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mercoledì 8 aprile 2026

la salvezza di aka

«fin dove vuoi arrivare?»

«fin dove le mie guide mi conducono benevole»


a ogni romanzo di ursula k. le guin che leggo, il mio amore per lei cresce. le sue storie, il suo modo di scrivere e soprattutto quello di costruire mondi e le umanità che li abitano sono diventati ormai rifugi mentali sicuri e confortevoli in cui estraniarsi dalla realtà, lasciare spazio e tempo al cervello di pensare, ragionare, riflettere, imparare e tirare un momento il fiato.

ne la salvezza di aka, ultimo romanzo del ciclo dell'ecumene (ma non l'ultimo di questa collana di ristampe - che non ha seguito l'ordine originale dei libri - in cui è già uscito da qualche giorno anche la città delle illusioni), ritroviamo tutti i temi cari all'autrice: l'esplorazione di mondi e delle loro civiltà, l'anticolonialismo, la ribellione verso le leggi ingiuste, la critica al capitalismo.
leggere questo libro mi ha fatto tornare indietro agli anni dell'università, allo studio dell'antropologia culturale, al piacere di scoprire sistemi di pensiero altri rispetto al proprio e di scoprire nell'alterità qualcosa di sé. che è quello che succede a sutty, osservatrice dell'ecumene e protagonista del racconto.

il mondo di origine di sutty è il pianeta terra - che, a beneficio di chi non ha molta confidenza con l'universo dell'ecumene, non è il mondo originario dell'umanità ma una colonia hainiana - travolto dal fanatismo religioso unista, che ha messo al bando con violenza ogni idea contraria al pensiero dominante.
studiosa di storia e linguistica, e inviata su aka, a sutty è stato affidato il difficilissimo compito di osservare e studiare un'altra cultura praticamente cancellata: se sulla terra unismo è stato sinonimo di distruzione sistematica di ogni religione altra, ma anche di ogni idea non conforme all'ideologia imposta, su aka il totalitarismo si basa su una secolarità assoluta, un rifiuto categorico di ogni religione e spiritualità e, più in generale, di tutto ciò che è considerato retrogrado e improduttivo.
nei fatti, il nuovo stato-azienda ha completamente bandito il passato.
non soltanto sono stati eliminati i vecchi libri e la scrittura stessa, considerata portatrice di idee reazionarie, ma anche il modo di parlare e di vivere dellə abitanti sono stati piegati al nuovo obiettivo di creare dellə cittadinə che si limitino ai loro ruoli essenziali di produttorə e consumatorə (produttorə e consumatorə di un certo tipo di prodotti che corrisponde all'ideale consumistico promosso dallo stato-azienda di aka, quindi anche il rapporto con la creazione e l'utilizzo degli oggetti è cambiato drasticamente), in un'esaltazione fondamentalista del progresso economico.

giunta alla sua destinazione ufficiale, sutty si rende conto di quanto le sue competenze siano inadeguate: cosa può fare una storica immersa in una civiltà che ha deciso di rinnegare la sua storia? cosa può indagare una linguista con un popolo che ha trasformato repentinamente e attraverso un'imposizione dall'alto la sua lingua?
quello che sembra un fallimento annunciato però si trasforma in una grande opportunità: contrariamente a ogni aspettativa, sutty riceve il permesso di esplorare un'altra zona del pianeta.
okzat-ozkat era un luogo sicuro dove vivere, sicuro in modo patetico. era una povera cittadina di provincia, trascinata nella scia tumultuosa del progresso akano, ma abbastanza arretrata da conservare ancora resti sbrindellati del vecchio modo di vivere, dell'antica civiltà.
in questo villaggio tra le montagne, lontano dalle città e dalle imposizioni del nuovo sistema, sutty diventa immediatamente ospite e amica dell'anziana iziezi e del suo giovane nipote, akidan. vivendo con loro, seguendolə nelle diverse attività della giornata e incontrando altre persone (come lə maz, sorta di guide spirituali e non, depositarə della conoscenza), poco a poco sutty inizia a scoprire la realtà precedente e a intravedere il complesso - e ovviamente nascosto - sistema di preservazione della cultura originaria di aka.
la resistenza alla cancellazione della memoria si lega profondamente alla conservazione non soltanto del suo passato ma anche, e soprattutto, a una prospettiva sulla realtà denominata la narrazione, un sistema di pensiero che si avvicina alle idee di religione e filosofia ma che è, in realtà, ancora più ampio.
qualunque cosa fosse, quello che stava cercando di scoprire, di apprendere, non era una religione con un credo e un libro sacro. non si occupava di fede. tutti i suoi libri erano sacri. non si poteva definire con simboli e idee, per quanto i suoi simboli e le sue idee fossero bellissimi, abbondanti, interessanti. e non si chiamava "foresta", sebbene a volte la chiamassero così, né "montagna", sebbene a volte la chiamassero così, ma perlopiù, a quanto le risultava, era chiamata "la narrazione".
il passato che lə abitanti di okzat-ozkat cercano di difendere non è semplicemente qualcosa che era e che ormai non è più, ma è la base necessaria affinché possa ancora esistere la loro stessa identità e il loro futuro.
«noi non siamo fuori dal mondo, yoz. lo sai? noi siamo il mondo. siamo la sua lingua. così noi viviamo e il mondo vive. capisci? se non diciamo le parole, cosa c'è nel nostro mondo?»
una buona parte del romanzo diventa, a questo punto, una sorta di diario di campo di sutty, in cui al resoconto dei fatti si affiancano appunti, ragionamenti e dubbi su quello che pian piano la studiosa scopre. e se state pensando che una cosa così sia noiosa, siete completamente fuori strada. in queste pagine le guin trasforma un momento di stasi in un vero e proprio viaggio in profondità nella comprensione di aka, di conoscenza del suo passato attraverso tutto ciò che lə suə abitanti sono riuscitə a salvare: miti, storie, memorie, poesie.
e questo momento è, per sutty, fondamentale per il viaggio - letteralmente inteso - successivo verso la vetta del silong, l'enorme montagna che domina il villaggio, alla scoperta del cuore segreto di aka e del suo rapporto complesso con la civiltà hainiana e con la terra.

senza scendere troppo nei dettagli della trama, è in questo rapporto che le guin racconta l'atroce realtà che sottende al colonialismo. se c'è una violenza palese ed evidente nella presa di possesso di uno spazio da parte dei coloni - tanto negli immaginari fantascientifici quanto nella nostra storia e, purtroppo ancora, nel nostro presente - c'è un'altra forma di sopraffazione e annichilimento che è quella del pensiero: chi si impossessa della terra, degli spazi, delle risorse, chi annienta ecosistemi, animali e esseri umani per i propri scopi, allo stesso tempo cancella memorie, idee, credenze, religioni, valori, parole, poesie, identità, interazioni tra esseri viventi e ecosistema le cui radici si perdono in quel passato che il nuovo dominatore presente deve rimuovere per costruire il suo futuro.

è questo il filo su cui scorre la storia de la salvezza di aka, e non è un caso che proprio questo romanzo chiuda il ciclo dell'ecumene, una lunga serie di storie di colonizzatorə e colonizzatə, di incontri e scontri su mondi differenti, di infinite possibilità in cui l'umanità può declinarsi una volta innestata su un nuovo mondo.

giovedì 26 febbraio 2026

some desperate glory ~ l'ultima eroina

finché abbiamo vita, il nemico dovrà temerci.

aspettavo di leggere some desperate glory (tradotto miseramente come l'ultima eroina) di emily tesh praticamente da quando è stato annunciato come il vincitore del premio hugo nel 2024, complice anche il fatto che l'avevo visto girellare nella mia bolla accompagnato da commenti entusiasti.
non è un romanzo perfetto, anzi, ci sono alcune cose parecchio ingenue, ma i punti di forza del mondo che tesh ha creato e soprattutto dellə suə personaggə riescono ad alzare la media così tanto da mettere in ombra tutto quello che poteva essere migliorabile.

il racconto si apre su gaea, l'ultimo avamposto di resistenza umana al majoda, un sasso inospitale sperduto nello spazio, trasformato in colonia. la terra è stata distrutta dai majo e lə pochə superstitə hanno avuto due scelte: collaborare con chi ha sterminato la loro specie o progettare la vendetta. in questi pochi decenni di esistenza, gaea ha sviluppato una cultura totalmente militarista ed estremamente gerarchizzata fondata sull'odio verso i majo, sull'onore e la disciplina. l'unica ambizione possibile, per chi vive qui, è diventare un soldatə capace di ripagare il nemico per l'assassinio del suo pianeta madre. chiunque non sia abbastanza forte, agile, veloce e resistente, può lavorare per il mantenimento delle strutture che reggono in piedi la colonia o, se donna, può partorire futurə soldatə.

kyr è nata qui ed è nata per essere un soldato, una perfetta macchina di morte addestrata fino al midollo per vendicare la sua intera specie. il suo corpo è frutto di incroci che - dopo la perdita delle conoscenze umane in materia di bioingegneria - servono a garantire umani grandi, forti, veloci e resistenti. e obbedienti. ha appena diciassette anni, ma su gaea è grande abbastanza da sapere che sta per ricevere la sua assegnazione, che il suo destino sta per compiersi, che tutta la sua vita fatta di sacrifici e allenamenti avrà finalmente un significato, sicura che sarà mandata nei reparti di combattimento.
ma quando l'illusione crolla e scopre che tutto quello in cui ha sempre creduto l'ha tradita, kyr fa quello che mai avrebbe immaginato.

da questo momento la trama prende un risvolto totalmente inaspettato. la rigida semplicità di gaea, la storia della sua recente fondazione e il suo funzionamento vengono scandagliati, dispiegati e svelati man mano che la vicenda va avanti in modi imprevedibili. e, contemporaneamente, cambia anche kyr.
fin da subito è una personaggia indubbiamente affascinante, anche quando, soprattutto all'inizio, non riusciamo a condividerne le idee. tesh riesce a farci entrare pienamente nel sistema di valori di kyr, nel suo modo di pensare e di vivere, ce la mostra come una persona reale e complessa, capace di mettere in discussione la sua intera esistenza e di compiere scelte radicali.

nel corso della storia, kyr sviluppa un mondo interiore e una morale basandosi esclusivamente sulla sua esperienza e sulla sua capacità di osservazione, che si affina sempre di più. kyr impara ad ascoltarsi, a provare dei sentimenti e a riconoscerli per quello che sono, si libera dei dogmi di gaea e dalle convinzioni che ha incorporato e si dà una nuova forma.

dietro gli universi di some desperate glory, dietro la loro storia e le loro tecnologie, emily tesh racconta un'umanità futura ancora strettamente dipendente da una cultura fortemente gerarchica, patriarcale, machista, razzista e misogina e il messaggio sotteso è chiaro: non può esistere un'ideologia militarista e patriottica (e quindi, diciamolo brutalmente, di destra) che non sia profondamente oppressiva e discriminatoria perché l'una è necessariamente il rovescio dell'altra. tesh racconta un fascismo interpretato in chiave pangalattica che, nonostante l'allargamento fisico e culturale dell'orizzonte in cui si muove, continua a riproporre i leitmotiv che ben conosciamo e che poco hanno, purtroppo, di immaginifico.

ma tesh va oltre e, a un certo punto, facendoci riflettere sull'essenza stessa della saggezza, delle sue decisioni e dei motivi stessi che hanno spinto il majoda a crearla, si interroga sulla natura del potere, di chi lo detiene e di come lo utilizza. la saggezza mira a creare una realtà che è la migliore di quelle possibili - altro concetto che non possiamo che avere ben chiaro, soprattutto nelle sue contraddizioni - ma che inevitabilmente porta al paradosso che qualsiasi migliore-dei-mondi-possibili comporta ingiustizia, violenza e sopraffazione per una parte della realtà. e quindi?

la conclusione c'è, tanto nella storia quanto, auspicabilmente, in chi legge. some desperate glory è un viaggio che si muove, prima ancora che nello spazio, nelle possibilità che ci dà la capacità di comprendere le strutture che abitiamo.

lunedì 15 settembre 2025

il fuso scheggiato - lo specchio rammendato

qualunque sia la nostra storia, dobbiamo trarne il meglio: e se quella storia fa schifo, be', allora possiamo provare a fare del bene prima di andarcene.
e se questo non basta, se in fondo al nostro cuore avido ed egoista bramiamo di più, io ho un solo consiglio: scappare, e non fermarsi mai.

non so quanto sia lecito parlare di retelling quando parliamo degli ultimi due libri di alix e. harrow, il fuso scheggiato e lo specchio rammendato.
ok, quella di “retelling” è una categoria comoda, utile a dare un’idea di qual è il contenuto di questi due mini romanzi, categoria che però - cosa che (per fortuna) vale un po’ per tutte le categorie utilizzate negli ultimi anni in editoria: utili per piazzare i libri sugli scaffali, meno per definire esattamente una storia e perimetrarla in un “genere” preciso - non riesce a contenere quello che sono davvero.

e dunque - ok claudia, abbiamo capito come la pensi su questi hashtag, ora basta - cosa sono il fuso scheggiato e lo specchio rammendato? io direi un ibrido fantasy/sci-fi (à la star wars, per intenderci. cioè: una spiegazione fanta-scientifica, fidati, c’è. e se non sembra avere troppo senso, stacce.) in cui il mondo reale, qui incarnato dalla protagonista zinnia gray, si intrufola nel mondo delle favole, che viene immaginato come un catalogo di possibili esistenze: alla nostra realtà si sommano gli universi generati dalla narrazione. questo multiverso si espande ogni volta che il nocciolo di una fiaba - il suo nucleo fatto di archetipi e topoi narrativi, o di “mitemi”, per rubare una parola a lévi-strauss - viene rielaborato da una specifica sensibilità, cioè quella dellə narratorə immersə nel suo preciso contesto storico-culturale.

alix e. harrow riprende uno dei rami fondamentali degli studi di antropologia/etnologia, ovvero quello che si occupa del racconto popolare - declinato tanto nell’ambito sacro, il mito, quanto in quello secolare, cioè la fiaba/favola - come espressione storicamente situata delle strutture culturali, degli equilibri di potere e dei sistemi di valori e credenze di un popolo.

e, a riprova del fatto che il mito/la fiaba è cosa viva e pulsante ancora capace di raccontare il quotidiano e le sue tensioni, harrow la reinterpreta dandole la sua voce di donna del XXI secolo.
(era molto più veloce chiamarlo “retelling”? ovvio. ma siamo davvero troppo stanchə di appiattire tutto alla sua più brutale semplificazione. e poi un blog non è un social e qui nessun algoritmo ci punisce per essere troppo verbosə. e se anche fosse, ‘fanculo.)

fine pippone.
alle ragazze romantiche piace la bella e la bestia; a quelle tradizionaliste piace cenerentola; a quelle dallo stile gotico piace biancaneve.
solo alle ragazze destinate a morire presto piace la bella addormentata.
zinnia gray è una grande appassionata di fiabe fin dall’infanzia, ha una laurea in antropologia con una specializzazione sulla narrativa popolare e la sua fiaba preferita è la bella addormentata perché zinnia gray è una ragazza destinata a morire presto.
se sul capo di aurora/rosaspina pendeva la condanna di una maledizione (ti pungerai il dito con un fuso e dormirai per cento anni), a zinnia gray le cose vanno peggio perché fin dalla nascita le è stata diagnosticata la malattia generalizzata di roseville. eziologicamente collegata all’inquinamento ambientale - sentite la puzza dell’hashtag #climateficion? - la mgr non ha mai concesso a nessunə di sopravvivere abbastanza di festeggiare il ventiduesimo compleanno. e, all’inizio della storia, zinnia gray è impegnata a soffiare su ventuno candeline, attorniata da gente che sembra più convocata a un funerale che invitata a una festa.

gray di nome e, per quello che riguarda la sfera sessuo-affettiva, di fatto (le personagge di queste storie sono molto queer e ci piace tantissimo), accanto a zinnia c’è l’onnipresente charme, la geniale fichissima amica lesbica che tutte vorremmo (e di cui, probabilmente, tutte ci innamoreremmo almeno un po’), che per l’occasione ha organizzato una festa a tema bella addormentata, con tanto di rose e di immancabile fuso.
ed è proprio quel fuso che permette a zinnia - stanca di vivere sapendo che dovrà morire presto - di attraversare il confine tra il suo universo e quello delle favole.
come inchiostro che, dopo aver calcato troppo le stesse parole, si trasferisce da una pagina a quella successiva, come spiega lei stessa, zinnia si ritrova proprio dentro la storia di primerose, una delle tante versioni de la bella addormentata alle prese con il suo implacabile destino di principessa maledetta.

non vi racconto la trama perché entrambi i romanzi - il secondo si ispira alla fiaba di biancaneve, focalizzandosi soprattutto sulla storia della strega cattiva, cosa che ho apprezzato moltissimo - sono scritti con un ritmo incalzante e una prosa molto scorrevole e colloquiale, perfetta per rendere la voce della narratrice/protagonista (che non lesina parolacce quando serve). insomma, vi ritroverete alla fine quasi senza accorgervene (ma con la voglia di leggerne ancora!).

volevo però concentrarmi su alcuni temi attorno cui harrow ricama tutto il suo racconto.
la storia della bella addormentata è, per antonomasia, la metafora della totale mancanza di potere decisionale delle donne - aurora/rosaspina che dorme per un intero secolo - ma anche dell’odio delle donne per le donne - è una fata a maledirla.
e però... se inventassimo altri modi per leggere questa storia? anzi, meglio, di raccontarla? perché le fiabe non possono restare congelate a una sola epoca, intrappolate nelle parole di un solo narratore. possono - e devono! - cambiare, adattarsi al presente perché il loro scopo è raccontarlo e dare indicazioni per poterlo vivere al meglio.
e la prima cosa che deve cambiare, adesso, è proprio il rapporto tra la principessa e il narratore, perché essere protagonista di una storia narrata in terza persona non è sempre una condizione auspicabile.

infatti, se da un lato il narratore dà alle principesse protagoniste delle fiabe tradizionali grazia, bellezza e altre doti e virtù, se le rende capaci di affrontare e superare momenti molto più che difficili (scappare da un cacciatore attraverso il bosco, sprofondare in un sonno magico a causa di una maledizione, sopportare le angherie di una matrigna e due sorellastre crudeli, perdere la propria voce, eccetera) arriveranno sempre e comunque a quel “e vissero felici e contenti” che qualcuno ha scritto per loro.

e in ogni favola, quale che sia la principessa e la sua storia, felicità e contentezza si traducono sempre allo stesso modo: il matrimonio con un bel principe (di solito quasi del tutto estraneo), mentre la cattiva - una strega o una matrigna, guarda caso sempre una donna - subisce una qualche spaventosa e sadica punizione. fine.

ma davvero questo è quello che sogna ogni principessa? sposare uno sconosciuto col mascellone appena compiuti i sedici/diciotto/ventuno anni, fare dei bambini e vivere per tutto il resto del tempo all’ombra di un re - o di una principessa più giovane e bella? harrow sottolinea un punto fondamentale: la protagonista, per quanto fondamentale nella sua fiaba, non ha alcun potere decisionale (così come ogni strega/matrigna cattiva non può che essere cattiva: invidiosa e gelosa di un’altra donna più bella/giovane/fortunata di lei. quanto è difficile immaginare rapporti di amicizia e sorellanza tra donne? quanto è più facile immaginarle sempre in lotta tra loro per un qualche riconoscimento dato da una società maschilista?).

la storia è scritta per lei ma modellata sui modelli familiari e sociali di un non meglio precisato medioevo che, ancora, influenza anche il nostro tempo e le nostre aspettative.

il fuso scheggiato e lo specchio rammendato sono abitati da personagge che vogliono scardinare i meccanismi su cui si basano le loro storie, sfuggire dal loro destino e liberarsi dai ruoli che qualcuno ha scelto per loro.

ma harrow va oltre il tema dell’autodeterminazione e ne introduce uno che è, forse, ancora più inusuale nel mondo delle favole: quello della sorellanza.
le donne di queste storie non si accontentano di trovare il loro personalissimo lieto fine, ma mettono ogni cosa a repentaglio per liberare le altre. e, personalmente, questo è l’aspetto che ho amato di più in questi romanzi: non più eroici cavalieri che raggiungono il loro obiettivo a colpi di spada, ma donne - principesse, fate, streghe, viaggiatrici del multiverso, amiche e innamorate - che usano le strutture del sistema (narrativo, fisico e sociale) per piegare realtà e aspettative e salvarsi. insieme.

in almeno un paio di passaggi, questi romanzi mi hanno sorpresa parecchio, così come mi hanno dato un sacco di spunti di riflessione sul ruolo dei narratori e delle protagoniste. mi sembra che questi due libri di harrow rispondano alla domanda: cosa succede alle fiabe se lasciamo che siano le donne - libere dalle oppressioni sociali e dalle aspettative legate al loro genere, o almeno consapevoli della loro esistenza! - a raccontarle?

riprendersi la voce che qualcuno ci ha tolto è sempre il primo, fondamentale passo per prendere consapevolezza delle storture che ci circondano, per iniziare un processo di decostruzione e di realizzazione di alternative più vivibili. e se a insegnarci questa cosa sono due romanzi così - divertenti, appassionanti, semplici e leggeri, adatti anche alle lettrici (e, si spera, ai lettori) più giovani, allora tanto di guadagnato.

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venerdì 30 maggio 2025

commenti randomici a letture randomiche (91)

la pila dei libri presi al salone mi tenta moltissimo, e mi tenta moltissimo quella dei libri che mi sono portata su da casa l'ultima volta che sono tornata. e in generale, mi tenta qualsiasi libro sia ancora negli scaffali dei libri-da-leggere. mi sento ancora frastornata da un sacco di cose e faccio fatica a scrivere, vorrei solo stare ore e ore e ore a letto abbracciata al mio pupazzo preferito a leggere.
ma, allo stesso tempo, la pila dei libri-che-ho-letto-e-di-cui-voglio-parlare cresce e mi guarda malissimo. quindi provo a raccontarvi un po' delle mie ultime letture mentre ricarico le batterie quel che basta per affrontare un po' di idee che ho per il blog...

 la mappa dell'altrove di emily wilde 
bisognerebbe essere dei veri idioti per sposare una creatura fatata. sono poche le storie in cui un'unione di questo tipo va a finire bene, mentre ce ne sono migliaia che si concludono con la pazzia o una morte atroce e prematura.
ovviamente sono anche sempre cosciente di quanto sia ridicolo che un re delle fate abbia chiesto a me di sposarlo.

qualche settimana fa è uscito il secondo libro dedicato al mondo di emily wilde, la miglior driadologa in circolazione nonostante il suo carattere scontroso e la sua scarsa capacità di attenersi alle norme sociali. e ammetto che è proprio per questo - ma non solo - che la cara emily e i suoi diari mi erano mancati.
emily wilde è un po’ la personificazione del cliché dellə scienziatə fuori dal mondo, ferratissimə nel suo campo ma in estrema difficoltà quando si tratta di gestire i rapporti interpersonali o curare il proprio aspetto quel tanto che basta a evitare sguardi indagatori e giudicanti. nonostante sia, appunto, un po’ un cliché, emily è molto più di una macchietta o di una maschera da teatro: heather fawcett è riuscita a sviluppare tanto bene la sua personaggia da renderla a tutto tondo, un mix ben dosato di goffaggine, intelligenza ed erudizione (in merito al mondo delle fate, ovvio).
 
la mappa dell’altrove di emily wilde è il libro-di-mezzo della serie e un po’ si avverte questo suo ruolo di connettore tra il primo romanzo, che ha gettato le basi per costruire questo mondo a metà strada tra il cozy fantasy e il light academia (eh, visto che brava che sono che inizio a imparare i nomi dei vari sottogeneri?), e il capitolo conclusivo (che la sottoscritta non vede l’ora di leggere).
molte situazioni, infatti, restano un po’ sospese ed è chiaro che ci stanno preparando al finale della storia, ma comunque resta un romanzo estremamente godibile, anche se forse un pelino meno del primo.
inevitabilmente in questo post ci saranno degli spoiler sul primo libro.
 
oltre alla nostra protagonista, al suo wannabe-promesso-sposo wendell bambleby, e al mio adoratissimo shadow, il grosso cagnolone nero che accompagna emily nelle sue avventure e che è, in realtà, un gramo, compaiono due personaggə nuovə: il professor rose, driadologo della vecchia guardia, con cui emily ingaggia - o viene ingaggiata in - schermaglie circa i loro metodi di ricerca (estremamente differenti), e infine ariadne, la giovane, immatura e entusiasticamente affascinata dal popolo fatato, nipote di emily.
 
ne la mappa dell’altrove di emily wilde la missione che porta avanti la trama del racconto diventa triplice: ufficialmente la nostra driadologa, che ha ormai raggiunto una certa notorietà ed è ufficialmente una professoressa a cambridge, sta compilando il suo atlante delle porte che conducono al mondo delle fate. meno ufficialmente sta indagando, insieme a bambleby, per ritrovare la porta che lo conduca al suo regno, la silva lupi, e gli permetta di riottenere il trono che gli è stato usurpato dalla sua matrigna, che è riuscita a “lanciare” su di lui una maledizione che sembra non lasciare scampo e che terrorizza emily.
per riuscirci, hanno seguito le impronte di danielle de gray, studiosa scomparsa misteriosamente da decenni, forse smarrita in un qualche regno fatato, che aveva teorizzato l'esistenza di uno snodo, cioè di una porta capace di collegare contemporaneamente il nostro mondo e diversi mondi fatati, sulle alpi austriache.
 
ai temi della ricerca e dell’indagine sui misteri, si accosta inevitabilmente quello della storia d’amore tra emily e bambleby che, grazie al cielo, heather fawcett sintetizza in poche pagine sparse qua e là, risparmiandoci i dettagli, mentre il grosso delle loro interazioni mantiene il tono più leggero del primo libro. anche il fatto che lə comprimariə di emily siano tre ripartisce in qualche modo lo sviluppo della sua personaggia: il suo lato romantico, che cresce all’intensificarsi e chiarirsi dei suoi sentimenti verso bambleby; la emily-studiosa che diventa sempre più sicura di sé e del suo metodo di ricerca attraverso il confronto con il professor rose; e infine il rapporto con ariadne che sembra essersi unita alla spedizione per permettere a emily di crescere come persona, di diventare un’adulta capace di prendersi cura dellə altrə e di imparare a gestire le relazioni interpersonali - cosa in cui non ha mai raggiunto risultati eccellenti…

la storia, quindi, procede con un ritmo serratissimo: ci sono misteri da risolvere, un re delle fate da salvare, creature magiche mai incontrate prima, porte fatate da attraversare, regni incantati e pericolosi da esplorare e una domanda fondamentale - mi vuoi sposare? - a cui rispondere. nonostante sia chiaramente percepibile la doppia tensione che lega questo romanzo da un lato al primo libro e dall'altro al capitolo conclusivo, la mappa dell'altrove di emily wilde è una lettura molto piacevole, un romanzo che fa divertire, commuovere e che spesso ci lascia con il fiato sospeso per diverse pagine.

 suoni ancestrali 
d'improvviso fu colta dall'angoscia. e se il pubblico ci rimanesse male? per renderlo storia, il mito avrebbe dovuto necessariamente essere messo a nudo. [...] altro che un onore! quella faccenda era un tranello, forse il peggior progetto della sua vita. le sarebbe toccato adattare il mito alla storia, far corrispondere i canti ai risultati degli scavi. un inferno, pensò. trovava infatti intollerabile che le fantasie distorcessero la realtà storica. i morgondi erano troppo amati.

la cosa che mi ha attirata di più verso suoni ancestrali era la strana commistione di archeologia e storia e fantastico, che poi si è svelato essere più distopico che fantasy in senso stretto.
ammetto subito che non è stato uno dei miei best of del momento ma mi è piaciuto abbastanza da farmi venire voglia di recuperare il primo romanzo di perrine tripier (le guerre preziose), soprattutto per le doti stilistiche che l'autrice ha dimostrato e che sono state, probabilmente, la cosa che mi ha stupita di più durante la lettura.

il punto del romanzo è: in che modo possiamo utilizzare la nostra capacità di scoprire il passato? a cosa serve guardarci alle spalle e imparare a conoscere chi siamo statə? le risposte si possono riassumere in due atteggiamenti contrapposti. il primo è quello più critico, quello cioè che tiene conto tanto della grandezza e dei successi dellə nostrə antenatə quanto dei loro errori, così da riconoscerli, riscattarli e sapere come evitare di commetterli di nuovo (cosa che, a guardare le cronache dell'ultimo anno e mezzo, pare solo una bella ma irrealizzabile utopia). il secondo atteggiamento è quello più facile e immediatamente soddisfacente: prendere dal passato solo quello che ci fa comodo e usarlo a nostro vantaggio, per propagandare un'idea di noi tanto magnificente quanto falsa.

in un non meglio precisato impero, un evento fortuito permette di scoprire una città antichissima, risalente forse all'epoca dei morgondi, i leggendari antenati dell'imperatore e del suo popolo. questa profusione di maschili non è frutto di una distrazione: i morgondi sono stati valorosi guerrieri, navigatori e cacciatori di balene, tutti rigorosamente maschi. è degli eroi morgondi che parlano le favole, non di eroine, di cacciatrici o navigatrici.
a sovrintendere gli scavi, però, è una donna, la storica martabea che, da un giorno all'altro, si vede accordare dal capriccioso, volubile e spesso ridicolo imperatore un favore dopo l'altro: una casa sontuosa, un autista privato, abiti lussuosi, feste esclusive. in cambio, l'imperatore non chiede altro che poter inserire qualche frase scritta di suo pugno nei bollettini che martabea deve compilare regolarmente per tenere a bada il popolo, costretto a pagare nuove tasse per finanziare i lavori. che sarà mai, in fondo?

la civiltà morgonda svela meraviglie a ogni sacco di sabbia scavato via: architetture colossali e raffinatissime, cimiteri mitici, statue di pregevolissima fattura, straordinari strumenti a fiato e un intero immaginario epico da cui l'impero tutto può attingere. è questo quello che vuole l'imperatore: una nuova mitologia che diventi il fondamento legittimo del suo potere, un legame diretto - storico e genetico - con quella popolazione così progredita e valorosa, che riversi su di lui la stessa grandezza che quelle rovine riescono a riecheggiare dal passato.

ma dove sono le donne morgonde?
rispondere a questa domanda significa aprire un armadio in cui è conservato ben più di uno scheletro. e martabea sarà posta davanti alla scelta più importante non solo della sua carriera di accademica ma del suo essere al mondo come persona oltre che come donna.

la cosa più notevole durante la lettura è stata, per me, il repentino cambio di tono. inizialmente la penna di perrin è elegantissima, aulica, quasi stucchevole. la scrittura si arriccia su sé stessa in volute barocche, inanella immagini evocative una dopo l'altra, sceglie le parole con infinita cura perché tutto sia bello. poi, nel momento in cui il proseguire dei lavori di scavo toglie la maschera alla realtà, la penna si impiglia in testimonianze così sconvolgenti e inaspettate da diventare incapace dei primi virtuosismi. la lingua diventa asciutta, veloce, schietta anche a costo di ferire. e ferisce, moltissimo.
la realtà si fa brutale e chiede una scelta: ammettere l'errore del presente e quello del passato e pagare per entrambi, o lasciare che questi continuino a essere reiterati, nascondendo sotto al tappeto la polvere e gli orrori.

il finale è stato spiazzante. e disperante.
leggete questo libro a vostro rischio e pericolo.
e poi arrabbiatevi.

 il lungo viaggio 
la galassia è regolata da leggi. la gravità, i cicli vitali di stelle e sistemi planetari, le particelle subatomiche; tutti seguono delle leggi. conosciamo le condizioni esatte che porteranno alla formazione di una nana rossa, o una cometa, o un buco nero. perché allora non possiamo ammettere che l'universo segua leggi altrettanto rigide anche per quanto riguarda la biologia? abbiamo scoperto la vita solo su pianeti e lune di dimensioni simili, che occupavano una ristretta fascia di orbite intorno a stelle adatte. se ci siamo evoluti tutti su pianeti affini, perché il fatto che abbiamo seguito cammini evolutivi simili dovrebbe sorprenderci?

la bellezza di questo libro è inversamente proporzionale a quella della copertina, che fa schifo. insomma, è meraviglioso .
ho conosciuto becky chambers con un salmo per il robot/un salmo per l'universo e me ne sono innamorata follemente. i suoi libri - compreso questo - hanno un'intelligenza, una sensibilità, una poesia e uno humor rari, che sinceramente non avrei mai pensato di trovare in associazione alla parola fantascienza. so che è un bias cognitivo che dovrei abbandonare (anzi, direi che dopo aver letto becky chambers ho iniziato a farlo), ma da un romanzo sci-fi mi aspetto sempre almeno un certo livello di tensione e azione che qui, anche quando c'è, si risolve velocemente, lasciando spazio a tutto il resto.
non che il lungo viaggio non sia un romanzo d'evasione, lo è, vuole esserlo e ci riesce benissimo, ma mi ha permesso di evadere in un modo tutto suo.

la storia inizia nel momento in cui rosemary harper, una giovanissima archivista, viene assunta sulla wayfarer, una nave attrezzata per aprire wormhole nell'universo e garantire un sistema di spostamenti veloci sempre più funzionale all'interno della comunità galattica. per rosemary non si tratta semplicemente di un nuovo lavoro, la wayfarer rappresenta per lei la possibilità di lasciarsi alle spalle la sua vecchia vita e tutto il dolore che le ha causato.
rosemary è un'umana, nata e cresciuta su marte, pianeta che gli esseri umani hanno colonizzato dopo che la terra è diventata praticamente inabitabile, e avventurarsi nello spazio significa anche entrare a contatto con specie differenti dalla sua. la differenza non è mai semplicemente una questione d'aspetto o di fisiologia. specie differenti di sapiens si sono sviluppate nell'universo in modi estremamente lontani uno dall'altro, nonostante le condizioni fisico-chimiche dei pianeti d'origine fossero simili.
corpi differenti con funzioni, abilità e necessità differenti significano anche culture e storie differenti che comportano abitudini, modi di pensare e di agire differenti, persino universi emotivi differenti.

l'attenzione che chambers dedica a ogni personaggiə mi ha fatto venire in mente la capacità che ha avuto ursula k. le guin di raccontare le società e gli individui che hanno popolato i suoi romanzi, il modo in cui ha ricostruito dietro ciascunə di loro intere culture, con un'attenzione antropologica puntuale e un'ottica anticolonialista che non si è mai abbandonata all'etnocentrismo.
chambers ha colto pienamente la lezione di le guin, ed è per questo che il lungo viaggio è un romanzo tanto straordinario.

per questo e per tutte quelle belle qualità che animano lə personaggə e che solitamente racchiudiamo nel termine umanità ma che mai come in questo contesto diventa un termine specista. pensiamo che la gentilezza, l'altruismo, la buona volontà, il coraggio, la rettitudine morale eccetera siano cose che appartengono solo a noi, che soltanto noi siamo riusciti a codificare un sistema etico degno di questo nome, a darci delle regole e a seguirle (o meno). chambers ci dice che non è così. che altre creature diverse da noi possono creare altri sistemi etici diversi, in varia misura, dal nostro ed essere comunque delle belle persone. belle persone che riescono a stare bene insieme, nonostante le loro differenze o forse proprio in virtù di quelle differenze, perché ognuna di loro ha qualcosa da dare alle altre, ognuna di loro può mostrare le cose da un punto di vista inedito e impensabile. e spesso, cambiare prospettiva è la migliore delle soluzioni che abbiamo per affrontare i momenti difficili e superare gli ostacoli.

se dovete scegliere un solo titolo tra questi tre, scegliete il lungo viaggio (il cui titolo avrebbe dovuto essere il lungo viaggio verso un piccolo pianeta arrabbiato ma... ok, non aggiungo altro sull'editore).
in realtà, anche se funziona benissimo come stand-alone, è il primo di una serie di cinque romanzi (va bene, non è vero che non aggiungo altro sull'editore) ma in italia sono arrivati solo i primi due (la pubblicazione si è interrotta cinque anni fa e dubito fortemente che vedremo il seguito, a meno che qualche altra casa editrice non recupererà i diritti, cosa che spero fortemente).

martedì 13 maggio 2025

intimità senza contatto

il contatto fisico è la principale causa del turbamento emotivo da cui è affetta la società umana. tramite i nostri studi ed esperienti abbiamo stabilito che esiste una correlazione positiva tra il valore di deviazione dalla condizione psicofisica ottimale di un individuo e la percentuale di contatto fisico interpersonale nella sua vita. in altre parole, le emozioni sono da considerarsi alla stregua di un virus trasmissibile per mezzo del contatto.

il genere distopico è uno dei miei preferiti, forse il mio preferito in assoluto. uno dei parametri - decisamente poco scientifico, ne sono consapevole - che uso per capire quanto una storia distopica funziona bene, è di solito il senso di malessere fisico che mi trasmette: se mi manca l’aria, mi viene una stretta allo stomaco e comincio a percepire una sorta di ansia crescente, vuol dire che funziona benissimo. il mio metro di paragone rimane 1984 di orwell, o meglio, le sensazioni che ho provato la prima volta che l’ho letto - avevo qualcosa come tredici anni, credo.
più una storia distopica mi dà quel tipo di coinvolgimento, più mi piace.

intimità senza contatto di lin hsin-hui mi ha dato, per tutto il tempo, quella strana sensazione di disagio che si trasforma presto in quel tipo di ansia che prende quando si percepisce un pericolo ma non si riesce a riconoscerlo esattamente, o non si riesce a valutare il rischio effettivo che si sta correndo (se avete mai sofferto di ansia, sapete benissimo di cosa sto parlando. in caso contrario, meglio per voi!).

siamo sul nostro pianeta, in un futuro lontano, forse nemmeno troppo. un'intelligenza artificiale estremamente sviluppata ha preso il controllo della terra e sostituito ogni governo, ed è riuscita lì dove gli esseri umani hanno sempre fallito: non ci sono più guerre né miseria, non esistono più malattie incurabili e ogni decisione viene presa con il preciso intento di permettere alla popolazione di vivere la propria vita al meglio, lontana da ogni pericolo.

certo, come da definizione, il progresso non è qualcosa che si raggiunge dall'oggi al domani. l'intelligenza artificiale ha avuto bisogno di tempo per raccogliere e analizzare ogni possibile dato al fine di trovare le soluzioni migliori per l'umanità.
eliminare ogni forma possibile di contatto tra le persone e, successivamente, risolvere il problema del decadimento fisiologico attraverso la procedura di bioibridazione: è questa l’ultima frontiera del percorso di perfezionamento delle creature biologiche e di superamento di ogni sofferenza e decadenza, che si comincia a delineare quando la nostra protagonista è ancora una bambina molto piccola.

la storia alterna due linee temporali: comincia nel presente, quando la nostra protagonista è già adulta, si è appena svegliata dopo l’intervento di bioibridazione e incontra per la prima volta il suo androide-partner, l’essere sintetico con cui trascorrerà tutto il resto della sua vita e con il quale potrà - anzi, dovrà - sperimentare di nuovo il contatto fisico.
con il passare dei giorni, riesce ad avere un controllo sempre maggiore del suo nuovo corpo bioibridato, un corpo perfetto, privo di ogni tipo di caratterizzazione somatica e sessuale, incapace di ammalarsi, soffrire o deteriorarsi. e, nel frattempo, cresce il suo tasso di sincronizzazione con l’androide, con il quale si ritrova a condividere ogni attimo della sua giornata e che mantiene con lei un contatto fisico praticamente costante, che si comporta un po’ come la voce della sua coscienza, un po’ come una guida all’interno del nuovo mondo in cui vivono solo quellə che hanno intrapreso la pratica di bioibridazione.

la seconda linea temporale è quella del passato, frammentata in una serie di flashback che segue la crescita della nostra protagonista e, al contempo, ci racconta le diverse tappe del progresso tecnologico che allontanano sempre più l’umanità dalla dimensione fisica del reale per limitarne le esperienze al solo regno del virtuale.
dall’annunciazione del contatto zero all’introduzione dei primi robot domestici e poi alla svalutazione degli spazi esterni all’ambiente domestico, fino alla totale traslazione di ogni possibile attività - esclusa quella lavorativa - all’incorporeità delle esperienze sintetiche.

la protagonista (e, in generale, tutti gli esseri umani) si ritrova così perfettamente isolata da chiunque altrə, prima nella realtà dei corpi completamente biologici ma limitati alle connessioni virtuali e poi nel nuovo mondo dei corpi bioibridati. è un crescendo lento e asfissiante, scandito dal tasso di sincronizzazione con l’androide che aumenta incessantemente. come due stelle legate in un sistema binario risucchiano una la massa dell’altra fino a portarla al collasso, così l’androide aumenta la sua assertività, la sua consapevolezza e, in definitiva, il suo potere sul suo essere umano.

non mi è sembrato affatto casuale che la protagonista, nonostante non abbia più alcuna caratteristica fisica né ruolo sociale che la definisca come donna, continui a pensare sé stessa al femminile e all’androide, da sempre privo di caratteristiche di genere, al maschile.
e, in effetti, il modificarsi dell’equilibrio all’interno del loro rapporto ci fa sempre di più immaginare lei con le fattezze di una donna e lui con quelle di un uomo. questo cambiamento lento, quasi impercettibile e spaventosamente subdolo ricorda in modo inquietante il progredire di quei rapporti uomo-narcisista-manipolatore/donna-vittima-manipolata che sono - con questa precisa struttura - purtroppo molto frequenti e noti.

ma il fulcro della riflessione di lin hsin-hui sta tutto nella riflessione del nostro rapporto con le tecnologie “intelligenti”: nel futuro di intimità senza contatto, l'umanità ha lasciato sempre più spazio e potere d’azione all'intelligenza artificiale che da semplice strumento di ausilio è diventata un'entità autonoma e pensante, capace cioè di elaborare, rielaborare ed elaborare ancora i dati a sua disposizione fino a raggiungere livelli forse anche superiori a quelli delle menti umane.
priva di emozioni, l’intelligenza artificiale non agisce per ambizione o desiderio di dominio - qualità squisitamente umana - ma semplicemente non conosce un limite ragionevole all’input iniziale, quello cioè di migliorare la condizione umana. proseguendo su questa strada, finisce per pervertire il suo compito, arrivando al paradosso che la migliore condizione umana - priva di dolore, sofferenza, odio, rabbia, eccetera - è quella in cui l’umanità svanisce del tutto.

il finale, che non vi rivelo, mi ha ricordato in modo doloroso l’amore che wilson smith prova, nelle sue ultime ore, per il grande fratello. e cosa c’è di più distopico di una realtà che riesce a farci amare volontariamente quello che ci distrugge?

lunedì 28 aprile 2025

negli universi

penso che, per qualcuno di noi, ci saranno momenti in questa vita in cui saremo in bilico sul confine tra l'andare e il restare, e da quale lato penderemo ha poco a che fare con le decisioni o il desiderio o il fato e tutto a che fare con le circostanze.

prima di leggere negli universi, se mi avessero chiesto cos'è la realtà? non ci avrei pensato più di tanto, avrei risposto che realtà è l'hic et nunc, lo spaziotempo che percepisco e in cui mi percepisco nell'esatto momento in cui mi viene posta la domanda. il passato è ricordo, nostalgia o rimpianto, il futuro solo immaginazione e qualsiasi ipotesi su quello-che-non-è-stato-ma-forse-avrebbe-potuto-essere nulla di più che sogni ad occhi aperti.
ma se accettiamo l'idea che di fianco al nostro esistano infiniti universi paralleli, allora la risposta a quella domanda cambia radicalmente: realtà inizia a significare tante cose e il presente può essere definito da un'infinità di possibili passati e portare a un'infinità di possibili futuri. forse migliori di quello che vedremo.

il romanzo di emet north prende le mosse proprio da questa idea. ad ogni capitolo l'esistenza di raffi si sposta da un universo all'altro. o meglio: raffi e la sua vita esistono in ogni universo e noi, ad ogni capitolo, ci spostiamo da uno di questi a un altro, leggendo alcune delle versioni possibili del suo essere al mondo. nella prima, raffi studia proprio gli universi paralleli e immagina che in qualcuno di questi le cose con britt, una scultrice che ha conosciuto per caso e di cui si è innamorata senza trovare il coraggio di fare anche solo un passo verso un possibile futuro insieme a lei, possano essere andate in modo diverso...
l'idea degli universi paralleli esiste tanto nella fisica quantistica quanto, ovviamente, nella fantascienza ma nel romanzo di emet north la scienza, attuale o immaginata che sia, c'entra poco.
è la volontà di redenzione che esplode la realtà e la scompone in un'infinità di possibili varianti di sé stessa. l'errore, la colpa e il bisogno di rimediare, di rimescolare gli stessi elementi ancora e ancora fino a trovare la combinazione esatta per cancellare il dolore, anzi, per evitare che possa mai essere stato.

di capitolo in capitolo e di possibilità in possibilità, infatti, alcuni elementi tornano come se l'esistenza stessa di raffi non potesse essere se non in correlazione a loro: relazioni familiari disfunzionali, cavalli argentati, l'essere queer (e accettarlo o non accettarlo), la presenza - e spesso la paura - dei cani, la creazione artistica, la riflessione sulle strutture della realtà, amori irrealizzabili e altri terminati. e poi raffi, britt, kay, alice, graham, caleb e tutti i possibili legami che possono tenerlə insieme in una delle possibili dimensioni temporali.

l'esistenza che si ricompone come un prisma i cui lati trovano nuovi angoli e punti di contatto nella speranza di trovare la forma adatta a farsi rifugio, quella in cui raffi non avrà sbagliato.
legge la parte del libro sui viaggi nel tempo che parla del tornare nel passato per salvare qualcuno che ami. "per quel che ne sappiamo", dice il libro, "è possibile solo se l'interpretazione a molti mondi della meccanica quantistica è vera. e se è vera, allora c'è già un universo parallelo in cui la persona che ami ora sta bene. e questo perché esiste ogni universo possibile. purtroppo, ti trovi in quello sbagliato.
c'è un universo in cui raffi pensa che in un altro universo aveva salutato quella bambina, invece di nascondersi. un altro in cui le ha chiuso la porta in faccia e ha distrutto tutto, un altro ancora in cui non ha risposto al telefono quando doveva. c'è un universo che è un incubo post apocalittico in cui gli animali sono posseduti da entità aliene e feroci e uno ancora dove diventare madre di una figlia femmina fa conflagrare il corpo delle donne in orde di animali. quello dove le donne partoriscono polpi e quello dei castelli di sabbia e uno in cui la pelle smette di funzionare.
in qualche modo, ognuno di questi contiene i presupposti dell'altro, come se fossero tutti concatenati, parte di una stessa struttura frattale, una forma che ripete sé stessa su scale differenti.

in ogni storia-universo, raffi mantiene un distacco quasi schizofrenico dalle sue stesse emozioni. per quanto tremende possano essere, per quanto dolore possa sperimentare, per quanto senso di colpa si ritrovi a trascinarsi addosso, raffi guarda alla sua interiorità come se stesse facendo un'analisi di laboratorio. o come se, in qualche modo, le differenti versioni di sé fossero coscienti della coesistenza di ogni momento di ogni universo nello stesso istante. se l'idea del multiverso rimanda immediatamente a quella di variazione, basta uno sguardo un po' più ampio per comprendere che la frammentazione e riformulazione del reale ha più a che fare con la permanenza e quindi con la conoscibilità di ogni dimensione temporale e di ogni possibile alternativa.

questo senso di onniscienza scavalca il limite materiale del romanzo in vari modi: mentre leggiamo, noi riusciamo a vedere il riproporsi dei diversi elementi in differenti combinazioni; raffi sembra riuscire a essere estranea a sé stessa e, allo stesso tempo, sembra indicarci di volta in volta quali sono i punti chiave di ogni storia, quelli a cui guardare per trovare le connessioni nel multiverso. infine, negli universi sembra riprendere la vita stessa di emet north: come le diverse raffi (o altrə personaggə) dei diversi universi, ha lavorato alla nasa, ha insegnato snowboard, ha addestrato cavalli, ha studiato la possibile esistenza del multiverso, è queer e traduce dallo spagnolo all'inglese, e cioè usa due diversi linguaggi-schemi di pensiero per traslare un racconto da una dimensione a un'altra.
negli universi è il suo primo romanzo, un esordio interessantissimo, letteralmente un meraviglioso caleidoscopio di parole.

martedì 15 aprile 2025

la falce dei cieli

le cose non hanno uno scopo, come se l'universo fosse una macchina, in cui ogni parte svolge una funzione utile. qual è la funzione di una galassia? non so se la nostra vita abbia uno scopo, e non mi pare che la cosa abbia importanza. la cosa che ha importanza e che noi siamo una parte. come un filo di lana in un tappeto, o un filo d'erba in un prato. quello esiste e noi esistiamo. la cosa che stiamo facendo è come il vento che soffia sull'erba.

ho sempre amato moltissimo il vecchio adagio che recita attenzione ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi, perché credo che riesca a riassumere al meglio l'idea che qualsiasi cosa, anche quella fatta con le migliori intenzioni, può portare a un concatenarsi di conseguenze via via sempre più spiacevoli, se non addirittura drammatiche e irreparabili.
la falce dei cieli di ursula k. le guin, da poco ripubblicato da mondadori, sì rifà proprio a quest'idea.

estraneo al ciclo dell'ecumene, la falce dei cieli gioca con l'immaginario fantascientifico per indagare l'interiorità degli esseri umani, il mondo psichico. anzi, più precisamente, la sua dimensione inconscia, che confluisce poi nel regno dei sogni.

è qui che george orr, protagonista del romanzo, riesce a fare qualcosa di impensabile: i suoi sogni - o meglio, alcuni di essi, che lui definisce efficaci - trasformano la realtà, agendo retroattivamente su di essa e cambiandola senza che nessunə, tranne orr stesso, ne sia consapevole.
orr è dunque sia l'unico (probabilmente) essere umano in grado di mutare il tessuto della realtà, sia un archivio vivente di tutte le realtà-che-sono-state e che si sono perse a seguito di uno dei suoi sogni efficaci.
un potere spaventoso che orr non può controllare, proprio come nessunə di noi può controllare i propri sogni. un potere che orr non vorrebbe avere.

ed è proprio per il desiderio di sottrarsi a tutto questo che orr finisce in cura da uno psichiatra, il dottor haber. entrambi, orr e haber, vivono in quello che, negli anni '70 del secolo scorso, per le guin era un futuro prossimo e per noi è già passato (ed è difficile dire da quale delle due prospettive è la più terrificante): è il 2002 e a portland, nell'oregon, dove paziente e medico vivono, piove sempre. la popolazione mondiale è troppo numerosa e la malnutrizione è inevitabile. il cambiamento climatico ha reso il pianeta inospitale, nonostante l'umanità si aggrappi a quella cosa che chiama vita con le unghie e con i denti, e la guerra sconvolge i paesi del sud-ovest asiatico (visto che possiamo evitare di chiamarlo medio oriente?).
nessuno dei sogni di progresso, di pace e di benessere mondiale è stato realizzato, anzi.
sogni di progresso, pace e benessere.
sogni.

la prima volta che orr rivela i suoi timori ad haber, è rassegnato all'idea di non essere creduto. sa che per chiunque altro è impossibile immaginare che i sogni di un uomo anonimo come lui possano avere un potere così grande.
ma haber è un uomo di scienza e, prima di etichettare orr come il solito psicotico con manie di onnipotenza, decide di metterlo alla prova. grazie a un macchinario di sua invenzione, l'aumentatore, spiega a orr di poter controllare i ritmi del suo cervello (chiedo perdono di questa mia spiegazione a ogni neurologhə che si ritroverà eventualmente a leggerla) e di poterlo portare a sognare in modo efficace ma controllato. questo primo esperimento convince haber della sincerità orr, e gli spalanca le porte all'opportunità di realizzare ogni possibile miglioramento nell'intera realtà sfruttando i sogni di orr.

haber e orr sono due personaggi diametralmente opposti: haber non dubita mai, neppure un momento, della legittimità delle sue azioni. è sicuro che modificare il mondo, agire sulla sua storia per trasformare il presente e tendere verso un futuro che sia il più possibile simile alla sua personale idea di bene, sia non soltanto una possibilità ma una sorta di dovere. haber deve agire. deve imporre il suo giudizio sul reale per piegarlo alla sua logica e ai suoi desideri, perché crede fermamente che questi siano la migliore soluzione per tuttə, anche quando il prezzo da pagare è tremendamente caro.

se haber è il mutamento, orr è l'equilibrio, la stasi perfetta, la migliore interpretazione possibile del termine medio. orr non si affida a ciò che crede ma a ciò che sa, e sa che nessunə, neppure nella peggiore delle situazioni, può decidere del destino di miliardi di esseri viventi. orr sa che non può affidarsi a uno strumento incontrollabile come i sogni e sa, soprattutto, che nessunə può distanziarsi così tanto dalla natura umana per mutarsi in dio. perché se a ogni cambiamento di continuum - come lo chiama haber - le memorie delle diverse realtà restano e si sommano nella mente di chi ha sognato o ha pilotato il sogno, la realtà per quell'individuo andrà sempre più disgregandosi, portandolo infine alla follia. perché è l'irrealtà a farci impazzire, il vuoto generato dal disfacimento del tessuto del reale e l'impossibilità di rimanere connessə allə altrə.
sapeva che quando si nega ciò che si è, si finisce con l'essere posseduti da ciò che non si è: dalle ossessioni, dalle fantasie, dalle paure che accorrono a colmare il vuoto.
la falce dei cieli è il romanzo più filosofico - se per filosofia intendiamo l'indagine intellettuale su ciò che esiste, sul come e sul perché esiste - tra quelli che ho letto di ursula k. le guin.
nella storia, i piani della realtà si sovrappongono e noi lettorə, proprio come orr e haber, ci ritroviamo nei panni di chi riesce a vedere in trasparenza tra tutti gli strati creati dai sogni efficienti, trovandoci sempre più disorientatə in una trappola multidimensionale di realtà sostituite.

per farla brevissima: l'ennesimo capolavoro di una scrittrice straordinaria.

giovedì 13 marzo 2025

il mondo di rocannon

come si può distinguere tra leggenda e realtà, su mondi che giacciono a molti anni di distanza dal nostro? pianeti senza nome, che i nativi chiamano semplicemente "il mondo"; pianeti senza storia, dove il passato è materia di mito e dove l'esploratore che vi fa ritorno scopre che le sua azioni di pochi anni prima sono diventate le gesta di un dio. un velo buio di irrazionalità si stende sull'intervallo di tempo che le nostre astronavi attraversano alla velocità della luce, e nell'oscurità proliferano l'incertezza e le esagerazioni, come erbacce.

il mondo di rocannon di ursula k. le guin è considerato il primo romanzo del ciclo dell’ecumene, una serie di romanzi autoconclusivi e di racconti - presenti in raccolte come ritrovato e perduto - le cui vicende sono indipendenti e che quindi possono essere in qualsiasi ordine, ma che condividono la stessa ambientazione, cioè l’universo colonizzato dal pianeta hain, il mondo di provenienza della specie umana.

da hain, l’umanità si è spostata in decine di pianeti e, nel corso del tempo, si è adattata ed evoluta sulla base delle necessità dettate dalle diverse condizioni ambientali dei mondi colonizzati. nonostante le differenze biologiche e culturali, che si sono sempre più accumulate nel corso dei secoli, è riuscita a riunirsi in quello che, appunto, si definisce ecumene, una colossale struttura sociale, politica ed economica. l’unità è garantita grazie a tecnologie di comunicazione - come l’ansible - e di trasporto interstellare, elementi fondamentali anche delle vicende raccontate nei romanzi e nei racconti.

è grazie alla possibilità di incontro, comunicazione e scambio - non sempre positivi, come ad esempio ne il mondo della foresta - che le guin riesce a raccontare l’enorme ventaglio di possibilità entro cui l’umanità può organizzare la sua esistenza, con una prospettiva fortemente antropologica che rende sempre le sue storie estremamente realistiche e fantascientifiche (perché anche le scienze sociali sono scienze).

le storie del ciclo dell’ecumene sono ambientate sia prima che dopo l’avvento dell’ecumene propriamente detto, raccontandoci così - in una narrazione orizzontale che resta sempre sullo sfondo di ogni vicenda - anche la storia di un’unione di mondi e degli infiniti possibili modi di esistere come esseri umani.

il mondo di rocannon, pubblicato per la prima volta nel 1966, ci presenta fomalhaut II, un pianeta il cui sviluppo tecnologico è assimilabile a quello della nostra età del bronzo o poco più, abitato da tre specie umane già note e da altre su cui mancano informazioni. le prime sono lə gdemiar, il popolo d’argilla, dalla pelle chiara e i capelli scuri, di piccola statura, abituatə a vivere sotto terra e prevalentemente notturnə; lə fiia, altrettanto piccolə e chiarə di pelle ma biondə, amantə della luce e della natura. infine vi sono lə liuar, più altə e fortə, organizzatə in una sorta di società feudale in cui la nobiltà di lignaggio deve essere confermata dal coraggio, dalla lealtà e, più in generale, da un preciso codice morale che regola i rapporti intra- e interspecie, ma soprattutto da alcune caratteristiche somatiche che dividono la specie in due: da un lato lə angyar, lə signorə, dalla pelle scura e i capelli biondi o rosso-oro, dall'altra lə olgyior, la plebe, che come lə gdemiar hanno la pelle chiara e i capelli scuri.

lə liuar sono la popolazione più nota dallə studiosə del pianeta e la loro storia, così antica da perdersi nella leggenda, si fonde con quella di rocannon, grazie agli sfalsamenti temporali dovuti ai viaggi intergalattici.

il tono del romanzo è sospeso tra epica, fantasy e fantascienza proprio in virtù del fatto che fomalhaut II vive in un’epoca di sviluppo tecnologico ancora distante da quello degli altri pianeti - come ad esempio nuova georgia del sud, il pianeta da cui arriva rocannon, etnografo in missione, che ospita la base esplorativa delle forme di vita a intelligenza elevata della lega.

il prologo alla vicenda sembra una favola, la leggenda di un mondo lontano nel tempo: il lungo viaggio della regina semley per recuperare il suo tesoro perduto, così da ridare lustro alla sua casata e al suo re. è affascinante come le guin suggerisca che l’inspiegabile è tale solo fino a che non si fanno proprio le conoscenze scientifiche e tecnologiche che lo rendono possibile, e che lo faccia senza giudizi di sorta, scrollandosi di dosso quel senso di sufficienza e superiorità che ha caratterizzato la prima etnografia.
allo stesso modo, anche rocannon stesso, per quanto provenga da una realtà più progredita, rifugge da facili giudizi e riesce a costruire legami sinceri con lə coprotagonistə del romanzo.

la vicenda prende il via quando lə compagnə di rocannon vengono spazzatə da un attacco alla loro nave condotto dallə ribellə di faraday, contrarə al consolidamento della lega dei mondi e alle regole imposte per l’effettiva cooperazione intergalattica. rimasto solo su un pianeta alieno, senza più un mezzo per tornare nel suo mondo né l’ansible - un apparecchio capace di trasmettere istantaneamente i messaggi a qualsiasi distanza, grazie alla capacità di far viaggiare i dati a velocità superiori a quella della luce - per comunicare con la lega dei mondi, rocannon inizia il suo viaggio alla ricerca dellə ribellə e del loro ansible.
ad accompagnarlo ci sarà una sorta di compagnia dell’anello formata da mogien, signore di hallan e da un gruppo di suoi fedeli, appartenenti alle altre specie umane del pianeta.

il viaggio attraverso fomalhaut II è insidioso, costellato di pericoli, di incontri e scontri. rocannon, già noto come signore delle stelle, è dotato di una corazza sottile come una seconda pelle, praticamente indistruttibile e resistente a qualsiasi tipo di arma, che lo trasforma agli occhi di chi lo incontra nel dio errante, colui che cammina in mezzo agli uomini.

come già detto, il mondo di rocannon è un romanzo di fantascienza che attinge a piene mani dal repertorio fantasy ed epico per i toni, per la caratterizzazione dellə personaggə, per l’organizzazione delle loro società e del loro sistema di valori, e la vicenda di rocannon stessa si rifà alle numerose interpretazioni - discutibili e ampiamente discusse (se vi può interessare vi rimando alla famosa diatriba tra marshall sahlins e gananath obeyesekere sulla vicenda del capitano cook) soprattutto nei decenni immediatamente successivi alla pubblicazione di questo romanzo - che nel corso degli ultimi secoli sono state fatte sul pensiero delle popolazioni native, indebitamente chiamate selvagge, in merito allə esploratorə e studiosə bianchə, arrivando alla conclusione - voluta o meno - dell’inevitabile rivalutazione del significato stesso di nativo e selvaggio.

non è uno dei miei preferiti di ursula k. le guin ma resta un testo prezioso sia per conoscere al meglio l’autrice e il suo pensiero, che qui si declina in una riflessione sui significati che gravitano intorno alla conoscenza dell’altrə, sia per approfondire il ciclo dell’ecumene stesso che, oltre all’innegabile valore letterario, ha - dal mio personalissimo e trascurabile punto di vista - il merito di ricalibrare il concetto di etnocentrismo in una prospettiva intergalattica: come si diceva più su, le guin ha indicato hain come pianeta di origine per l’umanità e non la terra, identificando così la nostra specie come una delle tante, possibili variazioni adattative di una stessa specie. in quest’ottica la terra perde il suo ruolo centrale tipico delle narrazioni fantascientifiche e si riduce a essere una delle tante colonie spaziali.

per concludere, volevo spendere due parole sulla nuova uniform edition dedicata a le guin e al ciclo dell’ecumene. mondadori ha già iniziato a ripubblicare tutti i titoli della serie - molti, come il mondo di rocannon, erano fuori catalogo da anni - con le nuove copertine illustrate da rodrigo corral, contributi di autorə italianə e internazionali e, quando presenti, le introduzioni firmate da le guin stessa.
oltre ai titoli già pubblicati (il mondo della foresta, i reietti dell’altro pianeta, ritrovato e perduto e il pianeta dell’esilio, che si aggiungono a la mano sinistra del buio, pubblicato nel 2021 con una nuova traduzione) sono previste nuove edizioni anche per la falce dei cieli, città delle illusioni, il giorno del perdono, sempre la valle e la salvezza di aka.

giovedì 16 gennaio 2025

il mondo della foresta

il terreno non era asciutto e solido, ma umido ed elastico, prodotto dalla collaborazione degli organismi viventi con la lunga complicata morte delle foglie e degli alberi; e da quel ricco cimitero crescevano sia alberi di trenta metri, sia minuscoli funghi che spuntavano in cerchi larghi poco più di un centimetro. l'odore dell'aria era sottile, vario e dolce. la vista non spaziava mai, a meno che non si guardasse in alto, fra i rami, e non si scorgessero le stelle. nulla era puro, secco, arido, netto. le rivelazioni mancavano all'appello. non esisteva la visione di tutte le cose nello stesso tempo: non c'erano certezze.

una delle ultime letture di fine 2024 - e, soprattutto, uno dei libri che è finito dritto dritto nella mia lista di preferiti dell'anno e dei miei preferiti in generale - è questo breve ma densissimo romanzo di ursula k. le guin, il mondo della foresta, il sesto libro del ciclo dell'ecumene (di cui aspettiamo ancora diverse riedizioni), scritto - come spiega l'autrice nell'introduzione, in un momento delicatissimo per la storia recente dell'umanità, ovvero durante gli anni della guerra in vietnam e durante i primi tempi in cui si iniziava a parlare di disastri ecologici e di necessità di tutela degli ecosistemi del nostro pianeta.

sebbene lei si rimproveri di aver dato un tono troppo moralista a questo racconto, io credo che sia riuscita a scrivere un piccolo capolavoro che è formalmente un romanzo e che, tra le righe, svela un bellissimo manifesto che riassume alcuni dei temi fondamentali delle sue opere (che sono poi, necessariamente, riferiti agli ideali a cui si è sempre rifatta come persona): l'anticolonialismo, il pacifismo, l'ecologismo, la lotta contro ogni forma di discriminazione e sopraffazione.

ma quello che più di ogni altra cosa mi ha colpita de il mondo della foresta è il modo in cui la sua penna sia riuscita a incarnare due personaggi, e quindi due tipologie di pensiero, così straordinariamente opposte e con una tale efficacia: il romanzo si apre presentandoci il capitano davidson, un personaggio quasi grottesco e caricaturale se non fosse così plausibilmente reale.
davidson è uno dei militari che tengono sotto controllo il pianeta colonia athshe - chiamato dai terresti new tahiti - il rigoglioso mondo-foresta (è interessante e significativo il gioco di parole fatto con il titolo originale: the word for world is forest) che la terra ha colonizzato e trasformato nella sua personale riserva di legname, un materiale ormai impossibile da reperire, il cui valore è più alto di quello di qualsiasi metallo o minerale prezioso.
athshe però, non è semplicemente una legnaia da cui prelevare risorse a piacimento: qui vivono lə athshianə, una delle tante possibili declinazioni della stirpe hainita, che si è adattata a vivere su un pianeta che è, come spiega il titolo, un'enorme foresta.
piccolə di statura e ricoperti di una soffice peluria verde, vengono chiamatə - con una certa sufficienza che sfocia in un non troppo celato disprezzo - creechie dai coloni terrestri. quello dellə athshianə è un popolo intrinsecamente pacifico, strutturalmente incapace di violenza, che dà una straordinaria importanza all'interiorità personale di ogni individuo, alla sua capacità di connettersi con un piano di esistenza più profondo che si mette in atto attraverso il sogno e, più precisamente, nella capacità di sognare con lucidità e di ricordare i sogni come strumento di consapevolezza e conoscenza di sé e della realtà tutta.
un modo di vivere talmente differente e distante da quello di davidson e dal suo esercito da risultare del tutto incomprensibile per questi colonizzatori profondamente razzisti e per nulla interessati a costruire dei rapporti pacifici e costruttivi con la popolazione indigena.

una delle cose che più mi piace di le guin è la sua attenzione antropologica per le strutture sociali e culturali che descrive nei suoi romanzi che rendono molto più realistici i mondi in cui si svolgono le vicende come, ad esempio, succede quando ci descrive il modo in cui lə athshianə si dividono i compiti tra maschi e femmine, quando ci spiega il loro rapporto con i sogni e l'influenza che questi hanno nella loro vita, ma anche quando ci mostra le logiche del pensiero razzista, oppressivo e coloniale dei terrestri di base a athshe.

i popoli de il mondo della foresta sono agli antipodi sotto molti punti di vista e il loro incontro sarà inevitabilmente catastrofico. l'arrivo dei coloni terrestri e il loro comportamento oppressivo e sfruttatore farà scoprire allə athshianə la violenza per la prima volta. dopo gli inutili, efferati abusi che sono costrettə a subire, i loro sogni iniziano a cambiare, a partire da quelli di selver, un athshiano vittima della crudeltà di davidson, che diventa così - agli occhi dellə athshianə - un dio, ovvero un'entità capace di mutare radicalmente e permanentemente la realtà.

la metafora con la guerra del vietnam - ma che si può traslare in ogni altro contesto geografico e in ogni altro periodo storico che ha visto (e sta vedendo) gli effetti della colonizzazione occidentale - è più che mai chiara: un popolo pacifico viene occupato, oppresso, violentato, ucciso, sfruttato e disumanizzato, la sua terra distrutta e depredata da uomini che credono di agire in nome di un qualche diritto che li colloca al di sopra di ogni legge e di ogni etica. quel popolo è costretto a stravolgere sé stesso, la propria natura, la propria fede, le proprie credenze e abitudini per fronteggiare il nemico e resistere all'insensatezza crudele dei coloni.
chi non aveva mai neppure immaginato di prendere una vita adesso impara a pianificare attentati il più possibile letali, con il solo intento di salvaguardare la propria sopravvivenza e quella del pianeta stesso, consapevole del fatto che non vi è alcuna differenza né possibilità di separazione tra le due cose.
le guin ci dice che non c'è possibilità che i coloni agiscano in modo differente: per quanto uno dei personaggi terrestri, il dottor lyubov, possa essere interessato a comprendere lə athshianə e il loro mondo e a istaurare una convivenza pacifica, il suo stesso approccio scientifico viene fatto oggetto di appropriazione da parte dei soldati, che sfruttano le conoscenze di lyubov per realizzare i propri progetti (proprio come racconta la storia dell'antropologia e il suo pessimo uso soprattutto tra fine '800 e inizio '900).

le guin non concede alcuna redenzione al contingente militare terrestre su athshe proprio come non ne concede al governo del suo paese: l'oppressione di altri popoli e lo sfruttamento insensato e sfrenato delle risorse non possono che condurre a una catastrofe da cui non si può tornare indietro, che stravolge e avvelena sia le vittime che i carnefici: selver non potrà mai affrancarsi dal male che ha commesso, anche se è stato fatto per liberare il suo popolo, lə athshianə tuttə non potranno tornare al modo in cui vivevano prima di scontrarsi con i terrestri; e allo stesso modo i terrestri non potranno mai cancellare i crimini commessi su athshe.
proprio come l'america - e l'occidente tutto - non sarà mai assolta per la guerra in vietnam e per quella che ha portato ovunque in giro per il mondo, per come ha distrutto le risorse di mezzo pianeta, per come ha dominato, sfruttato e ucciso.
«a volte arriva un dio» disse selver. «porta un nuovo modo di fare una cosa, o una nuova cosa da farsi. un nuovo tipo di canzone, o un nuovo tipo di morte. la porta facendole attraversare il ponte che c'è tra il tempo del sogno e quello del mondo. e, una volta che l'abbia fatto, è fatto. non puoi prendere le cose che esistono nel mondo e cercare di ricacciarle nel sogno, di trattenerle all'interno del sogno mediante pareti e finzioni. questa è pazzia. ciò che è, è. è inutile adesso fingere, adesso, che non sappiamo ucciderci l'un l'altro»
è passato quasi mezzo secolo dalla prima pubblicazione di the word for world is forest e ancora, nonostante le centinaia di migliaia di voci che si alzano contro la colonizzazione di popoli e terre non si siano mai zittite per un solo momento, i nostri governi continuano ad agire come i davidson di turno, schiacciando, opprimendo e distruggendo. athshe insegna però che il momento della liberazione, per quanto difficile e sofferto sia, arriva.
ecco perché quelle voci non taceranno mai, ed ecco perché l'umanità continuerà a raccontare storie come questa, perché continuerà a protestare, a sabotare, a boicottare, a lottare.