mercoledì 25 aprile 2018

la festa più bella

"25" ~ simone prisco

- ragazzi, - comincia a parlare, rassegnato, come se non volesse scontentare nessuno, nemmeno mancino, - ognuno lo sa perché fa il partigiano. io facevo lo stagnino e giravo per le campagne, il mio grido si sentiva da distante e le donne andavano a prendere le casseruole bucate per darmele da aggiustare. io andavo nelle case e scherzavo con le serve e alle volte mi davano uova e bicchieri di vino. mi mettevo a stagnare i recipienti in un prato e intorno avevo sempre bambini che mi stavano a guardare. adesso non posso più girare per le campagne perché mi arresterebbero e ci sono i bombardamenti che spaccano tutto. per questo facciamo i partigiani: per tornare a fare lo stagnino, e che ci sia il vino e le uova a buon prezzo e che non ci arrestino più e non ci sia più l'allarme.
italo calvino ~ il sentiero dei nidi di ragno

lunedì 23 aprile 2018

prosopopus

prosopopea n.f.
- figura [retorica] con la quale l'oratore o lo scrittore fa parlare e agire una persona assente o morta, un essere inanimato, un animale.

- discorso pomposo, veemente e empatico.

una città fumosa di palazzi alti tra i quali sembra non riesca neppure ad arrivare la luce del sole.
dalla finestra di uno di questi, un uomo prende la mira e spara a un tizio in completo giallo, con buona pace degli uomini lì accanto a lui a cercare di proteggerlo.

inizia così l'ultimo (per ora) racconto di nicolas de crécy, edito da eris edizioni, prosopopus.
o meglio, inizia con una lunga premessa di laetitia bianchi su questo strano essere, il prosopopus appunto, creatura leggendaria, mitica e orrorifica, una sorta di chimera antropofaga dagli occhi dolci, amica dei cani, buffa nella sua mostruosità, con i suoi tre denti e il suo sedere enorme.
come abbia fatto ad arrivare dalle pagine di testi tanto antichi a quelle di uno dei più apprezzati autori francesi è un mistero che dura poco, poche silenziose - ma concitate - vignette, ed ecco che un mix di fumo, sangue e sperma danno vita al gigantesco (e, bisogna ammetterlo, in qualche modo anche tenero) prosopopus, che entra prepotentemente, con un affetto asfissiante, nella vita del protagonista.

ma cos'è davvero il prosopopus?
se la prosopopea è un artificio retorico per dar voce a una persona assente, di chi fa le veci questo mostro giallo, rotondo e invadente?
mentre il nostro assassino cerca di sfuggire alla tenera persecuzione del prosopopus, l'uomo dal completo giallo è disteso su un tavolo di metallo pronto per l'autopsia, mentre tra i suoi affetti personali, in borsa come fosse un oggetto qualsiasi, viene fuori una mano di donna.

che sia la città stessa a farlo, o che sia merito del prosopopus, o che entrambi siano in combutta per ottenere il loro scopo forse non è così importante da sapere, ma dal momento della scoperta di quel macabro dettaglio per il protagonista di questo racconto le assillanti premure del suo nuovo amico saranno il problema minore.


la città in cui ci porta de crécy è oscura e sporca tanto quanto lo è la coscienza del suo protagonista e l'unica luce, calda e crudele come tutto ciò che strappa dall'ombra la verità, è quella del buffo personaggio che nasce dal suo senso di colpa, che da questo sentimento prende forma e sostanza e che lo incarna totalmente, che ossessivamente lo segue senza dargli un solo attimo di tregua e con gioia crudele riporta alla luce il suo passato e lo costringe a vivere l'incubo più tremendo: ammettere le sue colpe, riconoscersi traditore e assassino senza poter scaricare il peso su nessun altro.

de crécy ha un modo unico di raccontare e disegnare. "sperimentale" è forse l'aggettivo preferito per le sue opere, e come potrebbe essere altrimenti?
prosopopus è un racconto muto, come se nessuna parola potesse realmente narrare - spiegare! - la natura surreale e a tratti onirica della vicenda, così come incomprensibile, folle e ferina è la natura del prosopopus stesso, e così come muti e inspiegabili sono gli incubi, con i loro salti temporali e le connessioni illogiche e terrificanti.

piccolo capolavoro per usare una tra le più abusate definizioni da recensione, minchiacheflashassurdo se dovessi parlarvene al telefono, scegliete voi quella che preferite, ma leggetelo assolutamente!

e se ancora non conoscete questo autore pazzesco, è giunto il momento di rimediare (e di ripassare un paio di articoli):

domenica 22 aprile 2018

commenti randomici a letture randomiche (54)

dunque, in qualche modo sono sopravvissuta anche alla sessione straordinaria d'esami e posso tornare più o meno stabilmente qui sul blog.
dico più o meno perché tanto a) devo ricominciare a studiare per la sessione estiva che sarà la più pesante dell'anno e b) perché tanto sono una cazzona che non riesce a fare niente con costanza, ma comunque cercate di apprezzare l'impegno.
per festeggiare il superamento dell'esame più ansiogeno dell'anno (almeno fino ad adesso, tra un mese ritorno in paranoia, tranquilli) ho fatto recuperone di roba tra fumetteria e spesa online, senza contare tutto il resto: praticamente c'ho un'inquietante pila di roba letta/da leggere che oscilla pericolosamente vicino al letto e mi sono detta che devo riuscire a raccontarvi di più cose possibile prima di tornare ad infognarmi e abbrutirmi per la questione esami.

il recuperone ha riguardato anche un po' di manga, roba che prima occupava 3/4 delle mie letture e che ora pian piano vado abbandonando tranne quando faccio sti recuperoni mensili, per cui non so mai nemmeno se sto a passo con le serie, se magari li avete già letti tutti eccetera, però mi piace stare qui a parlarne, questa cosa per me equivale un po' a spettegolare seduti al bar, come potrei privarmi di cotanto piacere?

partiamo con arrivare a te 28.
ecco, devo confessarvi che mi salgono i nervi ormai già quando guardo le copertine di questo manga. lo so che l'ho detto un sacco di volte, ma davvero: mi piaceva tanto all'inizio, ormai è diventata la fiera dell'idiozia e del continuo a fare questa roba perché in qualche modo continua a vendere. in qualche modo ci sono davvero troppo affezionata (magari non ve lo ricordate, ma il primo volumetto è di ottobre 2012! sono quasi sei anni!) e non riesco nemmeno a pensare di abbandonare la serie, però ringrazio il cielo che tra due volumi finalmente finirà tutto e saluterò per sempre quei due idioti di sawako e kazehaya.
non so quanti numeri è che va avanti la pippa del lei andrà in un'università in un'altra città, si separeranno, lacrime e dolore, però mi sembra siano più o meno tre lustri, davvero, abbiamo capito mobastaveramente.
i nostri piccioncini sono passati dall'essere dei teneri imbranati a farsi catalogare come idioti senza speranza: sono tipo due, tre anni che stanno insieme e stanno ancora ad arrossire se si sfiorano le mani.
ora, io capisco benissimo che magari i giapponesi c'hanno un concetto di effusioni diverso dal nostro, per carità, ma se questa cosa fosse anche solo lontanamente verosimile, si sarebbero estinti da un pezzo.
sono insopportabili, la peggiore coppia di tutta la storia degli shoujo manga.
in compenso i personaggi secondari sono sicuramente più accettabili, e ormai l'unica cosa che spinge a leggere davvero i volumetti prima di posarli sullo scaffale è che voglio sapere come andrà a finire la storia - che a dire il vero non è ancora cominciata - tra yano e pin: coppia che non mi piace per niente, ma magari sono meno dementi dei protagonisti.

sta per concludersi anche honey, siamo al numero 6 e ne mancano solo due alla fine, il che è un gran bene perché, per quanto questa serie sia carina e tenera, si sa come vanno le cose quando si allunga il brodo senza motivo.
cioè, anche nao e onise sono due tonti, ma sicuramente meno freddi e falsi di sawako e kazehaya, e anche se la storia si basa sui soliti cliché riesce ancora a farsi seguire senza la necessità di ingerire un paio di caffè per non addormentarsi nel frattempo.
per vivacizzare un po' il finale l'autrice ha deciso di inserire due personaggi abbastanza assurdi: un kohai di onise dei tempi delle medie, che lo adora in modo quasi imbarazzante e detesta nao, e la sua sorellina bellissima e sociopatica.
ovviamente sappiamo benissimo che in qualche modo causeranno i soliti problemi di gelosia e incomprensione alla coppietta e sappiamo altrettanto bene che in un modo o nell'altro tutto si risolverà per il meglio.
insomma niente sorprese e niente tensioni, ma comunque la serie continua a piacermi abbastanza e credo che due volumi siano davvero troppo pochi per rovinare tutto nel finale.
almeno spero.

molto più elettrizzante e movimentato continua a essere hatsu haru, che arrivato in patria al dodicesimo volumetto (da noi al nono) prosegue spedito e con delle copertine un po' spoilerose ma che mettono un sacco di voglia di andare avanti nella lettura.
sarà forse anche perché la storia da spazio non soltanto a kai e riko, veri protagonisti della storia, ma lascia spazio anche agli altri personaggi, facendo sì che siano qualcosa in più che macchiette e cactus sullo sfondo, e ai rapporti di amicizia tra di loro.
kai continua a combinare un casino dopo l'altro nei suoi tentativi di essere il ragazzo perfetto per riko, e se non vince il primo premio in tontaggine lo si deve solo a shimura, che continua a tirare pesci in faccia a quel poveraccio di takaya quasi senza rendersene conto.
all'orizzonte intanto si profila la prossima love story, quella tra kagura e taro, dei quali finalmente scopriamo qualcosa sul loro passato: al momento sono la mia ship preferita, vorrei uno spin-off su loro due!
alla fine kai riesce a ottenere il modo di portare riko in giro ma, tralasciando il modo forse un po' umiliante per lui (ma divertentissimo, questo bisogna ammetterlo!) adesso dovranno affrontare la loro prima notte insieme fuori casa! all'orizzonte si profilano nuovi livelli di imbranataggine che non vedo l'ora di scoprire! (prendi spunto karuo shiina!)

ma il più grande colpo al mio cuoricino di fangirl eternamente bloccato in fase adolescenziale me l'ha dato il sesto volumetto di tsubaki-cho lonely planet, che adesso diventa il primo in classifica tra le pubblicazioni in corso sopratutto grazie al maestro akatsuki, che quasi quasi me ne innamoro anche io.
insomma, dopo la dichiarazione inaspettata, fumi si ritrova ad essere la ragazza di akatsuki, che per quanto tonto e poco avvezzo alle smancerie (che poi è un po' il suo punto di forza, di robe smielate non ne possiamo francamente più!) è tanto figo che si rischia l'infarto a ogni pagina.
da quello che sappiamo, il suo passato è un po' un disastro dal punto di vista sentimentale, ma pare che adesso con fumi si stia impegnando davvero, ma...
poteva mai andare tutto liscio? ovvio che no!
e infatti, non ci ritroviamo il bel biondino fascinoso e gentile proprio alla fine del volume che lascia intendere la nascita di un fastidioso quanto interessante triangolo?
insomma, quale dei tanti cliché da shoujo manga è più interessante di un triangolo amoroso?

passando ad altro, finalmente è uscito anche il ventesimo volumetto di natsume degli spiriti, una di quelle serie che dimostra che non tutti gli shoujo devono necessariamente trattare di amorazzi e batticuore. yuki midorikawa per me è una vera e propria poetessa, maestra nel creare atmosfere rarefatte e malinconiche ma anche allegre e spensierate, e nel sapere parlare di sentimenti con una delicatezza unica.
dai primi episodi ad adesso natsume ha vissuto un cambiamento incredibile eppure coerente con quello che man mano è successo, ha degli amici fidati, qualcuno che accetta il suo dono senza paura ma anzi con comprensione, una famiglia affettuosa e dolce alle spalle, e anche il suo rapporto con gli yokai va sempre più equilibrandosi, superando l'iniziale paura e sconcerto, pian piano natsume impara a conoscerli e a capire le loro ragioni e i loro stessi sentimenti.
delle quattro storie di questo volumetto forse la più bella è proprio l'ultima, nella quale natsume dovrà aiutare degli spiriti a rimettere in sesto una villa che ospiterà la loro dea.

e per finire in bellezza passiamo ad arte, giunto al terzo volumetto, che continua a narrarci le (dis)avventure dell'omonima protagonista, aspirante artista nella firenze rinascimentale, impegnata non soltanto a imparare il difficile mestiere di pittrice ma sopratutto a farsi accettare, in quanto donna, all'interno della corporazione e di riuscire a dare il massimo per il suo scorbutico maestro, il signor leo.
bisogna riconoscere a kei ohkubo una buona preparazione nella materia, forse non una grandissima esattezza storica, ma sicuramente ha saputo rendere abbastanza bene l'ambiente e l'atmosfera dell'epoca, oltre che saper dare qualche idea su quello che era il difficilissimo lavoro dell'artista di quel periodo, qualcosa di molto lontano dalla stereotipata idea del pittore in camicia bianca e basco di traverso che dipinge immerso in un giardino fiorito: esemplare la scena della realizzazione di un affresco ad esempio, la prova che arte deve affrontare per farsi ammettere anche dai membri della corporazione più restii ad accettare una donna tra loro.
arte possiede, oltre al suo amore per la pittura e al suo talento, un'enorme voglia di superare le barriere dei pregiudizi e degli stereotipi, di mostrarsi capace e meritevole, di non essere diversa da nessun uomo nel suo lavoro.
ammetto che non mi è capitato spesso di trovare una vena così femminista in un manga e questo è forse uno dei motivi che più mi fanno apprezzare questa serie, che continua a mantenere alto il livello qualitativo.

e voi? state seguendo qualcuna di queste serie? ne avete altre da consigliarmi?

lunedì 16 aprile 2018

book blog tour "iperurania" I tappa ~ recensione

si chiama iperurania ma tutti lo chiamano semplicemente "il pianeta".

è un corpo celeste molto piccolo, ad altissima massa, completamente disabitato.

[...] una volta atterrati sul pianeta, è praticamente impossibile allontanarsene.

ecco perché non posso darvi il benvenuto su iperurania, dovrete accontentarvi anche voi della gigantesca stazione spaziale che orbita attorno al pianeta e che, costruita per poterlo studiare a distanza di sicurezza, è diventata lei stessa un vero e proprio pianeta.

nulla c'è di più inevitabile, quando si parla di fantascienza, delle colonizzazioni spaziali: esaurito lo spazio e le risorse sulla terra, ci immaginiamo nuovi e ipertecnologici pioneri ed esploratori, in giro per la galassia a far nostre altre terre, più o meno legittimamente.

francesco guarnaccia (che conoscete già bene se seguite mammaiuto) riprende il cliché del colonialismo spaziale e lo usa a modo suo, per raccontarci la storia di bun, dei suoi amici e sopratutto della sua paranoia.
arresi all'idea che iperurania non potesse essere esplorato da vicino per colpa della sua particolare gravità, la documentazione per gli studi è stata tutta di tipo fotografico: i primi esploratori erano infatti fotografi che sfidavano la tremenda forza attrattiva del pianeta per cercare di catturare quanti più dettagli possibili della sua superficie. abbandonata l'idea di colonizzarlo e stabilitisi nella stazione spaziale vicina, fotografare iperurania è diventato uno svago, un hobby, e poi ancora una sorta di lavoro, puramente artistico: la ricerca dello scatto più bello, più ravvicinato, più audace è l'obiettivo di tantissimi fotografi, anzi fotonauti, anzi shooting stars, e chi riesce a farsi notare per le proprie foto, diventa una sorta di celebrità.
almeno tra gli appassionati.
insomma, un po' come per i disegnatori di fumetti.
bun è uno shooting star un po' imbranato, uno di quelli che per un motivo o per un altro rimangono sempre indietro, fanno casini, sbagliano le foto e sono convinti che non riusciranno mai a tirar fuori qualcosa di serio.
i suoi genitori sono dei tipi un po' irresponsabili e distanti, ma in compenso ha due amici, chet e marsi, ai quali è molto legato e che sono sempre dalla sua parte, nonostante le mille paranoie (ma proprio tante) e lamentele (tantissime anche queste).


bun è il tipico ragazzo affetto dalla sindrome dell'impostore, ovvero quella sensazione costante che prende allo stomaco ogni volta che, raggiunto un obiettivo, si pensa di non aver fatto nulla di realmente valido per esserselo meritato. ovvio che sia incredibilmente frustrante, ma lo è probabilmente ancora di più per chi sta lì a sorbirsi ogni volta lagne e piagnistei.
e inevitabilmente, quando nel più incredibile dei modi bun realizza il suo più insperato desiderio, le paranoie aumentano esponenzialmente e con quelle anche i casini in cui riesce a cacciarsi.

lo stile di francesco guarnaccia è originale e riconoscibilissimo: linee morbide, personaggi cartoonosi al limite della gommosità, un segno espressivo e minuzioso, attentissimo ai dettagli che da il massimo nei paesaggi alieni di iperurania, con la sua strana vegetazione, e poi ovviamente il colore, altro tratto distintivo, sempre saturo e fluo.

questo - attesissimo! - libro soddisfa tutte le aspettative che erano inevitabilmente nate fin dal momento in cui era stato annunciato, visto il curriculum di francesco - tra pubblicazioni, autoproduzioni e premi - e non si può che sperare che sia il primo di una luuunga serie (francesco, se passi da qui, sappi che vogliamo tutti continuare a leggere il cavalier inservente!)


iperurania sarà disponibile in libreria a partire dal 26 aprile (a milano in anteprima il 20 aprile alla feltrinelli in piazza duomo - link evento), ma nel frattempo potete seguire il nostro blog tour e partecipare al giveaway lanciato da bao publishing che mette in palio tre copie con dedica, incrociare le dita e sopratutto seguire tutte le regole:

- mettere mi piace alla pagina facebook bao publishing
- diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
- commentare tutte le tappe del blog tour
- compilare il form con i dati (per il giveaway)
- condividere il blog tour sui social

i tre vincitori verranno sorteggiati il 25 aprile!

le prossime tappe del blog tour:
18 aprile - loris in the book - recensione
20 aprile - chibi is the way - videorecensione
23 aprile - jo reads - videorecensione
24 aprile - kirio1984 - videorecensione

in bocca al lupo!

a Rafflecopter giveaway

mercoledì 11 aprile 2018

gg - life is a videogame

vi ricordate di ilaria gelli e del suo canvas, uscito tempo fa per tatai lab?
finalmente è tornata con gg - life is a videogame, scritto da giacomo masi, di cui è uscito il primo volume di quella che è prevista come una trilogia, il primo fumetto non realizzato in crowdfunding di tatai lab.


mettiamo cinque amiche (più o meno) appassionate di videogame e mmorpg, mettiamo che si colleghino dopo tempo tutte insieme per scaricare l'ultimo aggiornamento del loro gioco preferito, e mettiamo che questo impieghi tutta la notte per istallarsi sui pc.
ecco, solitamente, il massimo che se ne ricava da dieci ore di download è una noia tremenda e il repentino schiantarsi sul letto, divano o scrivania a dormire in attesa di tempi migliori.
e questo in effetti succede anche a loro.
solo che la mattina dopo si ritrovano in una realtà contaminata dal videogioco stesso: zombie alla porta, tizi in armatura in sala da pranzo, umili contadini che chiedono il loro aiuto in piena lezione universitaria e goblin alla ricerca di vendetta.
ma anche auto che diventano strane chimere e nel peggiore dei casi, anche qualche strano mutamento dei loro corpi... più che entrare nel gioco, è il gioco che è entrato nella loro realtà, e adesso sono costrette a giocare e a cercare di capirci qualcosa in più circa tutto quello che sta succedendo e sopratutto per scoprire come fare a riportare tutto alla normalità.


in questo primo volume giacomo e ilaria ci catapultano non solo in una realtà a due livelli, in cui locande, cavalieri, mostri e nemici si sovrappongono al mondo normale, ma anche in un gruppo di amiche che non fanno che punzecchiarsi e litigare per qualcosa che non sappiamo ancora cos'è, ma sembra essere successo qualche tempo addietro: così ci troviamo da un lato a non vedere l'ora di scoprire come questo improbabile party riuscirà a cavarsela in questa nuova realtà, ma anche di farci svelare tutti i retroscena sul loro passato e su quello che è successo e ha lasciato strascichi di antipatia tra tutte loro.
l'inizio è accattivante e velocissimo, la narrazione va a ritmo serrato e per il momento non si cura troppo di rispondere alle domande, mentre i disegni di ilaria come al solito stupiscono e incantano, prendendo il meglio dello stile giapponese e di quello europeo, mostrandoci una crescita notevole dai tempi di canvas, in cui il suo tratto si è sciolto ancora di più e i personaggi riescono a tirarsi fuori dalla staticità senza tempo delle illustrazioni per mettersi in frenetico movimento tra le pagine di un fumetto (e sì, è il suo esordio, quindi potete pure urlare liberamente) che promette di regalare (oltre a un fanservice forse a volte eccessivo) qualche tonnellata di emozioni e divertimento.

non mi stanco mai di ripetere anche le cose più scontate, e quindi anche stavolta i miei complimenti a tatai lab, che continua a portare alla luce nuovi giovani e talentuosissimi autori!

venerdì 6 aprile 2018

io sono un gatto

stare accanto al padrone mi consente, anche se sono solo un gatto dalla vita breve, di fare mille esperienze diverse. 
gliene sono molto grato.

erano i primi anni del secolo scorso quando natsume sōseki scriveva il suo romanzo io sono un gatto, giunto quasi un secolo dopo in italia prima nella sua versione originale in prosa e da qualche giorno nella nuova interpretazione manga di cobato tirol, edito da lindau (che per tutto aprile sarà in nostra compagnia come autore del mese per il book bloggers blabbering).

allontanato dalla mamma e dai fratellini quando era poco più di una palletta di pelo, il gatto si ritrova a casa del professor kushami, insegnante di inglese, di sua moglie e delle sue tre bambine.
il gatto non è esattamente ben accetto lì, nessuno si preoccupa troppo di lui - infatti nessuno si prende la briga di dargli un nome - e anzi la serva lo tratta davvero male, ma il professore ogni tanto gli da una carezza e gli lascia un po' di cibo, e questo basta per fare di un gatto il suo gatto.
accanto al professore il gatto scopre un mondo un po' assurdo ma sicuramente affascinante: kushami è il tipo di persona che accende e spegne passioni e interessi con la stessa velocità con cui passano le nuvole, e casa sua è frequentata spesso da amici, vecchi allievi e semplici rompiscatole: c'è il signor meitei che si diverte a raccontare storie assurde a cui kushami crede ogni volta, la signora kaneda, vicina di casa del professore, che cerca di combinare il matrimonio della bella figlia con il giovane kangetsu e kangetsu appunto, ex allievo del professore, nei guai con la sua tesi di dottorato.

le vicende degli umani si svolgono tutte sotto gli occhi del gatto che, probabilmente più con ironia che con reale ammirazione, ne loda la raffinatezza e l'importanza, mentre in realtà il professor kushami si ritrova coinvolto in beghe da pochi soldi, trascinato in una stupida situazione amorosa messa in piedi dal nulla e che ha poca attinenza con la realtà, mentre per il suo carattere irascibile si ritrova sempre più a dover sopportare prese in giro e piccole cattiverie.

oltre agli umani, altri due gatti riempiono le giornate del nostro protagonista, la bella mineko, che gli fa battere il cuore e illuminare lo sguardo, e il grosso e tronfio kuro, un gatto nero bravo a cacciare i topi che non perde occasione di prendersela con il suo più piccolo vicino di casa.


lo stile di cobato tirol è semplice e lineare, i personaggi sono graficamente ben caratterizzati ma è sicuramente nei disegni dei gatti che dà il meglio, rendendo perfettamente sopratutto la loro espressione spesso sibillina e misteriosa, sottolineando l'ambiguità del gatto nei confronti degli umani, dei quali apprezza sì la cultura ma sotto sotto considera inferiori ai gatti, che forse, nonostante a volte non abbiano nemmeno un nome, sono di certo più saggi e assennati.

gli umani si danno tante arie ma sono un po' tonti.

vanno in giro a dire di essere i padroni di tutto...
ma non sanno nemmeno quanto è lungo il loro naso.

martedì 3 aprile 2018

lo straordinario

questa cosa che scopri le corna il giorno stesso in cui il caporedattore ti caccia via a pedate accade solo nei film e in certe serie tv. 
certa sfiga è pura fiction. o leopardi.


avrei voluto dire a lea che succede pure nella vita vera o al meglio in un sacco di chick-lit e in effetti lo straordinario di eva clesis un po' all'inizio ricorda un po' quel tipo di romanzo, dalla costina fucsia alla copertina con ragazza rosa-vestita alle premesse di sfiga cosmica che si abbattono sulla povera protagonista tutte insieme, lasciandola stravolta in mezzo alle macerie di un buon 75% della sua vita.
lea è una piacente, giunonica trentasettenne che nel giro di poche ore ha perso il suo stage (ovviamente non retribuito. sì, è ambientato in italia il romanzo, che domande), ha scoperto che il fidanzato, quello perfetto che praticamente pensa le frasi che stai per dire e con il quale pensavi di passare il resto della tua vita, ha perso la testa per una con le tette rifatte (cara, posso capirti benissimo, silicone a parte), e con lui l'appartamento in cui ha vissuto negli ultimi anni e che sentiva come casa sua.
senza contare che lea ha un pessimo rapporto con la madre - una psicologa che l'ha sempre fatta sentire una sorta di minus habens e non ha mai creduto in lei - e la sorella gemella, che poi tanto gemella non è, la distanziano da lea un'abbondante dose di ciccia in meno, un nasino rifatto alla perfezione, i capelli platino (tinti, ça va sans dire) e uno stile invidiabile nel vestire, oltre ovviamente una sfilza di successi in ogni campo, lavorativo e sentimentale, che tea (la gemella perfetta) espone costantemente come le coppe dei tornei scolastici.
ah, e gli amici, che aveva conosciuto tutti grazie a pietro, l'ex fidanzato e traditore, l'uomo per cui ha lasciato roma ed è arrivata a milano, città in cui è rimasta sola e disperata.

i canoni della chick-lit insegnano che in una situazione come questa come minimo nel giro di un paio di ore trovi l'appartamento della tua vita, con un vicino di casa bellissimo che ti tira su il morale, ti lascia dimenticare il tuo ex dopo un paio di bicchieri di vino e magari, entro le ultime pagine della storia, ti aiuta a trovare il lavoro dei tuoi sogni, magari qualcosa di incredibilmente chic come un posto da giornalista per una prestigiosa testata di moda (che poi è quello che desiderava fare lea, che caso!). e in effetti le cose anche qui sembrano andare proprio secondo copione: lea trova un annuncio per un appartamento - certo, non esattamente in una zona centrale, ma non si può mica volere tutto dalla vita, praticamente perfetto: piccolino, ben arredato, mansardato, curato in ogni dettaglio e che urla a gran voce quanto sarebbe perfetta la presenza di lea per completare il delizioso quadretto. e che costa pochissimo!
organizzato l'incontro con i proprietari di quella che non vede l'ora sia la sua nuova casa, lea si trova immersa in un contesto quasi da favola, totalmente inaspettato sopratutto nella periferia milanese: un piccolo residence curatissimo e pieno di fiori, i due anziani proprietari gentili e dolci come se uscissero da un libro di favole per bambini e poi l'appartamento che dal vivo è ancora meglio che in fotografia. eppure c'è qualcosa di veramente strano, qualcosa che in qualche modo rovina l'atmosfera idilliaca, e se durante la prima visita questo qualcosa rimarrà solo una fastidiosa sensazione che aleggia intorno a lei come un insetto fastidioso, non appena lea decide di prendere davvero in affitto l'appartamento inizierà a pensare di essere finita in una sorta di 1984 rivisitato in stile shabby chic: un paradiso di gentilezze, dolcetti fatti in casa, fiori e uccellini cinguettanti che nasconde come una quinta teatrale qualcosa di torbido e diabolico.
in che razza di casino si è cacciata lea? (pensate davvero che vi faccia degli spoiler?)

lo straordinario è un romanzo appassionante come uno di quei tanto decantati thriller che promettono dagli strilloni in copertina che vi faranno perdere il sonno e la fermata dell'autobus se vi ostinate a leggerli per strada, una storia che sa trasformarsi rapidamente da vicenda kinselliana a incubo distopico e che come in un enigma della camera chiusa vi farà dubitare di tutti i personaggi - gatto compreso (oh, magari il gatto no, in effetti io sono un po' paranoica) - e vi terrà con il fiato sospeso fino al finale completamente a sorpresa.
non avevo mai letto nulla di eva clesis e questo romanzo è stato una piacevolissima scoperta, appassionante e angosciante al punto giusto, che però non rinuncia al lato più leggero, divertente, ironico e rosa della vicenda.
e sì, la storia del perdere la fermata dell'autobus perché si è troppo concentrati e coinvolti nella lettura è vera!

venerdì 30 marzo 2018

il mio amico toby

il mare limpido, la campagna verde e splendente, le mucche (che no, non sono pericolose), un gatto con un orecchio mezzo sbrindellato (il nemico), il bastoncino lanciato da un bambino, i quadri del suo padrone, i cani-femmina (che scarseggiano). e il cibo.
sopratutto il cibo.


non è facilissimo parlare della vita di ogni giorno di toby, cane vattelapesca, non troppo bello e neanche particolarmente intelligente, un adorabile tonto nasone-e-lingua-penzoloni che passa le giornate a esplorare un piccolo pezzetto di mondo lasciandosi travolgere da mille emozioni, sgranando i suoi immensi occhioni buoni davanti a ogni novità, ammirando con devozione infinita il suo padrone, tirando fuori quella faccia devastante da cane in procinto di morire di stenti dopo aver finito il cibo nella sua ciotola perché il toby di grégory panaccione è così realistico e vero che non solo non c'è neppure una singola parola nel libro (i cani non hanno bisogno di parole) ma, sebbene sia solo il disegno di un cane, panaccione lo rende capace di suscitare quello scioglimento immediato di qualsiasi cuore di pietra possa soffermarsi un attimo su queste pagine tanto quanto riesce a fare qualsiasi cane in carne e ossa (e pelo) con i suoi occhi lucidi e la sua testolina piegata di lato con fare dubbioso.
ecco, se avete presente la morsa allo stomaco che vi prende quando guardare un cucciolo e vi sciogliete in urletti isterici e la perdita totale di qualsivoglia forma di serietà e compostezza, allora potete farvi un'idea di quello che proverete a sfogliare le pagine de il mio amico toby.

ingenuo, dolce e fedele, toby diventa un wannabe-pericoloso-cane-da-guardia quando un gatto si avvicina troppo a casa sua, ma il tentativo andato a male di far fuori il nemico porterà a un incontro inaspettato tra due bipedi, un'amicizia insperata e qualcuno in più a cui volere bene.
questa grossomodo la trama (senza spoiler) se proprio vogliamo trovarne una, ma la bellezza di questo libro sta più nei momenti in cui toby è l'assoluto protagonista e ci svela un mondo che non ha bisogno di parole per essere raccontato: un prato è la bellezza di poter correre in mezzo all'erba, una mucca è superare la paura per qualcosa di sconosciuto, qualche ora trascorsa da solo a casa diventa tutto lo sconfortante, grigio, freddo e desolante senso di abbandono che spezza il cuore fino a quasi farlo fermare e il ritorno del proprio padrone è uno scoppio di gioia tale da non riuscire a tenersi fermi.
la noiosa campagna, sempre uguale a se stessa, cambia aspetto in modo sorprendente se la guardiamo con gli occhi puri (ugh, passatemelo per questa volta) di un cagnolino, diventa un turbinare folle di emozioni e sensazioni.


grégory panaccione ci regala la possibilità di trascorrere un po' di tempo guardando il mondo in un modo completamente nuovo, un mondo che non conosce schemi rigidi né definizioni esatte, fluido e luminoso come i suoi acquerelli e magicamente riesce a farci sentire i suoni e gli odori e il calore del sole e il tocco dell'erba e l'irrefrenabile gioia di vivere di un cane tonto e felice.

(il libro sarà disponibile in libreria e online a partire dal 4 aprile!)

mercoledì 28 marzo 2018

sofia dell'oceano

forse, oceano, tu sei l'unico vero amico che ho.

ed è per questo che ti chiedo aiuto.

vorrei essere meno triste quando è sera, e smettere di pensare che l'ombra rossa non mi permetterà di diventare più alta di un portaombrelli.

prima di essere sofia dell'oceano, sofia è solo sofia ha sette anni, un gatto nero di nome meo, una bambola di nome veronica, due zii un po' assenti, due genitori che non ha mai conosciuto, è alta come un portaombrelli, adora stare nella serra della sua immensa casa e da sempre è malata per colpa dell'ombra rossa che la costringe a stare isolata in un lembo di terra senza nessun amico - beh, meo è un amico ma non è che sia proprio un grande oratore... - oltre l'oceano.
e a chi altro allora chiedere aiuto per riuscire a guarire?

nelle favole quando hai sette anni, scrivi un messaggio, lo metti dentro una bottiglia e la affidi alle onde capita che qualcuno ti risponde e ti catapulta dentro la più incredibile delle avventure.
ed infatti a sofia capita proprio di sentirsi chiamare dal folto del boschetto vicino casa sua da uno strano vecchietto con un occhio solo che le offre il suo aiuto per permetterle finalmente di guarire.

e nelle favole, quando hai sette anni e qualcuno risponde al tuo messaggio in bottiglia, non è che ci sia molto da aspettare, e infatti sofia non ci pensa due volte, insieme a veronica e meo, a salpare con capitan occhioblu verso la sua strana casa-sottomarino, alla ricerca di alcuni cristalli dai poteri magici, capaci di guarire da ogni malessere.


qui la fantasia di marco nucci e kalina muhova prende il volo tra creature degne del paese delle meraviglie di alice o del peggiore incubo: un equipaggio di strani animali accoglierà sofia per poter sfidare il tremendo principe malattia, un uomo pazzo e crudele che non desidera altro che la morte totale e assoluta di ogni creatura e l'ancor più spaventoso martirio, il più enorme e spaventoso dei mostri marini, incarnazione stessa della paura.

la storia si snoda tra le descrizioni di un mondo sottomarino misterioso e affascinante, gli scontri con i nemici e poi ancora i ricordi e i racconti di capitan occhioblu, in un mosaico che poco per volta si costruisce tra passato e presente, abbraccia il futuro, dà una forma e un volto a quello che è buono e a quello che è crudele, mostra le paure e permette la speranza.
notevolissima, oltre all'intreccio della storia, la cura delle illustrazioni, ricche di particolari, suggestive, a volte spaventose, a volte malinconicamente poetiche di kalina muhova (già autrice e fondatrice del collettivo brace) che da con le sue matite un tocco ancora più onirico e delicato all'avventura di sofia.

lunedì 26 marzo 2018

commenti randomici a letture randomiche (53)

ragazzi, ma cosa non è saga? a ogni nuova uscita si conferma come una delle migliori serie in assoluto e questo meraviglioso numero otto mi ha regalato momenti di ansia, gioia, commozione, tristezza, terrore, tutto praticamente.
altro che disturbo bipolare.
il tremendo evento che ci aveva sconvolti nello scorso numero ha comportato la necessità di un viaggio verso uno dei luoghi più squallidi dell'universo, dove hazel, alana, marko e petrichor vivranno gli ennesimi momenti non del tutto piacevoli, faranno incontri non esattamente sperati, e ci faranno come al solito piangere ettolitri di lacrime mettendoci davanti agli occhi l'esistenza nuda e cruda, con tutta la bellezza e lo schifo che si porta addosso.
disturbantissimo il capitolo che ci mostra cosa è successo nel frattempo al volere, un po' meno quello su ghüs. fantastico il finale tanto quanto è straziante chiudere il volume e sapere di dover aspettare mesi prima di continuare.
in ogni caso, se non avete mai letto saga, fatelo. davvero, non c'è nessun motivo per perdersi questo capolavoro (e io infatti non vi dico praticamente nulla per non spoilerare, ma un po' devo sfogarlo tutto questo entusiasmo)

mentre vi disperate in attesa del prossimo volume di saga, andate a fare un giro in edicola e prendete le cronache del regno dei due laghi, firmato da quella meravigliosa coppia di autori che sono silvia ziche e tito faraci, così ridete un po' e non pensate a tutto il resto.
pubblicate su topolino tra il 2010 e il 2017 (io ad esempio ne avevo letti solo alcuni episodi), le storie di questa saga fantasy vedono i più famosi abitanti di topolinia destreggiarsi in un regno medievale un po' assurdo, tra draghetti-sveglia e muffe canterine (stonate), dove re topolino è costretto dal libro delle leggi a sorbirsi richieste e capricci del popolo in quanto padrone del regno e prova in ogni modo a perdere la corona (e le troppe, sfiancanti responsabilità), affidandosi a un improbabile generale dell'esercito - un pippo-soldato molto poco adatto alla battaglia - e a un aiutante, segretario, consigliere che certo non brilla per intelletto - manetta, ovviamente.
geniali le storie più lunghe (ma anche quelle più brevi, non ne hanno sbagliata una!), quella contro i barbari guidati da gambadilegno e quella in cui, per colpa di uno gnomo permaloso, re topolino finisce in un mondo strano in cui i carri si spostano senza cavalli e nessuno sa dove si trovi il suo castello...
geniali le mille gag con pippo, rock sassi, sgrinfia e tutti gli altri, ma d'altronde con quei due nomi lì in alto sulla copertina, cosa ci potevamo aspettare?

se invece preferite qualcosa di più romantico, c'è il quinto volume di amarsi, lasciarsi che propone situazioni da commedia degli equivoci a più non posso, in cui rio, in seguito a un sogno quanto mai imbarazzante, sta cominciando a rivalutare il suo comportamento nei confronti di yuna, yuna diventa sempre meno timida e introversa e comincia ad attirare le attenzioni del buon agatsuma, akari continua a scervellarsi su kazuomi cercando di decifrare ogni gesto, ogni tono di voce, ogni parola per capire se ha o no qualche possibilità (ma siamo proprio tutte così? non si smette mai di sezionare, analizzare, considerare, e ripensare più e più volte anche alle più enormi banalità, purché vengano fatte e dette dalla persona che ci piace), innamorata persa contro ogni sua teoria di razionalizzazione dell'amore e kazuomi si svela pian piano una persona completamente diversa da quello che sembrava, per nulla così immediato, schietto e sincero.
forse fino a ora il volumetto più appassionante, incasinato e in qualche modo divertente della serie. o forse sono io che lo dico di ogni roba che sforna io sakisaka, non saprei. però più questa serie va avanti, più mi piace!

ultimo consiglio (che aggrava la condizione randomica di questa non-rubrica) è adieu mon cœur di angelo calvisi, edito da casasirio in un formato che ho adorato (entra perfettamente nella tasca della mia giacca!) e che da nome alla collana dieciquindici.
la storia è semplicemente quella di un ragazzo qualsiasi con una abbastanza banale avversione per la scuola, la scontatissima voglia di limonare - i suoi amici l'hanno già fatto tutti! - e l'altrettanto ovvia vita familiare incasinata. o almeno così sembra all'inizio, in quell'inizio anni '80 fatto di pomeriggi di fancazzismo in oratorio, genitori che litigano, fratelli piccoli e rompipalle, feste da adolescenti sfigati e primi amori buttati alle ortiche, ma poi, saltando di dieci anni a ogni capitolo, la vita e la personalità di paolo ci appaiono improvvisamente più definiti, modellati, e naturalmente incasinati.
non sappiamo cosa succede tra un capitolo e l'altro, lo ritroviamo così ventenne con l'appendice spappolata, troppo alcool in corpo e l'amore per de gregori e la chitarra, e i ricordi di una vita in comunità e poi ancora più avanti già musicista affermato, e poi ancora uomo adulto alle prese con una vita traballante, come se viaggiasse su una strada piena di buchi in una macchina senza ammortizzatori, due figli mezzi francesi e un matrimonio mezzo sfasciato o forse finito del tutto, e un appuntamento fisso ogni anno a cui non può rinunciare per niente al mondo.
è nel non detto, in quegli anni muti tra una data e l'altra nei frontespizi che si raccoglie la vita di paolo, in quegli eventi tanto importanti che sembra siano scontati, come se paolo lo conoscessimo da sempre e sapessimo tutto di lui, come i suoi fan, come la gente con cui è cresciuto.
soltanto alla fine, dieci anni in poche frasi per dirla come uno bravo o trenta in poche pagine, riusciremo a mettere insieme tutti i pezzi e lasciarne uno nostro tra le pagine, come segnalibro o come grazie per una storia che sembrava banale ma che, come tutte le storie, banale non è.

giovedì 22 marzo 2018

la spaventosa paura di épiphanie frayeur

- ma io non voglio dimenticare me stessa voglio solo dimenticare la mia paura.
- perché?
- m'impedisce di andare avanti.
- e dove diavolo vorrebbe andare?


épiphanie è una bambina di otto anni e mezzo (a otto anni e mezzo è fondamentale specificare che sono e mezzo) e anche la sua paura ha otto anni e mezzo.
sono nate insieme épiphanie e la sua paura, una paura enorme e nera e spaventosa, che la segue, letteralmente, come un'ombra. anzi, potremmo tranquillamente dire che ombra e paura sono la stessa cosa, e che épiphanie non ha soltanto paura della sua ombra, più che altro ha paura di tutto e la paura/ombra lo sa benissimo e sa come deve comportarsi ogni volta.
ma prima o poi di questa paura bisogna pur liberarsene, e così épiphanie inizia il suo viaggio in un bosco misterioso, in cui una guida - che ha perso la sua serietà e la sua gravità - galleggiando come un palloncino le indica la strada per lo studio del dottor psyche, il cervellotico specialista che le consiglia una terapia, qualcosa per curarsi perché, è evidente a tutti ormai, la paura di épiphanie è una malattia a tutti gli effetti.
ne la spaventosa paura di épiphanie frayeur il viaggio continua in un tempo e uno spazio irreali come quelli di un sogno, e continuano gli incontri: prima un parrucchiere dall'anatomia bizzarra come un incubo, che tenta di domare i capelli di épiphanie che per colpa della sua costante paura stanno sempre ritti in testa e non hanno alcuna intenzione di farsi domare, poi un donchisciottesco cavaliere errante, senza macchia e senza paura, che salva le fanciulle in ambasce per condurle verso il sole e lontano da ciò che le spaventa, infine un portentoso circo, pieno di ogni sorta di meravigliosa stranezza, con un coraggioso domatore che propone a épiphanie di domare lo strano, terrificante mostro che si porta dietro proprio come se fosse una fiera selvaggia e pericolosa, e una buffa, piccola indovina non troppo brava a scrutare nel futuro...


séverine gauthier, che aveva già sceneggiato l'uomo montagna, scrive una favola per piccoli e grandi, una sorta di alice nel paese delle meraviglie, in cui una bambina compie un viaggio in un mondo incredibile, incontra creature assurde e alla fine impara la più importante delle lezioni: puoi affidarti a chi vuoi, puoi provare a lasciare che siano gli altri a risolvere il tuo problema, ma la paura va affrontata, capita e in qualche modo accettata, non puoi semplicemente sperare che prima o poi sparisca.
clément lefèvre mette su carta questo mondo incredibile con un tratto dolce e rotondo, tingendolo dei colori freddi e cupi della paura e del bosco e di quelli caldi, luminosi e rassicuranti del sole al tramonto, dando ai personaggi aspetti quasi caricaturali e giocando col bianco del foglio, annullando spesso la griglia tipica del fumetto per realizzare pagine quasi da libro illustrato.

come tutti i bei libri per bambini, la spaventosa paura di épiphanie frayeur è capace di colpire anche i più grandi e di farsi leggere a più livelli: un'avventura nel fitto di un bosco misterioso e incantato, o un viaggio fino alle profondità del nostro animo.

martedì 20 marzo 2018

indomite ~ vol. 1

negli ultimi anni stanno spopolando le biografie - che siano in prosa o a fumetti, illustrate o meno - dedicate alle donne che hanno in un modo o nell'altro rivoluzionato la storia, messo da parte il fardello di pregiudizi e discriminazioni che, in quanto donne, ci portiamo dietro da millenni.
qui sul blog ho già parlato di cattive ragazze e il più famoso storie della buonanotte per bambine ribelli, ma i titoli sono davvero tantissimi e se da un lato è facile cominciare con le lamentele sul fatto che sia in qualche modo un'operazione commerciale che sfrutta il risveglio del femminismo 2.0 - se mi passate il termine - dall'altro possiamo per una volta evitare le polemiche e vedere il lato positivo della cosa, ovvero che in mezzo ai tanti passi indietro che facciamo (senza dover per forza toccare il doloroso tasto delle tante vittime di femminicidio che di giorno in giorno aumentano il loro numero, basta pensare alle tremende idiozie sul gender, i tentativi di censura sui libri per bambini che insegnano qualcosa di diverso da bella principessa in pericolo salvata dal prode cavaliere o quelle dei decerebrati che sono finiti a parlare di caccia alle streghe) oggi è sicuramente più facile rispetto a qualche anno fa che le bambine crescano con modelli di riferimento che permettono loro di sognare qualcosa di più rispetto a vaporose gonne rosa o amori romantici che vivono per sempre felici e contenti (senza nulla togliere alle gonne vaporose e all'amore romantico, eh).


in questo filone che potremmo definire letteratura per l'infanzia femminista si inserisce anche bao publishing con il primo volume di indomite di pénélope bagieu, una raccolta di brevi biografie illustrate di donne che - come dice il titolo - non hanno vissuto la loro condizione di donna come una limitazione, nonostante le avversità della società, dei ruoli imposti e di quel cosa diranno i vicini che ci ha francamente stancate da molto più tempo di quanto non sappiamo credere.
l'autrice di joséphine dedica questa prima parte della sua opera a quindici donne più o meno famose, da clémentine delait, donna barbuta, gigantesca e forzuta, che non ebbe mai paura di mostrarsi così diversa dalla canonica pallida emaciata e delicata fanciulla bisognosa di attenzioni, a margaret hamilton, la spaventosa interprete della strega di oz, che riuscì a diventare attrice nonostante il suo aspetto non proprio avvenente e il suo naso gigantesco, o annette kellerman, che da gracile bambina costretta a camminare con dei pesantissimi sostegni per le gambe divenne letteralmente una sirena e inventò il primo costume da bagno per le donne che permettevano di muoversi agevolmente in acqua, o ancora la famosissima tove jansson, che oltre a creare i mumin - per la quale è conosciuta e amata in tutto il mondo - sfidò le leggi del suo paese amando un'altra donna, passando per la ginecologa agnodice, che nel IV sec a. c. ad atene si camuffava da uomo per esercitare la sua professione e riuscì non solo a salvare moltissime donne che, impaurite e imbarazzate all'idea di farsi visitare da dottori maschi, spesso morivano di parto, sdoganando la professione anche per le donne, le mariposas, le sorelle della repubblica dominicana che si opposero al regime dittatoriale del loro paese, che non si piegatono ai ricatti e alle ingiustizie e che furono barbaramente uccise per questo il 25 novembre del 1960, giorno che ancora oggi ricordiamo e celebriamo ogni anno per dire no alla violenza sulle donne, passando per regine, combattenti, stelle dello spettacolo, esploratrici, tutte donne che si sono caparbiamente opposte a un mondo assurdo che vuole limitare le loro vite e considerarle inferiori, sbagliate e inadatte solo per via di quello che hanno tra le gambe.

pénélope bagieu racconta le loro storie con delicatezza e ironia, disegna la loro bellezza senza concedersi a nessuno stereotipo, fa brillare la loro intelligenza, il loro coraggio, la loro tenacia nell'andare avanti anche nei momenti più difficili, e alla fine di ogni storia ci regala un'illustrazione che ritrae ogni suo personaggio nel momento più significativo della sua vita.

dettaglio dell'illustrazione dedicata alla storia di leymah gbowee, operatrice sociale,
che lottò per i diritti delle donne e vinse il premio nobel per la pace nel 2011

non sono una che di solito sviolina sugli effetti di stampa ma va detto che l'edizione bao è bellissima, la parte che nell'immagine della copertina vedete in rosso è in realtà realizzata con un effetto metallico a specchio, un bel dettaglio in una cover così minimale (e la carta ha un odore fantastico, so che ci sono un sacco di sniffatori di pagine seriali lì fuori), e a questo primo volume se ne aggiungerà presto un altro che non vedo l'ora di leggere!

sabato 17 marzo 2018

reincarnation blues

“vai” disse ma’. “combatti il male. fallo in maniera perfetta. poi torna e vedremo cosa si può fare”. 
stronzate, pensò milo. 
ma andò. in fin dei conti, era reduce da un mezzo milione di lunedì mattina.

novemilanovecentonovantacinque vite.
davvero niente male, anzi, questo fa di milo una delle anime più antiche e sagge del mondo: uomo, donna, etero, gay, animale, insetto, pianta, ricco, povero, criminale, saggio, eroe, milo è stato tutto questo e anche di più. certo, non sono state tutte facilissime, vivere non è sempre una passeggiata ma sicuramente è più affascinante di quello che rischia: ha solo cinque vite per raggiungere la perfezione, il nirvana, il tutto o come vogliate chiamarlo, ma se non riesce a diventare un'anima illuminata svanirà nel nulla cosmico e fine dei giochi.
milo in realtà preferirebbe continuare a vivere, magari in modo imperfetto, ma continuare a sentire, emozionarsi, arrabbiarsi, innamorarsi, essere una persona in carne e ossa, fallace e destinata alla morte, ma viva, reale, tangibile, dotata di una sua identità.
e gli va anche bene continuare a morire, visto che solo così può passare un po' di tempo con suzie, la donna che ama da ottomila anni.
in ogni caso, al grande boa dell'universo gliene frega veramente poco di quali siano i desideri di milo o di chiunque altro, il tempo stringe e milo assolutamente inventarsi qualcosa...

michael poore arriva per la prima volta in italia con reincarnation blues - che è in realtà il suo secondo romanzo, ci auguriamo adesso di poter leggere al più presto anche il primo - e, a mio modestissimo e non troppo elegante avviso - fa il botto fin dalle primissime pagine: ironico, irriverente, profondo, delicato, sarcastico, cruento, comico, romantico, lo stile di poore è un caleidoscopio di toni, e se già una vita riesce a offrire un'immensa varietà di situazioni e sensazioni, figuratevi cosa succede in diecimila esistenze vissute nei posti e nei tempi più disparati dell'universo.

la storia va avanti e indietro nel tempo, nel passato più remoto - come quando milo ha vissuto come discepolo del buddha - o nel futuro meno auspicabile, quello in cui la terra non esiste più, l'umanità vive su enormi astronavi-continente, i beni essenziali sono gestiti da cartelli senza scrupoli e la giustizia è più sommaria che mai - come quando, ragazzino prodigio, si ritrova incarcerato per un crimine che non ha commesso, costretto a sopportare inenarrabili e orrendi soprusi, diventa una sorta di messia per gli altri criminali.
poore è geniale nell'immaginare futuri distopici che sanno regalare una buona dose di ansia e brividi lungo la schiena, divertentissimo a sdrammatizzare e desacralizzare il passato - in alcuni momenti mi ha ricordato l'atmofera de il vangelo secondo biff - ma, abilmente mescolato a tutto questo, affronta in modo interessante dilemmi esistenziali, problemi etici e spirituali e quell'ancor più grande casino che è l'amore.

cover dell'edizione originale... ammetto che invidio un po' gli anglofoni!

reincarnation blues è un romanzo che è difficile incasellare in una qualche categoria: racconto di formazione, romanzo umoristico, distopico, romantico, fantascientifico, forse anche filosofico e spirituale, è un po' tutto questo ma è anche molto di più, una lettura appassionante e divertente che mi ha tenuta incollata dalla prima all'ultima pagina, che non mi ha annoiata un solo secondo e che ha superato tutte le aspettative.
se vi sono piaciuti i romanzi di christopher moore e adam douglas, mi sa che avete trovato il vostro prossimo libro preferito.

mercoledì 14 marzo 2018

un amore esemplare

quando, qualche mese fa, feltrinelli ha annunciato la nascita della sua collana di fumetti, le reazioni sono state ovviamente tante e contrastanti: da un lato chi si lamentava della scelta ipercommerciale di lanciarsi nel mercato dei graphic novel cavalcando l'onda del successo dovuto allo sdoganarsi della letteratura disegnata anche tra i non-reietti della società culturale (cosa che eravamo noi appassionati di fumetti fino a qualche anno fa), dall'altro chi era entusiasta.
io mi sono tenuta abbastanza al centro direi, approfittando delle eventuali possibilità di leggere qualcosa di interessante, e sono stata accontentata fin da subito visto che la prima uscita - l'unica che ho letto fino ad adesso - è un amore esemplare, di daniel pennac e florence cestac, un ottimo duo - conoscevo solo pennac a dire il vero, ma la cestac è stata una scoperta interessante - che mi ha piacevolmente sorpresa.


l'amore esemplare del racconto è quello di jean e germaine bozignac, vicini di casa della nonna dello scrittore, che lui conobbe da ragazzino e che frequentò per anni ogni estate, in una costa azzurra all'epoca ancora estranea al turismo di massa, ma nel romanzo gli stessi pennac e cestac sono personaggi della storia, che si incontrano in un locale proprio per discutere di quest'opera, con lui che cerca di convincere lei a disegnare la storia di questa coppia meravigliosa.
la narrazione va così un po' avanti e indietro, tra il ristorante in cui intanto il cameriere e gli altri avventori si lasciano incuriosire dal racconto e la storia dei bozignac, appartenenti a due mondi che più lontani e diversi non si può, lui marchese, lei figlia di straccivendoli, finiti inaspettatamente a formare una coppia perfetta che era anni si è nutrita d'amore e di libri, (quasi) letteralmente.

non so fino a che punto jean e germaine siano stati realmente come pennac li racconta, ma questo poco importa: agli occhi affascinati del ragazzino di un tempo, il cui entusiasmo rimane inalterato ancora adesso, il loro amore è davvero esemplare, nato nella più improbabile e meno opportuna delle circostanze, ha sfidato le ritrosie delle rispettive famiglie e ha regalato a entrambi più di quarant'anni passati insieme, a fare cattleya e leggersi libri a vicenda, senza lavori, figli, o altre distrazioni.
il modo di vivere di jean e germaine è la messa in atto della forma più pura dell'amore, quello che non lascia spazio a nient'altro e vive per sempre.
so che sarebbe facilissimo aspettarsi di avere le dita appiccicose di melassa, ma pennac è pur sempre pennac, quindi state tranquilli che di sdolcinato e smielato qui c'è proprio poco, anzi, lo scrittore francese è un maestro dell'ironia e sa rendere, con le sue scenette a volte quasi surreali, i due vecchietti ancora più adorabili di quanto già non siate riusciti a intuire, mentre dal canto suo la cestac ha un modo di disegnare molto cartoonoso e stilizzato, tipico del fumetto umoristico, i suoi personaggi sono già buffi senza che ci sia pennac a farli recitare...

e a proposito di recitazione, alla fine del volume alcune pagine sono dedicate proprio all'adattamento teatrale della storia. non sono un'appassionata di teatro, quindi non so se in italia è stato mai messo in scena, ma mi piacerebbe parecchio vederlo!

lunedì 12 marzo 2018

il matrimonio di chani kaufman

ammetto con sincerità che quando ho iniziato a leggere questo libro mi sembrava di tenere in mano un mattone bollente, non avevo nessunissima voglia di leggere una qualche storia d'amore, sopratutto se doveva culminare in un matrimonio e in un vissero tutti felici e contenti o peggio ancora in qualche già sentito piagnisteo di quanto sia noiosa la vita dopo essersi sposati.
ero giù di morale e ho iniziato a leggere la storia di chani con tutti i pregiudizi possibili, dicendomi che non sarei riuscita mai a finire questo libro, temendo persino di odiarlo.
ebbene, nonostante la copertina con i suoi colori tenui e il disegno dei due sposi suggerisca una storia frivola quasi da romanzo rosa, il matrimonio di chani kaufman è un romanzo che parla sì d'amore, ma che di frivolo, stucchevole e melenso non ha proprio nulla. e forse scegliere di leggerlo proprio in una fase di sbandamento sentimentale è l'idea migliore che si possa avere, perché seppure non curi nessuna ferita, regala un sacco di belle e potenti riflessioni non soltanto sull'amore romantico, ma sulla vita e sui tanti legami che intrecciamo al suo interno.
quindi almeno voi non fate come me, accantonate i pregiudizi e qualsiasi cosa vi stia succedendo in questo momento, vogliate bene a eve harris e alla sua chani, sapranno donarvi ore preziose.


chani e baruch stanno per sposarsi.
sono giovanissimi, si conoscono appena e sanno che il loro matrimonio durerà per sempre, che non c'è nessuna possibilità di tornare indietro.
ma d'altronde sono ebrei ortodossi e nella loro comunità è così che funziona, innamorarsi, corteggiarsi, stare insieme, convivere e avere rapporti fuori dal matrimonio è da gojim e da peccatori.
entrambi sanno che con un po' di fortuna l'amore arriverà, o che comunque potranno accontentarsi di una vita insieme rispettabile, accettata dagli altri e benedetta da dio.
o almeno è questo quello che devono pensare e credere.
in realtà ovviamente entrambi sono terrorizzati e pieni di dubbi, costretti a un'esistenza le cui tappe sono decise sempre da qualcun altro, le cui decisioni hanno necessariamente bisogno del consenso della famiglia e di tutta la comunità, una vita in cui è fondamentale apparire agli occhi degli altri come dei buoni ebrei, rispettosi delle tradizioni, modesti e giusti.
ma non è facile ignorare il mondo esterno alla comunità, le ragazze libere di vestirsi con gonne corte e camice che lasciano libere le braccia, la musica così diversa dai canti dei fedeli, il cibo non kosher, la gente che decide della propria vita senza che tutta la famiglia e i capi religiosi dicano cosa sia giusto o meno fare, maschi e femmine che si abbracciano, baciano e parlano insieme senza nessuna vergogna, che vivono una vita in cui non c'è nessun dio ad esaminare ogni loro più piccolo gesto e pensiero e a giudicarli.
come vivevano le altre persone? sentivano e pensavano come lei? com'era vagare liberamente nel mondo e non dover preoccuparsi delle proprie azioni e delle loro conseguenze spirituali?
eve harris racconta la vita di una comunità ebraica ultraortodossa attraverso la storia di questi due ragazzi e di come il destino li ha portati uno accanto all'altra a compiere il passo più importante della loro esistenza, così giovani e inesperti, molto più di quanto non lo siano i ventenni non ebrei.

il racconto inizia proprio con il loro matrimonio e la harris è bravissima a lasciarci confusi e sopraffatti dagli eventi esattamente come i due sposi, ma si sposta presto indietro nel passato, saltellando tra mesi e anni, raccontando una storia più grande e più antica che coinvolge non solo chani e baruch, ma anche la moglie del rabbino, rivka, e la sua decisione di rinunciare a una vita libera e ordinaria per amore, i suoi rimpianti, le sue gioie e i terribili dolori che ha sofferto accanto a un uomo tanto innamorato di lei quanto timoroso del suo dio e del giudizio dei suoi vicini, e suo figlio avromi, tormentato da un amore impossibile per una ragazza non ebrea.
la storia di rivka è forse quella più forte e toccante e lei è sicuramente il personaggio che più ho amato durante tutta la lettura: è lei che più di ogni altro nel racconto fa riflettere - e non soltanto noi lettori - sulle scelte che si compiono, su quello a cui si rinuncia e quello in cui si spera.

l'incontro, il fidanzamento e infine i preparativi per il matrimonio, offrono il pretesto per illustrare un modo di vivere - sopratutto dal punto di vista femminile - lontano anni luce dal nostro.
nella piccola comunità ebraica di chani tutto è deciso dagli altri, ma mai imposto con la forza da nessuno: qualsiasi siano i desideri di una persona, donna o uomo che sia, e purché rispettino le leggi di dio, ciascuno è libero di provare a realizzarli e tutti, familiari e capi religiosi, fanno sì che questo possa essere possibile.
ci sono amori teneri e sinceri, nati dal reciproco rispetto e da quello stesso amore per lo stesso dio e le stesse tradizioni, partoriti e cresciuti insieme a tanti bambini, ci sono dolori nascosti sotto tanti strati di vestiti e dignità, e sono sopratutto le donne - madri, spose e figlie, ma anche sensali e suocere e nuore - a giostrare silenziosamente i ruoli all'interno della comunità, favorendo o impedendo le unioni, accompagnando i figli verso il loro futuro, sostenendo le madri stanche e preoccupate, confortando le sorelle, combattendo per avere una vita felice e rispettabile.
donne forti e coraggiose sotto le parrucche che nascondono i loro veri capelli - nessuna donna sposata può mostrarli ad altri se non al marito - che sopportano tanti parti lodando dio o la mancanza di bambini nella dolorosa e silenziosa accettazione di una volontà così misteriosamente crudele, la cui vita è scandita dai doveri di moglie e madre, tra i riti di purificazione mensile, le pance che si gonfiano e sgonfiano a ogni nuovo bambino, i pasti da preparare, i figli più piccoli da consolare e quelli più grandi a cui trovare la sposa - o lo sposo - adatto, i mariti da sostenere e in qualche modo amare.

la comunità ebrea di cui racconta eve harris sarebbe un incubo claustrofobico e angosciante se lei non sapesse stemperare con ironico affetto le tante assurde - almeno ai nostri occhi - limitazioni e tradizioni da osservare, e se ci sono dei momenti in cui davvero questa esistenza così fermamente regolata appare crudele, ci sono anche tanti momenti in cui non si può che provare affetto sincero e anche ammirazione per chi riesce a vivere così. mi è capitato persino di invidiare la sicurezza di una vita già decisa in cui di certo almeno hai la certezza di non commettere errori madornali (o hai almeno una trentina di persone da accusare poi), di non trovarti solo senza sapere cosa fare per andare avanti.

più di trecento pagine che scorrono senza mai annoiare o pesare, che ci presentano un'umanità ingenua e tanto spaventata della vita quanto innamorata di essa, uomini e donne consapevoli che ogni respiro e ogni felicità e un dono e che questa gioia va restituita, grandi nella loro fedeltà a dio e alla comunità e al contempo piccoli e chiusi nei confronti del resto del mondo del quale rifiutano buona parte di gioia che chiamano peccato.
una storia importante che non solo da modo di conoscere uno stile di vita per noi praticamente inconcepibile e quasi del tutto sconosciuta (almeno per me, non sapevo assolutamente nulla di come si vive in una comunità così piccola e così fervidamente religiosa) ma che sa - e forse suona un po' paradossale, ma è vero - parlare di amore (in tanti sensi) con enorme e vera coscienza.


per me è stata una bellissima sorpresa questo libro e devo ringraziare il book bloggers blabbering e liberaria - che sta con noi per tutto il mese di marzo - per avermi dato modo di scoprirlo! continuate a seguire il gruppo e i nostri progetti qui!
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