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sabato 20 giugno 2026

tristi mediterranei

in fondo, potremmo pensare che, in sé, il mediterraneo neppure esista come oggetto chiaramente definito, con dei propri confini netti, con un inizio e una fine. il mediterraneo è piuttosto un processo, un reticolo di relazioni, fatti di contatti e scambi che generano richiami, rispecchiamenti, somiglianze tra le genti che lo abitano.


questo libro inizia con quattro informazioni fondamentali, che rovesciano le convinzioni della parte peggiore di questo paese, e due domande che generano una proposta.
le informazioni sono chiare: no, non è vero che il grosso dei movimenti umani sul pianeta è compiuto dallə migranti; no, non è vero che l'europa - figuriamoci l'italia - è il continente dove arriva la maggior parte di questə migranti; no, non è vero che l'immigrazione è un problema che interessa il nostro paese da molto tempo e, infine, no, non è vero che il turismo di massa sia un'invenzione così tanto recente come pensiamo.
le due domande sono: dove inizia il mediterraneo? e dove finisce?
e la proposta è: non avrebbe più senso parlare di mediterranei, al plurale? di un mare che non è solo oggetto geografico, massa d'acqua che divide terre e popoli, ma una stratificazione di possibili itinerari che collegano storie e umanità?

queste informazioni, domande e proposte sono una sorta di bagaglio minimo per iniziare questo viaggio attraverso il mare nostrum - attraverso la nostalgia di quel nostro svuotato di senso.
le verità che andiamo cercando valgono solo se spogliate di ogni scoria di avventura, di romanticismo, di esotismo.
tristi mediterranei riecheggia inesorabilmente quei tristi tropici che sono stati un frammento immancabile della formazione di ogni antropologo da metà del secolo scorso a oggi. ed è da quel odio i viaggi e gli esploratori, che si traduce nella consapevolezza del proprio posizionamento come turista in questo lungo intrico di rotte, itinerari, attraversamenti, luoghi, storie e vite, che inizia il racconto, dal nord dell'isola di cipro passando per le altre isole del mediterraneo - lesbo, malta e lampedusa - fino a toccare le sponde dell'albania e lo stretto di gibilterra.

visto da questa non guida di viaggio, da questo modo insolito di raccontare i luoghi che si attraversano, il mediterraneo si moltiplica in varianti di sé che a volte si sovrappongono a fatica: il mare dei migranti, di chi si vuole fermo (e invece si sposta lo stesso), di chi è guardato, giudicato, raccontato e, quasi sempre, allontanato; e il mare dei turisti, di chi guarda, fotografa, racconta, di chi è incoraggiato a spostarsi dai privilegi che la globalizzazione ha strappato da una parte di mondo e ha assegnato a un'altra.

un continuo viaggiare che trasforma i territori: dalle città fantasma di cipro, che sembrano lo sfondo di un immaginario distopico, agli ancora più spaventosi centri di detenzione per migranti dell'albania o l'inferno di moria, passando per musei della memoria e attraverso porte che si aprono al centro dell'identico cielo. frontiere sul mare, fragili, ma insormontabili, più per la paura che generano che per la loro capacità di sezionare il mondo.
ogni approdo racconta un tassello della stessa storia e svela le contraddizioni di un'europa che, oggi come nel passato, non vuole lə migranti (è di qualche giorno fa la vergognosa approvazione del parlamento europeo sui rimpatri, scene ributtanti di canti e applausi per festeggiare quello che di fatto è una condanna a morte per migliaia di persone) ma che pure ne ha bisogno - tanto per imbastire sulla loro pelle una politica che di giorno in giorno diventa più repressiva, quanto per sfruttarne il lavoro.
e se attraverso le sue frontiere sempre più militarizzate immagina un presente dove il viaggio è solo per chi ha in tasca i documenti giusti, dall'altro lato romanticizza le migrazioni passate e il senso di accoglienza e solidarietà per farne souvenir da vendere all'ennesimə turista, o erge monumenti in memoria di chi si è scontrato contro i suoi stessi muri.
se non vedi il confine, molto probabilmente è perché lo stai guardando dalla parte dei privilegiati
alle politiche antimigratorie messe in atto nei grandi centri di potere, si contrappongono le voci e i gesti della società civile: gli oggetti dellə naufraghə diventano memoria e monito, lontani dalle ipocrisie delle celebrazioni istituzionali, e in alcune foto del libro si leggono slogan sui muri che ricordano che il crimine non è salvare le vite di chi va per mare, anzi, e che è l'esasperante turistificazione, e non il passaggio dei migranti, a erodere città e paesaggi.
sono i popoli a ricordare, a mantenere una memoria innestata nei corpi e nella loro stessa storia, di un senso di appartenenza, fratellanza e unità che lega le terre che si affacciano sul mediterraneo e, soprattutto, chi le abita.

e su tutte queste rotte, questi viaggi in cui voglia di avventura e bisogno di speranza si mescolano senza soluzione di continuità, passano le gigantesche, stranianti navi cargo, simboli inconfondibili del capitalismo globale e di un mondo da incubo, che sogna merci in movimento e corpi immobili.

quello che si fa con tristi mediterranei è un viaggio spiazzante, a tratti sconcertante.
l'insensatezza di un sistema sociale globale che sembra correre sempre più velocemente verso ogni possibile stortura e ogni possibile sbaglio, di un mare attraversato da carichi di armi, di spiagge cancellate dall'overtourism, di barchini che qualcuno spera affondino. eppure, l'approdo è inaspettatamente carico di speranza, di possibilità di imparare di nuovo a pensare a un noi che unisca invece di continuare a dividere.
l'ultimo porto è lontano dal mare, dove pure arriva quella mescolanza di lingue, parole, odori e persone che solo il mediterraneo sembrava poter contenere. a riprova della pluralità dei meditarranei, che sanno esistere anche lontano dalle onde.

giovedì 4 giugno 2026

gomìtolo 7 ~ maggio 2026

questo gomìtolo esce in ritardissimo ma va bene lo stesso. d'altro canto, cosa non è in ritardo nelle nostre (nella mia) vite?

sto ancora cercando di capire come sono arrivata a metà di questo anno, anche se sto ancora a confondermi e a scrivere le date con l'ultima cifra sbagliata. le giornate sono interminabili e le settimane volano, tutto è un delirio e io non riesco mai a fare tutto quello che vorrei.

una delle cose più consolatorie di questo mese è stato che un po' di persone mi hanno detto che conoscono e seguono il blog, e persino che ce ne sono altre che lo seguono anche se non ci siamo mai incontrate. bello, sono felice. però se siete tra queste, ogni tanto lasciatelo un messaggino, un commento, un qualche segno di vita, ché pensare di scrivere messaggi in bottiglia che forse non arriveranno mai su nessuna spiaggia non è proprio il massimo.

questa cosa di gomìtolo era iniziata perché non ne potevo più dei social.
non è cambiato niente e, anzi, negli ultimi giorni stanno impazzando delle polemiche così stupide e feroci che reggo tutto ancora meno. sapete di che parlo, no? della questione due spicci e del fatto che non-si-sa-chi ha scritto dei messaggi anonimi per sputtanare uno dei pochissimi personaggi pubblici di questo paese per cui personalmente nutro una stima immane a livello umano.
o, come mi è stato detto, che mitizzo.
boh, forse lo faccio. abbiamo tuttə bisogno di un qualche punto di riferimento, no?
quello che mi urta di tutta questa storia è che l'unica cosa che viene fuori da una protesta fatta così, con i messaggini anonimi su instagram, è che lə animatorə della serie - coinvoltə o meno nella protesta, fa nulla visto che chi ha scritto non c'ha messo il nome e ha parlato con toni generici - c'hanno fatto la figura di chi non sa come si organizza uno sciopero e con chi ci si interfaccia, zerocalcare s'è preso una vagonata di merda assolutamente immeritata e persone orripilanti come g4sp4rri (lo scrivo così perché altrimenti mi fa un po' impressione, scusatemi, sono una persona sensibile in fondo) hanno avuto sponda per fare le loro solite porcherie - tipo parlare di diritti del lavoro quando l'anno scorso vi convincevano che non si doveva andare a votare per il referendum sul lavoro, ve lo ricordate?
altra merda sta venendo a galla, tipo i nomi di chi sta a capo delle case di produzione eccetera, che guardacasochil'avrebbemaidetto si ricollegano a un certo partito di un certo - ugh - senatore, e secondo me questa storia tirerà giù a valanga un sacco di porcherie. e, o succede che viene fuori che michele rech è il più grande attore vivente e negli ultimi quindici anni c'ha preso per il culo interpretando un personaggio che non è, oppure si dovrà fare la fila per chiedergli scusa.
se conoscete qualche sito che accetta scommesse fatemi sapere, che io di certezze ne ho poche ma su questa cosa saprei dove puntare.


intanto, due spicci l'ho vista, è bellissima come sempre e come sempre m'ha commosso e fatto a pezzettini il cuore. perché io sono così, piango per le cose di zerocalcare e per i video dei cagnolini felici. e perché da la profezia dell'armadillo in poi, poche cose m'hanno fatto sentire non-sola come i fumetti e, dopo, le serie sue.
(ma tu vedi se mi doveva toccare di mitizzare un maschio bianco cis etero. almeno abbiamo scoperto che è canaro, mi danno l'attenuante)

comunque, di questa storia ne ho parlato con un po' più di diplomazia qui insieme al sommo audace. (però mi dovevo sfogare. almeno lo faccio negli spazi miei)

sono una fangirl

altra cosa importante di maggio è che c'è stato il salone del libro di torino, che ci sono andata, che ho visto pochissime persone e che con quelle pochissime persone ci sono stata bene.
grazie a eris che è sempre famiglia , dove incontro sempre gente straordinaria come mel (qui due parole sul suo libro ma tra qualche giorno esce un'intervista pazzesca sul blog audace) e eugenia erba, e che mi ha permesso di respirare la stessa aria di agustina bazterrica. grazie a chi mi accoglie al suo stand sempre con parole bellissime (sì riccardo-di-diabolo, parlo di te ), grazie a chi non mi ha fatto perdere in autobus e mi ha fatto squattare una sedia allo stand di zona42 (ciao vargas).
che dire? il salone è sempre un delirio, fa caldo, non si respira e si finisce per comprare un botto di roba che boh, chissà quando la leggo. quest'anno, però, in questa categoria rientra un solo acquisto per me, sto imparando a contenermi.
ad essere sincera ho girato il meno possibile proprio per evitare di fare danni e un po' perché tra stanchezza e alcuni momenti di presa-a-male è andata così. ci sono state persone a cui avrei voluto presentarmi e invece poi ho fatto dietrofront, e altre con cui invece sono riuscita a parlare (ciao maicol & mirco, è stato bellissimo conoscerti ma le prossime magliette falle anche piccole che pure a me piacciono i tuoi disegni, mica solo a quellə grandə).
amen. magari il prossimo anno va meglio, chi lo sa.


questo mese ho letto di più ma c'ho meno voglia di scrivere.
volevo parlarvi di due libri, di uno poi ci farò una recensione fatta per bene, promesso, dell'altro vi dico adesso.
crescere, la guerra è uno dei miei acquisti (niente bookhaul o foto acquisti, smettiamola con questi contenuti dove ostentiamo cosa compriamo, soprattutto dopo il post su quanto siamo anticapitalistə) fatti a torino ma non al salone - finalmente sono riuscita a farmi un girettino tra le bancarelle sotto ai portici che vedevo sempre nelle foto dellə altrə e rosicavo - e mi ha fatto compagnia durante un altro viaggio verso torino (ve lo dico dopo).
è un poema che a leggerlo si sente la voce di francesca mannocchi direttamente nelle orecchie, quel suo modo di raccontare le cose con lucidità e pacatezza e fermezza (ecco, anche lei è un'altra che mi fa commuovere e piangere di rabbia). racconta la guerra cantando chi la guerra l'ha vissuta, la vive.
sulla quarta di copertina si legge una scrittura che attraversa la guerra non tanto come evento, bensì come condizione del corpo, della memoria, ed è davvero così. poco importano le date e le coordinate, quello che resta è la storia di chi cerca di restare un essere umano lì dove le condizioni per esserlo cessano di esistere. si cantano i corpi ma anche le case abbandonate e distrutte, il doversi separare da tutte quelle cose quotidiane, banali forse ma fondamentali per costruire una quotidianità, per mettere insieme la propria storia.
la guerra come cancellazione di quel sommare momento a momento per costruirsi una vita, per arrivare alla fine ad avere una memoria. la poesia come uno spintone, una forza che ci fa fare un passo avanti per sfondare la cornice e imparare a guardare un paio di occhi alla volta, una vita alla volta, cos'è la guerra fuori dal linguaggio chirurgico di chi la racconta senza averla mai vissuta, di chi ne fa numeri e statistiche.
l'orrore è questa cosa qui, questo distruggere l'umanità dellə altrə mentre sfiguriamo la nostra.

parlo troppo, gesticolo di più

e poi, dicevo, a torino ci sono tornata due settimane dopo il salone, grazie all'associazione binaria che ha ospitato me e gresa a parlare - ancora, dopo tre anni - di decostruzione antiabilista.
parlare ho parlato tanto, come faccio sempre. se mettessi insieme tutte le cose che ho detto in questi anni, magari ci scrivevamo altri due libri.
però, sinceramente, la cosa più bella che questo librino qui mi ha dato è stata l'andare in giro a parlare con persone che magari non incontrerò mai più ma con cui abbiamo per un attimo costruito qualcosa insieme, in posti dove forse non tornerò mai più ma che almeno una volta ho attraversato.
e, se mai capiterà qui qualcunə che quel libro l'ha letto o ci ha ascoltate parlarne da qualche parte, grazie per averci dato la tua attenzione, è sempre bellissimo .

foto bonus: a ravenna andavano di moda le papere

mercoledì 3 giugno 2026

anatomia di me

questa è la mia tortura: oscillare tra una festa bellissima in un giardino incantato ed essere falena svuotata, che si è spinta troppo vicino alle luci del party.

a volte, nell'ipersaturo mercato editoriale dove tutto somiglia a qualcosa, arriva un libro che non fa eco a niente e che è impossibile da collocare nello scaffale giusto.
anatomia di me è un memoir, un libro di poesia, un diario illustrato, una riflessione profonda sulla salute mentale in chiave politica e antipsichiatrica. è una testimonianza preziosa per lə studiosə sociali che si occupano di medicalizzazione e di pratiche della biomedicina e psichiatria occidentale ed è un abbraccio per chi vive con una diagnosi psichiatrica e - soprattutto per colpa di quelle pratiche - si sente solə.

scritto e disegnato nel corso di anni, anatomia di me è nato come diario personale, uno spazio in cui cercarsi e cercare il senso del proprio percorso dal momento della diagnosi: disturbo borderline e disturbo bipolare.
la diagnosi di una patologia è, per quasi tuttə, il punto di svolta nella vita: da un lato dà significato e risposte a quello che prima non si riusciva a nominare o comprendere, dall'altro si incide addosso come un'etichetta, rinchiude in una definizione da cui poi è difficile tirarsi fuori.
ci si dice ok, ora so perché sono così, ma perché sono così? e la risposta è impossibile da trovare perché, semplicemente, non esiste.

anatomia vuol dire, letteralmente, tagliare attraverso, dissezionare. ed è questo quello che mel fa in questo libro, attraverso le immagini e la poesia.
disegni e parole - tracciati i primi e scritte le seconde a penna, direttamente sul foglio, senza la rete di sicurezza di una bozza a matita prima - danno forma all'inconcepibile e all'innominabile, restituiscono alla realtà esterna un mondo interno in cui, dice l'autrice, si può viaggiare. una geografia del proprio io che deve essere esplorata, mappata e, infine, compresa.


questo luogo-essenza è il territorio dell'autoanalisi tanto quanto quello della medicalizzazione. mel viaggia e racconta, come un'esploratrice che compila un coscienzioso rendiconto di un paesaggio mai visto prima e, insieme, parla dell'ambivalenza della cura, come terapia che placa i momenti di maggior sofferenza e come imposizione e reificazione dellə paziente. tutta la sua esperienza, per come emerge dal libro, è estenuante oscillazione: tra stati d'animo di estrema intensità, tra accettazione e rifiuto degli interventi medici, tra lo scorrere velocissimo di emozioni estenuanti e la trattazione calma e competente della diagnosi, tra una disperazione inconsolabile e una luminosa volontà di guardare avanti.

leggere anatomia di me non è facile. poco importa se ci si riesce a riconoscere o no nelle visioni oniriche e asfissianti delle pagine illustrate o nella forza sconcertante delle parole che non fanno mai sconti né ingentiliscono la realtà.
carne viva - che doveva essere il titolo per come era stato pensato all'origine - è quella che vediamo e tocchiamo a ogni pagina. è un corpo privo di pelle, della più elementare delle difese, messo a nudo che chiede di essere guardato, riconosciuto e accolto, prima di tuttə da sé stesso.


in un orizzonte culturale, medico e letterario che relega la narrazione in merito alla salute mentale sul ripiano più alto degli scaffali riservati allə specialistə e allə addettə ai lavori - o al massimo a caregiver o familiari di persone con diagnosi - un libro come questo apre lo spazio alle voci di chi la diagnosi la vive sulla propria pelle. ancora una volta, il personale smette di essere testimonianza di una specifica storia per farsi esperienza politica e collettiva, strumento di conoscenza, consapevolezza e terapia per chiunque - e da qualsiasi prospettiva - abbia bisogno di conoscere.

di questo libro incredibile ne ho parlato anche con mel in un'intervista (bellissima) che leggerete prestissimo sul blog audace! stay tuned.

mercoledì 3 dicembre 2025

le indegne

qualcuno grida nel buio. spero che sia lourdes.
le ho messo degli scarafaggi nel cuscino e poi ho cucito la federa di modo che stentino a uscire, che le zampettino sotto la testa oppure sopra la faccia (magari le si infilassero nelle orecchie per deporre le uova nei suoi timpani e sentisse le larve ferirle il cervello). ho lasciato delle piccole aperture perché possano sgusciare fuori lentamente, con fatica, come fanno quando li prendo (li catturo) tra le mani. certi mordono. hanno scheletri flessibili, si appiattiscono per passare attraverso fessure minuscole, sopravvivono senza testa per diversi giorni, resistono a lungo sott'acqua, sono affascinanti. mi piace stuzzicarli. taglio loro le antenne. le zampe. li infilzo con degli aghi. li schiaccio con un bicchiere di vetro per osservare attentamente quella struttura primitiva e brutale.
li bollo.
li brucio.
li uccido.


una donna scrive.
lo fa di nascosto, su fogli rubati, con inchiostro arrangiato. dopo piegherà per bene quelle pagine e se le legherà addosso, così che nessunə possa trovarle, perché scrivere è proibito e se la scoprissero la sua punizione sarebbe esemplare.
scrive parole cattive perché sono le uniche che possono descrivere un mondo cattivo come il suo.
all'interno della sacra sorellanza, lei è un'indegna, proprio come lo è lourdes, a cui ha promesso un disgustoso risveglio notturno.
scrive di speranze e di memorie, scrive della vita quotidiana della sorellanza.

quello che sappiamo di questa organizzazione e di tutto quello che accade tra le mura che la ospita - mura appartenute a un vecchio convento di monaci di cui non si sa più nulla, forse uccisi dalle malattie, forse assassinati - arriva proprio da questa sorta di diario, se diario si può chiamare lo scritto di una donna a cui è stato proibito tener conto del trascorrere del tempo. un diario senza date, un lungo flusso di coscienza che diventa testimonianza e insieme strumento della presa di consapevolezza della sua autrice.
senza fede, non c'è salvezza.
qui, le giornate trascorrono come una serie di sogni perversi e allucinati, fatti di pentimento, punizioni corporali, umiliazioni, paura e speranza miserabili. per l'anonima protagonista, il sogno più grande è di elevarsi dal ruolo di indegna e diventare un'illuminata per poter passare oltre quel portone sempre chiuso, lì dove solo chi è davvero pura può accedere.

la sorellanza è organizzata in una rigida gerarchia: al gradino più basso, le serve, i cui corpi sfregiati e malati impediscono di elevarsi a qualcosa di più. a loro spettano i compiti più umili e gravosi, e vengono guardate con sprezzante senso di superiorità dalle indegne, appena un gradino sopra, che possono però sperare di diventare elette o illuminate.
le elette - sante minori, diafane di spirito e auree piene - sono creature mutilate: accecate, con i timpani sfondati o con la lingua strappata, sono intermediarie tra i due mondi - terreno e spirituale - che si congiungono nella nuova, dolorosa forma dei loro corpi deturpati.
la loro è la dimensione della sofferenza e dell'obbedienza, che sono la loro missione: espiare, sacrificarsi giorno per giorno, offrire in dono il proprio dolore così da impedire altre catastrofi.
infine, ci sono le illuminate, con i loro corpi integri e perfetti, espressione di uno spirito puro che si è elevato, pur nel mondo materiale, fino al divino. vivono separate e nascoste dietro un enorme portone pesante, in un luogo altro e inaccessibile della casa. l'unica cosa che riesce a varcare la soglia è il loro canto.
sopra a tutte loro dominano due figure: la sorella superiora e ancora più in alto lui, l'unico uomo della casa della sorellanza, una figura distante, fredda e crudele.
l'uccello è morto guardando il cielo tra le foglie degli alberi. oppure guardando le stelle. è morto circondato di bellezza.
fuori dalla casa della sacra sorellanza, il mondo cade sotto i colpi di una crisi totale: il clima è al collasso e la società è completamente distrutta. privata di ogni possibile struttura, si è ridotta a un ammasso di persone che cercano di sopravvivere tra fame, caos e malattie.
chi dal mondo esterno arriva fino alle mura della sacra sorellanza può affrontare due destini: la morte immediata, se uomo, o una possibile consacrazione come indegna o come serva, se donna.
nello spazio intermedio, liminale, tra la casa e il resto del mondo, agustina bazterrica sceglie di collocare un bosco, il luogo per antonomasia di transizione e trasformazione, il luogo in cui passato, presente e futuro, causa ed effetto si ricollegano, i fatti diventano narrazione e ogni storia inizia davvero.

ne le indegne il bosco è molto più degli alberi che lo popolano, della luce che attraversa le loro foglie, della terra e dei pochi animali che ancora vi sopravvivono. dal momento in cui la narratrice-protagonista si ritrova a scriverne, il bosco si declina in qualcosa di più che uno spazio fisico.
le esperienze nel bosco - e la scrittura successiva di quelle esperienze - mettono in moto un concatenarsi di emozioni e ricordi che rivelano la storia di questa anonima cronista precedente al suo arrivo nella sacra sorellanza.
il bosco, da sepolcro degli affetti più cari, si trasforma in grembo di una ritrovata memoria e consapevolezza.

a catalizzare questo processo di metaforica morte-e-rinascita è lucía, una ragazza appena arrivata, attraverso il bosco, alla casa della sacra sorellanza.
lucía è, al contrario di chiunque altra, miracolosamente - e inspiegabilmente - incontaminata dalla crudeltà del reale che domina fuori e dentro le mura della sorellanza. tra le indegne, la sua umanità la fa apparire quasi come una creatura ultraterrena, una sorta di folle santa, o di strega, pronta a immolarsi rifiutandosi di partecipare a quel gioco mortale del tutte contro tutte che anima la casa della sorellanza.
il sudiciume che hanno assorbito dalla terra malata ha lasciato sul loro corpo stigmi permanenti, per ricordarci che la corruzione incombe su di noi e che le illuminate sono le uniche capaci di domarla. il sudiciume che si annida nella pelle delle serve, nelle loro cellule, è la rabbia del mare, la furia dell'aria, la violenza delle montagne, l'indignazione degli alberi, la tristezza del mondo.
vorrei poter analizzare pezzettino per pezzettino tutto il romanzo - che è, secondo me, incredibilmente bello e pregnante, anche più di cadavere squisito (che, chi mi conosce lo sa!, amo moltissimo) - ma non voglio spoilerare troppo la trama.
leggere questo libro è un po' come percorrere un percorso interiore di scoperta e riscoperta insieme alla protagonista, attraverso le parole, il pensiero e la scrittura. il suo diario è, da una parte, testimonianza di un'umanità post-storica, al capolinea di quel lungo processo di "progresso e sviluppo" che non ha tenuto conto dei suoi stessi effetti collaterali; dall'altra è, come dicevo, uno strumento di auto-analisi che permette alla donna che lo scrive di navigare all'interno del suo passato, di riscoprire i suoi traumi, di affrontarli e, così, superarli, riacquistando consapevolezza di sé e, di conseguenza, del sistema perverso della sorellanza.

le donne qui rinchiuse - serve, indegne, elette e illuminate che siano - sono succubi del topos (letterario e non) del fuori dalle mura è pericoloso, non si può uscire.
nel momento in cui questa negazione viene accettata totalmente da chi la subisce e, quindi, naturalizzata come unico modus vivendi possibile, chiunque la impone ottiene di poter imporre qualsiasi corollario a essa: non si esce dalle mura perché fuori è il male, e poiché vi è il male, bisogna espiare e purificarsi (nei modi raccomandati dalla legge o da dio o da qualsiasi padrone si sia accettato in quanto tale), così che il male non possa entrare.
così nasce una fede, una credenza totale e assoluta pur non supportata da alcun tipo di evidenza o di esperienza diretta della sua veridicità, così la sorella superiora e lui piegano menti già compromesse da ogni tipo di trauma, così di spezzano corpi già feriti e violati.

per spiegare la sua teoria sul funzionamento del potere (dello stato) foucault utilizza l'immagine del panopticon, la prigione progettata da jeremy bentham alla fine del '700: un unico guardiano, posto in cima a una torre, ha modo di osservare tutti i prigionieri - le cui celle sono disposte più in basso, in cerchio attorno alla torre - senza che questi sappiano con certezza se sono controllati oppure no. è questo controllo potenziale che instilla in loro la necessità di autocontrollarsi.
allo stesso modo, secondo foucault, il potere mantiene il controllo con pochi mezzi e poche energie semplicemente per il fatto di essere, almeno in potenza, pronto a punire o a premiare.
così, nella casa della sacra sorellanza, le consorelle - serve, indegne o elette che siano - vivono nel perpetuo controllo agito, se non dalla sorella superiora, da una qualche entità spirituale superiore: nessuna delle loro azioni sfugge al controllo, l'espiazione deve essere costante perché costantemente esposta a giudizio. e ogni fallimento altrui diventa uno scalino verso la propria elevazione.
nella casa della sacra sorellanza non ci sono rondini. non distinguiamo le stagioni, in una settimana possiamo viverle tutte e quattro fuse insieme, le une si compenetrano con le altre, si distruggono, il freddo dell'inverno congela una giornata primaverile, il caldo scioglie la pace autunnale, e tutte sono avvolte da un silenzio pungente che dilaga a un ritmo sempre più incalzante. il silenzio degli uccelli che ormai non cantano quasi più.
se nel primo romanzo arrivato in italia, cadavere squisito, la metafora cannibalismo/capitalismo era immediata e sconcertante, qui bazterrica costruisce il suo mondo distopico in modo più sottile, andando avanti e indietro nel tempo e nei ricordi e affidandosi a una sola voce (muta, senza filtri, senza paure che le impediscano di dire).
l'aspetto forse più incredibile di questo romanzo è proprio il modo in cui, man mano la protagonista-narratrice va avanti, cambia il suo modo di scrivere e quindi di pensare, di guardare a quello che la circonda, alle altre e a sé stessa.
la presa di coscienza c'è ed è pienamente visibile per noi che leggiamo, ma forse non lo è altrettanto per lei che scrive. e la traduzione di francesca signorello è riuscita a rendere perfettamente questo cambio di registro.

le indegne è un romanzo piccolino e si fa leggere in poche ore, ma spalanca voragini di riflessioni sul nostro mondo e sui collegamenti tra le tante crisi che stiamo affrontando: quella ecologica, quella sociale, quella economica. guerre, inquinamento, genocidi, distruzione dei diritti umani, misoginia e odio del diverso, chiunque egli sia, tutto partecipa al collasso prossimo, tutto minaccia un'umanità sconfitta da sé stessa, violata, impaurita da un mondo che se la gratta via di dosso.
e, in un futuro così, perdere sé stessə e riconoscersi come prede, non è poi così facile come credere a una nuova fede, a una nuova speranza addestrata con l'inganno e la sofferenza.

venerdì 17 ottobre 2025

doll's paradise

 benvenuta! ♥ posso aiutarti?

immaginatevi il negozio più puccioso, carino e coccoloso possibile, pieno di adorabili bamboline, figure, animaletti e creature kawaii di ogni tipo. il doll's paradise è esattamente questo, un meraviglioso paradiso ritagliato via dal grigiore quotidiano.
un negozio che non è solo un negozio, ma è anche la realizzazione dei sogni di chi l'ha prima immaginato e poi trasformato in realtà. una realizzazione che è costata - e che continua a costare - sacrifici, fatica e impegno.

la sua proprietaria - una gattara un po' nerd - è sempre gentile, tanto con le adorabili figure che vende, quanto con lə clienti, anche quando questə magari scambiano le sue statuette da collezione con dei banali giocattoli per bambinə. sorride, chiacchiera, dà consigli, registra gli ordini, crea tessere punti.
ogni giorno.

certo, scegliere di far diventare la propria passione un lavoro è gratificante ma spesso poco renumerativo, perché quellə che, oltre a chiacchierare e curiosare, acquistano qualcosa non sono tantissimə, ma ci sta, no? chi di noi non si è innamoratə di un negozio tanto da entrare ogni tanto a girellare pur sapendo di non poter acquistare nulla?

ma c'è chi girella in modo del tutto innocente e chi, invece, no.
c'è chi pensa che sia facilissimo farla sotto al naso di una ragazza così carina e sempre gentile e sorridente, magari un po' timida, persa nel suo mondo di bamboline e pupazzetti, forse un po' scollegata dalla realtà... una che figurati se si accorge di un accessorio in meno...
o forse sì?


in pochissime pagine - come da tradizione dei gatti sciolti, la collana in cui è pubblicato doll's paradise - lucia biagi riesce a raccontare il non detto della quotidianità di chi ha deciso di trasformare una passione in un lavoro e si ritrova però a dover condividere tutto il suo mondo con quel terribile mostro a mille facce che è la clientela: persone spesso incompetenti e superficiali che hanno diritto di accedere a quello che è quasi un piccolo santuario, ma che passano più tempo a dissacrarlo che a provare di cogliere e rispettare l'amore e la dedizione di chi l'ha costruito.
indispensabili perché un'attività commerciale vada avanti, basta pochissimo perché diventino un vero e proprio incubo, che mette a dura prova non soltanto la sopravvivenza dell'attività commerciale in sé, ma anche l'equilibrio mentale di chi dedica a quell'attività commerciale tuttə sé stessə.

il sorriso della proprietaria del doll's paradise si fa sempre più tirato, sempre più inquietante. la dolcezza iniziale inizia a incrinarsi sotto il peso delle giornate storte, del sapersi presa in giro e della stanchezza, e si trasforma in una maschera spaventosa... e quando la goccia fa traboccare il proverbiale vaso, anche la più gentile delle commesse può ricorrere a mezzi impensabili!

geniale e cattivissimo, doll's paradise è la storia di tuttə quellə che hanno visto calpestare i propri sogni e le proprie passioni e hanno sognato vendetta... e a volte sono riuscitə a ottenerla.
conoscete un lieto fine più dolce?

lunedì 25 agosto 2025

agosto è un buco nero

agosto è un mese oscuro, pieno di ombre dense e di abbagli che fanno perdere la ragione, è un mese pieno di mosche, in cui il sangue si secca in fretta e la carne dura poco tempo intatta fuori dal frigorifero.
la morte ha molto da fare, corre come un cameriere di chiringuito che sta facendo la stagione e come lui non ha giorni liberi, nemmeno i lunedì.
non è un saggio, né un'inchiesta o tantomeno una raccolta di racconti. non è un romanzo ma neppure si propone di riportare i fatti così come sono avvenuti, strappando fuori le parole dalla realtà delle cose. agosto è un buco nero sa solo quello che non è, e a noi piacciono le cose che non sanno definirsi da ben prima che balto ci insegnasse come spiegarla in poche parole.

la riflessione di sara caterina tzarina casiccia prende il via da un assunto tanto banale che nessunə si sognerebbe di metterlo in discussione: agosto è un mese di merda.
un mese a cui si arriva strisciando sui gomiti dopo quasi un intero anno di lavoro - anche se l'estate, il caldo e le zanzare arrivate già da un pezzo - e in cui la più rosea delle prospettive è una vacanza dimenticabile, affollata e caotica o, difficile giudicare se meglio o peggio, la solitudine tra le strade svuotate di una qualche città soffocante. in cui non è poi tanto difficile trascinarsi un sacco nero sulle spalle senza dare nell'occhio...
racconta casiccia che, in agosto, si uccide - e ci si uccide - di più. o forse no.
forse sarà solo un caso che ad agosto i treni esplodono, i legami famigliari si sciolgono in pozze appiccicose, i poeti dicono addio, le attrici si riempiono di barbiturici, i serial killer rubano canzoni e intere città vengono cancellate in pochi secondi.
certo è che a guardarsi indietro, le coincidenze sono troppe e casiccia racconta un calendario di morti più o meno famose, una al giorno per tutti i trentuno giorni di questo mese denso di sole e angoscia.

dal 1916 al 2023, agosto si srotola in un elenco di delitti e tragedie, raccontati adattando ogni volta stile, forma e registro, perché ogni storia è unica e merita una sua propria voce. dalla cronaca italiana a hiroshima, dal mistero dell'ultima notte di marilyn monroe all'assassinio di federico garcía lorca, da sacco e vanzetti a piazzale loreto, fino ad arrivare alla sua storia personale, casiccia compone questo libro strano ricostruendo ogni volta vicende e atmosfere. ma agosto è un buco nero è anche una specie d'altare personale dell'immaginario poetico e pop della sua autrice e della sua generazione, dove trovano spazio i poeti della beat generation, chi l'ha visto?, l'antifascismo e le terrificanti storie di serial killer d'oltreoceano. un racconto tra i racconti che mostra in controluce quante - e quanto diverse tra loro - sono le storie di cui è fatta la nostra storia, di cui siamo fattə noi stessə.

ancora un po', e potremmo dire di essere arrivatə sanə e salvə a settembre.
nel frattempo, siete ancora in tempo per perdervi tra queste terribili storie agostane. suggerimento personale: tenetevi accanto accanto carta e penna: casiccia cita e suggerisce tantissimi libri, ottimi consigli di lettura per il prossimo autunno.

lunedì 11 agosto 2025

mentre il mondo guarda ~ intervista a gina nakhle koller / while the world watches ~ interview with gina nakhle koller

«A tutte le persone palestinesi del mondo: Questo libro è dedicato alla vostra resilienza, forza e incrollabile speranza di fronte a sfide inimmaginabili. Che la sofferenza finisca, che la giustizia prevalga e che il mondo agisca finalmente per portare pace e dignità nelle vostre vite.»
Gina Nakhle Koller


questo post è stato scritto in italiano e in inglese.
this post was written in italian and english. scroll down to read the english version.

la storia di un genocidio non è una storia di numeri e non si fa con le notizie che gocciolano tra le maglie strette della censura occidentale.
è stato detto tante volte, così tante che temo che il significato di questa cosa si sia perso, ma questo è davvero il primo genocidio in diretta streaming della storia dell'umanità. abbiamo visto centinaia di migliaia di fotografie e di video, abbiamo letto notizie agghiaccianti, ma soprattutto abbiamo visto i volti, letto i nomi e a volte le storie di tutte le vittime dell'abominio che israele sta compiendo impunemente, anzi, con il sostegno dell'europa e dell'america.
abbiamo le prove di tutto questo costantemente sotto gli occhi eppure non riusciamo a fermarlo. restiamo ad ascoltare i nostri governi e la nostra peggiore stampa sostenere menzogne su menzogne persino davanti all'evidenza, persino davanti alle innumerevoli manifestazioni che in tutto il mondo esprimono solidarietà alla palestina e chiedono il cessate il fuoco, la fine del blocco degli aiuti umanitari, delle uccisioni di massa, degli arresti illegali, dello strapotere dei coloni, di ogni tipo di abuso.

guardiamo tutto da quasi due anni eppure questi volti e nomi e storie rischiano di perdersi in un vortice gorgogliante di orrore, nei feed sconclusionati dei nostri social, dove la foto di un bambino fatto a pezzi si incastra tra il video di un gattino buffo e quello dell'ennesima, inutile ricetta.
tutto questo rischia di perdersi o, forse peggio ancora, di normalizzarsi, di diventare così tanto a fondo parte della nostra quotidianità da trasformarsi in un contenuto tra tanti.

gina nakhle koller sta provando, dall'inizio del genocidio, a far sì che questo non succeda.
il suo lavoro va a braccetto con quello dellә giornalistә palestinesә che da mesi - da decenni, in realtà, perché sappiamo tuttә che questa storia orribile non è iniziata il 7 ottobre 2023 - testimoniano a rischio della loro vita gli infiniti crimini israeliani a gaza e nei territori palestinesi occupati.


mentre il mondo guarda / while the world watches è la raccolta - in italiano e in inglese - delle vignette che ha disegnato e pubblicato ogni giorno dall'inizio del genocidio. le sue opere si ispirano alla cronaca quotidiana, raccontano l'inumanità dell'IOF e dellә suә sostenitorә: i bombardamenti sullә civilә, lә bambinә a pezzi e quellә mutilatә e quellә orfanә e quellә mortә di freddo o di fame, ridottә a scheletri. e poi le fosse comuni, lә sfollatә bruciatә vivә nelle loro tende, lә neonatә lasciatә morire di fame ammassatә dentro le poche incubatrici rimaste in funzione, gli ospedali e le scuole e le case e le università e ogni altro edificio civile raso al suolo, lә medicә e lә operatorә umanitarә e lә giornalistә presә di mira e uccisә, i cadaveri restituiti privi di organi, lә prigionierә rilasciatә dopo indicibili torture e il dolore folle nei loro sguardi, le ambulanze crivellate di colpi. e i soldati che ridono mentre uccidono, che si vantano di essere la peggiore espressione che l'umanità può inventare, i leader che applaudono agli assassini e l'industria bellica che gonfia oscenamente i portafogli di pochi, mentre a centinaia di migliaia vengono massacrati ogni momento.

leggere oggi mentre il mondo guarda è un modo per rivivere il primo anno di genocidio a gaza, per richiamare alla mente quello che è stato sommerso da centinaia di altre immagini altrettanto sconvolgenti e disastrose. ma è anche un modo per sottrarre quelle immagini al fisiologico oblio dei social network e trasformarle in storiografia contemporanea dell'abominevole condizione in cui è crollato il nostro mondo.

le vignette di gina sono sempre essenziali, il soggetto è spesso al centro dello spazio, circondato da bianchi o neri assoluti e dalle parole dell'artista che raccontano, citano o accusano. momenti di orrore strappati al ritmo frenetico dell'ultrainformazione dell'era social, fissati sulla carta - e sulle nostre coscienze, per sempre - da tratti veloci, netti, sicuri anche se carichi di emozione.
gina traduce in disegno tanto l'oggettiva crudezza di quelle immagini, quanto le reazioni del mondo - di partecipato dolore, di sdegno o, per alcuni soggetti in particolare, di compiaciuta complicità - diventando testimone non soltanto della cronaca di gaza ma dello scollamento, pericolosissimo, che sta avvenendo sempre di più tra i governi e i popoli che dovrebbero rappresentare.

ma c’è di più. il lavoro di gina – che non si è fermato alla pubblicazione del libro, ma continua sui suoi social e sul suo sito – non è semplicemente una trasposizione della cronaca, è – come è sempre l’arte quando si fa strumento di lotta contro il potere – un messaggio di denuncia, di accusa ma anche di speranza. gina, come altrә artistә palestinesә che abbiamo imparato a conoscere in questi lunghi mesi, è voce di un popolo che non vuole arrendersi e che è pronto a rinascere, con le radici ben piantate nella sua terra e l’animo teso al futuro.

vi lascio alle parole di gina. buona lettura!

ciao gina, grazie mille per aver accettato il mio invito e benvenuta su claccalegge!

► Ciao a tutti e grazie, Claudia, per avermi proposto questa intervista. Sono onorata di avere una piattaforma per parlare della Palestina.

in questi lunghissimi mesi di orrore, tutto il mondo ha guardato alla palestina, ha pianto, manifestato, condiviso le immagini di denuncia e testimonianza che sono state trasmesse ininterrottamente sui social, ha cercato con ogni mezzo possibile di contrastare l’impunità dello stato di israele. posso chiederti come ti sei sentita e come ti senti, da artista di origine palestinese e libanese, davanti alle notizie che arrivano ogni giorno da gaza e dalla west bank?

► Mi sento distrutta e spaventata, eppure in qualche modo più determinata che mai. Come artista libanese i cui nonni erano palestinesi, queste non sono solo delle notizie per me. È una questione personale. È una questione generazionale. Sono cresciuta con il peso della spoliazione, dell'occupazione e della cancellazione, ma nulla poteva prepararmi alla portata e alla brutalità di ciò a cui abbiamo assistito dall'ottobre 2023.

Ogni giorno porta con sé un nuovo orrore e ci sono momenti in cui mi sento completamente impotente. È un'angoscia profonda, che mi tocca l'anima. Ma anche nei momenti più bui, ho imparato che la disperazione non è la fine, è un invito ad agire. Ho molti alti e bassi. Sì, il genocidio è ancora in corso. Ma ciò che è ancora in corso è anche la solidarietà globale, il rifiuto di distogliere lo sguardo e la consapevolezza che abbiamo la responsabilità non solo di piangere, ma anche di mobilitarci.

quando e perché hai deciso di disegnare per denunciare il genocidio?

► Quando è arrivato il 7 ottobre, sapevo già cosa stava per succedere. Ho vissuto con la consapevolezza di come reagisce lo Stato israeliano: con punizioni collettive, con violenza schiacciante, senza alcun riguardo per la vita dei civili. Quindi, mentre il mondo stava ancora elaborando lo shock di quel giorno, io sentivo già il terrore insinuarsi dentro di me. Sapevo che Gaza avrebbe sofferto, ancora una volta, solo che questa volta su una scala ancora più inimmaginabile.

Quando ho iniziato questo progetto, ero devastata. Ero sopraffatta dal dolore, dalla paura e dall'impotenza. Guardando il genocidio svolgersi giorno dopo giorno, attraverso il mio telefono, i notiziari, le voci delle persone che imploravano di essere ascoltate, ho sentito il bisogno di fare qualcosa. Disegnare è diventato il mio modo di affrontare la situazione, di non chiudermi in me stessa. È stato il mio modo di sopravvivere emotivamente.

All'inizio era un meccanismo di difesa profondamente personale. Ma man mano che i disegni hanno acquisito visibilità, sono diventati qualcosa di più: una forma di testimonianza. Un modo per umanizzare i numeri, i titoli dei giornali, l'orrore. Per dare un volto ai nomi. Per affiancare l'emozione ai fatti. E quando le persone mi hanno detto che le immagini li aiutavano a capire o a sentirsi meno soli, è stato questo che mi ha spinto ad andare avanti.

sulla copertina del tuo libro c’è un occhio che viene spalancato a forza da due mani. come interpreti il rifiuto di molta gente di guardare le immagini di questi massacri, di provare a capire cosa sta succedendo?

► L'immagine sulla copertina – un occhio costretto ad aprirsi – è un simbolo doloroso di ciò che credo tutti noi dobbiamo affrontare: l'urgente necessità di vedere e non distogliere lo sguardo. Il rifiuto di molte persone di guardare queste immagini è straziante, ma purtroppo comprensibile. La brutalità è così opprimente, così devastante, che distogliere lo sguardo può sembrare un modo per proteggersi da un dolore o da un senso di colpa insopportabili.

Ma questo rifiuto permette anche alla violenza di continuare senza controllo. Quando le persone chiudono gli occhi, permettono al silenzio di diventare più forte della giustizia. L'immagine è un appello, una richiesta, a confrontarsi con la realtà, per quanto scomoda o dolorosa possa essere. Perché solo guardando, testimoniando, possiamo veramente comprendere il costo umano e iniziare a chiedere un cambiamento.

È un promemoria che l'indifferenza è complicità. E che il mondo non può più permettersi di essere uno spettatore passivo.

ogni giorno arrivano notizie terrificanti, tantissime. foto, video, dichiarazioni, interviste, eccetera. in che modo decidi quale sarà il soggetto della tua vignetta giornaliera?

► Seguo attentamente le notizie ogni giorno: è impossibile sfuggirvi. Il flusso costante di foto, video, dichiarazioni e testimonianze è travolgente. Scegliere un soggetto per ogni disegno quotidiano non è mai facile.

Non mi limito a scegliere ciò che è più riportato o scioccante; mi concentro su ciò che mi colpisce in modo diverso a livello personale o emotivo. A volte si tratta di un evento specifico: una famiglia presa di mira deliberatamente, l'uccisione di un giornalista o una storia particolare che rivela il costo umano dietro i titoli dei giornali.

Altre volte si tratta di catturare l'atmosfera più ampia di paura, resilienza o dolore che tanti stanno vivendo. Il mio obiettivo è tradurre ciò che mi commuove profondamente in qualcosa che gli altri possano sentire e comprendere. Ogni disegno è un modo per catturare un momento nel tempo e dire: questo è successo. Questo è importante.

il tuo lavoro va oltre la semplice idea di “pubblicare un libro”, credo che sia un documento fondamentale per raccontare e testimoniare questi mesi, uno di quelli che poi diventano vere e proprie fonti storiografiche a servizio degli studiosi che proveranno in futuro a capire il presente che siamo vivendo. quando e come hai deciso di trasformare il tuo lavoro online in un libro di carta, capace di arrivare a molte più persone di quelle che vedono le tue opere sui social?

► All'inizio, pubblicare un libro non era nei miei piani. Mi concentravo sul reagire al momento, sull'esprimere ciò che provavo giorno dopo giorno. Ma man mano che i disegni si accumulavano, mi sono reso conto che questo lavoro doveva andare oltre la natura dei social media.

I social media sono in rapida evoluzione: un luogo di reazioni immediate e condivisione veloce, ma anche un luogo in cui le cose possono essere dimenticate altrettanto rapidamente. Volevo creare qualcosa di più duraturo, qualcosa a cui le persone potessero aggrapparsi e a cui potessero tornare, una testimonianza tangibile di questi mesi.

Non si tratta solo di un momento nel tempo, ma di una parte di una storia molto più lunga di sofferenza, resilienza e resistenza. Trasformare il mio lavoro online in un libro cartaceo è stato un modo per preservare la memoria, per insistere affinché queste storie non vengano cancellate e per offrire una risorsa alle generazioni future e agli studiosi che cercano di capire cosa è successo.

Il libro diventa una forma di testimonianza, qualcosa di permanente in mezzo al dolore e alla lotta continua.

che tipo di feedback hai avuto sui social da quando hai iniziato a pubblicare i tuoi lavori? e come è stato accolto il libro?

► La risposta sui social media è stata incredibilmente commovente. Molte persone che seguono il mio lavoro erano entusiaste quando hanno saputo dell'uscita del libro: lo consideravano un passo necessario e molti mi hanno detto che stavano aspettando qualcosa del genere. Ho ricevuto molti feedback positivi, non solo sull'arte in sé, ma anche su come è stata utilizzata: condivisa con amici, familiari e soprattutto con persone che potrebbero non capire cosa sta succedendo o che scelgono di rimanere in silenzio.

Per quanto riguarda il libro, penso che sia stato accolto con un profondo senso di riconoscimento e urgenza. La gente capisce che non si tratta solo di un progetto artistico, ma di una documentazione, di una testimonianza. Credo sinceramente che fosse qualcosa che la gente aveva bisogno di vedere e sono grata che stia riscuotendo questo successo. Spero che la gente continui a parlare di ciò che sta accadendo e che il libro continui a diffondersi. Questo non può essere dimenticato. Né ora, né mai.

tantissime persone si chiedono ogni momento cosa possono fare concretamente per fermare il genocidio, e spesso si sentono impotenti. hai dei consigli da darci?

► È così facile sentirsi impotenti di fronte a qualcosa di così enorme e orribile come un genocidio. Lo sento dire continuamente: “Cosa posso fare? Sono solo una persona”. Ma la verità è che tutto inizia sempre da una sola persona. Ogni voce conta. Ogni azione, per quanto piccola possa sembrare, contribuisce a creare un'onda più grande di consapevolezza e resistenza.

Il primo passo è parlarne. Avvia delle conversazioni. Condividi la verità con le persone che ti circondano, specialmente con quelle che non prestano attenzione. La consapevolezza si diffonde da persona a persona.

Se potete, boicottate: la pressione economica è importante. Dove spendete i vostri soldi è un atto politico. E, naturalmente, condividere online è ancora potente. Potrebbe sembrare solo un post o una storia, ma non si sa mai chi raggiungerà o come potrebbe spingere qualcuno ad agire.

Non dobbiamo fare tutto noi. Ma se ognuno di noi fa qualcosa, il risultato è importante. È così che inizia il cambiamento.

ti ringrazio tantissimo per il tempo che ci hai dedicato e soprattutto di ringrazio per il tuo lavoro, per il tuo libro e per tutte le emozioni che ci sono dentro e che hai condiviso con noi. dal fiume al mare!

► Grazie Claudia! Per tutto e per essere una voce forte in questo momento di bisogno.

la biografia di gina nakhle koller è tratta dal sito di eris edizioni

Nata nel 1982 in Libano, è illustratrice e fumettista. Il suo lavoro affonda le radici nelle sue origini libanesi e palestinesi. Cresciuta tra le difficoltà di una regione turbolenta, Gina ha scoperto che l’arte è un potente strumento di auto espressione e di storytelling, un mezzo per entrare in contatto con la sua identità e per far luce sulle storie mai raccontate del suo popolo. La Palestina rimane un tema centrale nel lavoro di questa artista, alimentando la sua passione nel creare un’arte che catturi la resilienza, le lotte e l’umanità del suo popolo. Nel 2013 ha conseguito un Master of Arts in Illustration in Svizzera dove ore vive, approfondendo il suo impegno nel raccontare attraverso le narrazioni visive. La sua arte trascende i confini, invitando il pubblico a vedere il mondo attraverso la lente dell’empatia e a dialogare con le voci di coloro che troppo spesso non vengono ascoltati.

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«To all Palestinians around the world: This book is dedicated to your resilience, strength, and unwavering hope in the face of unimaginable challenges. May the suffering end, may justice prevail, and may the world finally act to bring peace and dignity to your lives.»
Gina Nakhle Koller

the story of a genocide is not a story of numbers, and it is not made with the news dripping through the tight meshes of western censorship.

has been said so many times, so many that i fear the meaning of this has been lost, but this is truly the first genocide live-streamed in human history. we have seen hundreds of thousands of photographs and videos, we have read chilling news stories, but most of all we have seen the faces, read the names and sometimes the stories of all the victims of the abomination that israel is carrying out with impunity, indeed with the support of europe and america.

we have the evidence of all this constantly before our eyes, and yet we are unable to stop it. we stand by and listen to our governments and our worst press support lies upon lies, even in the face of the evidence, even in the face of countless demonstrations around the world expressing solidarity with palestine and calling for a ceasefire, an end to the blockade of humanitarian aid, mass killings, illegal arrests, settler oppression, and all kinds of abuses.

we have been watching everything for almost two years, and yet these faces and names and stories risk getting lost in a bubbling vortex of horror, in the rambling feeds of our social networks, where the photo of a chopped-up child gets sandwiched between the video of a funny kitten and that of another useless recipe.

all of this risks getting lost or, perhaps worse, normalised, becoming so thoroughly part of our everyday life that it becomes just one piece of content among many.

gina nakhle koller has been trying, since the beginning of the genocide, to make sure that this does not happen.

her work goes hand in hand with that of the palestinian journalists who for months - for decades, actually, because we all know that this horrific story did not begin on 7 october 2023 - have been witnessing the endless israeli crimes in gaza and the occupied palestinian territories at the risk of their lives.


mentre il mondo guarda / while the world watches is a collection - in italian and english - of the cartoons he has drawn and published every day since the beginning of the genocide. his works are inspired by the daily news, recounting the inhumanity of the IOF and its suә supporters: the bombing of civilians, the children cut to pieces and those mutilated and orphaned, and those who died of cold or starvation, reduced to skeletons. and then the mass graves, the displaced people burnt alive in their tents, the infants left to starve to death crammed into the few remaining incubators, the hospitals and schools and houses and universities and every other civilian building razed to the ground, the doctors and aid workers and journalists targeted and killed, the corpses returned with their organs removed, the prisoners released after unspeakable torture and the mad pain in their faces, the ambulances riddled with bullets. and the soldiers laughing as they kill, boasting that they are the worst expression humanity can invent, the leaders applauding the killers and the war industry obscenely inflating the wallets of a few, while hundreds of thousands are slaughtered every moment.

reading today while the world watches is a way to relive the first year of genocide in gaza, to call to mind what has been drowned out by hundreds of other equally shocking and disastrous images. but it is also a way of rescuing those images from the physiological oblivion of social networks and transforming them into a contemporary historiography of the abominable condition into which our world has collapsed.

gina's comics are always essential, the subject is often at the centre of the space, surrounded by absolute whites or blacks and by the artist's words that recount, quote or accuse. moments of horror snatched from the frenetic rhythm of the ultra-information of the social era, fixed on paper - and on our consciences, forever - by quick, sharp, confident strokes, even if charged with emotion.

gina translates into drawing both the objective rawness of those images and the reactions of the world - of shared pain, of indignation or, for some subjects in particular, of complacent complicity - becoming a witness not only to the chronicle of gaza but also to the extremely dangerous disconnect that is happening more and more between governments and the peoples they are supposed to represent.

but there is more. gina's work - which has not stopped with the publication of the book, but continues on her social networks and on her website - is not simply a transposition of the news, it is - as art always is when it becomes an instrument of struggle against power - a message of denunciation, of accusation, but also of hope. gina, like the other palestinian artists we have come to know over these long months, is the voice of a people who do not want to give up and who are ready to be reborn, with their roots firmly planted in their land and their souls set on the future.

i leave you with gina's words. enjoy reading!


hello gina, thank you so much for accepting my invitation and welcome to claccalege!
► Hello everyone, and thank you, Claudia, for inviting me to this interview. I’m honored to have a platform to speak about Palestine. 
in these long months of horror, the whole world has looked at palestine, cried, protested, shared the images of denunciation and testimony that have been broadcast continuously on social networks, and tried with every possible means to oppose the impunity of the state of israel. can i ask you how you felt, and how you feel, as an artist of palestinian and lebanese origin, in front of the news that arrives every day from gaza and the west bank?
► I feel shattered and scared— and yet somehow more determined than ever. As a Lebanese artist whose grandparents were palestinian, this isn’t just news to me. It’s personal. It’s generational. I’ve grown up with the weight of dispossession, occupation, and erasure — but nothing could prepare me for the scale and brutality of what we’ve witnessed since October 2023.

Every day brings a new horror, and there are moments when I feel completely helpless. It’s a deep, soul-level anguish. But even in the darkest moments, I’ve learned that despair isn’t the end — it’s a call to act. I have many ups and downs. Yes, the genocide is still ongoing. But what’s also ongoing is the global solidarity, the refusal to look away, and the understanding that we have a responsibility not just to mourn — but to mobilize.  
when and why did you decide to draw to denounce genocide?
► When October 7th happened, I knew what was coming. I’ve lived with the knowledge of how the Israeli state reacts — with collective punishment, with overwhelming violence, with no regard for civilian life. So while the world was still processing the shock of that day, I already felt the dread settle in. I knew Gaza would be made to suffer, again — only this time on an even more unimaginable scale.

When I began this project, I was devastated. I was overwhelmed by grief, fear, and helplessness. Watching the genocide unfold day after day — through my phone, the news, through the voices of people begging to be heard — I had to do something. Drawing became my way of facing it, of not shutting down. It was how I survived emotionally.

At first, it was a deeply personal coping mechanism. But as the drawings gained visibility, it became something more — a form of testimony. A way to humanize the numbers, the headlines, the horror. To give faces to the names. To put emotion alongside fact. And when people told me the images helped them understand or feel less alone, that’s what kept me going.
on the cover of your book there is an eye being forced open by two hands. how do you interpret the refusal of many people to look at the images of these massacres, to try to understand what is happening?
► The image on the cover — an eye being forced open — is a painful symbol of what I believe we all face: the urgent need to see and not look away. The refusal of many people to look at these images is heartbreaking, but sadly, understandable. The brutality is so overwhelming, so devastating, that turning away can feel like a way to protect oneself from unbearable pain or guilt.

But that refusal also enables violence to continue unchecked. When people close their eyes, they allow silence to grow louder than justice. The image is a call — a demand — to confront the reality, no matter how uncomfortable or painful it is. Because only by looking, by witnessing, can we truly understand the human cost and begin to demand change.

It’s a reminder that indifference is complicity. And that the world can no longer afford to be a passive spectator.
every day terrifying news arrives, lots of it. photos, videos, statements, interviews, etc. how do you decide what the subject of your daily cartoon will be?
► I follow the news every day closely—it’s impossible to escape it. The constant flow of photos, videos, statements, and testimonies is overwhelming. Choosing a subject for each daily drawing is never easy.

I don’t just pick what’s most reported or shocking; I focus on what hits me differently on a personal or emotional level. Sometimes it’s a specific event—a family deliberately targeted, the killing of a journalist, or a particular story that reveals the human cost behind the headlines.

Other times, it’s about capturing the broader atmosphere of fear, resilience, or grief that so many are living through. My goal is to translate what moves me deeply into something others can feel and understand. Each drawing is a way to hold a moment in time and say: This happened. This matters.
your work goes beyond the simple idea of ‘publishing a book’, I believe it is a fundamental document to narrate and bear witness to these months, one of those which then become true historiographical sources at the service of scholars who will try in the future to understand the present we are living. when and how did you decide to transform your online work into a paper book, capable of reaching many more people than those who see your work on social networks?
► At the very beginning, publishing a book wasn’t something I had in mind. I was focused on responding to the moment, on expressing what I was feeling day by day. But as the drawings piled up, I realized this work needed to reach beyond the nature of social media.

Social media is fast-moving — a place for immediate reactions and quick sharing, but also one where things can be forgotten just as quickly. I wanted to create something more lasting, something people could hold onto and return to, a tangible record of these months.

This isn’t just about a moment in time — it’s part of a much longer history of suffering, resilience, and resistance. Turning my online work into a paper book was a way to preserve memory, to insist that these stories are not erased, and to offer a resource for future generations and scholars seeking to understand what happened.

The book becomes a form of witness — something permanent amid ongoing pain and struggle.
what kind of feedback have you had on social since you started publishing your work? and how has the book been received?
► The response on social media has been incredibly moving. So many people who follow my work were thrilled when they heard the book was coming — they felt it was a necessary step, and many told me they had been waiting for something like this. I‘ve received a lot of positive feedback, not just about the art itself, but about how it‘s been used: shared with friends, family, and especially with people who might not understand what’s happening, or who choose to stay silent.

As for the book, I think it‘s been received with a deep sense of recognition and urgency. People understand that this isn’t just an art project — it’s documentation, it’s testimony. I truly believe it’s something people needed to see, and I’m grateful it’s resonating the way it has. I’m hoping people keep talking about what’s happening — and keep getting the book into more hands. This can’t be forgotten. Not now, not ever.
so many people ask themselves all the time what they can concretely do to stop genocide, and often feel powerless. do you have any advice for us?
► It’s so easy to feel powerless in the face of something as enormous and horrific as genocide. I hear it all the time — “What can I do? I’m just one person.” But the truth is, it always starts with one person. Every voice matters. Every action, no matter how small it may seem, contributes to a larger wave of awareness and resistance.

The first step is talking about it. Start conversations. Share the truth with people around you, especially those who aren’t paying attention. Awareness spreads person by person.

If you can, boycott — economic pressure matters. Where you spend your money is a political act. And of course, sharing online is still powerful. It might feel like just a post or a story, but you never know who it will reach or how it might move someone to act.

We don’t all have to do everything. But if each of us does something, it adds up. That’s how change begins.
thank you so much for your time, and most of all thank you for your work, for your book and for all the emotions in it that you shared with us. from the river to the sea! 
 Thank you Claudia! For everything and for being a strong voice in this time of need.

gina nakhle koller's biography is taken from the eris edizioni website

Born in 1982 in Lebanon, is an Comic Artist whose work is deeply rooted in her Lebanese and Palestinian heritage. Growing up amidst the challenges of a turbulent region, Gina discovered art as a powerful tool for self-expression and storytelling, a means to connect with her identity and shed light on the untold stories of her people. Palestine remains a central theme in Gina’s work, fueling her passion to create art that captures the resilience, struggles, and humanity of its people. In 2013, she pursued a Master of Arts in Illustration in Switzerland where she lives now, deepening her commitment to storytelling through visual narratives. Gina’s art transcends borders, inviting audiences to see the world through the lens of empathy and to engage with the voices of those too often unheard.