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lunedì 15 settembre 2025

il fuso scheggiato - lo specchio rammendato

qualunque sia la nostra storia, dobbiamo trarne il meglio: e se quella storia fa schifo, be', allora possiamo provare a fare del bene prima di andarcene.
e se questo non basta, se in fondo al nostro cuore avido ed egoista bramiamo di più, io ho un solo consiglio: scappare, e non fermarsi mai.

non so quanto sia lecito parlare di retelling quando parliamo degli ultimi due libri di alix e. harrow, il fuso scheggiato e lo specchio rammendato.
ok, quella di “retelling” è una categoria comoda, utile a dare un’idea di qual è il contenuto di questi due mini romanzi, categoria che però - cosa che (per fortuna) vale un po’ per tutte le categorie utilizzate negli ultimi anni in editoria: utili per piazzare i libri sugli scaffali, meno per definire esattamente una storia e perimetrarla in un “genere” preciso - non riesce a contenere quello che sono davvero.

e dunque - ok claudia, abbiamo capito come la pensi su questi hashtag, ora basta - cosa sono il fuso scheggiato e lo specchio rammendato? io direi un ibrido fantasy/sci-fi (à la star wars, per intenderci. cioè: una spiegazione fanta-scientifica, fidati, c’è. e se non sembra avere troppo senso, stacce.) in cui il mondo reale, qui incarnato dalla protagonista zinnia gray, si intrufola nel mondo delle favole, che viene immaginato come un catalogo di possibili esistenze: alla nostra realtà si sommano gli universi generati dalla narrazione. questo multiverso si espande ogni volta che il nocciolo di una fiaba - il suo nucleo fatto di archetipi e topoi narrativi, o di “mitemi”, per rubare una parola a lévi-strauss - viene rielaborato da una specifica sensibilità, cioè quella dellə narratorə immersə nel suo preciso contesto storico-culturale.

alix e. harrow riprende uno dei rami fondamentali degli studi di antropologia/etnologia, ovvero quello che si occupa del racconto popolare - declinato tanto nell’ambito sacro, il mito, quanto in quello secolare, cioè la fiaba/favola - come espressione storicamente situata delle strutture culturali, degli equilibri di potere e dei sistemi di valori e credenze di un popolo.

e, a riprova del fatto che il mito/la fiaba è cosa viva e pulsante ancora capace di raccontare il quotidiano e le sue tensioni, harrow la reinterpreta dandole la sua voce di donna del XXI secolo.
(era molto più veloce chiamarlo “retelling”? ovvio. ma siamo davvero troppo stanchə di appiattire tutto alla sua più brutale semplificazione. e poi un blog non è un social e qui nessun algoritmo ci punisce per essere troppo verbosə. e se anche fosse, ‘fanculo.)

fine pippone.
alle ragazze romantiche piace la bella e la bestia; a quelle tradizionaliste piace cenerentola; a quelle dallo stile gotico piace biancaneve.
solo alle ragazze destinate a morire presto piace la bella addormentata.
zinnia gray è una grande appassionata di fiabe fin dall’infanzia, ha una laurea in antropologia con una specializzazione sulla narrativa popolare e la sua fiaba preferita è la bella addormentata perché zinnia gray è una ragazza destinata a morire presto.
se sul capo di aurora/rosaspina pendeva la condanna di una maledizione (ti pungerai il dito con un fuso e dormirai per cento anni), a zinnia gray le cose vanno peggio perché fin dalla nascita le è stata diagnosticata la malattia generalizzata di roseville. eziologicamente collegata all’inquinamento ambientale - sentite la puzza dell’hashtag #climateficion? - la mgr non ha mai concesso a nessunə di sopravvivere abbastanza di festeggiare il ventiduesimo compleanno. e, all’inizio della storia, zinnia gray è impegnata a soffiare su ventuno candeline, attorniata da gente che sembra più convocata a un funerale che invitata a una festa.

gray di nome e, per quello che riguarda la sfera sessuo-affettiva, di fatto (le personagge di queste storie sono molto queer e ci piace tantissimo), accanto a zinnia c’è l’onnipresente charme, la geniale fichissima amica lesbica che tutte vorremmo (e di cui, probabilmente, tutte ci innamoreremmo almeno un po’), che per l’occasione ha organizzato una festa a tema bella addormentata, con tanto di rose e di immancabile fuso.
ed è proprio quel fuso che permette a zinnia - stanca di vivere sapendo che dovrà morire presto - di attraversare il confine tra il suo universo e quello delle favole.
come inchiostro che, dopo aver calcato troppo le stesse parole, si trasferisce da una pagina a quella successiva, come spiega lei stessa, zinnia si ritrova proprio dentro la storia di primerose, una delle tante versioni de la bella addormentata alle prese con il suo implacabile destino di principessa maledetta.

non vi racconto la trama perché entrambi i romanzi - il secondo si ispira alla fiaba di biancaneve, focalizzandosi soprattutto sulla storia della strega cattiva, cosa che ho apprezzato moltissimo - sono scritti con un ritmo incalzante e una prosa molto scorrevole e colloquiale, perfetta per rendere la voce della narratrice/protagonista (che non lesina parolacce quando serve). insomma, vi ritroverete alla fine quasi senza accorgervene (ma con la voglia di leggerne ancora!).

volevo però concentrarmi su alcuni temi attorno cui harrow ricama tutto il suo racconto.
la storia della bella addormentata è, per antonomasia, la metafora della totale mancanza di potere decisionale delle donne - aurora/rosaspina che dorme per un intero secolo - ma anche dell’odio delle donne per le donne - è una fata a maledirla.
e però... se inventassimo altri modi per leggere questa storia? anzi, meglio, di raccontarla? perché le fiabe non possono restare congelate a una sola epoca, intrappolate nelle parole di un solo narratore. possono - e devono! - cambiare, adattarsi al presente perché il loro scopo è raccontarlo e dare indicazioni per poterlo vivere al meglio.
e la prima cosa che deve cambiare, adesso, è proprio il rapporto tra la principessa e il narratore, perché essere protagonista di una storia narrata in terza persona non è sempre una condizione auspicabile.

infatti, se da un lato il narratore dà alle principesse protagoniste delle fiabe tradizionali grazia, bellezza e altre doti e virtù, se le rende capaci di affrontare e superare momenti molto più che difficili (scappare da un cacciatore attraverso il bosco, sprofondare in un sonno magico a causa di una maledizione, sopportare le angherie di una matrigna e due sorellastre crudeli, perdere la propria voce, eccetera) arriveranno sempre e comunque a quel “e vissero felici e contenti” che qualcuno ha scritto per loro.

e in ogni favola, quale che sia la principessa e la sua storia, felicità e contentezza si traducono sempre allo stesso modo: il matrimonio con un bel principe (di solito quasi del tutto estraneo), mentre la cattiva - una strega o una matrigna, guarda caso sempre una donna - subisce una qualche spaventosa e sadica punizione. fine.

ma davvero questo è quello che sogna ogni principessa? sposare uno sconosciuto col mascellone appena compiuti i sedici/diciotto/ventuno anni, fare dei bambini e vivere per tutto il resto del tempo all’ombra di un re - o di una principessa più giovane e bella? harrow sottolinea un punto fondamentale: la protagonista, per quanto fondamentale nella sua fiaba, non ha alcun potere decisionale (così come ogni strega/matrigna cattiva non può che essere cattiva: invidiosa e gelosa di un’altra donna più bella/giovane/fortunata di lei. quanto è difficile immaginare rapporti di amicizia e sorellanza tra donne? quanto è più facile immaginarle sempre in lotta tra loro per un qualche riconoscimento dato da una società maschilista?).

la storia è scritta per lei ma modellata sui modelli familiari e sociali di un non meglio precisato medioevo che, ancora, influenza anche il nostro tempo e le nostre aspettative.

il fuso scheggiato e lo specchio rammendato sono abitati da personagge che vogliono scardinare i meccanismi su cui si basano le loro storie, sfuggire dal loro destino e liberarsi dai ruoli che qualcuno ha scelto per loro.

ma harrow va oltre il tema dell’autodeterminazione e ne introduce uno che è, forse, ancora più inusuale nel mondo delle favole: quello della sorellanza.
le donne di queste storie non si accontentano di trovare il loro personalissimo lieto fine, ma mettono ogni cosa a repentaglio per liberare le altre. e, personalmente, questo è l’aspetto che ho amato di più in questi romanzi: non più eroici cavalieri che raggiungono il loro obiettivo a colpi di spada, ma donne - principesse, fate, streghe, viaggiatrici del multiverso, amiche e innamorate - che usano le strutture del sistema (narrativo, fisico e sociale) per piegare realtà e aspettative e salvarsi. insieme.

in almeno un paio di passaggi, questi romanzi mi hanno sorpresa parecchio, così come mi hanno dato un sacco di spunti di riflessione sul ruolo dei narratori e delle protagoniste. mi sembra che questi due libri di harrow rispondano alla domanda: cosa succede alle fiabe se lasciamo che siano le donne - libere dalle oppressioni sociali e dalle aspettative legate al loro genere, o almeno consapevoli della loro esistenza! - a raccontarle?

riprendersi la voce che qualcuno ci ha tolto è sempre il primo, fondamentale passo per prendere consapevolezza delle storture che ci circondano, per iniziare un processo di decostruzione e di realizzazione di alternative più vivibili. e se a insegnarci questa cosa sono due romanzi così - divertenti, appassionanti, semplici e leggeri, adatti anche alle lettrici (e, si spera, ai lettori) più giovani, allora tanto di guadagnato.

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giovedì 7 marzo 2024

le diecimila porte di january

quando avevo sette anni, trovai una porta. forse dovrei usare la maiuscola, così capirete che non sto parlando di una porta da giardino o di una porta normale che si apre invariabilmente su una cucina con le piastrelle bianche o un armadio a muro. [...]
ma sapete comunque come sono le porte, no? perché ci sono diecimila storie su diecimila porte, e noi le conosciamo bene quanto i nostri nomi. porte che conducono alla terra delle fate, al valhalla, ad atlantide e a lemuria, al paradiso e all'inferno, in tutte le direzioni verso cui una bussola non potrebbe mai guidarvi, verso l'altrove. mio padre, che è un vero studioso e non una semplice ragazzina con una penna e una serie di cose da dire, lo spiega molto meglio: "se trattiamo le storie come siti archeologici e rimuoviamo con grande cura la polvere dai vari strati che le rivestono, scopriamo che a un certo livello c'è sempre una porta. un punto che separa il qui e il lì, noi e loro, l'ordinario e il magico. ed è proprio nei momenti in cui le porte di aprono e in cui le cose fluiscono tra i mondi che nascono le storie".

c'è stato un momento, nella vita di january, in cui potevano accadere cose meravigliose.
quando aveva sette anni, un giorno si trovava in campagna. lì, tra l'erba, aveva trovato una porta. a rigor di logica dall'altro lato avrebbe dovuto esserci ancora la campagna, la stessa campagna, lo stesso prato. invece january aveva attraversato la porta e aveva trovato un altro mondo odoroso di mare e sole, aveva visto una città luminosa in lontananza, aveva raccolto una moneta da terra. january avrebbe potuto continuare a sognare di quello e di altri diecimila mondi straordinari, avrebbe potuto immaginare di viaggiare per questo e per altri mondi e vivere avventure straordinarie, magari in compagnia di julian, suo padre, l'esploratore.
c'è stato quel momento e poi, a un certo punto, non c'è stato più. perché dopo aver raccontato della porta il signor locke le ha ordinato di smettere di fantasticare, di rincorrere sogni impossibili. le ha detto che era arrivata l'ora di crescere, di comportarsi da adulta, di tenere la testa lontana dalle nuvole e di restare composta dentro i vestiti inamidati. dopo un po', january aveva dimenticato la porta e la città sul mare.
però aveva continuato a tenere la moneta solo per sé.

january scaller ha sempre vissuto con il signor locke, che lei ricordi.
mentre suo padre julian girava il mondo per scoprire tesori fantastici e spedirli al suo mentore, lei rimaneva a villa locke, una magione enorme piena di artefatti provenienti da tutto il mondo, oggetti incredibili ammucchiati in una sala dopo l'altra, una collezione di ciò che l'ingegno e l'abilità umane sono - e sono state - in grado di progettare e costruire così vasta e ricca da far invidia a quasi ogni museo. non lasciatevi ingannare, però: locke e gli altri membri della società archeologica del new england, di cui locke è presidente, non sono molto più che razziatori e tombaroli.

siamo all'alba del novecento e, proprio come insegna la storia dell'archeologia e dell'antropologia, la fascinazione per le culture altre si traduceva, già da più di un secolo, in un continuo razziare pezzi da collezione in giro per il mondo, soprattutto dalle civiltà cosiddette selvagge, che suscitavano nellə nobili e intellettuali europeə e nordamericanə una curiosità che nulla aveva a che fare con il desiderio di conoscenza.
per questo il pezzo più speciale della collezione di locke sembra essere proprio lei, january, la bambina dalla pelle scura, di una tonalità rossastra che appartiene solo a lei e a suo padre julian, una bambina come forse non ne esistono altre al mondo.
una vera rarità, degna di un collezionista di prim'ordine.

ma, appunto, january è solo una bambina.
il signor locke è l'unica persona che si sia mai presa cura di lei mentre julian esplorava il mondo in cerca di reperti da mandargli, lasciando sua figlia sola a sognare di viaggi e avventure in terre lontane. villa locke è tutto il mondo di january e, anche se locke le proibisce di perdersi nelle sue fantasie, january sa che le vuole bene e che, segretamente, è lui il misterioso benefattore che le lascia nascosti in un baule piccoli tesori di ogni tipo. chi altri mai potrebbe essere?
ogni tanto, january trova in quel baule nella stanza dedicata all'antico egitto oggetti speciali, lasciati lì perché lei li scopra. ed è lì, infatti, che january trova un giorno un libro misterioso, il cui titolo, un po' scolorito, recita le diecim por. 
sembrerebbe proprio strano che uno come locke le faccia un regalo del genere: sotto l'aspetto di un trattato scientifico, il libretto parla di porte speciali che, una volta attraversate, portano ad altri mondi, ad altre realtà. e averlo trovato significa per january iniziare un viaggio non solo a ritroso verso le sue origini ma anche una scoperta del presente in cui vive e, soprattutto, delle sue straordinarie capacità di attraversatrice di mondi.

al di là della storia, che è troppo bella e appassionante perché io ve la rovini abbozzandone qua la trama, ne le diecimila porte di january ho trovato così tanti temi interessanti che in qualche momento di egocentrismo esagerato, ho pensato che questo libro fosse stato scritto proprio per me.
january e locke incarnano perfettamente la dinamica di disequilibrio di potere che c'è tra le persone bipoc e quelle bianche, tra le donne e gli uomini, tra lə poverə e lə ricchə, tra lə più giovani e lə più anzianə. january e locke sono i due antipodi, i due fronti opposti, quale che sia il campo di battaglia.
ma january è anche una persona capace di sognare, di immaginare, di lasciarsi sorprendere dalla fantasia così come dalla realtà, là dove locke è terrorizzato da tutto ciò che sfugge al suo stretto controllo.
per january, le porte tra i mondi sono i posti dove nascono le storie perché lei sa che le storie nascono dall'incontro con l'altro e con l'altrove, sa che non può esserci che stagnazione e inevitabile decadenza senza contaminazione di idee, di scoperte, di sangue e di carne. january sa che senza il cambiamento ogni cosa è destinata a deperire, ad accartocciarsi su sé stessa fino a implodere. e mentre january lotta per aprire passaggi, per attraversarli, per cercare il suo passato e il suo futuro, locke insegue una stabilità che alimenta il suo potere su tutto il resto, chiudendo, tagliando fuori dalla realtà tutto ciò che minaccia il suo eterno presente.

avevo amato tantissimo le streghe in eterno, dopo questa lettura prometto di tenere sempre d'occhio alix e. harrow, sperando di trovare ancora protagoniste come quelle che ci ha già permesso di incontrare, ragazze e donne che non hanno paura di attraversare i confini, di alzare la testa, di prendere in mano la loro vita e portarla verso gli orizzonti che decidono di raggiungere.

~★~

piccolo aneddoto che potete saltare tranquillamente:
un giorno di ottobre 2022 ho visto questo libro sugli scaffali di una libreria mentre ero lì con una delle persone peggiori che abbia mai incontrato in vita mia (però all'epoca non avevo capito questa cosa). ero contentissima di averlo trovato finalmente in edizione economica, volevo prenderlo assolutamente e stavo per farlo, quando mi sono sentita dire "veramente leggi queste cose?" con sufficienza e disprezzo. mi sono sentita stupida, umiliata. avevo già il libro in mano, pronta ad andare alla cassa, ma l'ho riposato lì dov'era.
l'ho comprato poi molti mesi dopo e l'ho letto qualche settimana fa. non soltanto mi è piaciuto tantissimo ma mi è sembrato che mi avesse restituito un pezzetto di me, quello che quella persona orribile era riuscita in qualche modo a togliermi - in questa e in tantissime altre occasioni.
ed è una bella coincidenza che sia proprio un libro così ad avere un valore, per me, così importante e personale. un libro che racconta la storia di una ragazza a cui avevano detto di smetterla di fantasticare di quello che non esiste e di cominciare a interessarsi solo di cose serie.
january disobbedisce e anche io ho capito che non lascerò mai più lo spazio a chi vuole togliermi qualcosa, per quanto frivolo e sciocco possa sembrare (ma che poi, frivolo e sciocco non è).

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venerdì 12 maggio 2023

le streghe in eterno

"le streghe non esistono, ma un tempo esistevano [...] un tempo le streghe erano libere come corvi e impavide come volpi, perché la magia ardeva abbagliante e loro erano le padrone della notte. ma poi giunsero la peste e le epurazioni. i draghi vennero uccisi e le streghe date alle fiamme e i padroni della notte divennero uomini con torce e crocifissi. la stregoneria non è del tutto scomparsa, ovviamente. [...] il predicatore dalle nostre parti dice che la caccia alle streghe è stata la volontà di dio. dice che le donne sono peccatrici per natura e che in loro le arti magiche finiscono inevitabilmente per corrompersi e marcire, come con la prima strega, eva, che avvelenò il giardino dell'eden e condannò l'umanità, e come con le figlie delle sue figlie che hanno avvelenato il mondo con la peste. dice che le cacce hanno purificato la terra e ci hanno condotti nell'era delle mitragliatrici e dei battelli a vapore, e che gli indiani e gli africani dovrebbero ringraziarci in ginocchio per averli liberati dalle loro magie barbariche. nonna mags diceva che erano tutte cretinate, e che la cattiveria è come la bellezza: sta nell'occhio di chi guarda. diceva che la vera stregoneria era solo una conversazione con quel cuore che batte, e che richiede tre cose: la volontà di ascoltarla, le parole da rivolgerle e i mezzi per liberarla nel mondo. [...] le streghe non esistono ancora. ma esisteranno."

era necessaria una citazione iniziale così lunga perché questo libro mi ha conquistata completamente già nelle prime pagine e poi, andando avanti con un racconto che di pagine ne riempie quasi seicento, non ha fatto che convincermi sempre di più.

protagoniste della storia sono tre sorelle: juniper, la prima voce narrante della storia, la più giovane delle tre, selvaggia, carica di odio e risentimento. sua madre è morta dandola alla luce e lasciandola in balia di un padre mostruoso, un essere crudele e violento che non ha fatto altro che tormentare, picchiare e rovinare la vita a lei e alle sue sorelle. agnes, la seconda, bellissima e affascinante, e bella, la maggiore, saggia e dedita allo studio (soprattutto della stregoneria e della sua storia), sono riuscite a fuggire da quella casa e da quel padre orribile ma non sono riuscite a portare juniper - all'epoca solo una bambina - con loro. adesso, a distanza di sette anni, tutte e tre si ritrovano nella città (fittizia, così come il 1893 in cui è ambientato il libro è una sorta di anno parallelo a quello della nostra realtà) di new salem, sorta a qualche decina di chilometri dalle rovine di old salem, teatro di violenze e orrori e roghi di streghe.

la stregoneria non è affatto ben vista anche in un momento storico in cui le donne iniziano le loro battaglie per il diritto al voto: sono però lotte da signore, lontane dal mondo crudele delle donne comuni, di quelle che si avvelenano in fabbrica per pochi spiccioli, di quelle che cercano riparo dalle botte dei mariti e provano a far sopravvivere lə loro figlə.
tre sorelle, sette anni di distanza, un incantesimo pronunciato a metà che in qualche modo le unisce e le fa ritrovare ai piedi di una torre apparsa dal nulla, un luogo magico che dà l'avvio a tutta la storia e che spingerà bella, agnes e juniper a recuperare l'antica saggezza, quella stregoneria che non è mai andata perduta, che è rimasta custodita lì dove gli uomini non si sprecano a cercarla: favole e filastrocche, ninnenanne e qualche proverbio, ricami e libri da donne. sparse tra migliaia di altre parole, le conoscenze si sono tramandate di madre in figlia, di nonna in nipote fino a quando per le tre sorelle eastwood si palesa non solo la possibilità ma anche la necessità di recuperare la magia.

la magia è qui intesa come un potere proprio delle donne - per quanto ne esista anche una versione maschile - per proteggere sé stesse e le proprie sorelle da un mondo che le considera insieme nemiche e vittime. rinsaldando gli antichi legami troncati un tempo dalle bugie, dalle violenze e dagli inganni del padre, bella, agnes e juniper creeranno una nuova sorellanza di donne stanche di subire soprusi da ogni angolo della società in cui vivono, ingaggiando una vera e propria "guerra civile" con l'autorità istituita e incarnata dalla perfida figura di gideon hill, aspirante sindaco nonché difensore di una morale bigotta e maschilista.

nonostante la forte tematica femminista della solidarietà, della sorellanza e del reciproco aiuto tra donne, le cose non sono mai nettamente bianche o nere: non tutte le donne sono alleate e non tutti gli uomini sono nemici. se alcune preferiscono tutelarsi tenendosi lontane dalla sorellanza per proteggere sé stesse e i loro figli, almeno due figure maschili si pongono come compagni di lotta, come august lee, praticante di quella magia maschile di cui sopra e da subito innamorato (e leale e solidale) di agnes, o come il signor blackwell, il vecchio bilbiotecario amico di bella.

le streghe in eterno è un romanzo carico di rabbia, quella rabbia che serve a costruire, a riparare torti e sanare ferite, non quella distruttiva e terrorizzata dei cacciatori di streghe. la storia è intervallate da favole e incantesimi che sembrano filastrocche, impreziosendosi e arricchendosi come un diario, come un grimorio, come una storia che riesce a salvare dall'oblio altre storie e altre parole.
mi sono piaciuti moltissimo poi i riferimenti alla triplice figura femminile incarnata dagli archetipi della vecchia, della madre e della fanciulla. alix e. harrow li rilegge dandogli un'interpretazione lontana da quella modellata da e per lo sguardo maschile che di solito queste parole richiama:
"le fanciulle dovrebbero essere creature dolci e tenere che intrecciano corone di margherite e si trasformano in alberi di alloro piuttosto che sopportare la perdita dell'innocenza, ma la fanciulla non è niente di tutto questo. è quella impetuosa, ferina, la strega che vive libera nei boschi selvaggi. è la sirena e la selkie, la vergine e la valchiria; artemide e atena. è la ragazzina con il cappuccetto rosso che non scappa dal lupo, ma cammina al suo fianco, inoltrandosi nel bosco"
e ancora:
"le madri dovrebbero essere creature deboli e piagnucolose, donne che mettono al mondo i figli e scivolano tranquille verso la morte, ma la madre non è niente di tutto questo. è quella coraggiosa, quella crudele, la strega che ha barattato la stanza del parto con il campo di battaglia, la cucina con il coltello. è boudicca la sanguinaria, è era la senza cuore, la madre che è diventata un mostro"
e infine:
"le donne anziane dovrebbero essere confuse e troppo affettuose, nonne distratte che viziano i figli e hanno sempre la zuppa sul fuoco, ma la vecchia non è nulla di tutto ciò. è quella astuta, quella che sa tutto, la strega troppo saggia che conosce le parole di ogni maledizione e gli ingredienti di ogni veleno. è baba jaga e black anna; è la fata malvagia che dispensa maledizioni invece che doni per i battesimi"
sono archetipi di donne forti e combattive che non conoscono la violenza fine a sé stessa, che non la praticano per prepotenza ma per difesa e per riappropriarsi degli spazi perduti, delle integrità sottratte. è questa necessità di guerra che percorre tutto il libro, una guerra sostenuta dall'amore - quello romantico, quello materno, quello per sé stesse - che permea tutto il racconto e lo rende molto più di un semplice romanzo fantasy. le streghe in eterno è un racconto di lotta e di rivalsa, di orgoglio e potere ritrovato, di sete di conoscenza e di giustizia.
ed è uno dei libri più affascinanti che mi è capitato di leggere negli ultimi mesi.