lunedì 29 giugno 2020

il cubo dei mille mondi

quando ricorderai chi sei e da dove provieni, lascia alle spalle il tuo passato!

un giovane che ha perso la memoria sul suo passato, un oggetto misterioso e potentissimo che gli permette di viaggiare in una dimensione fantastica, una setta di cattivi e un gruppo di aiutanti che lo aiuteranno a ricordare la sua storia e a riportare la pace.
bisogna ammettere che gli elementi fondamentali della storia di lufio non sono il massimo dell'originalità, ma il cubo dei mille mondi funziona perché è un bel frullato di cliché fantasy, ambientazioni curatissime (appassionati di archeologia, credetemi, ci sono un paio di pagine in cui vi piacerebbe davvero molto entrare), personaggi ben caratterizzati, avventura, intricate vicende familiari, scontri magici e anche una love story (probabilmente l'elemento che mi aspettavo meno e che mi ha piacevolmente sorpreso di più) molto tenera, che non ci spiace mai.


alexander è il perfetto protagonista per un racconto fantasy: timido, anonimo, anche un po' sfigato, passa la giornata in un archivio a ordinare scartoffie e la parte più emozionante della sua esistenza sono i suoi sogni, strani incubi che non riesce a interpretare in alcun modo ma che sa essere per qualche ragione importanti.
a scuoterlo dal suo tran-tran quotidiano ci pensa una consegna inaspettata effettuata dal più inaspettato dei corrieri. alex infatti sembrerebbe soffrire di prosopagnosia, cioè non riesce a distinguere i volti delle persone, per lui sono tutti uguali, simili a dei burattini di legno senza lineamenti, tutti tranne la ragazza che consegna il pacco con il cubo. non solo è diversa dagli altri ma sembra conoscere alex, nonostante quello che gli dice per lui non ha affatto senso.
mentre sistema gli oggetti appena ricevuti trova il cubo, una roba anonima e scialba che sembra risvegliarsi improvvisamente al contatto con alex e che lo catapulta in un posto sconosciuto, assurdo e pericoloso, una dimensione inequivocabilmente diversa dalla londra in cui ha sempre vissuto.

che il cubo sia importante lo scopre subito e a sue spese: catturato proprio per colpa sua, deve però a questo strano oggetto la possibilità di non farsi stritolare dalle prime guardie che incontra.
prigioniero, confuso e disorientato, incontra ellie, che da questo momento in poi lo aiuterà a sfuggire alla setta dei mille occhi - i tizi grossi brutti e cattivi che stanno cercando il cubo per usarne il potere - a orientarsi ad alazashea - il mondo in cui alex è stato catapultato e che è tenuto sotto scacco dai tizi di cui sopra - e sopratutto a cercare di scoprire qual è il suo ruolo e cosa può fare per questo mondo dominato e terrorizzato dal maestro, il capo della setta.

ellie - dalla pagina fb di lufio

cliché dicevamo, ma ben orchestrati. il cubo dei mille mondi è un buon esordio, che forse pecca un po' di ingenuità ma che trasuda entusiasmo e passione, perfetto per gli amanti del fantasy e per i lettori più giovani, forse a volte troppo veloce, forse troppa carne al fuoco ma con una buona storia, alcuni colpi di scena prevedibili, altri molto meno, dei personaggi a cui ci si affeziona subito e un mondo così ben articolato da permettere di continuare a scrivere prequel e sequel per darci la possibilità di conoscerlo meglio.
nota di merito per i disegni che sono pazzeschi, ci sono tavole che andrebbero stampate su fogli giganteschi per poter godere di tutti i dettagli e anche il design dei personaggi è interessantissimo e originale.
e bravi anche i tipi di bao che continuano a proporci nuovi giovani autori ricchi di talento.

venerdì 24 aprile 2020

il tesoro del cigno nero

il cigno nero non è una nave un realtà, bensì una leggenda, un mito. il sogno di ogni cacciatore di tesori da secoli: trovare un galeone con il tesoro ancora intatto.


nel 1995 il governo spagnolo si ritrova invischiato in un complicato caso giudiziario con una società americana di ricerca e recupero di reperti sottomarini: oggetto della contesa è il ritrovamento e il recupero - non certo compiuto con metodi ortodossi - del tesoro, praticamente intatto, del galeone, di cui gli americani si rifiutano di fornire i dettagli sull'identità.
all'epoca dei fatti guillermo corral è direttore generale del ministero della cultura del regno di spagna ed è proprio in virtù della sua conoscenza dei fatti dall'interno che si fa co-autore insieme a paco roca di questa storia, diversa nei toni da quelle più intimiste e quotidiane a cui il fumettista spagnolo ci ha abituati ma che mantiene comunque il suo tratto inconfondibile, nei disegni come nella regia.

la storia de il tesoro del cigno nero, per quanto ispirata a fatti reali, si allontana però dalla realtà e cambia nomi, date e personaggi e si fa finzione narrativa, diventando - da cronaca - un thriller internazionale: nel 2007 il giovane - e alquanto impacciato - diplomatico álex ventura appena assunto al ministero della cultura si ritrova catapultato nella diatriba con la ithaca, società americana di recupero relitti sottomarini capitanata da frank stern, un appassionato di antropologia senza scrupoli.

al di là della vicenda, che si sviluppa tutta attraverso processi, indagini, speculazioni, intrighi e tutti i vari ingredienti necessari a farne un thriller, il contributo di paco roca è tutto nella resa dei personaggi: il tono non cala mai, la narrazione non si prende una pausa eppure riusciamo a conoscere tutti gli attori della storia.

nonostante si trovi a gestire una trama diversa da quelle a cui ci ha abituati, roca non perde i suoi tratti più distintivi: la linea chiara innanzitutto, la gabbia semplice e regolare che si concede pochissime tavole libere, una regia che dilata i tempi (e farlo in una storia di questo genere poteva anche essere un rischio ma funziona benissimo), ma sopratutto la caratterizzazione veloce, precisa, immediata dei personaggi, subito così umani e veri da riuscire a farli entrare in empatia con il lettore e permettergli di tornare, almeno per qualche momento, alle emozioni dei suoi lavori precedenti.

la vicenda storica a cui il fumetto si ispira, quello dell'affondamento della merced, è narrata al centro del volume, una sezione che si finge, con l'uso di fondi avorio e illustrazioni dai colori seppiati, quasi come un antico documento a sé stante, espediente molto ben riuscito a cui si rimprovera solo la scelta del carattere troppo moderno e pulito delle didascalie.

dopo rughe e la casa, probabilmente ci si aspetta una storia del genere da un autore come paco roca, ma ci si mette pochissimo a ricredersi: la trama, nonostante alcune lunghe spiegazioni e i flashback, funziona benissimo, la narrazione segue tempi serrati ma mai troppo veloci, e in definitiva ci si ritrova all'ultima pagina di una storia d'avventura che ha il suo valore aggiunto proprio nelle grandi capacità di narratore che è roca.

nota di merito: la copertina mi ha stupita, è riuscita nell'effetto sorpresa tipico di quando di un libro arrivi finalmente alla parte in cui capisci perché è stato scelto proprio quel titolo, in questo caso alla fine ho capito perché è stata scelta proprio quella illustrazione.

(il libro sarà in vendita a partire dal 21 maggio)

lunedì 30 marzo 2020

i gatti dei louvre

oggi mi è successa una cosa strana. ho visto un gatto.
stavo parlando della monna lisa e tra i visitatori c'era anche un gatto bianco. non saltellava in giro e non sembrava nemmeno intimorito. mi guardava attentamente, proprio come se stesse ascoltando...
probabilmente era rimasto affascinato dal dipinto.

cécile fa la guida al louvre, tempio della cultura occidentale, conosciuto in tutto il mondo, simbolo stesso dell'arte e della storia umana. un bel lavoro, certo, non quello che sognava ma, sì sa, a volte bisogna scendere a patti con i sogni, ovvio.
un bel lavoro ma monotono, ripetitivo, tutta quella massa di gente sempre diversa e sempre uguale che ogni giorno ti scivola sotto gli occhi, che ogni giorno si accalca davanti alla gioconda e ignora quasi del tutto il resto delle opere presenti nel museo. cécile è stanca di questa monotonia in realtà, è quasi sul punto di mollare tutto quando un giorno, durante una delle innumerevoli spiegazioni del dipinto di leonardo, tra la folla nota un gatto.
piccolo, bianco, per nulla impaurito dalla confusione, completamente a suo agio, attento e affascinato anche lui dalle sue parole, dall'immagine di cui lei sta parlando. è una visione quasi immediata, sfuggente, ma certa.


il gatto bianco è solo uno dei tanti che in segreto abitano il louvre: dopo aver conosciuto patrick, il nuovo custode, cécile fa la conoscenza di marcel, il più anziano dei custodi, figlio e nipote di altri custodi prima di lui. marcel custodisce il segreto dei gatti del louvre e si prende cura di loro.
non solo i gatti, c'è qualcos'altro che lega marcel al museo: quando era bambino, giocava per le sue immense stanze, tra le statue e i quadri con la sorellina, almeno fino al giorno in cui la bambina non scomparve misteriosamente. lui ha sempre creduto e sempre sostenuto che arietta fosse sparita dentro un quadro ma nessuno gli ha mai creduto. nessuno tranne cécile, che ora ha deciso di aiutare il vecchio custode a ritrovare la sorella perduta.

matsumoto aggiunge incanto a questa storia che sembra già una favola gotica, affascinante e spaventosa, con la scelta di rappresentare i gatti a volte con il loro aspetto di felini, altre volte, quando sono lontani da sguardi indiscreti, con forme antropomorfe. c'è il vecchio capo, anziano e malaticcio che non si alza mai da sotto la sua coperta, il cupo saracco, che non sopporta fiocco di neve e vuole ucciderlo, fiocco di neve, il gatto bianco apparso a cécile, che rimane sempre un cucciolo a dispetto del tempo, e il buon pertica, un gatto senza nemmeno un pelo, che fa da mamma a fiocco di neve e cerca di proteggerlo da saracco e dagli umani, sicuro come tutti che verrebbero cacciati all'istante se si scoprisse che vivono dentro il museo, proprio loro che al louvre ci vivono da generazioni e generazioni, da prima che diventasse un museo, da prima che fossero costretti a nascondersi.


taiyo matsumoto, dopo sunny, ci riporta in quei luoghi a metà tra realtà e sogno che ci hanno tanto fatto amare le sue opere, quei suoi mondi dove la più crudele delle realtà viene tinta con i colori tenui della poesia, e qui, più che nelle altre opere, si comporta più da autore occidentale che da mangaka, sopratutto grazie ai colori di isabelle merlet, riportandoci più alle atmosfere oniriche, allucinate e malinconiche di de crécy che a quelle cui gli autori nipponici ci hanno abituato.
mentre una bambina viaggia dentro i dipinti, i gatti discutono di vita e morte sui tetti di parigi e gli uomini scivolano lentamente in una realtà che non sono del tutto capaci di accettare e riconoscere, i capolavori del louvre - un po' come spettatori, un po' come protagonisti silenziosi - rendono ancora più magica e irreale questa storia.

lunedì 23 marzo 2020

swan vol. 1 ~ il bevitore di assenzio

parigi, 1859. la capitale è un vecchio drago addormentato che aspetta solo una scintilla per svegliarsi.
e quella scintilla saremo noi: i giovani artisti!

appena giunti da new york a parigi swan e il fratello scottie non vedono l'ora di realizzare il sogno che li ha spinti ad attraversare l'oceano e raggiungere la capitale francese: affermarsi come pittori, diventare degli artisti nella città delle arti per eccellenze, quella parigi gravida di talenti e di geni in cui cova il germe di una rivoluzione artistica che stravolgerà il mondo culturale occidentale come è stato fino ad allora.
per scottie non è troppo difficile: è un uomo e, nonostante la necessità di superare un test d'ingresso, è praticamente sicuro che riesca a farsi ammettere alle belle arti, ma per la sorella il futuro sembra altrettanto certo ma sicuramente meno roseo.
tua sorella non è cambiata, scott. sempre così eccentrica. devi sorvegliarla: ora è una donna. al ritmo con cui vanno le cose, presto ci saranno "loro" al nostro posto a fumare qui sul balcone.
il rapporto tra i due fratelli si rivela presto molto meno idilliaco di quello che sembrava all'inizio, così come quello con il cugino edgar degas, ma questo è forse l'aspetto meno preoccupante per swan: giunta a parigi, pronta a mostrare il suo talento, si vede ridere in faccia se solo prova a nominare l'accademia e già dalla prima visita al louvre, oltre a lasciarsi travolgere dalla spaventosa quantità di opere che la circondano, si accorge della tremenda concorrenza tra cui dovrà emergere: le sale sono gremite di copisti, più o meno talentuosi, più o meno noti.
la nascita di venere, cabanel, 1863
svantaggiata perché donna, impossibilitata ad accedere a una vera scuola dove migliorare il proprio talento, senza alcun sostegno da parte del fratello, swan vede poco per volta crollare le sue illusioni romantiche e ingenue sull'arte e sopratutto sugli artisti, sopratutto dopo l'incontro con cabanel, il maestro adorato per tutta la vita, da cui si vede trattata con scherno e disprezzo, che si rivela in breve un uomo gretto, violento e volgare.

senza avvertire davvero la potenza di ciò che sta per compiersi, swan si ritrova davanti i protagonisti di quella che - pochi anni dopo, al primo salon des refusés - sarà l'inizio della rivoluzione impressionista.
i romani della decadenza, couture, 1847

primo tra tutti, e forse tra i personaggi principali degli anni a venire, édouard manet, che nel 1859 proponeva per il salon, sapendo già di venire rifiutato, il bevitore di assenzio, l'opera che ritraeva un noto straccivendolo frequentatore del louvre e alcolizzato e che era una sfida aperta nei confronti di couture - che quell'anno era a capo della giuria del salon - per il quale moltissimi stavano cercando di portare a termine grandi opere di carattere storico, da lui molto amate.

la forza di questo primo volume di néjib sta nel gioco tra queste due opposizioni: la vicenda personale di swan (personaggio fittizio, in cui vagamente - più che altro per il suo legame con manet - si può intravedere l'ombra di berthe morisot) che si snoda in un momento storico delicatissimo per il mondo dell'arte e, attraverso il suo sguardo - giustamente - confuso e disorientato, allo scontro tra arte ufficiale - le belle arti del salon, quelle nobili, tradizionali, di soggetti altissimi e di altrettanto altissimi livelli tecnici e compositivi - e il nuovo sdegno dei giovani artisti, desiderosi di rovesciare i grandi maestri dai loro piedistalli e di portare al salon un'arte nuova, libera dalle convenzioni e dalle abitudini.


il bevitore di assenzio, manet, 1859
tra i tanti, proprio manet sembra inserirsi nella storia di néjib a gamba tesa, proponendosi come l'icona stesso del vacillare del gusto artistico del periodo prima del grande salto (lo si vedrà sicuramente, come lascia intendere la nota a fine del volume che preannuncia il titolo del prossimo capitolo - il cantante spagnolo - trionfare dopo pochi anni allo stesso salon che tanto disprezzava e che fu per lui sempre motivo di sprezzo e desiderio) e come cerniera tra il vecchio e il nuovo, precursore degli impressionisti di cui non fece mai veramente parte e troppo innamorato dei maestri del passato per poter troncare nettamente con i loro insegnamenti.
il vostro vecchio genio è un fallito! pensava di smantellare l'accademia, ma non c'è riuscito! perché? perché è gretto quanto loro! mi ha assillato con i suoi tic, le sue convenzioni di merda! guardate qua! sono ancora ossessionato dai suoi trucchi da esecutore! non potete immaginare quanta fatica io stia facendo per liberarmene!
l'ira di manet, il suo sdegno per un mondo fossilizzato e ricurvo su se stesso, incapace di imparare dal passato per gettarsi finalmente con entusiasmo verso il futuro, e forse anche per se stesso, per il suo non riuscire a smettere di inseguire il salon e l'approvazione pubblica, turbano swan forse più di quanto non riesca a fare lo stesso cabanel e - a questo punto spero! - sarà questo, insieme alla sua rivincita come donna in un ambiente gretto e maschilista, il motore del prossimo volume della storia.

dopo stupor mundi néjib torna a costringere il suo pubblico a leggere almeno due volte le sue pagine: la prima preso dalla trama, appassionato alle vicende dei personaggi, con la fretta di arrivare alla fine, di conoscere tutto; la seconda per la voglia di soffermarsi sui dettagli, ricercare nomi, conoscere le storie, calarsi meglio nell'atmosfera e riflettere sulle tante contraddizioni che si avvicendano sulla scena.

mercoledì 11 marzo 2020

le ragazze del pillar ~ vol. 1

va' dai poeti; essi ti parleranno in modo più perfetto delle creature più pure.
(william wordsworth - the prelude - book 12th)

la citazione a inizio post in realtà si trova alla fine della prima delle due storie di questo volume, ma mi è sembrata la frase che meglio racchiude l'anima di questi racconti e forse in generale dei lavori di teresa radice e stefano turconi, che ancora una volta, dopo il porto proibito, viola giramondo, non stancarti di andare, le storie di orlando curioso e tosca dei boschi, sfornano un altro libro che è come un paio di occhiali incantati capaci di mostrare il mondo avvolto da una luce calda e le persone piene di una bontà di fondo che dovremmo imparare a riconoscere anche fuori dalle storie scritte o disegnate che siano.
insomma chi, oltre loro due, poteva far diventare il pillar to post, bordello di alto rango ma pur sempre bordello, una vera casa, anzi una vera famiglia?

avevamo conosciuto già le ragazze del pillar ne il porto proibito ma, chiarisco subito, questo non è un sequel: d'altronde la storia di abel, del capitano nathan e di rebecca ha avuto la sua conclusione e qualsiasi tentativo di continuare a raccontarne sarebbe apparso forzato e fuori luogo.
le ragazze del pillar è più che altro uno spin-off, condivide con il porto proibito l'ambientazione e alcuni personaggi e con noi la nostalgia per plymouth e la gioia di tornare dopo quasi cinque anni.
cambiano però le atmosfere e il primo, chiarissimo segnale, è l'uso del colore invece del bianco e nero del porto. le ragazze del pillar, a dispetto dell'ambientazione, risulta un libro molto più leggero e giocoso del porto.


il pillar to post e le ragazze che lo abitano e che vi lavorano sono la versione migliore di qualsiasi idea possa venirvi in mente se provate a immaginare un bordello dei primi dell'ottocento: non è solo amicizia e complicità quello che c'è tra amy, la nuova tenutaria, june, lizzie e cinnamon, ma è più un senso di sorellanza, un amore che nasce non soltanto dalla convivenza e dalla vicinanza ma dall'aver condiviso gli stessi affetti e gli stessi dolori, e aver ricevuto in dono gli stessi ricordi preziosi.

alle due storie, la prima dedicata a june e a un grosso omone di nome tane, un maori che sogna di tornare alla sua terra, la seconda a lizzie e a un timido e impacciato scienziato, si aggiungono le vicende, ancora appena iniziate, del capitano yasser allali, incaricato di svolgere un incarico ancora misterioso, e di tess, sbarcata a plymouth e desiderosa di tornare in viaggio al più presto per raggiungere suo fratello.


quanto alla bellezza di testi, disegni e atmosfere, chi ha già letto gli altri libri degli autori sa di che si parla, di certo è evidente che non siamo stati i soli a desiderare di tornare a plymouth e le vedute a volo d'uccello sulla città, i colori, gli scorci affollati di gente sono la prova di quanto anche i due autori siano affezionati a quel libro che li ha effettivamente affermati come autori di altissimo livello anche fuori da disney.

aspettiamo le prossime storie del pillar to post che sicuramente ormai arriveranno dopo la terra il cielo e i corvi, prossimo libro bao - dopo la riedizione ampliata di viola giramondo - che dovremmo poter leggere entro l'anno. forse ci vorrà un po'

lunedì 9 marzo 2020

sostanza densa

sono cinquant'anni che studiamo questa anomalia. lo chiamano dio, fata dei dentini, genio della lampada, pozzo dei desideri. non credo che il linguaggio umano sia adatto a semplificare un argomento "esotico" di tale portata. cercare di identificarlo in questo modo è come fare dei calcoli spropositati con mele e banane, senza avere la più pallida idea di cosa sia una mela o una banana. l'unica verità che siamo riusciti a scoprire è la stupefacente densità di questa macchina di morte.

un mostro terrificante che si materializza dal nulla, si impossessa degli esseri umani, li deforma, li divora e distrugge dall'interno, uccidendoli in modo atroce. un enorme blob di un azzurro abbagliante che dispensa distruzione e, molto raramente, realizza i desideri di chi si trova sulla sua strada. non è cosciente, non comunica, non ha uno scopo, semplicemente esiste.
e l'unico in grado di fermarlo sembra essere sparito nel momento esatto in cui iniziamo a leggere la storia che lo vorrebbe protagonista, antenna, un supereroe da fumetto, con tanto di tutina attillata e superpoteri, nato proprio dall'incontro con la sostanza densa che in pochi secondi ha distrutto la sua vita di bambino e lo ha fatto rinascere, esaudendo il suo desiderio, come l'eroe che tutti invocano ma che nessuno riesce a trovare.


nonostante l'attenzione si concentri sopratutto su quattro personaggi - laura, sua figlia sara e i suoi due amici stefano e andrea - il vero protagonista della vicenda è il senso di spaesamento, di caos, di follia, di attesa e di ansia. le radio sono perennemente accese e per lo più parlano della sostanza e di antenna (o meglio della sua assenza), ma sono anche l'unico modo per sapere quando il mostro arriverà, preannunciato ogni volta da un'interferenza sulle trasmissioni.
con questo continuo sottofondo di notizie e interviste ad esperti, c'è chi si lascia andare al cinico sarcasmo, chi impazzisce completamente, chi si ostina a cercare di continuare una vita normale e chi vede nella sostanza aliena una sorta di divinità capace di realizzare i desideri dei pochi fortunati che riescono a incontrarla senza finire orrendamente uccisi.

tra la gente l'unica regola sembra essere ognuno pensi per sé e anche le organizzazioni pseudo-religiose nate dalla speranza di veder realizzati i propri desideri dalla sostanza - come era stato ai tempi per antenna - promuovono un individualismo totale, nulla che possa risolvere il problema alla radice e rivelarsi utile anche per gli altri. sperano, desiderano, attendono, ognuno per sé, a esclusione di laura che cerca di tenere al sicuro la figlia non c'è nessuno realmente interessato a qualcun'altro. tutti attendono antenna ma in realtà non fanno nulla, le orecchie tese verso i notiziari radiofonici e gli occhi verso il cielo, per schivare il pericolo o cogliere per primi il ritorno del salvatore.
nessuno dei personaggi, che siano i quattro principali o quelli che incontrano nella fuga, sembra essere capace di instaurare rapporti significativi e sinceri con gli altri - escluse, come dicevo, laura e sara: la prima cosa che la sostanza ha ucciso e distrutto sembra essere l'empatia, la capacità di sentirsi qualcosa di più singoli in mezzo a una massa informe e poco interessante.


sostanza densa si concentra tutto in un solo giorno, con qualche flashback a chiarire un po' i rapporti tra i personaggi e le pagine dei fumetti dedicati ad antenna (a proposito, per chi è riuscito a prenderlo in preordine c'era anche il fumettino speciale dedicato ad antenna, ne valeva la pena già solo per lo stile vintage) che sottolineano e ricordano la sua assenza, quasi come non esistesse davvero, come se la gente si fosse davvero affidata a un supereroe dei fumetti per far fronte a un mostro che devasta indisturbato la loro realtà.

come le migliori storie fantastiche, sostanza densa esplora e mostra la realtà come - e forse meglio - di uno specchio: dai rapporti sociali e affettivi (e il loro fallimento) alla difficoltà di trasformare in parole i pensieri (il famoso attento a quello che desideri perché potrebbe avverarsi), fino all'esasperato ed esasperante isolamento in cui tutti, chi più chi meno, chi consapevolmente e chi no, ci chiudiamo, che si trasforma nell'arrogante pretesa non solo di bastare a se stessi, ma di essere gli unici meritevoli di qualcosa di speciale.
menzione d'onore per i disegni di tommygun a cui il grande formato del libro riesce pienamente a rendere giustizia: ci sono splashpage visivamente grandiose, particolari grotteschi e un'attenzione minuta ai dettagli. i colori, luminosi e saturi, aumentano il senso di straniamento e rendono alcune immagini ancora più disturbanti.

mercoledì 4 marzo 2020

un'estate senza mamma


andare in un posto sconosciuto, tra gente che parla un'altra lingua, mentre piove e tutto è grigio: l'inizio delle vacanze estive per lucie non è dei migliori, ma ci vuole veramente poco perché si renda conto che quella casa, la spiaggia, l'isola così vicina alla costa sembra non vedano l'ora di raccontarle una storia incredibile, quasi fosse stata tenuta da parte fino ad adesso solo per lei.

piccole orme a cui nessuno fa caso, guasti improvvisi alle tubature dell'acqua, fiori nella sua stanza: c'è qualcuno che cerca di farsi notare da lucie, un piccolo strano omino che spunta dalle intercapedini della casa e che trascina lucie - e noi lettori con lei - in una specie di favola cupa, un mondo onirico straordinario e malinconico.


un'estate senza mamma è, come il mio amico toby e un oceano d'amore (non ne ho ancora scritto qui ma è bellissimo), un fumetto (quasi) muto.
la mancanza di dialoghi inizialmente serve a sottolineare lo straniamento di una bambina francese in vacanza in italia, di cui non conosce la lingua: lucie sembra tagliata fuori da tutto, osserva in silenzio quello che la circonda, lascia che siano le sue espressioni a parlare per lei.
quando poi sulla spiaggia fa amicizia con un altro bambino il silenzio assume tutto un altro significato, i due si intendono perfettamente anche se parlano due lingue diverse, i loro dialoghi sono fatti di corse, sorrisi e giochi, e la stessa cosa succede col piccolo omino nascosto a casa dei due italiani, con il quale i due bambini fanno presto amicizia.
è lui che conduce lucie in un mondo sospeso tra sogno e visione, un mondo dove le regole della realtà si annullano, il tempo corre avanti e indietro, tra passato e futuro, lo spazio si distorce, l'omino diventa un bambino arrabbiato e poi un pesce con le scarpe, come i tanti che abitano i sogni di lucie e che sembrano capaci di superare il confine col mondo reale.


sta cercando di dirle qualcosa quell'omino, sembra perso da tanto tempo, solo in un posto a cui non appartiene.
vuole che lucie lo aiuti a raggiungere i suoi amici ma come ha fatto a separarsi da loro? chi è veramente? cosa lo lega a quegli strani pesci con le scarpe?

grégory panaccione non spiega nulla se non in una nota a fine volume che sembra quasi slegata dal racconto dell'estate di lucie ma che invece è la chiave di lettura di tutta la vicenda.
si arriva all'ultima pagina, si va avanti ancora a leggere quelle poche righe e un vecchio fatto di cronaca, una storia terribile di tanti anni prima diventa, tra le pagine di questo libro in apparenza così semplice e leggero, una metafora potente e dolcissima, e panaccione nel racconto riunisce finalmente i fili che si erano spezzati nella realtà. 

lunedì 2 marzo 2020

commenti randomici a letture randomiche (72)

non so come cominciare a scrivere questo post. ammetterlo mi sembra un ottimo modo per rompere il ghiaccio e cercare di scrollarmi di dosso la sensazione di essere un'intrusa persino qui.
dunque, sono sparita per un po', non del tutto, ok, ho continuato a condividere qualcosa sulla pagina e a mettere roba su instagram ma...
sono stata travolta da una sessione infernale che mi ha lasciato pochissimo tempo per scrivere e per leggere. accanto al letto ho ancora fumetti usciti a lucca che aspettano e mi guardano malissimo, altri che aspettano da ancora prima che mi decida a scrivere qualcosa.
mi sento pessima, non so nemmeno a chi chiedere scusa prima, ai fumetti per averli solo spolverati negli ultimi mesi, al blog per averlo abbandonato o a quei tre/quattro lettori del blog che ormai probabilmente non si ricordano nemmeno di me.
provo, dopo questa inutile e noiosa introduzione che non serviva a nessuno, a riprendere a scrivere qualcosa. probabilmente nei prossimi post non vi parlerò di uscite recentissime ma grazie al cielo i libri e i fumetti non scadono mai e magari recuperate (o evitare) qualcosa che vi eravate persi qualche tempo fa.

non so bene il perché, ma questa città è piena di tipi strani.
chinami ha undici anni, non le piace andare a scuola, fare i compiti e non le piacciono nemmeno i tipi strambi che incontra nel suo quartiere.
anzi, sembra quasi che nel quartiere non ci sia altro che gente assurda che fa cose assurde, chi si improvvisa architetto e tira su palazzi surreali e di pessimo gusto, chi rincorre alieni sperando di incontrarli prima che tornino nel loro pianeta, chi va in giro dormendo e rischiando di lasciarsi coinvolgere in ogni tipo di incidente possibile e poi gente che vede il futuro o che è capace di mettere a repentaglio la propria vita per salvare il ricordo del passato.
chinami potrebbe semplicemente ignorarli, guardare altrove, concentrarsi sulla sua vita e invece sembra che non possa fare a meno di trovarsi invischiata nelle loro vicende, cercando ogni volta di mostrar loro quanto siano strambi, assurdi, folli e quanto strambe, assurde e folli siano le loro avventure. eppure, anche se arrabbiata e carica di pregiudizi, chinami sa ascoltarli e finisce per comprenderli, per vedere la logica nascosta dietro l'insensatezza di quello che di volta in volta si sono messi in testa di fare.
le storie, che inizialmente sembrano scollegate tra loro, cominciano a mostrare un patter unico e chinami, da accompagnatrice dei suoi strambi concittadini, diventa protagonista della sua storia, forse strana quanto quelle che tanto detesta, la storia di una ragazzina spaventata dall'incertezza del suo futuro che scopre il suo talento, quello di saper scoprire, nell'apparente monotonia quotidiana di un tranquillo e anonimo quartiere, la meraviglia e l'unicità che ognuno, con i suoi desideri, sogni, idee e certezze, cela dentro di sé.
fino a ora i paesaggi di chinami è forse uno dei titoli più belli della collana aiken. sono curiosissima di scoprire i prossimi.

il più delle volte preferisco assecondare le aspettative degli altri, pur di non deluderle. e così finisco per annullarmi, per non essere niente di quello che vorrei davvero. ho sempre dato modo agli altri di definirmi... mi sono sentito dire così tante volte che ero in un certo modo, che lo sono diventato  davvero.
inni alle stelle mi ha sorpresa tantissimo. lo stile dei disegni (per essere più precisi sono i colori che proprio non riescono a piacermi, sempre troppo simili e poco adattati ai cambi di atmosfera), non so bene nemmeno io il perché, mi aveva lasciato un po' col naso storto alla prima volta che l'ho sfogliato, poi andando avanti con la lettura mi sono abituata e mi sono lasciata trascinare dalla storia, da inni e dalla sua avventura che, come tutte le favole che si rispettino, comincia con un ragazzo che è solo un ragazzo che parte da casa, si lascia alle spalle le sue certezze e si immerge in un mondo nuovo e pieno di sorprese.
inni è un ragazzo senza grandi progetti e aspettative, invischiato in un fidanzamento combinato e destinato a lavorare nell'attività di famiglia, senza nulla di grandioso ad aspettarlo fino al giorno in cui, seguendo le orme del cugino giramondo, non decide di partire e, per ottenere l'approvazione della famiglia religiosissima, di andare in pellegrinaggio. in realtà, poco gli importa del santo e del suo tesoro, vuole scoprire qualcosa del mondo e di  se stesso.
il racconto si fa subito serratissimo, a metà tra fantasy - una non meglio definita guerra che vede coinvolte figure magico-mitologiche da ambo le parti, leggende e predizioni - e sopratutto racconto di formazione.
viaggiando accanto ai suoi compagni, inni scopre per la prima volta chi è e cosa desidera veramente, si rende conto di quali siano i suoi talenti, lui che è sempre stato convinto di non averne.
durante il suo cammino si spoglia dei pregiudizi che gli altri hanno sempre avuto nei suoi confronti, cresce - anche graficamente, perdendo le fattezze morbide e infantili delle prime tavole per acquistare un'aria più matura andando avanti nella storia - e impara a non essere più soltanto quello che gli altri si aspettano da lui.
giopota rivela però non solo il vero io di inni, ma stravolge le carte in tavola quasi per tutti i personaggi, come a voler sottolineare che la prima impressione - e spesso anche la seconda e la terza - non sia mai per forza quella corretta.
la trama è ricchissima di eventi, forse anche troppo, come se ci fosse la paura di annoiare il lettore, cosa che comunque non sarebbe successa nemmeno se si fosse lasciato un po' più di spazio alle riflessioni e alla crescita interiore dei personaggi, che sono più che altro affidate a scene un po' troppo artificiose, dense di belle frasi a effetto ma forse troppo forzate.
resta comunque una storia avvincente ed emozionante, un ottimo esordio da autore unico. sono curiosissima di leggere il prossimo lavoro (e ammetto che a fine lettura questi ragazzi-orso mi hanno conquistata più di quanto non avrei creduto all'inizio)

nessuno sapeva che farsene di me, ma sapevo di essere capace in qualcosa.prendere ciò che vedevo e metterlo su un pezzo di carta.
cosmica delusione per jane, che promette di essere una rivisitazione in chiave moderna di jane eyre e invece riesce a essere poco più di uno di quei romanzi rosa che trovate negli scaffali dei supermercati. la cosa migliore, in questo libro, sono i disegni e la prima, frettolosissima parte.
dopodiché, il nulla cosmico, o peggio, una storia d'amore malsana, raccontata male e spacciata per un'imponente tragedia sentimentale.
jane è rimasta orfana, sola, trattata male dalla famiglia della zia presso cui va a vivere, lavora duramente per potersi permettere un'esistenza diversa, coltiva il suo talento d'artista ogni momento che può e non si lascia mai abbattere.
tutto questo ve lo raccontano in sei pagine.
sei.
dopodiché riesce finalmente a trasferirsi, da un paesino del new england a new york, a iscriversi all'accademia di belle arti, a trovare un lavoro molto ben pagato in circa dieci minuti (miracoli delle sceneggiature) e a farsi immediatamente accettare come tata (questo il lavoro misterioso, per il quale firma in un contratto senza nemmeno chiedere informazioni, ovvio) da adele, una bambina che ha perso la madre e che ha per padre uno stronzo arrogante - rochester, ovvio - pieno di soldi che la ignora totalmente e la affida alla prima tipa che capita e che si offre come badante. la bimba, nonostante i traumi vissuti per tutta la sua giovanissima vita, è un frugoletto adorabile che impazzisce per jane dopo circa tre secondi che si sono presentate e da allora non farà altro che essere adorabile con lei. tutto molto sensato.
in barba al grande sogno di diventare un'artista, che coltiva da tutta la vita (le sei pagine di prima), jane si innamora del vecchio riccone arrogante in dieci secondi netti, e per amor suo non tocca un pennello o una matita se non in un paio di vignette (in cui comunque pensa solo a rochester, sia mai che nella sua mente ci sia altro), passando il tempo a fare da mamma ad adele e ad accettare ogni capriccio di suo padre che, non si capisce bene perché, la ama ma è stronzo e quindi la tratta in modo schifoso.
situazioni al limite della telenovelas del dopopranzo, buchi di sceneggiatura più grandi del traforo del frejus (la prof di pittura di jane prima la schifa, poi improvvisamente adora le sue tele - dipinte chissà quando; gli amici di jane sono tizi con cui ha parlato tipo mezza volta ma si comportano come se fossero cresciuti insieme dai tempi dell'asilo) e personaggi secondari ridotti a poco più che macchiette.
davvero: perché?
oh, i disegni sono belli eh, sopratutto quelli della prima parte, ma non si può reggere un libro solo su questo.

venerdì 17 gennaio 2020

visa transit ~ vol.1

la cosa più affascinante è quando è il paesaggio stesso a girare intorno a questo cielo che resta immobile, sempre sullo stesso piano. come succedeva nelle curve, quando ero sdraiato nel sedile posteriore della 504. il movimento. il viaggio. l’oscurità misteriosa della foreste della borgogna. scappavamo da tutti i mostri che erano nascosti là dentro, viaggiando di notte, al caldo.

diciott'anni, la patente appena ottenuta, l'estate, una vecchia citröen visa rimessa in qualche modo in piedi e la voglia di arrivare il più lontano possibile.
è il 1986, sono passati pochi mesi dal disastro di chernobyl ma lo spavento sembra già essere passato quando due cugini decidono di lasciare la francia a bordo di un catorcio carico di libri e spingersi verso est.

frugando tra i suoi ricordi nicolas de crécy mette su carta un viaggio di trentatré anni prima, quando l'europa era disseminata di frontiere e il turismo era cosa da avventurieri, carichi di documenti e cartine pieghevoli. i paesaggi - nord italia, jugoslavia, bulgaria, turchia - si mescolano agli inevitabili aneddoti di un viaggio improvvisato e ai ricordi dell'infanzia, diventano cartoline che esplodono di rossi e arancioni, abbelliti dal filtro di una memoria sbiadita o forse semplicemente malinconica.
voce narrante, evocativa e poetica, di questa prima parte di visa transit (la storia è divisa in due volumi di cui al momento è stato pubblicato solo il primo) è quella di un de crécy di trentatré anni dopo, che illustra, commenta, divaga, si distrae, anticipa e torna indietro, da ottimo narratore risparmia i tempi morti e si concentra sui momenti più significativi, quelli che sono rimasti nella sua memoria tanto a lungo e ne hanno richiamati a galla altri ancora più lontani.

il ritmo lento della vecchia auto costringe a vivere tutto il tempo che le distanze esigono per essere percorse, non sconta nessun imprevisto e non sottrae dettagli: le strade tortuose e deserte che mutano colori e atmosfere procedendo verso oriente regalano paesaggi inediti, diversi da quelli freddi e nebulosi dei suoi lavori precedenti, sorprese concesse a noi lettori che ci ritroviamo in un attimo a goderci il premio di un pomeriggio di frescura in uno sperduto villaggio in turchia costruito tra - e dentro - gli alberi, o una notte stellata e gelida che illumina un pezzo di strada quasi introvabile sulla cartina.


davanti alle pattuglie di frontiera, ai controlli dei visti, agli sguardi sospettosi di chi decide se puoi andare avanti o se il tuo viaggio dovrà interrompersi, è impossibile non fare il paragone con le frontiere di oggi, quelle che non minacciano la riuscita di un viaggio di piacere ma i tanti, troppi, tentativi di trovare un posto migliore in cui vivere.
i luoghi di visa transit mutano lentamente, sfumano uno nell'altro e raccontano un mondo che, a guardarlo da vicino, è una rete di diversità indissolubilmente collegate tra loro. le frontiere diventano solo un tentativo mal riuscito di spezzare i legami, interrompere le strade e distinguere qua e , noi e loro. sono la voglia di tracciare confini dove in realtà ci sono passaggi, di dare nomi diversi a persone uguali, di insegnarti uno spazio preciso, un recinto chiuso, dal quale poter uscire solo grazie a un permesso, che non ti guadagni in virtù di chissà cosa, ma solo perché sui tuoi documenti è segnato che sei nato nel posto giusto.

de crécy ci aveva già abituati a pagine di altissimo livello (il celestiale bibendum, la repubblica del catch o prosopopus, che se non li avete letti direi che è il momento di recuperare) e anche qui non delude per un solo momento, pur abbandonando - ma non del tutto, vedrete - il suo spirito visionario e le realtà allucinate che hanno caratterizzato i suoi lavori precedenti.