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giovedì 26 settembre 2024

commenti randomici a letture randomiche (88)

ricordatemi di non lamentarmi più perché non ho niente da fare e mi annoio.
queste settimane sono tremendamente incasinate, ritaglio letteralmente manciate di minuti ogni volta che posso per riuscire almeno a leggere qualcosa, ma scrivere diventa veramente difficile.
però ho letto tre libri molto belli e ci tenevo a scrivere due righe per consigliarveli. perché se togliamo pure i consigli di lettura, la vita diventa davvero troppo triste.

 sierocoinvoltə - la rivoluzione sessuale riparte dall'hiv 
conquistare la consapevolezza è la prima porta di accesso a una salute sessuale piena, e per lo stesso motivo la storia di chi ha incendiato quel desiderio di conoscenza e libertà è una favola di rivoluzione che ci riguarda tuttɜ.
vorremmo che più persone rivendicassero oggi quel movimento, e che questa storia che ci ha generato, che ha sfidato il tempo e i continenti, appartenesse anche a chi pensa di non esserne coinvoltə. sono tanti gli spunti per il futuro che le lotte e la storia dell'attivismo hiv possono insegnare: per cambiare il paradigma c'è bisogno di tuttɜ perché siamo tuttɜ sierocoinvoltɜ.

se siete della mia generazione vi sarete accortə che di hiv non se ne parla quasi più, nel bene e nel male. se siete della mia generazione probabilmente vi ricorderete dell'orribile spot dell'alone viola, una delle tante pubblicità-progresso che ci terrorizzavano in quegli anni.
e infatti quell dell'hiv è una storia che parla di terrore, per non dire di terrorismo.
quella dell'hiv è una storia di stigma sociale, di marginalizzazione, di stereotipi e di luoghi comuni, è la storia di una crudele negazione dell'umanità stessa delle persone coinvolte.
o meglio, lo è in massimo parte. scendendo un po' più a fondo nella tana del bianconiglio, scopriamo tutto quello che, mentre ci dicevano di evitare ogni tipo di contatto con lə sieropositivə, non ci è stato raccontato.
è laggiù, sotto lo strato di narrazione comune, che troviamo chi con hiv ci convive, chi ha attraversato anni, anche decenni in compagnia del virus, chi ha visto morire persone care e chi si è ritrovatə al centro di una comunità che nel tempo è cresciuta, una comunità di persone sierocoinvoltə che hanno saputo fare rete quando il resto della società aveva troppa paura di loro o quando, semplicemente, aveva dimenticato la loro esistenza.
sierocoinvoltə è un libro corale, scritto da conigli bianchi - il collettivo di artivistə contro la sierofobia che dal 2014 combatte la discriminazione verso le persone con hiv attraverso l'arte - e prep in italia - il collettivo che lavora per colmare la carenza di informazioni sulla profilassi pre esposizione per proteggersi da hiv e collabora con associazioni e istituzioni per una sessualità consapevole, libera e serena - un miscuglio di biografie e parole di rivendicazione sociale e politica, è un po' un saggio e un po' un romanzo, è il viaggio di alice che nella tana del bianconiglio - o meglio dellə bianconigliə! - scopre una realtà nascosta che non vede l'ora di venire alla luce.
in questo libretto, che smonta pezzo per pezzo i vecchi stereotipi come quello per cui l'aids è qualcosa che riguarda solo i gay cis (soprattutto bianchi), ho trovato tantissime informazioni che non conoscevo: ad esempio, ho scoperto che chi convive con hiv può avere una normalissima vita relazionale, romantica e sessuale come vuole e con chi vuole e senza mettere lə propriə partner in pericolo semplicemente seguendo una terapia. che i test sono gratuiti e veloci, che, nei casi in cui siamo in dubbio sulla nostra salute o su quella dellə nostrə partner, è possibile prevenire il contagio e che chi vuole avere figlə può, sempre grazie alle nuove medicine a disposizione, farlo senza rischi.
ho scoperto una formula bellissima che è u=u, undetectable = untrasmittable, cioè non rilevabile = non trasmissibile, che vuol dire che le persone con hiv possono curarsi e abbassare fino a zero il rischio di trasmissione del virus.
insomma, la storia dell'hiv e dell'aids è cambiata tantissimo degli ultimi anni eppure le informazioni disponibili sui canali non-specifici sono poche, e leggere questo libretto è un ottimo modo per aggiornarsi, oltre che per capire meglio com'è la vita con hiv dalle parole di chi con hiv ci vive.
perché, adesso che l'infezione può essere tenuta a bada, adesso che si può - grazie alla prevenzione e alla profilassi - concretamente pensare di debellare l'hiv completamente dalle nostre vite, si parla così poco di hiv, di cura e di prevenzione? perché, dopo anni di terrore psicologico che hanno marginalizzato centinaia di persone, non si racconta quanto sia facile oggi coinvivere con hiv? e, soprattutto, perché nessunə ci racconta mai che l'hiv non è qualcosa che accade allə altrə, a chi mette in atto comportamenti a rischio (come se questo, poi, fosse una giustificazione, come se l'infezione fosse una "punizione" per i propri errori), ma che ci riguarda tuttə? perché è così.
l'hiv è, come ogni altro virus, presente nelle nostre città, nelle persone che ci circondano. come ogni altro virus sa essere silenzioso ed è bravo a nascondersi, a volte anche per anni.
eppure scovarlo e conviverci adesso è facile! e se impariamo a farlo, impariamo a proteggere noi stessə, chi amiamo e chi non conosciamo neppure. e dobbiamo saperlo tuttə perché siamo tuttə sierocoinvoltə!
la rivoluzione sessuale, dice il sottotitolo, riparte dall'hiv perché, messo (si spera!) definitivamente da parte il bigottismo e il moralismo, quello che conta davvero è la consapevolezza di cosa ci piace e di cosa piace alle persone con cui facciamo sesso, dei modi che abbiamo per raggiungere quel piacere e la cura - gratuita, accessibile e informata - di noi stessə e dellə nostrə partner.
se lə bianconigliə passano a leggere queste poche righe, voglio ringraziarlə ancora una volta per le storie e le parole di lotta e resistenza che hanno tirato fuori dal cilindro e che ci hanno donato alla presentazione di maggio a torino

 il bambino e il cane 
yaichi sapeva che i cani capivano le persone: erano delle creature speciali donate da dio, o da buddha, a quelle creature folli che erano gli uomini.

ci sono due tipi di persone: quelle che davanti a una storia (un libro, un film, un fumetto eccetera) in cui muore un animale piangono, e quelli che hanno un sasso al posto del cuore. se fate parte della prima categoria, vi spoilero che sì, qui il cane muore. così lo sapete e potete scegliere se reggete la lettura oppure no.
questo romanzo mi ha sorpresa perché non avevo idea di cosa aspettarmi e un po' temevo fosse una storia smielosa e strappalacrime. piangere si piange, eh, ma i miei timori erano infondati. il romanzo si divide in sei capitoli: l'uomo e il cane, il ladro e il cane, la coppia e il cane, la prostituta e il cane, il vecchio e il cane, il bambino e il cane.
il cane, va da sé, è sempre lo stesso, tamon, un incrocio di pastore tedesco e una qualche razza giapponese non meglio identificata, un mamori-gami, un angelo custode che infonde coraggio, fiducia e amore a chi ha la fortuna di incrociare il suo cammino.
lə altrə personaggə, invece, cambiano di volta in volta, rappresentando le tappe fondamentali di un viaggio che dura quasi cinque anni, dallo tsunami dell'isola di honshū del 2011 fino... beh, lo scoprirete. tamon è un cane eccezionale, dotato di un fisico incredibilmente robusto, di una volontà incrollabile e di un senso di attaccamento che fa quasi pensare a una leggenda.
il suo nome rimanda a tamonten, uno dei quattro guardiani celesti del buddismo, e in effetti sia a noi lettorə che allə personaggə che condividono il suo cammino, tamon sembra una creatura soprannaturale, mandata dal cielo ad aiutare gli esseri umani che attraversano un momento difficile della loro vita. anche una certa ricorsività degli elementi nei vari capitoli rimandano alla struttura dei miti, di storie che si declinano in modo differente spostandosi tra la gente e nel tempo, rimanendo sempre uguali a loro stesse.
tamon sembra capace di odorare la solitudine e indica la via, in senso metaforico e non: chi se lo ritrova accanto, osservando i suoi profondi e dolci occhi neri, riesce a trovare la direzione da dare alle proprie azioni, a rimediare a vecchi errori e a guardare al futuro con speranza e tranquillità.
in modo più o meno letterale, tamon è una guida, una sorta di psicopompo capace di condurre le anime da uno stato all'altro dell'esistenza. aiuta a passare attraverso i mondi, quali che questi siano, aiuta a superare il trauma della trasformazione, del distacco da ciò che si conosce e la paura di quello che non si conosce ancora.
e chi meglio di un cane, una creatura che non parla ma che sa leggere nei cuori ed entrare in empatia profonda con chi ha accanto, poteva comunicare l'indicibile? chi poteva mostrare quello che non si può vedere, far sentire quello che non si sa come riconoscere?
il bambino e il cane è un romanzo che gioca sul piano del simbolismo ma soprattutto con le emozioni dellə lettorə, ci mette davanti degli umani-tipo con cui entrare in sintonia e delle situazioni-tipo in cui ritrovarci. hase seishū estremizza gli uni e le altre e però, anziché creare un effetto respingente, aumenta la nostra capacità di immedesimazione mostrandoci la plausibilità di quelle vite sgangherate. tamon sa ignorare le colpe, sa trovare il lato buono in chiunque, guardando oltre la rabbia, gli errori e le paure. lui resta lì a dare il suo amore dove qualcuno ha bisogno di un supporto, senza giudicare e senza pretendere nulla. e nel farlo, ci insegna la più grande delle lezioni.

 un salmo per il robot 
lode ad allalae per la compagnia.

evviva! che bello! sono tornati sibling dex e mosscap! in un salmo per l'universo, monaco del tè e robot di nuovo fianco a fianco su panga, la luna su cui l'umanità ha imparato dai propri errori ed è riuscita a coniugare prosperità e rispetto degli ecosistemi e delle risorse. armonia con la natura, rispetto dell'altrə, liberazione dalle catene delle imposizioni sociali: panga è una sorta di paradiso di bellezza ed equilibrio, abitato dalla versione migliore dell'umanità che hanno abbandonato capitalismo, sopraffazione e consumismo per il bene collettivo.
dopo la prima parte del viaggio, in cui mosscap aveva condotto sibling dex a indagare la parte più selvaggia di panga, lə due si trovano adesso a confrontarsi con lə altrə abitanti di città e villaggi, portando avanti la ricerca di mosscap: di cosa hanno bisogno gli esseri umani?
lo stupore per una creatura che rimanda a un'epoca lontanissima, l'era delle fabbriche, suscita curiosità ed entusiasmo ovunque e tra chiunque, ma becky chambers approfitta del vagare dell'improbabile coppia per riflettere non solo su quello che ci serve per vivere bene, ma anche su quello che fa di un essere umano - o di un robot - una creatura vivente.
l'atmosfera è sempre quella di una pacata serenità che si fa base per una meditazione sul significato dello stare al mondo, sulla necessità della morte come elemento fondamentale per poter definire la vita e renderla preziosa, su quello che scegliamo di accogliere nel nostro tempo o di rigettare per poterlo vivere pienamente e al meglio.
mi spiace che questo libro stupendo - incluso un salmo per il robot, già pubblicato l'anno scorso - sia uscito solo nell'edizione urania, che non sia sempre disponibile in libreria (e che non abbia una traduzione e una cura adeguate) ma mai dire mai.
intanto, se ne avete l'occasione, setacciate edicole e mercatini dell'usato e recuperateli entrambi!

mercoledì 28 agosto 2024

commenti randomici a letture randomiche (87)

qualche considerazione sulle ultime letture di queste settimane di vacanza benedette, che sono un po' volate, come volano tutti i momenti piacevoli, tra pomeriggi di letture e coccole con le micie e mattine al mare e altre mille cose.
sono abbastanza carica da tornare su e ricominciare? non ne ho idea. ma so che eventualmente i libri saranno sempre molto d'aiuto.

 il glicine rampicante e altri racconti gotico-femministi 
john è un medico, e forse (certo, non lo direi ad anima viva, ma questa è carta morta e un gran sollievo per la mia psiche) forse questo è uno dei motivi per cui non migliori più in fretta.
vedete, lui non crede che io sia malata!
e una che ci può fare?
se un medico di grande fama, e che per giunta è anche tuo marito, assicura ad amici e parenti che una temporanea depressione nervosa - una leggera tendenza isterica - non è davvero niente di che - una che ci può fare?
anche mio fratello è medico, anche lui di grande fama, e dice la stessa cosa.
quindi prendo fosfato e fosfiti - di qualsiasi cosa si tratti - e ricostituenti, e faccio gite, sto all'aria aperta, faccio esercizio fisico, e mi è stato proibito di "lavorare" finché non mi sarò ripresa.
personalmente, non concordo con le loro idee.
personalmente, credo che un lavoro che mi sia congeniale, che mi dia entusiasmo e novità, mi farebbe bene.
ma una che ci può fare?

la carta da parati gialla è il racconto più famoso di charlotte perkins gilman, scrittrice ed economista femminista vissuta tra la seconda metà dell'ottocento e l'inizio del novecento, quello da cui è tratto il brano qui sopra. è un racconto che, come gli altri di questa raccolta, si fa mezzo di espressione delle rivendicazioni delle donne in un periodo in cui gli uomini controllavano, giudicavano e regolamentavano ogni aspetto della loro esistenza.
la carta da parati gialla è quella che riveste la camera dove una donna è confinata dal marito medico a seguito di una depressione post-partum. l'illustre luminare è convinto che il riposo assoluto, lontano da tutto e da tuttə possa aiutarla a stare meglio. ovviamente, l'isolamento e il divieto di dedicarsi a qualsiasi tipo di attività - soprattutto quelle intellettuali - porterà la donna a impazzire lentamente, fino a convincersi che un'altra donna viva intrappolata dietro i disegni dell'orribile carta da parati che riveste le mura della sua camera, metafora perfetta della sua condizione e di quella di tutte le altre donne della sua epoca.
fantasmi, streghe, atmosfere inquietanti e oniriche sono gli elementi chiave di questi racconti, e se da un lato si accordano a un certo gusto per il gotico, dall'altro si fanno metafora della condizione femminile: donne come fantasmi, presenze fuggevoli e mero oggetto di desiderio ma anche creature pericolose e spaventose. donne streghe, capaci di piegare la realtà ai loro desideri ma solo fino a un certo punto; donne che diventano uomini e iniziano a guardare il mondo con occhi diversi; donne schiave dell'essere mogli, madri, padrone di casa, oberate dalla mattina al tramonto, responsabili di tutto e padrone di niente.
tra i racconti, in questa raccolta sono presenti anche alcune poesie che parlano dell'ansia della vita di ogni giorno, delle costrizioni delle convenzioni sociali e del desiderio di sfuggirvi, costruendo realtà nuove, nuovi spazi di libertà e uguaglianza.

una lettura sicuramente piacevole, vista la qualità dei racconti, ma anche amara: i desideri, le speranze e le denunce di charlotte perkins gilman riecheggiano anche oggi, diverse nella forma ma troppo simili nella sostanza. nonostante i decenni che ci separano da queste storie, le personagge che le abitano continuano a parlarci della nostra vita.

 la strana storia dell'isola panorama 
a prima vista si potrebbe pensare che si tratti soltanto di un enorme parco, ma alcuni vi indovinano un qualche progetto stravagante dietro, o ancora avvertono qualcosa di artistico. al contempo, tuttavia, non possono fare a meno di venire scossi da un brivido, come se la zona traboccasse di un profondo rancore, di un terrore palpabile.
a dire il vero, a tale riguardo gira una storia, per quanto incredibile. una strana storia che per le persone vicine alla famiglia komoda è un segreto di pulcinella, ma la cui parte cruciale è nota solo a due persone. se vorrete credere al mio racconto e se lo ascolterete fino alla fine per quanto assurdo vi possa sembrare, sono pronto a svelarvi questo segreto.

erano anni e anni che mi dicevo che prima o poi avrei letto la strana storia dell'isola panorama, ma mi ci è voluto il consiglio di valentina per decidermi. è una storia strana per davvero quella di hitomi hirosuke - che diventa presto "il fu hitomi hirosuke" - un uomo complesso, perversamente intelligente, affascinato da mille cose ma ossessionato da una soltanto: costruire un paradiso artificiale, piegare la natura secondo la sua personale idea di bellezza per trasformare la vita in opera d'arte. il più grosso ostacolo alla realizzazione del suo sogno è, ovviamente, il costo spropositato che un'idea del genere richiederebbe. hirosuke tira a campare provando, con scarso successo, a pubblicare romanzi e racconti, senza mai riuscire ad affermarsi come scrittore.
è proprio perché non può realmente mettere in pratica la sua idea che quel sogno diventa, pian piano, un chiodo fisso, un'ossessione per la quale hirosuke rinuncerebbe a qualsiasi cosa.
così un giorno, quando gli si presenta l'occasione della vita - anche se all'inizio tentenna di fronte all'audace follia dei suoi propositi - hirosuke la coglie al volo.
viene a sapere che il giovane, potente e ricchissimo capofamiglia dei komoda, genzaburo, suo ex compagno di università, è morto improvvisamente per un attacco epilettico.
per tutti gli anni dell'università, hirosuke si è sentito ripetere quanto fosse la spaventosa la somiglianza con komoda, due gocce d'acqua, quasi indistinguibili.
l'idea che nasce in un attimo nella sua mente è semplice: inscenare il proprio suicidio, smettere di esistere come hitomi hirosuke e prendere il posto di genzaburo, sfruttando soprattutto la credenza che molto spesso gli attacchi epilettici portassero a una morte solo apparente.
idea semplice ma terribile, in cui hirosuke mette tutto il suo ingegno senza rimpianti né crisi di coscienza. nei panni di un komoda letteralmente risorto dalla tomba, non soltanto sa carpire tutte le informazioni utili a convincere chiunque - la famiglia, i dipendenti e persino chiyoko, la moglie di genzaburo - della sua storia e della sua nuova identità, ma riesce in poco tempo a creare, sulla vicina isola di okinoshima, una sorprendente varietà di panorami, scenari sospesi tra il sogno e l'incubo, carichi di una bellezza malsana e folle: tunnel sottomarini, foreste che sembrano infinite, scalinate altissime, sculture viventi e straordinarie coreografie messe in scena da deliziose ballerine nude che popolano le vedute dell'isola.

essere riuscito a ingannare i komoda, a mettere le mani sul loro patrimonio per realizzare il suo sogno e a costruire l'isola, però, non può bastare. quello che un tempo era hirosuke è terrorizzato all'idea di perdere tutto ciò che ha ottenuto, e quando chiyoko inizia a nutrire dei sospetti...

la trama, di per sé, è ben congegnata e, anche se a volte abbastanza prevedibile, la lettura è appassionante e piacevole perché edogawa ranpo non soltanto ha un bello stile - e la traduzione di alberto zanonato gli rende perfettamente giustizia - ma soprattutto perché riesce a farci sentire e comprendere i pensieri di hirosuke, i suoi desideri, il suo modo di agire folle, perverso e, al tempo stesso, freddo e lucido.
hirosuke è mosso dalla sua ossessione al punto di piegare ogni azione al progetto dell'isola panorama, e la sua idea blasfema di arte distorce ogni sua creazione, dando alla bellezza di ogni paesaggio una sfumatura spaventosa e inattesa, appesantendo le atmosfere, rendendole macabre e insane, come sogni dentro cui si celano incubi.
si avverte, per tutto il tempo, la presenza di qualcosa di inquietante dietro l'eleganza esasperata degli scenari dell'isola, così come si avverte la follia di hirosuke dietro la sua formidabile capacità di realizzare l'impossibile grazie al suo ingegno sconfinato. leggendo, resta quel pizzicorio dietro il collo, quel brivido costante di raccapriccio e piacere, dato soprattutto dall'equilibrio perfetto tra le immagini che il racconto suggerisce, a volte meravigliose, l'attimo dopo agghiaccianti.
edogawa ranpo, tenendo fede al suo nom de plume, omaggia i racconti di edgar alla poe e la letteratura gotica occidentale con un racconto che è, però, molto più che una semplice rivisitazione di stili e schemi narrativi. la strana storia dell'isola panorama sa condensare in poche pagine un'atmosfera elegantissima e decadente e squisitamente orientale, permettendoci di immergerci totalmente in un giappone tanto affascinante quanto pericoloso.

venerdì 7 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (85)

l'avevo scritto anche per l'ultimo post di commenti randomici a letture randomiche ma è - continua ad essere - un periodo così incasinato e strano e pieno di cose e cambiamenti che il tempo sembra sfuggirmi di mano giorno dopo giorno. in qualche modo, spesso inspiegabilmente, trovo il tempo per leggere. quello per scrivere, invece, sembra essere completamente sparito.
avrei voluto dedicare un po' di spazio in più a tutte queste ultime letture ma al momento è impossibile, quindi mi accontento di fare una roba veloce pur di non perdere traccia di un sacco di cose più o meno belle, più o meno interessanti che ho letto negli ultimi tempi.

 il mago m. 
a quell'epoca gli eventi inspiegabili erano all'ordine del giorno, e quando erano piacevoli li si ammirava senza farsi troppe domande. non si credeva soltanto a ciò che rientrava nel dominio della ragionevolezza. la ragionevolezza restringe la vita come l'acqua infeltrisce le maglie di lana, così che poi, indossandole, ci si sente impacciati e non si possono nemmeno più alzare le braccia.

ci sono storie che continuano a esistere, nonostante il tempo passi e il mondo, intanto, si trasformi. sono miti capaci di mutare forma, di adattarsi alle labbra di chi li racconta e alle orecchie di chi ascolta, o alle penne di chi li trascrive e agli occhi di chi legge. tra queste storie ci sono indubbiamente quelle che compongono il ciclo bretone, dalla creazione della tavola rotonda alla ricerca del santo graal, dall'amore tormentato tra lancillotto e ginevra alle avventure di parsifal, dai prodigi di merlino alle malefatte di morgana...
nel corso dei secoli, fatti e personaggə sono stati più e più volte reinterpretati e reinventati e così fa rené barjavel con il mago m., un romanzo che è un po' una raccolta di racconti strettamente intrecciati tra loro e che hanno, al centro, la figura di merlino. bellissimo e dotato di poteri straordinari, merlino è figlio del diavolo eppure votato al bene, innamorato della meravigliosa viviana e dedito a cambiare, attraverso le gesta di artù e dei suoi cavalieri, il mondo intero.

le storie, appunto, sono quelle che conosciamo ma barjavel le racconta con un tono di voce nuovo, a tratti più moderno, che non tradisce il tono mitico degli eventi della leggenda ma che regala un'ottica nuova e meno maschilista sulle figure che si muovono tra le sue pagine, soprattutto quelle femminili, che non sono più la causa di tanto male tra gli eroi maschi delle diverse storie: l'amore tra viviana e merlino, ad esempio, è nutrito da sentimenti sinceri e dolci che non si conclude - come ricordavamo - con la follia del vecchio mago e anche la storia tormentata tra lancillotto e ginevra viene stravolta nel finale.

sembrerebbe che barjavel, scrivendo il mago m., avesse voluto mettere a posto tutto quello che nelle storie originali ci - a noi, lettorə degli anni 2000 - faceva più male lasciandoci però la possibilità di meravigliarci, di sentirci trascinatə in un mondo mitico fatto di magia, amori e gesta eroiche e di essere poi, alla fine, anche un po' felici.
il risultato è un libro splendido, una scrittura elegante ed evocativa che regala anche qualche momento di leggerezza e umorismo ma che soprattutto riesce a dimostrare come l'amore, la meraviglia, il coraggio, la dedizione e tutti gli altri sentimenti assoluti che muovono i personaggə della materia arturiana sono ancora oggi vivi e attuali e sanno ancora farci sognare a occhi aperti.

 kronet 
l'oscurità della notte renderà l'essere finalmente libero di osservare ciò che la luce cela. perché non è del vuoto che dobbiamo aver paura ma del tutto che finge di essere vuoto.

una ragazza si ritrova coinvolta in un incidente in cui investe un'altra ragazza. scopre però, che non si tratta  una ragazza, ma un robot. le due vivono in un mondo in cui i robot non dovrebbero più esistere eppure diane decide di fidarsi e di aiutare c23.
in kronet siamo in un futuro non si sa quanto lontano dal nostro presente, un futuro in cui la memoria storica delle persone si è persa, in cui nessunə sa più leggere, in cui la città è circondata da mura altissime e a nessunə importa scoprire cosa ci sia fuori...
la storia va avanti in una fuga che sembra senza fine, in una situazione angosciante e claustrofobica e in un paesaggio di architetture squadrate e stranianti mentre si chiarisce il tema centrale della storia, legato tanto a questioni filosofiche - passatemi il termine - sulla natura umana, quanto alla crisi climatica che stiamo vivendo e a un futuro distopico e spaventoso a cui non dovremmo mai arrivare.

la parte che più ho apprezzato è quella grafica: lo stile di davide bart. salvemini è particolarissimo e molto personale. le forme, l'aspetto dellə personaggə, le architetture, gli sfondi hanno tutti una loro fisionomia specifica, una loro colorazione specifica - tutto il fumetto ha una palette molto rigida fatta di arancione, viola, fucsia, verde e azzurro, che rende tutto ancora più straniante - mentre le tavole sono spesso e volentieri destrutturate, con vignette che si annullano e si ampliano a tutta la pagina o si sovrappongono, con i baloon senza virgolette (che ricordano un po' una chat sullo schermo di uno smartphone) riconoscibili dai colori. le immagini qui non sono quasi mai puramente descrittive ma servono a costruire un mondo artificiale e opprimente, uno spazio da cui le due protagoniste cercano di scappare ma che continua a riprodursi pagina dopo pagina.

 le cose che abbiamo perso nel fuoco 
la prima fu la ragazza della metropolitana. c'era chi lo metteva in discussione, chi metteva in discussione le sue facoltà, i suoi poteri, la sua capacità di provocare incendi. una cosa era sicura: la ragazza della metropolitana predicava soltanto sulle sei linee della città e con lei non c'era nessuno. eppure era impossibile da dimenticare.

anche se questo è il primo libro di mariana enriquez arrivato in italia, avevo già letto la nostra parte di notte e i pericoli di fumare a letto. ma credo che comunque, indipendentemente dall'ordine di lettura, io non possa fare altro che amare quest'autrice e le sue storie, la cattiveria dei suoi racconti, il senso di straniamento che lasciano durante e dopo la lettura.
quelle raccolte qui sono storie che si muovono per strade malfamate e accanto a santuari macabri, in mezzo a coppie disfunzionali e amicizie eterne, tra case stregate e chiese sconsacrate.
escluso un racconto - chi mi conosce e ha letto questa raccolta indovina facilmente di cosa parlo - che è stato veramente troppo gratuitamente crudele, tutte le altre storie raccolte nel volume mi sono piaciute moltissimo.

l'ultima è anche quella che dà il nome alla raccolta e quella forse più potente (provo a limitare il più possibile gli spoiler). le cose che abbiamo perso nel fuoco prende il via dalla vicenda di una donna, la ragazza della metropolitana, bruciata per gelosia dal marito. al momento del processo, l'uomo aveva dichiarato che lei si era data fuoco da sola e tuttə, compreso il padre della vittima, gli avevano creduto.
il suo racconto inizia ad insinuarsi dai vagoni della metro dove la ragazza bruciata si ferma a parlare fin dentro le menti delle donne. basta poco perché inizino i roghi: prima una modella, a cui accade la stessa identica cosa della ragazza della metro, poi pian piano le donne bruciate iniziano ad aumentare. spesso le donne dicono di essersi date fuoco da sole, altre volte sono mariti, padri, fidanzati, amanti ad appiccare l'incendio.
ci vogliono molte vittime prima che inizino le pire: le donne si organizzano, salgono volontariamente sui roghi, si lasciano bruciare mentre le loro compagne riprendono il gesto e caricano i video delle cerimonie online, nascono ambulatori clandestini per curare quelle che iniziano a farsi chiamare le donne in fiamme.
tutto è previsto, organizzato, curato nei dettagli: le donne si bruciano per privare gli uomini della loro bellezza, per rispondere ai roghi delle streghe del passato e alle violenze domestiche del presente e del futuro, per sfuggire alla tratta, per essere le uniche, sole padrone del loro corpo e del loro destino.
le cose che abbiamo perso nel fuoco è un racconto agghiacciante che denuncia i femminicidi in argentina - e nel mondo - e che, come solo enriquez poteva fare, immagina una sorellanza violenta ma solidale che aiuta le donne a fuggire da un sistema che le vuole vittime.

venerdì 9 febbraio 2024

i pericoli di fumare a letto

«e qui la bambina piange?»
«solo quando piove»

mi ero innamorata di mariana enriquez la scorsa estate con la nostra parte di notte. qualche mese fa ho letto i pericoli di fumare a letto e ho confermato tutto l'amore che avevo provato al nostro primo incontro.
ho accettato il suggerimento implicito nel titolo e li ho letti un po' come fiabe della non-buonanotte, per godermi quella sensazione che enriquez sa risvegliare sottopelle, un misto strano di emozioni disturbanti e meraviglia per il modo in cui infila una parola dopo l'altra come fossero perle di una bellissima e bizzarra collana.
è una sensazione che ricorda un po' quella delle paralisi notturne, quello stare sospesi tra orrore, incredulità e stupore, un brivido che però non ci coglie impreparatə perché sappiamo già che, in un modo o nell'altro, la sua penna ci sfiorerà la colonna vertebrale a un certo punto della storia e staremo lì a tremolare di delizioso spavento.

le dodici storie di questa raccolta sanno essere disturbanti e cattive, giocano sporco associando quello che mai permetteremo alla nostra immaginazione di mettere insieme, creano chimere che, più che stupirci per il loro aspetto, ci turbano costringendoci a pensare quello che fa a pezzi gli aspetti più profondi e radicati della nostra morale.
immaginate, ad esempio, gli zombie. sono forse tra le creature più spaventose e raccapriccianti a cui possiamo pensare ma sentite la stretta al centro del petto se provate a fare un passetto in più e immaginare una neonata zombie? provate a figurarvi delle ragazzine bellissime, delle quasi-donne in cui ancora si intravede l'innocenza dell'infanzia, e poi provate a immaginarle capaci di crudeltà degne di una qualche divinità pagana. non avvertite una fastidiosa dissonanza?
figuratevi per un attimo la gioia di riabbracciare qualcunə che avevate perso da mesi, forse anche anni, per poi scoprire un poco per volta che per quella persona è, in qualche modo incomprensibile, totalmente diversa da quella che conoscevate. non sentite crescere lo sconcerto?

ecco, mariana enriquez fa nascere il terrore da una delicata operazione in cui incide i corpi dellə suə personaggə e ne taglia via con chirurgica precisione alcuni aspetti della loro umanità, per poi ricucire tutto e imbellettargli le guance, rispedendolə indietro tra noi, quasi identicə a prima.
in queste pagine si incontrano creature strane che forse sono state umane ma che a un certo punto della loro esistenza hanno smesso di esserlo, creature che abitano storie che vengono narrate senza dare spiegazioni alle mille domande che germogliano rigo dopo rigo nelle nostre teste, solo un profondo disturbo che si attanaglia tra le ossa e i muscoli e gli organi, che prude e pizzica.
mariana enriquez fa magie spaventose e meravigliose e, per quanto possano essere disturbanti, non si può che volerne ancora e ancora!

domenica 30 luglio 2023

sirene

"c'era chi credeva che le sirene fossero una mutazione genetica, un'evoluzione dei dugonghi o lamantini quasi estinti, per fronteggiare un mondo da cui l'essere umano era destinato a sparire. altre creature, suboceaniche, avrebbero dominato la terra.
altri sostenevano che era normale scoprire specie sconosciute, visto che l'uomo era ormai in grado di abitare il fondo dei mari e degli oceani, anche se ci volevano molti soldi per farlo. specie nuove, o forse antichissime, come le meravigliose sirene crudeli"

non so bene cosa mi aspettassi da questo libro, un racconto leggero, un fantasy post-apocalittico, questo sì, ma comunque pensavo si trattasse più che altro di un romanzo da svago. e invece.
di solito non mi piace fare spoiler ma questo libro (che è uscito per la prima volta nel 2007, quindi ok, qualche spoiler ci può stare) necessita di un'analisi che per forza di cosa deve toccare alcuni punti della trama.

a voler incasellare sirene di laura pugno, potrei definirlo un romanzo transfemminista antispecista. in quel transfemminista ci sta dentro anche la questione ambientale e la critica a un sistema economico basato su sfruttamento/accumulazione e ci potrebbe stare anche l'antispecismo, ma credo che proprio questo aspetto vada sottolineato in modo chiaro.

il mondo di sirene abita un futuro non si sa quanto lontano (ma si teme non eccessivamente), un futuro doloroso in cui l'umanità cerca di sopravvivere su una terra quasi del tutto inabitabile: l'atmosfera è mutata e non riesce più a proteggere gli esseri umani dai raggi solari e adesso, quella stella che era stata il motivo del successo della nostra esistenza, si è fatta portatrice di morte. il cancro nero è una malattia orribile e crudele che colpisce chiunque si esponga ai raggi solari anche per poco tempo. la pelle si annerisce come in una sorta di autocombustione, gli organi collassano e in poco tempo tutto il derma si stacca per lasciar posto a una pelle nuova, candida e delicata che preannuncia cecità e morte.
chi è sopravvissutə vive a underwater, un'immensa città subacquea dove il potere è tutto nelle mani della yakuza, che gestisce le poche risorse rimaste in un pianeta che prova in ogni modo a scuotersi l'umanità di dosso.
ma prima di colonizzare l'ambiente sottomarino, l'umanità ha scoperto l'esistenza delle sirene. non sono passati molti anni da allora e samuel, il protagonista della storia (uno dei protagonisti che ho più odiato in assoluto in tutta la mia storia di lettrice) era solo un bambino quando queste creature si sono palesate per la prima volta, venendo a morire in massa sulle spiagge. le femmine della specie somigliano alle sirene della mitologia, hanno corpi metà da donna e metà da pesce, ma la loro umanità si esaurisce qui: i volti sono teriomorfi e non c'è alcuna possibilità di comunicazione con gli esseri umani. i maschi, invece, somigliano a quelli che una volta furono i dugonghi, non hanno nulla in comune con la razza umana.
fin da subito, le sirene sono state oggetto della cupidigia degli uomini (maschile non sovraesteso), che ne hanno fatto inizialmente trofei di lusso, imbalsamando i cadaveri, per poi iniziare a catturare esemplari vivi, trasformandoli in cibo o oggetti di piacere.
"carne di mare", le sirene si pongono a metà strada tra donne e animali proprio attraverso lo sguardo maschile: come femmine, vengono stuprate, chiuse nei bordelli per ricchi gangster, legate con forza perché - come è abitudine della specie - dopo l'accoppiamento non divorino il maschio; come animali, sono ammassate in allevamenti crudeli, costrette a riprodursi, a ingrassare e poi destinate al macello.
samuel - orfano di entrambi i genitori e cresciuto dalla yakuza - è sempre rimasto in basso nella piramide sociale e la sua vita gira intorno all'allevamento delle sirene: controlla le vasche in cui vengono ammucchiate, soprattutto nei giorni della monta, quando i maschi di sirena vengono introdotti nelle vasche, si accoppiano e vengono dilaniati dalle femmine subito dopo. la loro carne non è commestibile e il loro valore è praticamente nullo, e gli allevatori osservano la carneficina dopo l'accoppiamento spesso con compiacimento. è qui che inizia la storia: durante uno di questi incontri tra maschi e femmine di sirena, samuel si immerge nella vasca per stuprare una sirena, lanciandole tra le fauci al momento opportuno un maschio narcotizzato che plachi il furore omicida della femmina al posto suo.
è una scena - è la prima scena - che sconvolge. l'atto della monta è in tutto e per tutto uno stupro, un accoppiamento dettato unicamente dal potere che samuel - maschio e umano - ha sulla femmina di sirena.

il leit motiv della sopraffazione maschile sul femminile (e degli esseri umani sulle sirene) segue tutta la narrazione, e si esplicita non soltanto nell'allevamento delle sirene - e più avanti nella storia di mia, l'ibrido nata dalla violenza a inizio della storia - ma anche nella vicenda dei due personaggi femminili umani della storia: sadako e ivy.
la prima è la donna di samuel. mi è impossibile usare un'altra espressione perché il rapporto tra lə due non è di amore né spontaneo. sadako, figlia illegittima di uno yakuza, fin da bambina è stata venduta a uomini di potere. marchiata a fuoco sulla schiena, come una bestia da allevamento, per ricordare a chi appartenesse, passata tra le mani di uomini orribili e violenti, diventata uno scarto per il troppo utilizzo, viene donata a samuel, con cui inizia a vivere quella che viene difficile definire una storia d'amore. samuel è, in modo malato e perverso, innamorato di lei ma quali siano i sentimenti di sadako non ci è dato sapere, per lei è probabilmente solo rassegnazione e sopravvivenza. è annullata come persona ed esiste come solo come proprietà. l'unica cosa che rende sadako più che un oggetto è il suo amore per le sirene, la sua convinzione che siano creature da venerare e non da uccidere e il dolore che prova per il lavoro di samuel (che è letteralmente un macellaio), che dal canto suo - ed è anche per questo che sarebbe assurdo parlare di amore - continua imperterrito ad uccidere. sadako morirà di cancro nero e samuel rimarrà ferito dalla sua scomparsa, pur non cambiando di una virgola il suo modo di vivere.
ivy è la seconda vittima di samuel e degli uomini: ex partner del leader del movimento per la liberazione delle sirene, viene avvicinata da samuel a cui è stato ordinato di sedurla e carpire i segreti dell'organizzazione. anche lei è orripilata dal modo in cui le sirene vengono trattate e anche lei le considera creature venerabili. il momento in cui samuel la costringe a mangiarne la carne e a inscenare un rapporto sessuale con una di loro all'interno di un bordello gestito dalla yakuza, sotto gli sguardi divertiti di altri uomini, è un'altra scena difficile da digerire.
e poi c'è mia: samuel stupra sua madre per poi mandarla senza remore al macello ed è pronto a uccidere la piccola se dovesse rivelarsi una prova della sua disubbidienza alla yakuza. quando decide di liberarla, non lo fa certo per amore paterno, ma solo come atto di ribellione che si traduce nell'arroganza di volersi fare salvatore di una creatura più forte e più resistente di lui. che samuel non la consideri sua figlia è chiaro perché violenta anche lei, palesandosi - insieme agli altri uomini - come il vero "animale" della storia, nel senso di creatura incapace di seguire delle norme morali ma trascinata unicamente dai bisogni e dai desideri del momento, accecata da un istinto perverso e crudele che però non mira alla prosecuzione della specie ma al mantenimento del potere.

in questo mondo distopico e angosciante, le femmine - umane e sirene - sono letteralmente pezzi di carne. vengono vendute, usate, mangiate, costrette a soddisfare il desiderio di potere di uomini che, davanti all'apocalisse in corso, non riescono a pensare ad altro che a sé stessi.
le sirene non servono - nella struttura narrativa - solo a esplicitare il sistema patriarcale e misogino di underwater ma sono un simbolo di denuncia verso lo sfruttamento animale: non esistono quasi più sirene selvatiche, tutte quelle ancora in vita (lo sterminio dura circa vent'anni, meno di una generazione umana) nascono e muoiono all'interno dei macelli o dei bordelli, costrette a velocizzare i loro ritmi metabolici per crescere più in fretta e soddisfare più in fretta gli appetiti sessuali e non dei loro carnefici. separate dalle loro figlie dopo appena due giorni, private della libertà, instupidite da trattamenti ormonali che servono a renderle docili e remissive - l'autrice fa spesso riferimento alla loro somiglianza con le vacche, creature che da secoli sfruttiamo, rinchiudiamo, torturiamo e uccidiamo per quello che ormai non è più un bisogno ma solo un capriccio.
e poi ancora, o forse è qualcosa che leggo solo io, c'è la denuncia all'incapacità - persino nei periodi più difficili, mortiferi - di cooperare. competizione, sopraffazione, prepotenza, sfruttamento, accumulo di risorse per pochi mentre la massa muore: il mondo per come lo conosciamo riproduce sé stesso fino all'esasperazione, senza provare a sopravvivere grazie al mutuo aiuto.

in sirene c'è così tanto che si arriva a fine lettura con rabbia e con un macigno sul petto e sulla coscienza. l'apocalisse non è un incidente, è colpa degli umani che hanno distrutto l'ecosistema del pianeta, sterminato popolazioni animali e non, e cambiato l'atmosfera. la fine delle società statali per come le conosciamo, porta a una sopraffazione dei forti/maschi/umani sullə deboli/femmine/animali che perpetua uno schema sociale tristemente attuale e lo esaspera, liberandolo da ogni costrizione morale o giuridica. underwater, la città costruita sotto il mare, ricalca il modello coloniale in cui ci si appropria dei territori dellə altrə distruggendoli e ricostruendoli a proprio vantaggio.

solo alla fine ci è concesso un attimo di respiro, o forse più un sospiro: mia riesce a fuggire, a liberarsi dagli esseri umani, a far nascere in mare aperto sua figlia. è una scena di speranza ma anche di vendetta: nella fuga, trascina con sé il cadavere di samuel - tradito dal suo amico, punito dalla yakuza, privato di tutto e ucciso dal cancro nero - che rimane con lei sul fondo del mare come un oggetto, come un pezzo di carne da divorare prima di iniziare una nuova vita. una vita selvaggia, pericolosa forse, ma libera.