Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta racconti. Mostra tutti i post

venerdì 12 dicembre 2025

riti di passaggio ~ intervista a luisa teresa cremonese

come si raccontano trent'anni di vita, trent'anni di lavoro in giro per il mondo con la pretesa di alleviare le sofferenze degli altri? con quale bagaglio si torna a casa? si apre la valigia e ne escono momenti che insistono per essere raccontati, che vogliono trovare un loro posto nel presente. questo libro è il loro posto, il posto dove possono trovare pace e un equilibrio con giornate ora piene di piccole cose senza importanza.

ho conosciuto luisa cremonese qualche anno fa, durante un corso di scrittura creativa. mi piaceva un sacco il modo in cui scriveva e mi piaceva la naturalezza con cui parlava dei suoi viaggi e del suo lavoro, trent'anni passati a girare il mondo, nei contesti più assurdi, pericolosi e dolorosi del mondo, quelli di cui di solito si sente parlare al tg, non quelli in cui organizzeresti un viaggio per le vacanze.
un po' di tempo dopo, luisa mi chiede se mi va di fare dei disegni per dei racconti che ha scritto, alcune storie che fanno parte di quella gigantesca raccolta di esperienze vissute e persone incontrate che ha accumulato e custodito con cura per anni. penso di aver fatto i disegni migliori di sempre (per i miei standard) per questo libro, avevo già letto alcune di queste storie ed ero emozionatissima - lo sono ancora! - di poter far parte di una cosa così bella e importante.

qualche settimana fa luisa mi ha portato una copia - anzi, due, perché al momento il libro esiste anche in spagnolo e presto sarà disponibile in inglese - di riti di passaggio e, se possibile, mi sono emozionata ancora di più: questi racconti sono incredibili, dolorosi e pieni di speranza allo stesso tempo. sono storie di chi ha vissuto la guerra, la paura, la miseria e ogni possibile sofferenza sulla propria pelle ma che comunque ha continuato a vivere, a ridere e a piangere, a sperare, a immaginare un futuro. e sono le storie di chi ha fatto in modo che un futuro si potesse ancora immaginare.

mai come in questi ultimi anni abbiamo sentito parlare tanto di diritto umanitario e mai come in questi ultimi anni ho pensato all'importanza fondamentale che il lavoro dellə operatorə umanitarə ha in contesti di guerra. in riti di passaggio si vedono - si sentono, si annusano, si vivono - questi contesti, e si capisce chiaramente in cosa si traduce questo lavoro nei fatti, nella sconvolgente quotidianità di quelle parti di mondo che non riusciamo neppure a immaginare.

luisa restituisce storie e memorie, strappa persone e famiglie all'oblio di un mondo che considera una buona fetta della popolazione mondiale come sacrificabile e le loro storie come scarsamente interessante, e lo fa con una delicatezza e un rispetto straordinari. leggendo e rileggendo queste storie mi sono commossa più volte, mi sono stupita, mi sono costretta e pensare a cosa vuol dire guerra quando questa parola si appiccica alla vita di ogni giorno, striscia dentro le case, si insinua tra le famiglie. e ho perso tutte le parole che avrei potuto inventarmi per provare a dire cosa ho sentito.

ho invitato luisa a parlare di riti di passaggio qui sul blog, quindi vi lascio alle sue parole - sicuramente più sensate delle mie. buona lettura!

ciao luisa, grazie mille per aver accettato il mio invito e benvenuta su claccalegge!
prima di iniziare a parlare del tuo libro, riti di passaggio, ti andrebbe di presentarti allə lettorə del blog?

► Grazie a te, Claudia, per questa opportunità. Seguo con molto interesse il blog di Claccalegge ed è un onore per me poter presentare qui il mio libretto. Io ho lavorato per 30 anni all'estero con diverse missioni umanitarie delle Nazioni Unite, e sono rientrata definitivamente in Italia da circa un anno. Ho vissuto a lungo in America Latina, tra Messico, Colombia, centro America e sud America. ho passato vari anni nei Balcani, durante e subito dopo la guerra. Sono stata lunghi periodi in medio oriente, in Africa e nei paesi dell'Europa dell'est. Il mio lavoro si è svolto sempre in prima linea, in zone colpite da conflitti di alta e spesso bassa intensità, ma persistenti. Mi sono occupata, assieme ai miei colleghi e colleghe, di organizzare l'assistenza umanitaria a popolazioni sfollate. Questo significa aiutarli a sopravvivere costruendo rifugi, facilitando l'accesso a cibi e cure mediche, cercando di far funzionare scuole e attività educative anche in condizioni precarie. Ma si tratta anche di negoziare condizioni di vita dignitose, relazioni amichevoli con le popolazioni che si trovano nelle loro comunità gente nuova e molto spesso fragile e traumatizzata. Perché l'accoglienza funzioni c'è bisogno della solidarietà di chi accoglie, di chi non si gira dall'altra parte e decide di aiutare. La solidarietà è una condizione che va coltivata, protetta e rinforzata costantemente, non si può dare per scontata, soprattutto quando le persone sfollate vivono per periodi lunghi, spesso per anni, in zone, paesi, città dove spesso i servizi sono già scarsi per i residenti. E con questo sono già entrata nell'essenza del mio libro!
ecco, parliamo di questo libretto, piccolo ma straordinario: come e quando è nato il desiderio di scriverlo? e perché hai deciso di intitolarlo riti di passaggio?
► In vari momenti, durante tutti questi anni, ho preso appunti, mi sono segnata nomi e fatti di persone che ho incontrato e che mi sono rimaste impresse nella mente e nel cuore, che mi hanno marchiato e hanno inciso dentro di me una serie di cicatrici invisibili, che però sanguinano ancora.
Poi qualche anno fa questi appunti hanno cominciato a prendere forma, a diventare storie. Storie che premevano per essere raccontate. Scriverle è diventato per me una maniera di prendermi cura di loro, ma anche di me
I riti di passaggio sono proprio questo: da ferita a cura. Mi è capitato di promettere ad alcune persone, come la piccola Juana, che non mi sarei dimenticata di loro.
Per me è stato anche il passaggio da un mondo ad un altro: venire a casa mi ha portato a imparare a vivere qui di nuovo. Non lo sapevo più, non lo ricordavo più.
Ecco, posso dire di avere vissuto in questi mesi la sindrome del reduce.
riti di passaggio è una raccolta di nove racconti molto brevi ma molto intensi, alcuni di questi sono, diciamo, a lieto fine, altri sono molto cupi e dolorosi, mentre l'ultimo, come dicevi, è dedicato proprio al "ritornare a casa". come hai scelto, tra tutte le esperienze che hai vissuto, quali storie raccontare? e c'è una storia in particolare che ti porti nel cuore, che per te significa qualcosa più delle altre?
► Le storie erano molte di più, veramente molte. Ho tagliato quelle più violente, dolorose, non risolte. Non c'è bisogno di bruciare tra le fiamme dell'inferno per sapere che esiste. E non tutte le ferite si sono cicatrizzate.
Così ho deciso di condividere quelle con cui ho fatto pace.
Tutte mi sono care, ma forse quella che ho più in mente è la storia del carabiniere Zappalà. E ce l'ho in mente per una parte non scritta, per una storia parallela che è rimasta nella mia penna e che forse un giorno racconterò. Si tratta della storia di un bambino di due anni, Guillermo, che faceva parti di quel gruppo che accompagnavo. Era nato coi piedi all'indietro e non poteva camminare. Si trascinava per terra, con grande fatica. strisciava in mezzo al fango, sui sassi. La madre era incinta e aveva altri bambini piccoli e non riusciva a stargli molto dietro. Il padre, quando non lavorava, se ne prendeva cura con un amore commovente. Ecco, se lo avessimo lasciato andare così, avrebbe strisciato per tutta la vita. Allora con un collega abbiamo convinto la famiglia di lasciarcelo portare in città per sentire se era operabile.
Ci sono voluti sei mesi, ma alla fine Guillermo ha camminato. Non ti dico cosa ho sentito quando lo ho visto in piedi, con le scarpe ortopediche, che camminava con passo lento e pesante ma fermo e sicuro. Prima di partire con suo padre mi ha preso la mano e me la ha stretta forte. E mi ha guardato con quei suoi occhioni neri come la notte. Non lo dimenticherò mai
Per anni hanno sempre trovato il modo di mandarmi notizie, anche se vivevano in un posto molto isolato e io ero in viaggio per il mondo.
questa di guillermo è una storia bellissima e fa capire cos'è il lavoro di aiuto umanitario molto bene. ma prima di parlare di questo, volevo chiederti cosa vuol dire "fare pace" con una storia? e come ci si riesce?

► Bella domanda. A volte nel mio lavoro si ha la presunzione di poter risolvere i mali del mondo. Ci si crede invulnerabili all' orrore a cui si assiste ogni giorno. Invece sono i mali del mondo che finiscono per corromperci. Il dolore insensato, la violenza, la brutalità ti guastano. Il lato oscuro del lavoro umanitario si chiama Post Traumatic Stress Disorder, si chiama trauma vicario, si chiama dipendenza, qualsiasi tipo di dipendenza.
Allora, per me fare pace significa imparare a lasciare andare le persone con le loro storie, saper dire addio, sentire compassione ma non assumere il dolore altrui come proprio. Alla fine questa è una forma di rispetto.

tu hai scelto un lavoro meraviglioso, fondamentale e anche estremamente difficile, che ha definito moltissimo la storia della tua vita: quando hai deciso che saresti diventata un'operatrice umanitaria? e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
► Più che una decisione è stato un destino. Ho sempre saputo che avrei fatto QUESTO. Non sapevo con chi, dove e come, quello è venuto dopo
Per me le Nazioni Unite sono state, e spero lo saranno di nuovo, il punto più alto della civiltà umana: riconoscere i diritti di tutte le persone in quanto persone è la più grande rivoluzione mai avvenuta. Riconoscere un'istituzione che protegge questi diritti come scopo principale, che regola i rapporti tra le nazioni in nome di questi diritti è quanto di più avanzato l'umanità sia riuscita ad esprimere.
E adesso...
negli ultimi mesi, però, molte risoluzioni dell'onu - mi riferisco a quelle in merito al genocidio in corso a gaza - sono state bloccate dal diritto di veto degli stati uniti, un comportamento che di "umanitario" ha avuto veramente poco. come sono stati vissuti questi momenti da chi ha speso buona parte della sua vita tenendo fede a un'idea che più volte è stata tradita in questo modo?
► L'unica cosa da fare che mi viene in mente è quella di non perdere anche la memoria. Berthold Brecht faceva dire a Galileo Galilei, costretto ad abiurare le sue scoperte, che ci sono momenti in cui bisogna mettere la verità sotto il mantello. Dicendo questo affida tutti i suoi scritti al suo discepolo più fedele, perché il metta in salvo.
Viviamo in un'epoca infame, dobbiamo resistere.
penso che vorrei farmela tatuare quest'ultima frase. tornando a "riti di passaggio", c'è una cosa che mi ha incuriosita parecchio in questo libro, forse una cosa molto piccola in confronto ad altre vicende che racconti, e cioè la storia del cane mussolini. la sua padrona ha deciso di chiamarlo così perché è tutto nero, quasi fosse uno scherzo. quando l'ho letto per la prima volta, mi è sembrato quasi un sacrilegio usare quel nome con tanta leggerezza, poi mi sono accorta che il mio punto di vista è quello di una persona che crede nei valori dell'antifascismo e che sente "sua" la storia della resistenza al nazifascismo in italia, mentre per altre persone, invece, il nome di mussolini può dire molto meno… ti è mai capitato, in questi anni di lavoro in giro per il mondo, di affrontare una situazione che si scontrava completamente con il tuo sistema di pensiero, al punto da risultarti incomprensibile?
► È proprio come dici, le percezioni e il vissuto delle persone sono molto diversi a seconda di dove vai. Se ho imparato una cosa in questi anni è quella di non giudicare. Un poco alla volta ho cercato di spogliarmi di ogni rigidità e di non avere la pretesa di capire sempre. Il mio unico punto fermo è rimasto quello del rispetto verso le altre persone. Se qualcuno fa del male a qualcun altro, lì non c'è rispetto, lì abbiamo il dovere di intervenire.
nelle tue storie non ci sono mai riferimenti spazio-temporali precisi. ho pensato che fosse per "proteggere" le persone di cui parli, che sono state vittime di situazioni tragiche e terrificanti, ma che allo stesso tempo, non situare questi racconti in un contesto mostra come la sofferenza umana - e la forza di chi resiste - sia la stessa, in ogni tempo e in ogni luogo…
► In buona parte è così, effettivamente. La confidenzialità nel nostro lavoro è una componente vitale, non solo per le persone protagoniste delle storie, ma anche per chi ci lavora.
Sai una cosa che fa la differenza in questo libro? I disegni. I disegni sono quasi una fotografia di una parte di queste storie, sono così armonici e integrati con il testo che non potrei immaginare questo libro senza di loro.
ahah, mi fai arrossire! volevo dirtelo alla fine per non rubare spazio, ma ci tenevo a ringraziarti anche qui per avermi dato la possibilità di fare parte di questo libro così bello, è stato davvero emozionante vederli stampati! grazie davvero!
torniamo a te: so che per te la scrittura è qualcosa di fondamentale e sempre presente, lo dici anche nel libro quando racconti il tuo ritorno a casa. hai dei nuovi progetti in mente?
► Certo, ho appena completato un libro assieme a un artista spagnolo. Io ho scritto la critica alle sue opere. Te lo mando, dacci una occhiata, ne sono molto orgogliosa!
L'artista ha la sindrome di Down e per questo non è stato preso molto sul serio nel suo percorso
E comunque continuerò a scrivere. In queste settimane voglio completare una serie di racconti lunghi, tutti centrati sulla frontiera, intesa come spazio fisico ma anche mentale. Poi ho il progetto di un romanzo a cui spero di lavorare nel 2026.
non vedo l'ora di leggerli!
ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato e per avermi dato uno spazio così importante in riti di passaggio, continuerò a consigliarlo a tuttə! in bocca al lupo per i tuoi prossimi lavori e a prestissimo!
► Grazie a te, è stato veramente un piacere.


se ti piacciono i post di questo blog puoi sostenermi su ko-fi

mercoledì 20 novembre 2024

nel paese delle donne selvagge

quelli che vedono gli altri come mostri non si accorgono che i mostri ricambiano lo sguardo e osservano con molta attenzione. gli individui che si ritengono superiori agli altri non sono in grado di rendersi conto che anche loro possono essere valutati e giudicati.

donne potenti, spaventose, furiose. donne assetate di vendetta, capaci di mutare forma e di tessere ogni sorta di inganni. donne di cui il folklore - e il teatro - giapponese trabocca: fantasmi e kitsune e demoni pronte a stravolgere la vita delle loro vittime... o di quelli che furono un tempo i loro carnefici.
matsuda aoko pesca a piena mani dal ricco repertorio nipponico di storie popolari, leggende, credenze, letteratura e drammaturgia per consegnarci un'antologia di racconti che è riuscita a sorprendermi e conquistarmi perché mi ha dato esattamente quello che per anni ho desiderato leggere sulle varie figure mitologiche femminili: una prospettiva diversa che ne ribaltasse il giudizio morale vecchio di secoli per mostrarle non più come mostri da temere, scacciare o annientare, ma come creature forti che rivendicano semplicemente il loro posto nel mondo.

le storie di nel paese delle donne selvagge si intrecciano più e più volte attorno a un fulcro centrale che è un ragazzo un po' ingenuo, immune al fascino di queste donne straordinarie o al terrore che provocano. shigeru è un personaggio quasi sbiadito, una figura praticamente anonima la cui presenza non fa che sottolineare la straordinarietà delle figure femminili protagoniste dei racconti.
shigeru è il punto di intersezione dei racconti ma è anche il centro politico dello spazio in cui vivono le protagoniste delle storie e lo è per un solo, banale ma fondamentale motivo: shigeru è un uomo e, in quanto tale, nonostante la sua mancanza di eccezionalità gli è permesso occupare uno spazio molto meno marginale di quello che abitano le donne.
ma più che shigeru, il vero trait d'union tra le storie lo fa il tono femminista: che si tratti di un potenziale poltergeist animata dalla gelosia o di una donna che riconosce il suo lato selvaggio nei peli che le ricoprono il corpo, di una fantasma che scopre la libertà nella sua nuova esistenza post-mortem o di un'anziana signora che si accorge solo adesso della sua vera natura e della bellezza della libertà dalle imposizioni di genere, matsuda aoko dà a tutte le sue protagoniste la possibilità di riflettere sui temi fondamentali del discorso femminista: le relazioni uomo/donna, il matrimonio, la maternità, le costrizioni sociali in merito alla cura del proprio corpo e del proprio aspetto, il ruolo femminile negli ambienti di lavoro, il giudizio sui corpi - femminili - che si discostano dagli standard morfologici ed estetici.
volendo trovare un solo, unico tema omnicomprensivo sarebbe quello della donna come soggetto attivo e consapevole, della donna che sceglie di autodeterminarsi e di tirarsi fuori da un sistema oppressivo e patriarcale come quello giapponese, la donna che fino a questo momento era stata svuotata della sua umanità e riconvertita in figura orrorifica da storia del terrore, che prende parola, racconta sé stessa e - attraverso la sua parola - riprende possesso della legittimità della propria esistenza.

è cosa nota che gli uomini che temono le donne - che hanno paura del loro non volersi sottomettere, del loro reclamare il diritto ad avere un ruolo che non sia solo quello di moglie obbediente e madre sacrificata al bene dellə figlə -  risolvono disumanizzandole e mostrificandole, le trasformano, cioè, in qualcosa di innaturale e incomprensibile, qualcosa che si può distruggere senza remore. che siano gorgoni o kitsune, la deformazione fisica attribuita nei miti a queste figure si accompagna a quella dei loro intenti: non più un comprensibile e profondamente umano desiderio di esistere secondo la propria natura, ma un'irrazionale ferocia, una crudeltà senza scopo. gli attacchi di queste donne non-più-umane o mai-state-umane sono impossibili da capire e da giustificare e questo non si traduce in un'incapacità di cambiare prospettiva da parte della voce narrante (sempre patriarcale e maschiocentrica) dei miti, ma nell'assurdità dell'essenza stessa di queste figure.
matsuda aoko conosce bene questo processo, ed è per questo che lo fa suo e lo stravolge completamente, ribaltando quella traduzione e riconsegnando quelle figure folkloristiche alla loro umanità.

chi, fino ad adesso, era stata raccontata da altri (maschile voluto) e aveva avuto un ruolo da antagonista, qui diventa la personaggia principale, protagonista della sua storia e della sua vita: le donne di aoko sono capaci di prendere spunto dal quotidiano - a volte anche da eventi piccoli e banali, a volte da qualcosa che è poco più di una sensazione - per riflettere non soltanto sulla loro condizione, ma su quella di tutte le donne - 
perché il mondo funzionava così? la società era ingiusta! spesso gli uomini erano costretti a fingere di essere in grado di fare cose che non erano in grado di fare, mentre le donne dovevano far finta di essere incapaci di fare cose che in realtà sapevano fare. che assurdità! nel corso dei decenni e dei secoli quante donne si erano viste tarpare le ali e non avevano potuto manifestare il loro talento? e quanti uomini, invece, si erano visti attribuire come per magia qualità che non possedevano e poteri che non meritavano?
- per poi ribellarsi a tutto quello che tarpa loro le ali, che soffoca i loro talenti e annichilisce i loro desideri. contro tutto quello che è sempre stato così, le donne escono dai miti per riappropriarsi della realtà.

mercoledì 28 agosto 2024

commenti randomici a letture randomiche (87)

qualche considerazione sulle ultime letture di queste settimane di vacanza benedette, che sono un po' volate, come volano tutti i momenti piacevoli, tra pomeriggi di letture e coccole con le micie e mattine al mare e altre mille cose.
sono abbastanza carica da tornare su e ricominciare? non ne ho idea. ma so che eventualmente i libri saranno sempre molto d'aiuto.

 il glicine rampicante e altri racconti gotico-femministi 
john è un medico, e forse (certo, non lo direi ad anima viva, ma questa è carta morta e un gran sollievo per la mia psiche) forse questo è uno dei motivi per cui non migliori più in fretta.
vedete, lui non crede che io sia malata!
e una che ci può fare?
se un medico di grande fama, e che per giunta è anche tuo marito, assicura ad amici e parenti che una temporanea depressione nervosa - una leggera tendenza isterica - non è davvero niente di che - una che ci può fare?
anche mio fratello è medico, anche lui di grande fama, e dice la stessa cosa.
quindi prendo fosfato e fosfiti - di qualsiasi cosa si tratti - e ricostituenti, e faccio gite, sto all'aria aperta, faccio esercizio fisico, e mi è stato proibito di "lavorare" finché non mi sarò ripresa.
personalmente, non concordo con le loro idee.
personalmente, credo che un lavoro che mi sia congeniale, che mi dia entusiasmo e novità, mi farebbe bene.
ma una che ci può fare?

la carta da parati gialla è il racconto più famoso di charlotte perkins gilman, scrittrice ed economista femminista vissuta tra la seconda metà dell'ottocento e l'inizio del novecento, quello da cui è tratto il brano qui sopra. è un racconto che, come gli altri di questa raccolta, si fa mezzo di espressione delle rivendicazioni delle donne in un periodo in cui gli uomini controllavano, giudicavano e regolamentavano ogni aspetto della loro esistenza.
la carta da parati gialla è quella che riveste la camera dove una donna è confinata dal marito medico a seguito di una depressione post-partum. l'illustre luminare è convinto che il riposo assoluto, lontano da tutto e da tuttə possa aiutarla a stare meglio. ovviamente, l'isolamento e il divieto di dedicarsi a qualsiasi tipo di attività - soprattutto quelle intellettuali - porterà la donna a impazzire lentamente, fino a convincersi che un'altra donna viva intrappolata dietro i disegni dell'orribile carta da parati che riveste le mura della sua camera, metafora perfetta della sua condizione e di quella di tutte le altre donne della sua epoca.
fantasmi, streghe, atmosfere inquietanti e oniriche sono gli elementi chiave di questi racconti, e se da un lato si accordano a un certo gusto per il gotico, dall'altro si fanno metafora della condizione femminile: donne come fantasmi, presenze fuggevoli e mero oggetto di desiderio ma anche creature pericolose e spaventose. donne streghe, capaci di piegare la realtà ai loro desideri ma solo fino a un certo punto; donne che diventano uomini e iniziano a guardare il mondo con occhi diversi; donne schiave dell'essere mogli, madri, padrone di casa, oberate dalla mattina al tramonto, responsabili di tutto e padrone di niente.
tra i racconti, in questa raccolta sono presenti anche alcune poesie che parlano dell'ansia della vita di ogni giorno, delle costrizioni delle convenzioni sociali e del desiderio di sfuggirvi, costruendo realtà nuove, nuovi spazi di libertà e uguaglianza.

una lettura sicuramente piacevole, vista la qualità dei racconti, ma anche amara: i desideri, le speranze e le denunce di charlotte perkins gilman riecheggiano anche oggi, diverse nella forma ma troppo simili nella sostanza. nonostante i decenni che ci separano da queste storie, le personagge che le abitano continuano a parlarci della nostra vita.

 la strana storia dell'isola panorama 
a prima vista si potrebbe pensare che si tratti soltanto di un enorme parco, ma alcuni vi indovinano un qualche progetto stravagante dietro, o ancora avvertono qualcosa di artistico. al contempo, tuttavia, non possono fare a meno di venire scossi da un brivido, come se la zona traboccasse di un profondo rancore, di un terrore palpabile.
a dire il vero, a tale riguardo gira una storia, per quanto incredibile. una strana storia che per le persone vicine alla famiglia komoda è un segreto di pulcinella, ma la cui parte cruciale è nota solo a due persone. se vorrete credere al mio racconto e se lo ascolterete fino alla fine per quanto assurdo vi possa sembrare, sono pronto a svelarvi questo segreto.

erano anni e anni che mi dicevo che prima o poi avrei letto la strana storia dell'isola panorama, ma mi ci è voluto il consiglio di valentina per decidermi. è una storia strana per davvero quella di hitomi hirosuke - che diventa presto "il fu hitomi hirosuke" - un uomo complesso, perversamente intelligente, affascinato da mille cose ma ossessionato da una soltanto: costruire un paradiso artificiale, piegare la natura secondo la sua personale idea di bellezza per trasformare la vita in opera d'arte. il più grosso ostacolo alla realizzazione del suo sogno è, ovviamente, il costo spropositato che un'idea del genere richiederebbe. hirosuke tira a campare provando, con scarso successo, a pubblicare romanzi e racconti, senza mai riuscire ad affermarsi come scrittore.
è proprio perché non può realmente mettere in pratica la sua idea che quel sogno diventa, pian piano, un chiodo fisso, un'ossessione per la quale hirosuke rinuncerebbe a qualsiasi cosa.
così un giorno, quando gli si presenta l'occasione della vita - anche se all'inizio tentenna di fronte all'audace follia dei suoi propositi - hirosuke la coglie al volo.
viene a sapere che il giovane, potente e ricchissimo capofamiglia dei komoda, genzaburo, suo ex compagno di università, è morto improvvisamente per un attacco epilettico.
per tutti gli anni dell'università, hirosuke si è sentito ripetere quanto fosse la spaventosa la somiglianza con komoda, due gocce d'acqua, quasi indistinguibili.
l'idea che nasce in un attimo nella sua mente è semplice: inscenare il proprio suicidio, smettere di esistere come hitomi hirosuke e prendere il posto di genzaburo, sfruttando soprattutto la credenza che molto spesso gli attacchi epilettici portassero a una morte solo apparente.
idea semplice ma terribile, in cui hirosuke mette tutto il suo ingegno senza rimpianti né crisi di coscienza. nei panni di un komoda letteralmente risorto dalla tomba, non soltanto sa carpire tutte le informazioni utili a convincere chiunque - la famiglia, i dipendenti e persino chiyoko, la moglie di genzaburo - della sua storia e della sua nuova identità, ma riesce in poco tempo a creare, sulla vicina isola di okinoshima, una sorprendente varietà di panorami, scenari sospesi tra il sogno e l'incubo, carichi di una bellezza malsana e folle: tunnel sottomarini, foreste che sembrano infinite, scalinate altissime, sculture viventi e straordinarie coreografie messe in scena da deliziose ballerine nude che popolano le vedute dell'isola.

essere riuscito a ingannare i komoda, a mettere le mani sul loro patrimonio per realizzare il suo sogno e a costruire l'isola, però, non può bastare. quello che un tempo era hirosuke è terrorizzato all'idea di perdere tutto ciò che ha ottenuto, e quando chiyoko inizia a nutrire dei sospetti...

la trama, di per sé, è ben congegnata e, anche se a volte abbastanza prevedibile, la lettura è appassionante e piacevole perché edogawa ranpo non soltanto ha un bello stile - e la traduzione di alberto zanonato gli rende perfettamente giustizia - ma soprattutto perché riesce a farci sentire e comprendere i pensieri di hirosuke, i suoi desideri, il suo modo di agire folle, perverso e, al tempo stesso, freddo e lucido.
hirosuke è mosso dalla sua ossessione al punto di piegare ogni azione al progetto dell'isola panorama, e la sua idea blasfema di arte distorce ogni sua creazione, dando alla bellezza di ogni paesaggio una sfumatura spaventosa e inattesa, appesantendo le atmosfere, rendendole macabre e insane, come sogni dentro cui si celano incubi.
si avverte, per tutto il tempo, la presenza di qualcosa di inquietante dietro l'eleganza esasperata degli scenari dell'isola, così come si avverte la follia di hirosuke dietro la sua formidabile capacità di realizzare l'impossibile grazie al suo ingegno sconfinato. leggendo, resta quel pizzicorio dietro il collo, quel brivido costante di raccapriccio e piacere, dato soprattutto dall'equilibrio perfetto tra le immagini che il racconto suggerisce, a volte meravigliose, l'attimo dopo agghiaccianti.
edogawa ranpo, tenendo fede al suo nom de plume, omaggia i racconti di edgar alla poe e la letteratura gotica occidentale con un racconto che è, però, molto più che una semplice rivisitazione di stili e schemi narrativi. la strana storia dell'isola panorama sa condensare in poche pagine un'atmosfera elegantissima e decadente e squisitamente orientale, permettendoci di immergerci totalmente in un giappone tanto affascinante quanto pericoloso.

venerdì 7 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (85)

l'avevo scritto anche per l'ultimo post di commenti randomici a letture randomiche ma è - continua ad essere - un periodo così incasinato e strano e pieno di cose e cambiamenti che il tempo sembra sfuggirmi di mano giorno dopo giorno. in qualche modo, spesso inspiegabilmente, trovo il tempo per leggere. quello per scrivere, invece, sembra essere completamente sparito.
avrei voluto dedicare un po' di spazio in più a tutte queste ultime letture ma al momento è impossibile, quindi mi accontento di fare una roba veloce pur di non perdere traccia di un sacco di cose più o meno belle, più o meno interessanti che ho letto negli ultimi tempi.

 il mago m. 
a quell'epoca gli eventi inspiegabili erano all'ordine del giorno, e quando erano piacevoli li si ammirava senza farsi troppe domande. non si credeva soltanto a ciò che rientrava nel dominio della ragionevolezza. la ragionevolezza restringe la vita come l'acqua infeltrisce le maglie di lana, così che poi, indossandole, ci si sente impacciati e non si possono nemmeno più alzare le braccia.

ci sono storie che continuano a esistere, nonostante il tempo passi e il mondo, intanto, si trasformi. sono miti capaci di mutare forma, di adattarsi alle labbra di chi li racconta e alle orecchie di chi ascolta, o alle penne di chi li trascrive e agli occhi di chi legge. tra queste storie ci sono indubbiamente quelle che compongono il ciclo bretone, dalla creazione della tavola rotonda alla ricerca del santo graal, dall'amore tormentato tra lancillotto e ginevra alle avventure di parsifal, dai prodigi di merlino alle malefatte di morgana...
nel corso dei secoli, fatti e personaggə sono stati più e più volte reinterpretati e reinventati e così fa rené barjavel con il mago m., un romanzo che è un po' una raccolta di racconti strettamente intrecciati tra loro e che hanno, al centro, la figura di merlino. bellissimo e dotato di poteri straordinari, merlino è figlio del diavolo eppure votato al bene, innamorato della meravigliosa viviana e dedito a cambiare, attraverso le gesta di artù e dei suoi cavalieri, il mondo intero.

le storie, appunto, sono quelle che conosciamo ma barjavel le racconta con un tono di voce nuovo, a tratti più moderno, che non tradisce il tono mitico degli eventi della leggenda ma che regala un'ottica nuova e meno maschilista sulle figure che si muovono tra le sue pagine, soprattutto quelle femminili, che non sono più la causa di tanto male tra gli eroi maschi delle diverse storie: l'amore tra viviana e merlino, ad esempio, è nutrito da sentimenti sinceri e dolci che non si conclude - come ricordavamo - con la follia del vecchio mago e anche la storia tormentata tra lancillotto e ginevra viene stravolta nel finale.

sembrerebbe che barjavel, scrivendo il mago m., avesse voluto mettere a posto tutto quello che nelle storie originali ci - a noi, lettorə degli anni 2000 - faceva più male lasciandoci però la possibilità di meravigliarci, di sentirci trascinatə in un mondo mitico fatto di magia, amori e gesta eroiche e di essere poi, alla fine, anche un po' felici.
il risultato è un libro splendido, una scrittura elegante ed evocativa che regala anche qualche momento di leggerezza e umorismo ma che soprattutto riesce a dimostrare come l'amore, la meraviglia, il coraggio, la dedizione e tutti gli altri sentimenti assoluti che muovono i personaggə della materia arturiana sono ancora oggi vivi e attuali e sanno ancora farci sognare a occhi aperti.

 kronet 
l'oscurità della notte renderà l'essere finalmente libero di osservare ciò che la luce cela. perché non è del vuoto che dobbiamo aver paura ma del tutto che finge di essere vuoto.

una ragazza si ritrova coinvolta in un incidente in cui investe un'altra ragazza. scopre però, che non si tratta  una ragazza, ma un robot. le due vivono in un mondo in cui i robot non dovrebbero più esistere eppure diane decide di fidarsi e di aiutare c23.
in kronet siamo in un futuro non si sa quanto lontano dal nostro presente, un futuro in cui la memoria storica delle persone si è persa, in cui nessunə sa più leggere, in cui la città è circondata da mura altissime e a nessunə importa scoprire cosa ci sia fuori...
la storia va avanti in una fuga che sembra senza fine, in una situazione angosciante e claustrofobica e in un paesaggio di architetture squadrate e stranianti mentre si chiarisce il tema centrale della storia, legato tanto a questioni filosofiche - passatemi il termine - sulla natura umana, quanto alla crisi climatica che stiamo vivendo e a un futuro distopico e spaventoso a cui non dovremmo mai arrivare.

la parte che più ho apprezzato è quella grafica: lo stile di davide bart. salvemini è particolarissimo e molto personale. le forme, l'aspetto dellə personaggə, le architetture, gli sfondi hanno tutti una loro fisionomia specifica, una loro colorazione specifica - tutto il fumetto ha una palette molto rigida fatta di arancione, viola, fucsia, verde e azzurro, che rende tutto ancora più straniante - mentre le tavole sono spesso e volentieri destrutturate, con vignette che si annullano e si ampliano a tutta la pagina o si sovrappongono, con i baloon senza virgolette (che ricordano un po' una chat sullo schermo di uno smartphone) riconoscibili dai colori. le immagini qui non sono quasi mai puramente descrittive ma servono a costruire un mondo artificiale e opprimente, uno spazio da cui le due protagoniste cercano di scappare ma che continua a riprodursi pagina dopo pagina.

 le cose che abbiamo perso nel fuoco 
la prima fu la ragazza della metropolitana. c'era chi lo metteva in discussione, chi metteva in discussione le sue facoltà, i suoi poteri, la sua capacità di provocare incendi. una cosa era sicura: la ragazza della metropolitana predicava soltanto sulle sei linee della città e con lei non c'era nessuno. eppure era impossibile da dimenticare.

anche se questo è il primo libro di mariana enriquez arrivato in italia, avevo già letto la nostra parte di notte e i pericoli di fumare a letto. ma credo che comunque, indipendentemente dall'ordine di lettura, io non possa fare altro che amare quest'autrice e le sue storie, la cattiveria dei suoi racconti, il senso di straniamento che lasciano durante e dopo la lettura.
quelle raccolte qui sono storie che si muovono per strade malfamate e accanto a santuari macabri, in mezzo a coppie disfunzionali e amicizie eterne, tra case stregate e chiese sconsacrate.
escluso un racconto - chi mi conosce e ha letto questa raccolta indovina facilmente di cosa parlo - che è stato veramente troppo gratuitamente crudele, tutte le altre storie raccolte nel volume mi sono piaciute moltissimo.

l'ultima è anche quella che dà il nome alla raccolta e quella forse più potente (provo a limitare il più possibile gli spoiler). le cose che abbiamo perso nel fuoco prende il via dalla vicenda di una donna, la ragazza della metropolitana, bruciata per gelosia dal marito. al momento del processo, l'uomo aveva dichiarato che lei si era data fuoco da sola e tuttə, compreso il padre della vittima, gli avevano creduto.
il suo racconto inizia ad insinuarsi dai vagoni della metro dove la ragazza bruciata si ferma a parlare fin dentro le menti delle donne. basta poco perché inizino i roghi: prima una modella, a cui accade la stessa identica cosa della ragazza della metro, poi pian piano le donne bruciate iniziano ad aumentare. spesso le donne dicono di essersi date fuoco da sole, altre volte sono mariti, padri, fidanzati, amanti ad appiccare l'incendio.
ci vogliono molte vittime prima che inizino le pire: le donne si organizzano, salgono volontariamente sui roghi, si lasciano bruciare mentre le loro compagne riprendono il gesto e caricano i video delle cerimonie online, nascono ambulatori clandestini per curare quelle che iniziano a farsi chiamare le donne in fiamme.
tutto è previsto, organizzato, curato nei dettagli: le donne si bruciano per privare gli uomini della loro bellezza, per rispondere ai roghi delle streghe del passato e alle violenze domestiche del presente e del futuro, per sfuggire alla tratta, per essere le uniche, sole padrone del loro corpo e del loro destino.
le cose che abbiamo perso nel fuoco è un racconto agghiacciante che denuncia i femminicidi in argentina - e nel mondo - e che, come solo enriquez poteva fare, immagina una sorellanza violenta ma solidale che aiuta le donne a fuggire da un sistema che le vuole vittime.

venerdì 23 febbraio 2024

maleficium

a lungo è corsa voce che l'arcivescovo di montréal tenesse nel suo archivio privato un libro così pericoloso da averlo fatto murare nell'angolino di un'alcova. chiunque avesse avuto la temerarietà di riesumarlo dal nascondiglio sarebbe stato scomunicato immantinente, senza speranza di perdono. l'arcivescovo ha sempre negato l'esistenza di questo libro maledetto, il celebre e funesto maleficium, dell'abate jérôme savoie. benché la materia dell'opera sia rimasta un mistero, molte sedicenti autorità non hanno esitato a dichiarare che fosse un trattato eretico o un manuale d'esorcismo - tutte congetture, fondate perlopiù su dicerie e speculazioni.

al confessionale dell'abate savoie si presentano sette uomini, ognuno con la sua storia da raccontare: il primo è un mercante di spezie, ossessionato dallo zafferano; il secondo, un medico, affascinato da medicine e cure esotiche; il terzo è un entomologo, desideroso di scoprire nuove specie e trovare così la fama; il quarto è un architetto, intenzionato a scoprire il segreto delle costruzioni capaci di sfiorare il cielo; il quinto un mercante di gusci di tartaruga, un materiale prezioso per costruire occhiali e monocoli raffinati; il sesto è un estimatore e un collezionista di tappeti orientali, oltre che di giardini e, infine, il settimo è un produttore di sapone, il cui sogno era ottenere la ricetta del sapone più delicato e profumato mai conosciuto, da offrire in dono alla donna amata.
tutti e sette arrivano dall'abate dopo aver subito una qualche menomazione, in ogni caso dovuta a una sorta di maledizione. tutti e sette hanno viaggiato nel lontano oriente, e raccontano di terre magiche, come se le avessero incontrate tra le pagine de le mille e una notte, paesi che, agli occhi di uomini bianchi e occidentali, nascondono misteri, pericoli e meraviglie. 

attenzione! per poter parlare in modo esaustivo del libro, dei suoi punti di forza e quelli di debolezza, tocca per forza di cose fare degli spoiler da qui in avanti.

durante i loro viaggi, tutti e sette hanno incontrato donne dalle fattezze diaboliche - code di lucertola, ombelichi come culle, aculei e rovi tra i capelli, sessi stillanti nettare, orecchie che producono perle d'incenso, occhi che piangono scaglie dorate - donne la cui bellezza era offesa da una piega sul labbro superiore, dotate di un fascino quasi inumano.
donne capaci di catturare la loro attenzione, di legarli alla ragnatela dei loro desideri e, ogni volta, di distruggere le loro vite con crudeltà.
si fa evidente abbastanza presto che maleficium non è un romanzo ma una raccolta di racconti, e che questi racconti sono variazioni della stessa favola: un uomo ambizioso si reca in un luogo esotico per soddisfare i suoi desideri, incontra una donna, viene sedotto e, infine, maledetto.
la donna, ovviamente, è in realtà sempre la stesa, riconoscibile dal labbro leporino. sta a noi lettorə scegliere se sia capace di cambiare forma o se ognuno dei sette uomini veda solo alcune caratteristiche di lei.

il tono ridondante dei racconti non è, a mio avviso, la parte peggiore del libro, anzi, è interessante notare come martine desjardins riesca a ricamare trame differenti seguendo sempre lo stesso schema. anche il punto di vista fortemente coloniale sui luoghi raccontati riecheggia le fantasie occidentali sull'oriente magico, filtrato da leggende e storie: un punto di vista che si posa sull'ignoto non per comprenderlo ma per lasciarsi divertire e sorprendere, perfettamente coerente con l'idea suprematista che tutto ciò che non fa parte della propria realtà esiste per diletto, come una fiera di bizzarìe e curiosità in cui trascorrere qualche ora di svago e nulla più.
oltretutto, va sottolineato che lo stile dell'autrice è estremamente elegante e raffinato, ricco, barocco quasi, un modo di scrivere che rende ancora più magiche e fuori dal tempo le confessioni dei sette uomini.

sappiamo, già dall'avviso al lettore delle prime pagine, che i racconti saranno in realtà otto e - come suggerisce la quarta di copertina - che l'ultima a confessarsi sarà la donna dal labbro leporino, la creatura multiforme che è esistita, fino ad adesso, solo nelle parole dei primi sette narratori.
e qui iniziano, o per meglio dire, "continuano" i problemi, perché quella sorta di premessa utile a trasformare i racconti in uno pseudobiblion è del tutto inutile.

sinceramente, mi ero aspettata di leggere le parole di una donna potente i cui obiettivi andassero oltre i banali concetti di bene e male. era scontato che questa donna avesse un qualche legame con i sette uomini, ed ero curiosa di scoprire quale fosse.
ho affrontato l'ultimo capitolo carica di aspettative - i primi sette racconti mi erano piaciuti molto - che sono state, però, tremendamente disattese.
la donna misteriosa è in cerca di vendetta, una vendetta non più evitabile perché la sua vita è stata distrutta completamente dai sette uomini - sette fratelli, cugini della donna - fin da quando era bambina.
tralasciando i fatti narrati nella sua confessione, il fatto che una donna capace di distruggere sette uomini (poco importa se le storie che raccontano sono più o meno reali, quello che conta è che davvero sono stati maledetti e che la loro vita è stata devastata irrimediabilmente) non sia riuscita a sfuggire prima alle angherie e ai soprusi sopportati per anni è non soltanto intollerabile ma anche incoerente con le capacità che dimostra di avere dopo.
la sensazione è che l'ultimo capitolo - il più importante di tutti! - sia stato scritto in modo frettoloso e grossolano, rovinando una personaggia che poteva essere memorabile.

un vero peccato, soprattutto perché desjardins ha una prosa - e la capacità di mescolare immaginazione e realtà - davvero superba. maleficium poteva essere un bel libro ma si perde completamente nel finale, svilendo il senso complessivo dell'intero racconto.

venerdì 9 febbraio 2024

i pericoli di fumare a letto

«e qui la bambina piange?»
«solo quando piove»

mi ero innamorata di mariana enriquez la scorsa estate con la nostra parte di notte. qualche mese fa ho letto i pericoli di fumare a letto e ho confermato tutto l'amore che avevo provato al nostro primo incontro.
ho accettato il suggerimento implicito nel titolo e li ho letti un po' come fiabe della non-buonanotte, per godermi quella sensazione che enriquez sa risvegliare sottopelle, un misto strano di emozioni disturbanti e meraviglia per il modo in cui infila una parola dopo l'altra come fossero perle di una bellissima e bizzarra collana.
è una sensazione che ricorda un po' quella delle paralisi notturne, quello stare sospesi tra orrore, incredulità e stupore, un brivido che però non ci coglie impreparatə perché sappiamo già che, in un modo o nell'altro, la sua penna ci sfiorerà la colonna vertebrale a un certo punto della storia e staremo lì a tremolare di delizioso spavento.

le dodici storie di questa raccolta sanno essere disturbanti e cattive, giocano sporco associando quello che mai permetteremo alla nostra immaginazione di mettere insieme, creano chimere che, più che stupirci per il loro aspetto, ci turbano costringendoci a pensare quello che fa a pezzi gli aspetti più profondi e radicati della nostra morale.
immaginate, ad esempio, gli zombie. sono forse tra le creature più spaventose e raccapriccianti a cui possiamo pensare ma sentite la stretta al centro del petto se provate a fare un passetto in più e immaginare una neonata zombie? provate a figurarvi delle ragazzine bellissime, delle quasi-donne in cui ancora si intravede l'innocenza dell'infanzia, e poi provate a immaginarle capaci di crudeltà degne di una qualche divinità pagana. non avvertite una fastidiosa dissonanza?
figuratevi per un attimo la gioia di riabbracciare qualcunə che avevate perso da mesi, forse anche anni, per poi scoprire un poco per volta che per quella persona è, in qualche modo incomprensibile, totalmente diversa da quella che conoscevate. non sentite crescere lo sconcerto?

ecco, mariana enriquez fa nascere il terrore da una delicata operazione in cui incide i corpi dellə suə personaggə e ne taglia via con chirurgica precisione alcuni aspetti della loro umanità, per poi ricucire tutto e imbellettargli le guance, rispedendolə indietro tra noi, quasi identicə a prima.
in queste pagine si incontrano creature strane che forse sono state umane ma che a un certo punto della loro esistenza hanno smesso di esserlo, creature che abitano storie che vengono narrate senza dare spiegazioni alle mille domande che germogliano rigo dopo rigo nelle nostre teste, solo un profondo disturbo che si attanaglia tra le ossa e i muscoli e gli organi, che prude e pizzica.
mariana enriquez fa magie spaventose e meravigliose e, per quanto possano essere disturbanti, non si può che volerne ancora e ancora!

mercoledì 7 febbraio 2024

palestina 2048 - racconti a un secolo dalla nakba

l'influenza della nakba non è soltanto di carattere geopolitico, ma anche culturale. quando i palestinesi si dedicano a un'opera letteraria, scrivono, attraverso il presente, più o meno consapevolmente, del loro passato. la loro scrittura è, da un lato, ricerca dell'eredità perduta, dall'altro, tentativo di salvare dall'oblio la memoria di quella perdita. la nakba, naturalmente, è al centro di tutto ciò.
dall'introduzione di basma ghalayini


leggere il fantastico altro, quello non necessariamente anglofono o di origine più genericamente occidentale, è sempre un viaggio incredibile che porta a intravedere le idee di futuro - e quindi di presente - di culture diverse dalla nostra. quali sono i temi più sentiti, le paure più profonde, le speranze più grandi.
mi incuriosiva particolarmente provare a indovinare il futuro con gli occhi dellə scrittorə palestinesə, soprattutto in questo periodo terrificante - anche se questa raccolta è stata pubblicata qualche anno fa. mi incuriosiva perché non può esistere interpretazione del presente - e immaginazione del futuro - sconnessa al proprio passato, e il passato recente del popolo palestinese è, come racconta bene valerio evangelisti nella postfazione a questa antologia, un passato fatto di violenza, negazione e sottrazione:
dal 1948 una delle peggiori infamie che la storia ricordi si consuma sulle coste orientali del mediterraneo. un popolo perseguitato, in nome di un diritto ripescato in antiche mitologie, si è appropriato con la forza e col denaro di un territorio occupato da secoli da un'etnia diversa. intenzionato non a fondersi con gli autoctoni, ma a scacciarli, piegarli e nel frattempo schiavizzarli.
palestina 2048 è un libro importantissimo che, se pure non raggiunge sempre con ogni racconto altissimi livelli letterari, ha un valore politico immenso. perché sì, usare l'immaginazione per proiettarsi nel futuro può essere - e molto spesso è - un atto politico. l'immaginazione può farsi strumento di denuncia, di rivendicazione, di riappropriazione e autodeterminazione.
e questi racconti, ognuno a suo modo, riescono perfettamente a dimostrarci, ancora una volta, che immaginare è molto più che fantasticare vaghezze dilettevoli o spaventose fini a loro stesse, immaginare è creare nuove prospettive per mettere a fuoco la realtà e comunicarla in modi inediti.

come si legge già nell'introduzione, la fantascienza palestinese - o almeno, quella di questa antologia - ha una caratteristica ben specifica e molto comprensibile: il futuro è indissolubilmente collegato al trauma del passato, della nakba, la catastrofe, e alla speranza del ritorno. già dalla chiave raffigurata in copertina, simbolo della promessa di poter far ritorno alle case espropriate generazioni fa, l'occupazione coloniale violenta e illegittima di israele nei territori palestinesi è il leitmotiv di questa raccolta.
poco importa quando futuristica sia la palestina immaginata dallə dodici autorə di questi racconti, poco importa se i toni si fanno a volte più surreali e a tratti quasi da commedia, l'immaginazione torna irrimediabilmente al passato e, nello stesso tempo, non riesce a liberarsi dalle violenze del presente.
l'occupazione israeliana ha scavato nei cuori - e nei corpi e nelle menti e nelle memorie e nella capacità di immaginazione - dellə palestinesi solchi così profondi che nulla esiste senza essere risucchiato all'interno della sistematica sopraffazione che esercita momento dopo momento da quasi settantasei anni, sopraffazione di cui è praticamente impossibile liberarsi anche nella fantasia.
quello della nakba è un trauma che lə palestinesə ereditano e rivivono ogni giorno, a ogni generazione, oggi più che mai, in un deflagrare di orrore e abominevole violenza che lascerà risuonare la sua eco per decenni ancora.

i racconti che ho amato di più sono quattro e, secondo me, racchiudono perfettamente questa poetica fatta di memoria e di un dolore che non può essere ignorato. nel primo, che apre la raccolta, il canto degli uccelli di saleem haddad, una ragazzina scopre che la palestina libera, prospera e felice in cui vive non esiste. come se si trovasse al centro di un campo magnetico che genera interferenze con il tessuto del reale, le sue percezioni captano una realtà diversa, drammaticamente opposta a quella che credeva di conoscere. i sogni e il canto assurdamente monotono degli uccelli sapranno rivelarle il modo - terrificante - per tirarsi fuori da questa sorta di matrix.
altra storia da brividi è la chiave, di anwar hamed. una famiglia israeliana inizia a sentire il rumore di chiavi che cercano di aprire la porta di casa, anche se i filmati della sicurezza provano che nessuno si è avvicinato alla loro abitazione. la metafora è chiarissima e terribilmente d'effetto.
in ultimo avvertimento di talal abu shawish, l'eco del conflitto israelo-palestinese (per quanto ritengo che termini come conflitto o guerra siano profondamente inadeguati quando da un lato c'è uno degli eserciti meglio armati e più tecnologicamente avanzati del pianeta e dall'altro una popolazione costretta a vivere di aiuti umanitari nella sua stessa terra per colpa di un'occupazione che dura da circa tre quarti di secolo, ma è giusto per capirci) arriva a mettere in pericolo l'equilibrio dell'intera galassia. creature aliene - o divine? - arrivano a fermare persino il moto terrestre per parlare con le popolazioni in lotta e chiedere una convivenza pacifica eppure nulla sembra poter fermare la costruzione di nuovi muri (da parte di israele). il quarto racconto che mi ha colpita particolarmente è la maledizione del ragazzo palline di fango di mazen maarouf, una storia così surreale da far girare la testa, una sorta di memoir sospeso tra l'onirico e il lisergico dell'ultimo palestinese rimasto sulla terra, la cui sopravvivenza è l'unica garanzia per evitare la distruzione dell'intero pianeta.

il tema dell'incompatibilità tra israele e palestina torna e ritorna declinato sotto diverse forme, dall'esistenza di realtà virtuali a futuri in cui la memoria è proibita o in cui l'unica convivenza possibile è quella su due piani paralleli della stessa realtà (come accade in n, altro racconto interessantissimo, di majd kayyal). sullo sfondo, resta la violenza brutale di israele, uno stato senza volto, senza volti - non-immagine che riporta alla mente le scene di soldati quasi irriconoscibili, tutti uguali nelle divise seppellite da chili di gadget militari che vediamo praticamente ogni giorno da ottobre, ormai - che si esprime attraverso droni assassini o che è capace di controllare, letteralmente, persino l'ossigeno dei palestinesi (come accade in vendetta, di tasnim abutabikh). uno stato inumano tanto nelle intenzioni quanto nelle raffigurazioni che continua, a un secolo dalla nakba, a opprimere, imprigionare, distruggere, negare, sottrarre, uccidere.

palestina 2048 è un libro che vi consiglio con tutto il cuore perché leggere, come immaginare e come scrivere, può essere un gesto politico.
non che la questione palestinese sia una novità degli ultimi mesi ma è certo che negli ultimi mesi la situazione in palestina sia terrificante. non è una catastrofe, è un genocidio che ha mandanti, esecutori e complici ben precisi e riconoscibili, un genocidio che forse non possiamo fermare ma contro cui possiamo schierarci, ogni giorno.
possiamo farci eco delle parole di un popolo che viene massacrato sotto gli occhi indifferenti dellə potenti dell'occidente, possiamo farlo continuando a parlare di palestina, condividendo le notizie che ci raggiungono a raffica dai nostri telefoni (come ci giustificheremo quando ci chiederanno come avete potuto permettere che accadesse? se non possiamo più dire che non sapevamo?) e, anche, leggendo i libri dellə autorə palestinesi, parlandone e facendoli conoscere.
se pure non possiamo fisicamente salvare le persone, possiamo provare a salvare le storie che ci raccontano.

martedì 9 gennaio 2024

il focolare è una bestia affamata

avrei potuto passare il natale nel mio appartamento, io e i ragazzi ci saremmo scambiati i regali sotto un alberello di plastica, poi avremmo visto un film, avremmo fatto un gioco da tavolo. invece sono qui, trascinato nell'incubo di mia sorella.

ci siamo appena liberatə del natale, dell'incubo dei regali e dei pranzi e delle cene e dei parenti ed ecco che vi ci ritrascino insieme ad angelo maria perongini perché il suo il focolorare è una bestia affamata (nuovo tardigrado, anche questa volta a cura di valentina presti danisi) non si limita soltanto a ricordarci di quanto le riunioni di famiglia durante le feste possano essere gradevoli come una carie il venerdì sera, anzi!
ammetto che quando ho iniziato a leggere questo brevissimo romanzo ero parecchio scettica: abbiamo scritto romanzi e racconti, girato film, photoshoppato meme e articolato lamentele sempre più divertenti (o sempre più drammatiche) su quanto possa essere pesante questo periodo quindi, mi chiedevo, cosa c'è di così fantastico da far entrare nella collana tardigradi un racconto che parla proprio del natale in famiglia? però angelo fa questa cosa che piano piano ti trascina in una sorta di incubo allucinato...
c'è qualcosa qui che riesce a essere allo stesso tempo come dovrebbe essere eppure fuori posto. come quando guardi la tua stanza in uno specchio.
lando aveva programmato di passare il natale insieme allə amicə, una serata tranquilla nel suo appartamento, con tanto di alberello plasticoso, scambio di regali, cenetta, film e partita a qualche gioco da tavolo. però come fare a dire no a vivi, a sua sorella, e alla sua richiesta di passare il natale con loro, con la mamma che sta sempre peggio e - assicura - senza il resto dell'orrido parentame?
come fare a deludere tuttə, a deludere la mamma che ormai vive in un mondo che si è costruita dentro la sua testa, a deludere vivi che ha rinunciato a tutto pur di accudirla, di non farla finire in una casa di riposo? e, soprattutto, come fare a mettere a tacere i sensi di colpa da figlio che è andato via, che si è fatto una vita fuori, lontano da casa e dalla vischiosa malinconia che custodisce al suo interno, quel grumo di ricordi sbiaditi, fagocitati dalla realtà di un presente disperante che non lascia spazio a qualche sogno per il futuro?
lando accetta, a malincuore, e torna a casa, con la promessa che saranno solo loro, lui, vivi, la mamma e il papà, una placida vigilia in famiglia a ricostruire il presepe della loro famiglia sgangherata e ormai spezzata. niente ziə, niente cuginə, nessunə se non loro. e invece.

il suono del campanello, in il focolare è una bestia affamata, funziona come le trombe degli angeli che annunciano l'apocalisse. è un abbaiare cupo o un urlo lancinante che scatena paura e angoscia e non soltanto perché annuncia l'arrivo del resto della famiglia, aragosta compresa.
fermiamoci un attimo qui: tuttə, o quasi, ci ritroviamo con qualche parente imbarazzante.
lo zio fascista, la zia omofoba, la cugina che non smette di giudicare vestiti, acconciature e girovita altrui... ovviamente, nella famiglia di lando il bestiario si presenta al completo, un meme vivente, il peggio della società piccolo-borghese incarnato in un quintetto che sembra uscito dal catalogo degli orrori natalizi. e insieme a loro c'è l'aragosta, il cibo del ricatto, il pegno da pagare per non essere semplici ospitə, per non sentirsi scrocconə, per ripagarsi il diritto di essere presenti.

così, tra i commenti - diciamo - inopportuni sulla vita privata di lando e vivi e le uscite infelici della mamma, la cena si trasforma velocemente in un perfetto disastro, condita dal sugo che la piccola neve, progenie della cugina (lei, sì, con una vita privata ben realizzata e come si conviene), fa schizzare sui vestiti di tuttə. ed è per neve che viene organizzata la consueta recita dell'arrivo di babbo natale, lo zio camuffato che esce di nascosto per poi suonare il campanello, lasciare alla bambina il sacco con i regali e tornare velocemente a indossare di nuovo i suoi panni, per non turbare i sogni infantili della piccola peste.
momento idilliaco che segna - ancor più del primo scampanellio - l'inizio della tragedia.

perché può esserci molto di peggio che una cena spiacevole con lə parenti, molto di peggio che dei commenti inopportuni, dei parenti mezzo fasci.
ad esempio, può succedere che una bambina svanisca nel nulla.
e che la sua sparizione inneschi un processo a catena in cui lentamente la realtà si ripiega su sé stessa, ridefinendosi e, allo stesso tempo, risignificando episodi sepolti in profondità nella memoria di lando e nella coscienza di vivi...

il focolare è una bestia affamata è un racconto che mi ha davvero sorpresa e incantata, mi ha trascinata in un vortice fatto di bugie, rimorsi e colpe, di realtà distorte e rivelazioni. un esordio, quello di perongini, davvero stupefacente!

giovedì 4 gennaio 2024

kalpa imperial

il fatto è che una vita, come un racconto, è composta di tante parti e ogni parte da altrettante parti sempre più piccole. ma per piccole e banali che siano, una parte di un racconto è un racconto e una parte di una vita è una vita.

kalpa imperial viene pubblicato per la prima volta in argentina in due volumi, usciti rispettivamente nel 1983 e nel 1984 ma ci vorranno circa due decenni prima che arrivi in traduzione a un pubblico più vasto, grazie al lavoro di ursula k. le guin che lo consegna allə lettorə anglofonə nel 2003.
in italia, invece, bisognerà aspettare il 2022 e la traduzione di giulia zavagna per rina edizioni ma se pure sono passati quasi quarant'anni dalla sua prima edizione, il capolavoro di angélica gorodischer, pur legato alla cronaca argentina della sua epoca, come vedremo, pare vivere fuori dal tempo.
e a proposito di tempo: kalpa è un termine sanscrito che indica, nella cosmologia induista, un ciclo cosmico - detto anche giorno di brahma - lungo 4.320.000.000 anni. il kalpa sta alla base della teoria per cui il tempo non scorre in modo lineare ma in cicli che si ripetono. è durante questo eterno ritornare su sé stesso che avvengono i processi di emanazione, durata e riassorbimento dell'universo con momenti di distruzione parziale o totale (fonte wikipedia).

kalpa imperial racconta del più grande impero mai esistito, un impero che non ha nome perché nulla pare esistere al di fuori. l'impero cade e risorge innumerevoli volte, non ha inizio e non ha fine, si trasforma infinitamente alimentandosi di sé stesso, espandendosi nel tempo come nello spazio:
vasto è l’impero, disse il narratore, così vasto che la vita di un uomo non basta a percorrerlo tutto.
la storia dell'impero non è scritta ma raccontata oralmente: disse il narratore è la formula magica che apre quasi tutti i racconti - o i capitoli, se preferite immaginare kalpa imperial come un romanzo - e in quel dire c'è la capacità delle storie di mutare la loro pelle come serpenti, di essere sempre uguali a sé stesse eppure sempre diverse ogni volta che qualcunə presta loro la propria voce e le racconta.
undici storie - o capitoli - undici voci, undici momenti - a volte lunghi secoli - della storia dell'impero, impero che designa tanto l'immenso territorio amministrato dall'imperatore (o, a volte, dall'imperatrice) quanto l'istituzione stessa del potere imperiale.
perché la storia dell'impero è la storia del potere e kalpa imperial viene scritto proprio durante l'ultima fase della dittatura argentina e il ritorno della democrazia, come spiega loris tassi nella sua prefazione. così, immaginario e reale si mescolano e diventano uno specchio dell'altro e il primo racconto/capitolo inizia così:
il narratore disse: ora che soffia un vento propizio, ora che sono finiti i giorni di incertezza e le notti di terrore, ora che non vi sono più accuse né persecuzioni né esecuzioni secrete, ora che il capriccio e la follia sono scomparsi dal cuore dell'impero, ora che noi e i nostri figli non siamo più assoggettati alla cecità del potere [...]
e continua con una delle pagine più belle e ricche di vita che abbia mai letto, della vita come un prisma che riflette immagini e luce e momenti in cui la gioia di esserci, semplicemente, assume mille forme.
kalpa imperial racconta il potere che viene anelato, conquistato e poi perduto, che viene strenuamente difeso e desiderato, amministrato con saggezza o sfruttato con arrogante egocentrismo, a volte fino alla pazzia. potere che è sempre un dolce veleno, che è pericoloso per chi lo detiene e per chi lo subisce.
si parla del potere secolare, quello di una persona sul resto della moltitudine di esistenze, ma anche del potere della memoria e della parola, che è lo strumento per conservarla, tramandarla o mistificarla, potere che appartiene al narratore e che nessun guerriero, comandante o imperatore può eguagliare.
raccontare storie, quindi, non significa semplicemente mantenere in vita il ricordo della realtà, di un'unica realtà, perché questa è in sé stessa molteplice e perché la memoria è malleabile. raccontare storie è di per sé la forma di potere più grande, capace di orientare il presente attraverso la rievocazione - o l'invenzione - del passato, capace persino di plasmare il futuro. un potere enorme che si esplicita tutto in una frase chiave del libro:
questa storia è vera e falsa come tutto ciò che raccontano gli uomini.
il raccontare, in kalpa imperial, diventa così l'azione che mette insieme lo spazio finito e il tempo preciso del reale - dell'argentina visibile in filigrana attraverso le pagine - e lo spazio indefinito e il tempo millenario del mito in cui echeggiano i poemi greci, le fiabe classiche e le pagine bibliche, i mondi di tolkien e le città invisibili di calvino, autore a cui gorodischer dichiara di essere grata per l'incoraggiamento ricevuto.
nelle storie dell'impero c'è tutto ciò che l'impero è, è stato e sarà sempre, in quel ciclo temporale dove passato, presente e futuro coincidono con l'idea di memoria, di esperienza e di possibilità: bambini che diventano imperatori, impostori che salgono al trono, uomini che criticano il potere, imperatrici bugiarde, battaglie e guerre, palazzi e città che continuano a sorgere sopra le loro stesse rovine, che alternano splendore e decadenza, ci sono imperatori folli e nefasti e lascivi e altri buoni e coscienziosi e imperatrici sagge che anelano alla conoscenza, anni di paura e incertezza e altri di riposo e serenità e ci sono i cantastorie a custodire tutte queste storie e, sempre, orecchie pronte ad ascoltarle.
vasto è l'impero e popolato di moltitudini ma è facile immaginare le sue città svuotate e dimenticate per sempre, abbandonate ai secoli e restituite alla natura, città che - nella quasi utopica fantasia di un mondo senza testimonianza umana - avrebbero forse la loro forma più perfetta:
tutto a poco a poco si coprì di muschio e di licheni e di piante e crebbero fiori acquatici nelle piscine abbandonate e varietà di drahilea nelle capigliature di marmo delle statue. sembrava morbida e carnosa, fatta di foglie e steli verdi ingrossati dalla pigra linfa. molti dicono che non fu mai così bella, ed è possibile che abbiano ragione. si confondeva con le montagne e con quel che cresceva sulle montagne; fu parte della terra dalle cui viscere era sorta, dalle profondità delle caverne. forse sarebbe stato giusto che continuasse così, e oggi sarebbe una città vegetale abitata da uomini salici e donne palme, una città che oscilla con il vento e canta e cresce sotto il sole.
kalpa imperial è una raccolta di meraviglie, evocate dalla voce dei narratori, inventate dallo sguardo della fantasia di chi ascolta e dipinge nella sua mente, di chi richiama alla memoria, di chi inventa futuri lontani, di chi impara a comprendere il presente.
ed è un inno alla forza delle storie e del potere della narrazione, alla possibilità che solo le parole hanno di farsi strumento capace di scardinare persino il potere dei regnanti. o dei tiranni.

martedì 5 dicembre 2023

storie della tua vita ~ respiro

l'esistenza del libero arbitrio sta a significare che non possiamo conoscere il futuro. e sappiamo che il libero arbitrio esiste, perché ne abbiamo un'esperienza diretta. la volontà è una componente intrinseca della coscienza.
e se invece non lo fosse stata? se venendo a conoscenza del futuro una persona cambiasse? e se si risvegliasse in lei un senso di necessità, la sensazione che sia inevitabile agire esattamente come previsto?
(da storia della tua vita)

a ottobre 2022, mentre stravolgevo la mia vita nel modo più stupido possibile (ma, come mi ha insegnato a capire la mia psicologa, ingannarsi e farsi ingannare è più facile di quanto sembri e bisogna imparare a non farsene una colpa), finivo di leggere storie della tua vita e scrivevo (qui) così:
"non avevo mai letto nulla di ted chiang ed è stata una scoperta incredibile: i racconti spaziano tra generi, stili e tematiche diverse, in alcuni mi è sembrato di ritrovare un'eco della narrativa di borges. quello che rende questo libro così tanto bello e speciale è la capacità, in ogni racconto, di scavare in fondo, di andare oltre la narrazione (che è comunque di altissimo livello, sempre) e di riuscire ad arrivare a toccare corde che non smettono più di vibrare. speculative fiction nella sua accezione più letterale, tra le pagine di questa raccolta si ragiona di del legame tra pensiero e linguaggio (ciao worf), di fede, di mitologia, di scienze, di matematica, di intelligenza e di cultura: c'è tutto quello che ci rende umani e chiang sa ragionarci sopra con stile, grazia e intelligenza."

troppo poco per quello che è davvero questo libro, quindi adesso (qualche settimana fa, in realtà) che ho finito respiro, mi sembra necessario provare a restituire meglio alcune considerazione sulle storie di queste due raccolte.

storie della tua vita


gli otto racconti di questo volume sono usciti tra i primi anni '90 e i primi 2000, e fa strano pensare che sono passati più di trent'anni da allora.
non soltanto perché non riusciremo mai ad arrenderci alla nostra età anagrafica e continueremo a pensare di avere vent'anni per sempre - o almeno finché i corpi che abitiamo non ci ricorderanno che no, non è così - ma perché le storie di ted chiang sembrano senza tempo e potrebbero davvero essere state scritte pochi giorni fa.

- torre di babilonia
hillalum, un minatore dell'elam, viene chiamato a lavorare alla costruzione della torre della città di babilonia. il suo è il racconto di un'ascesa interminabile, nello spazio fisico come in quello spirituale. salendo, trasportando sempre più in alto i materiali per la costruzione, hillalum ci accompagna in un percorso quasi mistico in cui la scalata verso il cielo corrisponde a un avvicinamento alla conoscenza del creato. durante la lettura si ha la sensazione straniante di allontanarsi sempre più non soltanto dalla terra ma dal tempo che scorre su di essa per entrare nella dimensione del mito. dal mito, chiang mutua l'atemporalità ma non il linguaggio che resta sempre ancorato alle riflessioni e alle sensazioni del suo protagonista.
un primo impatto meraviglioso con la sua poetica.

- capisci
con questo racconto cambiamo nettamente atmosfera e possiamo parlare pienamente di fantascienza. il protagonista è un uomo che viene salvato da un incidente mortale e che viene sottoposto alla sperimentazione di un farmaco che permette di sanare i tessuti cerebrali. effetto collaterale di questo farmaco, però, è un aumento esponenziale e velocissimo dell'intelligenza, della memoria e delle capacità cognitive in generale. il nostro protagonista, in poco tempo, si ritrova insomma con un supercervello dalle capacità sovrumane.
ma è davvero un bene per gli esseri umani diventare così straordinariamente intelligenti, padronə della loro mente come del loro corpo? a quali scopi sarebbero consacrate capacità simili? e che valore assumerebbe la morale stessa se tuttə avessero doti di questo tipo? cosa significherebbe essere umanə con un cervello così sviluppato? le risposte di chiang non sembrano essere troppo positive.

- divisione per zero
siamo abituatə a pensare alla matematica come a una scienza esatta e sicura. ciò che è matematico è una certezza, qualcosa che non può essere in modo diverso da com'è, ovvero un sistema in cui ogni parte è coerente con le altre. renee ha amato la matematica per tutta la sua vita, anzi, la sua vita e il suo amore per la matematica sono andati avanti insieme, come due rette parallele che si incontrano all'infinito ma si tengono per mano durante il percorso. ma se, a un certo punto della sua vita e della sua carriera, le sue incredibili capacità deduttive la portassero a distruggere quello che ha sempre amato?
attraverso la storia di renee e carl - e della matematica - chiang punta i riflettori sulle certezze che mantengono in piedi il castello di carta delle nostre esistenze.

- storia della tua vita
ho amato moltissimo arrival, il film di denis villeneuve tratto da questo racconto ma la versione originale di chiang è ancora più affascinante, profonda e spiazzante di quanto non sia riuscito a essere il film. parlare di questo racconto non è facile perché il film che ne è stato tratto è così famoso che più o meno tuttə conoscono a grandi linee la storia. e in effetti il senso è lo stesso anche se, per ovvie ragioni, villeneuve ha dovuto semplificare di molto la trama. nel racconto, louise e gary discutono non soltanto di linguistica ma anche di fisica (e, ammetto, chiang è molto bravo a spiegare principi decisamente complessi per chi è completamente a digiuno della materia, da rendere tutto non solo comprensibile ma anche appassionante), così come il linguaggio degli eptapodi è molto più complesso di quanto non venga spiegato nel film, e ciò spiega meglio anche la concezione di tempo che deriva dall'imparare non semplicemente la loro lingua ma il loro modo di pensare.
storia della tua vita è un racconto di una bellezza incredibile in cui scienza, fantascienza e filosofia si intrecciano indissolubilmente alla storia di louise, raccontata da un punto di vista che si comprende pienamente solo alla fine. una storia che non prende in considerazione semplicemente il rapporto tra linguaggio, pensiero, percezione e coscienza ma che si interroga anche come il nostro modo di percepire/pensare il mondo si relazioni al concetto di libero arbitrio.

- settantadue lettere
forse la storia che soffre di più delle necessità editoriali perché, arrivando subito dopo un capolavoro come storia della tua vita, finisce per essere quasi dimenticata. o almeno, è quello che è successo a me. si cambia di nuovo registro e dalla scienza futuribile e dagli incontri con lə alienə si passa a un passato in cui scienza, alchimia e fede si fondono, per - spiega chiang - giocare con due elementi interessanti: non soltanto la creazione dei golem ma la creazione di golem capaci di padroneggiare il linguaggio e quindi di riprodursi o, comunque, di creare a loro volta altri golem; e la teoria della preformazione, ovvero l'idea che ogni individuo sia già formato nelle cellule germinali dei suoi genitori, idea superata, certamente, ma altrettanto certamente affascinante. nonostante tutto, il racconto non regge il confronto con gli altri, né per stile né per tematiche.

- l'evoluzione della scienza umana
una storia brevissima, appena quattro pagine, ambientata in un futuro in cui le frontiere della ricerca scientifica hanno di fatto oltrepassato la comprensione umana. qual è il ruolo dellə scienziatə in un mondo così? cosa resta della capacità umana di porsi problemi e trovare le soluzioni per risolverli, cosa rimane della conoscenza e della cultura stessa? il rimando al secondo racconto della raccolta, capisci, è esplicito e tutto il racconto si può interpretare come un breve prequel della storia precedente.

- l'inferno è l'assenza di dio
qui chiang vira dalla fantascienza al fantastico puro, immaginando un mondo in cui le epifanie angeliche sono una realtà non troppo rara nella quotidianità ma si presentano sotto forme di catastrofi naturali che portano, necessariamente, alla morte di numerosə fedeli a ogni apparizione. in questo mondo, quindi, l'esistenza di dio e di una dimensione sovrannaturale, di paradiso e inferno eccetera è assolutamente assodata e certa. difficile essere ateə dunque ma dare per certa l'esistenza di dio non vuol dire amarlo e, dunque, non è sufficiente a scampare le fiamme dell'inferno. neil fisk è un uomo che perde sua moglie proprio in un'epifania angelica e, distrutto dal dolore, deve compiere un viaggio interiore, e non solo, per imparare a provare vero e sincero amore per dio nonostante tutto, così da non rimanere tra lə dannatə in eterno dopo la sua morte.
chiang racconta di essersi ispirato alla bibbia e, in particolare, alla vicenda di giobbe e, in effetti, quello che capita a neil fisk sembra essere anche peggiore di ciò che ha patito il patriarca del mito. in entrambi i casi, tocca ammettere - anche a costo di peccare di blasfemia - che l'immagine di dio non ne esce molto pulita.

- amare ciò che si vede: un documentario
questo è uno dei miei racconti preferiti di questa raccolta che, sotto la cornice futuristica-fantascientifica, pone l'accento sul rapporto insano che abbiamo con l'estetica dei corpi e il conseguente rifiuto e marginalizzazione sociale dei corpi considerati non conformi.
la storia è strutturata come una serie di dichiarazioni di diversə personaggə che raccontano le loro esperienze, i loro dubbi e le loro riflessioni sulla calliagnosia. l'agnosia è un disturbo percettivo che impedisce a chi ne è colpito di riconoscere oggetti e, soprattutto, i volti delle altre persone. la calliagnosia - nel racconto di chiang - viene descritta come una agnosia non appercettiva ma associativa, ovvero, permette sì di distinguere chiaramente i volti e i corpi uno dall'altro, ma non consente di giudicarli da un punto di vista estetico, cioè azzera le risposte emotive ai tratti somatici dell'altrə, con lo scopo di focalizzare ogni tipo di relazione esclusivamente sull'interiorità delle persone e non sul loro aspetto. ovviamente non si tratta di un disturbo neurologico spontaneo ma di un adattamento artificiale a cui lə personaggə non possono sottrarsi prima del raggiungimento della maggiore età.
come ogni volta che una buona pratica viene adottata non sulla base di una consapevolezza volontariamente acquisita e maturata nel tempo ma imposta e artificiosamente messa in atto, i risultati sono sempre meno positivi di quanto non ci si aspetterebbe...

respiro


altri sette racconti che riprendono tematiche, atmosfere e riflessioni già presenti nella prima raccolta, anche questa assolutamente consigliata.

- il mercante e il portale dell'alchimista
il mio preferito di questa raccolta, un racconto tutto incentrato sui viaggi nel tempo la cui ambientazione - baghdad, alla corte del califfo - e lo stile mi ha fatto pensare un po' a borges, un po' a calvino e alle sue città invisibili. un mercante racconta al califfo un'avventura capitatagli qualche tempo prima, l'incontro con un alchimista che era riuscito a costruire dei portali che permettevano di viaggiare nel tempo. le storie si incastrano come scatole cinesi: quella del mercante che parla al califfo e che riporta, a sua volta, le storie che gli sono state raccontate dall'alchimista, storie che parlano di viaggi nel tempo di altre persone che, per un motivo o per un altro, volevano tornare indietro per cambiare qualcosa nella loro vita. il passato però, nonostante la possibilità di ritornarvici, è sempre immutabile, perché da qualsiasi presente si provenga, quel presente sarà il futuro di quel passato in cui si è intervenutə per modificarlo. ma, se pure nulla può essere diverso da quello che è stato, viaggiare nel tempo può farci scoprire qualcosa che non sapevamo, su noi stessə e su chi vive la sua vita legandola alla nostra.

- respiro
altro racconto mindblowing che ho adorato, un viaggio incredibile all'interno del corpo stesso del protagonista, una creatura artificiale che scopre i misteri della struttura del suo cervello. difficile dire di più senza fare spoiler, leggetelo!

- cosa ci si aspetta da noi
racconto velocissimo tutto incentrato su un tema che, a quanto pare, è molto caro a ted chiang, ossia quello del libero arbitrio. anche qui, tutto si gioca sul paradosso, anche qui tutto è una delizia per la mente.

- il ciclo di vita degli oggetti software
questo è forse il solo racconto che mi ha davvero annoiata tra tutti quelli delle due raccolte, lunghissimo e molto meno brillante degli altri, si concentra tutto sull'esistenza di digienti - creature digitali senzienti - e del rapporto tra loro e gli esseri umani che li sviluppano. trovo molto poco da dire se non che, tra tutti, è l'unico che mi ha un po' delusa.

- il brevetto della tata automatica di dacey
altra storia un po' sotto la media ma almeno molto breve e davvero cattiva. ambientata tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, immagina uno scienziato capace di usare il suo stesso figlio come cavia per i suoi esperimenti sulla crescita e l'educazione dellə bambinə.

- la verità del fatto, la verità della sensazione
qui si ritorna al ted chiang che mi piace, una storia bellissima che parla dei legami tra un padre e una figlia, della memoria e della sua fallacia, del suo non essere neanche lontanamente perfetta che è un po' quello che ci caratterizza come esseri umani: le persone sono fatte di storie. i nostri ricordi non sono un ammasso indistinto di tutti i secondi che abbiamo vissuto, sono la narrazione che abbiamo elaborato selezionando determinati momenti ed assemblandoli.

- il grande silenzio
questo racconto è molto diverso da tutti gli altri delle due raccolte ma è forse tra i più belli. la voce narrante è una sorta di portavoce dei pappagalli cenerini, una specie ormai in estinzione per colpa degli esseri umani, quegli stessi esseri umani che cercano forme di vita intelligenti nell'universo ma ignorano quelle presenti sul loro stesso pianeta, al punto di distruggerle. davvero molto, molto bello e toccante, la prova che la letteratura fantastica sa guardare al nostro presente e raccontarne la realtà e le sue contraddizioni.

- omphalos
se avessimo le prove, scientifiche e tangibili, che il mondo è stato creato in un certo, preciso momento, già compiuto e completo, quale sarebbe il nostro rapporto con dio? e cosa sarebbe la scienza? dove si situerebbe il confine tra fede e razionalità?

- l'angoscia è la vertigine della libertà
l'ultimo racconto di questa raccolta è quasi un thriller, ambientato in un mondo in cui dei congegni - dei prismi - permettono di entrare in contatto con i nostri sé di universi alternativi, per poter scoprire cosa saremmo se, a ogni bivio nella nostra vita, avessimo scelto l'altra strada. la capacità di conoscere le alternative però, genera ansie, insicurezze, senso di insoddisfazione e c'è chi, ovviamente, cerca di trarne profitto...

alcune note: entrambi i libri sono disponibili in edizione economica, e in entrambi, alla fine, è presente una sezione di note ai racconti molto interessante, scritte dallo stesso chiang.
sono straconsigliatissimi, anche a chi di solito non legge fantascienza/fantastico perché chiang scrive proprio bene, a prescindere da cosa scrive. oltretutto, se siete tra quellə ancora convintə che il fantastico sia solo evasione fine a sé stessa, avrete modo di ricredervi e, magari, scoprire un genere che non ha nulla da invidiare alla cosiddetta "letteratura alta".

se li avete letti (o se li leggerete) fatemi sapere cosa ne pensate!