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mercoledì 8 aprile 2026

la salvezza di aka

«fin dove vuoi arrivare?»

«fin dove le mie guide mi conducono benevole»


a ogni romanzo di ursula k. le guin che leggo, il mio amore per lei cresce. le sue storie, il suo modo di scrivere e soprattutto quello di costruire mondi e le umanità che li abitano sono diventati ormai rifugi mentali sicuri e confortevoli in cui estraniarsi dalla realtà, lasciare spazio e tempo al cervello di pensare, ragionare, riflettere, imparare e tirare un momento il fiato.

ne la salvezza di aka, ultimo romanzo del ciclo dell'ecumene (ma non l'ultimo di questa collana di ristampe - che non ha seguito l'ordine originale dei libri - in cui è già uscito da qualche giorno anche la città delle illusioni), ritroviamo tutti i temi cari all'autrice: l'esplorazione di mondi e delle loro civiltà, l'anticolonialismo, la ribellione verso le leggi ingiuste, la critica al capitalismo.
leggere questo libro mi ha fatto tornare indietro agli anni dell'università, allo studio dell'antropologia culturale, al piacere di scoprire sistemi di pensiero altri rispetto al proprio e di scoprire nell'alterità qualcosa di sé. che è quello che succede a sutty, osservatrice dell'ecumene e protagonista del racconto.

il mondo di origine di sutty è il pianeta terra - che, a beneficio di chi non ha molta confidenza con l'universo dell'ecumene, non è il mondo originario dell'umanità ma una colonia hainiana - travolto dal fanatismo religioso unista, che ha messo al bando con violenza ogni idea contraria al pensiero dominante.
studiosa di storia e linguistica, e inviata su aka, a sutty è stato affidato il difficilissimo compito di osservare e studiare un'altra cultura praticamente cancellata: se sulla terra unismo è stato sinonimo di distruzione sistematica di ogni religione altra, ma anche di ogni idea non conforme all'ideologia imposta, su aka il totalitarismo si basa su una secolarità assoluta, un rifiuto categorico di ogni religione e spiritualità e, più in generale, di tutto ciò che è considerato retrogrado e improduttivo.
nei fatti, il nuovo stato-azienda ha completamente bandito il passato.
non soltanto sono stati eliminati i vecchi libri e la scrittura stessa, considerata portatrice di idee reazionarie, ma anche il modo di parlare e di vivere dellə abitanti sono stati piegati al nuovo obiettivo di creare dellə cittadinə che si limitino ai loro ruoli essenziali di produttorə e consumatorə (produttorə e consumatorə di un certo tipo di prodotti che corrisponde all'ideale consumistico promosso dallo stato-azienda di aka, quindi anche il rapporto con la creazione e l'utilizzo degli oggetti è cambiato drasticamente), in un'esaltazione fondamentalista del progresso economico.

giunta alla sua destinazione ufficiale, sutty si rende conto di quanto le sue competenze siano inadeguate: cosa può fare una storica immersa in una civiltà che ha deciso di rinnegare la sua storia? cosa può indagare una linguista con un popolo che ha trasformato repentinamente e attraverso un'imposizione dall'alto la sua lingua?
quello che sembra un fallimento annunciato però si trasforma in una grande opportunità: contrariamente a ogni aspettativa, sutty riceve il permesso di esplorare un'altra zona del pianeta.
okzat-ozkat era un luogo sicuro dove vivere, sicuro in modo patetico. era una povera cittadina di provincia, trascinata nella scia tumultuosa del progresso akano, ma abbastanza arretrata da conservare ancora resti sbrindellati del vecchio modo di vivere, dell'antica civiltà.
in questo villaggio tra le montagne, lontano dalle città e dalle imposizioni del nuovo sistema, sutty diventa immediatamente ospite e amica dell'anziana iziezi e del suo giovane nipote, akidan. vivendo con loro, seguendolə nelle diverse attività della giornata e incontrando altre persone (come lə maz, sorta di guide spirituali e non, depositarə della conoscenza), poco a poco sutty inizia a scoprire la realtà precedente e a intravedere il complesso - e ovviamente nascosto - sistema di preservazione della cultura originaria di aka.
la resistenza alla cancellazione della memoria si lega profondamente alla conservazione non soltanto del suo passato ma anche, e soprattutto, a una prospettiva sulla realtà denominata la narrazione, un sistema di pensiero che si avvicina alle idee di religione e filosofia ma che è, in realtà, ancora più ampio.
qualunque cosa fosse, quello che stava cercando di scoprire, di apprendere, non era una religione con un credo e un libro sacro. non si occupava di fede. tutti i suoi libri erano sacri. non si poteva definire con simboli e idee, per quanto i suoi simboli e le sue idee fossero bellissimi, abbondanti, interessanti. e non si chiamava "foresta", sebbene a volte la chiamassero così, né "montagna", sebbene a volte la chiamassero così, ma perlopiù, a quanto le risultava, era chiamata "la narrazione".
il passato che lə abitanti di okzat-ozkat cercano di difendere non è semplicemente qualcosa che era e che ormai non è più, ma è la base necessaria affinché possa ancora esistere la loro stessa identità e il loro futuro.
«noi non siamo fuori dal mondo, yoz. lo sai? noi siamo il mondo. siamo la sua lingua. così noi viviamo e il mondo vive. capisci? se non diciamo le parole, cosa c'è nel nostro mondo?»
una buona parte del romanzo diventa, a questo punto, una sorta di diario di campo di sutty, in cui al resoconto dei fatti si affiancano appunti, ragionamenti e dubbi su quello che pian piano la studiosa scopre. e se state pensando che una cosa così sia noiosa, siete completamente fuori strada. in queste pagine le guin trasforma un momento di stasi in un vero e proprio viaggio in profondità nella comprensione di aka, di conoscenza del suo passato attraverso tutto ciò che lə suə abitanti sono riuscitə a salvare: miti, storie, memorie, poesie.
e questo momento è, per sutty, fondamentale per il viaggio - letteralmente inteso - successivo verso la vetta del silong, l'enorme montagna che domina il villaggio, alla scoperta del cuore segreto di aka e del suo rapporto complesso con la civiltà hainiana e con la terra.

senza scendere troppo nei dettagli della trama, è in questo rapporto che le guin racconta l'atroce realtà che sottende al colonialismo. se c'è una violenza palese ed evidente nella presa di possesso di uno spazio da parte dei coloni - tanto negli immaginari fantascientifici quanto nella nostra storia e, purtroppo ancora, nel nostro presente - c'è un'altra forma di sopraffazione e annichilimento che è quella del pensiero: chi si impossessa della terra, degli spazi, delle risorse, chi annienta ecosistemi, animali e esseri umani per i propri scopi, allo stesso tempo cancella memorie, idee, credenze, religioni, valori, parole, poesie, identità, interazioni tra esseri viventi e ecosistema le cui radici si perdono in quel passato che il nuovo dominatore presente deve rimuovere per costruire il suo futuro.

è questo il filo su cui scorre la storia de la salvezza di aka, e non è un caso che proprio questo romanzo chiuda il ciclo dell'ecumene, una lunga serie di storie di colonizzatorə e colonizzatə, di incontri e scontri su mondi differenti, di infinite possibilità in cui l'umanità può declinarsi una volta innestata su un nuovo mondo.

venerdì 9 gennaio 2026

gaza 1956 - note a margine della storia

questo è il racconto delle note a margine prese assistendo allo spettacolo di una guerra dimenticata. nel 1956 la guerra vide l'egitto contrapporsi a una strana alleanza tra gran bretagna, francia e israele; con il contorno di un susseguirsi di incursioni dei guerriglieri palestinesi e delle forze israeliane attraverso i confini di gaza; e le note a mergine... be', come la maggior parte delle note a mergine, finirono in fondo alle pagine della storia, in perenne bilico.
la storia può fare a meno delle note a margine. le note a marine quando va bene sono un'opzione; se va male fanno lo sgambetto alla grande narrazione. di tanto in tanto appaiono edizioni più agili e di facile lettura: la storia di scrolla di dosso in un colpo solo un po' di note a margine. e capite bene perché: la storia è sovraccarica. non può fare a meno di produrre pagine ogni ora, ogni attimo. la storia s'ingozza degli episodi più freschi e deglutisce quanto può ciò che è vecchio.

quante volte abbiamo detto che non è iniziata il 7 ottobre (2023)?
questo libro è stato scritto e disegnato nella prima decade del nuovo millennio e racconta - prova a raccontare - eventi che risalgono a circa mezzo secolo prima. eventi che, inesorabilmente, sono difficili da isolare, da non lasciar sovrapporre ad altri: 1948, 1954, 1967, e poi ieri, un mese fa, questa mattina, poche settimane fa...

gaza 1956 - note a margine della storia è un'opera ibrida, tra graphic journalism e social history, la storia, cioè, che non si concentra ai grandi avvenimenti politici ma che si basa sulle fonti orali e che, quindi, indaga il passato dei popoli, della gente comune, di chi quei grandi avvenimenti li ha quasi sempre subiti. ed è anche, ovviamente, il diario di campo di joe sacco durante il suo soggiorno a gaza e la sua ricerca di informazioni, storie e ricordi.
se andiamo a fare una ricerca su quel periodo, scopriamo che nelle cronache ufficiali gaza viene a malapena nominata. quella che è ricordata come la crisi di suez, fu una guerra lampo che coinvolse francia, gran bretagna e israele contro l'egitto, che si ricorda per lo straordinario accordo di interessi tra stati uniti d'america e unione sovietica e per essere stata, in qualche modo, la fine dell'impero britannico.

joe sacco, però, cerca una storia molto più piccola - almeno in senso geografico - dentro questa storia così ampia, ovvero quella di rafah, la piccola cittadina di gaza (che ormai abbiamo sentito nominare migliaia di volte ma che all'epoca della pubblicazione di questo fumetto non era così conosciuta) e del massacro compiuto dall'esercito israeliano ai danni della popolazione palestinese: 111 morti, secondo le stime ufficiali, che pure parlavano - quando non omettevano del tutto la vicenda - di tragico errore.
sappiamo benissimo, ormai da tanto, il significato nascosto di quelle parole, ma sacco, davanti alla carenza di informazioni nei report ufficiali, decide di trovare la verità di quel giorno nelle parole di chi, ancora, ne conserva la viva memoria.

a gaza incontra uomini e donne di ogni età, parla con loro, chiede di quel giorno del novembre 1956.
il ventaglio di risposte che gli si para davanti è dei più complessi e variegati, e bisogna riconoscergli la bravura e la professionalità di riportare - per quanto lui stesso avvisi che ogni storia è inevitabilmente filtrata non soltanto dagli interpreti sul campo, ma anche dal suo lavoro - questo risultato così intricato e mai perfettamente coerente.

raccogliere informazioni sul campo però è difficile, perché è difficile per lə suə testimoni mantenere salda la memoria su un giorno preciso, su un massacro preciso quando ogni giorno porta violenza e uccisioni, quando ogni persona ha visto morire qualcunə della propria famiglia o lə propriə vicinə di casa o lə amicə, quando è scampata lei stessa più volte alla morte, a volte solo per un soffio.
sacco racconta l'impossibilità di ricordare esattamente cosa testimonia ogni cicatrice che si ha sul corpo: questa ferita risale al 1956? o al 1967? o a un altro giorno ancora, uno dei tanti in cui lə palestinesə vengono assassinatə e le loro case rase al suolo?
massacro dopo massacro, distruzione dopo distruzione, morte dopo morte: nei racconti, così come nell'oggettiva realtà dei fatti, non c'è soluzione di continuità e non c'è - anche quando si cerca, anche quando si desidera a ogni costo trovarla - alternativa alla resistenza.

poco alla volta, mettendo a confronto le testimonianze e cercando le sovrapposizioni nei resoconti, sacco riesce a mettere in qualche modo a fuoco il dodici novembre 1956: una violenza immotivata e brutale, ricordi che traboccano di incredulità, di sopportazione e di paura, una violenza che si innesta a quella del presente spesso causando la rabbia dei ragazzi più giovani: perché non parli di oggi? perché pensi a ieri?


ma l'oggi c'è, ed è impossibile da ignorare. sacco è davanti alle ruspe che distruggono le case, per strada accanto al passaggio di un funerale dell'ennesimo ragazzino colpevole di aver tirato una pietra, presente quando rachel corrie viene assassinata atrocemente dall'iof. l'autore non spreca tempo e spazio in didascalie, non aggiunge riflessioni personali e meno che mai giudizi, ma il suo sentire è tanto chiaro quanto lo è una verità innegabile, e cioè che non può esserci alcuna riflessione sul presente né reportage che non tenga conto di più un'occupazione assassina che dura ormai da quasi settant'anni, e che nessun atto di violenza che può essere raccontato dallə cronistə (palestinesə e non) può prescindere dalla conoscenza di tutto ciò che è stato.
la storia della palestina è, prima ancora della storia dei suoi capi, delle date e degli eventi mediaticamente più risonanti, la storia vissuta sulla pelle del popolo palestinese.
e questo popolo è ritratto con un rispettoso realismo tanto nella sua miseria quotidiana, quanto nella forza titanica del suo resistere.

i sottintesi di sacco sono tantissimi, e forse quello che mi ha colpita di più è l'ossessione dellə palestinesə per il conflitto con israele, probabilmente la cosa più facilmente fraintendibile di tutto il libro. c'è una domanda, nascosta tra le righe di una narrazione che non si concede mai un attimo di riposo: cosa resta alla gente se ogni giorno, ogni ora, ogni momento della sua vita è una lotta per la sopravvivenza? il primo crimine tra i tanti imperdonabili commessi da israele è la spoliazione delle aspirazioni, dei sogni, delle speranze e dei progetti di un intero popolo.

gaza 1956 è un'opera che restituisce alla verità un episodio - uno dei tanti - che sarebbe stato, altrimenti, perduto nell'oblio e sotterrato dalle bugie della propaganda. un libro importantissimo per capire un po' di più anche l'abominevole genocidio ancora in corso.

martedì 15 aprile 2025

la falce dei cieli

le cose non hanno uno scopo, come se l'universo fosse una macchina, in cui ogni parte svolge una funzione utile. qual è la funzione di una galassia? non so se la nostra vita abbia uno scopo, e non mi pare che la cosa abbia importanza. la cosa che ha importanza e che noi siamo una parte. come un filo di lana in un tappeto, o un filo d'erba in un prato. quello esiste e noi esistiamo. la cosa che stiamo facendo è come il vento che soffia sull'erba.

ho sempre amato moltissimo il vecchio adagio che recita attenzione ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi, perché credo che riesca a riassumere al meglio l'idea che qualsiasi cosa, anche quella fatta con le migliori intenzioni, può portare a un concatenarsi di conseguenze via via sempre più spiacevoli, se non addirittura drammatiche e irreparabili.
la falce dei cieli di ursula k. le guin, da poco ripubblicato da mondadori, sì rifà proprio a quest'idea.

estraneo al ciclo dell'ecumene, la falce dei cieli gioca con l'immaginario fantascientifico per indagare l'interiorità degli esseri umani, il mondo psichico. anzi, più precisamente, la sua dimensione inconscia, che confluisce poi nel regno dei sogni.

è qui che george orr, protagonista del romanzo, riesce a fare qualcosa di impensabile: i suoi sogni - o meglio, alcuni di essi, che lui definisce efficaci - trasformano la realtà, agendo retroattivamente su di essa e cambiandola senza che nessunə, tranne orr stesso, ne sia consapevole.
orr è dunque sia l'unico (probabilmente) essere umano in grado di mutare il tessuto della realtà, sia un archivio vivente di tutte le realtà-che-sono-state e che si sono perse a seguito di uno dei suoi sogni efficaci.
un potere spaventoso che orr non può controllare, proprio come nessunə di noi può controllare i propri sogni. un potere che orr non vorrebbe avere.

ed è proprio per il desiderio di sottrarsi a tutto questo che orr finisce in cura da uno psichiatra, il dottor haber. entrambi, orr e haber, vivono in quello che, negli anni '70 del secolo scorso, per le guin era un futuro prossimo e per noi è già passato (ed è difficile dire da quale delle due prospettive è la più terrificante): è il 2002 e a portland, nell'oregon, dove paziente e medico vivono, piove sempre. la popolazione mondiale è troppo numerosa e la malnutrizione è inevitabile. il cambiamento climatico ha reso il pianeta inospitale, nonostante l'umanità si aggrappi a quella cosa che chiama vita con le unghie e con i denti, e la guerra sconvolge i paesi del sud-ovest asiatico (visto che possiamo evitare di chiamarlo medio oriente?).
nessuno dei sogni di progresso, di pace e di benessere mondiale è stato realizzato, anzi.
sogni di progresso, pace e benessere.
sogni.

la prima volta che orr rivela i suoi timori ad haber, è rassegnato all'idea di non essere creduto. sa che per chiunque altro è impossibile immaginare che i sogni di un uomo anonimo come lui possano avere un potere così grande.
ma haber è un uomo di scienza e, prima di etichettare orr come il solito psicotico con manie di onnipotenza, decide di metterlo alla prova. grazie a un macchinario di sua invenzione, l'aumentatore, spiega a orr di poter controllare i ritmi del suo cervello (chiedo perdono di questa mia spiegazione a ogni neurologhə che si ritroverà eventualmente a leggerla) e di poterlo portare a sognare in modo efficace ma controllato. questo primo esperimento convince haber della sincerità orr, e gli spalanca le porte all'opportunità di realizzare ogni possibile miglioramento nell'intera realtà sfruttando i sogni di orr.

haber e orr sono due personaggi diametralmente opposti: haber non dubita mai, neppure un momento, della legittimità delle sue azioni. è sicuro che modificare il mondo, agire sulla sua storia per trasformare il presente e tendere verso un futuro che sia il più possibile simile alla sua personale idea di bene, sia non soltanto una possibilità ma una sorta di dovere. haber deve agire. deve imporre il suo giudizio sul reale per piegarlo alla sua logica e ai suoi desideri, perché crede fermamente che questi siano la migliore soluzione per tuttə, anche quando il prezzo da pagare è tremendamente caro.

se haber è il mutamento, orr è l'equilibrio, la stasi perfetta, la migliore interpretazione possibile del termine medio. orr non si affida a ciò che crede ma a ciò che sa, e sa che nessunə, neppure nella peggiore delle situazioni, può decidere del destino di miliardi di esseri viventi. orr sa che non può affidarsi a uno strumento incontrollabile come i sogni e sa, soprattutto, che nessunə può distanziarsi così tanto dalla natura umana per mutarsi in dio. perché se a ogni cambiamento di continuum - come lo chiama haber - le memorie delle diverse realtà restano e si sommano nella mente di chi ha sognato o ha pilotato il sogno, la realtà per quell'individuo andrà sempre più disgregandosi, portandolo infine alla follia. perché è l'irrealtà a farci impazzire, il vuoto generato dal disfacimento del tessuto del reale e l'impossibilità di rimanere connessə allə altrə.
sapeva che quando si nega ciò che si è, si finisce con l'essere posseduti da ciò che non si è: dalle ossessioni, dalle fantasie, dalle paure che accorrono a colmare il vuoto.
la falce dei cieli è il romanzo più filosofico - se per filosofia intendiamo l'indagine intellettuale su ciò che esiste, sul come e sul perché esiste - tra quelli che ho letto di ursula k. le guin.
nella storia, i piani della realtà si sovrappongono e noi lettorə, proprio come orr e haber, ci ritroviamo nei panni di chi riesce a vedere in trasparenza tra tutti gli strati creati dai sogni efficienti, trovandoci sempre più disorientatə in una trappola multidimensionale di realtà sostituite.

per farla brevissima: l'ennesimo capolavoro di una scrittrice straordinaria.

mercoledì 19 febbraio 2025

brucia la notte ~ s'infiammano le stelle

nessuno entra.
nessuno esce.

noi siamo nessuno.

in una emilia-romagna immaginata ma non troppo, nel pieno di una catastrofe climatica lontana da noi ma non troppo, sotto un regime distopico ma non troppo, ani e bi(anca) cercano il modo di sopravvivere nel campo dove sono state confinate.
il campo è una salina e il lavoro lì spacca le mani e corrode l'animo.
a lavorare il sale, immerse nell'acqua tutto il giorno sotto lo sguardo vigile delle stecche - o gli integri, come preferiscono definirsi - sono solo donne. denunciate per comportamenti che offendono la morale del regime, come bianca, o rinchiuse perché migranti senza diritti, come ani, o anche volontarie, come tutte quelle donne che hanno scelto la dura vita del campo alla fame e alla miseria del mondo esterno, le centinaia di raccoglitrici delle saline sono la manodopera fondamentale in un mondo in cui l'economia - e quindi il potere - gira tutta intorno al sale che, esauriti i combustibili fossili, è diventato l'unica fonte di energia disponibile.

formalmente le saline sono solo saline, ma nei fatti si tratta di vere e proprie prigioni dove rinchiudere le donne - soprattutto quelle scomode, le povere, le migranti, le non cis-etero, eccetera - e spremerle fino all'osso, abusando tanto del loro lavoro quanto del loro corpo.
è per questo che bi e ani non si limitano solo a sopravvivere, ma cercano ad ogni costo di scavalcare le mura del campo e riprendersi la loro libertà.

bianca e ani sono come il giorno e la notte: bianca è un biondo fiume in piena di parole che adora fare la buffona e sdrammatizzare le situazioni più difficili; ani è silenziosa e schiva, un cespuglio di arruffati ricci neri, minuta e agile. a unirle non è soltanto uno spontaneo e sincero sentimento di amicizia, nato fin dal loro primo incontro nel campo, ma soprattutto un odio profondo e totale per quel regime che ha distrutto la loro vita, le ha separate dalla loro famiglia e ha rubato la loro libertà.
ani e bi non si sono mai fermate, hanno vissuto ogni giorno, ogni ora per riuscire a fuggire dal campo, hanno fatto piani su piani, mappature dell'area di comando e progetti, ma l'occasione arriva nel modo più imprevedibile e violento.
il primo attacco dall'esterno, la prima violentissima esplosione annienta in pochi minuti l'incrollabile e organizzatissima routine delle saline, manda le stecche nel panico ma, al contempo, uccide integri e raccoglitrici indistintamente.
è così che ani perde l'unico motivo per cui non si è mai decisa davvero a scappare, l'unico legame che la teneva stretta al suo ruolo.
ed è così che la rivoluzione ha inizio.

il dolore di chi viene costantemente schiacciatə, abusatə, violatə, imprigionatə e spogliatə della sua dignità di essere umano fa in fretta a trasformarsi in rabbia, e lì dove esistono regimi che si basano proprio sulla sopraffazione e sulla violenza nasce la resistenza, pronta a tutto pur di ritrovare una dimensione in cui vivere libera e in pace.
senza avere più niente da perdere, ani e bi approfittano dell'attacco e del caos per sfuggire alle guardie, e se la scoperta che bianca ha il potere di manipolare le menti di chi ascolta il suo canto sconvolge ani, l'incontro fortuito con sua sorella gizem - da cui si era separata anni prima, al suo arrivo in italia, e creduta perduta per sempre - è ancora più shockante, e di certo molto meno romantico e strappalacrime di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare.

grazie a gizem, ani e bianca arrivano alla congrega di dozza, una delle tante comunità fuori dal controllo del regime, dove la gente vive in regimi di mutuo soccorso e autosostentamento e... magia. perché bianca non è l'unica ad avere capacità fuori dal comune, anzi: le streghe - le strighe - esistono.
storiche vittime del potere, adesso sono loro a dirigere la resistenza contro quel potere che le teme e vorrebbe annientarle.


clarissa la suprema, guida e riferimento per tutta la congregazione; velia, tabagista affettuosa e saggia; dina, una guerriera dalla forza straordinaria; jole, che sa comunicare con lə scomparsə, le anime dellə defuntə; ottavia, archivista straordinaria e memoria vivente di dozza; aatifa, guaritrice della congrega e pittrice che ricorda, attraverso la sua arte, chi ha dato tutto per la congrega. e soprattutto ebe - fuggita da una vita ricca e agiata in quella rocchetta mattei che ha sempre appoggiato il regime per proprio tornaconto, incurante delle sofferenze altri, che sarà teatro fondamentale dell'ultima parte della storia - e ora votata al bene collettivo.
le storie e i destini di queste donne si intrecciano a quelle di ani, bianca e gizem sullo sfondo di una rivoluzione appena nata e già pronta a esplodere con ferocia.
sono storie cariche di rabbia e di voglia di rivendicazione che riassumono millenni di altre storie e di altre vite, quelle di tutte le donne che non si sono arrese al potere costituito a ogni livello dell'organizzazione sociale, dal microcosmo delle loro case fino a travolgere il mondo intero.
sono le storie delle donne che di solito non trovano spazio nei racconti: donne trans, donne lesbiche, donne anziane, donne disabili, donne bellissime ma forti quanto e forse più degli uomini. da questo punto di vista, questi romanzi sono un riscatto enorme per tutte quelle donne che non hanno avuto troppo spesso il privilegio di essere protagoniste di una storia.

se brucia la notte ha il ruolo di introdurci in questo sistema-mondo distopico e magico, di presentarci le protagoniste e il territorio - che, proprio in virtù del suo essere sovrapponibile a una geografia reale, è altrettanto protagonista del racconto - e di iniziare un percorso (concludendosi con un plot-twist e un cliffanger che definire crudele è solo una dimostrazione d'affetto nei confronti delle autrici), s'infiammano le stelle inizia con uno scioglimento iniziale della tensione che dura solo un attimo, prima che il racconto riprenda la sua corsa verso il gran finale.
brucia la notte / s'infiammano le stelle segue un percorso circolare, o meglio un percorso a spirale che parte dalle saline e che, andando avanti, s'ingrandisce, cresce insieme alle sue protagoniste come una linea che si irrobustisce caricandosi tanto di rabbia quanto di quell'amore che alimenta le comunità nate dal basso, dove nulla è imposto e tutto è collettivo.
una linea che abbraccia un territorio che si allarga sempre di più, traslato dal mondo reale a quello fittizio-ma-possibile del romanzo, una linea che accelera attraverso un racconto costruito dall'alternanza delle voci e dei punti di vista di ani, bi, ebe e gizem, che trovano sempre di più la loro forza come gruppo proprio nelle loro differenze individuali.

brucia la notte / s'infiammano le stelle sono romanzi pieni di rabbia e di forza che partono dall'idea streghe vs. fascisti e si trasformano in una storia che raccoglie a piena mani dalla nostra realtà e dalla nostra storia recente.
è impossibile incasellarli in una qualche categoria specifica e questo per me è prova della loro originalità e del lavoro delle autrici, tiffany vecchietti e michela monti, che, se da un lato hanno fatto loro tante lezioni di storytelling nella loro lunga carriera di lettrici (per una volta, l'orribile adagio del chi scrive non legge non vale!), dall'altro sono state capaci di restituire qualcosa di unico - tanto nei toni e nello stile, che rendono entrambi i romanzi estremamente appassionanti, quanto nei temi e nei contenuti - profondamente radicato nel territorio e nelle sue tradizioni e ispirato da una coscienza politica transfemminista fortissima e solida.

domenica 5 gennaio 2025

commenti randomici a letture randomiche (90)

inizio questo post senza sapere quando lo finirò o se ne pubblicherò un altro prima perché sono entrata in questo 2025 portandomi dietro quintali d'odio dal 2024 per tutto quello che riguarda i social, la bolla, il bookstagram, e con la nostalgia per quello che erano i blog e che non sono più e blablabla. e sì, forse è che ormai sono solo troppo vecchia e non so adattarmi al cambiamenti velocissimi delle realtà online, sono rimasta aggrappata a qualcosa che non esiste più, però che tristezza.
vabbè, il punto non è questo.

vi racconto in breve tre libri che ho letto a fine dell'anno scorso, che vi consiglio ma con qualche riserva. sono tutti e tre dei poteva essere bellissimo ma.

lo specchio perfetto del mio umore, insomma.

 ritrovato e perduto 
le parti azzurre erano dove c'era tanta acqua, simili alle cisterne ma più profonde, e le parti di altri colori erano terra, simili ai giardini di terriccio ma più grandi. il cielo non riusciva proprio a capirlo. il cielo era una seconda palla che circondava la palla di terriccio, diceva suo padre, ma nel modellino del globo non potevano mostrarlo perché di fatto non si vedeva. era trasparente, come l'aria. era aria. però azzurra. una palla di aria, e da sotto appariva azzurra, e stava fuori dalla palla di terriccio. aria esterna. che cosa strana.

questo povero libro mi ha aspettata per anni e nel frattempo ha affrontato cinque traslochi. la sua mole mi ha sempre spaventata però le vacanze di natale mi sembravano il periodo perfetto per affrontarlo. ero sicura che avrei adorato ogni pagina di ritrovato e perduto - figuriamoci, è ursula k. le guin! - invece mi è difficile dare un giudizio perché se da un lato ci sono racconti meravigliosi, dall'altro ce ne sono anche alcuni che mi hanno sfiancata e che ho addirittura mollato a metà, se non meno.
capita spesso nelle raccolte di racconti che il livello non sia sempre uguale, però forse è la prima volta che trovo un'antologia così altalenante.

la raccolta si divide in racconti non di genere, altri di fantascienza - legati e non al ciclo dell'ecumene - e altri fantasy, attinenti all'universo di terramare. i miei preferiti sono quelli in cui viene maggiormente fuori l'attenzione antropologica di le guin (ricordiamoci che era figlia di alfred kroeber, uno degli allievi del padre dell'antropologia moderna franz boas, convinto antirazzista a cui dobbiamo pagine meravigliose che smontavano le teorie cosiddette scientifiche razziste in voga nell'ottocento ben prima che la genetica facesse la sua comparsa), come la questione di seggri - ambientato in un mondo in cui il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 16 e dove, quindi, l'appartenenza al genere maschile determina in modo preponderante il futuro dei socializzati maschi e dove i rapporti relazionali sono pesantemente influenzati da questa proporzione - o una storia alternativa o un pescatore del mare interno, in cui il matrimonio è un complesso sistema di relazioni endo ed esogamiche a quattro, dove il concetto stesso di amore è qualcosa di molto differente da quello che siamo abituatə a pensare. molto bello anche liberazione di una donna, un racconto che, attraverso la storia di una donna che da schiava impara a conoscere la libertà, invita a riflettere sul significato che diamo al concetto di libertà stessa che, per le guin, dipende in buona parte dalla possibilità di conoscere e di dotarsi di strumenti intellettuali per comprendere le strutture del mondo in cui viviamo.

il mio racconto preferito è però l'ultimo, più una novella o un romanzo breve che un racconto a dire il vero, paradisi perduti: setting della storia è un'astronave-mondo, la discovery, in viaggio verso un nuovo mondo abitabile, partita da una terra ormai in crisi in cui la vita umana è seriamente minacciata dal pericolo dell'estinzione. l'enorme distanza da percorrere, però, prevede che sarà la sesta generazione quella che per prima potrà vedere il nuovo mondo, mentre l'ultima che ha visto il pianeta madre, la generazione zero, è ormai estinta da tempo. la vicenda inizia quando i membri della quinta generazione sono appena bambinə e la vita nell'astronave mondo è l'unica realtà conosciuta ormai da decine e decide di anni. uomini e donne natə, vissutə e mortə senza aver sperimentato mai nulla più che i video immersivi che simulano la vita sulla terra, immaginando un mondo che non avrebbero mai raggiunto.
eppure, sulla discovery non si conosce il senso di claustrofobia né quello di oppressione: generazione dopo generazione, la vita in viaggio si è normalizzata fino al punto da dar vita a una sorta di religione fondata proprio sul concetto di viaggio infinito verso la beatitudine, lontano dai pericoli, dalla miseria, dalle malattie e dalle difficoltà da cui l'astronave lə ha sempre protettə e che però potrebbero ripresentarsi nel nuovo mondo.
costruendo una comunità e una politica fondata sulla cooperazione e sull'integrazione di tutti i membri nella società, su un obiettivo comune, sul riutilizzo virtuoso delle risorse le guin riflette con noi sull'utopia anarchica dell'autogoverno, ponendo dubbi sempre molto interessanti - come è pure in i reietti dell'altro pianeta - su quanto possa essere soddisfacente vivere nel migliore dei sistemi possibili.

purtroppo non tutti i racconti, come accennavo su, sono all'altezza di quelli di cui ho brevemente parlato qui. forse è una questione di gusto personale, però avrei preferito una raccolta più breve ma con un livello sempre così alto.

 fisica della malinconia 

non mi importa se il libro dice che è un mostro. sono stato in lui e conosco tutta la storia. c'è alla base un grande peccato e una calunnia, una straordinaria ingiustizia. io sono il minotauro e non sono assetato di sangue, non voglio divorare sette giovani e sette fanciulle ogni volta, non so perché sono rinchiuso, non ho alcuna colpa... e ho una paura bestiale del buio.

un po' romanzo, un po' memoir, un po' raccolta di appunti e riflessioni, fisica della malinconia è un lungo monologo di quello che fu un bambino dotato di un'empatia così forte da riuscire a fare propri persino i ricordi altrui più lontani nel tempo, trasformando in suoi gli eventi vissuti da suo nonno quando era bambino, quelli di una lumaca o di un altro bambino, quello che per via della sua testa di toro venne chiuso in un labirinto buio e chiamato mostro fino al momento del suo assassino. quello che fu quel bambino è adesso un uomo che ha perduto quella capacità - o, si potrebbe anche dire, è guarito dalla sua patologia - e che adesso colleziona storie, riempiendo quaderni su quaderni dei ricordi altrui.
tra storia e ricordo, tra realtà e mitologia, andiamo avanti e indietro tra il labirinto del minotauro e la casa in cui il suo giovane nonno, ai tempi in cui era soldato, era stato salvato e amato da una donna che parlava un'altra lingua.
il buio del labirinto, il buio della casa della sua infanzia al piano seminterrato, il buio a cui il nonno è costretto ad abituarsi per non farsi accusare di diserzione: il senso di smarrimento è il filo rosso che collega diversi piani temporali e i diversi piani di realtà, che tiene insieme le pagine di questo libro e che ci guida, quasi ipnotizzati, dal principio alla fine.

la lingua di gospodinov è incantevole e mi ha fatto venire voglia di leggere anche gli altri suoi libri ma a volte questo mi ha un po' stancata, si ripiega troppo su sé stesso, ingarbugliando memoria e sogno, ricordi ed empatia e perdendosi in lunghe pagine che mi facevano venire voglia di tornare indietro o correre avanti. bello, sì, ma avrei preferito che mantenesse un po' di più la messa a fuoco.

 amatka 

vanja andò a prendere le sue valigie e slacciò le fibbie. una di queste sembrava sul punto di cedere. era stato il regalo di qualcuno che a sua volta l'aveva ereditata da qualcun altro, e così via. in ogni caso, non sarebbe durata a lungo: la parola valigia era quasi illeggibile. avrebbe potuto ricalcare le lettere, certo, ma la domanda era cosa sarebbe accaduto prima - la valigia si sarebbe semplicemente sgretolata per l'usura oppure si sarebbe dissolta, una volta riposta. avrebbe dovuto distruggerla.
«valigia» sussurrò vanja per mantenerla nella sua forma ancora per un po'. «valigia, valigia».


quando un libro promette di avere una trama originale che mi incuriosisce in modo particolare cerco di evitare di leggere commenti e recensioni prima di iniziarlo, così da non farmi idee preconcette e aspettative di vario tipo. con amatka è stato così, sapevo solo che era ambientato in un mondo in cui è necessario nominare le cose per evitare che queste svaniscano. non avevo capito bene come avrebbe dovuto funzionare questa regola ma non ho voluto indagare oltre.
effettivamente è stato utile arrivare alla prima pagina con meno informazioni possibili perché il sistema descritto da karin tidbeck, anche se non è originalissimo, è parecchio interessante, e il suo punto di forza non si limita esclusivamente a questa strana peculiarità degli oggetti.
la storia di vanja è ambientata in un qualche pianeta - o parte di un pianeta, questo non è chiarissimo - in cui gli oggetti perdono la loro forma se non vengono nominati, tornando alla materia primigenia con cui sono stati creati, una sostanza informe e molliccia non meglio identificata che sembra comporre qualsiasi cosa, a esclusione degli artefatti provenienti dal vecchio mondo - che supponiamo essere la terra. in questo pianeta non esistono altri animali se non gli esseri umani, divisi in colonie le cui funzioni principali sono chiaramente assegnate: essre, balbit, odek e, appunto, amatka, più una quinta colonia ormai distrutta, di cui la storia ufficiale dice poco o nulla, ma che - non vi dico come né perché - sarà importantissima per lo svilupparsi della trama.
la vita nelle colonie è fortemente comunitaria, lə bambinə vivono tuttə insieme in delle case apposite lontanə dallə genitorə per scongiurare inutili attaccamenti ed eventuali traumi, ogni persona ha un preciso compito da svolgere e tuttə lavorano per il bene collettivo, tenendo sempre a mente l'impresa eroica dei pionieri, di chi cioè fondò le colonie, permettendo a tuttə adesso di vivere vite piene e sicure.

giunta ad amatka, vanja svolge correttamente la sua ricerca sulle abitudini igieniche commissionata da essre, per capire che tipo di prodotti potrebbe essere utile commercializzare nella colonia, ma alla fine decide di rimanere con le persone scelte per ospitarla: nina, che lavora come dottoressa, ivar, assegnato alle coltivazioni di funghi - con cui ad amatka non solo si cucina praticamente tre quarti delle possibili pietanze, ma ci si fa praticamente di tutto, saponi compresi - e la vecchia ulla, anche lei medico ma ormai in pensione, che sembra conoscere molti dei segreti legati ad amatka e al passato delle altre colonie, soprattutto della quinta...
è per amore di nina che vanja resta, e tutto sembrerebbe il preludio di una lunga e serena felicità se non fosse che la storia di amatka e delle colonie tutte comincia a venire alla luce, tra vecchi libri destinati a scomparire e strane costruzioni segrete nascoste sottoterra...

il senso di questo libro sta tutto nelle parole, in quelle che l'autrice utilizza per raccontare la storia, certo, ma soprattutto in quelle che lə personaggə sono liberə o meno di pronunciare. la materia presente nelle colonie risponde alle parole, prende forma grazie ad esse e in loro assenza si disgrega. il mondo esiste perché viene nominato, proprio come avviene nel mito ebraico della creazione, dio "disse" e la luce, il cielo, la terra, gli alberi, gli animali, la vita, ogni cosa "fu". il potere che ognunə dellə abitantə delle colonie è immenso e dunque deve essere controllato perché chi ha il potere di fare ha anche quello di disfare, e infatti l'uso improprio delle parole può costare caro, carissimo.

possiamo dire che amatka è una distopia se ci fermiamo al suo sistema politico, all'annullamento richiesto alla dimensione individuale di ciascunə dellə colonə a beneficio della comunità, ma diventa quasi una riflessione teologica - o più semplicemente un fantasy - se osserviamo il rapporto tra le parole, tra il potere che ha chi le pronuncia, e la realtà circostante: avere il potere di un dio significa andare oltre la propria umanità e quindi rinunciarvi, perderla irrimediabilmente e per sempre.

personalmente avrei preferito che questa doppia identità del romanzo fosse rimasta più in equilibrio mentre invece il finale si sbilancia troppo a beneficio della seconda, lasciandomi con tante, troppe domande ma con un senso di stupore enorme, che mi ha comunque fatto apprezzare tantissimo la lettura.

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lunedì 7 ottobre 2024

i cento amori di giulietta

appena ho visto helene, ho assaporato sulle labbra il gusto lieve e dolciastro del vino al miele, la reminiscenza di un bacio. succede tutte le volte che lei riappare nella mia vita, un ricordo ostinato che perdura dalla sera del nostro primo incontro, secoli fa.
certo, lei è del tutto inconsapevole della sua identità. o del fatto che la sua presenza - o assenza - nella mia vita abbia plasmato la mia intera esistenza.
oggi sarò pure sebastien, ma in principio il mio nome era romeo.
e il suo giulietta.

leggere i cento amori di giulietta non è stato facile perché ho passato la maggior parte del tempo con gli occhi lucidi e le lacrime sempre pronte a riversarsi giù, in uno stato di totale perdita di contegno e di assenza di vergogna. evelyn skye mi aveva convinta con damsel e adesso mi ha definitivamente conquistata con i cento amori di giulietta che, se da un lato è meno "politico" del primo, dall'altro è riuscito a farmi sentire totalmente coinvolta, trascinata nella storia che stavo leggendo. una storia d'amore bellissima, scritta senza mai scadere nel melenso, senza mai indugiare in scene da vecchio voyer senza scrupoli... e poi, insomma, parliamo della storia d'amore per antonomasia, quella di romeo e giulietta!
anche se in realtà le cose non sono andate proprio come ce le aveva raccontate shakespeare...

helene e sebastien si incontrano per la prima volta in una piccola cittadina dell'alaska. helene è appena arrivata, ha mollato tutto di colpo - il lavoro da giornalista che non decolla mai e, soprattutto, quel bastardo del suo futuro ex marito - e dalla california si è rifugiata nel gelo artico per poter diventare finalmente la nuova versione di sé che aspira a essere - quella che smette di tollerare le cattiverie e i tradimenti del marito, quella che tiene sempre gli occhi bassi, non alza mai la voce, sopporta tutto, non si lamenta mai e non rivendica mai quello che le spetta per diritto - e per scrivere, finalmente, il suo libro.
da quando ha memoria, colleziona brevi racconti, storie d'amore ambientate in tempi e luoghi diversi. helene sa che c'è qualcosa che le sfugge e che collega insieme tutto il materiale che ha accumulato fino ad adesso... ma cosa?
la sua unica certezza è che il protagonista maschile - anche se di volta in volta cambia nome, mestiere, città d'origine eccetera - è sebastien, l'amico immaginario che le fa compagnia e la sostiene di fronte a ogni difficoltà, nato nella sua mente per affrontare la malattia e la morte di suo padre quanto era ancora soltanto una ragazzina.
e adesso, eccolo lì: stesso volto, stessi occhi, stessi capelli, persino lo stesso nome! sebastien in carne ed ossa, dentro lo stesso pub in cui si è rifugiata a mangiare qualcosa di caldo la sera del suo arrivo in alaska, il primo giorno della sua nuova vita
com'è possibile che il suo amico immaginario, il protagonista dei suoi racconti, un personaggio inventato dalla sua immaginazione sia lì di fronte a lei, in carne e ossa?

il loro incontro non è certo una scena da film romantico, anzi. nonostante il destino sembra portarli costantemente una di fronte all'altro, sebastien è sempre scontroso, sgarbato e antipatico. in qualche modo, helene ha la sensazione che anche lui la conosca, ma è evidente che i sentimenti che lei prova per il sebastien che l'ha accompagnata per tanto tempo nella sua fantasia non corrispondono affatto a quelli che il sebastien della realtà prova per lei. ma perché lui è così respingente?

quella di romeo e giulietta è una storia con radici profondissime, che attraversano secoli e continenti. shakespeare fu ispirato dal racconto di questo amore impossibile già noto nel medioevo - ad esempio, dante cita le due famiglie dei montecchi e capuletti (cappelletti) nella sua divina commedia - ma alcunə studiosə hanno trovato echi degli archetipi di questa storia già nella letteratura classica greca e latina.
cambiano i nomi, cambiano i luoghi e le epoche ma l'infelice destino dei due amanti resta uguale.
evelyn skye si inserisce in questa lunghissima tradizione raccontandoci un finale alternativo della tragedia shakespeariana, quello in cui romeo, in realtà, uccide giulietta per sbaglio durante il suo duello con paride e per questo viene maledetto: per quanto ci provi, non riesce a morire e il suo tempo si dilata quasi all'infinito, facendolo invecchiare di un anno ogni cinquanta. in questa vita quasi eterna, romeo è costretto a incontrare ogni volta l'incarnazione di giulietta - ignara della loro vera identità - ad amarla e ad esserne amato, e infine, proprio come la prima volta, a perderla tragicamente.
romeo non può morire, giulietta muore ogni volta.
e adesso, tocca a helene e sebastien recitare sul palco del loro destino: le loro anime sono legate da secoli e anche questa volta non possono restare indifferenti una all'altro. ma qualcosa, adesso, sembra seguire un copione differente. che sia un segno che la maledizione si può spezzare?

sebastien e helene incarnano due prospettive opposte (e l'alternanza delle voci narranti, nel libro, sottolinea al meglio questa differenza): per lui, ogni storia d'amore è destinata a finire tragicamente perché, per quanto follemente si possa amare ed essere amatə, il destino che aspetta ciascuno di noi è sempre lo stesso. helene riesce però a mostrargli l'altro lato della medaglia: non vale forse la pena vivere una vita forse breve, sì, ma che è riuscita a conoscere una gioia così grande e totalizzante come quella che giulietta prova ogni volta con romeo? sebastien guarda verso il futuro colmo di timori e di angosce, vivendo ogni momento come se fosse l'ultimo prima di anni e anni di perdita e dolore, mentre helene è capace di concentrarsi sul presente, di vivere pienamente il momento come se niente, a parte il qui e ora, avesse importanza.

i cento amori di giulietta è un romanzo che - oltre a coinvolgerci in una bellissima storia d'amore - ci spinge a trovare le nostre risposte oltre la parola fine. cosa succede quando una storia finisce, quando si gira l'ultima pagina del libro? ok, lə nostrə protagonistə felici e innamoratə si sono sposati e ora vivranno "per sempre felici e contenti", ma quanto dura questo per sempre? è ovvio che il lieto fine non è davvero la fine e, in questo senso, ha ragione sebastien: ogni grande amore è destinato a finire tragicamente con la morte di unə dellə due amanti, che sia dopo un giorno o dopo decenni. ma è anche ovvio che per lieto fine possiamo intendere anche il compimento di quell'amore, che lo si voglia intendere come il matrimonio, come la nascita di unə figliə o come la realizzazione si qualsivoglia obiettivo che per quella certa coppia ha significato e valore, e qui ci tocca seguire il ragionamento di helene: forse vivremo questa immensa felicità per poco tempo, ma sarà una gioia così grande che nulla ci farà rimpiangere averla vissuta.

evelyn skye ci suggerisce che forse, quello che veramente conta non è tanto il modo in cui decidiamo di interpretare la realtà ma quanto siamo capaci di affrontarla con consapevolezza, e di condividere pienamente e sinceramente questa consapevolezza con chi amiamo e scegliamo come compagnə nella nostra vita. leggere la nota finale è stato un colpo al cuore - le parole di skye sono così autentiche e sincere che è difficile trattenere le lacrime - ma bellissimo. non vi dico altro.
conoscere l'altrə e conoscere sé stessə - così come helene ha immaginato/ricordato tanti frammenti delle sue vite passate con romeo/sebastien - accettare il passato ed essere prontə ad accogliere il futuro con speranza e accettazione, forse è questo che può spezzare la maledizione, che può spazzare via la paura che ci impedisce di vivere le cose per paura di perderle.

venerdì 14 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (86)

ultimo post prima di partire.
insomma, probabilmente avete letto delle mie ansie sui social o forse no. beh, comunque non è la cosa davvero importante adesso, magari ve ne parlo alla prossima newsletter - che a giugno ormai è saltata, quindi ci rileggiamo (su substack) a luglio.

qui, intanto, vi racconto brevissimamente gli ultimi libri che ho letto in questi giorni.

 il caffè della luna piena 
il caffè della luna piena non occupa un luogo fisso.
capriccioso, cambia continuamente indirizzo, comparendo ora in una familiare via commerciale, ora nella stazione d'arrivo del treno, ora sulle quiete sponde di un fiume.
qui non puoi ordinare. siamo noi a offrirti dolci, cibi e bevande messi da parte apposta per te.
«forse stai sognando» dice sorridendo il grande gatto tigrato che mi è apparso davanti agli occhi.

non credo di essere stata l'unica a essere stata attratta dalla copertina di questo libro ma di certo la copertina è la parte migliore.
chiariamoci: non è un brutto romanzo, non è noioso, non è scritto male.
è semplicemente una di quelle storie che si dimenticano tre minuti dopo averle finite di leggere.
protagonista assoluto è in realtà proprio il caffè della luna piena, un misterioso locale gestito da gatti che appare per le strade di kyoto per chi ha bisogno di rimettere in ordine la propria vita.
la prima a imbattersi nel caffè è serikawa, una ex sceneggiatrice di successo che sembra aver perso il suo talento e che adesso tira a campare con un lavoro che non ama, in un appartamento che non le piace, rimpiangendo il passato. poi c'è akari, reduce da una delusione amorosa; megumi che vorrebbe cambiare lavoro e infine mizumoto, l'unico uomo del gruppo, che incontra di nuovo, dopo tantissimo tempo, il suo primo amore.
prevedibilmente le loro storie sono tutte intrecciate e, altrettanto prevedibilmente, l'incontro con i gatti de il caffè della luna piena servirà a tuttə loro per risolvere ogni problema tra una lettura della loro carta astrale e un dolce creato ad hoc, trovare la loro strada e vivere felici.

insomma, il caffè della luna piena è un romanzo che non consiglierei a meno che non vogliate passare qualche ora di nulla cosmico con una lettura di intrattenimento davvero molto, molto leggera.

 il grande albero al centro del mondo 
si narra che tanto tempo fa, al centro del mondo, si ergesse un grande albero.
nonostante le sue dimensioni, chi sapeva della sua esistenza poteva essere contato sulle dita di una mano. e proprio per questa ragione è possibile che ormai sia stato completamente dimenticato.

il grande albero al centro del mondo, invece, è stata una bellissima sorpresa. mi aspettava da mesi e alla fine è arrivato, come sempre, proprio al momento perfetto.
o forse ogni momento è perfetto per un libro come questo.
che makiko futaki sia stata una collaboratrice dello studio ghibli è evidente fin dalla copertina di questo libro e poi ancor più iniziando a leggere e a guardare le meravigliose illustrazioni che accompagnano la storia di sisi.
sisi vive sola con sua nonna in una valle solitaria ai piedi del grande albero. non ha mai visto nulla del mondo ma lo spettacolo dell'albero che si perde in alto tra le nuvole e poi l'incontro con un misterioso uccello dorato fa crescere in lei il desiderio di scoprire cosa cela la cima del gigante verde. inizia così un viaggio che sembra una fiaba, tra rospi parlanti, creature di muschio e incontri inaspettati, una fiaba che racconta di una natura grandiosa ma malata che ha bisogno di essere salvata, in perfetto stile ghibli.

il libro di makiko futaki è una storia straordinaria che sa stupire e incantare lettorə di ogni età. straconsigliato!

lunedì 15 aprile 2024

ancora una fermata

il suo sorriso somiglia all'inizio di una storia molto lunga che august racconterebbe a una serata fra amici, se avesse degli amici.
copertina di "ancora una fermata" di casey mcquiston - una ragazza con i capelli lunghi e biondi, con un caffè in mano, sta per prendere la metro, mentre un'altra, con i capelli corti e scuri, si affaccia dalle porte del treno

1) il suo sorriso è davvero l'inizio di una storia molto lunga;
2) credo che non esista età più felice - stupida ma felice - di quella in cui basta un sorriso di qualcunə incontratə per caso, anche solo di sfuggita, per far sì che il nostro cervello inizi a scrivere libri, poesie, film, intere saghe di luminose fantasie;
3) lə amicə arrivano, a un certo punto, magari nel modo più inaspettato possibile, ma arrivano sempre.

ogni tanto bisogna uscire dalla propria comfort zone. fa bene. è vero che il pericolo di una delusione è dietro l'angolo ma se si è dispostə a correre il rischio, magari arrivano anche le belle sorprese.
ancora una fermata per me è stata una bellissima sorpresa. l'ho recuperato su vinted dopo che certe idiozie classiste e tremendamente maschiliste sulle scrittrici donne e sui romance mi avevano fatto ribollire lo stomaco di rabbia.
senza fare troppi giri di parole: è incredibilmente stupido e in cattiva fede dire che le donne scrivono solo storie d'amore ed è incredibilmente stupido e ottuso relegare le storie d'amore a prescindere da tutto il resto in una categoria marginale, criticando lə lettorə di romance di non capirne niente di letteratura, innalzando un certo tipo di testi - e quindi un certo tipo di lettorə - a vera letteratura (e verə lettorə). sinceramente, di questi giudizi così superficiali, snob e classisti non ce ne facciamo niente, grazie tante. continuate pure a farvi le pippe a vicenda su robinson.

insomma, ecco la premessa.
è vero che sono una lettrice di quella letteratura di genere che non rientra nei salotti bene, ma il romance mi mancava. e ancora una fermata sembrava il titolo perfetto, quindi mi sono lanciata. e ho fatto benissimo, è stato uno dei libri che mi hanno appassionata di più negli ultimi mesi!

la protagonista è august landry, ventitreenne che ha passato gli ultimi cinque anni della sua vita traslocando da un appartamento all'altro e da un corso di laurea all'altro. august ha un rapporto piuttosto complicato con sua mamma - che l'ha trascinata per tutta la vita nella ricerca di uno zio scomparso quando lei era bambina - che ha guastato ogni altra possibile relazione sociale.
non è mai riuscita a trovare dellə verə amicə e non ha mai avuto una storia d'amore. a dirla tutta, anche il suo conto in banca lascia parecchio a desiderare e... insomma, né il presente né il futuro sono troppo rosei per lei.
almeno finché non si trasferisce a new york, trova una stanza in affitto insieme a dellə coinquilinə e dellə vicinə di casa piuttosto sui generis, inizia un nuovo corso all'università e cominci a lavorare come cameriera in una tavola calda che sforna pancake unti e capaci di lasciarti il loro odore addosso per l'eternità. e soprattutto, finché non inizia a prendere la metro, linea Q. è lì che incontra jane, la ragazza più figa del mondo per cui si prende una cotta spaziale e, almeno in apparenza, disperata.
perché jane non è soltanto fighissima ma è anche incastrata nella situazione spazio-temporale più assurda possibile. l'incontro tra lei e august è davvero un miracolo, qualcosa di fortemente voluto dal destino, anche se a unirle è una matassa più che un filo, un ingorgo di storie e indizi e coincidenze che collegano gli anni '70 con i 2000, un mistero che chiede di essere svelato e che august risolverà non soltanto grazie a tutto quello che anni di indagini con sua mamma le hanno insegnato, ma anche con il preziosissimo aiuto e supporto di quella nuova famiglia di elezione in mezzo a cui è piombata quasi senza rendersene conto.

senza spoilerare la trama - che è piena ed appassionante e non merita spoiler - dentro questo libro c'è un'umanità incredibile, vera ed emozionante.
c'è la sorpresa di chi trova, finalmente, la propria gente, il proprio posto nel mondo, di chi riesce a mettere insieme, un pezzetto alla volta, la propria vita, esattamente quando ormai la dai per spacciata. la famiglia-per-scelta di august è queer e assurda e piena d'amore, è fatta di quelle persone a cui al primo incontro non daresti un centesimo ma poi ti cambiano l'esistenza (in meglio), persone che, se non rientrano in nessuna categoria socialmente accettata, fanno spallucce e se ne creano di nuove.
e la storia d'amore con jane è bella, semplice e sincera, senza drammi, senza stereotipi, senza stupidi normativismi. è quello che una storia d'amore dovrebbe essere e basta.

e quindi se le donne - o, come in questo caso, le persone queer e non binary, come casey mcquiston - sanno scrivere storie così, che divertono, appassionano, emozionano e sanno raccontare così bene l'immensa varietà dei possibili modi di stare insieme al mondo, direi che è il caso di mettere un po' di snobberia da parte e rivalutare il proprio sistema di valori.

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giovedì 7 marzo 2024

le diecimila porte di january

quando avevo sette anni, trovai una porta. forse dovrei usare la maiuscola, così capirete che non sto parlando di una porta da giardino o di una porta normale che si apre invariabilmente su una cucina con le piastrelle bianche o un armadio a muro. [...]
ma sapete comunque come sono le porte, no? perché ci sono diecimila storie su diecimila porte, e noi le conosciamo bene quanto i nostri nomi. porte che conducono alla terra delle fate, al valhalla, ad atlantide e a lemuria, al paradiso e all'inferno, in tutte le direzioni verso cui una bussola non potrebbe mai guidarvi, verso l'altrove. mio padre, che è un vero studioso e non una semplice ragazzina con una penna e una serie di cose da dire, lo spiega molto meglio: "se trattiamo le storie come siti archeologici e rimuoviamo con grande cura la polvere dai vari strati che le rivestono, scopriamo che a un certo livello c'è sempre una porta. un punto che separa il qui e il lì, noi e loro, l'ordinario e il magico. ed è proprio nei momenti in cui le porte di aprono e in cui le cose fluiscono tra i mondi che nascono le storie".

c'è stato un momento, nella vita di january, in cui potevano accadere cose meravigliose.
quando aveva sette anni, un giorno si trovava in campagna. lì, tra l'erba, aveva trovato una porta. a rigor di logica dall'altro lato avrebbe dovuto esserci ancora la campagna, la stessa campagna, lo stesso prato. invece january aveva attraversato la porta e aveva trovato un altro mondo odoroso di mare e sole, aveva visto una città luminosa in lontananza, aveva raccolto una moneta da terra. january avrebbe potuto continuare a sognare di quello e di altri diecimila mondi straordinari, avrebbe potuto immaginare di viaggiare per questo e per altri mondi e vivere avventure straordinarie, magari in compagnia di julian, suo padre, l'esploratore.
c'è stato quel momento e poi, a un certo punto, non c'è stato più. perché dopo aver raccontato della porta il signor locke le ha ordinato di smettere di fantasticare, di rincorrere sogni impossibili. le ha detto che era arrivata l'ora di crescere, di comportarsi da adulta, di tenere la testa lontana dalle nuvole e di restare composta dentro i vestiti inamidati. dopo un po', january aveva dimenticato la porta e la città sul mare.
però aveva continuato a tenere la moneta solo per sé.

january scaller ha sempre vissuto con il signor locke, che lei ricordi.
mentre suo padre julian girava il mondo per scoprire tesori fantastici e spedirli al suo mentore, lei rimaneva a villa locke, una magione enorme piena di artefatti provenienti da tutto il mondo, oggetti incredibili ammucchiati in una sala dopo l'altra, una collezione di ciò che l'ingegno e l'abilità umane sono - e sono state - in grado di progettare e costruire così vasta e ricca da far invidia a quasi ogni museo. non lasciatevi ingannare, però: locke e gli altri membri della società archeologica del new england, di cui locke è presidente, non sono molto più che razziatori e tombaroli.

siamo all'alba del novecento e, proprio come insegna la storia dell'archeologia e dell'antropologia, la fascinazione per le culture altre si traduceva, già da più di un secolo, in un continuo razziare pezzi da collezione in giro per il mondo, soprattutto dalle civiltà cosiddette selvagge, che suscitavano nellə nobili e intellettuali europeə e nordamericanə una curiosità che nulla aveva a che fare con il desiderio di conoscenza.
per questo il pezzo più speciale della collezione di locke sembra essere proprio lei, january, la bambina dalla pelle scura, di una tonalità rossastra che appartiene solo a lei e a suo padre julian, una bambina come forse non ne esistono altre al mondo.
una vera rarità, degna di un collezionista di prim'ordine.

ma, appunto, january è solo una bambina.
il signor locke è l'unica persona che si sia mai presa cura di lei mentre julian esplorava il mondo in cerca di reperti da mandargli, lasciando sua figlia sola a sognare di viaggi e avventure in terre lontane. villa locke è tutto il mondo di january e, anche se locke le proibisce di perdersi nelle sue fantasie, january sa che le vuole bene e che, segretamente, è lui il misterioso benefattore che le lascia nascosti in un baule piccoli tesori di ogni tipo. chi altri mai potrebbe essere?
ogni tanto, january trova in quel baule nella stanza dedicata all'antico egitto oggetti speciali, lasciati lì perché lei li scopra. ed è lì, infatti, che january trova un giorno un libro misterioso, il cui titolo, un po' scolorito, recita le diecim por. 
sembrerebbe proprio strano che uno come locke le faccia un regalo del genere: sotto l'aspetto di un trattato scientifico, il libretto parla di porte speciali che, una volta attraversate, portano ad altri mondi, ad altre realtà. e averlo trovato significa per january iniziare un viaggio non solo a ritroso verso le sue origini ma anche una scoperta del presente in cui vive e, soprattutto, delle sue straordinarie capacità di attraversatrice di mondi.

al di là della storia, che è troppo bella e appassionante perché io ve la rovini abbozzandone qua la trama, ne le diecimila porte di january ho trovato così tanti temi interessanti che in qualche momento di egocentrismo esagerato, ho pensato che questo libro fosse stato scritto proprio per me.
january e locke incarnano perfettamente la dinamica di disequilibrio di potere che c'è tra le persone bipoc e quelle bianche, tra le donne e gli uomini, tra lə poverə e lə ricchə, tra lə più giovani e lə più anzianə. january e locke sono i due antipodi, i due fronti opposti, quale che sia il campo di battaglia.
ma january è anche una persona capace di sognare, di immaginare, di lasciarsi sorprendere dalla fantasia così come dalla realtà, là dove locke è terrorizzato da tutto ciò che sfugge al suo stretto controllo.
per january, le porte tra i mondi sono i posti dove nascono le storie perché lei sa che le storie nascono dall'incontro con l'altro e con l'altrove, sa che non può esserci che stagnazione e inevitabile decadenza senza contaminazione di idee, di scoperte, di sangue e di carne. january sa che senza il cambiamento ogni cosa è destinata a deperire, ad accartocciarsi su sé stessa fino a implodere. e mentre january lotta per aprire passaggi, per attraversarli, per cercare il suo passato e il suo futuro, locke insegue una stabilità che alimenta il suo potere su tutto il resto, chiudendo, tagliando fuori dalla realtà tutto ciò che minaccia il suo eterno presente.

avevo amato tantissimo le streghe in eterno, dopo questa lettura prometto di tenere sempre d'occhio alix e. harrow, sperando di trovare ancora protagoniste come quelle che ci ha già permesso di incontrare, ragazze e donne che non hanno paura di attraversare i confini, di alzare la testa, di prendere in mano la loro vita e portarla verso gli orizzonti che decidono di raggiungere.

~★~

piccolo aneddoto che potete saltare tranquillamente:
un giorno di ottobre 2022 ho visto questo libro sugli scaffali di una libreria mentre ero lì con una delle persone peggiori che abbia mai incontrato in vita mia (però all'epoca non avevo capito questa cosa). ero contentissima di averlo trovato finalmente in edizione economica, volevo prenderlo assolutamente e stavo per farlo, quando mi sono sentita dire "veramente leggi queste cose?" con sufficienza e disprezzo. mi sono sentita stupida, umiliata. avevo già il libro in mano, pronta ad andare alla cassa, ma l'ho riposato lì dov'era.
l'ho comprato poi molti mesi dopo e l'ho letto qualche settimana fa. non soltanto mi è piaciuto tantissimo ma mi è sembrato che mi avesse restituito un pezzetto di me, quello che quella persona orribile era riuscita in qualche modo a togliermi - in questa e in tantissime altre occasioni.
ed è una bella coincidenza che sia proprio un libro così ad avere un valore, per me, così importante e personale. un libro che racconta la storia di una ragazza a cui avevano detto di smetterla di fantasticare di quello che non esiste e di cominciare a interessarsi solo di cose serie.
january disobbedisce e anche io ho capito che non lascerò mai più lo spazio a chi vuole togliermi qualcosa, per quanto frivolo e sciocco possa sembrare (ma che poi, frivolo e sciocco non è).

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venerdì 1 marzo 2024

l'enciclopedia delle fate di emily wilde

in questo scritto intendo fornire una descrizione fedele delle mie attività quotidiane sul campo atte a documentare una sottospecie enigmatica del popolo fatato detta "i nascosti". questo diario adempie a due scopi: aiutarmi a ricordare tutto per quando giungerà il momento di compilare il resoconto formale sulla ricerca sul campo e fornire un punto di partenza per gli studiosi che verranno dopo di me, qualora io dovessi essere catturata dal popolo fatato.

l'enciclopedia delle fate di emily wilde è stato uno dei romanzi che ho letto con più piacere negli ultimi mesi, una lettura leggera e confortevole che mi ha appassionata tantissimo e che ho praticamente divorato, soprattutto per merito della protagonista e del suo modo di raccontare le vicende.

siamo a inizio novecento a hrafnsvik, uno sperduto paesino sull'isola di ljosland, al largo della norvegia. emily wilde, in compagnia del suo gigantesco cane nero di nome shadow, un cucciolone dall'aspetto un po' spaventoso ma buono come il pane, ha affrontato cinque giorni di viaggio dalla ben più comoda londra per terminare la sua ricerca e concludere il lavoro più importante della sua vita: compilare un'enciclopedia del popolo fatato.
emily è, infatti, una stimatissima driadologa dell'università di cambridge ma, per quanto raccolga successi e porti avanti i suoi progetti, la vita in accademia non è molto facile per le donne, nemmeno nei libri fantasy.
dotata di scarsissimo senso pratico, emily è più preoccupata che il professor bambleby - collega che lei, per usare un eufemismo, mal sopporta - si intrometta ancora una volta nel suo lavoro (o che, peggio ancora, se ne appropri, mettendola in ombra) - che di sopravvivere lontana dalle comodità a cui è abituata.
certo, non è la prima volta che si trova sul campo a fare ricerca, ma la spoglia e gelida casetta che le è stata assegnata e, soprattutto, la legna per alimentare il camino, si svelano presto essere più problematici di quanto non avesse considerato.
emily è una ricercatrice brillante, dotata di intuito, con una preparazione impeccabile e una capacità di memorizzare le informazioni e recuperarle quando serve a dir poco invidiabile. eppure, quando deve occuparsi delle piccole - e grandi - incombenze della vita quotidiana o provare a capire i sentimenti delle altre persone, allora emily rivela tutta la sua imbranataggine.

tutto quello che succede dall'arrivo a hrafnsvik in poi viene annotato con precisione e dovizia di particolari da emily nel suo diario di campo, dalle riflessioni più strettamente personali - come, ad esempio, il disagio che prova quando si trova a relazionarsi con lə abitanti locali o le osservazioni non troppo lusinghiere su bambleby - a quelle legate alla sua ricerca: l'osservazione del territorio, le tracce della presenza del popolo fatato, l'equilibrio tra i nascosti e la gente del villaggio, i rapporti che riesce a instaurare con una delle piccole creature, un esserino che ribattezza poe, per via della pelle di corvo che indossa al loro primo incontro.
ma la vera svolta del suo viaggio di ricerca è merito proprio di bambleby: si potrebbe pensare a un vecchio professore barbuto e arrogante e invece bambleby - che arriva a hrafnsvik come un tornado non soltanto per gli isolani ma soprattutto per emily - stravolge, in meglio, ogni cosa: fa amicizia facilmente con lə abitanti del villaggio - in particolar modo con le abitanti del villaggio, specie se giovani e carine, trasforma la casetta un po' miseranda di emily in un rifugio accogliente, dispensa consigli alla sua collega e inizia ad accompagnarla durante le sue esplorazioni dando sfoggio del suo metodo di lavoro... diciamo poco scientifico.
e se da un lato emily non lo sopporta, dall'altro... beh, che ci sia una forte componente romantica in questo romanzo non è un segreto, e bambleby è giovane, bello e dotato di un fascino irresistibile a cui, poco alla volta, cede anche la nostra driadologa.

quindi, da un lato c'è una storia d'amore che nasce, dall'altro la ricerca di emily si trasforma presto in un'avventura in cui il nostro mondo e il regno fatato si alternano sullo sfondo e le vicende delle creature dell'una e dell'altra parte si legano indissolubilmente, trascinando emily - che oltre a essere una grandissima studiosa è anche materialmente incapace di voltare le spalle a qualcunə in difficoltà - e, di conseguenza bambleby, in avventure che vanno ben oltre la ricerca accademica (ma che, di certo, danno una spinta non indifferente al suo lavoro), tra fanciulle scomparse, bambini scambiati e re crudeli...

mi è piaciuto molto il punto di vista che heather fawcett è riuscita a creare lasciando raccontare tutto a emily tramite il suo diario di campo perché, nonostante voglia mantenere un tono accademico ed essere precisa nei suoi appunti, emily non può fare a meno di parlare delle cose che, anche inconsciamente le stanno a cuore. mentre si preoccupa di come la vedono lə abitanti di hrafnsvik o mentre scopre il segreto di bambleby, l'immagine della studiosa tutta d'un pezzo si sgretola per rivelarci una emily che nemmeno lei stessa conosce, una donna che è un po' una frana a capire i suoi sentimenti ma non per questo li mette a tacere.

l'enciclopedia delle fate di emily wilde è un fantasy/romance (è un romantasy? non sono brava con le etichette!) molto carino e godibilissimo in cui l'equilibrio tra la realtà come la conosciamo e la magia funziona bene e in cui è facilissimo affezionarsi allə personaggə, anche a quellə secondariə.
spero che esca presto il secondo romanzo - emily wilde's map of the otherlands - a cui, se non ho capito male, dovrebbe poi seguire un terzo e conclusivo capitolo.