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venerdì 2 agosto 2024

il posto delle bambine

"perché le bambine vengono considerate così?"

non leggevo ebine yamaji dai tempi di mangasan, quasi vent'anni.
praticamente una vita.
il mercato dei fumetti - e in particolare quello dei manga - è cambiato radicalmente in questo periodo e adesso è decisamente più facile che un'autrice come yamaji sembri un nulla di speciale. vent'anni fa leggere una cosa come love my life o indigo blue era abbastanza sconvolgente, era trovarsi davanti a qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che eravamo abituati a pensare come "manga", il parco di titoli che avevamo a disposizione non era ampio e diversificato come quello di oggi.
e se, da una parte, è indubbiamente un bene avere la possibilità di leggere tantissime opere di qualità, dall'altra è anche più facile che titoli come "il posto delle bambine" rischino di perdersi in un mercato editoriale che si è ormai espanso a dismisura.

nonostante le personagge di queste storie siano bambine e nonostante il target di riferimento è preferibilmente composto di giovani lettrici (e, si spera, giovani lettori), "il posto delle bambine" mi sembra essere un lavoro più maturo di quelli letti ai tempi dell'esordio di yamaji in italia, soprattutto per i temi che tratta.
il volumetto contiene cinque storie ambientate in cinque paesi diversi - arabia saudita, marocco, india, giappone e afghanistan - scelti dall'autrice, come spiega nella postfazione che precede però l'ultima storia, durante la fase di studio e documentazione. l'ultima storia, quella dedicata all'afghanistan, è stata scritta dopo, dopo la ripresa del potere da parte del regime talebano nell'agosto del 2021.
protagoniste delle storie sono sei bambine di dieci anni, nate e cresciute in società misogine e patriarcali - cosa che, ovviamente, non riguarda soltanto i paesi che yamaji ha scelto come sfondo dei suoi racconti ma che sono purtroppo esemplari da questo punto di vista - che cominciano a comprendere fino a che punto la realtà che le circonda voglia tenerle al loro "posto", soggette a regole che altri (e qui il maschile non è affatto sovraesteso) hanno deciso per loro, e iniziano a cercare un modo per divincolarsi da quelle catene invisibili.

c'è salma, che è ormai troppo grande per uscire da casa senza il velo e per continuare a giocare a calcio con il suo amico ghais. e c'è habiba, che ama andare a scuola e trova nella lettura un modo per emozionarsi ed evadere dalla quotidianità, ma scopre che c'è chi pensa che alle bambine non dovrebbe essere permesso di leggere e studiare. c'è XXX che finalmente può smetterla di preoccuparsi della sopravvivenza della sua famiglia e può finalmente andare a scuola, ma si rende conto che anche dietro la più luccicante e splendente delle scenografie esiste una realtà cupa e triste, in cui le donne sono costrette a sopportare sopprusi e angherie.
la quarta storia - che inizialmente doveva essere quella conclusiva del volume - è la storia di marie, una bambina giapponese che scopre pian piano quanti bias culturali ruotino intorno alla figura femminile in un paese come il suo (e come quello dell'autrice) così lontano geograficamente e culturalmente dagli altri presi in esame.

che ci sia una storia ambientata in giappone, il paese in cui vive il pubblico per cui yamaji ha scritto i suoi racconti, mi è sembrato il frutto di una scelta fondamentale: siamo abituat* all'etnocentrismo, a considerare il nostro paese, la nostra cultura e le nostre abitudini come le migliori, le più "progredite", a pensare al nostro modo di vivere come il migliore tra quelli possibili. eppure yamaji scardina queste convinzioni problematicizzando il suo paese - che si descrive ed è descritto come tra i più moderni dell'intero pianeta - e i pregiudizi di genere che impattano sulla vita delle donne, quale che sia la loro età.


queste prime quattro storie sono legate tra di loro dal ricorrere di alcuni temi: il matrimonio come unica possibilità per le donne di essere realizzate e felici o, addirittura, di avere il diritto di trovare un posto nella società; l'importanza della scuola e dell'istruzione nella vita delle bambine, come strumento imprescindibile di emancipazione e di costruzione di una vita adulta indipendente e autonoma; lo scontro generazionale, soprattutto all'interno delle famiglie, dove i pregiudizi sono così sedimentati da non riconoscere più quanto l'idea che a una donna tocchi una vita di subordinazione cozzi totalmente con l'amore che padri, madri e nonne provano per queste bambine.

l'ultima storia, quella di mursal e nafisa, come accennavo su, è l'unica che si discosta leggermente dallo schema dei racconti precedenti. le vicende delle due bambine sono ambientate in due momenti storici ben definiti: inizia nel marzo 2002, quando kabul viene liberata dal regime talebano. prima di quel momento, alle donne era proibito andare a scuola, studiare, persino uscire da casa, anche solo per fare la spesa. dopo anni di privazione - anni in cui anche ascoltare una canzone non approvata dal regime era considerato un crimine - mursal e nafisa possono finalmente andare a scuola. insieme a loro ci sono bambine più piccole e ragazzine più grandi, tutte emozionate per i loro quaderni nuovi, per le matite e per il futuro che possono finalmente permettersi di sognare. su di loro incombe la prospettiva di un matrimonio forzato, magari con un uomo molto più anziano e scelto dai loro padri, eppure mursal e nafisa riescono a guardare oltre. riusciranno a farlo per diciannove anni, fino all'agosto del 2021, quando gli americani lasciano il campo libero ai talebani per la ripresa del potere, mentre le donne perdono ogni briciola di diritti acquisita negli ultimi due decenni.

la chiusura di questa storia - tutta l'attenzione focalizzata sui volti delle protagoniste, sui loro sguardi fermi e colmi di speranza - è un colpo al cuore, e ci riporta alla mente le immagini di neanche tre anni fa, quando il mondo guardava a quelle donne senza avere il coraggio di fare nulla per loro:
"non toglieteci quaderni e matite. lasciateci andare liberamente dove vogliamo. qualunque difficoltà dovremo affrontare non potremo perderci d'animo"

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lunedì 12 giugno 2023

la musica di marie

"dio concesse a marie il dono della musica per colmare di gioia l'animo delle persone (dal libro di pyrite)"

si dice che le mani che lavorano sono più sacre delle bocche che pregano e di sicuro è così che gli abitanti di pyrite onorano dio: pyrite è una terra di laboratori e artigiani, un paradiso steampunk fatto di elaborati meccanismi, ingranaggi e rotelle. pyrite è un'isola, una delle tante in cui gli esseri umani vivono in pace. ogni isola, come pyrite, ha una sua particolarità, culturale ed economica e tutte sono collegate tra loro in un sistema-mercato perfettamente funzionante.

non ci sono conflitti tra le isole, anzi, a essere precisi, gli esseri umani che le abitano non sanno nemmeno cosa sia la guerra, non conoscono l'ira, l'odio, la cattiveria. è un'umanità nuova, sorta dopo che dio ha cancellato gli uomini e le donne di un'era ormai perduta, un tempo in cui l'ingegno era a servizio della crudeltà e la gente si uccideva a vicenda e distruggeva il pianeta in cui viveva.
su questa nuova umanità veglia marie, un enorme automa volante, una dea meccanica che orbita intorno al pianeta e diffonde la sua musica. il suo è un suono che nessuno riesce a percepire ma che comunque riesce a placare gli animi e mantiene la pace.
c'è però un prezzo da pagare per l'utopia: marie assicura la pace ma impedisce alle tecnologie e ai saperi umani di progredire. attraverso marie, dio pone un limite alla capacità creativa dell'umanità.
togliere questo limite significa perdere l'innocenza, l'armonia, la pace e piombare ancora una volta in una realtà di violenza e sopraffazione.
ogni cinquant'anni, però, qualcunə è chiamato a scegliere tra il progresso o la pace. a doverlo fare, questa volta, è kai, l'unico capace di sentire la musica di marie.
ma chi è in realtà kai? un illuminato salvatore dell'umanità? un profeta, un intermediario tra dio, marie e la terra? un visionario? o è lui stesso l'ombra di un sogno infranto ormai da tanto tempo?

la musica di marie inizia come una sorta di slice of life per poi virare bruscamente verso una narrazione che si moltiplica sul piano della speculazione filosofica, delle visioni, del sogno, forse anche dell'allucinazione.
personalmente l'ho trovato meraviglioso, sorprendente nel finale e molto intelligente nei suoi aspetti più teorico-mistico-filosofico.

post pubblicato in origine su instagram.

lunedì 12 luglio 2021

nessun rimorso ~ genova 2001 - 2021

non è stato sufficiente reprimere, imprigionare, uccidere, ferire, distruggere la vita di attivisti e attiviste. non è stato sufficiente ingigantire a dismisura l'apparato punitivo nei confronti di ogni comportamento che mettesse in discussione l'accettazione dello stato di cose presenti, sfociando nel paradosso per cui una barricata in piazza vale cinque anni di galera, mentre aver ammazzato decide di persone in una fabbrica per il proprio guadagno non vale nemmeno un processo (o, per vederla con genova, nel paradosso per cui una vetrina rotta necessita il risarcimento di decine di anni di vita di militanti mentre la vita di carlo è un danno collaterale). tutto ciò non bastava a garantire che la storia andasse in una precisa direzione. è stato necessario liquidare l'idea stessa che il conflitto faccia parte della società e della storia stessa, che la dialettica tra forze e necessità contrastanti sia la dinamica essenziale dello sviluppo storico (progressivo o regressivo che sia, a seconda del punto di vista dei protagonisti della narrazione). solo dopo aver convinto tutti a desistere, che un pacato e civile confronto di opinioni sia l'unica prospettiva politica accettabile, il vero progetto di normalizzazione della società poteva dispiegarsi in tutta la sua forza e nella sua vera natura: quella di uniformazione del mondo che ci circonda, delle nostre vite e della loro prospettiva all'unico obiettivo accettabile, quello di essere schiavi per alcuni e quello di essere padroni per altri. schiavi felici e sazi, ma sempre schiavi.

da quando sto sui social, ogni estate è un fioccare di articoli sui fatti di genova, sulla diaz, bolzaneto, carlo giuliani, i processi ai manifestanti, le vergognose promozioni alle forze dell'ordine, le litigate online con i soliti cretini che se andava a mare non sarebbe morto eccetera eccetera.

io a luglio del 2001 c'avevo quattordici anni e, manco a dirlo, non avevo nessun modo di arrivare dall'altra parte del paese per partecipare a una manifestazione sulla quale avevo anche le idee abbastanza confuse, sapevo chi erano i buoni e chi i cattivi, sapevo da che parte sarei stata, ma è andata a finire che quello che successe a genova lo seguii attraverso i tg, incollata tutto il tempo alla tv (niente internet 24h/7 all'epoca) a rimpiangere di non avere qualche anno in più e di non essere lì, perché lì - questo mi era chiarissimo - si stava facendo la storia e io in qualche modo avrei voluto esserci.
non so quanto sarebbe tornato indietro di me se fossi andata veramente, probabilmente poco e messo male, quindi, da un certo punto di vista, meglio così.


ho sempre dato per scontato che quello che successe in quel luglio di vent'anni fa fosse noto a tutti, che tutti fossero informati sui fatti, che tutti avessero delle opinioni in merito. l'anno scorso, dopo il solito rituale della condivisione di articoli su facebook e instagram, mi contattano alcune colleghe della triennale (per chi si fosse perso la cosa: ho fatto un altro corso all'università iniziando a trent'anni, quindi tra me e le mie colleghe c'erano circa dieci/dodici anni di differenza) per chiedermi che cosa diamine fosse successo a genova nel 2001, perché non ne avevano mai sentito parlare.
la cosa mi ha scioccata tremendamente. mi sono chiesta come fosse possibile che ragazze colte e intelligenti, che leggono, si informano, vanno all'università eccetera, non sapessero assolutamente nulla di nulla di quello che era successo quando loro erano bambine.
certo, io non ho memoria diretta di cose come la caduta del muro di berlino, il massacro del rwanda, la guerra in jugoslavia o la morte di falcone e borsellino, di alcuni ho ricordi molto confusi perché ero piccola, però so di che si parla.
cos'è successo allora con i fatti di genova? perché i ventenni di adesso sono così poco informati?
dando un'occhiata fuori dalla mia bolla, accendendo un tg ad esempio, quanto sentite parlare di quello che successe all'epoca? e in che modo?
ecco, il punto è questo: la memoria di quei giorni rischia di perdersi, non bisogna nemmeno aspettare chissà quale divario generazionale perché le immagini delle cariche della polizia o dei ragazzi pestati per strada perda di significato: sono passati appena vent'anni e di genova ce ne ricordiamo solo noi, quelli che c'erano, quelli che stavano come me incollati alla tv o andavano in edicola a raccattare tutti i giornali possibili, quelli che ne parlavano nei collettivi studenteschi, quelli che insomma, nel 2001 erano abbastanza grandi da capirci qualcosa e ancora non abbastanza vecchi da non sapere con certezza da che parte stare.


in quest'ottica il libro di supporto legale, nessun rimorso ~ genova 2001 - 2021, è un libro prezioso, un mezzo che ha tutto il potenziale per arrivare a chi nel 2001 stava ancora a gattonare con il pannolone o a chi non era nemmeno nato.
il libro è nato dalla collaborazione di supporto legale - progetto nato nel 2004 per sostenere la difesa dei tantissimi manifestanti di genova portati in tribunale e che sta lavorando a un documentario proprio per il ventennale dei fatti del 2001, finanziabile tramite crowdfunding qui (tra le ricompense anche questo libro) - e trentasei fumettisti tra cui maicol e mirco, nova, martoz, marta baroni, daniel cuello, rita petruccioli, zerocalcare e tanti altri.
un mezzo, il fumetto, che riesce ad arrivare a un pubblico enorme, soprattutto a un pubblico giovane, a quello che è fondamentale non dimentichi.


questo libro è prezioso perché genova non si deve dimenticare. chi era andato a manifestare a genova chiedeva un sistema economico mondiale più giusto, meno globalizzato, un sistema che non si reggesse sulla sopraffazione dei paesi più deboli e sullo strapotere di un occidente sempre più chiuso nei suoi confini, chiedeva attenzione per le problematiche ecologiche, chiedeva insomma di non farci arrivare dove siamo arrivati adesso.
e probabilmente, se ci siamo arrivati, è perché tutto questo a genova (e un paio di anni prima a seattle) è stato zittito a sprangate, calci e filastrocche fasciste, è stato fatto annegare nel sangue, è stato distrutto nelle aule di tribunale in cui chi ha rotto una vetrina ha pagato più di chi ha massacrato e ucciso.


avevamo ragione noi, lo leggiamo all'infinito da vent'anni ovunque ma non credo che sia una frase vuota: credo che l'eredità del movimento no-global sia adesso dei tanti gruppi di attivisti internazionali - da friday for future a no justice no peace alle varie ong che si occupano dei salvataggi in mare ai gruppi come non una di meno per i diritti delle donne e delle minoranze lgbt+ - credo che sotto il sangue della macelleria messicana di quei giorni qualcosa di buono sia rimasto, un seme che negli ultimi anni sta ricominciando a mettere radici e a sbocciare e che ha il dovere di arginare tutto il resto che è rimasto di quei giorni, dalla sicurezza di impunità di cui si ammantano le forze dell'ordine e le loro violenze che non si sono mai fermate allo strapotere dei pochi che continuano ad avere in mano il destino di tutti, anche se non costringono più nessuno a ritirare le mutande stese ad asciugare dai balconi sotto cui camminano.


qualche link utile se volete informarvi sui fatti del luglio 2001:
- movimento no-global (pagina wikipedia)
- la trappola (documentario)

(se avete altri link interessanti da segnalare mandatemi un messaggio via mail o sui vari canali social)

lunedì 11 gennaio 2021

commenti randomici a letture randomiche (74)

non facevo questa cosa dei commenti randomici a letture randomiche da settembre! pensavo molto meno, sarà che - escluso l'ultimo mese più o meno - ho aggiornato pochissimo questo povero blog...
l'ultima volta ho riempito il post di fuffa personale, ma ormai provo grandissima insofferenza per chi scrive robe interminabili sui fatti propri online, quindi evito e passo direttamente ai - come al solito non richiesti - consigli di lettura.

ruby falls

una cittadina di periferia e un vecchio omicidio il cui ricordo è perso nella nebbia della mente di un'anziata signora malata d'alzheimer.
questa è la cornice in cui si muove la storia di lana - nipote dell'anziana signora di cui prima e incapace di tenersi a lungo nessun lavoro per via del suo carattere poco ben visto nell'ambiente provinciale di ruby falls - e della sua fidanzata blair, acrobata che svende la sua arte in patetici club per ometti frustrati.
seguendo il racconto di sua nonna clara e i suoi ricordi confusi, lana riesce in qualche modo a scoprire la verità su un'oscura vicenda di quasi mezzo secolo prima.
la storia di per sé non è molto avvincente, i colpi di scena sono un po' troppo prevedibili e nel complesso non è nulla di indimenticabile ma i disegni di flavia biondi sono talmente belli che alzano la media: blair mi ha più volte fatta dubitare della mia eterosessualità e della mia promessa di non tagliarmi mai più la frangetta troppo corta.
consigliato ai fan di flavia (ann nocenti non la conoscevo prima di ora e quindi non saprei se il livello è più o meno lo stesso delle altre sue storie)

yeti

sono riuscita a recuperarlo finalmente dopo anni che cincischiavo nella versione da edicola (la collana visioni, nel caso vi interessasse su primaedicola al momento si riescono a recuperare tutti i volumi e si riesce a risparmiare qualche cosina rispetto alle edizioni originali), ero incerta se mi fosse piaciuto o meno e anche dopo la lettura sono ancora un po' in dubbio: mi è piaciuto o no? sicuramente mi è piaciuto yeti, il personaggio principale, questo grosso, buffo, tenero e buono gigantesco coso rosa che si esprime in modo strano (dice solo gnù), costretto ad abbandonare la sua valle dopo che la cosiddetta civiltà l'ha trasformata in una discarica.
yeti arriva a parigi, ha difficoltà a trovare un lavoro, a farsi degli amici, a sentirsi a casa. fino a quando non incontra caterina, aspirante fumettista, della quale si innamora a prima vista. con lei e i suoi amici inizierà in qualche modo a provare a far parte di questo mondo nuovo senza però riuscirci del tutto.
yeti ha un'ispirazione autobiografica e si rifà in generale all'esperienza di chi decide di lasciare casa, magari per trasferirsi in una grande metropoli in cui inevitabilmente si sente un pesce fuor d'acqua.
yeti è già nel suo aspetto inadatto alla vita in città: tanto grosso e ingombrante quanto ingenuo, sembra impossibile per lui confondersi tra gli altri.
è facile riconoscersi in yeti (a me basta uscire fuori di casa per sentirmi così, figuriamoci se varcassi la frontiera) e sicuramente l'aspetto migliore di questa sorta di favola realista è proprio le sensazioni che questo personaggio riesce a trasmettere.
però... forse mi aspettavo qualcosa in più? non saprei bene spiegare cosa manca a questa storia, solo che chiuso il volume non mi è rimasto molto a parte l'affetto per questa mega big-bubble.
consigliato? ni, provatelo se siete amanti degli slice of life o se siete lontani da casa e volete consolarvi sapendo di non essere i soli a sentirvi spaesati.

adventure time - beginning of the end


questo qui invece è straconsigliatissimo se siete fan di adventure time, ma dovete cercarlo in inglese visto che quegli scemi di panini non pubblicano più nulla di a.t. da un bel po' e molto probabilmente non pubblicheranno più nulla.
finn si ritrova al cospetto di chronologius rex, signore di tutto il tempo, colpevole di aver infranto una promessa e condannato a essere cancellato dalla storia e di rimanere per l'eternità bloccato nella quarta dimensione. mentre jake, con l'aiuto della principessa gommarosa e tutti gli altri, cerca di salvarlo, finn rivive tutta la sua storia e noi con lui: in beginning of the end ci sono il passato, il presente e alcuni dei possibili futuri di finn e di ooo, si rincontrano tutti (o quasi) i personaggi principali della serie e alla fine ci scappano pure due lacrimucce

lunedì 23 marzo 2020

swan vol. 1 ~ il bevitore di assenzio

parigi, 1859. la capitale è un vecchio drago addormentato che aspetta solo una scintilla per svegliarsi.
e quella scintilla saremo noi: i giovani artisti!

appena giunti da new york a parigi swan e il fratello scottie non vedono l'ora di realizzare il sogno che li ha spinti ad attraversare l'oceano e raggiungere la capitale francese: affermarsi come pittori, diventare degli artisti nella città delle arti per eccellenze, quella parigi gravida di talenti e di geni in cui cova il germe di una rivoluzione artistica che stravolgerà il mondo culturale occidentale come è stato fino ad allora.
per scottie non è troppo difficile: è un uomo e, nonostante la necessità di superare un test d'ingresso, è praticamente sicuro che riesca a farsi ammettere alle belle arti, ma per la sorella il futuro sembra altrettanto certo ma sicuramente meno roseo.
tua sorella non è cambiata, scott. sempre così eccentrica. devi sorvegliarla: ora è una donna. al ritmo con cui vanno le cose, presto ci saranno "loro" al nostro posto a fumare qui sul balcone.
il rapporto tra i due fratelli si rivela presto molto meno idilliaco di quello che sembrava all'inizio, così come quello con il cugino edgar degas, ma questo è forse l'aspetto meno preoccupante per swan: giunta a parigi, pronta a mostrare il suo talento, si vede ridere in faccia se solo prova a nominare l'accademia e già dalla prima visita al louvre, oltre a lasciarsi travolgere dalla spaventosa quantità di opere che la circondano, si accorge della tremenda concorrenza tra cui dovrà emergere: le sale sono gremite di copisti, più o meno talentuosi, più o meno noti.
la nascita di venere, cabanel, 1863
svantaggiata perché donna, impossibilitata ad accedere a una vera scuola dove migliorare il proprio talento, senza alcun sostegno da parte del fratello, swan vede poco per volta crollare le sue illusioni romantiche e ingenue sull'arte e sopratutto sugli artisti, sopratutto dopo l'incontro con cabanel, il maestro adorato per tutta la vita, da cui si vede trattata con scherno e disprezzo, che si rivela in breve un uomo gretto, violento e volgare.

senza avvertire davvero la potenza di ciò che sta per compiersi, swan si ritrova davanti i protagonisti di quella che - pochi anni dopo, al primo salon des refusés - sarà l'inizio della rivoluzione impressionista.
i romani della decadenza, couture, 1847

primo tra tutti, e forse tra i personaggi principali degli anni a venire, édouard manet, che nel 1859 proponeva per il salon, sapendo già di venire rifiutato, il bevitore di assenzio, l'opera che ritraeva un noto straccivendolo frequentatore del louvre e alcolizzato e che era una sfida aperta nei confronti di couture - che quell'anno era a capo della giuria del salon - per il quale moltissimi stavano cercando di portare a termine grandi opere di carattere storico, da lui molto amate.

la forza di questo primo volume di néjib sta nel gioco tra queste due opposizioni: la vicenda personale di swan (personaggio fittizio, in cui vagamente - più che altro per il suo legame con manet - si può intravedere l'ombra di berthe morisot) che si snoda in un momento storico delicatissimo per il mondo dell'arte e, attraverso il suo sguardo - giustamente - confuso e disorientato, allo scontro tra arte ufficiale - le belle arti del salon, quelle nobili, tradizionali, di soggetti altissimi e di altrettanto altissimi livelli tecnici e compositivi - e il nuovo sdegno dei giovani artisti, desiderosi di rovesciare i grandi maestri dai loro piedistalli e di portare al salon un'arte nuova, libera dalle convenzioni e dalle abitudini.


il bevitore di assenzio, manet, 1859
tra i tanti, proprio manet sembra inserirsi nella storia di néjib a gamba tesa, proponendosi come l'icona stesso del vacillare del gusto artistico del periodo prima del grande salto (lo si vedrà sicuramente, come lascia intendere la nota a fine del volume che preannuncia il titolo del prossimo capitolo - il cantante spagnolo - trionfare dopo pochi anni allo stesso salon che tanto disprezzava e che fu per lui sempre motivo di sprezzo e desiderio) e come cerniera tra il vecchio e il nuovo, precursore degli impressionisti di cui non fece mai veramente parte e troppo innamorato dei maestri del passato per poter troncare nettamente con i loro insegnamenti.
il vostro vecchio genio è un fallito! pensava di smantellare l'accademia, ma non c'è riuscito! perché? perché è gretto quanto loro! mi ha assillato con i suoi tic, le sue convenzioni di merda! guardate qua! sono ancora ossessionato dai suoi trucchi da esecutore! non potete immaginare quanta fatica io stia facendo per liberarmene!
l'ira di manet, il suo sdegno per un mondo fossilizzato e ricurvo su se stesso, incapace di imparare dal passato per gettarsi finalmente con entusiasmo verso il futuro, e forse anche per se stesso, per il suo non riuscire a smettere di inseguire il salon e l'approvazione pubblica, turbano swan forse più di quanto non riesca a fare lo stesso cabanel e - a questo punto spero! - sarà questo, insieme alla sua rivincita come donna in un ambiente gretto e maschilista, il motore del prossimo volume della storia.

dopo stupor mundi néjib torna a costringere il suo pubblico a leggere almeno due volte le sue pagine: la prima preso dalla trama, appassionato alle vicende dei personaggi, con la fretta di arrivare alla fine, di conoscere tutto; la seconda per la voglia di soffermarsi sui dettagli, ricercare nomi, conoscere le storie, calarsi meglio nell'atmosfera e riflettere sulle tante contraddizioni che si avvicendano sulla scena.

lunedì 2 dicembre 2019

momenti straordinari con applausi finti

«sei un coglione»

questa cosa, quella di essere solo dei poveri coglioni, dovrebbero ricordarcela più spesso. grazie gipi per il promemoria.
ogni volta che inizio a scrivere qualcosa su un libro di gipi mi viene subito da chiedere scusa perché so che sto per buttare giù un sacco di patetiche stronzate, ma è perché - da cogliona, appunto, quale sono - trovo enormemente difficile esprimere le mie emozioni senza farmi venire voglia di scavarmi una fossa e sotterrarmici, quindi provo a non essere stucchevole e banale e va anche peggio, quindi vabbè, fate conto che l'ho fatto, chiedo scusa, non sarò in grado di continuare questo post in modo decente (ma grazie al cielo dei tre/quattrocento che passano qui ogni giorno sì e no solo sette persone leggono qualcosa, probabilmente per noia, quindi il danno è meno grave di quel che temo).

dicevamo: momenti straordinari con applausi finti. il nuovo libro di gipi, l'ho atteso da quanto ho letto i primi tweet e le prime tavole che ha mostrato, ero sicura che me ne sarei innamorata e che - come ogni amore che si rispetti fa - mi avrebbe fatto male.
c'ho azzeccato. è l'unica cosa in cui sono mediamente brava, prevedere quali libri/fumetti mi piaceranno.

la paura che fa fermarsi a pensare a cosa è stato e a cosa sarà. e il fatto di essere dei coglioni, coglioni che si complicano la vita e si incasinano i pensieri e i sentimenti al punto tale che poi non hanno il coraggio di affrontarli e mandano tutto in merda.
grossomodo, approfittando della mia devastante capacità di sintesi, direi che il libro parla di questo.
sprecando qualche parola in più (sprecandola, letteralmente, perché di questo libro ne hanno parlato praticamente tutti, quindi anche se non l'avete letto sapete già tutto), la storia è quella di silvano (sì, è lo stesso nome dello scrittore protagonista di unastoria), di professione comico, e sta affrontando - come è successo da poco allo stesso gipi, proprio prima della scrittura di questo libro - la fase terminale della malattia di sua madre.
ed è un coglione.
è un coglione incapace di fermarsi un attimo a realizzare quello che sta succedendo nella sua vita, di mettere da parte tutto il resto e di rendersi conto che sua madre sta morendo, o probabilmente fa di tutto per pensare ad altro, come quando la sera, al telefono con la moglie, le racconta di un video che ha visto su un documentario che racconta come sono stati preparati gli attori che hanno lavorato a salvate il soldato ryan, o quello su un cecchino della seconda guerra mondiale, che da solo aveva ucciso centinaia di nemici.
discorsi tremendi sulla morte, filtrati dalla leggerezza di un video guardato distrattamente prima di addormentarsi, qualsiasi cosa pur di non pensare alla morte, vicina, tangibile, presente, reale, che sta a qualche chilometro da lui.


e mentre lui pensa a tutt'altro, mentre cerca costantemente di distrarsi, mentre si scorda di avere degli spettacoli da preparare, mentre fa avanti e indietro la strada in macchina tra il bed and breakfast in cui alloggia e l'ospedale dove si trova sua madre (notevole la scena in cui la visione di un paesaggio bellissimo viene devastato dai discorsi merdosi di un - purtroppo - noto politico italiano) gipi inserisce - come era successo per esempio in lmvdm con i pirati - due storie solo in apparenza scollegate: quella di alcuni cosmonauti in viaggio da un pianeta all'altro, e quella di un uomo preistorico, del quale pure tanto si è detto ma se siete riusciti a non spoilerarvi tutto con i vari articoli pubblicati in merito allora almeno io ve lo evito.

il mestiere di silvano è fare ridere, alleggerire il peso della vita dalle spalle di chi lo ascolta, almeno per qualche momento. è il suo modo di vedere le cose ormai, buttare lì la battuta spiazzante e cinica per non fermarsi a pensare a quanto male fa, e così l'unico momento in cui parla davvero di sua madre, della sua malattia e della morte imminente è proprio durante uno spettacolo. per esorcizzare la paura, direbbero quelli colti-sensibili-intelligenti, perché è un coglione, dico io, un coglione come tutti noi che davanti a una cosa del genere non sappiano che altro fare se non cercare di non farci troppo male.
è il bambino luminoso, che compare all'improvviso, a ricordargli quello che era, quando non era ancora così terrorizzato all'idea di provare qualcosa. è il sé bambino a riportarlo indietro all'amore dell'infanzia, all'enormità dei sentimenti che lo legavano alla famiglia e alla vita, a quella luce che si è andata affievolendo invecchiando e impermealizzandosi a tutto. è lui, il bambino luminoso, che glielo ricorda: le cose sono semplici, enormi, spaventose forse, ma semplici. e tu sei solo un coglione.

e l'ultima scena, quella con gli applausi finti del titolo arrivati proprio in un momento fuori dall'ordinario andare delle cose, è la metafora perfetta di quel processo di spersonalizzazione, di inaridimento dei rapporti umani, dei sentimenti, di quella voglia di smettere di ascoltarsi per farsi ascoltare, di far ridere per non trovarsi soli a piangere.


e allora come faccio io a non essere banale? a non dire che un libro così ti spiazza, ti costringe a metterti nudo davanti a uno specchio, a guardare quello che sei diventato, come hai smesso di essere un bambino luminoso e sei diventato solo un povero coglione (declinate tutto al femminile se è il caso, io quella roba degli asterischi non la sopporto, ma intendo comunque un tu generico, indipendentemente da cosa avete nelle mutande)
non lo so, non lo so fare, non lo faccio. è banale dire che è un libro che deve essere letto? sì, lo è, ma sticazzi, deve essere letto. leggetelo, fatevi male, sentitevi meglio.

venerdì 25 ottobre 2019

lo scontro quotidiano

non c'è che dire: quando la vita non è schifosa è splendida!

marco fa il fotoreporter, documenta le zone di guerra, fotografa cadaveri o quelli che stanno per diventarlo e da circa otto anni è in cura da uno psicologo. le cose vanno un po' meglio ma continua a soffrire di attacchi di panico e ormai, a dirla tutta, si è stancato del suo lavoro, dei morti, dei quasi morti, del non riuscire a dire più niente con le sue fotografie.
da qui, dalla storia della crisi personale di un fotografo non troppo noto, quel genio di manu larcenet dà il via a una storia che si allarga come una spirale, diventa più del racconto della vita di marco, della sua famiglia, del suo passato e abbraccia un'intera generazione nella francia dei primi anni 2000.

trasferitosi in campagna, in compagnia del suo gatto (che in preda a un eccesso di cattivo gusto ha chiamato adolf per via del suo pessimo carattere, nome che in fondo spetterebbe a ogni gatto se ci si dovesse basare su questa logica), marco cerca di trovare un nuovo equilibrio, uno stato di pace, di stasi, per rendersi subito conto che è impossibile mettere in pausa l'esistenza così come è impossibile ripiegarsi su se stessi e chiudere fuori il resto del mondo.
la sua esistenza prosegue oscillando furiosamente tra alti e bassi, così lo scontro con il vicino aggressivo e fanatico della caccia si ricompensa con la chiacchierata con un altro vicino, gentile e chiacchierone, il panico per una ferita di adolf gli dà modo di conoscere la veterinaria emilie e di innamorarsene, la crisi creativa che gli ha fatto decidere di lasciare il lavoro gli permette di passare più tempo con la sua famiglia.
marco va avanti tra i giorni cercando di scansare i problemi, di non affrontarli, sminuirli a volte, di rimandarli più in là possibile, cerca di non cogliere i segnali dei mutamenti così da non essere costretto a seguirli, a cambiare anche lui, fino al momento in cui tutto è andato così tanto avanti che l'unica cosa da fare è prendere la rincorsa e seguirli.


larcenet scrive più della storia di marco, anzi lo fa portavoce di riflessioni fondamentali e profonde, lasciando che il suo personaggio scavi dentro di sé fino e subito dopo sposti lo sguardo per abbracciare tutto il resto: la vita, l'arte, la paura, il rapporto con la morte e quello con suo padre e con la sua famiglia, la crisi sociale e quella generazionale, il lavoro, i falsi miti, il futuro, la paternità, il dibattito politico ridotto al nulla.
è dal rapporto con gli altri che prendono vita questi pensieri, sono gli altri che lo trascinano a forza - nel bene e nel male - fuori dall'oasi di pace e immobilismo che è la sua mente ancor più che la sua casetta in campagna: emilie lo costringe ad assumersi le responsabilità che dovrebbe avere un adulto che decide di condividere la vita con qualcun altro, la malattia e la morte di suo padre lo mettono davanti ai ricordi della sua infanzia, alla sua paura della morte, a cosa sarà per lui stesso la paternità, l'incontro con un fotografo tanto ammirato - che si rivela una totale delusione dal punto di vista personale e umano - lo costringe a riflettere sul valore dell'opera d'arte e dell'artista, la scoperta della vera identità del vecchio buon vicino gli fa sbattere il muso contro quell'integrità di principi che è certo di aver sempre - e a ragione - avuto.

riprendendo il suo lavoro di fotografo, marco decide di seguire la causa del vecchio cantiere in cui per quarant'anni ha lavorato suo padre e che per lui è un po' una seconda famiglia, il cantiere che ormai sta per essere demolito, gli operai licenziati o trasferiti.
scatta ritratti e ascolta storie, si innamora di nuovo del suo lavoro, ritrova lo slancio del voler fare, del volersi sentire utile a qualcosa, si lascia portare indietro nel tempo dai ricordi e al contempo non si capacita della direzione che sta prendendo il futuro, sempre più incattivito e disperato, se pure i vecchi del cantiere, da sempre schierati a sinistra, delusi, amareggiati e impauriti si lasciano sedurre dal front national - e qui larcent anticipa con sconcertante lucidità quello che continua ad accadere ancora oggi, rendendo valida la situazione francese per un po' tutta l'europa.

l'esistenza stessa di marco diventa paradigma di quel complesso sistema di rapporti per cui non c'è nulla di così intimo da non essere anche sociale e politico e non c'è conflitto politico che non influisca sulla società e sul microcosmo personale di ciascuno.
è qui lo scontro quotidiano che si consuma ogni giorno, senza possibilità di fuga, tra l'io e il non-io, tra il desiderio di pace, d'intimità, di solitudine e la necessità di essere parte di qualcosa - una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoratori, una città, un paese, il mondo intero - più grande.

è un libro fondamentale questo, e anche se l'ho letto tremendamente in ritardo, ha confermato l'idea che mi ero fatta su larcent e cioè che sia un fottuto genio, capace di disegnare omini buffi con i nasi giganteschi e gli occhi minuscoli e fargli mettere in scena tutto quello che rende la vita qualcosa di più dell'esistenza.

lunedì 22 luglio 2019

unastoria

se il diciottenne si alzasse di colpo una notte.
si alzasse
ed allo specchio si vedesse per magia per maledizione con la faccia con la pelle dei suoi futuri cinquantanni, morirebbe, vomiterebbe.
ma invece, ma invece, scivolando secondo dopo secondo, per anni e poi decenni, sempre distratto da altro
un giorno, non più diciottenne ello si alzerà.
andrà nello specchio nel bagno e si vedrà trovandosi mica male per quel momento, di colpo, una notte.
mica male. mica male, penserà.
malevola tanto è la natura, quanto amorevolmente protettiva è la nostra cecità.

il centesimo post di questo blog.
avevo pensato di festeggiare il traguardo scrivendo un bel post su un bel libro, uno di quelli che devo per forza consigliare a tutti, ma proprio a tutti, a costo di tirarglielo dritto in testa. un bel post. un bel libro. uno dei miei autori preferiti. chi meglio di gipi?
ma mi sono messa da sola in un angolo, mi sono messa nei guai.
perché, seriamente, è fin troppo difficile scrivere di un libro come questo.
probabilmente la scrivo troppo spesso questa frase e per lo più - lo ammetto - è per pigrizia più che per vera difficoltà. anche se a volte penso di essere davvero incapace di fare quello che provo a fare da così tanto tempo. a volte penso che dovrei darci un taglio e lasciare che sia la gente davvero brava a mettersi davanti a una tastiera a consigliare letture.
ma anche se non sono brava a me piace lo stesso. quindi amen.
mi piace ma vorrei avere la capacità di farvi correre in libreria a cercare un libro come questo perché se prima di leggerlo avessi saputo quanto era bello, sarei corsa anche io in libreria a cercarne una copia immediatamente.
ho sempre pensato che non è tanto il cosa racconti ma come lo racconti.
e gipi mi fa innamorare a ogni libro proprio per questo: il cosa, in fondo, è poca cosa. nello specifico: uno scrittore che improvvisamente diventa schizofrenico e - in parallelo - la storia del suo bisnonno, soldato ai tempi della grande guerra.
giuro, tutto qui.
lo scrittore ha una famiglia un po' del cazzo, ma forse hanno anche ragione loro, forse davvero si sentono messi da parte a beneficio del suo lavoro. il soldato si ritrova a un passo dalla morte, in una trincea, col nemico vicino e un compagno ferito al suo fianco.

il punto è che ci sono persone che con le parole - e con i disegni e con i colori - fanno magie: prendono una storia - unastoria appunto è il titolo di questo libro - e la trasformano in qualcosa di enorme. ci mettono dentro tutto. letteralmente tutto. la vita, l'universo e tutto quanto, tipo.
(scusami douglas, immagino che ti sarai rotto le scatole della gente che ti cita in continuazione)

il tempo che passa e si mangia la tua faccia e la risputa masticata e ammaccata, il tempo che passa e si mangia i tuoi affetti e li risputa masticati e ammaccati, un po' di più ogni volta che dai, vengo la prossima settimana e oggi ho da fare. il tempo che passa così lentamente che non ce ne accorgiamo, distratti da tutto il resto, dal passato, dalle storie, dal lavoro, dai pensieri, senza fare attenzione a cosa diventiamo nel frattempo, cosa facciamo, cosa ignoriamo, cosa dimentichiamo, che idea ci facciamo degli altri - non hai mai pianto tu.
sembro una scema che scrive cose a caso, lo dicevo, non sono brava, è solo un pezzetto delle sensazioni che ho pensato dopo aver letto questo libro.
sensazioni più che pensieri, sì, un mucchio di roba che non serve dargli davvero un nome perché te le senti all'altezza della pancia, dentro lo stomaco, incastrate sotto al cuore a spingere bene e scombinare i battiti.

ogni volta che chiudo un libro di gipi mi viene voglia di andarlo ad abbracciare.
oh, non mi permetterei mai tanta confidenza eh, è che mi sentirei cretina a dirgli non sai quanto mi sia piaciuto quello che ho letto, mi ha commossa, davvero, è stato quasi sconcertante, sopratutto perché non saprei rispondere se mi chiedesse cosa mi è piaciuto nello specifico. serve un modo per comunicare il rimescolio emozionale post lettura. chiuso il libro sono riuscita a dire solo cristodio. e poi basta per una decina di minuti, ho continuato ad andare avanti e indietro con le pagine, a riguardare le tavole che mi erano piaciute di più. non sarebbe carino scrivere solo questo a gipi né a voi. e quindi vi beccate il pippone inutile.
insomma, unastoria è un libro bellissimo, imprescindibile. non fosse il centesimo (qualcuno in più credo) che vi consiglio di leggere, sarebbe il primo.

lunedì 10 giugno 2019

commenti randomici a letture randomiche (67)

questa sessione estiva la sto prendendo veramente malissimo, alterno momenti di panico a momenti di panico in cui non riesco a studiare e altri momenti di panico in cui il fatto di non riuscire a studiare mi fa aumentare l'ansia. probabilmente è tutto normale.
un valido rimedio allo stress ovviamente vede la deliberata strafottenza degli impegni unita all'ottimistica volontà di rimandare a dopodomani quello che ho già rimandato a domani e alla lettura di un po' di fumetti che continuano a minare la mia incolumità organizzandosi - in modo totalmente incontrollabile dalla mia volontà - in pile traballanti e pericolosamente vicine al mio letto.

tra le tante (ma non tantissime, almeno non tutte quelle che vorrei) letture di questo periodo ho tirato fuori quattro titoli che mi sono piaciuti moltissimo e che ci tenevo a consigliarvi prima di chiudermi nella mia cameretta a ripetere millemila volte gli appunti e i riassunti preparati per gli esami.

la stanza è un regalo temporaneo di mio padre. la stanza mi appartiene fino a quando non combino qualche guaio. questa è la regola del regalo temporaneo.
innanzitutto questa è la stanza di gipi. non so bene come faccia, non so assolutamente spiegarlo, ma qualsiasi cosa racconti, gipi riesce a incantare fin dalla prima vignetta, a trascinarti completamente nella storia.
e una cosa che potrebbe essere riassunta da chiunque altro (tipo me, che non so assolutamente rispondere ogni maledettissima volta che mi chiedete di cosa parla questo libro?) come eh, ci sono dei ragazzini un po' sfigati, uno sembra scemo totale, che suonano in una specie di magazzino prestato dal padre di uno di loro ma poi fanno una cazzata e il padre gli proibisce di continuare a suonare lì ma poi comunque si sistema tutto, insomma leggitelo, mica di posso dire tutto io, no? la racconta lui e diventa una storia bellissima. giuro.

questa è la stanza. inizia così, aprendo una porta sgangherata su uno stanzone improbabile, uno spazio al momento inutilizzato, accanto all'allevamento di cani di cui si occupa il padre di giuliano: lui e i suoi amici staranno qui a suonare, a patto che non facciano guai.
quello stanzone li catapulta al livello gruppo che fa le prove e che magari potrebbe davvero farcela, un bel po' di gradini sopra rispetto a quattro ragazzini sfigati che suonicchiano nelle loro camerette. e sembra che una possibilità, una botta di fortuna con la c maiuscola, possa davvero arrivare, solo che il karma - o la sfiga - ci mette un secondo a infilare un bastone tra le ruote e portarli tutti e quattro a fare una cazzata cosmica, con tutta la beata e stupida innocenza adolescenziale condita dall'arroganza di chi è convinto di non poter essere scoperto.
perduta la stanza, perduta la musica, toccherebbe perdere per sempre quel modo di guardare il mondo che a sedici anni ti fa vivere di assoluti intoccabili.
toccherebbe perdere la convinzione che il mondo lo puoi prendere e rivoltare come un calzino, che la tua musica possa cambiare la tua vita e quella di tutti quelli che ti ascolteranno, che ti possa salvare dal destino grigio e squallido che ti attende, che ti possa tirare fuori dal presente con tutte le sue cosmiche rotture di coglioni, le famiglie sgangherate, gli obblighi a cui obbedire.
però quando ti sbattono in faccia la realtà delle cose, puoi scegliere: crescere, diventare uno di quegli adulti tristi e squallidi che ti hanno detto che la realtà non è quella che credi tu, oppure rimanere lì, a tenerti stretto i tuoi sogni, le tue certezze, e rimandare ancora un po' il grigiume.
e aprire un'altra porta.
la maggior parte delle persone pensa che van gogh sia stata una persona triste, pazza e malinconica. leggendo le lettere emerge una persona solare che amava la vita e ciò che lo circondava.
ogni volta che sento parlare di van gogh mi viene in mente quella battuta tristissima che recita più o meno così: odio quelli che straparlano di mozart senza aver visto nemmeno uno dei suoi quadri.
van gogh è uno di quegli artisti che sono diventati delle icone, dei personaggi della cultura popolare, quasi delle leggende metropolitane.
come dice ernesto anderle nell'introduzione di questo libretto bellissimo che è vincent van love, van gogh viene spessissimo considerato un uomo cupo, triste, uno di cui raccontare che fosse stato un pazzo furioso capace di mozzarsi un orecchio e spararsi un colpo nella pancia. e a nessuno viene mai il dubbio di come sia possibile conciliare una figura simile con i dipinti meravigliosi che ci ha lasciato.
certo, non ha vissuto la più facile e felici delle esistenze e certo non è stata la più equilibrata delle persone che abbiano camminato su questo pianeta, ma credo che quello che lo faceva davvero soffrire fosse più la solitudine in cui il suo modo straordinario di vedere la realtà - una realtà luminosa, che esplode di colori e di vita - lo costringeva che non una sua naturale predisposizione alla malinconia.

ho aspettato per anni questo libro, l'ho desiderato dalla prima volta in cui mi sono imbattuta nella pagina facebook in cui ernesto ha iniziato a raccogliere le sue illustrazioni ispirate alle lettere che vincent scriveva, sopratutto al fratello theo. questa edizione di becco giallo, oltre alle illustrazioni che probabilmente conoscete già, raccoglie delle pagine di fumetto inedite che raccontano la storia di van gogh attraverso i momenti più importanti e decisivi della sua vita: l'infanzia, i suoi primi tempi come predicatore, i suoi amori, la breve e intensa amicizia con gaugin, la difficoltà a essere riconosciuto come artista, la miseria economica, la solitudine. interessantissima la versione di anderle sulla morte del pittore, che mi ha fatto venire alla mente quel film bellissimo che è loving vincent (se non l'avete ancora fatto, guardatelo assolutamente). è un libro a metà tra fumetto e raccolta di illustrazioni, si legge in poco tempo ma rimane impresso nella memoria e in un pezzettino di cuore.

sai, in notti come queste, ai miei tempi, potevi parlare con la luna e questa ti rispondeva.il mondo di oggi è così silenzioso...
estis è un tizio strano, un senzatetto che vive in un campo di girasoli e a cui basta qualcosa da bere o da fumare per iniziare a raccontare ai suoi ascoltatori storie e profezie.
ha tante storie da raccontare lui, tante realtà da rivelare, perché è un satiro della corte del dio pan. o meglio, lo è stato: da secoli ormai è costretto a vagare sulla terra tra i mortali per colpa di artemide.
colpito da una freccia della dea, estis si risveglia in un mondo in cui gli antichi dei non esistono più, sostituiti dall'unico dio cristiano. ripudiato, emarginato, privato di quasi tutti i suoi poteri, lontano dalla quello che poteva chiamare casa, l'incontro fortuito con un fantasma lo condurrà da un'altra divinità, ecate, sorella di artemide e selene.
ecate, per ringraziarlo di aver aiutato un fantasma a raggiungerla, sospende la maledizione di artemide e promette a estis che se aiuterà selene a incontrare il suo amore per l'ultima volta la sua maledizione sarà sciolta e potrà tornare a vivere accanto a dioniso.
inizia così per estis, il dio vagabondo del titolo, il viaggio verso il mondo degli inferi in compagnia di un vecchio professore appassionato di mitologia e di un fantasma desideroso di riscattare una vita vissuta senza onore.
fabrizio dori crea per la strana compagnia di viaggiatori un mondo onirico, quasi lisergico, in cui si mischiano l'antico e il moderno, il divino e il reale, la bellezza e la miseria della vita, un mondo che si mostra attraverso il percorso dei personaggi e si racconta attraverso le loro storie.
lo stile di disegno di dori è letteralmente incantevole, probabilmente la cosa che più mi ha attirata di questo volume insieme all'aspetto mitico della storia.
il mondo trabocca di magia che arricchisce le nostre vite. è un prodigio estremamente utile e indispensabile. eppure il suo funzionamento è sconosciuto...solamente i maghi possono usare la magia. i normali esseri umani possono soltanto limitarsi a godere dei suoi benefici e gli è impossibile diventare a loro volta maghi.
atelier of witch hat mi ha conquistata da subito, da quando ho visto la copertina per la prima volta, prima ancora che venisse annunciato da planet manga. diciamolo subito: i disegni sono assolutamente straordinari, molto al di sopra del livello della maggior parte dei manga, qualcosa che paragonerei solamente alle opere di kaoru mori o aki irie. uno stile elegantissimo, niente retini, cura straordinaria dei dettagli, che però sa concedersi qualche elemento cartoonesco tipico del fumetto giapponese.

la storia, per quanto non brilli per originalità, è comunque appassionante e narrata con cura e senza fretta: la giovane coco, affascinata da sempre dalla magia, incontra per caso qifrey, un giovane mago e scopre il reale funzionamento delle arti magiche: le magie non vengono lanciate o recitate, ma disegnate. così le viene in mente che molti anni prima un tipo strano con una maschera spaventosa a forma di occhio, le vendette un libro con delle strane figure, dell'inchiostro e una bacchetta penna.
coco si improvvisa apprendista stregone e inizia a pasticciare con l'inchiostro e le figure: lancia un incantesimo da cui qifrey riesce a salvarla, ma che colpisce però sua madre.
qifrey dovrebbe cancellare la memoria della bambina, ma lei è l'unica capace di riconoscere l'incantesimo che aveva disegnato per poterlo così annullare e salvare la donna rimasta pietrificata.
così coco, scoperto che non serve nessun potere innato per essere mago, ma solo tanto studio e dedizione, diventa ufficialmente un'apprendista di qifrey: adesso dovrà confrontarsi non solo con le sue capacità e la sua forza di volontà, ma anche con le sue nuove compagne, e non tutte sembrano esattamente molto amichevoli...

il vecchio adagio impegnati con tutte le tue forze per raggiungere i tuoi scopi e potrai diventare chi vuoi funziona sempre, almeno con la sottoscritta. sinceramente, anche dopo aver letto qualche lamentela su questo primo volume, a detta di alcuni troppo lento e troppo prevedibile, l'ho trovato davvero delizioso: mi sono piaciuti i personaggi, l'ambientazione e - come dicevo - moltissimo i disegni.
non credo che una buona storia la faccia solamente l'elemento innovativo, anzi, sono convinta che qualsiasi storia, per quanto banale possa sembrare, diventi avvincente se raccontata nel modo giusto. questo primo volume mi ha convinta moltissimo e non vedo l'ora di proseguire nella lettura.

lunedì 11 marzo 2019

otto ~ l'uomo riscritto

quella notte, in mezzo alla folla riunita su un lago ghiacciato oltre il circolo polare, se qualcuno avesse distolto gli occhi dal cielo avrebbe potuto vedere uno spazio stranamente vuoto.
quel vuoto coincideva con il posto di un uomo. ma quella notte nessuno lo notò.
dall'alto lo si sarebbe potuto vedere. ma bisognava conoscere la storia di quel buco per capire che non lo era. lo spazio vuoto era quello di un uomo; un uomo che era il suo stesso enigma, e che volle risolverlo.

quale tra i più grandi misteri del mondo può risultare più insondabile che quello che riguarda la propria stessa essenza? quale posto dell' universo è più misterioso del proprio io?
siamo riusciti a esplorare i più oscuri e profondi abissi marini, ad inoltrarci nello spazio, raggiungere la luna, conoscere pianeti e stelle lontani anni luce, ma paradossalmente il viaggio più difficile da compiere è quello che ci porta alla conoscenza di noi stessi.
certo è che da sempre gli uomini si sono interrogati sulla loro natura: γνῶθι σαυτόν si leggeva sul tempio di delfi e nel prometeo incatenato oceano suggeriva al titano ribelle di conoscere se stesso per potersi opporre a zeus tiranno. da sempre il ragionamento filosofico e artistico - e poi nel secolo scorso la psicanalisi - lavorano introspettivamente per spiegare chi siamo.
e questo è il fulcro dell'opera di marc-antoine mathieu e di quella del suo otto: se non conosciamo chi siamo, quali sono i perché delle nostre scelte, le radici del nostro pensiero, allora come possiamo essere sicuri di essere davvero liberi e padroni delle nostre azioni?


otto spiegel è un artista molto noto e apprezzato in tutto il mondo, impegnato da anni in una serie di performance incentrate sulla tematica dell'io: specchi che riflettono il suo stesso corpo, lo sdoppiano, lo mettono a nudo in tutta la sua effimera fragilità, ne indagano ciò che non possono mostrare.
a bilbao, durante una delle sue esibizioni, otto sperimenta per la prima volta un vuoto enorme che lo lascia sfinito e in preda alle vertigini: per la sua arte fatta di specchi, riflessi e illusioni è la fine, e lui ne è pienamente consapevole.
disorientato e desideroso di sparire per sempre, pochi giorni dopo gli giunge la notizia della morte dei suoi genitori e dell'eredità che gli hanno lasciato: la loro vecchia casa e un baule.

qui otto scopre registrazioni, appunti, foto e video che testimoniano fedelmente i suoi primi sette anni di vita. in un biglietto, i genitori gli spiegano che lo avevano fatto partecipare a un progetto di ricerca che indagava su come i primi anni di una persona possano influenzare quello che poi diventerà in futuro.
per otto tutto questo materiale ha immediatamente non tanto importanza dal punto di vista scientifico, ma diventa spunto per una nuova ricerca artistica: partendo dall'ultimo giorno, prosegue a ritroso osservando minuziosamente tutto il suo passato, fino alle sue prime ore, fino ai mesi di gestazione, fin dal suo concepimento.
otto si chiude dentro casa, organizza i documenti, che analizza scrupolosamente, in una sorta di enorme scultura concettuale di cui lui stesso è il fulcro.


ma se la ricerca di otto era partita dal voler conoscere il proprio passato per meglio comprendere la sua essenza, il suo scandagliare morbosamente il passato lo intrappola - metaforicamente e non solo - in una gabbia che lo sottrae al presente. l'esistenza di otto si blocca in una parentesi lunga anni, la ricerca delle radici si fa non strumento di comprensione e libertà ma prigione: vecchio, estraneo al mondo, fuori dalla società, dal cielo otto è un buco, l'assenza di chi si è perso provando a cercarsi.

otto - l'uomo riscritto è anche un interessantissimi esperimento grafico: geometrie rigide e precise, riflessi, copie, frattali, bianco e nero che non lasciano spazio al colore, inizio e fine che coincidono e chiudono la storia in una sorta di loop.
non conoscevo marc-antoine mathieu ed è stata una bellissima scoperta, spero davvero che coconino continui a pubblicarne l'opera.

lunedì 25 febbraio 2019

lmvdm

di un sacco di cose diciamo una cosa così o la ami o la odi.
in realtà lo diciamo soprattutto delle cose che ci piacciono un sacco, così tanto che è pure difficile trovare un motivo oggettivo per spiegare a qualcuno il perché.
che poi, davvero, poco c'è di oggettivo nell'amore.
grazie al cielo.
in realtà o lo si ama o lo si odia è la versione stringata e politically correct di una cosa così o la ami come me, che ho evidentemente ragione e buon gusto, oppure sei altrettanto evidentemente un idiota che non ha capito niente, mi spiace per te, ma mi scoccia pure perdere tempo a cercare di farti cambiare idea, anche perché il tuo è solo odio e l'odio è assolutamente immotivato e illogico (come l'amore d'altronde, ma non te lo dico questo sennò non ne usciamo più), quindi di che dovremmo parlare?
il mondo sarebbe un posto forse meno gentile ma sicuramente più divertente se smettessimo di rifugiarci nelle frasi fatte.
sto divagando.

gipi è un autore che amo, senza se e senza ma.
mi piace tutto quello che fa, i suoi disegni, le storie, i corti, persino le canzoncine idiote.
ammetto che non sono ancora riuscita a leggere tutto quello che ha scritto, e anzi sto cominciando ora il recuperone, aiutata anche dalla serie di repubblica (di cui ho preso solo quello che non è presente nel catalogo coconino però, cioè gli inediti, i racconti e il volume sui cortometraggi, il resto lo recupero con l'edizione originale, decisamente migliore).
insomma, tutto questo straparlare perché ho finalmente riletto lmvdm, il primo libro che mi ha fatto conoscere gipi tanti anni fa e che - diciamo - avevo perso... quando lo lessi la prima volta mi aveva un po' spiazzata, ma ammetto che all'epoca ero ancora agli esordi della mia "carriera" di lettrice onnivora, mi era sfuggito molto.
era il libro giusto al momento sbagliato.
rileggerlo adesso è stato sicuramente un'esperienza decisamente migliore, quella che mi ha fatto dire che, ok, è arrivato davvero il momento di recuperare tutti i suoi libri, adesso sono capace di apprezzare tutto davvero e pienamente.


non è facilissimo parlare di un libro così perché alla domanda - che odio come poche altre cose al mondo - di cosa parla? non è semplice rispondere senza farlo passare per una roba poco interessante.
ecco, potremmo dire che parla della vita dell'autore. (disegnata male, dice lui, non è vero, dico io, in questi disegni brutti si percepiscono le emozioni, gli stati d'animo, le sensazioni, coinvolgono il lettore più di quanto non saprebbe fare una linea decisa, netta, pulita, riassumono graficamente le sensazioni che ci vuole un intero corpo a provare).
di alcuni momenti della vita dell'autore.
di alcuni momenti della vita dell'autore tornati alla sua mente per strade tortuose in seguito a visite mediche infruttuose, causa di momenti imbarazzanti e dei soliti sbattimenti cui ti costringe l'aver avuto la sfiga di trovare uno di quei medici che pur di non ammettere di non capirne un cazzo ti comincia a rifilare cure improbabili per malattie che non hai e che quasi sicuramente si sono appena inventati.
ci siamo passati tutti certo, ma - e qui sta l'enorme differenza tra un narratore vero e la vecchietta che becchi sull'autobus e comincia a raccontarti la storia della sua vita lasciandoti immaginare di quante pagine sarà il tuo prossimo bestseller come uccidere le vecchiette moleste incontrate per caso for dummies - gipi riesce, a metà tra comicità e dramma, a raccontare della sua vita, dei momenti imbarazzanti, delle enormi, cosmiche minchiate, delle malattie, delle sfighe, delle amicizie perse e forse ritrovate, degli aneddoti rimasti chissà perché da qualche parte nella memoria ancora dopo anni, della depressione, della paura, anche delle cose irrilevanti, di tutto il resto senza essere noioso.
e, sopratutto, senza voler far passare il racconto della propria vita - o di alcuni momenti di essa - per una parabola esemplare.
nella sua storia non c'è nulla che possa assumere tratti universali tranne il semplice - banale sicuramente - fatto che ogni storia, se la sai raccontare bene, è degna di essere raccontata.


se da un lato c'è il narcisismo di volersi mettere a nudo davanti ai propri lettori, svelandosi sopratutto negli aspetti meno gradevoli, anzi proprio in quelli più fastidiosi, dall'altro c'è l'enorme capacità di analizzare le esperienze e le emozioni, di scomporle, osservarle, comprenderle, ordinarle e rimetterne insieme i pezzi, dando vita a una narrazione coerente, che funziona, che si allontana dall'esibizionismo e che trova nella sua semplicità il senso profondo del suo essere.
così come le esperienze e le emozioni, una volta analizzate e comprese, diventano narrazione, all'interno della storia nella storia (a cui sono riservate tavole a colori meravigliose) un ragazzo incapace di amare impara, disimparando a esprimersi con le parole, a comprendere ciò che sente, impara ad amare.


forse suonerà esagerato ma secondo me non lo è: lmvdm è uno dei più bei fumetti di sempre.