lunedì 23 aprile 2018

prosopopus

prosopopea n.f.
- figura [retorica] con la quale l'oratore o lo scrittore fa parlare e agire una persona assente o morta, un essere inanimato, un animale.

- discorso pomposo, veemente e empatico.

una città fumosa di palazzi alti tra i quali sembra non riesca neppure ad arrivare la luce del sole.
dalla finestra di uno di questi, un uomo prende la mira e spara a un tizio in completo giallo, con buona pace degli uomini lì accanto a lui a cercare di proteggerlo.

inizia così l'ultimo (per ora) racconto di nicolas de crécy, edito da eris edizioni, prosopopus.
o meglio, inizia con una lunga premessa di laetitia bianchi su questo strano essere, il prosopopus appunto, creatura leggendaria, mitica e orrorifica, una sorta di chimera antropofaga dagli occhi dolci, amica dei cani, buffa nella sua mostruosità, con i suoi tre denti e il suo sedere enorme.
come abbia fatto ad arrivare dalle pagine di testi tanto antichi a quelle di uno dei più apprezzati autori francesi è un mistero che dura poco, poche silenziose - ma concitate - vignette, ed ecco che un mix di fumo, sangue e sperma danno vita al gigantesco (e, bisogna ammetterlo, in qualche modo anche tenero) prosopopus, che entra prepotentemente, con un affetto asfissiante, nella vita del protagonista.

ma cos'è davvero il prosopopus?
se la prosopopea è un artificio retorico per dar voce a una persona assente, di chi fa le veci questo mostro giallo, rotondo e invadente?
mentre il nostro assassino cerca di sfuggire alla tenera persecuzione del prosopopus, l'uomo dal completo giallo è disteso su un tavolo di metallo pronto per l'autopsia, mentre tra i suoi affetti personali, in borsa come fosse un oggetto qualsiasi, viene fuori una mano di donna.

che sia la città stessa a farlo, o che sia merito del prosopopus, o che entrambi siano in combutta per ottenere il loro scopo forse non è così importante da sapere, ma dal momento della scoperta di quel macabro dettaglio per il protagonista di questo racconto le assillanti premure del suo nuovo amico saranno il problema minore.


la città in cui ci porta de crécy è oscura e sporca tanto quanto lo è la coscienza del suo protagonista e l'unica luce, calda e crudele come tutto ciò che strappa dall'ombra la verità, è quella del buffo personaggio che nasce dal suo senso di colpa, che da questo sentimento prende forma e sostanza e che lo incarna totalmente, che ossessivamente lo segue senza dargli un solo attimo di tregua e con gioia crudele riporta alla luce il suo passato e lo costringe a vivere l'incubo più tremendo: ammettere le sue colpe, riconoscersi traditore e assassino senza poter scaricare il peso su nessun altro.

de crécy ha un modo unico di raccontare e disegnare. "sperimentale" è forse l'aggettivo preferito per le sue opere, e come potrebbe essere altrimenti?
prosopopus è un racconto muto, come se nessuna parola potesse realmente narrare - spiegare! - la natura surreale e a tratti onirica della vicenda, così come incomprensibile, folle e ferina è la natura del prosopopus stesso, e così come muti e inspiegabili sono gli incubi, con i loro salti temporali e le connessioni illogiche e terrificanti.

piccolo capolavoro per usare una tra le più abusate definizioni da recensione, minchiacheflashassurdo se dovessi parlarvene al telefono, scegliete voi quella che preferite, ma leggetelo assolutamente!

e se ancora non conoscete questo autore pazzesco, è giunto il momento di rimediare (e di ripassare un paio di articoli):

domenica 22 aprile 2018

commenti randomici a letture randomiche (54)

dunque, in qualche modo sono sopravvissuta anche alla sessione straordinaria d'esami e posso tornare più o meno stabilmente qui sul blog.
dico più o meno perché tanto a) devo ricominciare a studiare per la sessione estiva che sarà la più pesante dell'anno e b) perché tanto sono una cazzona che non riesce a fare niente con costanza, ma comunque cercate di apprezzare l'impegno.
per festeggiare il superamento dell'esame più ansiogeno dell'anno (almeno fino ad adesso, tra un mese ritorno in paranoia, tranquilli) ho fatto recuperone di roba tra fumetteria e spesa online, senza contare tutto il resto: praticamente c'ho un'inquietante pila di roba letta/da leggere che oscilla pericolosamente vicino al letto e mi sono detta che devo riuscire a raccontarvi di più cose possibile prima di tornare ad infognarmi e abbrutirmi per la questione esami.

il recuperone ha riguardato anche un po' di manga, roba che prima occupava 3/4 delle mie letture e che ora pian piano vado abbandonando tranne quando faccio sti recuperoni mensili, per cui non so mai nemmeno se sto a passo con le serie, se magari li avete già letti tutti eccetera, però mi piace stare qui a parlarne, questa cosa per me equivale un po' a spettegolare seduti al bar, come potrei privarmi di cotanto piacere?

partiamo con arrivare a te 28.
ecco, devo confessarvi che mi salgono i nervi ormai già quando guardo le copertine di questo manga. lo so che l'ho detto un sacco di volte, ma davvero: mi piaceva tanto all'inizio, ormai è diventata la fiera dell'idiozia e del continuo a fare questa roba perché in qualche modo continua a vendere. in qualche modo ci sono davvero troppo affezionata (magari non ve lo ricordate, ma il primo volumetto è di ottobre 2012! sono quasi sei anni!) e non riesco nemmeno a pensare di abbandonare la serie, però ringrazio il cielo che tra due volumi finalmente finirà tutto e saluterò per sempre quei due idioti di sawako e kazehaya.
non so quanti numeri è che va avanti la pippa del lei andrà in un'università in un'altra città, si separeranno, lacrime e dolore, però mi sembra siano più o meno tre lustri, davvero, abbiamo capito mobastaveramente.
i nostri piccioncini sono passati dall'essere dei teneri imbranati a farsi catalogare come idioti senza speranza: sono tipo due, tre anni che stanno insieme e stanno ancora ad arrossire se si sfiorano le mani.
ora, io capisco benissimo che magari i giapponesi c'hanno un concetto di effusioni diverso dal nostro, per carità, ma se questa cosa fosse anche solo lontanamente verosimile, si sarebbero estinti da un pezzo.
sono insopportabili, la peggiore coppia di tutta la storia degli shoujo manga.
in compenso i personaggi secondari sono sicuramente più accettabili, e ormai l'unica cosa che spinge a leggere davvero i volumetti prima di posarli sullo scaffale è che voglio sapere come andrà a finire la storia - che a dire il vero non è ancora cominciata - tra yano e pin: coppia che non mi piace per niente, ma magari sono meno dementi dei protagonisti.

sta per concludersi anche honey, siamo al numero 6 e ne mancano solo due alla fine, il che è un gran bene perché, per quanto questa serie sia carina e tenera, si sa come vanno le cose quando si allunga il brodo senza motivo.
cioè, anche nao e onise sono due tonti, ma sicuramente meno freddi e falsi di sawako e kazehaya, e anche se la storia si basa sui soliti cliché riesce ancora a farsi seguire senza la necessità di ingerire un paio di caffè per non addormentarsi nel frattempo.
per vivacizzare un po' il finale l'autrice ha deciso di inserire due personaggi abbastanza assurdi: un kohai di onise dei tempi delle medie, che lo adora in modo quasi imbarazzante e detesta nao, e la sua sorellina bellissima e sociopatica.
ovviamente sappiamo benissimo che in qualche modo causeranno i soliti problemi di gelosia e incomprensione alla coppietta e sappiamo altrettanto bene che in un modo o nell'altro tutto si risolverà per il meglio.
insomma niente sorprese e niente tensioni, ma comunque la serie continua a piacermi abbastanza e credo che due volumi siano davvero troppo pochi per rovinare tutto nel finale.
almeno spero.

molto più elettrizzante e movimentato continua a essere hatsu haru, che arrivato in patria al dodicesimo volumetto (da noi al nono) prosegue spedito e con delle copertine un po' spoilerose ma che mettono un sacco di voglia di andare avanti nella lettura.
sarà forse anche perché la storia da spazio non soltanto a kai e riko, veri protagonisti della storia, ma lascia spazio anche agli altri personaggi, facendo sì che siano qualcosa in più che macchiette e cactus sullo sfondo, e ai rapporti di amicizia tra di loro.
kai continua a combinare un casino dopo l'altro nei suoi tentativi di essere il ragazzo perfetto per riko, e se non vince il primo premio in tontaggine lo si deve solo a shimura, che continua a tirare pesci in faccia a quel poveraccio di takaya quasi senza rendersene conto.
all'orizzonte intanto si profila la prossima love story, quella tra kagura e taro, dei quali finalmente scopriamo qualcosa sul loro passato: al momento sono la mia ship preferita, vorrei uno spin-off su loro due!
alla fine kai riesce a ottenere il modo di portare riko in giro ma, tralasciando il modo forse un po' umiliante per lui (ma divertentissimo, questo bisogna ammetterlo!) adesso dovranno affrontare la loro prima notte insieme fuori casa! all'orizzonte si profilano nuovi livelli di imbranataggine che non vedo l'ora di scoprire! (prendi spunto karuo shiina!)

ma il più grande colpo al mio cuoricino di fangirl eternamente bloccato in fase adolescenziale me l'ha dato il sesto volumetto di tsubaki-cho lonely planet, che adesso diventa il primo in classifica tra le pubblicazioni in corso sopratutto grazie al maestro akatsuki, che quasi quasi me ne innamoro anche io.
insomma, dopo la dichiarazione inaspettata, fumi si ritrova ad essere la ragazza di akatsuki, che per quanto tonto e poco avvezzo alle smancerie (che poi è un po' il suo punto di forza, di robe smielate non ne possiamo francamente più!) è tanto figo che si rischia l'infarto a ogni pagina.
da quello che sappiamo, il suo passato è un po' un disastro dal punto di vista sentimentale, ma pare che adesso con fumi si stia impegnando davvero, ma...
poteva mai andare tutto liscio? ovvio che no!
e infatti, non ci ritroviamo il bel biondino fascinoso e gentile proprio alla fine del volume che lascia intendere la nascita di un fastidioso quanto interessante triangolo?
insomma, quale dei tanti cliché da shoujo manga è più interessante di un triangolo amoroso?

passando ad altro, finalmente è uscito anche il ventesimo volumetto di natsume degli spiriti, una di quelle serie che dimostra che non tutti gli shoujo devono necessariamente trattare di amorazzi e batticuore. yuki midorikawa per me è una vera e propria poetessa, maestra nel creare atmosfere rarefatte e malinconiche ma anche allegre e spensierate, e nel sapere parlare di sentimenti con una delicatezza unica.
dai primi episodi ad adesso natsume ha vissuto un cambiamento incredibile eppure coerente con quello che man mano è successo, ha degli amici fidati, qualcuno che accetta il suo dono senza paura ma anzi con comprensione, una famiglia affettuosa e dolce alle spalle, e anche il suo rapporto con gli yokai va sempre più equilibrandosi, superando l'iniziale paura e sconcerto, pian piano natsume impara a conoscerli e a capire le loro ragioni e i loro stessi sentimenti.
delle quattro storie di questo volumetto forse la più bella è proprio l'ultima, nella quale natsume dovrà aiutare degli spiriti a rimettere in sesto una villa che ospiterà la loro dea.

e per finire in bellezza passiamo ad arte, giunto al terzo volumetto, che continua a narrarci le (dis)avventure dell'omonima protagonista, aspirante artista nella firenze rinascimentale, impegnata non soltanto a imparare il difficile mestiere di pittrice ma sopratutto a farsi accettare, in quanto donna, all'interno della corporazione e di riuscire a dare il massimo per il suo scorbutico maestro, il signor leo.
bisogna riconoscere a kei ohkubo una buona preparazione nella materia, forse non una grandissima esattezza storica, ma sicuramente ha saputo rendere abbastanza bene l'ambiente e l'atmosfera dell'epoca, oltre che saper dare qualche idea su quello che era il difficilissimo lavoro dell'artista di quel periodo, qualcosa di molto lontano dalla stereotipata idea del pittore in camicia bianca e basco di traverso che dipinge immerso in un giardino fiorito: esemplare la scena della realizzazione di un affresco ad esempio, la prova che arte deve affrontare per farsi ammettere anche dai membri della corporazione più restii ad accettare una donna tra loro.
arte possiede, oltre al suo amore per la pittura e al suo talento, un'enorme voglia di superare le barriere dei pregiudizi e degli stereotipi, di mostrarsi capace e meritevole, di non essere diversa da nessun uomo nel suo lavoro.
ammetto che non mi è capitato spesso di trovare una vena così femminista in un manga e questo è forse uno dei motivi che più mi fanno apprezzare questa serie, che continua a mantenere alto il livello qualitativo.

e voi? state seguendo qualcuna di queste serie? ne avete altre da consigliarmi?

lunedì 16 aprile 2018

book blog tour "iperurania" I tappa ~ recensione

si chiama iperurania ma tutti lo chiamano semplicemente "il pianeta".

è un corpo celeste molto piccolo, ad altissima massa, completamente disabitato.

[...] una volta atterrati sul pianeta, è praticamente impossibile allontanarsene.

ecco perché non posso darvi il benvenuto su iperurania, dovrete accontentarvi anche voi della gigantesca stazione spaziale che orbita attorno al pianeta e che, costruita per poterlo studiare a distanza di sicurezza, è diventata lei stessa un vero e proprio pianeta.

nulla c'è di più inevitabile, quando si parla di fantascienza, delle colonizzazioni spaziali: esaurito lo spazio e le risorse sulla terra, ci immaginiamo nuovi e ipertecnologici pioneri ed esploratori, in giro per la galassia a far nostre altre terre, più o meno legittimamente.

francesco guarnaccia (che conoscete già bene se seguite mammaiuto) riprende il cliché del colonialismo spaziale e lo usa a modo suo, per raccontarci la storia di bun, dei suoi amici e sopratutto della sua paranoia.
arresi all'idea che iperurania non potesse essere esplorato da vicino per colpa della sua particolare gravità, la documentazione per gli studi è stata tutta di tipo fotografico: i primi esploratori erano infatti fotografi che sfidavano la tremenda forza attrattiva del pianeta per cercare di catturare quanti più dettagli possibili della sua superficie. abbandonata l'idea di colonizzarlo e stabilitisi nella stazione spaziale vicina, fotografare iperurania è diventato uno svago, un hobby, e poi ancora una sorta di lavoro, puramente artistico: la ricerca dello scatto più bello, più ravvicinato, più audace è l'obiettivo di tantissimi fotografi, anzi fotonauti, anzi shooting stars, e chi riesce a farsi notare per le proprie foto, diventa una sorta di celebrità.
almeno tra gli appassionati.
insomma, un po' come per i disegnatori di fumetti.
bun è uno shooting star un po' imbranato, uno di quelli che per un motivo o per un altro rimangono sempre indietro, fanno casini, sbagliano le foto e sono convinti che non riusciranno mai a tirar fuori qualcosa di serio.
i suoi genitori sono dei tipi un po' irresponsabili e distanti, ma in compenso ha due amici, chet e marsi, ai quali è molto legato e che sono sempre dalla sua parte, nonostante le mille paranoie (ma proprio tante) e lamentele (tantissime anche queste).


bun è il tipico ragazzo affetto dalla sindrome dell'impostore, ovvero quella sensazione costante che prende allo stomaco ogni volta che, raggiunto un obiettivo, si pensa di non aver fatto nulla di realmente valido per esserselo meritato. ovvio che sia incredibilmente frustrante, ma lo è probabilmente ancora di più per chi sta lì a sorbirsi ogni volta lagne e piagnistei.
e inevitabilmente, quando nel più incredibile dei modi bun realizza il suo più insperato desiderio, le paranoie aumentano esponenzialmente e con quelle anche i casini in cui riesce a cacciarsi.

lo stile di francesco guarnaccia è originale e riconoscibilissimo: linee morbide, personaggi cartoonosi al limite della gommosità, un segno espressivo e minuzioso, attentissimo ai dettagli che da il massimo nei paesaggi alieni di iperurania, con la sua strana vegetazione, e poi ovviamente il colore, altro tratto distintivo, sempre saturo e fluo.

questo - attesissimo! - libro soddisfa tutte le aspettative che erano inevitabilmente nate fin dal momento in cui era stato annunciato, visto il curriculum di francesco - tra pubblicazioni, autoproduzioni e premi - e non si può che sperare che sia il primo di una luuunga serie (francesco, se passi da qui, sappi che vogliamo tutti continuare a leggere il cavalier inservente!)


iperurania sarà disponibile in libreria a partire dal 26 aprile (a milano in anteprima il 20 aprile alla feltrinelli in piazza duomo - link evento), ma nel frattempo potete seguire il nostro blog tour e partecipare al giveaway lanciato da bao publishing che mette in palio tre copie con dedica, incrociare le dita e sopratutto seguire tutte le regole:

- mettere mi piace alla pagina facebook bao publishing
- diventare lettori fissi/seguire i blog/vlog partecipanti
- commentare tutte le tappe del blog tour
- compilare il form con i dati (per il giveaway)
- condividere il blog tour sui social

i tre vincitori verranno sorteggiati il 25 aprile!

le prossime tappe del blog tour:
18 aprile - loris in the book - recensione
20 aprile - chibi is the way - videorecensione
23 aprile - jo reads - videorecensione
24 aprile - kirio1984 - videorecensione

in bocca al lupo!

a Rafflecopter giveaway

mercoledì 11 aprile 2018

gg - life is a videogame

vi ricordate di ilaria gelli e del suo canvas, uscito tempo fa per tatai lab?
finalmente è tornata con gg - life is a videogame, scritto da giacomo masi, di cui è uscito il primo volume di quella che è prevista come una trilogia, il primo fumetto non realizzato in crowdfunding di tatai lab.


mettiamo cinque amiche (più o meno) appassionate di videogame e mmorpg, mettiamo che si colleghino dopo tempo tutte insieme per scaricare l'ultimo aggiornamento del loro gioco preferito, e mettiamo che questo impieghi tutta la notte per istallarsi sui pc.
ecco, solitamente, il massimo che se ne ricava da dieci ore di download è una noia tremenda e il repentino schiantarsi sul letto, divano o scrivania a dormire in attesa di tempi migliori.
e questo in effetti succede anche a loro.
solo che la mattina dopo si ritrovano in una realtà contaminata dal videogioco stesso: zombie alla porta, tizi in armatura in sala da pranzo, umili contadini che chiedono il loro aiuto in piena lezione universitaria e goblin alla ricerca di vendetta.
ma anche auto che diventano strane chimere e nel peggiore dei casi, anche qualche strano mutamento dei loro corpi... più che entrare nel gioco, è il gioco che è entrato nella loro realtà, e adesso sono costrette a giocare e a cercare di capirci qualcosa in più circa tutto quello che sta succedendo e sopratutto per scoprire come fare a riportare tutto alla normalità.


in questo primo volume giacomo e ilaria ci catapultano non solo in una realtà a due livelli, in cui locande, cavalieri, mostri e nemici si sovrappongono al mondo normale, ma anche in un gruppo di amiche che non fanno che punzecchiarsi e litigare per qualcosa che non sappiamo ancora cos'è, ma sembra essere successo qualche tempo addietro: così ci troviamo da un lato a non vedere l'ora di scoprire come questo improbabile party riuscirà a cavarsela in questa nuova realtà, ma anche di farci svelare tutti i retroscena sul loro passato e su quello che è successo e ha lasciato strascichi di antipatia tra tutte loro.
l'inizio è accattivante e velocissimo, la narrazione va a ritmo serrato e per il momento non si cura troppo di rispondere alle domande, mentre i disegni di ilaria come al solito stupiscono e incantano, prendendo il meglio dello stile giapponese e di quello europeo, mostrandoci una crescita notevole dai tempi di canvas, in cui il suo tratto si è sciolto ancora di più e i personaggi riescono a tirarsi fuori dalla staticità senza tempo delle illustrazioni per mettersi in frenetico movimento tra le pagine di un fumetto (e sì, è il suo esordio, quindi potete pure urlare liberamente) che promette di regalare (oltre a un fanservice forse a volte eccessivo) qualche tonnellata di emozioni e divertimento.

non mi stanco mai di ripetere anche le cose più scontate, e quindi anche stavolta i miei complimenti a tatai lab, che continua a portare alla luce nuovi giovani e talentuosissimi autori!

venerdì 6 aprile 2018

io sono un gatto

stare accanto al padrone mi consente, anche se sono solo un gatto dalla vita breve, di fare mille esperienze diverse. 
gliene sono molto grato.

erano i primi anni del secolo scorso quando natsume sōseki scriveva il suo romanzo io sono un gatto, giunto quasi un secolo dopo in italia prima nella sua versione originale in prosa e da qualche giorno nella nuova interpretazione manga di cobato tirol, edito da lindau (che per tutto aprile sarà in nostra compagnia come autore del mese per il book bloggers blabbering).

allontanato dalla mamma e dai fratellini quando era poco più di una palletta di pelo, il gatto si ritrova a casa del professor kushami, insegnante di inglese, di sua moglie e delle sue tre bambine.
il gatto non è esattamente ben accetto lì, nessuno si preoccupa troppo di lui - infatti nessuno si prende la briga di dargli un nome - e anzi la serva lo tratta davvero male, ma il professore ogni tanto gli da una carezza e gli lascia un po' di cibo, e questo basta per fare di un gatto il suo gatto.
accanto al professore il gatto scopre un mondo un po' assurdo ma sicuramente affascinante: kushami è il tipo di persona che accende e spegne passioni e interessi con la stessa velocità con cui passano le nuvole, e casa sua è frequentata spesso da amici, vecchi allievi e semplici rompiscatole: c'è il signor meitei che si diverte a raccontare storie assurde a cui kushami crede ogni volta, la signora kaneda, vicina di casa del professore, che cerca di combinare il matrimonio della bella figlia con il giovane kangetsu e kangetsu appunto, ex allievo del professore, nei guai con la sua tesi di dottorato.

le vicende degli umani si svolgono tutte sotto gli occhi del gatto che, probabilmente più con ironia che con reale ammirazione, ne loda la raffinatezza e l'importanza, mentre in realtà il professor kushami si ritrova coinvolto in beghe da pochi soldi, trascinato in una stupida situazione amorosa messa in piedi dal nulla e che ha poca attinenza con la realtà, mentre per il suo carattere irascibile si ritrova sempre più a dover sopportare prese in giro e piccole cattiverie.

oltre agli umani, altri due gatti riempiono le giornate del nostro protagonista, la bella mineko, che gli fa battere il cuore e illuminare lo sguardo, e il grosso e tronfio kuro, un gatto nero bravo a cacciare i topi che non perde occasione di prendersela con il suo più piccolo vicino di casa.


lo stile di cobato tirol è semplice e lineare, i personaggi sono graficamente ben caratterizzati ma è sicuramente nei disegni dei gatti che dà il meglio, rendendo perfettamente sopratutto la loro espressione spesso sibillina e misteriosa, sottolineando l'ambiguità del gatto nei confronti degli umani, dei quali apprezza sì la cultura ma sotto sotto considera inferiori ai gatti, che forse, nonostante a volte non abbiano nemmeno un nome, sono di certo più saggi e assennati.

gli umani si danno tante arie ma sono un po' tonti.

vanno in giro a dire di essere i padroni di tutto...
ma non sanno nemmeno quanto è lungo il loro naso.

martedì 3 aprile 2018

lo straordinario

questa cosa che scopri le corna il giorno stesso in cui il caporedattore ti caccia via a pedate accade solo nei film e in certe serie tv. 
certa sfiga è pura fiction. o leopardi.


avrei voluto dire a lea che succede pure nella vita vera o al meglio in un sacco di chick-lit e in effetti lo straordinario di eva clesis un po' all'inizio ricorda un po' quel tipo di romanzo, dalla costina fucsia alla copertina con ragazza rosa-vestita alle premesse di sfiga cosmica che si abbattono sulla povera protagonista tutte insieme, lasciandola stravolta in mezzo alle macerie di un buon 75% della sua vita.
lea è una piacente, giunonica trentasettenne che nel giro di poche ore ha perso il suo stage (ovviamente non retribuito. sì, è ambientato in italia il romanzo, che domande), ha scoperto che il fidanzato, quello perfetto che praticamente pensa le frasi che stai per dire e con il quale pensavi di passare il resto della tua vita, ha perso la testa per una con le tette rifatte (cara, posso capirti benissimo, silicone a parte), e con lui l'appartamento in cui ha vissuto negli ultimi anni e che sentiva come casa sua.
senza contare che lea ha un pessimo rapporto con la madre - una psicologa che l'ha sempre fatta sentire una sorta di minus habens e non ha mai creduto in lei - e la sorella gemella, che poi tanto gemella non è, la distanziano da lea un'abbondante dose di ciccia in meno, un nasino rifatto alla perfezione, i capelli platino (tinti, ça va sans dire) e uno stile invidiabile nel vestire, oltre ovviamente una sfilza di successi in ogni campo, lavorativo e sentimentale, che tea (la gemella perfetta) espone costantemente come le coppe dei tornei scolastici.
ah, e gli amici, che aveva conosciuto tutti grazie a pietro, l'ex fidanzato e traditore, l'uomo per cui ha lasciato roma ed è arrivata a milano, città in cui è rimasta sola e disperata.

i canoni della chick-lit insegnano che in una situazione come questa come minimo nel giro di un paio di ore trovi l'appartamento della tua vita, con un vicino di casa bellissimo che ti tira su il morale, ti lascia dimenticare il tuo ex dopo un paio di bicchieri di vino e magari, entro le ultime pagine della storia, ti aiuta a trovare il lavoro dei tuoi sogni, magari qualcosa di incredibilmente chic come un posto da giornalista per una prestigiosa testata di moda (che poi è quello che desiderava fare lea, che caso!). e in effetti le cose anche qui sembrano andare proprio secondo copione: lea trova un annuncio per un appartamento - certo, non esattamente in una zona centrale, ma non si può mica volere tutto dalla vita, praticamente perfetto: piccolino, ben arredato, mansardato, curato in ogni dettaglio e che urla a gran voce quanto sarebbe perfetta la presenza di lea per completare il delizioso quadretto. e che costa pochissimo!
organizzato l'incontro con i proprietari di quella che non vede l'ora sia la sua nuova casa, lea si trova immersa in un contesto quasi da favola, totalmente inaspettato sopratutto nella periferia milanese: un piccolo residence curatissimo e pieno di fiori, i due anziani proprietari gentili e dolci come se uscissero da un libro di favole per bambini e poi l'appartamento che dal vivo è ancora meglio che in fotografia. eppure c'è qualcosa di veramente strano, qualcosa che in qualche modo rovina l'atmosfera idilliaca, e se durante la prima visita questo qualcosa rimarrà solo una fastidiosa sensazione che aleggia intorno a lei come un insetto fastidioso, non appena lea decide di prendere davvero in affitto l'appartamento inizierà a pensare di essere finita in una sorta di 1984 rivisitato in stile shabby chic: un paradiso di gentilezze, dolcetti fatti in casa, fiori e uccellini cinguettanti che nasconde come una quinta teatrale qualcosa di torbido e diabolico.
in che razza di casino si è cacciata lea? (pensate davvero che vi faccia degli spoiler?)

lo straordinario è un romanzo appassionante come uno di quei tanto decantati thriller che promettono dagli strilloni in copertina che vi faranno perdere il sonno e la fermata dell'autobus se vi ostinate a leggerli per strada, una storia che sa trasformarsi rapidamente da vicenda kinselliana a incubo distopico e che come in un enigma della camera chiusa vi farà dubitare di tutti i personaggi - gatto compreso (oh, magari il gatto no, in effetti io sono un po' paranoica) - e vi terrà con il fiato sospeso fino al finale completamente a sorpresa.
non avevo mai letto nulla di eva clesis e questo romanzo è stato una piacevolissima scoperta, appassionante e angosciante al punto giusto, che però non rinuncia al lato più leggero, divertente, ironico e rosa della vicenda.
e sì, la storia del perdere la fermata dell'autobus perché si è troppo concentrati e coinvolti nella lettura è vera!
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