martedì 21 aprile 2026

sangue madre

ogni mio pensiero era rivolto soltanto a lei. pensavo a lei con angoscia, affetto e nostalgia.

alcuni confini sono labili, più di quanto non siamo dispostə ad ammettere ad alta voce. dopotutto, per quanto ogni società abbia collezionato nel corso della sua storia un'infinità di pagine in materia di giurisprudenza per definire il concetto di crimine e trovare la relativa soluzione, rimane nell'immaginario collettivo la figura del vendicatore (o della vendicatrice): affascinante nella sua ambiguità morale, contraria a ogni legge eppure eroica nella sua capacità di riparare ai torti subiti come nessuna (si spera) istituzione democratica sarebbe capace di fare. una figura che facilmente rinuncia alla sua umanità, anche in senso letterale, per trasformarsi in creatura mitologica e mostruosa, che intercetta miti popolari e fantasie macabre.
la rabbia ribollì dentro di me, così potente che ebbi l'impressione di librarmi da terra. non era il momento di piangere. non ancora.
sangue madre è una storia di vendetta e di giustizia che ruota proprio intorno a una figura ambigua, sfuggente, impossibile da immaginare senza sconfinare nel soprannaturale.
un serial killer che uccide e carbonizza le sue vittime, tutti maschi: mariti, fidanzati, ex, professori, uomini di ogni estrazione sociale e di ogni età che hanno in comune soltanto l'aver agito atti di violenza e persecuzione nei confronti delle donne.
non è un giallo né propriamente un thriller perché non dobbiamo "scoprire" chi è il colpevole, o meglio la colpevole. lo sappiamo già, proprio dalla primissima pagina: una madre assiste all'omicidio della propria figlia, jeongya, e prima di perdere conoscenza giura vendetta.

il mistero, dunque, non sta nell'identità dell'assassina, quanto nella sua natura e nelle sue capacità.
è l’ispettrice noh jinseon a cogliere collegamenti illogici tra il "primo" assassinio e gli altri. "altri", non "successivi", perché gli archivi svelano l'inquietante realtà di un'incoerenza temporale impossibile tra i crimini su cui sta indagando e altri che si sono verificati anni addietro.

ma il romanzo di kim bohyun non è neppure strettamente classificabile come horror. nonostante la crudezza delle scene dei ritrovamenti dei cadaveri, non c'è mai morbosità nell'indugiare nelle scene delle uccisioni, alle quali non assistiamo praticamente mai. l'obiettivo di bohyun non è la crudeltà e neppure lo shock.
sangue madre si veste di soprannaturale per porre un quesito fin troppo immanente: se la legge, lo stato, la società tutta non proteggono le donne, se sottostimano indecentemente la gravità delle persecuzioni, delle violenze, degli stupri, delle uccisioni, se - anzi - colpevolizzano le vittime e trovano ogni possibile attenuante per i carnefici, cosa resta? dove si può trovare consolazione? chi può garantire giustizia? come si può continuare ad avere fiducia nelle istituzioni e nella legge se sono loro le prime a voltare le spalle davanti al sangue e alla disperazione?
aveva sentito dire che non tutti i mali vengono per nuocere. alcune sfortune, in effetti, possono renderci migliori. [...] essere maturi significa saper cogliere un filo di speranza anche nei momenti più dolorosi. gyeongshin, invece, trovava che il mondo intero fosse crudele e ingiusto con lei. la sfortuna non era nient'antro che sfortuna, e il dolore nient'altro che dolore. quella consapevolezza le erodeva l'anima, minando la sua sanità, pezzo dopo pezzo.
ogni volta che gyeonshin ignorava una chiamata di jonggu, amici e conoscenti lo giustificavano dicendole che si comportava così perché era perdutamente innamorato di lei e la esortavano a rispondere. lei, però, non sapeva nemmeno come reagire quando le persone che avrebbero dovuto esserle vicine si lasciavano andare a sospiri drammatici e sognanti. era come se sotto i loro sguardi si fosse trasformata in una creatura totalmente priva di identità.
è di questo vuoto, di questa sistematizzazione della violenza e della colpevolizzazione secondaria che si nutre la vendetta. non un sentimento crudele e inumano, ma una risposta alla crudeltà e alla spietatezza che è, per le donne di questo romanzo (e non solo) esperienza quotidiana.
un'esperienza capace di annullare desideri e identità, di privarle della libertà e della vita stessa. un'esperienza che il mondo intero chiede di accogliere, tollerare, sopportare in silenzio, a testa bassa, senza unica reazione che l'assurdo senso di colpa per un crimine che si è subito.
pensavamo che punendo coloro che ci hanno causato dolore, anche il dolore sarebbe scomparso. pensate che siamo delle ingenue, vero? certo che lo siamo. ma, con nostra immensa sorpresa, ha funzionato.
la figura a cui dà vita bohyun è, neppure troppo paradossalmente, una creatura brutale ma lucida.
nella straziante ricerca della figlia che le è stata uccisa, la madre occupa uno spazio di esistenza liminale e inconoscibile tra i margini del reale e del tempo, e si fa madre di tutte le donne, consolatrice di ogni figlia, salvatrice e vendicatrice.

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