Visualizzazione post con etichetta urania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta urania. Mostra tutti i post

giovedì 30 aprile 2026

gomìtolo 6 ~ aprile 2026

è finito aprile e non si è chiuso occhio.


settimana dopo settimana, mese dopo mese, la sensazione è sempre quella di averla sfangata per un pelo e di avere giusto qualche ora per riprendere fiato perché poi ricomincia. come cazzo facciamo a vivere così?
leggo e guardo storie perché ci trovo dentro tutta l'umanità che non riesco a trovare nel resto di questo pezzetto di mondo che, suo malgrado, mi ospita.
il mese scorso scrivevo della nostalgia del futuro che non avremo mai, ma anche il presente non è che sia proprio messo benissimo. a volte mi dico che mi manca stare al sud, poi temo che in realtà quello che mi manca è avere vent'anni e pensare che tutto sembrava facile, e invece.
dissociamo. dissociamo tutto, in ogni situazione, continuamente.

i social continuano a farci vedere crimini di guerra - ancora bambinə, ancora giornalistə, ancora donne e uomini massacratə dal peggiore regime che si sia mai appropriato del termine democrazia - violenza, odio e squallore, intervallando lo spettacolo con qualche sponsorizzata che ci ricorda che l'estate è alle porte e che dovremmo dimagrire, perché col cazzo che possiamo starcene in spiaggia a rilassarci, tocca performare anche lì, che ormai abbiamo una certa età e se non trovi qualcuno che ti piglia, qual è il tuo piano b?
un cane e due gatti. almeno.
questo, a dire il vero, è sempre stato il piano a.
se mi dice culo, anche un vaso di pomodorini sul balcone.


a proposito di democrazia, ad aprile qui a bologna c'è stata una cosa molto bella, che è il festival dell'antropologia. ho seguito meno incontri di quelli che avrei voluto, ma sono riuscita a esserci a quello in cui si parlava di genova. se vi basta leggere genova per capire, allora non serve dire altro.

se non vi basta, non è questo il posto in cui fare una lezione di storia e, soprattutto, non sono io la persona adatta, scusatemi. però internet ha una buona memoria e si trova ancora un sacco di roba in giro, tipo questo articolo di wu ming che io continuo a spammare ovunque da tipo quattordici anni ormai.
si parlava di genova e di tutto quello che a genova abbiamo perso. del fatto che sì, avevamo ragione noi, lo vediamo ogni giorno, ma avere ragione non è sempre una cosa positiva. avrei preferito ci fossimo sbagliatə.
si parlava di cosa sono stati quei giorni di luglio di venticinque anni fa a genova, e si parlava di cosa vuol dire democrazia - ecco, visto? non mi stavo perdendo - che non è soltanto siamo in una democrazia perché votiamo.
democrazia è quella cosa per cui i diritti di tuttə sono difesi e i crimini sono definiti come tali non per reprimerci ma per tutelarci. e invece, giunti ormai al quinto decreto sicurezza di questo governo, indovinate in che direzione stiamo andando? e indovinate perché ci ostiniamo a chiamare amico e democratico il regime di cui sopra?
lo capite che non possiamo smettere di stare costantemente in ansia, vero? e che quest'ansia deve trasformarsi in azione e diventare qualcosa di utile, vero?

intanto, oltre a qualche goccina di tanto in tanto, cerco di metterci tutte le storie che posso, perché, come dicevo sopra, o così oppure non lo so.
e quindi, ecco il riassunto delle cose che ho letto/guardato questo mese. molto meno di quello che avrei voluto, ma sempre meglio di niente.
e qualche riga inutile per far quadrare questa mia bruttissima idea di mettere le immagini piccine così, ai bordi della pagina, che mi piace, mi ricorda com'era il blog tanto tanto taaaanto tempo fa ma combina un sacco di casini con l'html che non so risolvere, ma ecco, ci siamo.


contrariamente alle mie aspettative sono riuscita a trovare meno uno all'alba, il primo volume della nuova stagione di pkna - che non è più pkna ma pkeda, pk early days adventures - che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca. sicuramente, ma non era difficile, mi è piaciuto più di esperimento abominio, ma credo che la cosa migliore di tutto sia il modo in cui è stato sfruttato il fattore nostalgia.
già soltanto avere un nuovo spillatino come quelli che leggevo da ragazzina è stato emozionante (avremo più emozioni forti che non siano rimpianto e nostalgia?) anche se la storia è solo un pretesto per far arrivare questo volumetto sugli scaffali delle fumetterie (con i tempi e le modalità di panini, ovvio) e farlo finire nelle mani dellə quarantennə che speravano un ritorno dei bei tempi andati.

trent'anni fa gli evroniani attaccavano paperopoli durante una serata di gala del cast di una delle telenovelas (ebbene sì, si chiamavano così) più amate, l'indimenticabile patemi (chissà se torre, vendruscolo e ciarrapico hanno preso ispirazione da qui per occhi del cuore), e scatenavano il terrore sul tetto di quella ducklair tower che sarebbe poi diventata il cuore di tutta pkna. quel momento stravolgeva non soltanto la vita di paperino, ma anche quella di noi lettorə. paperinik, prima vendicatore mascherato, poi giustiziere notturno armato di stivaletti a molla e altri trabiccoli ideati dal genio di quartiere archimede, si ritrovava invischiato in un conflitto che andava ben oltre i confini di paperopoli, con un nemico che era ben altra cosa rispetto ai soliti ladruncoli del calisota: un impero alieno che distruggeva mondi senza pietà, spinto solo dalla sua fama insaziabile.
adesso sisti e sciarrone, due tra i nomi storici delle vecchie serie, riavvolgono il nastro quel tanto che basta a farci scoprire l'antefatto di quei momenti storici, ma il risultato è abbastanza dubbio.
mentre i bassotti progettano l'ennesimo colpo ai danni di paperone, evron scopre che soldi e soap opera catalizzano una quantità di emozioni decisamente appetitose (lo sappiamo tuttə che gli evroniani sono vampiri emozionali, no?), così da spingerlo a scegliere la terra come prossimo obiettivo.

il problema è che il tono della storia è molto più vicino a topolino che a pkna, totalmente fuori fuoco rispetto a quell'atmosfera più cupa, seria e adulta che ci aveva tanto fattə innamorare nel '96. questi evroniani non fanno paura a nessunə, questa paperopoli è troppo solare, pop e colorata per differenziarsi da quella che conosciamo da qualsiasi altra storia di paperi che possiamo leggere ogni settimana su topolino.
insomma, la forma è quella di pk, la sostanza no.
la domanda, a questo punto, è: se non si riesce - non si vuole? - tornare alle atmosfere e ai temi che hanno fatto di pkna il capolavoro che è stato, ha davvero senso continuare un'operazione che ha come target un pubblico che non può davvero accontentarsi di qualsiasi-cosa-sia-questa-cosa-qui?
lo scopriremo a ottobre. intanto, l'unica cosa che resta è tanta insoddisfazione e una storia che si dimentica dieci minuti dopo aver chiuso il volumetto.


a proposito di nostalgia, c'è un'altra cosa negli ultimi mesi che mi fa tornare in mente i ricordi d'infanzia, di quando tornavo a casa e trovavo la mia copia - all'epoca era topolino - incellophanata vicino alla cassetta delle lettere. adesso è la fine del mondo. se non vivete su marte, ne avrete sicuramente sentito parlare. altrimenti, male per voi. però si recupera qui, e ne vale un sacco la pena.
è la rivista a fumetti de il manifesto ed è diretta da quel genio di maicol & mirko ed è piena di roba bella e bellissima (e altra che a me piace un po' meno, ma va bene lo stesso), di fumetti a puntate di gente bravissima come, appunto, maicol & mirco, zerocalcare, kalina muhova, blu, bruno bozzetto, dottor pira, zuzu, alice socal, altan, e un sacco di altrə.
niente pubblicità, solo storie a fumetti a puntate. che in un mondo di sponsorizzate e bingewatching sanno quasi di fantascienza, o sono un po' la madeleine proustiana di un pezzetto della nostra generazione.
insomma, negli ultimi tempi, tornare a casa e trovare la copia - mezzo sgualcita, grazie postinə - ad aspettarmi è stato consolatorio e bello, e ormai l'appuntamento con alcune storie (io non avrei mai creduto che mi si sarebbe stretto il cuore per uno scarafaggio di nome sandro, e invece) è uno dei momenti migliori di ogni mese.
vorrei che tuttə volessero bene a progetti belli come questi, vorrei che ce ne fossero di più di cose così: storie a fumetti schiaffate dentro a riviste spiegazzate che non fanno bella mostra in libreria, che non sono troppo instagrammabili, ma che sono belle e basta.


di solito ho la maledizione degli urania, per cui li prendo e poi li lascio ammuffire in libreria per anni. love, death and robots, invece, l'ho letto in tempi abbastanza brevi e mi è piaciuto. è una raccolta di racconti e, ovviamente, non mi sono piaciuti tutti e non tutti allo stesso modo. alcuni sono davvero notevoli, altri carini, altri si possono tranquillamente definire uno spreco di carta, ma devo ammettere che la proporzione tra le tre cose è abbastanza equilibrata.
senza andare troppo nel dettaglio, posso dire che le storie che parlano di guerra, invasioni e robe del genere sono noiose e spesso anche inutili, non lasciano niente, non immaginano niente che non sappiamo già, semplicemente cambiano lo sfondo ma mettono in scena sempre la stessa storia, che ormai ha poco da insegnarci. quale che sia il pianeta su cui esplode una bomba, il risultato è sempre morte e distruzione. a che serve immaginare un futuro in cui siamo capaci di attraversare l'universo, di incontrare altre forme di vita, di mettere piede su altri mondi se poi dobbiamo trasformare tutto questo nello scenario della più stupida delle cose che l'umanità ha inventato e che fa dal giorno dopo in cui è comparsa? insomma, se fantascienza deve essere immaginiamo astronavi da guerra e armi che fanno boom più forte e più lontano, allora non è la fantascienza che mi interessa.
ci sono, invece, racconti che nascono da premesse più affascinanti e che indagano altri temi: da esperimenti di bioingegneria estrema - una di queste è anche una delle storie più interessanti dal punto di vista strettamente letterario di questa antologia - all'incontro sempre molto affascinante tra antiche credenze e tecnologie futuristiche, dalla possibilità di arrivare a forme di consapevolezza e coscienza che superano i limiti umani, fino alle più classiche storie di speculative fiction di cui, personalmente, non credo di riuscire a stancarmi tanto facilmente.
una raccolta non perfetta ma notevole, se vi capita di trovarla in giro, recuperatela.


sono uscite due serie anime che aspettavo tantissimo, e cioè witch hat atelier e mao.
ma ve lo ricordate quando atelier of the witch hat lo leggevamo in quattro? beh, evvivachebello, il mondo ha scoperto quanto è bella questa serie e io - che non ho mai avuto quella voglia snob di farmi piacere solo le cose che non piacciono a nessuno - non potrei essere più contenta.
non ho la serie qui con me a bologna e quindi non riesco a fare un confronto diretto, ma mi sembra che l'anime stia seguendo molto fedelmente il manga sia nella storia, sia - e chiaramente è qui il motivo del suo successo - nella resa visiva. i pregi dell'opera di kamome shirahama sono sicuramente il sistema magico innovativo e coerente - la magia non è qualcosa che solo pochə elettə possiedono dalla nascita, ma si può imparare - personaggə ben strutturatə e una trama appassionante, ma anche e soprattutto uno stile grafico elegantissimo e riconoscibile, tanto nel tratto quanto nel design di ogni singolo elemento della storia, dallə personaggə agli oggetti, dalle ambientazioni all'abbigliamento. e lo studio bug films è riuscito nel miracolo di restituire quella ricercatezza e raffinatezza anche nella versione animata.
insomma, se non l'avete ancora iniziato, è arrivato il momento.

invece, mao. allora, seriamente: è chiaro che questa serie la leggiamo soltanto perché a) ci manca un sacco inuyasha e mao, in qualche modo, riprende moltissimi elementi di quella serie e b) perché vogliamo bene a rumiko takahashi e se lei scrive qualcosa, noi la leggiamo.
il fatto che sia uscito l'anime è, per me, un modo per fare il riassunto del manga che ha due enormi difetti: il primo è che, anche se la trama è lineare - ragazza del presente finisce in una versione alternativa del passato dove esistono i demoni e incontra un ragazzo mezzo umano alla ricerca del demone che lo ha maledetto (vi ricorda qualcosa?) - è strapiena di sottotrame e filler veri e propri che allungano il brodo inutilmente. il secondo è che il ritmo della pubblicazione è lento, e ogni volta che esce un volumetto nuovo mi ci vuole un po' per ricordarmi chi è chi e cosa sta succedendo.
quindi, seguire l'anime mi aiuta a fare un po' il punto della situazione e, spero, andando più avanti mi aiuterà a ricordare lə personaggə secondariə e le loro storie.
ma, a parte questo, bisogna ammettere che non è male, anzi. ovviamente, essendo molto più recente di inuyasha, l'animazione è migliore e il ritmo degli episodi è più veloce. ma, esattamente come per il manga, manca qualcosa. non so bene cosa, forse il fatto che somigli così tanto ad inuyasha e che però, nel tentativo di essere un'opera più matura, non riesce a essere emozionale come inuyasha. non si ride e non si piange, e lə personaggə stessə sembrano non provare davvero nessuna emozione, quasi fossero attorə che recitano svogliatamente. e, fino a ora, l'anime mi sta dando le stesse sensazioni.
ma continuerò a seguire sia il manga, sia l'anime perché non riesco a rinunciare a rumiko takahashi (ai tempi ho persino guardato quell'immane porcheria che è yashahime, immaginate come sto messa).


ed è anche iniziato the testaments, il sequel di the handmaid's tale, tratto dall'omonimo romanzo che ho letto a suo tempo (ne ho anche parlato qui) ma di cui non mi ricordo assolutamente niente (oltretutto ce l'ho giù a casa, quindi non riesco nemmeno a darci una rilettura).

the handmaid's tale iniziava raccontando un regime giovane che cercava di stabilizzare le sue istituzioni, e lo faceva attraverso lo sguardo di june, una donna a cui gilead aveva tolto ogni cosa - libertà, indipendenza, autodeterminazione, amore, famiglia, amicizia, lavoro, tutto - e aveva costretto in un ruolo che contraddiceva tutto quello che era stata la sua vita fino a quel momento. ribellarsi e cercare di riportare tutto alla normalità era, se non l'unica possibilità, una delle più plausibili.

the testaments, invece, si apre su un mondo che ha trovato il suo equilibrio e nel quale la nuova generazione di donne (e di uomini) non ha metro di paragone con la realtà precedente al colpo di stato dei comandanti. vive, da sempre (o comunque da abbastanza da non aver altri ricordi), nell'unica realtà che conosce, una realtà che non lascia spazio ad alternative, neppure immaginate.
protagoniste sono due ragazze: agnes (sì, proprio lei), privilegiata figlia di un comandante, la cui educazione è sempre e solo stata orientata all'unico obiettivo che una ragazza come lei può avere, cioè quello di diventare una moglie perfetta. accanto a lei, daisy, una pearl girl, cioè una di quelle ragazze cresciute fuori gilead e convertite - più o meno volontariamente - al regime.
in questa serie, quindi, gli elementi distopici si uniscono inestricabilmente a quelli del romanzo di formazione. ma è una formazione obbligata, costretta nell'unica direzione che gilead offre alle donne, e che di certo non contempla la possibilità di una rivoluzione.
ma cos'è l'adolescenza a gilead? cosa significa vivere una trasformazione tanto profonda e difficile in una società in cui l'età di mezzo tra l'infanzia e la maturità dura giusto il tempo in cui un corpo femminile viene immesso nel mercato matrimoniale e scelto?

fino a ora la storia procede con relativa lentezza e senza grossi colpi di scena, ma la violenza a gilead è così intrinsecamente presente in ogni aspetto della quotidianità da non essere immediatamente riconoscibile in quanto tale.
può sembrare una serie che non ha molto da aggiungere a the handmaid's tale, ma io credo che invece stia dando degli spunti interessanti, soprattutto sul concetto di educazione (sarà deformazione professionale, ma la clacca-antropologa è molto felice di entrare all'interno del sistema formativo di una realtà come quella di gilead). insomma, per me è promossa, non soltanto per la storia, il world building, la solita regia e fotografia eccellenti, ma anche per la bravura dellə attorə, in particolare delle ragazze che interpretano agnes, daisy e le altre.


ho iniziato a vedere l'uomo nell'alto castello, la serie tv tratta dal romanzo di philip k. dick (che no, non ho ancora letto ma lo recupererò assolutamente) e mi sta letteralmente consumando il cervello.
la premessa di questa storia credo la conosciamo tuttə: come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale? beh, facile, sarebbe una merda.
eppure, vedere questa possibilità declinata nel quotidiano - per la precisione dei non-stati-uniti degli anni '60 - è, soprattutto all'inizio, davvero scioccante: aquile e svastiche che adornano una new york cupa, grigia, visivamente e fattivamente oppressa.
come in ogni paese occupato, dietro la facciata più o meno solida dell'obbedienza si cela una qualche forma di resistenza. qui, una rete si intreccia tra la parte sotto il controllo del reich e quella dominata dal giappone (sì, c'era anche l'italia tra le potenze dell'asse, eppure nella storia non viene mai neppure nominata. dà una certa soddisfazione vedere che manco nelle ucronie i fasci hanno mai contato un cazzo) per portare a un misterioso uomo-nell'alto-castello dei filmati ancora più misteriosi che mostrano la storia per come la conosciamo noi ma che è un'assurda fantasia per lə personaggə del racconto, cioè quella in cui la guerra è stata vinta dagli alleati. ma da dove vengono queste pellicole? come sono state prodotte? da chi? e a quale scopo?

la cosa che mi sta divertendo di più è leggere vecchi commenti di gente stupita del fatto che empatizza con personaggə oggettivamente orribili come lə nazistə, commenti che non fanno altro che supportare la tesi per cui ci stiamo completamente disabituano a pensare la complessità della realtà e quella delle persone (il che porta, a cascata, a un sacco di problemi nel gestire le relazioni. ma questi sono gli argomenti che preferisco trattare con la psicologa).
è vero, ci sono personaggə eticamente orripilanti in questa serie che, allo stesso tempo, hanno sentimenti nobilissimi per le proprie famiglie e, più in generale, per le persone che amano. e le due cose coesistono e non entrano in contraddizione perché sono parte dello stesso sistema morale che ha mosso - e continua a muovere - questo tipo di personaggə. non c'è nulla di contraddittorio nel ripudiare le loro idee politiche e la loro etica e, allo stesso tempo, partecipare emotivamente alle loro tragedie personali, non è quello che ci deve preoccupare. dovrebbe preoccuparci il non riuscire a problematizzare la schizofrenia del sistema di valori che questa gente ha creato e di cui si è nutrita, a cominciare dall'istituzionalizzazione della disumanizzazione dell'altro e, a monte, della definizione così netta e implacabile dell'alterità.

è uscita qualche anno fa e volevo recuperarla da tempo, ma rimandavo perché ero sicura che mi sarei persa a vederla. e infatti, mi sono persa. sono infognata malissimo, non farò altro fino a che non arriverò alla fine della serie.
addio.


per la precisione, l'uomo nell'alto castello ho iniziato a guardarla la sera del 25 aprile, il mio primo 25 aprile qui a bologna (che ogni anno finivo per stare sempre da un'altra parte), e penso sia stata la parte nerd del mio inconscio a portarmi a iniziarla perché non ne posso più di sentire e leggere sempre polemiche inutili su questa giornata che dovrebbe essere di festa per tuttə e che invece, puntualmente, il peggio di questo paese cerca sempre di sporcare.
il punto è che vorrei davvero che quelle teste di merda finissero in una realtà alternativa in cui le cose sono andate come sognano. anche solo per qualche settimana, giusto il tempo di rendersi conto di quanto miserabile sia continuare, ottantun anni dopo, a rimpiangere il peggior schifo della nostra storia.


e per chiudere in bellezza questo post - che è iniziato in modo triste e arrabbiato, scusate - questo mese sul blog audace sono uscite tre interviste che avevo fatto qualche tempo fa e di cui sono molto felice, e tutte e tre fanno parte di non è una questione di genere, un dossier dedicato alle donne (e in generale alle soggettività non-maschie-cis-etero) che lavorano nel mondo del fumetto. il consiglio è di leggerlo tutto, ma comunque le tre interviste sono a matilde sali, annamaria di matteo e silvia ziche.

giovedì 26 settembre 2024

commenti randomici a letture randomiche (88)

ricordatemi di non lamentarmi più perché non ho niente da fare e mi annoio.
queste settimane sono tremendamente incasinate, ritaglio letteralmente manciate di minuti ogni volta che posso per riuscire almeno a leggere qualcosa, ma scrivere diventa veramente difficile.
però ho letto tre libri molto belli e ci tenevo a scrivere due righe per consigliarveli. perché se togliamo pure i consigli di lettura, la vita diventa davvero troppo triste.

 sierocoinvoltə - la rivoluzione sessuale riparte dall'hiv 
conquistare la consapevolezza è la prima porta di accesso a una salute sessuale piena, e per lo stesso motivo la storia di chi ha incendiato quel desiderio di conoscenza e libertà è una favola di rivoluzione che ci riguarda tuttɜ.
vorremmo che più persone rivendicassero oggi quel movimento, e che questa storia che ci ha generato, che ha sfidato il tempo e i continenti, appartenesse anche a chi pensa di non esserne coinvoltə. sono tanti gli spunti per il futuro che le lotte e la storia dell'attivismo hiv possono insegnare: per cambiare il paradigma c'è bisogno di tuttɜ perché siamo tuttɜ sierocoinvoltɜ.

se siete della mia generazione vi sarete accortə che di hiv non se ne parla quasi più, nel bene e nel male. se siete della mia generazione probabilmente vi ricorderete dell'orribile spot dell'alone viola, una delle tante pubblicità-progresso che ci terrorizzavano in quegli anni.
e infatti quell dell'hiv è una storia che parla di terrore, per non dire di terrorismo.
quella dell'hiv è una storia di stigma sociale, di marginalizzazione, di stereotipi e di luoghi comuni, è la storia di una crudele negazione dell'umanità stessa delle persone coinvolte.
o meglio, lo è in massimo parte. scendendo un po' più a fondo nella tana del bianconiglio, scopriamo tutto quello che, mentre ci dicevano di evitare ogni tipo di contatto con lə sieropositivə, non ci è stato raccontato.
è laggiù, sotto lo strato di narrazione comune, che troviamo chi con hiv ci convive, chi ha attraversato anni, anche decenni in compagnia del virus, chi ha visto morire persone care e chi si è ritrovatə al centro di una comunità che nel tempo è cresciuta, una comunità di persone sierocoinvoltə che hanno saputo fare rete quando il resto della società aveva troppa paura di loro o quando, semplicemente, aveva dimenticato la loro esistenza.
sierocoinvoltə è un libro corale, scritto da conigli bianchi - il collettivo di artivistə contro la sierofobia che dal 2014 combatte la discriminazione verso le persone con hiv attraverso l'arte - e prep in italia - il collettivo che lavora per colmare la carenza di informazioni sulla profilassi pre esposizione per proteggersi da hiv e collabora con associazioni e istituzioni per una sessualità consapevole, libera e serena - un miscuglio di biografie e parole di rivendicazione sociale e politica, è un po' un saggio e un po' un romanzo, è il viaggio di alice che nella tana del bianconiglio - o meglio dellə bianconigliə! - scopre una realtà nascosta che non vede l'ora di venire alla luce.
in questo libretto, che smonta pezzo per pezzo i vecchi stereotipi come quello per cui l'aids è qualcosa che riguarda solo i gay cis (soprattutto bianchi), ho trovato tantissime informazioni che non conoscevo: ad esempio, ho scoperto che chi convive con hiv può avere una normalissima vita relazionale, romantica e sessuale come vuole e con chi vuole e senza mettere lə propriə partner in pericolo semplicemente seguendo una terapia. che i test sono gratuiti e veloci, che, nei casi in cui siamo in dubbio sulla nostra salute o su quella dellə nostrə partner, è possibile prevenire il contagio e che chi vuole avere figlə può, sempre grazie alle nuove medicine a disposizione, farlo senza rischi.
ho scoperto una formula bellissima che è u=u, undetectable = untrasmittable, cioè non rilevabile = non trasmissibile, che vuol dire che le persone con hiv possono curarsi e abbassare fino a zero il rischio di trasmissione del virus.
insomma, la storia dell'hiv e dell'aids è cambiata tantissimo degli ultimi anni eppure le informazioni disponibili sui canali non-specifici sono poche, e leggere questo libretto è un ottimo modo per aggiornarsi, oltre che per capire meglio com'è la vita con hiv dalle parole di chi con hiv ci vive.
perché, adesso che l'infezione può essere tenuta a bada, adesso che si può - grazie alla prevenzione e alla profilassi - concretamente pensare di debellare l'hiv completamente dalle nostre vite, si parla così poco di hiv, di cura e di prevenzione? perché, dopo anni di terrore psicologico che hanno marginalizzato centinaia di persone, non si racconta quanto sia facile oggi coinvivere con hiv? e, soprattutto, perché nessunə ci racconta mai che l'hiv non è qualcosa che accade allə altrə, a chi mette in atto comportamenti a rischio (come se questo, poi, fosse una giustificazione, come se l'infezione fosse una "punizione" per i propri errori), ma che ci riguarda tuttə? perché è così.
l'hiv è, come ogni altro virus, presente nelle nostre città, nelle persone che ci circondano. come ogni altro virus sa essere silenzioso ed è bravo a nascondersi, a volte anche per anni.
eppure scovarlo e conviverci adesso è facile! e se impariamo a farlo, impariamo a proteggere noi stessə, chi amiamo e chi non conosciamo neppure. e dobbiamo saperlo tuttə perché siamo tuttə sierocoinvoltə!
la rivoluzione sessuale, dice il sottotitolo, riparte dall'hiv perché, messo (si spera!) definitivamente da parte il bigottismo e il moralismo, quello che conta davvero è la consapevolezza di cosa ci piace e di cosa piace alle persone con cui facciamo sesso, dei modi che abbiamo per raggiungere quel piacere e la cura - gratuita, accessibile e informata - di noi stessə e dellə nostrə partner.
se lə bianconigliə passano a leggere queste poche righe, voglio ringraziarlə ancora una volta per le storie e le parole di lotta e resistenza che hanno tirato fuori dal cilindro e che ci hanno donato alla presentazione di maggio a torino

 il bambino e il cane 
yaichi sapeva che i cani capivano le persone: erano delle creature speciali donate da dio, o da buddha, a quelle creature folli che erano gli uomini.

ci sono due tipi di persone: quelle che davanti a una storia (un libro, un film, un fumetto eccetera) in cui muore un animale piangono, e quelli che hanno un sasso al posto del cuore. se fate parte della prima categoria, vi spoilero che sì, qui il cane muore. così lo sapete e potete scegliere se reggete la lettura oppure no.
questo romanzo mi ha sorpresa perché non avevo idea di cosa aspettarmi e un po' temevo fosse una storia smielosa e strappalacrime. piangere si piange, eh, ma i miei timori erano infondati. il romanzo si divide in sei capitoli: l'uomo e il cane, il ladro e il cane, la coppia e il cane, la prostituta e il cane, il vecchio e il cane, il bambino e il cane.
il cane, va da sé, è sempre lo stesso, tamon, un incrocio di pastore tedesco e una qualche razza giapponese non meglio identificata, un mamori-gami, un angelo custode che infonde coraggio, fiducia e amore a chi ha la fortuna di incrociare il suo cammino.
lə altrə personaggə, invece, cambiano di volta in volta, rappresentando le tappe fondamentali di un viaggio che dura quasi cinque anni, dallo tsunami dell'isola di honshū del 2011 fino... beh, lo scoprirete. tamon è un cane eccezionale, dotato di un fisico incredibilmente robusto, di una volontà incrollabile e di un senso di attaccamento che fa quasi pensare a una leggenda.
il suo nome rimanda a tamonten, uno dei quattro guardiani celesti del buddismo, e in effetti sia a noi lettorə che allə personaggə che condividono il suo cammino, tamon sembra una creatura soprannaturale, mandata dal cielo ad aiutare gli esseri umani che attraversano un momento difficile della loro vita. anche una certa ricorsività degli elementi nei vari capitoli rimandano alla struttura dei miti, di storie che si declinano in modo differente spostandosi tra la gente e nel tempo, rimanendo sempre uguali a loro stesse.
tamon sembra capace di odorare la solitudine e indica la via, in senso metaforico e non: chi se lo ritrova accanto, osservando i suoi profondi e dolci occhi neri, riesce a trovare la direzione da dare alle proprie azioni, a rimediare a vecchi errori e a guardare al futuro con speranza e tranquillità.
in modo più o meno letterale, tamon è una guida, una sorta di psicopompo capace di condurre le anime da uno stato all'altro dell'esistenza. aiuta a passare attraverso i mondi, quali che questi siano, aiuta a superare il trauma della trasformazione, del distacco da ciò che si conosce e la paura di quello che non si conosce ancora.
e chi meglio di un cane, una creatura che non parla ma che sa leggere nei cuori ed entrare in empatia profonda con chi ha accanto, poteva comunicare l'indicibile? chi poteva mostrare quello che non si può vedere, far sentire quello che non si sa come riconoscere?
il bambino e il cane è un romanzo che gioca sul piano del simbolismo ma soprattutto con le emozioni dellə lettorə, ci mette davanti degli umani-tipo con cui entrare in sintonia e delle situazioni-tipo in cui ritrovarci. hase seishū estremizza gli uni e le altre e però, anziché creare un effetto respingente, aumenta la nostra capacità di immedesimazione mostrandoci la plausibilità di quelle vite sgangherate. tamon sa ignorare le colpe, sa trovare il lato buono in chiunque, guardando oltre la rabbia, gli errori e le paure. lui resta lì a dare il suo amore dove qualcuno ha bisogno di un supporto, senza giudicare e senza pretendere nulla. e nel farlo, ci insegna la più grande delle lezioni.

 un salmo per il robot 
lode ad allalae per la compagnia.

evviva! che bello! sono tornati sibling dex e mosscap! in un salmo per l'universo, monaco del tè e robot di nuovo fianco a fianco su panga, la luna su cui l'umanità ha imparato dai propri errori ed è riuscita a coniugare prosperità e rispetto degli ecosistemi e delle risorse. armonia con la natura, rispetto dell'altrə, liberazione dalle catene delle imposizioni sociali: panga è una sorta di paradiso di bellezza ed equilibrio, abitato dalla versione migliore dell'umanità che hanno abbandonato capitalismo, sopraffazione e consumismo per il bene collettivo.
dopo la prima parte del viaggio, in cui mosscap aveva condotto sibling dex a indagare la parte più selvaggia di panga, lə due si trovano adesso a confrontarsi con lə altrə abitanti di città e villaggi, portando avanti la ricerca di mosscap: di cosa hanno bisogno gli esseri umani?
lo stupore per una creatura che rimanda a un'epoca lontanissima, l'era delle fabbriche, suscita curiosità ed entusiasmo ovunque e tra chiunque, ma becky chambers approfitta del vagare dell'improbabile coppia per riflettere non solo su quello che ci serve per vivere bene, ma anche su quello che fa di un essere umano - o di un robot - una creatura vivente.
l'atmosfera è sempre quella di una pacata serenità che si fa base per una meditazione sul significato dello stare al mondo, sulla necessità della morte come elemento fondamentale per poter definire la vita e renderla preziosa, su quello che scegliamo di accogliere nel nostro tempo o di rigettare per poterlo vivere pienamente e al meglio.
mi spiace che questo libro stupendo - incluso un salmo per il robot, già pubblicato l'anno scorso - sia uscito solo nell'edizione urania, che non sia sempre disponibile in libreria (e che non abbia una traduzione e una cura adeguate) ma mai dire mai.
intanto, se ne avete l'occasione, setacciate edicole e mercatini dell'usato e recuperateli entrambi!

martedì 23 aprile 2024

un salmo per il robot

"attualmente nessuno al mondo sa dove mi trovo" pensò, e quell'idea lo colpì di gorgogliante eccitazione. aveva cancellato la sua vita, abbandonato tutto sulla spinta di un capriccio. la persona che sapeva di essere avrebbe dovuto essere scossa da questo, ma adesso era qualcun altro a reggere il timore, un qualcuno ribelle e spericolato che aveva scelto una direzione e l'aveva imboccata come se fosse stata una cosa che non aveva più peso dello scegliere un panino. in quel momento, non sapeva chi era, e forse era per questo che stava sorridendo.

copertina de "un salmo per il robot" di becky chamber, nell'edizione urania

nel tempo, ho imparato a credere che i libri arrivano quasi sempre quando hai bisogno di leggerli. anche se magari aspettano su uno scaffale da mesi o da anni, in qualche modo misterioso riescono a farsi scegliere proprio nel momento più adatto.
anche con un salmo per il robot è successo così.
sono giorni - settimane, forse - che mi sento stanca, scontenta, ansiosa, incapace di concentrarmi, perennemente assonnata e più o meno giù di morale. non sopporto quasi nulla di quello che trovo online e, quando sto così, non ho voglia di scrivere e di pubblicare niente. ho lasciato un po' languire il blog e mi sono dedicata a leggere solo quello che avevo davvero voglia di leggere, senza pensare a calendari e scadenze (che, oltretutto, questa cosa qui non è un lavoro e non ho voglia di viverla come un lavoro). e, in questo scenario grigiastro e noioso, la storia di sibling dex è arrivata come una fetta di torta inaspettata. una cosa piccola e semplice che però mi ha regalato un momento di buon umore.

iniziamo subito con una nota: la traduzione italiana lascia un po' a desiderare. soprattutto, non capisco perché i nomi dellə personaggə sono stati tradotti - nonostante in quarta di copertina siano rimasti come in originale - senza aver cura di un aspetto importante della loro caratterizzazione, ovvero senza tenere in conto che sia sibling dex che mosscap non hanno un genere definito (sibling è diventato fratello, ad esempio. ma l'errore più stupido e grossolano è stato tradurre pangan - lə abitanti di panga - con pagani. è una roba così insensata che non c'è da perdere altro tempo a discuterne.
a voler andare più per il sottile, anche la traduzione del titolo è un po' grossolana: la parola robot è stata scelta per rendere wild-built, togliendo un'importante sfumatura di significato che caratterizza l'essenza stessa di mosscap.
è indubbiamente una roba fastidiosissima ma non credo proprio valga la pena perdersi un racconto così bello solo per questo, quindi, nonostante tutto, vi consiglierei di recuperarlo.

la trama è abbastanza semplice e lineare: lə giovane monacə sibling dex sente che la sua vocazione sta cambiando. è stancə di vivere sempre nello stesso posto, per quanto la città, il centro abitato di panga, sia così bella, un posto sano, fiorente, una continua armonia di creazione, di azione, di crescita, di tentativi, di risa, di corse, di vita. panga è un mondo - anzi, per l'esattezza è una luna, un satellite che ruota attorno a un pianeta (il nostro?) - in cui l'umanità ha drasticamente cambiato il suo stile di vita quando si è resa conto di essere diventata insostenibile per l'ecosistema tutto. finita l'era delle fabbriche, gli esseri umani hanno deciso di occupare solo metà del pianeta, lasciando tutto il resto alle altre creature:
il cinquanta per cento dell'unico continente di panga era stato destinato all'uso umano, il resto era stato lasciato alla natura e l'oceano non era quasi stato toccato. a pensarci bene, era una divisione folle: metà della terra per una sola specie e metà per le centinaia di migliaia di altre, ma del resto gli umani avevano un talento per distruggere l'equilibrio delle cose, e trovare un limite a cui attenersi era già una vittoria sufficiente.
compreso quanto invasiva e pericolosa fosse la loro specie, gli esseri umani avevano rinunciato a quella che conosciamo come l'unica possibilità, a quello che chiamiamo il migliore dei mondi possibili: l'idea folle di una continua crescita, di un progresso tendente all'infinito, la necessità di accumulare ricchezze e quindi di produrre e consumare merci su merci, sempre più effimere, sempre più veloci nel trasformarsi in rifiuti e nel distruggere il mondo in cui viviamo. in questo scenario, i robot avevano sviluppato una coscienza, avevano scelto di smettere di lavorare per gli esseri umani e si erano allontanati nelle terre lasciate alla natura.

sibling dex, dunque, decide di diventare un monacə del tè, cioè di viaggiare per panga fermandosi di villaggio in villaggio offrendo a chiunque ne avesse bisogno una tazza di tè e un momento di ascolto sincero. sì, perché perfino in quello che sembra quasi un paradiso utopico come panga c'è bisogno di staccare la spina ogni tanto e di prendersi del tempo solo per sé stessə. dex sembra essere diventatə bravissimə nel suo nuovo compito, eppure quel desiderio che lo aveva spinto all'inizio continua a ronzargli in testa...
"scommetto che è piacevole addormentarsi ascoltando i grilli"
ma esistono ancora i grilli? gli errori che l'umanità ha compiuto nel passato, portando la propria e le altre specie quasi sull'orlo della distruzione, hanno risparmiato queste creature? senza una vera e propria risposta, dex si mette di nuovo in discussione e riprende il suo viaggio.
e questa volta decide di inoltrarsi nella metà non antropizzata di panga, alla ricerca di un vecchio santuario in cui forse, potrà ascoltare il canto dei grilli dal vivo e magari trovare una risposta a quel senso di insoddisfazione che non lə da mai tregua. e qui, nelle terre selvagge, dex incontra lə più improbabile dellə compagnə di viaggio, un robot, o meglio un wild-buit (cioè un robot costruito senza l'intervento umano) di nome mosscap che vuole tornare tra gli esseri umani - dopo decenni in cui le due specie si sono allontanate - per scoprire di cosa hanno bisogno nella loro vita.

l'incontro - un momento di portata storica per tutto panga - è un po' buffo e impacciato ma, in qualche modo, dex e mosscap decidono di continuare il loro viaggio insieme. e qui, nella bellezza della natura selvaggia che si riappropria di sé stessa e dei suoi spazi, tra la strana coppia nasce una bellissima, lunga serie di dialoghi e riflessioni sull'essere al mondo, sulla propria natura - umana o robotica - e sul rapporto con le altre forme di vita, sui propri desideri e bisogni, sui ricordi e sulle prospettive future, sulla consapevolezza, sul senso e sullo scopo della propria stessa esistenza.
per chiunque sia nato e cresciuto nell'infrastruttura umana è difficile assimilare davvero il fatto che la sua visione del mondo in realtà è a rovescio. anche se sa bene di vivere in un mondo naturale che esisteva prima di lui e che continuerà a esistere molto dopo. pur essendo consapevole che lo stato selvaggio è la condizione predefinita delle cose e che la natura non è qualcosa che si verifica soltanto nelle enclave accuratamente curate fra le cittadine, qualcosa che appare negli spazi aperti se li si ignora per un po', anche se passi tutta la vita convinto di essere profondamente in contatto con gli alti e bassi, con il ciclo, con l'ecosistema com'è in realtà, avrai comunque difficoltà a visualizzare un mondo intatto. faticherai ancora a capire che i costrutti umani sono qualcosa di scavato e sovrapposto, che questi sono i posti che si trovano in mezzo, e non il contrario.
posso dire tranquillamente che questo sia uno dei libri più belli che abbia letto ultimamente. ne ho sottolineato pagine intere, ho adorato i personaggi, ho amato il mondo in cui si muovono e ho provato a immaginarlo, per quanto difficile possa essere. ma oltre all'aspetto più poetico - passatemi il termine - c'è quello che potrei definire più politico: un mondo che si è salvato grazie a una rivoluzione di stampo ecologico e spirituale in cui capitalismo e consumismo non esistono più, neppure come lontani ricordi.

un salmo per il robot (a psalm for the wild-built) fa parte di una serie in due volumi di cui in italia non è ancora stata pubblicata la seconda parte (a prayer for the crown-shy), in cui continua il viaggio di sibling dex e mosscap.
spero sinceramente che mondadori decida di pubblicare un volume con entrambe le novelle, ritraducendo anche questa prima parte della storia ma, eventualmente, mi andrebbe benissimo anche un secondo volume nell'edizione urania. insomma, qualsiasi cosa purché possa continuare il viaggio di sibling dex e mosscap.