domenica 25 settembre 2022

saga 10

ecco come sopravvive un'idea.
cresce e cambia, spesso ben oltre le intenzioni dei suoi creatori.
e, se per essere considerata "buona", deve sopravvivere a chi l'ha avuta, allora direi che ero a metà dell'opera.


la pausa - che doveva durare un anno ma che si è allungata fino a quattro - è finalmente conclusa e possiamo di nuovo tornare a leggere una delle serie più appassionanti, originali e intricate di sempre.
le parole di hazel a inizio volume sembrano avere una doppia chiave di lettura: riprendere la narrazione qualche anno dopo che si era - in modo anche piuttosto sconvolgente (non faccio spoiler nel caso in cui qualcuno passasse da qui senza aver letto i precedenti nove volumi - fortuna sua, se vuole recuperare ora si eviterà quattro anni di astinenza) - interrotta e rincuorare noi lettori che saga continuerà e che brian k. vaughan ha le idee chiare circa la direzione da intraprendere.

sono, appunto, passati circa tre anni dall'ultimo episodio, hazel è cresciuta continuando a vagare per un universo sempre sconvolto dalla guerra e sempre intenzionato a ucciderla: figlia di una soldatessa landfalliana e di un soldato di wrath, entrambi disertori, hazel è l'incarnazione stessa della più pericolosa delle idee, quella che la guerra tra wrath e landfall non è che il motore primo economico e politico dell'intero universo, a beneficio di pochi governanti e - ovviamente - pagata dai mondi e dalle popolazioni più povere.

cover originale del capitolo 57

questa guerra tra due mondi - anzi un mondo, landfall, e la sua luna, wrath - ha trascinato nel conflitto tutto l'universo o quasi, costringendo chiunque a schierarsi da una parte o dall'altra, travolgendo altri pianeti e popolazioni più povere, nascondendo (neanche tanto) gli interessi di chi la guerra la fa dal suo comodo posticino di comando. è in questo universo che una soldatessa di landfall e un soldato di wrath, si conoscono, si innamorano, disertano e generano una figlia: una meraviglia per loro, un abominio per chiunque altro.
hazel, la bambina che potrebbe stravolgere l'assetto politico universale con la sua sola esistenza, è la prova tangibile e viva dell'assurdità di questa guerra. ha le ali di landfall e le corna di wrath, ma soprattutto è la prima a essere nata tra due "razze" che si sono sempre odiate, la testimonianza che l'unione e la pace potrebbe esserci e potrebbe portare a qualcosa di decisamente migliore della guerra. è ancora di più: l'idea - salvifica o oscena - che landfalliani e lunari sono uguali, fanno parte della stessa specie. accettare un'idea come questa significherebbe non semplicisticamente la pace nell'universo ma il crollo di un sistema immenso che collega interi sistemi solari e che trova nella guerra risorse economiche e motivazioni politiche necessarie a mantenersi.

alla storia di hazel e dei suoi genitori - alana e marko - si intrecciano quelle di mercenari assassini, giornalisti, scrittori, principi diseredati, amanti vendicative eccetera, una matassa ordinata di storie, una trama fino a ora gestita in modo brillante da brian k. vaughan e impreziosita dai disegni straordinari di fiona staples, entrambi tornati in questo decimo volume in splendida forma.

questi nuovi cinque capitoli non risentono affatto del salto temporale e anzi riescono a dare qualche risposta ad alcuni dei perché (molti anche abbastanza disperati) che più avevano affollato la mente dei lettori quattro anni fa, alla fine del nono volume, senza però mai scadere nel fanservice.
diceva cechov che se in scena si vede una pistola, allora prima o poi sparerà e vaughan lo sa bene, utilizzando il più macabro dei dettagli con cui poteva riprendere la storia per dare una nuova spinta alla trama e giustificare - da un punto di vista esclusivamente narrativo, perché noi lettori non gli perdoneremo mai quello che ha fatto - il finale del capitolo cinquantaquattro.

cover originale del capitolo 60

vecchie conoscenze e nuovi personaggi si alternano tra le pagine di questo decimo volume in cui neanche una vignetta è sprecata, il livello della narrazione - e quello dei disegni - è altissimo e non c'è nulla di cui unə lettorə portebbe lamentarsi (a esclusione, ovviamente, di quella porzione di fandom che pretende di essere in grado di sostituirsi agli sceneggiatori in ogni serie, semina lamentele in ogni dove e dei quali, personalmente, cerco di ignorare l'esistenza), anzi, il livello di tensione/emozione è quello a cui siamo ormai felicemente abituati e l'hype a fine volume resta altissimo.
anche se il tono della racconto di hazel ci rassicura che la vedremo crescere e che - almeno per quello che riguarda lei - non ci aspettano brutte sorprese e anche se siamo ufficialmente entrati nella seconda parte della storia (vaughan aveva detto che saga si sarebbe concluso con il capitolo 108, ovvero diciannove volumi in totale), questa è l'unica serie in cui mi vengono i brividi ogni volta che sto per girare pagina, un mix di ommioddiononvogliovedere e vogliosaperetuttoadesso.

mancano pochissimi giorni all'uscita del volume in libreria (il 30 settembre per la precisione) e se siete fan della serie vi consiglio di prenderlo immediatamente e di non cedere alla tentazione di sbirciare le ultime pagine! buona lettura!

martedì 23 agosto 2022

1991

una volta superato il punto di non ritorno la condizione raggiunta diviene irreversibile e tornare indietro non è più un'opzione, ma una disperata necessità che non si avvererà mai.

ci sono estati che sembrano uguali a tutte quelle che hai già passato e invece sono completamente diverse.
ma in realtà non è di certo colpa dell'estate.
e, a dirla tutta, non è nemmeno colpa tua.
è che stai crescendo, stai cambiando, stai diventando qualcosa che non sai ancora. sei stranə e diversə ma non riesci ancora a capirlo e allora succede che tutta quella stranezza e diversità la fai riflettere sul mondo esterno e quando ti rimbalza contro inizi a non raccapezzarti più su cosa sta succedendo.


questo, più o meno, è quello che capita ad armin nell'estate del 1991.
come ogni anno, è andato con i suoi genitori e la sua sorellina minore in vacanza al lago e, come ogni anno, ha incontrato gli amici di sempre - gli altri che come lui trascorrono le vacanze sempre nello stesso posto e chi lì ci vive tutto l'anno - e ha conosciuto "quelli nuovi", quelli che al lago ci sono arrivati per la prima volta.


quella del 1991 è l'estate delle prime sigarette, dei primi maldestri approcci con l'altro sesso - mediati dalle videocassette porno e da qualche imbarazzante pomiciata - del primo giro in discoteca che non sai bene cosa fare in mezzo a quel casino.
è l'estate delle cose nuove che si mischiano a quelle vecchie, i giochi che facevi da bambinə, i tuffi a bomba in piscina e le raccomandazioni dei genitori.
quella del 1991 potrebbe essere una qualsiasi estate di unə qualsiasi adolescente, una di quelle che poi ricordi con (poca) nostalgia e (molto) imbarazzo e invece, poche settimane dopo, qualcosa arriva a sconquassare per sempre l'esistenza di armin: una telefonata, la notizia di un suicidio e il dubbio/certezza/paura che la colpa sia sua.

quella del 1991 diventa così l'estate che cambia tutto, il punto di non ritorno, il momento esatto in cui non soltanto si esce dall'età d'oro dell'infanzia ma si entra in quella adulta con un carico enorme sulle spalle, quintali di dolore, rimorso e impotenza di cui ci si riesce a liberare.


passano gli anni e armin è diventato un ragazzo chiuso, di poche parole e quelle poche che ha, preferisce affidarle alla carta, alle sue storie invece che alle altre persone. non sa parlare di quello che è successo e men che mai del senso di colpa che lo accompagna da anni, non sa farlo fino al momento in cui non decide che l'unico modo è lasciar passare tutto il dolore attraverso la matita, trasformare i ricordi in una storia, scriverli e disegnarli.


1991 di armin barducci diventa così molto più di un racconto, di una storia di formazione, persino di una confessione: 1991 è una terapia, un rituale catartico.
la narrazione è una discesa nel pozzo della memoria, un rimestare tra i ricordi che solo verso la fine trova il coraggio di andare oltre la semplice cronaca degli eventi per farsi specchio dell'interiorità dell'autore e trasformarsi ancora da racconto a dialogo, tra l'armin di ieri e quello di oggi.
un dialogo in cui al lettorə è lasciato lo spazio per riuscire, anche ləi, a perdonarsi ogni vecchio errore.

lunedì 8 agosto 2022

noi siamo campo di battaglia

nessuno si accorgeva dei ragazzi.
così abbiamo cominciato a lavorare per costruire fratellanze clandestine nel caos. operavamo in una sinfonia difficile da spiegare, come pari. nessun capo. nessun padrone, nessun patriarcato. nessuna spiegazione di genere o di altro tipo. nessuna creazione e nessun riordino. caos fertile. non sempre i frutti arrivavano e non dappertutto la terra respirava come nel vivaio, ma noi creature compost ci siamo sempre state e non siamo mai diventate capi.

di nuovo nicoletta vallorani ci accompagna per le strade di una milano parallela, così distopica e allo stesso tempo così vicina alla nostra realtà da sembrare solo riflessa in uno specchio appena appena curvo, quel tanto che basta per deformare quello che conosciamo e trasformarlo in un incubo così realistico da farci dubitare che sia solo una finzione.
la città è preda di un'epidemia che va a ondate e che insieme alle vite dei malati si è portata via pezzi della nostra civiltà, o meglio, quei pezzi che ci piaceva dire che ci appartenevano e che probabilmente erano appiccicati al resto con troppa poca convinzione e facilmente sono volati via.
la società si è sgretolata partendo dalla sua unità minima, la più significativa: le famiglie si sono distrutte, gli adulti hanno iniziato ad abbandonare i figli, i ragazzi sono stati guardati con sospetto, allontanati, ignorati, zittiti, picchiati.
siamo stati educati a rispettare i legami di sangue e a considerarli primari. ora so che è solo un desiderio. questo essere famiglia in ragione del fatto biologico che ci ha consegnati al mondo è un mantra che alla fine non ha funzionato. ci siamo uccisi a vicenda, simbolicamente e nei fatti.
la città è in mano a un governo criminale e a santoni che hanno colpevolizzato la terra stessa per la malattia. il cemento soffoca semi e germogli tanto quanto i pestaggi della polizia provano a soffocare la voce dei ragazzi. la resistenza è letteralmente vita, quella dei giovani organizzati in comunità indipendenti che fanno famiglia, quella della città che non è più mura e mattoni ma corpi vivi e quella delle piante che nascono nel giardino del vivaio come un miracolo, sotto le mani della prof.

noi siamo campo di battaglia è un romanzo plurale e politico e le due cose non potrebbero essere l'una senza l'altra.
è un romanzo plurale fin dal titolo, fin dalla prima parte in cui la narrazione inizia a più voci, strumenti che cercano ciascuno il proprio suono e si accordano uno insieme all'altro fino a intonare la stessa melodia.
lukas, amina, luce, attilio, nina, han, biz e la prof, ognuno con la sua storia, il suo passato, ognuno ferito a modo suo, ognuno con le proprie cicatrici.
si risollevano prima di lasciarsi annichilire per costruire una nuova speranza e si ritrovano nel vivaio, il giardino della scuola dove piante e alberi sembrano imitare la loro tenacia, dove crescono alberi miracolosi, la terra nutre i frutti e le storie rendono forti le anime.
non più muto campo di battaglia in cui lasciarsi sopraffare dall'odio degli adulti, diventano giardino in cui lasciare germogliare il  futuro.
è un romanzo politico non solo perché racconta di una società malata e pervertita più dai cattivi governi che dai virus ma anche e soprattutto perché mette in scena la voglia di creare un'alternativa a un modo di vivere insostenibile. la terra che muore, il clima imprevedibile, le stagioni impazzite, i ragazzi capro espiatorio di tutto, i vecchi attaccati al loro potere, incapaci di cedere il passo alle nuove generazioni: non c'è bisogno di inventare una realtà parallela per immaginarlo, basta guardare il qui e adesso. i ragazzi di noi siamo campo di battaglia - le creature compost, quelle che fertilizzano il futuro - sono la sola speranza di non sprofondare in un baratro che sembra sempre di più inevitabile, una speranza che può essere solo se coniugata al plurale.
noi città siamo creature fatte di spazi aperti e chiusi, di mattoni e di strade.
non ci arrendiamo: è impossibile distruggerci, perché non siamo uno solo ma tanti.
io non esiste.
solo noi.
io è destinato a essere sconfitto.
il mondo che creano, sperano, immaginano, lottano per avere, il mondo che portano sul palmo della mano è un mondo diverso, mondato da sopraffazione ed egoismo, un mondo plurale di voci accordate sulla stessa melodia, di famiglie generate non dal sangue ma dalla scelta. è una rivoluzione fatta di mani che si intrecciano, una rivoluzione generata da un noi che fa risplendere ogni io, che nell'unione amplifica l'unicità senza mai cedere all'egoismo.

ed è una rivoluzione che non può essere accettata.
improvvisamente, il tono del racconto cambia, dalla fantascienza si passa al thriller, alle vittime e alle indagini per scovare i colpevoli, al disvelamento per noi lettori dell'orrore che si cela dietro ai volti rassicuranti di chi vuole far credere di poter gestire e risolvere tutto da solo, di essere capace di guidare - solo - tutti gli altri.

noi siamo campo di battaglia è un romanzo che più volte disorienta il lettore perché nicoletta vallorani lo conosce bene, sa cosa si aspetta, sa cosa ha letto e cosa vorrebbe leggere, sembra per un attimo accontentarlo e poi lo stupisce, lo disturba, lo commuove, ma soprattutto gli dà speranza.
noi siamo campo di battaglia è uno dei libri più belli, dolorosi e ricchi di luce che mi è capitato di leggere negli ultimi tempi, una storia che sembra raccontata da un coro di voci in cerchio, una storia che si alimenta di molti narratori e dei suoi lettori, un libro capace di sovvertire le regole stesse del gioco della lettura: non più un io che scrive e un io che legge, ma un noi unito dalle parole di un racconto, la magia più grande che una storia possa compiere.

mercoledì 20 luglio 2022

selvaggia

voglio per lei un nome forte e audace. voglio che da grande sia una donna coraggiosa, capace e libera.


so cosa state pensando: ecco un'altra storia in cui la principessa scardina le regole sociali, si comporta da maschiaccio, rifiuta di sposarsi e vive passando le sue giornate cavalcando nei boschi fiera della sua solitudine. ammetto che l'avevo pensato anche io. e invece.
selvaggia è una favola moderna che fa quello che facevano le favole più antiche: ci insegna il valore dei nostri desideri e l'importanza di saper porre rimedio ai nostri errori.
e ci riesce meravigliosamente!

siamo nel regno di valdirosa ed è grande festa il giorno che il re e la regina annunciano la nascita della loro erede: una bella bambina, bionda come il sole, a cui viene posto il nome di selvaggia, un nome che è un augurio, quello di poter vivere appieno la sua vita, di essere forte, determinata, coraggiosa, indipendente proprio come un animale dei boschi, una creatura che non ha bisogno di essere accudita dall'uomo per sopravvivere.
e già dalla sua infanzia, selvaggia si dimostra all'altezza del suo nome e delle aspettative di sua madre: è una bimbetta scalmanata che ama correre, giocare all'aria aperta e sporcarsi i vestiti, con buona pace delle cameriere del palazzo costrette a rimediare ai suoi guai.
crescendo le cose non cambiano: selvaggia non solo non rinuncia al suo arco e alle sue gite in solitaria per i boschi, ma non ha alcuna intenzione di assumere il ruolo della timida principessina devota che mantiene lo sguardo pudicamente basso e si esprime sottovoce con garbo ed eleganza.
il giorno in cui sua madre le annuncia che dovrà sposarsi siamo tutti sicuri, insieme alla regina, che selvaggia rifiuterà categoricamente, pesterà i piedi, minaccerà di fuggire, urlerà tutto il suo disprezzo per questa imposizione e invece...


è qui che le nostre certezze di lettori si sgretolano, è qui che rosalia radosti - con uno stile grafico davvero unico, elegantissimo, personale e luminoso da cui è impossibile non lasciarsi conquistare - ci porta a riflettere su tutti i cliché di cui negli ultimi anni abbiamo abusato per non affrontare davvero tutto quello che di tossico e sbagliato sappiamo sull'amore - e che per buona parte abbiamo imparato proprio dalle favole della nostra infanzia.

selvaggia è una ragazza libera, intraprendente, attiva, determinata, coraggiosa, polemica, sensibile, intelligente e sogna l'amore. una cosa non esclude l'altra.
vuole continuare a vivere la sua vita ma con qualcuno accanto a lei, qualcuno che la ami e che condivida le sue passioni. selvaggia sogna il suo principe azzurro, come lo sogna ogni altra principessa delle favole.

all'annuncio che la principessa cerca marito, valdirosa comincia a riempirsi di pretendenti dei regni vicini, una processione infinita di duchi, marchesi, baroni e principi che si propongono a selvaggia e che vengono inevitabilmente scartati, incapaci di accettare una moglie che non sia una silenziosa, accondiscendente e obbediente compagna dedita al ricamo e a sfornare pargoli.
mentre le cameriere la additano come una capricciosa, selvaggia comincia a perdere le speranze che possa davvero incontrare qualcuno da amare e che la ami per quella che è, quando finalmente incontra nel bosco un ragazzo così perfetto da sembrare un sogno...


ma sogni e realtà non sempre si sovrappongono alla perfezione: selvaggia dovrà imparare che quel e vissero per sempre felici e contenti che segue ogni matrimonio nelle favole esiste solo nelle favole e che il più bel giorno della vita non è che l'inizio di una vita completamente nuova, di cui spesso non conosciamo altro che le pie illusioni che abbiamo coltivato negli anni ingenui della nostra giovinezza.

rosalia radosti riprendere personaggi e struttura delle favole, cliché vecchi e nuovi, mischia tutto quanto e ci regala una storia crudele, di disperazione, di lacrime e sangue, una storia che però sa mettere insieme tutto quello che nelle favole non trova posto, sa raccontarci del nostro bisogno di essere amati e di quanto sia facile lasciarsi ingannare quando non vogliamo guardare oltre la facciata delle cose, sa parlare della tossicità di certe relazioni e della sofferenza in cui ci lasciamo trascinare quando il desiderio di essere felici oscura tutto il resto.

credo che selvaggia sia la prima storia che leggo che sappia parlare tanto bene di quanto sia difficile l'amore: lo rincorriamo, lo desideriamo per tutta la vita e spesso non sappiamo quanto possa farci male, non siamo in grado neppure di immaginare che ci siano persone che nascondo un altro sé oltre quello che conosciamo e quando lo scopriamo non siamo in grado di gestire la parte di noi che è ancora legata.
selvaggia mette in scena la migliore metafora dell'amore tossico, quello che ci regala per un attimo l'illusione della felicità e poi distrugge tutto quello che abbiamo di caro, ci isola, ci rende soli, deboli e disperati.


più che le favole in cui le eroine rifiutano categoricamente ogni relazione, rinchiudendosi in una fortezza di solitudine ed egocentrismo (sì, sto parlando proprio di meridia), la storia di selvaggia sa raccontare con sincerità quanto sia complesso il rapporto che abbiamo con noi stessi e con gli altri: selvaggia non vuole perdere la sua identità, non vuole cancellarsi ma non per questo vuole rimanere sola, per lei l'amore è - e dovrebbe infatti esserlo - una condivisione continua di interessi, passioni, pensieri e idee in cui due persone sono felici insieme senza smettere di essere se stesse, senza annullarsi in una non meglio identificata entità duale che chiamiamo coppia.
ma desiderare non basta, nemmeno nelle favole.
per quanto alte siano le nostre aspirazioni, per quanta attenzione poniamo nello scegliere il nostro compagno - o la nostra compagna - possiamo comunque affidarci alla persona sbagliata.

raba, la strega gentile che selvaggia incontra alla fine della storia, è lo specchio della nostra consapevolezza. il punto non è non sbagliare mai, il punto è comprendere i nostri errori e sapervi porre rimedio, anche a costo di soffrire e, soprattutto, trovare la forza di superare quella sofferenza e andare avanti, senza renderci aridi come statue di pietra.

lunedì 11 luglio 2022

1984

la psicopolizia mi troverà. verranno a prendermi di notte e sparirò come tanti altri. sarò cancellato, vaporizzato... la mia stessa esistenza verrà negata. mi fucileranno.
fa lo stesso.
abbasso il grande fratello.


mettersi alla prova con un capolavoro come 1984 di george orwell non è certo un'impresa facile, eppure jean-christophe derrien e rémi torregrossa sono riusciti perfettamente nell'intento.

1984 - il cui titolo provvisorio fu l'ultimo uomo in europa, espressione poi ripresa in uno dei passaggi più salienti della narrazione - è uno dei romanzi distopici più conosciuti e citati al mondo, ma se qualcuno dovesse ancora essere convinto che il grande fratello sia solo un programma di pessimo gusto, ecco la trama a grandi linee:
winston smith vive a londra e lavora per il partito nel dipartimento archivi del ministero della verità. il suo compito è cancellare e alterare qualsiasi documento del passato per far sì che corrisponda al presente. è il 1984 - forse - quando winston inizia a tenere un diario in cui appunta i suoi pensieri e in cui sfoga il suo odio per il grande fratello, il cui sguardo onnipresente e onnisciente controlla e conosce tutto.


il mondo di winston ha conosciuto la guerra nucleare ed è adesso diviso in tre giganteschi superstati: oceania, eurasia e estasia. il governo del suo paese, l'oceania, è controllato dal grande fratello, entità quasi mitologica che governa ogni cosa: ogni azione, ogni pensiero, ogni ricordo, persino ogni sentimento. i tre superstati sono perennemente in guerra - la propaganda a volte sostiene che l'oceania è sempre stata alleata dell'eurasia e in guerra con l'estasia, a volte il contrario - e questo richiede ovviamente sacrifici alla popolazione che non è semplicemente costretta a una vita di stenti e privazioni, ma deve anche attenersi a una precisa ortodossia che prevede un totale asservimento al partito nelle azioni come nei pensieri: basta pochissimo a tradirsi, una strana espressione del volto, una parola sbagliata pronunciata nel sonno o detta con leggerezza mentre si parla con qualcuno possono essere indice di uno psicoreato (un crimine commesso con il pensiero, non con le parole o con le azioni, e quindi incontrollabile molto spesso da chi lo compie ma mai dal grande fratello), punibile con la morte.
consapevole che la sua esistenza è appesa a un filo sottilissimo e che il solo mettere silenziosamente in dubbio quando proclamato dalla propaganda ufficiale lo porterà presto alla morte, winston abbandona pian piano tutte le precauzioni che metteva in atto per cercare di passare inosservato, preso dall'urgenza - e dalla consapevolezza che questo sia possibile - di trovare una via di fuga da questa esistenza inumana.
affascinato da una giovane donna della lega antisesso (ovviamente, amore e attrazione sono proibiti da grande fratello, è accettato solo il matrimonio solo a fini procreativi finché la scienza non troverà modi alternativi per generare nuove vite) per la quale prova all'inizio sentimenti contrastanti, e convinto che uno dei suoi superiori faccia in realtà parte di una confraternita che mira a rovesciare il potere, winston vive un breve periodo in cui rinnega il grande fratello e tutto ciò che il governo gli impone.
pensa liberamente, ama liberamente, vive liberamente.
almeno, fin quando il partito gli consentirà di farlo.


l'opera di derrien e torregrossa è molto fedele e rispettosa dell'originale, la trama è sì snellita ma non è stato eliminato nulla di fondamentale e in generale un po' dell'atmosfera si perde più che altro per la velocità di lettura consentita dal mezzo fumetto, decisamente maggiore di quella che permette il romanzo.
lo stile dei disegni, realistico e attento ai dettagli, è perfetto per rendere al meglio il contesto in cui si svolge la vicenda: le tavole in bianco e nero ricordano le atmosfere cupe e desaturate del film nineteen eighty-four (in italiano orwell 1984) di michael radford (anche questo, ottimo adattamento del romanzo, vi consiglio di recuperarlo) e aiutano a rendere quel senso di disperata oppressione in cui nulla è lasciato libero di esistere al di fuori della volontà del grande fratello e del partito.

una scena del film nineteen eighty-four

tra le pagine si affastellano i corpi dei membri del partito, corpi controllati e ammaestrati a eseguire nulla di più che i compiti che il partito chiede loro, incasellati in uffici piccoli come cubicoli e incastrati uno accanto all'altro come celle di un alveare o nei lunghi tavoli delle mense, tutti con gli stessi vestiti, con la stessa folle devozione al grande fratello negli occhi, tutti circospetti e pronti a denunciare chiunque al minimo segno di allontanamento dall'ortodossia.
fuori, ai margini della società e della concezione stessa di essere umani, i prolet vivono nella miseria più totale, abbrutiti dalle malattia e dalla povertà, tenuti buoni da intrattenimento di infima categoria e considerati poco più che bestie. sono loro, dice winston, gli unici che potrebbero unirsi e rovesciare questo governo assurdo, ma sono privi della capacità di pensare, di organizzarsi, di reagire. semplicemente, sopravvivono.


l'unica fuga possibile da tutto questo squallore angosciante è julia: dietro il suo aspetto di fedelissima del partito e membro della lega antisesso - motivo per cui winston inizialmente la odia - julia è una ribelle che si è riappropriata del suo corpo e della libertà di usarlo per amare chi vuole, contro le severe regole di castità volute dal partito.
seduce winston con un bigliettino e una fuga tra le campagne fuori dal centro abitato, un angolo di sterpaglie senza controlli dove la monocromia lascia spazio ai primi tenui, timidi colori.
insieme a lei, winston riscopre la sua parte più umana: pensa, ama, sceglie. si riappropria dello spazio che il regime del grande fratello ha tolto a lui e a ogni altro essere umano, ma commette l'enorme errore di credere di poter sfuggire al controllo e al giudizio del partito: nulla è davvero esente dallo sguardo del grande fratello che costantemente guarda e ascolta e sembra quasi poter leggere i pensieri di chiunque.

(si tratta di una storia pubblicata nel 1948, quindi non so quanto possa essere sensato questo alert, ma comunque: spoiler sul finale)
proprio quando lui e julia sono certi di poter prendere parte alla rivoluzione, ecco che gli artigli del partito si chiudono su di loro, separandoli e portandoli nel ministero dell'amore, luogo di torture e condizionamento mentale da cui winston uscirà - dopo aver tradito julia e aver scoperto che non esiste alcuna ribellione, i nemici del partito e la loro propaganda, tutto è opera del partito stesso - annientato nel corpo e nello spirito e finalmente capace di amare totalmente il grande fratello.
il finale del fumetto è più fedele a quello del libro di quanto non lo sia quello del film: come nel romanzo, il sorriso di sincera felicità di winston è la campana a lutto che segna la morte dell'ultimo uomo d'europa.

1984 è quindi un'ottima trasposizione dell'opera originale (che resta comunque un capolavoro irraggiungibile e di cui il fumetto restituisce solo in parte il senso di ansia e oppressione) consigliatissima sia ai fan del romanzo di orwell sia a chi non l'ha mai letto e vuole averne un assaggio. 

lunedì 6 giugno 2022

le buone maniere

per quanto tempo... per quanti anni si può vivere nel terrore?
l'indifferente! l'indifferente ti chiederà di quale terrore stai parlando. il codardo non ascolterà la tua domanda, ti risponderà parlando delle previsioni meteo. il padrone ti dirà che non hai niente da temere, fino a quando avrà lui, in un cassetto, le chiavi delle tue catene. catene che usa per il tuo bene... per proteggerti a suo dire. per anni! fino a quando, ormai logoro, ti sarai dimenticato sia delle catene sia della chiave.

una nave che sta per schiantarsi contro un muro (sì, esatto, un muro) e una festa di pensionamento in cui l'atmosfera di forzata allegria non riesce a nascondere la qualità malsana dei rapporti tra i partecipanti.
ecco il biglietto da visita di le buone maniere, il nuovo libro (ancora una volta edito da bao publishing) in cui daniel cuello continua a raccontare quel mondo cupo e cinico con poche, sparute, scintille di speranza qua e là che avevamo già esplorato in residenza arcadia e mercedes.

teo è appena diventato il principale dell'ufficio 84 che è il palcoscenico in cui si svolge buona parte del racconto, un ufficio senza nome, solo un numeretto, in cui una ricca selezione di infelici revisiona, taglia, corregge e censura pubblicazioni di ogni tipo: nell'ufficio entrano romanzi, poesie, canzoni, persino libri di preghiere ed escono testi conformi all'ideologia del partito. non c'è nessuna specificazione circa questo onnipresente, tentacolare partito: è il partito, fuori di questo non esiste nulla, nessuna opposizione, nessun altro partito, nessun'altra idea, niente.
senza perdersi in spiegoni di sorta, cuello ci regala il ritratto di un'umanità gretta, troppo impegnata a preoccuparsi dell'ortodossia di ogni suo più piccolo gesto e pensiero per riuscire a dare più che un'occhiata di sfuggita all'altro, anche quando questo altro è il proprio vicino di scrivania, un'umanità solitaria e terrorizzata dalla vita stessa su cui grava costantemente il peso del giudizio e della punizione, incapace di empatizzare e schiava della burocrazia. un'umanità che non sa nemmeno rendersi conto di come la realtà, pezzo per pezzo, viene risucchiata nel buco nero della censura e dell'oblio.

fuori dall'ufficio, lontano da qualche parte, c'è una quale informe e inconoscibile opposizione, una libertà pericolosa e rischiosa, irraggiungibile se non a costo di perdere la tranquilla, solida, confortevole schiavitù quotidiana in cui teo e gli altri vivono.
a metà strada tra qui-al-sicuro e là-qualsiasi-cosa-sia, c'è zia nora, un'agguerrita vecchina che tenta disperatamente di aprire gli occhi del nipote teo, di risvegliare la sua coscienza che lui tiene a bada con sonniferi e tranquillanti, incapace di accettare almeno qualche ora di sonno che lo sottragga dai rimpianti e dai traumi di una vita.


cuello non racconta tutto, non spiega ogni stranezza del mondo in cui ci lascia emergere, piuttosto evoca, attraverso delle distorsioni disturbanti la realtà che ci aspetta se solo lasciamo che ce la spingano sotto le scarpe mentre facciamo finta di non vedere.
ricollegandosi alle due opere precedenti (più residenza arcadia, ma i fan di mercedes potranno godersi una specie di piccolo cameo) cuello tenta ancora una volta di mostrarci le aberrazioni della nostra società, le meschinità che oliano quel bel congegno che chiamiamo civiltà evoluta.

ci vuole un coraggio enorme per mettere da parte le buone maniere, iniziare a mettere in dubbio quello in cui abbiamo sempre creduto e pensare finalmente con la nostra testa, arrivando finalmente a comprendere la differenza tra quello-che-è-sempre-stato-e-sempre-sarà e quello che è giusto, perché il futuro possa essere finalmente, a qualsiasi costo, qualcosa di inaspettato ma sicuramente migliore.

martedì 31 maggio 2022

costellazioni familiari

non saprei come spiegarvelo. non so come farvi capire quello che mi sta succedendo. le parole che conosco non sono sufficienti a descrivere questa sensazione. ma non voglio neanche che prendiate la mia esperienza per uno dei deliri mistici di quella gente, quelli che hanno detto di avermi visto e di avermi parlato. questo non ha niente a che vedere con una teofania. assomiglia piuttosto alla vertigine, a quella nausea esistenziale che ti scatena la paura dell'altezza, ma non è solo questo. è più simile a uno svenimento ma piacevole.


a circa un anno di distanza da la porta del cielo, torna ana llurba in libreria, sempre per eris edizioni e sempre con la traduzione di francesca bianchi, con un'antologia di racconti dal titolo costellazioni familiari, arricchito dalle illustrazioni di darkam.

tredici racconti che si inseriscono in quel filone che l'autrice definisce (durante la presentazione del libro alla libreria modo infoshop di bologna) nuovo gotico latino-americano, un genere letterario che mette insieme realismo magico, ingredienti cupi e crudeli e atmosfere in bilico tra il sogno e la realtà, a cui ana llurba aggiunge elementi di ispirazione autobiografica e femminista: protagoniste di quasi tutti i racconti sono infatti donne, donne raccontate nella loro corporeità e nella loro spiritualità, una corporeità e una spiritualità che non vogliono rendere conto alla morale comune e che finalmente si riprendono lo spazio che è sempre stato loro negato.
le immagini fondamentali sono quelle del corpo che si trasforma e quelle di un nuovo modo di intendere il fantastico. narrare attraverso le esperienze dei corpi è un modo di fare politica, soprattutto in una terra come l'argentina, paese d'origine dell'antrice, che ha conosciuto il dolore della dittatura e della violenza politica e che ha visto la risposta, tra gli altri, dei movimenti femministi.
c'è, fortissima, la volontà di cambiare il ruolo sociale dei corpi come corpi che siamo e non come corpi che abbiamo.

due racconti però - la cosa più simile alla felicità e nazareth - sembrano distanziarsi un po' dalle tematiche comuni al libro grazie alle loro eccezionali protagoniste: una cassa automatica di un supermercato nel primo e maria, la madre di gesù, nel secondo.
dico sembrano perché anche qui ana llurba riesce a dare a due personaggi - emblema dell'inanimato una e simbolo di spiritualità l'altro - una forte, sorprendente corporeità e umanità.


la sua scrittura è molto più ricca e articolata di quanto non appaia a una lettura superficiale e francesca bianchi è stata bravissima a rendere in italiano questa complessità, permettendoci di entrare in atmosfere che disorientano lə lettorə, lasciandolə a chiedersi quanto di quello che sta leggendo sia reale e quanto invece esista solo nella fantasia dei personaggi o dell'autrice, un labirinto di significati e significanti che si dipana su più livelli e dentro cui perdersi diventa un'esperienza straniante e meravigliosa.

la maggior parte dei racconti si concentra sui corpi che si trasformano: che si tratti di adolescenti alle prese con gli sconvolgimenti della pubertà o di una neomamma che sta cercando di abituarsi alla sua nuova vita, il corpo-che-cambia diventa l'origine di un moto centrifugo che si espande in tutto il contesto, travolge la realtà intorno e la disturba, lacerando i confini dell'ordinario e sconfinando in un misticismo che diventa terreno fertile per quelle atmosfere ambigue che ana llurba ci ha dimostrato tanto di amare.

le costellazioni familiari del titolo non hanno nulla a che vedere con l'approccio terapeutico omonimo ma vengono dal titolo di uno dei racconti del volume, forse quello più mistico e contemporaneamente carnale di tutto il libro e anche quello che l'autrice ha scelto come più rappresentativo (e anche l'illustrazione di darkam, sopra mostrata per intero, per questo racconto è stata scelta per la copertina).

i racconti sono arricchiti dalle illustrazioni di darkam (autrice per progetto stigma/eris edizioni di dietro agli occhi) che è perfettamente riuscita a comunicare il legame indissolubile tra corpo e spirito, reale e onirico, sacro e profano, tutte dualità che ana llurba ha fuso tra loro creando nuove categorie su cui si regge il suo universo narrativo.

dediche di ana llurba e darkam sulla mia copia di costellazioni familiari

durante la presentazione del libro, ana llurba ha accennato al suo ultimo lavoro, un romanzo scritto durante la pandemia, e non possiamo che aspettarci che eris lo porti da noi prima possibile: visto il livello dei suoi primi due lavori, direi che qualsiasi altra cosa dovesse arrivare in libreria non si può che prenderla immediatamente a scatola chiusa, sicurə che anche questa volta sarà un capolavoro.

giovedì 26 maggio 2022

boy meets maria

⚠️​ TW : RAPE*

dì la verità. se un maschio o una femmina? quale delle due?


il primo giorno di liceo taiga hirosawa incontra la ragazza dei suoi sogni e si innamora perdutamente.
esuberante, ingenuo, carico di energie e di voglia di fare, incurante delle conseguenze delle sue azioni, taiga incarna lo stereotipo perfetto del ragazzo superficiale che insegue da anni il sogno di diventare forte e coraggioso come gli eroi dei film e dei cartoni animati che amava da bambino.
perfettamente in linea con questo personaggio, dopo aver visto maria ballare per lo spettacolo del club di teatro - in cui taiga sogna di entrare, immaginandosi già come un grande attore nonostante la sua totale inesperienza - corre dalla ragazza a dichiararsi.
e si becca non solo un clamoroso, quanto auspicabile, due di picche, ma scopre che maria in realtà è un ragazzo (e il suo nome, in realtà, è arima).
ecco, probabilmente chiunque altro al suo posto sarebbe sprofondato sottoterra per l'imbarazzo di essere stato respinto pubblicamente o di aver scambiato un ragazzo per una ragazza ma, nella sua disarmante ingenuità, taiga non solo non si arrende, ma cerca di fare di tutto per diventare meno superficiale e piacere ad arima. a lui poco importa che sia maria o arima, che sia una donna o un uomo.

inizia così una storia che poco ha a che fare con la commedia romantica che ci eravamo immaginati all'inizio, una storia drammatica che tocca tematiche profonde e importanti, prima tra tutte quella del non binarismo e dell'identità di genere. alternando la narrazione principale con dei flashback che si rifanno al passato dei due protagonisti, peyo mette in scena un racconto emozionante e molto forte.
sia arima che taiga hanno vissuto dei traumi enormi da bambini che hanno formato il tipo di ragazzi che sono diventati oggi, ognuno di loro ha reagito a suo modo, ognuno di loro ha messo da parte un pezzetto di sé per sopravvivere alla sofferenza.


leggendo la storia di arima e taiga mi sono trovata in balia di emozioni contrastanti ma ho sperimentato un coinvolgimento fortissimo che non mi aspettavo affatto.
peyo è stato molto bravo a gestire la narrazione di una storia così complessa e delicata e se pure ogni tanto c'è qualche ingenuità tecnica nel racconto credo sia dovuta alla necessità di stipare una vicenda tanto complessa in poche pagine: alcuni passaggi sono in effetti un po' troppo veloci e repentini ma taiga e arima sono così tanto sinceri con le loro emozioni da permettere al lettorə di seguire la loro storia senza problemi e senza mai ridursi a macchiette.
anzi, è proprio andando avanti con il racconto che i due protagonisti acquisiscono spessore narrativo, che diventano pian piano personaggi a tutto tondo capaci di rendere ogni azione coerente con quello che sono e quello che sono stati ed è proprio questo a reggere tutta l'impalcatura narrativa e a coinvolgere così tanto il lettorə.

i due sono uno l'opposto dell'altro.
arima è stato cresciuto da sua madre come una bambina ma è un ragazzo, e questo l'ha portato a vivere un conflitto interiore da sempre e a non riuscire a trovare la sua vera identità. taiga invece sembra aver pianificato la sua essenza a tavolino fin da bambino e a quell'immagine si è rifatto per tutta la sua vita.
sembrerebbe impossibile che due persone così diverse possano riuscire ad andare d'accordo e invece ognuno diventa il punto di riferimento dell'altro. in qualche modo si completano: la complessità di arima permette a taiga di scoprire di più su se stesso e la capacità di taiga di accettare arima a prescindere da ogni sorta di etichetta consente a lui di rendersi conto che non deve necessariamente incasellarsi in un qualche rigido schema per essere accettato dagli altri.



man mano che si va avanti nella storia arima si ammorbidisce nei confronti di taiga e davanti alla sua trasparenza, allegria e sincerità riesce finalmente ad affrontare il suo trauma, aprendosi poco a poco  non tanto rispetto agli altri quanto verso quella parte di sé che ha tenuto relegata in un angolo fin dall'infanzia e ha cercato di dimenticare.
anche taiga finalmente riesce ad accettare di essere molto più che il semplicione casinista che vuol far credere, liberando tutto quello che nella sua vita aveva sempre ignorato per non permettergli di ferirlo.
insieme i due ragazzi crescono, affrontano dolorosamente il loro passato e si sostengono a vicenda in un percorso che sembra quello di una rinascita, l'accettazione di un nuovo sé più complesso e articolato di quanto prima riuscivano ad accettare.

i disegni di peyo sono eleganti, delicati ma forti ed espressivi, il suo tratto si adatta sia alle scene più buffe e divertenti che a quelle più cupe e angoscianti. riesce a dare una fortissima presenza scenica ai suoi personaggi - tutti molto ben caratterizzati anche graficamente - e il modo in cui i loro volti esprimono le loro emozioni dà alla storia quel tocco in più per renderla ancora più forte e toccante.
boy meets maria è stato davvero una sorpresa, una storia che mi ha fatta uscire un po' dalla mia confort zone e mi ha dato modo di riflettere sulla questione del non binarismo attraverso una storia che - altalenando momenti drammatici e altri più leggeri e quasi comici - credo riesca a trattare con sensibilità e intelligenza l'argomento.


* ho preferito fin da subito, anche se ciò significa fare uno spoiler, segnalare che c'è una scena davvero molto pesante nella storia. è vero che star comics ha segnalato sia in copertina che sul retro che ci sono delle scene forti adatte a un pubblico maggiorenne, ma credo che sia bene segnalare esplicitamente contenuti di questo genere (in questo caso la scena di uno stupro) che vanno molto oltre la semplice necessità di evitare che finiscano sotto gli occhi di lettorə molto giovani. argomenti così delicati possono ferire anche chi ha più di diciotto anni ed è giusto che ogni potenziale lettorə sia avvisato in modo chiaro prima di cominciare a leggere.
dovendo scegliere, ho preferito tutelare la sensibilità dei lettorə anche a costo di spoilerare qualcosa (cosa che odio e cerco sempre di evitare), spero che comprenderete la mia scelta.

lunedì 16 maggio 2022

avrai i miei occhi

 «non sappiamo nulla della vita delle cose»


un qualche inverno in una milano di un imprecisato - ma spaventosamente facile da immaginare - futuro.
nigredo e olivia iniziano la loro indagine su un gruppo di cadaveri di donne abbandonate alla periferia dei campi industriali.
ma di quell'indagine né nigredo né olivia capiscono davvero il perché: nessuno reclamerà mai giustizia per quelle donne perché non sono donne. sono cavie, sono cose.
le cose non hanno una famiglia, una vita, le cose sono solo cose e in quanto tale si usano, si buttano via quando si rompono.
le cose non hanno bisogno di giustizia.

si apre così avrai i miei occhi di nicoletta vallorani, pubblicato da zona 42 a inizio del 2020, un romanzo che sfugge alle etichette e mette insieme fantascienza, distopia, thriller, femminismo, lotta di classe e uno stile letterario che i puristi della buona letteratura troverebbero troppo raffinato per un romanzo di genere.
narrato tutto in seconda persona - olivia che si rivolge costantemente a nigredo e che in qualche modo segue tutta la vicenda attraverso il suo sguardo - avrai i miei occhi racconta la segregazione sociale di una milano in cui non esiste più nessuna comunità, una città lacerata da mura insormontabili che la smembrano e la indeboliscono e dove l'aria è asfissiata da un onnipresente pulviscolo dorato.
vagabondi, reietti, orfani, straccioni, malati e mutilati. la periferia di una città non è solo i suoi quartieri marginali rispetto al centro, è fatta anche di uomini e donne che si trovano ai margini dell'umanità stessa. la popolazione è ridotta a un'accozzaglia di sopravvissuti, ognuno di loro preoccupato solo di strappare un altro giorno all'inevitabile, ognuno di loro solo, aggrappato - per mero calcolo o per sincera amicizia - a una rete di persone troppo fragile e sparuta per poter essere una vera comunità.
su tutto aleggia un potere senza volto, stretto nelle mani di pochi, inavvicinabili, arroganti e impuniti ricchi che spendono tutte le loro energie nella ricerca di piaceri sempre più estremi e crudeli.
ai cittadini di serie a e a quelli di serie b si affianca tutta una popolazione di non-persone: cloni, cavie, esperimenti effettuati in nome del benessere collettivo che sono stati poi riadattati a ben altro tipo di scopo, quando ormai era troppo tardi per rendersi conto che espressioni come benessere e collettività erano state svuotate di significato.
molte di queste non-persone, molte di queste cose, quasi tutte, sono donne.
tutte uguali, anonime, giovani, bellissime, violate, uccise, distrutte.
donne che però non vengono considerate tali, donne i cui corpi è lecito devastare in ogni modo possibile perché ritenuti poco più che oggetti, contenitori privi di contenuto, carne senza anima.
l'indagine di olivia e nigredo solleverà uno dopo l'altro i veli che coprono una realtà spaventosa, un mondo in cui il potere dato dal denaro riesce a ottenere ogni cosa e in cui la più grande scoperta medica della storia viene pervertita trasformandosi in uno strumento di tortura nelle mani di pochi.

la distopia creata da nicoletta vallorani mette in scena, esasperandoli, temi che continuano a essere al centro delle nostre riflessioni, dalla disumanizzazione e reificazione dell'altro, quella necessità di tracciare una linea precisa che divida noi e loro, processo fondamentale per ripulirci la coscienza ogni volta che contro quell'altro scateniamo la nostra violenza, alla possibilità della scienza di manipolare i corpi, di agire sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte stessa, continuando a superare ogni sorta di ostacolo etico in nome del bene comune, senza immaginare - o voler immaginare - il rovescio della medaglia.

avrai i miei occhi è un romanzo crudo, doloroso, a volte anche ostico - le spiegazioni arrivano tardi e la seconda persona singolare rende confusi alcuni passaggi - eppure magnetico e appassionante.
è una di quelle storie in cui ci si cala presto nei panni dei personaggi e ci si ritrova a vivere nelle loro stesse atmosfere e a condividere i loro sogni e le loro lotte.

lunedì 21 marzo 2022

ragni di marte

«sì, è reale, qui e ora. ma che cos'è la realtà? per il tuo cervello è reale un sogno in cui mangi un gelato quanto il ricordo di un gelato che hai mangiato o quello che prenderesti se adesso uscissimo a farci un giro. non fa differenza tra ricordi, sogni e realtà fisica. è lui che decide e distingue a seconda di quello che vivi in ogni momento. come e perché lo fa? non possiamo sapere quale metro di giudizio utilizzi la materia grigia per distinguere certi stimoli da altri, al suo interno tutto è reale»


il giorno dell’anniversario della morte di suo figlio joan, hanne si sente male. ha una crisi epilettica, sviene, batte la testa. è suo marito arnau a trovarla distesa sul pavimento del bagno. subito hanne viene sottoposta a tutti i controlli di routine. un bel livido sulla fronte e delle macchie nel cervello che però non significano nulla, non sono compatibili con i segni che lascerebbe un tumore, né sono altrimenti riconoscibili.
nostra signora scienza dice che hanne non ha niente, gli esami sono tutti negativi.
ma i suoi ricordi cominciano a confondersi, sa di essere la moglie di un uomo di nome arnau ma non riconosce il suo volto, gli eventi passati si mischiano ai sogni, agli incubi, le sue paure assumono i contorni indefiniti dei mostri sotto il letto di cui joan aveva paura.

il volto di suo marito arnau è quello di uno sconosciuto. è quello di un attore. è quello di suo padre. sua madre è pazza. nel pavimento c’è un buco enorme, assurdo. lei non è pazza. sul fondo del mare c’è un buco enorme, assurdo.
capiamo presto che a ogni capitolo la realtà cambia, uno scarto che sembra quasi infinitesimale da principio ma che presto travolge ogni aspetto della realtà, deformandola e distruggendone la struttura che siamo abituati a considerare come l'unica possibile.
è hanne ad aver perso l'uso della ragione o sono tutti gli altri - compresi noi lettori - a non riuscire ad accettare i limiti della nostra percezione e della nostra razionalità?

una delle illustrazioni di sonny partipilo dell'edizione italiana

guillem lópez è tornato con quello che forse è il suo romanzo più disturbante, una storia che sembra una canzone che nessuna antenna radio riesce a trasmettere senza interferenze.
nella mente e nella vita di hanne presente, passato e futuro, sogni, paure e ricordi si mescolano in continuazione e a ogni capitolo qualche elemento della storia cambia la sua posizione, finisce nel posto sbagliato, trascina nell’errore tutto il resto, fino al punto che diventa impossibile eleggere una delle tante versioni a unica realtà.
la più indomabile delle paure è quella di non potersi fidare della propria mente, lópez lo sa bene e gioca con la mente del lettore fin dalle prime pagine, disseminando la sua immaginazione di eventi incoerenti che da piccoli, insignificanti dettagli, diventano via via sempre più importanti, fondamentali, fino a trasformarsi in mostruosi, abominevoli distruttori di ogni logica e divoratori di leggi fisiche.

ragni di marte è un romanzo disorientante, che costringe a riflettere sulla fiducia che riponiamo al nostro cervello che in fondo non è affatto una macchina perfetta, anzi. basta poco, pochissimo, per mettere a soqquadro ogni certezza e ci si ritrova in una struttura spazio-temporale escheriana, priva di punti di riferimento e di una forza di gravità che spinga in una sola direzione, una realtà che sembra continuamente sconvolta da glitch, che torna e ritorna sugli stessi elementi mischiandoli tra loro, una sorta di versione sadica e spaventosa di cadavre exquis, una partita a cui non possiamo sottrarci perché non c'è nessun altro luogo e nessun altro tempo se non quello in cui siamo intrappolati insieme ad hanne e agli altri inconsapevoli personaggi.

come per gli altri romanzi di lópez (challenger e ventuno) la traduzione è affidata a francesca bianchi. la sua firma ormai per me è diventata sinonimo di weird (è anche la traduttrice de la porta del cielo di ana llurba, altro romanzo che vi consiglio se vi piacciono quelli di guillem lópez) e di libri-che-mi-piaceranno-da-impazzire-lo-so-già, e anche questa volta - nonostante la complessità del romanzo - le parole scivolano via senza intoppi e senza risentire del passaggio da una lingua a un'altra.

adesso che siamo arrivati al terzo romanzo (tre su tre flash pazzeschi) posso dire con certezza che lópez è uno di quegli autori di cui si può acquistare a scatola chiusa qualsiasi cosa, probabilmente anche la lista della spesa, aspettandosi grandi sorprese.

ps. forse ero l'unica al mondo a non saperlo, ma i ragni di marte esistono davvero.

mercoledì 23 febbraio 2022

le ragazze del pillar ~ vol. 2

"meglio regnare all'inferno che servire in paradiso."
(john milton, paradise lost)


tornano le ragazze del pillar di teresa radice e stefano turconi, personaggi secondari de il porto proibito, a cui i due autori hanno dedicato un'intera serie di spin-off.
ritorniamo a respirare l'aria familiare del pillar to post, con le sue stanze eleganti e i suoi corridoi in cui riecheggiano le risate e i sussurri delle ragazze di plymouth.
come nel primo volume, abbiamo due capitoli, due storie dedicate a due protagoniste: dopo june e lizzie - che abbiamo incontrato un paio di anni fa, ne abbiamo parlato qui - tocca a tess e cinnamon raccontare le loro vicende.

a tess è riservata la storia più lunga: se nel primo volume era apparsa quasi di sfuggita, qui è al centro della scena e la sua vicenda si intreccia con quella del capitano yasser della last chance e in qualche modo anche con nathan e le sue nuove figlie adottive.
tess è al momento il personaggio più complesso, quello in cui le doti di sceneggiatrice di teresa radice sono riuscite forse a emergere di più: è una ragazza misteriosa, che parla poco del proprio passato e ancor meno del futuro, ma che alle speranze di ciò che sarà di aggrappa con le unghie e con i denti, certa che la sua permanenza al pillar to post sarà solo temporanea, come un trampolino da cui poter finalmente spiccare il volo.
pescando a piene mani dalla storia reale, teresa radice mescola insieme le cronache dell'epoca con quelle immaginate dei suoi personaggi, li cala in mezzo alle dispute delle potenze di inghilterra e francia per il controllo delle colonie e carica la loro storia di realismo e un pizzico di amarezza.


la storia di cinnamon è stretta tra un numero minore di tavole ma non pare soffrirne, anzi, la più solare e maliziosa delle professioniste del pillar to post ci lascia finalmente conoscere la sua infanzia: la sua storia inizia dall'altra parte del mondo, nella lontana india, uno dei tanti fili inconsapevoli di far parte di un complesso ricamo, un arazzo di vicende di cui è stata l'ignara protagonista... almeno fino ad adesso, momento in cui il passato viene a bussarle alla porta e forse a stravolgere per sempre il suo presente.

se da un lato i disegni di stefano turconi continuano ad affascinarci con ragazze belle e sensuali e con una cura quasi maniacale per la ricostruzione minuziosissima del mondo marinaresco, militare e civile del XIX secolo, dall'altro teresa radice si conferma come quella che definirei la sceneggiatrice-poetessa del fumetto italiano.
le sue storie sono storie vere, sono vicende di personaggi reali: nonostante l'ambientazione - parliamo pur sempre di prostitute e marinai - non c'è mai nessuno scivolone su facili moralismi o pietismi di sorta e nemmeno l'abbandonarsi voyeristico alla descrizione meticolosa della vita in un bordello (anzi, le scene più pruriginose e quelle più cupe sono quasi sempre lasciate all'immaginazione del lettore, in un atteggiamento che sembra più voler proteggere la privacy dei personaggi che evitare potenziali critiche).
le ragazze del pillar to post e tutti i personaggi che ruotano nella loro orbita vivono le loro esistenze pagina dopo pagina cercando di raggiungere i propri obiettivi e seguire i propri sentimenti senza un qualche scudo magico che le protegga dal commettere errori come chiunque altro. sbagliano, riflettono, tornano indietro sui loro passi, correggono il tiro, vanno avanti, senza che nessun narratore esterno e onnisciente ci suggerisca cosa pensare di loro, lasciandoci semplicemente prendere parte, per qualche momento, delle loro vite.

speriamo di tornare presto alla baia di plymouth, magari dopo il prossimo viaggio che il due radice-turconi ci regalerà lontano dalle camere del pillar to post, perché è bello essere lettori e viaggiatori nelle loro storie, conoscere mondi nuovi, incontrare nuovi sguardi e poi tornare in quel posto in cui tutto è cominciato.