desiderio di vendicarsi, ma il loro mondo interiore - ammesso che ce ne sia uno - ci è completamente precluso.
sappiamo, insomma, che esiste una dimensione sovrannaturale, ma non riusciamo a conoscerla veramente. come vivi, per quanto onniscienti, noi lettorə rimaniamo tagliati fuori dalle verità che vanno oltre l'orizzonte delle nostre esperienze.

le figure spettrali e vendicative di babylon sembrano avere una volontà ferrea e degli obiettivi molto ben definiti ma non parlano e, per quello che ne sappiamo, non pensano. soffrono ancora? sono consapevoli? impossibile dare una risposta, restano per noi inconoscibili. il loro aspetto tradisce il destino della parte materiale di ciò che erano ma sono, allo stesso tempo, incorporei e scollegati dalle leggi della fisica.
ed è questa loro natura ambivalente, muta e impossibile da comprendere che li rende (almeno un po') terrificanti, tanto per chi li incontra tra le pagine del racconto, quanto per noi.

se però in blackwater l'aspetto sovrannaturale della storia mi aveva colpita, qui mi ha lasciata poco convinta, come se mancasse qualcosa. più che paura mi hanno fatto provare repulsione e pena e qualsiasi vendetta riescano a ottenere alla fine non riesce a riequilibrare nulla. erano, e restano per tutto il tempo, vittime, quasi che non ci fosse davvero nessuna possibilità di riscatto né di giustizia per loro, quasi che ogni traccia del sé che erano fosse stata annientata lasciando spazio solo al bisogno di vendicarsi.

insomma, luna fredda su babylon è un libro sicuramente unputdownable, come tutti quelli di michael mcdowell, eppure tra tutti quelli pubblicati fino ad adesso, è quello più tiepidino, che (imho) convince ed emoziona di meno. 

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lunedì 15 settembre 2025

il fuso scheggiato - lo specchio rammendato

qualunque sia la nostra storia, dobbiamo trarne il meglio: e se quella storia fa schifo, be', allora possiamo provare a fare del bene prima di andarcene.
e se questo non basta, se in fondo al nostro cuore avido ed egoista bramiamo di più, io ho un solo consiglio: scappare, e non fermarsi mai.

non so quanto sia lecito parlare di retelling quando parliamo degli ultimi due libri di alix e. harrow, il fuso scheggiato e lo specchio rammendato.
ok, quella di “retelling” è una categoria comoda, utile a dare un’idea di qual è il contenuto di questi due mini romanzi, categoria che però - cosa che (per fortuna) vale un po’ per tutte le categorie utilizzate negli ultimi anni in editoria: utili per piazzare i libri sugli scaffali, meno per definire esattamente una storia e perimetrarla in un “genere” preciso - non riesce a contenere quello che sono davvero.

e dunque - ok claudia, abbiamo capito come la pensi su questi hashtag, ora basta - cosa sono il fuso scheggiato e lo specchio rammendato? io direi un ibrido fantasy/sci-fi (à la star wars, per intenderci. cioè: una spiegazione fanta-scientifica, fidati, c’è. e se non sembra avere troppo senso, stacce.) in cui il mondo reale, qui incarnato dalla protagonista zinnia gray, si intrufola nel mondo delle favole, che viene immaginato come un catalogo di possibili esistenze: alla nostra realtà si sommano gli universi generati dalla narrazione. questo multiverso si espande ogni volta che il nocciolo di una fiaba - il suo nucleo fatto di archetipi e topoi narrativi, o di “mitemi”, per rubare una parola a lévi-strauss - viene rielaborato da una specifica sensibilità, cioè quella dellə narratorə immersə nel suo preciso contesto storico-culturale.

alix e. harrow riprende uno dei rami fondamentali degli studi di antropologia/etnologia, ovvero quello che si occupa del racconto popolare - declinato tanto nell’ambito sacro, il mito, quanto in quello secolare, cioè la fiaba/favola - come espressione storicamente situata delle strutture culturali, degli equilibri di potere e dei sistemi di valori e credenze di un popolo.

e, a riprova del fatto che il mito/la fiaba è cosa viva e pulsante ancora capace di raccontare il quotidiano e le sue tensioni, harrow la reinterpreta dandole la sua voce di donna del XXI secolo.
(era molto più veloce chiamarlo “retelling”? ovvio. ma siamo davvero troppo stanchə di appiattire tutto alla sua più brutale semplificazione. e poi un blog non è un social e qui nessun algoritmo ci punisce per essere troppo verbosə. e se anche fosse, ‘fanculo.)

fine pippone.
alle ragazze romantiche piace la bella e la bestia; a quelle tradizionaliste piace cenerentola; a quelle dallo stile gotico piace biancaneve.
solo alle ragazze destinate a morire presto piace la bella addormentata.
zinnia gray è una grande appassionata di fiabe fin dall’infanzia, ha una laurea in antropologia con una specializzazione sulla narrativa popolare e la sua fiaba preferita è la bella addormentata perché zinnia gray è una ragazza destinata a morire presto.
se sul capo di aurora/rosaspina pendeva la condanna di una maledizione (ti pungerai il dito con un fuso e dormirai per cento anni), a zinnia gray le cose vanno peggio perché fin dalla nascita le è stata diagnosticata la malattia generalizzata di roseville. eziologicamente collegata all’inquinamento ambientale - sentite la puzza dell’hashtag #climateficion? - la mgr non ha mai concesso a nessunə di sopravvivere abbastanza di festeggiare il ventiduesimo compleanno. e, all’inizio della storia, zinnia gray è impegnata a soffiare su ventuno candeline, attorniata da gente che sembra più convocata a un funerale che invitata a una festa.

gray di nome e, per quello che riguarda la sfera sessuo-affettiva, di fatto (le personagge di queste storie sono molto queer e ci piace tantissimo), accanto a zinnia c’è l’onnipresente charme, la geniale fichissima amica lesbica che tutte vorremmo (e di cui, probabilmente, tutte ci innamoreremmo almeno un po’), che per l’occasione ha organizzato una festa a tema bella addormentata, con tanto di rose e di immancabile fuso.
ed è proprio quel fuso che permette a zinnia - stanca di vivere sapendo che dovrà morire presto - di attraversare il confine tra il suo universo e quello delle favole.
come inchiostro che, dopo aver calcato troppo le stesse parole, si trasferisce da una pagina a quella successiva, come spiega lei stessa, zinnia si ritrova proprio dentro la storia di primerose, una delle tante versioni de la bella addormentata alle prese con il suo implacabile destino di principessa maledetta.

non vi racconto la trama perché entrambi i romanzi - il secondo si ispira alla fiaba di biancaneve, focalizzandosi soprattutto sulla storia della strega cattiva, cosa che ho apprezzato moltissimo - sono scritti con un ritmo incalzante e una prosa molto scorrevole e colloquiale, perfetta per rendere la voce della narratrice/protagonista (che non lesina parolacce quando serve). insomma, vi ritroverete alla fine quasi senza accorgervene (ma con la voglia di leggerne ancora!).

volevo però concentrarmi su alcuni temi attorno cui harrow ricama tutto il suo racconto.
la storia della bella addormentata è, per antonomasia, la metafora della totale mancanza di potere decisionale delle donne - aurora/rosaspina che dorme per un intero secolo - ma anche dell’odio delle donne per le donne - è una fata a maledirla.
e però... se inventassimo altri modi per leggere questa storia? anzi, meglio, di raccontarla? perché le fiabe non possono restare congelate a una sola epoca, intrappolate nelle parole di un solo narratore. possono - e devono! - cambiare, adattarsi al presente perché il loro scopo è raccontarlo e dare indicazioni per poterlo vivere al meglio.
e la prima cosa che deve cambiare, adesso, è proprio il rapporto tra la principessa e il narratore, perché essere protagonista di una storia narrata in terza persona non è sempre una condizione auspicabile.

infatti, se da un lato il narratore dà alle principesse protagoniste delle fiabe tradizionali grazia, bellezza e altre doti e virtù, se le rende capaci di affrontare e superare momenti molto più che difficili (scappare da un cacciatore attraverso il bosco, sprofondare in un sonno magico a causa di una maledizione, sopportare le angherie di una matrigna e due sorellastre crudeli, perdere la propria voce, eccetera) arriveranno sempre e comunque a quel “e vissero felici e contenti” che qualcuno ha scritto per loro.

e in ogni favola, quale che sia la principessa e la sua storia, felicità e contentezza si traducono sempre allo stesso modo: il matrimonio con un bel principe (di solito quasi del tutto estraneo), mentre la cattiva - una strega o una matrigna, guarda caso sempre una donna - subisce una qualche spaventosa e sadica punizione. fine.

ma davvero questo è quello che sogna ogni principessa? sposare uno sconosciuto col mascellone appena compiuti i sedici/diciotto/ventuno anni, fare dei bambini e vivere per tutto il resto del tempo all’ombra di un re - o di una principessa più giovane e bella? harrow sottolinea un punto fondamentale: la protagonista, per quanto fondamentale nella sua fiaba, non ha alcun potere decisionale (così come ogni strega/matrigna cattiva non può che essere cattiva: invidiosa e gelosa di un’altra donna più bella/giovane/fortunata di lei. quanto è difficile immaginare rapporti di amicizia e sorellanza tra donne? quanto è più facile immaginarle sempre in lotta tra loro per un qualche riconoscimento dato da una società maschilista?).

la storia è scritta per lei ma modellata sui modelli familiari e sociali di un non meglio precisato medioevo che, ancora, influenza anche il nostro tempo e le nostre aspettative.

il fuso scheggiato e lo specchio rammendato sono abitati da personagge che vogliono scardinare i meccanismi su cui si basano le loro storie, sfuggire dal loro destino e liberarsi dai ruoli che qualcuno ha scelto per loro.

ma harrow va oltre il tema dell’autodeterminazione e ne introduce uno che è, forse, ancora più inusuale nel mondo delle favole: quello della sorellanza.
le donne di queste storie non si accontentano di trovare il loro personalissimo lieto fine, ma mettono ogni cosa a repentaglio per liberare le altre. e, personalmente, questo è l’aspetto che ho amato di più in questi romanzi: non più eroici cavalieri che raggiungono il loro obiettivo a colpi di spada, ma donne - principesse, fate, streghe, viaggiatrici del multiverso, amiche e innamorate - che usano le strutture del sistema (narrativo, fisico e sociale) per piegare realtà e aspettative e salvarsi. insieme.

in almeno un paio di passaggi, questi romanzi mi hanno sorpresa parecchio, così come mi hanno dato un sacco di spunti di riflessione sul ruolo dei narratori e delle protagoniste. mi sembra che questi due libri di harrow rispondano alla domanda: cosa succede alle fiabe se lasciamo che siano le donne - libere dalle oppressioni sociali e dalle aspettative legate al loro genere, o almeno consapevoli della loro esistenza! - a raccontarle?

riprendersi la voce che qualcuno ci ha tolto è sempre il primo, fondamentale passo per prendere consapevolezza delle storture che ci circondano, per iniziare un processo di decostruzione e di realizzazione di alternative più vivibili. e se a insegnarci questa cosa sono due romanzi così - divertenti, appassionanti, semplici e leggeri, adatti anche alle lettrici (e, si spera, ai lettori) più giovani, allora tanto di guadagnato.

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venerdì 29 agosto 2025

commenti randomici a letture randomiche (92)

ed eccoci di nuovo con la non-rubrica più amata di sempre, o quantomeno la più utile (per me, ovvio).
le vacanze sono agli sgoccioli, il tempo scarseggia, la malinconia è pronta a esplodere (sì, io sono team estate, per quanto mi piacciano le tisane e le foglie rosse sugli alberi, non le baratterei mai con una bella giornata al mare) e la pagina del mio diario con le letture di agosto (sì, ho un diario vecchio stile) è piena di stelline e voti stratosferici (in realtà ho beccato anche dei libri che non mi hanno entusiasmata o per i quali non era arrivato il momento giusto, che sono finiti nella lista dei questo-lo-leggo-un'altra-volta), quindi devo riuscire a scrivere qualcosa qui prima di partire.

i tre libri di questa volta sembrano lontani anni luce l'uno dall'altro ma in realtà un collegamento c'è. ora vi racconto tutto.

 l'avversario 
se uno viene a dirti che il tuo migliore amico, il padrino di tua figlia, l'uomo più onesto che conosci ha ucciso moglie, figli e genitori, e per di più che da anni mente su tutto, non è naturale che tu continui ad avere fiducia in lui, anche se ti mettono di fronte a prove schiaccianti? che amico saresti se ti lasciassi convincere così facilmente della sua colpevolezza?

vi capita mai di comprare un libro e di abbandonarlo per anni su uno scaffale senza leggerlo e poi, a un certo punto, vi viene voglia di leggerlo e scoprite che era un capolavoro? ecco. con l'avversario è successo esattamente questo.

non avevo mai letto nulla di emmanuel carrère ma sapevo che era uno scrittore a dir poco imperdibile, ed effettivamente non c'è mezzo appunto da fare: quest'uomo scrive da dio.
la storia de l'avversario non aveva meno che nulla che poteva entusiasmarmi, anzi, ad essere sincera m'è venuta voglia di leggerlo sulla scia di agosto è un buco nero.
non si tratta di un romanzo ma di una storia realmente accaduta nei primi anni '90: jean-claude romand - la classica brava persona di buona famiglia, ottima carriera universitaria poi medico rispettabilissimo, ricercatore, amico fedele, padre amorevole e marito devoto - uccide tutta la famiglia, dà fuoco alla casa e prova (?) a uccidersi.
solo che, nel giro di qualche ora, viene fuori una verità impensabile: quest'uomo, in realtà, non si è mai laureato in medicina, non è un medico e non fa il ricercatore. ha mentito su tutto, per più di vent'anni, a chiunque. e nessunə si è mai accortə di nulla.
come è possibile? carrère si mette in contatto con romand, partecipa al processo, prova a capire l'indicibile solitudine di quest'uomo a cui nessunə si è mai interessatə quel tanto che sarebbe bastato a far crollare il suo castello di carte, ricostruisce tutta la vicenda.

il risultato è un racconto da cui è impossibile staccarsi, una storia assurda che si fa paradigma della miseria e della piccolezza dell'animo umano. carrère non commette mai l'errore di lodare l'inganno orchestrato da romand, ma anzi sottolinea come le sue menzogne siano state possibili solo a fronte dello scarso interesse che la sua persona suscitava tra chi aveva un qualche legame con lui, e già solo per questo, l'avversario è una grande lezione di scrittura di cui la stragrande maggioranza dellə giornalistə nostranə avrebbe bisogno.

 ubik 
vi trovate sulla soglia del libro. il libro di un uomo che ha visto dio? il libro di un uomo cui le droghe hanno fulminato il cervello? in ogni caso, varcare questa soglia equivale ad avventurarsi in un territorio dove non siete mai stati. non avete idea di quello che vi attende.
(dalla prefazione di emmanuel carrère)


nell'introduzione de l'avversario, carrère diceva che mentre seguiva il caso romand, stava lavorando alla biografia di philip k. dick, e così mi sono detta che era arrivato il momento di leggere un altro dei libri che mi aspettavano da un bel po' di tempo, uno di dick, appunto. e la scelta è caduta su ubik.
che è un capolavoro.
e non ho idea di come fare a scriverne, però so che mentre lo leggevo ho chiesto perdono per aver usato l'aggettivo "lisergico" a sproposito un sacco di volte. perché prima di leggere ubik - visto che sono troppo ipocondriaca per darmi agli allucinogeni - non avevo neppure la più pallida idea di cosa volesse dire lisergico.

scritto negli anni '60 e ambientato in un 1992 decisamente diverso da quello che abbiamo vissuto, ubik immagina un futuro in cui la vita dopo la morte non è soltanto una questione di fede o di speranza, è la realtà dei moratorium, dove chi è passato a miglior vita viene conservatə in criostasi e una sorta di sé residuale può comunicare con l'aldiquà. inoltre, alcuni esseri umani hanno sviluppato poteri psionici come la precognizione, la manipolazione del pensiero, la telecinesi, eccetera, che - ovviamente - non sempre vengono utilizzati con intenti benevoli. per questo esistono agenzie che si occupano di neutralizzare eventuali minacce psioniche attraverso il lavoro di chi è dotatə di anti-talenti, ovvero della capacità di annullare i poteri mentali. questo il palcoscenico su cui si muovono lə personaggə di ubik, la cui storia inizia con un inganno che dischiude, poco a poco, le porte della loro consapevolezza.

svelare qualcosa sulla trama di ubik sarebbe un crimine imperdonabile. appassionante e cervellotico, ubik è un gioco allucinato che riflette sui limiti della nostra percezione, sradica ogni certezza e reinventa i significati stessi di vita e morte. leggerlo è come accendere una collana di petardi arrotolata dentro al cervello, un'esperienza straniante e meravigliosa che vi consiglio assolutamente.

 bookshops & bonedust 
l'autore lascia le cose così. e però... più ci penso e più... dovrebbe essere ovvio, ma la gente nei libri si sbaglia sempre. inferni maledetti, gli autori si sbagliano. quindi forse è questo che racconta la storia con le parole che sono state scritte, e se invece si potesse guardare oltre il finale? alle parole non scritte? forse sarebbe una storia completamente diversa.

e quindi, dopo aver letto un capolavoro come ubik, le strade erano due: scovare un altra bomba tra gli scaffali, con la certezza quasi assoluta di non poter trovare facilmente qualcosa che fosse all'altezza, oppure buttarsi su qualcosa di completamente diverso, magari un po' più easy.
così mi sono sciroppata quasi in un'unica tirata bookshops & bonedust, prequel di quel legends & lattes che mi aveva fatto scoprire quanto è bello il cozy-qualcosa e quanto bisogno c'è, a volte, di leggere storie così, tranquille e scaldacuore.

la viv che incontriamo qui è decisamente diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere nel primo libro. più giovane e scavezzacollo, viv si è appena lanciata nella sua prima vera, grande e importante impresa: sconfiggere la necromante varine ed entrare a far parte a tutti gli effetti della compagnia mercenaria dei corvi di rackam. ma le cose non vanno come sperato e una brutta ferita alla gamba la costringe a lunghe settimane di convalescenza nella piccola, pacifica cittadina costiera di murk.
quasi rassegnata a morire di noia, viv non immagina nemmeno quanto i giorni che la aspettano stravolgeranno la sua vita e cambieranno così tante cose in lei...

travis baldree sa scrivere bene, sa come trattenere qualcuno tra le pagine dei suoi libri ma, soprattutto, sa trasmettere il suo amore per le storie, per quel legame quasi magico che si crea tra chi racconta e chi legge o ascolta e, in mezzo, con lə personaggə, che a volte sono amicə, altre volte specchi.
bookshops & bonedust, ancora più di legends and lattes, mi è sembrato un regalo fatto proprio a tutte quelle persone che si fanno incantare dai libri, che sono rimaste affezionate alle favole dell'infanzia e che si perdono nei sogni ad occhi aperti. le storie di viv sono come sciarpe tessute a mano da chi conosce tutti i tuoi colori preferiti, non solo scaldano e coccolano ma sono fatte proprio per te.

martedì 29 luglio 2025

l’occhio dell’airone

«come rifiuto la violenza, così rifiuto di servire i violenti»



l’occhio dell’airone sembra quasi un allenamento prima della stesura del ben più famoso - a ragione - i reietti dell’altro pianeta ma, in realtà, questo breve romanzo è stato pubblicato per la prima volta un paio d’anni dopo la storia di urras e anarres.

il tema di fondo, se pur non perfettamente uguale, è molto simile in entrambi i romanzi: lo scontro di due comunità guidate da principi diametralmente opposti.
questa volta, però, le due comunità si ritrovano sullo stesso mondo, victoria (nome che ha echi politicamente probabilmente non casuali), colonizzato in principio per diventare un pianeta-prigione dove i terrestri avrebbero potuto scaricare gli elementi più indesiderabili della società umana.

dopo questa prima ondata di coloni-prigionieri, su victoria arriva un altro gruppo formato da quellə che potremmo definire auto-esiliati politici o migrantə ideologicə, allontanatə dalla terra non per aver commesso un qualche tipo di crimine ma per il loro desiderio di fondare una comunità basata sulla non-violenza, sulla mancanza di gerarchie e sulla libertà di autodeterminazione.

nel corso dei secoli, le due comunità, anche se geograficamente prossime e in contatto tra loro, si sono sviluppate rimanendo ben separate e riconoscibili: la prima - che vive in quella che è semplicemente denominata “la città”, autoconferendosi così lo status di società progredita e organizzata, ha replicato le più stringenti strutture culturali di stampo patriarcale che ben conosciamo e l’altra, che invece si è organizzata nella cittadina rurale di shantih, ha continuato a portare avanti le idee della generazione pioniera, finendo ben presto per essere fortemente subordinata alla dominazione dei cittadini.

in questo scenario - popolato da una varietà di specie animali aliene che, pur diverse tra loro, condividono il rifiuto totale della domesticazione, e da boschi, foreste e montagne selvagge e ancora libere dalla catastrofe di stampo antropico - ursula k. le guin mette in piedi una tragedia annunciata già nella sua stessa premessa: quando lə abitantə di shantih decidono autonomamente di creare una nuova colonia indipendente per poter meglio provvedere all’autosostentamento di tutta la popolazione, la città prova a bloccare ogni tentativo di scelta e impone con la forza il proprio controllo.

persanaggia fondamentale è luz marina, figlia del consigliere falco - di fatto il capo della comunità cittadina - che non soltanto rinnega il suo ruolo di donna, confinata nell’ambiente domestico, soggetta al volere paterno e costantemente minacciata dal giudizio (e dalla violenza) maschile, ma che pure deciderà di mettere in discussione il suo ruolo di privilegiata, sfidando l’ordine costituito e schierandosi letteralmente dalla parte dei reietti.

come in tutti i romanzi che ho letto di le guin, l'autrice non propaganda mai le sue idee, anzi, le mette in discussione in modo intelligente, ne mostra le fragilità pur lasciando intendere chiaramente quali sono le bussole etiche e morali che guidano il suo pensiero.
le guin non dà mai risposte facili né soluzioni a poco prezzo, anzi, ma suggerisce sempre quali devono essere le domande giuste da porsi e quali gli strumenti per risolverle.

l’occhio dell’airone suona a volte quasi come un incompiuto e molto del racconto chiede approfondimenti e deviazioni dalla trama principale, eppure - se anche non si avvicina alla grandezza dei grandi capolavori dell’autrice - rimane un tassello interessante nel mosaico narrativo e ideologico di le guin, per cui mi auguro che possa tornare a breve nel catalogo di qualche editore.

mercoledì 23 luglio 2025

cloro

scordatevi quello che sapete sulle sirene. è da troppo che vi vengono propinate fiabe per bambini, ripulite dal sangue e dal fango delle loro versioni originali da uomini in completo e ventiquattrore. vi hanno venduto amori fasulli a tinte pastello. per merito loro e delle multinazionali disumane per cui lavorano, ora credete che le sirene indossino conchiglie a mo' di bikini, che nuotino in mare e che abbiano chiome rosse e fluenti. credete che vogliano accoppiarsi con marinai dotati di gambe, oppure attirarli verso morti acquatiche; è sempre un "oppure", mai un "e". pensate che le sirene odino i propri corpi e le proprie code, anche se è lì che risiede il loro potere. pensate che le sirene non abbiano potere.
vi sbagliate.

non c'è nulla di "buono" nelle sirene. nulla di carino né di fiabesco, anche se una versione edulcorata di queste creature popola libri illustrati per bambine (soprattutto, bambine). ren yu lo sa benissimo perché, pure se sembra una ragazza qualsiasi, anche lei è una sirena.
a risvegliare la sua natura non è il salmastro delle onde del mare ma l'odore chimico del cloro, il modo in cui impregna la pelle e resta lì, a ricordare tutte le aspettative che il mondo ha riversato dentro ren.

il suo corpo perfetto è ricettacolo di uno straordinario talento per il nuoto - d'altronde, in che altro dovrebbe eccellere una sirena? - che si palesa fin dal primo tuffo in piscina. il suo corpo, prima ancora del suo nome, tradisce la sua non-appartenenza a quell'america che non le perdona di essere cinese. il suo corpo è quello che jim, il coach di nuoto, guarda e tocca, pur sempre senza sforare nell'illegalità, ovvio, ed è quello strizzato dentro costumi striminziti che lasciano segni rossi sulle spalle, raschiato da un rasoio che le libera la pelle da ogni pelo, costretto ad allenamenti massacranti perché quello che conta è che quel corpo sia veloce, sempre più veloce.
il suo corpo è quello che prende a sanguinare ogni mese tra dolori lancinanti, è quello che deve trasformare tutto il cibo che jim le dice di ingurgitare in energia per vincere ogni gara. il suo corpo è quello che esige un pagamento in ibuprofene spesso, sempre più spesso, per lasciarla libera dal dolore e permetterle di nuotare.
il suo corpo può anche non essere suo quando qualcuno decide di farne ciò che vuole.
il suo corpo è quello che la rende debole, lenta e vulnerabile. umana.

femmina condannata a soffrire al ritmo del suo utero, figlia di una famiglia spezzata, straniera in terra straniera che nasconde canzoni cinesi nelle cuffie, la storia di ren è una storia di formazione crudele e incompiuta, frustrata da mille ferite. ren cresce e prova a trovare sé stessa in mezzo a tutto quello che non va, senza nessuno strumento per riuscire a tirarsi fuori da quel lento scivolare in una sofferenza che non sa riconoscersi e che si trasforma in rabbia, in un continuo tentativo di superare i propri limiti, di liberarsi di quell'assurda forma umana per trascendere come sirena.
libera, potente e feroce come adesso non le è dato di essere.

il senso della storia di ren è tutta in quelle due parole: femmina e trascendenza. il suo desiderio è il superamento di uno stato miserabile, l'abbandono di un peso, la fuga da una prigione che non è semplicemente la sua condizione di essere umano, ma quella di essere umano di sesso femminile in un mondo patriarcale, a cui si aggiunge il peso del suo valore in termini di successo e produttività inserito in uno schema in cui tutto - persone e talenti inclusi - sono capitalizzati e spremuti fino all'ultima goccia.

man mano che la sua storia va avanti la trama del reale si squarcia.
chiamatelo realismo magico, chiamatelo body horror, ma quello che succede è un progressivo dissociarsi di ren da sé stessa, mentre abbraccia l'idea di una trasformazione che rovescia la narrazione favolistica: se nei racconti della nostra infanzia la sirenetta sorrideva emozionata alle sue due gambe, ren è ossessionata dall'idea della sua carne che si fonde in un'unica potente coda, immagina la sua pelle seccata dal cloro rinforzarsi di squame, pregusta la sua fame di sesso trasformarsi nella capacità di mangiare letteralmente gli uomini.

e man mano che la sua storia va avanti, qualcosa inizia a minare le certezze dentro noi lettorə. dall'iniziale ammirazione - e forse un po' d'invidia? - per quella meravigliosa nuotatrice, per la sua forza e l'eleganza con cui il suo corpo si adatta all'acqua e l'attraversa con grazia, per il suo riuscire ad attirare sguardi ammirati e desiderosi, per la sua straordinaria forza d'animo, sprofondiamo presto in una spirale di disperazione furiosa e sofferenza e in un'angosciante tensione che sfocia nella follia e nella violenza autoinflitta.

jade song scrive ispirandosi ai suoi dodici anni trascorsi come nuotatrice agonistica e lascia parlare ren in prima persona, senza filtri, di un'adolescenza mostruosa costellata di razzismo, misoginia, autolesionismo, disturbi alimentari, omofobia, depressione e violenza sessuale.
il racconto di ren è interrotto dalle lettere che cathy le scrive da un futuro non sappiamo quanto lontano, frasi che alludono a qualcosa che non riusciamo a cogliere pienamente e che vanno ad acuire quel senso di inquietudine che ci prende così presto nella lettura.

cloro è il romanzo che mi ha fatta uscire da un blocco del lettorə che pensavo non sarebbe finito più, che mi ha scossa durante un momento di apatia e stanchezza insopportabile, e per questo lo ringrazio.
ma soprattutto lo ringrazio perché è un romanzo che mi ha fatta arrabbiare, e so che la rabbia è un sentimento fondamentale per scrollarsi di dosso tutto lo schifo sotto cui il mondo prova a seppellirci.
è un racconto denso, ogni scena è pregna di significati, quasi di simboli che raccontano una lenta, angosciante e inesorabile caduta. è un romanzo feroce con dei trigger warning enormi, che se pure non si perde in graficismi superflui sa come fare male.
eppure, è un dolore pieno di rabbia, di desiderio di evadere che si spinge oltre i confini del possibile, fino a una conclusione straniante e catartica.

lunedì 28 aprile 2025

negli universi

penso che, per qualcuno di noi, ci saranno momenti in questa vita in cui saremo in bilico sul confine tra l'andare e il restare, e da quale lato penderemo ha poco a che fare con le decisioni o il desiderio o il fato e tutto a che fare con le circostanze.

prima di leggere negli universi, se mi avessero chiesto cos'è la realtà? non ci avrei pensato più di tanto, avrei risposto che realtà è l'hic et nunc, lo spaziotempo che percepisco e in cui mi percepisco nell'esatto momento in cui mi viene posta la domanda. il passato è ricordo, nostalgia o rimpianto, il futuro solo immaginazione e qualsiasi ipotesi su quello-che-non-è-stato-ma-forse-avrebbe-potuto-essere nulla di più che sogni ad occhi aperti.
ma se accettiamo l'idea che di fianco al nostro esistano infiniti universi paralleli, allora la risposta a quella domanda cambia radicalmente: realtà inizia a significare tante cose e il presente può essere definito da un'infinità di possibili passati e portare a un'infinità di possibili futuri. forse migliori di quello che vedremo.

il romanzo di emet north prende le mosse proprio da questa idea. ad ogni capitolo l'esistenza di raffi si sposta da un universo all'altro. o meglio: raffi e la sua vita esistono in ogni universo e noi, ad ogni capitolo, ci spostiamo da uno di questi a un altro, leggendo alcune delle versioni possibili del suo essere al mondo. nella prima, raffi studia proprio gli universi paralleli e immagina che in qualcuno di questi le cose con britt, una scultrice che ha conosciuto per caso e di cui si è innamorata senza trovare il coraggio di fare anche solo un passo verso un possibile futuro insieme a lei, possano essere andate in modo diverso...
l'idea degli universi paralleli esiste tanto nella fisica quantistica quanto, ovviamente, nella fantascienza ma nel romanzo di emet north la scienza, attuale o immaginata che sia, c'entra poco.
è la volontà di redenzione che esplode la realtà e la scompone in un'infinità di possibili varianti di sé stessa. l'errore, la colpa e il bisogno di rimediare, di rimescolare gli stessi elementi ancora e ancora fino a trovare la combinazione esatta per cancellare il dolore, anzi, per evitare che possa mai essere stato.

di capitolo in capitolo e di possibilità in possibilità, infatti, alcuni elementi tornano come se l'esistenza stessa di raffi non potesse essere se non in correlazione a loro: relazioni familiari disfunzionali, cavalli argentati, l'essere queer (e accettarlo o non accettarlo), la presenza - e spesso la paura - dei cani, la creazione artistica, la riflessione sulle strutture della realtà, amori irrealizzabili e altri terminati. e poi raffi, britt, kay, alice, graham, caleb e tutti i possibili legami che possono tenerlə insieme in una delle possibili dimensioni temporali.

l'esistenza che si ricompone come un prisma i cui lati trovano nuovi angoli e punti di contatto nella speranza di trovare la forma adatta a farsi rifugio, quella in cui raffi non avrà sbagliato.
legge la parte del libro sui viaggi nel tempo che parla del tornare nel passato per salvare qualcuno che ami. "per quel che ne sappiamo", dice il libro, "è possibile solo se l'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica è vera. e se è vera, allora c'è già un universo parallelo in cui la persona che ami ora sta bene. e questo perché esiste ogni universo possibile. purtroppo, ti trovi in quello sbagliato.
c'è un universo in cui raffi pensa che in un altro universo aveva salutato quella bambina, invece di nascondersi. un altro in cui le ha chiuso la porta in faccia e ha distrutto tutto, un altro ancora in cui non ha risposto al telefono quando doveva. c'è un universo che è un incubo post apocalittico in cui gli animali sono posseduti da entità aliene e feroci e uno ancora dove diventare madre di una figlia femmina fa conflagrare il corpo delle donne in orde di animali. quello dove le donne partoriscono polpi e quello dei castelli di sabbia e uno in cui la pelle smette di funzionare.
in qualche modo, ognuno di questi contiene i presupposti dell'altro, come se fossero tutti concatenati, parte di una stessa struttura frattale, una forma che ripete sé stessa su scale differenti.

in ogni storia-universo, raffi mantiene un distacco quasi schizofrenico dalle sue stesse emozioni. per quanto tremende possano essere, per quanto dolore possa sperimentare, per quanto senso di colpa si ritrovi a trascinarsi addosso, raffi guarda alla sua interiorità come se stesse facendo un'analisi di laboratorio. o come se, in qualche modo, le differenti versioni di sé fossero coscienti della coesistenza di ogni momento di ogni universo nello stesso istante. se l'idea del multiverso rimanda immediatamente a quella di variazione, basta uno sguardo un po' più ampio per comprendere che la frammentazione e riformulazione del reale ha più a che fare con la permanenza e quindi con la conoscibilità di ogni dimensione temporale e di ogni possibile alternativa.

questo senso di onniscienza scavalca il limite materiale del romanzo in vari modi: mentre leggiamo, noi riusciamo a vedere il riproporsi dei diversi elementi in differenti combinazioni; raffi sembra riuscire a essere estranea a sé stessa e, allo stesso tempo, sembra indicarci di volta in volta quali sono i punti chiave di ogni storia, quelli a cui guardare per trovare le connessioni nel multiverso. infine, negli universi sembra riprendere la vita stessa di emet north: come le diverse raffi (o altrə personaggə) dei diversi universi, ha lavorato alla nasa, ha insegnato snowboard, ha addestrato cavalli, ha studiato la possibile esistenza del multiverso, è queer e traduce dallo spagnolo all'inglese, e cioè usa due diversi linguaggi-schemi di pensiero per traslare un racconto da una dimensione a un'altra.
negli universi è il suo primo romanzo, un esordio interessantissimo, letteralmente un meraviglioso caleidoscopio di parole.

giovedì 24 aprile 2025

the inheritance trilogy ~ la successione

la mia gente racconta storie sulla notte in cui nacqui. dicono che in pieno travaglio mia madre incrociò le gambe e lottò con tutte le sue forze per non mettermi al mondo. ovviamente nacqui lo stesso: la natura non si può fermare. eppure non mi sorprende che ci abbia provato.

the inheritance trilogy è la prima trilogia di n. k. jemisin.
lo dico perché le vogliamo bene e possiamo perdonarle le ingenuità che qui e lì si presentano in questi tre romanzi. personalmente, ho trovato più interessanti il secondo e il terzo libro (al punto che mi sono detta che se il primo fosse stato pubblicato in un'edizione diversa dal malloppone che li raccoglie tutti, probabilmente avrei abbandonato la lettura senza neppure arrivare a metà del primo).

provo ad andare con ordine (e senza fare spoiler).

le premesse del primo libro, i centomila regni, erano molto interessanti: siamo in un mondo in cui gli dei camminano letteralmente tra gli esseri umani e tutto è governato da un'unica, potentissima famiglia, quella degli arameri. la giovane yeine, discendente dellə arameri ma appartenente al popolo darre, viene convocata a cielo, il palazzo degli arameri, per partecipare alla cerimonia di successione al trono che governa i centomila regni.

quella dellə arameri non è esattamente una famigliola felice e affettuosa, anzi. la linea di sangue più pura domina sugli altri rami della famiglia e lə parenti meno nobili costituiscono la servitù del palazzo, ogni classe riconoscibile da un sigillo tatuato sulla fronte che definisce l'appartenenza a una delle linee di sangue. lə arameri non si mescolano con la gente di altri popoli, al massimo la dominano, ed è per questo che la decisione di kennith di sposare un darre l'ha portata a essere odiata, ripudiata e allontanata.
ma lə arameri non sono solo questo: dispoticə e sadicə, hanno approfittato della guerra degli dei, avvenuta all'alba dei tempi, per imprigionare le divinità cadute - nahadoth, signore dell'oscurità, e sieh, il trickster, sconfitti, insieme alla defunta signora grigia, enefa, da itempas, signore della luce - e usarle come armi. e, peggio, all'occorrenza come passatempo.

yeine si ritrova così da un lato invischiata nelle trame di corte, e dall'altro, però, deve affrontare un segreto che si porta - letteralmente - dentro dalla nascita: nel suo corpo convivono due anime e questo la lega strettamente alle vicende degli immortali.
ed ecco cos'è che non mi è piaciuto affatto: la componente romance tra lei e nahadoth. la loro relazione non solo è terribilmente tossica, ma è così infarcita di cliché che mi ha reso la lettura davvero pesante (e, secondo il mio modestissimo avviso, tutti quei dettagli non erano affatto utili né interessanti).
togliendo dalla narrazione tutto quello che non solo non è essenziale, ma che è semplicemente noioso (e a volte anche un po' imbarazzante) ovvero tutti i dettagli sulla relazione amorosa tra yeine e nahadoth, avremmo avuto un bel racconto molto più breve, ottimo per addentrarci in questo universo.
e invece.

abbiate pazienza però, perché già nel secondo le cose migliorano.

i regni spezzati si colloca una decina d'anni dopo la fine del primo romanzo e ha come protagonista oree shoth, un'artista cieca capace di vedere, però, la magia.
oree vive a ombra, la nuova città sorta tra le radici dell'albero del mondo sotto cielo (so che è poco chiaro ma non posso dirvi di più senza spoilerare tutto, scusate). lo sconvolgimento creato da yeine ha permesso il ritorno di molte deidi sulla terra e il moltiplicarsi dei culti religiosi, ma è ancora a itempas che la maggioranza dei fedeli si rivolge.

così, per oree non è affatto una cosa tanto straordinaria trovare tra la spazzatura un deide un po' malconcio e portarselo a casa. muto e poco socievole, verrà battezzato da oree shiny, per la sua capacità di brillare di magia ogni mattino al sorgere del sole.
la vita di oree continua tranquilla tra il suo lavoro di venditrice di oggetti d'arte al mercato di ombra - sempre pieno di turistə e pellegrinə diretti all'albero mondo - e la sua strana convivenza con shiny, fino al giorno in cui trova il cadavere di una deide a cui è stato rubato il cuore, e viene sospettata dell'assassinio.
da questo momento la situazione precipita sempre di più per oree, mentre intorno a lei certe importanti rivelazioni stravolgono la sua - e la nostra - conoscenza del pantheon e delle relazioni tra esseri divini e umani.

oree mi è piaciuta molto di più di yeine come protagonista, e anche la sua storia è molto più interessante e appassionante. oree non si lascia trascinare dagli eventi e, anzi, nonostante le tante difficoltà che si ritrova ad affrontare mantiene sempre una forza straordinaria. c'è un po' di componente romance anche qui ma non l'ho trovata fastidiosa come nel primo romanzo - e non è nemmeno il tema principale della storia. ho anche apprezzato tanto il modo in cui è stata rappresentata la sua cecità e ancora di più come questa, di per sé, non sia motivo di discriminazione a ombra (non ci vivrei ma almeno non è una realtà abilista).
la vicenda di oree dà maggiore struttura al mondo costruito da jemisin, ci spiega meglio quali sono le leggi che regolano la vita degli immortali, le gerarchie interne e su cosa si basano le differenziazioni tra di loro, chiarendo tutto quello che nel primo libro veniva solo accennato.

del terzo romanzo, il regno degli dei, la quarta di copertina vi dice che la protagonista è shahar arameri.
però non è vero.
il protagonista è sieh, la deide - figlio cioè di due dei tre, in questo caso di enefa e nahadoth - che avevamo già incontrato accanto a yeine e che appare anche nella storia di oree.
sieh è il mio personaggio preferito di tutta la trilogia. incarna quello che nelle diverse mitologie è il trickster, l'imbroglione, e il dio dell'infanzia. ambiguo per natura, sieh vive in quello spazio liminale tra infanzia ed età adulta dove la morale non è quella dellə mortali ma neppure quella dellə deə: le leggi che guidano le sue azioni appartengono solo a lui e ai suoi impulsi del momento.
scaltro, amorale e privo di pietà come ogni bambinə che non ha ancora imparato a vivere secondo le regole del suo mondo, sieh ha già dimostrato però di essere capace di amore e lealtà (se, quando e verso chi vuole), tanto quanto di odio: quello che a sieh sembra impossibile riuscire a fare è lasciare che i suoi sentimenti cambino al cambiare delle situazioni. come per tutte le divinità, la sua natura è immutabile.

la storia inizia, ancora una volta, a cielo, nel palazzo arameri. sono passate generazioni dai tempi di yeine e anche se sieh non è più legato alla famiglia arameri, sembra incapace di allontanarsi definitivamente da cielo. qui incontra per la prima volta shahar e dekarta arameri, due gemellə figlə della reggente della famiglia, cresciutə con la stessa arroganza che ha caratterizzato da tempo immemore la loro stirpe, ma ancora bambinə. e come tuttə lə bambinə, desiderosə di fare amicizia e giocare con lə coetaneə come sieh.
provato il loro valore agli occhi della deide, shahar e dekarta riusciranno a convincerlo a stringere un patto di sangue con loro: saranno amicə per sempre. ma nel momento in cui i loro palmi incisi e sanguinanti si toccano, tutto viene travolto da un'inspiegabile esplosione.
lə bambinə sopravvivono, ma sieh si risveglia otto anni dopo, prigioniero di un corpo umano, debole e quasi incapace di esercitare la magia, che invecchia troppo velocemente.

mentre cerca di recuperare la sua natura divina e di tenere a bada il suo nuovo corpo da adulto, sieh dovrà da un lato gestire la complicata relazione con shahar e dekarta - a cui si trova legato da sentimenti che vanno oltre l'amicizia giuratasi da bambinə - e dall'altro muoversi un mondo che vuole scrollarsi di dosso il dominio arameri.

non so decidere quale tra il secondo e il terzo sia il mio preferito della trilogia, mi sono piaciuti tantissimo entrambi: le storie di oree e di sieh sono imprevedibili, il ritmo della narrazione è sempre alto e non lascia spazio a momenti di noia e le loro vicende aprono a riflessioni interessanti: ragionare sulla natura delle divinità significa ragionare su quella delle creature mortali perché è impossibile provare a capire le prime senza metterle a confronto con le seconde.

the inheritance trilogy è un fantasy che, nonostante sia incentrato su tematiche come l'amore, le relazioni familiari e la politica, potrei definire filosofico: cosa sarebbe di tutta la nostra cultura se davvero potessimo camminare sulla terra insieme allə deə? cosa sarebbero i nostri miti se non la nostra storia e cosa sarebbe la storia umana se non un breve capitolo nell'immenso libro di quella divina? e cosa ci differenzierebbe dallə immortalə se non la brevità della nostra esistenza e la capacità, quindi, di mutare nel corso della nostra vita, di trasformarci nel corso del tempo in infinite versioni di noi stessə?

sicuramente non è un capolavoro imperdibile, soprattutto per colpa del primo libro che sembra davvero uno scoglio insormontabile, ma è un'ottima lettura per chi apprezza il genere. il wordbuilding è interessante e ben strutturato, e si svela poco alla volta senza spiegoni noiosi, andando avanti con le storie - i tre romanzi principali e i racconti conclusivi - e dellə personaggə, divinə e non, ben caratterizzatə.

martedì 15 aprile 2025

la falce dei cieli

le cose non hanno uno scopo, come se l'universo fosse una macchina, in cui ogni parte svolge una funzione utile. qual è la funzione di una galassia? non so se la nostra vita abbia uno scopo, e non mi pare che la cosa abbia importanza. la cosa che ha importanza e che noi siamo una parte. come un filo di lana in un tappeto, o un filo d'erba in un prato. quello esiste e noi esistiamo. la cosa che stiamo facendo è come il vento che soffia sull'erba.

ho sempre amato moltissimo il vecchio adagio che recita attenzione ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi, perché credo che riesca a riassumere al meglio l'idea che qualsiasi cosa, anche quella fatta con le migliori intenzioni, può portare a un concatenarsi di conseguenze via via sempre più spiacevoli, se non addirittura drammatiche e irreparabili.
la falce dei cieli di ursula k. le guin, da poco ripubblicato da mondadori, sì rifà proprio a quest'idea.

estraneo al ciclo dell'ecumene, la falce dei cieli gioca con l'immaginario fantascientifico per indagare l'interiorità degli esseri umani, il mondo psichico. anzi, più precisamente, la sua dimensione inconscia, che confluisce poi nel regno dei sogni.

è qui che george orr, protagonista del romanzo, riesce a fare qualcosa di impensabile: i suoi sogni - o meglio, alcuni di essi, che lui definisce efficaci - trasformano la realtà, agendo retroattivamente su di essa e cambiandola senza che nessunə, tranne orr stesso, ne sia consapevole.
orr è dunque sia l'unico (probabilmente) essere umano in grado di mutare il tessuto della realtà, sia un archivio vivente di tutte le realtà-che-sono-state e che si sono perse a seguito di uno dei suoi sogni efficaci.
un potere spaventoso che orr non può controllare, proprio come nessunə di noi può controllare i propri sogni. un potere che orr non vorrebbe avere.

ed è proprio per il desiderio di sottrarsi a tutto questo che orr finisce in cura da uno psichiatra, il dottor haber. entrambi, orr e haber, vivono in quello che, negli anni '70 del secolo scorso, per le guin era un futuro prossimo e per noi è già passato (ed è difficile dire da quale delle due prospettive è la più terrificante): è il 2002 e a portland, nell'oregon, dove paziente e medico vivono, piove sempre. la popolazione mondiale è troppo numerosa e la malnutrizione è inevitabile. il cambiamento climatico ha reso il pianeta inospitale, nonostante l'umanità si aggrappi a quella cosa che chiama vita con le unghie e con i denti, e la guerra sconvolge i paesi del sud-ovest asiatico (visto che possiamo evitare di chiamarlo medio oriente?).
nessuno dei sogni di progresso, di pace e di benessere mondiale è stato realizzato, anzi.
sogni di progresso, pace e benessere.
sogni.

la prima volta che orr rivela i suoi timori ad haber, è rassegnato all'idea di non essere creduto. sa che per chiunque altro è impossibile immaginare che i sogni di un uomo anonimo come lui possano avere un potere così grande.
ma haber è un uomo di scienza e, prima di etichettare orr come il solito psicotico con manie di onnipotenza, decide di metterlo alla prova. grazie a un macchinario di sua invenzione, l'aumentatore, spiega a orr di poter controllare i ritmi del suo cervello (chiedo perdono di questa mia spiegazione a ogni neurologhə che si ritroverà eventualmente a leggerla) e di poterlo portare a sognare in modo efficace ma controllato. questo primo esperimento convince haber della sincerità orr, e gli spalanca le porte all'opportunità di realizzare ogni possibile miglioramento nell'intera realtà sfruttando i sogni di orr.

haber e orr sono due personaggi diametralmente opposti: haber non dubita mai, neppure un momento, della legittimità delle sue azioni. è sicuro che modificare il mondo, agire sulla sua storia per trasformare il presente e tendere verso un futuro che sia il più possibile simile alla sua personale idea di bene, sia non soltanto una possibilità ma una sorta di dovere. haber deve agire. deve imporre il suo giudizio sul reale per piegarlo alla sua logica e ai suoi desideri, perché crede fermamente che questi siano la migliore soluzione per tuttə, anche quando il prezzo da pagare è tremendamente caro.

se haber è il mutamento, orr è l'equilibrio, la stasi perfetta, la migliore interpretazione possibile del termine medio. orr non si affida a ciò che crede ma a ciò che sa, e sa che nessunə, neppure nella peggiore delle situazioni, può decidere del destino di miliardi di esseri viventi. orr sa che non può affidarsi a uno strumento incontrollabile come i sogni e sa, soprattutto, che nessunə può distanziarsi così tanto dalla natura umana per mutarsi in dio. perché se a ogni cambiamento di continuum - come lo chiama haber - le memorie delle diverse realtà restano e si sommano nella mente di chi ha sognato o ha pilotato il sogno, la realtà per quell'individuo andrà sempre più disgregandosi, portandolo infine alla follia. perché è l'irrealtà a farci impazzire, il vuoto generato dal disfacimento del tessuto del reale e l'impossibilità di rimanere connessə allə altrə.
sapeva che quando si nega ciò che si è, si finisce con l'essere posseduti da ciò che non si è: dalle ossessioni, dalle fantasie, dalle paure che accorrono a colmare il vuoto.
la falce dei cieli è il romanzo più filosofico - se per filosofia intendiamo l'indagine intellettuale su ciò che esiste, sul come e sul perché esiste - tra quelli che ho letto di ursula k. le guin.
nella storia, i piani della realtà si sovrappongono e noi lettorə, proprio come orr e haber, ci ritroviamo nei panni di chi riesce a vedere in trasparenza tra tutti gli strati creati dai sogni efficienti, trovandoci sempre più disorientatə in una trappola multidimensionale di realtà sostituite.

per farla brevissima: l'ennesimo capolavoro di una scrittrice straordinaria.

giovedì 13 marzo 2025

il mondo di rocannon

come si può distinguere tra leggenda e realtà, su mondi che giacciono a molti anni di distanza dal nostro? pianeti senza nome, che i nativi chiamano semplicemente "il mondo"; pianeti senza storia, dove il passato è materia di mito e dove l'esploratore che vi fa ritorno scopre che le sua azioni di pochi anni prima sono diventate le gesta di un dio. un velo buio di irrazionalità si stende sull'intervallo di tempo che le nostre astronavi attraversano alla velocità della luce, e nell'oscurità proliferano l'incertezza e le esagerazioni, come erbacce.

il mondo di rocannon di ursula k. le guin è considerato il primo romanzo del ciclo dell’ecumene, una serie di romanzi autoconclusivi e di racconti - presenti in raccolte come ritrovato e perduto - le cui vicende sono indipendenti e che quindi possono essere in qualsiasi ordine, ma che condividono la stessa ambientazione, cioè l’universo colonizzato dal pianeta hain, il mondo di provenienza della specie umana.

da hain, l’umanità si è spostata in decine di pianeti e, nel corso del tempo, si è adattata ed evoluta sulla base delle necessità dettate dalle diverse condizioni ambientali dei mondi colonizzati. nonostante le differenze biologiche e culturali, che si sono sempre più accumulate nel corso dei secoli, è riuscita a riunirsi in quello che, appunto, si definisce ecumene, una colossale struttura sociale, politica ed economica. l’unità è garantita grazie a tecnologie di comunicazione - come l’ansible - e di trasporto interstellare, elementi fondamentali anche delle vicende raccontate nei romanzi e nei racconti.

è grazie alla possibilità di incontro, comunicazione e scambio - non sempre positivi, come ad esempio ne il mondo della foresta - che le guin riesce a raccontare l’enorme ventaglio di possibilità entro cui l’umanità può organizzare la sua esistenza, con una prospettiva fortemente antropologica che rende sempre le sue storie estremamente realistiche e fantascientifiche (perché anche le scienze sociali sono scienze).

le storie del ciclo dell’ecumene sono ambientate sia prima che dopo l’avvento dell’ecumene propriamente detto, raccontandoci così - in una narrazione orizzontale che resta sempre sullo sfondo di ogni vicenda - anche la storia di un’unione di mondi e degli infiniti possibili modi di esistere come esseri umani.

il mondo di rocannon, pubblicato per la prima volta nel 1966, ci presenta fomalhaut II, un pianeta il cui sviluppo tecnologico è assimilabile a quello della nostra età del bronzo o poco più, abitato da tre specie umane già note e da altre su cui mancano informazioni. le prime sono lə gdemiar, il popolo d’argilla, dalla pelle chiara e i capelli scuri, di piccola statura, abituatə a vivere sotto terra e prevalentemente notturnə; lə fiia, altrettanto piccolə e chiarə di pelle ma biondə, amantə della luce e della natura. infine vi sono lə liuar, più altə e fortə, organizzatə in una sorta di società feudale in cui la nobiltà di lignaggio deve essere confermata dal coraggio, dalla lealtà e, più in generale, da un preciso codice morale che regola i rapporti intra- e interspecie, ma soprattutto da alcune caratteristiche somatiche che dividono la specie in due: da un lato lə angyar, lə signorə, dalla pelle scura e i capelli biondi o rosso-oro, dall'altra lə olgyior, la plebe, che come lə gdemiar hanno la pelle chiara e i capelli scuri.

lə liuar sono la popolazione più nota dallə studiosə del pianeta e la loro storia, così antica da perdersi nella leggenda, si fonde con quella di rocannon, grazie agli sfalsamenti temporali dovuti ai viaggi intergalattici.

il tono del romanzo è sospeso tra epica, fantasy e fantascienza proprio in virtù del fatto che fomalhaut II vive in un’epoca di sviluppo tecnologico ancora distante da quello degli altri pianeti - come ad esempio nuova georgia del sud, il pianeta da cui arriva rocannon, etnografo in missione, che ospita la base esplorativa delle forme di vita a intelligenza elevata della lega.

il prologo alla vicenda sembra una favola, la leggenda di un mondo lontano nel tempo: il lungo viaggio della regina semley per recuperare il suo tesoro perduto, così da ridare lustro alla sua casata e al suo re. è affascinante come le guin suggerisca che l’inspiegabile è tale solo fino a che non si fanno proprio le conoscenze scientifiche e tecnologiche che lo rendono possibile, e che lo faccia senza giudizi di sorta, scrollandosi di dosso quel senso di sufficienza e superiorità che ha caratterizzato la prima etnografia.
allo stesso modo, anche rocannon stesso, per quanto provenga da una realtà più progredita, rifugge da facili giudizi e riesce a costruire legami sinceri con lə coprotagonistə del romanzo.

la vicenda prende il via quando lə compagnə di rocannon vengono spazzatə da un attacco alla loro nave condotto dallə ribellə di faraday, contrarə al consolidamento della lega dei mondi e alle regole imposte per l’effettiva cooperazione intergalattica. rimasto solo su un pianeta alieno, senza più un mezzo per tornare nel suo mondo né l’ansible - un apparecchio capace di trasmettere istantaneamente i messaggi a qualsiasi distanza, grazie alla capacità di far viaggiare i dati a velocità superiori a quella della luce - per comunicare con la lega dei mondi, rocannon inizia il suo viaggio alla ricerca dellə ribellə e del loro ansible.
ad accompagnarlo ci sarà una sorta di compagnia dell’anello formata da mogien, signore di hallan e da un gruppo di suoi fedeli, appartenenti alle altre specie umane del pianeta.

il viaggio attraverso fomalhaut II è insidioso, costellato di pericoli, di incontri e scontri. rocannon, già noto come signore delle stelle, è dotato di una corazza sottile come una seconda pelle, praticamente indistruttibile e resistente a qualsiasi tipo di arma, che lo trasforma agli occhi di chi lo incontra nel dio errante, colui che cammina in mezzo agli uomini.

come già detto, il mondo di rocannon è un romanzo di fantascienza che attinge a piene mani dal repertorio fantasy ed epico per i toni, per la caratterizzazione dellə personaggə, per l’organizzazione delle loro società e del loro sistema di valori, e la vicenda di rocannon stessa si rifà alle numerose interpretazioni - discutibili e ampiamente discusse (se vi può interessare vi rimando alla famosa diatriba tra marshall sahlins e gananath obeyesekere sulla vicenda del capitano cook) soprattutto nei decenni immediatamente successivi alla pubblicazione di questo romanzo - che nel corso degli ultimi secoli sono state fatte sul pensiero delle popolazioni native, indebitamente chiamate selvagge, in merito allə esploratorə e studiosə bianchə, arrivando alla conclusione - voluta o meno - dell’inevitabile rivalutazione del significato stesso di nativo e selvaggio.

non è uno dei miei preferiti di ursula k. le guin ma resta un testo prezioso sia per conoscere al meglio l’autrice e il suo pensiero, che qui si declina in una riflessione sui significati che gravitano intorno alla conoscenza dell’altrə, sia per approfondire il ciclo dell’ecumene stesso che, oltre all’innegabile valore letterario, ha - dal mio personalissimo e trascurabile punto di vista - il merito di ricalibrare il concetto di etnocentrismo in una prospettiva intergalattica: come si diceva più su, le guin ha indicato hain come pianeta di origine per l’umanità e non la terra, identificando così la nostra specie come una delle tante, possibili variazioni adattative di una stessa specie. in quest’ottica la terra perde il suo ruolo centrale tipico delle narrazioni fantascientifiche e si riduce a essere una delle tante colonie spaziali.

per concludere, volevo spendere due parole sulla nuova uniform edition dedicata a le guin e al ciclo dell’ecumene. mondadori ha già iniziato a ripubblicare tutti i titoli della serie - molti, come il mondo di rocannon, erano fuori catalogo da anni - con le nuove copertine illustrate da rodrigo corral, contributi di autorə italianə e internazionali e, quando presenti, le introduzioni firmate da le guin stessa.
oltre ai titoli già pubblicati (il mondo della foresta, i reietti dell’altro pianeta, ritrovato e perduto e il pianeta dell’esilio, che si aggiungono a la mano sinistra del buio, pubblicato nel 2021 con una nuova traduzione) sono previste nuove edizioni anche per la falce dei cieli, città delle illusioni, il giorno del perdono, sempre la valle e la salvezza di aka.