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mercoledì 8 aprile 2026

la salvezza di aka

«fin dove vuoi arrivare?»

«fin dove le mie guide mi conducono benevole»


a ogni romanzo di ursula k. le guin che leggo, il mio amore per lei cresce. le sue storie, il suo modo di scrivere e soprattutto quello di costruire mondi e le umanità che li abitano sono diventati ormai rifugi mentali sicuri e confortevoli in cui estraniarsi dalla realtà, lasciare spazio e tempo al cervello di pensare, ragionare, riflettere, imparare e tirare un momento il fiato.

ne la salvezza di aka, ultimo romanzo del ciclo dell'ecumene (ma non l'ultimo di questa collana di ristampe - che non ha seguito l'ordine originale dei libri - in cui è già uscito da qualche giorno anche la città delle illusioni), ritroviamo tutti i temi cari all'autrice: l'esplorazione di mondi e delle loro civiltà, l'anticolonialismo, la ribellione verso le leggi ingiuste, la critica al capitalismo.
leggere questo libro mi ha fatto tornare indietro agli anni dell'università, allo studio dell'antropologia culturale, al piacere di scoprire sistemi di pensiero altri rispetto al proprio e di scoprire nell'alterità qualcosa di sé. che è quello che succede a sutty, osservatrice dell'ecumene e protagonista del racconto.

il mondo di origine di sutty è il pianeta terra - che, a beneficio di chi non ha molta confidenza con l'universo dell'ecumene, non è il mondo originario dell'umanità ma una colonia hainiana - travolto dal fanatismo religioso unista, che ha messo al bando con violenza ogni idea contraria al pensiero dominante.
studiosa di storia e linguistica, e inviata su aka, a sutty è stato affidato il difficilissimo compito di osservare e studiare un'altra cultura praticamente cancellata: se sulla terra unismo è stato sinonimo di distruzione sistematica di ogni religione altra, ma anche di ogni idea non conforme all'ideologia imposta, su aka il totalitarismo si basa su una secolarità assoluta, un rifiuto categorico di ogni religione e spiritualità e, più in generale, di tutto ciò che è considerato retrogrado e improduttivo.
nei fatti, il nuovo stato-azienda ha completamente bandito il passato.
non soltanto sono stati eliminati i vecchi libri e la scrittura stessa, considerata portatrice di idee reazionarie, ma anche il modo di parlare e di vivere dellə abitanti sono stati piegati al nuovo obiettivo di creare dellə cittadinə che si limitino ai loro ruoli essenziali di produttorə e consumatorə (produttorə e consumatorə di un certo tipo di prodotti che corrisponde all'ideale consumistico promosso dallo stato-azienda di aka, quindi anche il rapporto con la creazione e l'utilizzo degli oggetti è cambiato drasticamente), in un'esaltazione fondamentalista del progresso economico.

giunta alla sua destinazione ufficiale, sutty si rende conto di quanto le sue competenze siano inadeguate: cosa può fare una storica immersa in una civiltà che ha deciso di rinnegare la sua storia? cosa può indagare una linguista con un popolo che ha trasformato repentinamente e attraverso un'imposizione dall'alto la sua lingua?
quello che sembra un fallimento annunciato però si trasforma in una grande opportunità: contrariamente a ogni aspettativa, sutty riceve il permesso di esplorare un'altra zona del pianeta.
okzat-ozkat era un luogo sicuro dove vivere, sicuro in modo patetico. era una povera cittadina di provincia, trascinata nella scia tumultuosa del progresso akano, ma abbastanza arretrata da conservare ancora resti sbrindellati del vecchio modo di vivere, dell'antica civiltà.
in questo villaggio tra le montagne, lontano dalle città e dalle imposizioni del nuovo sistema, sutty diventa immediatamente ospite e amica dell'anziana iziezi e del suo giovane nipote, akidan. vivendo con loro, seguendolə nelle diverse attività della giornata e incontrando altre persone (come lə maz, sorta di guide spirituali e non, depositarə della conoscenza), poco a poco sutty inizia a scoprire la realtà precedente e a intravedere il complesso - e ovviamente nascosto - sistema di preservazione della cultura originaria di aka.
la resistenza alla cancellazione della memoria si lega profondamente alla conservazione non soltanto del suo passato ma anche, e soprattutto, a una prospettiva sulla realtà denominata la narrazione, un sistema di pensiero che si avvicina alle idee di religione e filosofia ma che è, in realtà, ancora più ampio.
qualunque cosa fosse, quello che stava cercando di scoprire, di apprendere, non era una religione con un credo e un libro sacro. non si occupava di fede. tutti i suoi libri erano sacri. non si poteva definire con simboli e idee, per quanto i suoi simboli e le sue idee fossero bellissimi, abbondanti, interessanti. e non si chiamava "foresta", sebbene a volte la chiamassero così, né "montagna", sebbene a volte la chiamassero così, ma perlopiù, a quanto le risultava, era chiamata "la narrazione".
il passato che lə abitanti di okzat-ozkat cercano di difendere non è semplicemente qualcosa che era e che ormai non è più, ma è la base necessaria affinché possa ancora esistere la loro stessa identità e il loro futuro.
«noi non siamo fuori dal mondo, yoz. lo sai? noi siamo il mondo. siamo la sua lingua. così noi viviamo e il mondo vive. capisci? se non diciamo le parole, cosa c'è nel nostro mondo?»
una buona parte del romanzo diventa, a questo punto, una sorta di diario di campo di sutty, in cui al resoconto dei fatti si affiancano appunti, ragionamenti e dubbi su quello che pian piano la studiosa scopre. e se state pensando che una cosa così sia noiosa, siete completamente fuori strada. in queste pagine le guin trasforma un momento di stasi in un vero e proprio viaggio in profondità nella comprensione di aka, di conoscenza del suo passato attraverso tutto ciò che lə suə abitanti sono riuscitə a salvare: miti, storie, memorie, poesie.
e questo momento è, per sutty, fondamentale per il viaggio - letteralmente inteso - successivo verso la vetta del silong, l'enorme montagna che domina il villaggio, alla scoperta del cuore segreto di aka e del suo rapporto complesso con la civiltà hainiana e con la terra.

senza scendere troppo nei dettagli della trama, è in questo rapporto che le guin racconta l'atroce realtà che sottende al colonialismo. se c'è una violenza palese ed evidente nella presa di possesso di uno spazio da parte dei coloni - tanto negli immaginari fantascientifici quanto nella nostra storia e, purtroppo ancora, nel nostro presente - c'è un'altra forma di sopraffazione e annichilimento che è quella del pensiero: chi si impossessa della terra, degli spazi, delle risorse, chi annienta ecosistemi, animali e esseri umani per i propri scopi, allo stesso tempo cancella memorie, idee, credenze, religioni, valori, parole, poesie, identità, interazioni tra esseri viventi e ecosistema le cui radici si perdono in quel passato che il nuovo dominatore presente deve rimuovere per costruire il suo futuro.

è questo il filo su cui scorre la storia de la salvezza di aka, e non è un caso che proprio questo romanzo chiuda il ciclo dell'ecumene, una lunga serie di storie di colonizzatorə e colonizzatə, di incontri e scontri su mondi differenti, di infinite possibilità in cui l'umanità può declinarsi una volta innestata su un nuovo mondo.

martedì 29 luglio 2025

l’occhio dell’airone

«come rifiuto la violenza, così rifiuto di servire i violenti»



l’occhio dell’airone sembra quasi un allenamento prima della stesura del ben più famoso - a ragione - i reietti dell’altro pianeta ma, in realtà, questo breve romanzo è stato pubblicato per la prima volta un paio d’anni dopo la storia di urras e anarres.

il tema di fondo, se pur non perfettamente uguale, è molto simile in entrambi i romanzi: lo scontro di due comunità guidate da principi diametralmente opposti.
questa volta, però, le due comunità si ritrovano sullo stesso mondo, victoria (nome che ha echi politicamente probabilmente non casuali), colonizzato in principio per diventare un pianeta-prigione dove i terrestri avrebbero potuto scaricare gli elementi più indesiderabili della società umana.

dopo questa prima ondata di coloni-prigionieri, su victoria arriva un altro gruppo formato da quellə che potremmo definire auto-esiliati politici o migrantə ideologicə, allontanatə dalla terra non per aver commesso un qualche tipo di crimine ma per il loro desiderio di fondare una comunità basata sulla non-violenza, sulla mancanza di gerarchie e sulla libertà di autodeterminazione.

nel corso dei secoli, le due comunità, anche se geograficamente prossime e in contatto tra loro, si sono sviluppate rimanendo ben separate e riconoscibili: la prima - che vive in quella che è semplicemente denominata “la città”, autoconferendosi così lo status di società progredita e organizzata, ha replicato le più stringenti strutture culturali di stampo patriarcale che ben conosciamo e l’altra, che invece si è organizzata nella cittadina rurale di shantih, ha continuato a portare avanti le idee della generazione pioniera, finendo ben presto per essere fortemente subordinata alla dominazione dei cittadini.

in questo scenario - popolato da una varietà di specie animali aliene che, pur diverse tra loro, condividono il rifiuto totale della domesticazione, e da boschi, foreste e montagne selvagge e ancora libere dalla catastrofe di stampo antropico - ursula k. le guin mette in piedi una tragedia annunciata già nella sua stessa premessa: quando lə abitantə di shantih decidono autonomamente di creare una nuova colonia indipendente per poter meglio provvedere all’autosostentamento di tutta la popolazione, la città prova a bloccare ogni tentativo di scelta e impone con la forza il proprio controllo.

persanaggia fondamentale è luz marina, figlia del consigliere falco - di fatto il capo della comunità cittadina - che non soltanto rinnega il suo ruolo di donna, confinata nell’ambiente domestico, soggetta al volere paterno e costantemente minacciata dal giudizio (e dalla violenza) maschile, ma che pure deciderà di mettere in discussione il suo ruolo di privilegiata, sfidando l’ordine costituito e schierandosi letteralmente dalla parte dei reietti.

come in tutti i romanzi che ho letto di le guin, l'autrice non propaganda mai le sue idee, anzi, le mette in discussione in modo intelligente, ne mostra le fragilità pur lasciando intendere chiaramente quali sono le bussole etiche e morali che guidano il suo pensiero.
le guin non dà mai risposte facili né soluzioni a poco prezzo, anzi, ma suggerisce sempre quali devono essere le domande giuste da porsi e quali gli strumenti per risolverle.

l’occhio dell’airone suona a volte quasi come un incompiuto e molto del racconto chiede approfondimenti e deviazioni dalla trama principale, eppure - se anche non si avvicina alla grandezza dei grandi capolavori dell’autrice - rimane un tassello interessante nel mosaico narrativo e ideologico di le guin, per cui mi auguro che possa tornare a breve nel catalogo di qualche editore.

martedì 15 aprile 2025

la falce dei cieli

le cose non hanno uno scopo, come se l'universo fosse una macchina, in cui ogni parte svolge una funzione utile. qual è la funzione di una galassia? non so se la nostra vita abbia uno scopo, e non mi pare che la cosa abbia importanza. la cosa che ha importanza e che noi siamo una parte. come un filo di lana in un tappeto, o un filo d'erba in un prato. quello esiste e noi esistiamo. la cosa che stiamo facendo è come il vento che soffia sull'erba.

ho sempre amato moltissimo il vecchio adagio che recita attenzione ai tuoi desideri perché potrebbero avverarsi, perché credo che riesca a riassumere al meglio l'idea che qualsiasi cosa, anche quella fatta con le migliori intenzioni, può portare a un concatenarsi di conseguenze via via sempre più spiacevoli, se non addirittura drammatiche e irreparabili.
la falce dei cieli di ursula k. le guin, da poco ripubblicato da mondadori, sì rifà proprio a quest'idea.

estraneo al ciclo dell'ecumene, la falce dei cieli gioca con l'immaginario fantascientifico per indagare l'interiorità degli esseri umani, il mondo psichico. anzi, più precisamente, la sua dimensione inconscia, che confluisce poi nel regno dei sogni.

è qui che george orr, protagonista del romanzo, riesce a fare qualcosa di impensabile: i suoi sogni - o meglio, alcuni di essi, che lui definisce efficaci - trasformano la realtà, agendo retroattivamente su di essa e cambiandola senza che nessunə, tranne orr stesso, ne sia consapevole.
orr è dunque sia l'unico (probabilmente) essere umano in grado di mutare il tessuto della realtà, sia un archivio vivente di tutte le realtà-che-sono-state e che si sono perse a seguito di uno dei suoi sogni efficaci.
un potere spaventoso che orr non può controllare, proprio come nessunə di noi può controllare i propri sogni. un potere che orr non vorrebbe avere.

ed è proprio per il desiderio di sottrarsi a tutto questo che orr finisce in cura da uno psichiatra, il dottor haber. entrambi, orr e haber, vivono in quello che, negli anni '70 del secolo scorso, per le guin era un futuro prossimo e per noi è già passato (ed è difficile dire da quale delle due prospettive è la più terrificante): è il 2002 e a portland, nell'oregon, dove paziente e medico vivono, piove sempre. la popolazione mondiale è troppo numerosa e la malnutrizione è inevitabile. il cambiamento climatico ha reso il pianeta inospitale, nonostante l'umanità si aggrappi a quella cosa che chiama vita con le unghie e con i denti, e la guerra sconvolge i paesi del sud-ovest asiatico (visto che possiamo evitare di chiamarlo medio oriente?).
nessuno dei sogni di progresso, di pace e di benessere mondiale è stato realizzato, anzi.
sogni di progresso, pace e benessere.
sogni.

la prima volta che orr rivela i suoi timori ad haber, è rassegnato all'idea di non essere creduto. sa che per chiunque altro è impossibile immaginare che i sogni di un uomo anonimo come lui possano avere un potere così grande.
ma haber è un uomo di scienza e, prima di etichettare orr come il solito psicotico con manie di onnipotenza, decide di metterlo alla prova. grazie a un macchinario di sua invenzione, l'aumentatore, spiega a orr di poter controllare i ritmi del suo cervello (chiedo perdono di questa mia spiegazione a ogni neurologhə che si ritroverà eventualmente a leggerla) e di poterlo portare a sognare in modo efficace ma controllato. questo primo esperimento convince haber della sincerità orr, e gli spalanca le porte all'opportunità di realizzare ogni possibile miglioramento nell'intera realtà sfruttando i sogni di orr.

haber e orr sono due personaggi diametralmente opposti: haber non dubita mai, neppure un momento, della legittimità delle sue azioni. è sicuro che modificare il mondo, agire sulla sua storia per trasformare il presente e tendere verso un futuro che sia il più possibile simile alla sua personale idea di bene, sia non soltanto una possibilità ma una sorta di dovere. haber deve agire. deve imporre il suo giudizio sul reale per piegarlo alla sua logica e ai suoi desideri, perché crede fermamente che questi siano la migliore soluzione per tuttə, anche quando il prezzo da pagare è tremendamente caro.

se haber è il mutamento, orr è l'equilibrio, la stasi perfetta, la migliore interpretazione possibile del termine medio. orr non si affida a ciò che crede ma a ciò che sa, e sa che nessunə, neppure nella peggiore delle situazioni, può decidere del destino di miliardi di esseri viventi. orr sa che non può affidarsi a uno strumento incontrollabile come i sogni e sa, soprattutto, che nessunə può distanziarsi così tanto dalla natura umana per mutarsi in dio. perché se a ogni cambiamento di continuum - come lo chiama haber - le memorie delle diverse realtà restano e si sommano nella mente di chi ha sognato o ha pilotato il sogno, la realtà per quell'individuo andrà sempre più disgregandosi, portandolo infine alla follia. perché è l'irrealtà a farci impazzire, il vuoto generato dal disfacimento del tessuto del reale e l'impossibilità di rimanere connessə allə altrə.
sapeva che quando si nega ciò che si è, si finisce con l'essere posseduti da ciò che non si è: dalle ossessioni, dalle fantasie, dalle paure che accorrono a colmare il vuoto.
la falce dei cieli è il romanzo più filosofico - se per filosofia intendiamo l'indagine intellettuale su ciò che esiste, sul come e sul perché esiste - tra quelli che ho letto di ursula k. le guin.
nella storia, i piani della realtà si sovrappongono e noi lettorə, proprio come orr e haber, ci ritroviamo nei panni di chi riesce a vedere in trasparenza tra tutti gli strati creati dai sogni efficienti, trovandoci sempre più disorientatə in una trappola multidimensionale di realtà sostituite.

per farla brevissima: l'ennesimo capolavoro di una scrittrice straordinaria.

giovedì 13 marzo 2025

il mondo di rocannon

come si può distinguere tra leggenda e realtà, su mondi che giacciono a molti anni di distanza dal nostro? pianeti senza nome, che i nativi chiamano semplicemente "il mondo"; pianeti senza storia, dove il passato è materia di mito e dove l'esploratore che vi fa ritorno scopre che le sua azioni di pochi anni prima sono diventate le gesta di un dio. un velo buio di irrazionalità si stende sull'intervallo di tempo che le nostre astronavi attraversano alla velocità della luce, e nell'oscurità proliferano l'incertezza e le esagerazioni, come erbacce.

il mondo di rocannon di ursula k. le guin è considerato il primo romanzo del ciclo dell’ecumene, una serie di romanzi autoconclusivi e di racconti - presenti in raccolte come ritrovato e perduto - le cui vicende sono indipendenti e che quindi possono essere in qualsiasi ordine, ma che condividono la stessa ambientazione, cioè l’universo colonizzato dal pianeta hain, il mondo di provenienza della specie umana.

da hain, l’umanità si è spostata in decine di pianeti e, nel corso del tempo, si è adattata ed evoluta sulla base delle necessità dettate dalle diverse condizioni ambientali dei mondi colonizzati. nonostante le differenze biologiche e culturali, che si sono sempre più accumulate nel corso dei secoli, è riuscita a riunirsi in quello che, appunto, si definisce ecumene, una colossale struttura sociale, politica ed economica. l’unità è garantita grazie a tecnologie di comunicazione - come l’ansible - e di trasporto interstellare, elementi fondamentali anche delle vicende raccontate nei romanzi e nei racconti.

è grazie alla possibilità di incontro, comunicazione e scambio - non sempre positivi, come ad esempio ne il mondo della foresta - che le guin riesce a raccontare l’enorme ventaglio di possibilità entro cui l’umanità può organizzare la sua esistenza, con una prospettiva fortemente antropologica che rende sempre le sue storie estremamente realistiche e fantascientifiche (perché anche le scienze sociali sono scienze).

le storie del ciclo dell’ecumene sono ambientate sia prima che dopo l’avvento dell’ecumene propriamente detto, raccontandoci così - in una narrazione orizzontale che resta sempre sullo sfondo di ogni vicenda - anche la storia di un’unione di mondi e degli infiniti possibili modi di esistere come esseri umani.

il mondo di rocannon, pubblicato per la prima volta nel 1966, ci presenta fomalhaut II, un pianeta il cui sviluppo tecnologico è assimilabile a quello della nostra età del bronzo o poco più, abitato da tre specie umane già note e da altre su cui mancano informazioni. le prime sono lə gdemiar, il popolo d’argilla, dalla pelle chiara e i capelli scuri, di piccola statura, abituatə a vivere sotto terra e prevalentemente notturnə; lə fiia, altrettanto piccolə e chiarə di pelle ma biondə, amantə della luce e della natura. infine vi sono lə liuar, più altə e fortə, organizzatə in una sorta di società feudale in cui la nobiltà di lignaggio deve essere confermata dal coraggio, dalla lealtà e, più in generale, da un preciso codice morale che regola i rapporti intra- e interspecie, ma soprattutto da alcune caratteristiche somatiche che dividono la specie in due: da un lato lə angyar, lə signorə, dalla pelle scura e i capelli biondi o rosso-oro, dall'altra lə olgyior, la plebe, che come lə gdemiar hanno la pelle chiara e i capelli scuri.

lə liuar sono la popolazione più nota dallə studiosə del pianeta e la loro storia, così antica da perdersi nella leggenda, si fonde con quella di rocannon, grazie agli sfalsamenti temporali dovuti ai viaggi intergalattici.

il tono del romanzo è sospeso tra epica, fantasy e fantascienza proprio in virtù del fatto che fomalhaut II vive in un’epoca di sviluppo tecnologico ancora distante da quello degli altri pianeti - come ad esempio nuova georgia del sud, il pianeta da cui arriva rocannon, etnografo in missione, che ospita la base esplorativa delle forme di vita a intelligenza elevata della lega.

il prologo alla vicenda sembra una favola, la leggenda di un mondo lontano nel tempo: il lungo viaggio della regina semley per recuperare il suo tesoro perduto, così da ridare lustro alla sua casata e al suo re. è affascinante come le guin suggerisca che l’inspiegabile è tale solo fino a che non si fanno proprio le conoscenze scientifiche e tecnologiche che lo rendono possibile, e che lo faccia senza giudizi di sorta, scrollandosi di dosso quel senso di sufficienza e superiorità che ha caratterizzato la prima etnografia.
allo stesso modo, anche rocannon stesso, per quanto provenga da una realtà più progredita, rifugge da facili giudizi e riesce a costruire legami sinceri con lə coprotagonistə del romanzo.

la vicenda prende il via quando lə compagnə di rocannon vengono spazzatə da un attacco alla loro nave condotto dallə ribellə di faraday, contrarə al consolidamento della lega dei mondi e alle regole imposte per l’effettiva cooperazione intergalattica. rimasto solo su un pianeta alieno, senza più un mezzo per tornare nel suo mondo né l’ansible - un apparecchio capace di trasmettere istantaneamente i messaggi a qualsiasi distanza, grazie alla capacità di far viaggiare i dati a velocità superiori a quella della luce - per comunicare con la lega dei mondi, rocannon inizia il suo viaggio alla ricerca dellə ribellə e del loro ansible.
ad accompagnarlo ci sarà una sorta di compagnia dell’anello formata da mogien, signore di hallan e da un gruppo di suoi fedeli, appartenenti alle altre specie umane del pianeta.

il viaggio attraverso fomalhaut II è insidioso, costellato di pericoli, di incontri e scontri. rocannon, già noto come signore delle stelle, è dotato di una corazza sottile come una seconda pelle, praticamente indistruttibile e resistente a qualsiasi tipo di arma, che lo trasforma agli occhi di chi lo incontra nel dio errante, colui che cammina in mezzo agli uomini.

come già detto, il mondo di rocannon è un romanzo di fantascienza che attinge a piene mani dal repertorio fantasy ed epico per i toni, per la caratterizzazione dellə personaggə, per l’organizzazione delle loro società e del loro sistema di valori, e la vicenda di rocannon stessa si rifà alle numerose interpretazioni - discutibili e ampiamente discusse (se vi può interessare vi rimando alla famosa diatriba tra marshall sahlins e gananath obeyesekere sulla vicenda del capitano cook) soprattutto nei decenni immediatamente successivi alla pubblicazione di questo romanzo - che nel corso degli ultimi secoli sono state fatte sul pensiero delle popolazioni native, indebitamente chiamate selvagge, in merito allə esploratorə e studiosə bianchə, arrivando alla conclusione - voluta o meno - dell’inevitabile rivalutazione del significato stesso di nativo e selvaggio.

non è uno dei miei preferiti di ursula k. le guin ma resta un testo prezioso sia per conoscere al meglio l’autrice e il suo pensiero, che qui si declina in una riflessione sui significati che gravitano intorno alla conoscenza dell’altrə, sia per approfondire il ciclo dell’ecumene stesso che, oltre all’innegabile valore letterario, ha - dal mio personalissimo e trascurabile punto di vista - il merito di ricalibrare il concetto di etnocentrismo in una prospettiva intergalattica: come si diceva più su, le guin ha indicato hain come pianeta di origine per l’umanità e non la terra, identificando così la nostra specie come una delle tante, possibili variazioni adattative di una stessa specie. in quest’ottica la terra perde il suo ruolo centrale tipico delle narrazioni fantascientifiche e si riduce a essere una delle tante colonie spaziali.

per concludere, volevo spendere due parole sulla nuova uniform edition dedicata a le guin e al ciclo dell’ecumene. mondadori ha già iniziato a ripubblicare tutti i titoli della serie - molti, come il mondo di rocannon, erano fuori catalogo da anni - con le nuove copertine illustrate da rodrigo corral, contributi di autorə italianə e internazionali e, quando presenti, le introduzioni firmate da le guin stessa.
oltre ai titoli già pubblicati (il mondo della foresta, i reietti dell’altro pianeta, ritrovato e perduto e il pianeta dell’esilio, che si aggiungono a la mano sinistra del buio, pubblicato nel 2021 con una nuova traduzione) sono previste nuove edizioni anche per la falce dei cieli, città delle illusioni, il giorno del perdono, sempre la valle e la salvezza di aka.

giovedì 16 gennaio 2025

il mondo della foresta

il terreno non era asciutto e solido, ma umido ed elastico, prodotto dalla collaborazione degli organismi viventi con la lunga complicata morte delle foglie e degli alberi; e da quel ricco cimitero crescevano sia alberi di trenta metri, sia minuscoli funghi che spuntavano in cerchi larghi poco più di un centimetro. l'odore dell'aria era sottile, vario e dolce. la vista non spaziava mai, a meno che non si guardasse in alto, fra i rami, e non si scorgessero le stelle. nulla era puro, secco, arido, netto. le rivelazioni mancavano all'appello. non esisteva la visione di tutte le cose nello stesso tempo: non c'erano certezze.

una delle ultime letture di fine 2024 - e, soprattutto, uno dei libri che è finito dritto dritto nella mia lista di preferiti dell'anno e dei miei preferiti in generale - è questo breve ma densissimo romanzo di ursula k. le guin, il mondo della foresta, il sesto libro del ciclo dell'ecumene (di cui aspettiamo ancora diverse riedizioni), scritto - come spiega l'autrice nell'introduzione, in un momento delicatissimo per la storia recente dell'umanità, ovvero durante gli anni della guerra in vietnam e durante i primi tempi in cui si iniziava a parlare di disastri ecologici e di necessità di tutela degli ecosistemi del nostro pianeta.

sebbene lei si rimproveri di aver dato un tono troppo moralista a questo racconto, io credo che sia riuscita a scrivere un piccolo capolavoro che è formalmente un romanzo e che, tra le righe, svela un bellissimo manifesto che riassume alcuni dei temi fondamentali delle sue opere (che sono poi, necessariamente, riferiti agli ideali a cui si è sempre rifatta come persona): l'anticolonialismo, il pacifismo, l'ecologismo, la lotta contro ogni forma di discriminazione e sopraffazione.

ma quello che più di ogni altra cosa mi ha colpita de il mondo della foresta è il modo in cui la sua penna sia riuscita a incarnare due personaggi, e quindi due tipologie di pensiero, così straordinariamente opposte e con una tale efficacia: il romanzo si apre presentandoci il capitano davidson, un personaggio quasi grottesco e caricaturale se non fosse così plausibilmente reale.
davidson è uno dei militari che tengono sotto controllo il pianeta colonia athshe - chiamato dai terresti new tahiti - il rigoglioso mondo-foresta (è interessante e significativo il gioco di parole fatto con il titolo originale: the word for world is forest) che la terra ha colonizzato e trasformato nella sua personale riserva di legname, un materiale ormai impossibile da reperire, il cui valore è più alto di quello di qualsiasi metallo o minerale prezioso.
athshe però, non è semplicemente una legnaia da cui prelevare risorse a piacimento: qui vivono lə athshianə, una delle tante possibili declinazioni della stirpe hainita, che si è adattata a vivere su un pianeta che è, come spiega il titolo, un'enorme foresta.
piccolə di statura e ricoperti di una soffice peluria verde, vengono chiamatə - con una certa sufficienza che sfocia in un non troppo celato disprezzo - creechie dai coloni terrestri. quello dellə athshianə è un popolo intrinsecamente pacifico, strutturalmente incapace di violenza, che dà una straordinaria importanza all'interiorità personale di ogni individuo, alla sua capacità di connettersi con un piano di esistenza più profondo che si mette in atto attraverso il sogno e, più precisamente, nella capacità di sognare con lucidità e di ricordare i sogni come strumento di consapevolezza e conoscenza di sé e della realtà tutta.
un modo di vivere talmente differente e distante da quello di davidson e dal suo esercito da risultare del tutto incomprensibile per questi colonizzatori profondamente razzisti e per nulla interessati a costruire dei rapporti pacifici e costruttivi con la popolazione indigena.

una delle cose che più mi piace di le guin è la sua attenzione antropologica per le strutture sociali e culturali che descrive nei suoi romanzi che rendono molto più realistici i mondi in cui si svolgono le vicende come, ad esempio, succede quando ci descrive il modo in cui lə athshianə si dividono i compiti tra maschi e femmine, quando ci spiega il loro rapporto con i sogni e l'influenza che questi hanno nella loro vita, ma anche quando ci mostra le logiche del pensiero razzista, oppressivo e coloniale dei terrestri di base a athshe.

i popoli de il mondo della foresta sono agli antipodi sotto molti punti di vista e il loro incontro sarà inevitabilmente catastrofico. l'arrivo dei coloni terrestri e il loro comportamento oppressivo e sfruttatore farà scoprire allə athshianə la violenza per la prima volta. dopo gli inutili, efferati abusi che sono costrettə a subire, i loro sogni iniziano a cambiare, a partire da quelli di selver, un athshiano vittima della crudeltà di davidson, che diventa così - agli occhi dellə athshianə - un dio, ovvero un'entità capace di mutare radicalmente e permanentemente la realtà.

la metafora con la guerra del vietnam - ma che si può traslare in ogni altro contesto geografico e in ogni altro periodo storico che ha visto (e sta vedendo) gli effetti della colonizzazione occidentale - è più che mai chiara: un popolo pacifico viene occupato, oppresso, violentato, ucciso, sfruttato e disumanizzato, la sua terra distrutta e depredata da uomini che credono di agire in nome di un qualche diritto che li colloca al di sopra di ogni legge e di ogni etica. quel popolo è costretto a stravolgere sé stesso, la propria natura, la propria fede, le proprie credenze e abitudini per fronteggiare il nemico e resistere all'insensatezza crudele dei coloni.
chi non aveva mai neppure immaginato di prendere una vita adesso impara a pianificare attentati il più possibile letali, con il solo intento di salvaguardare la propria sopravvivenza e quella del pianeta stesso, consapevole del fatto che non vi è alcuna differenza né possibilità di separazione tra le due cose.
le guin ci dice che non c'è possibilità che i coloni agiscano in modo differente: per quanto uno dei personaggi terrestri, il dottor lyubov, possa essere interessato a comprendere lə athshianə e il loro mondo e a istaurare una convivenza pacifica, il suo stesso approccio scientifico viene fatto oggetto di appropriazione da parte dei soldati, che sfruttano le conoscenze di lyubov per realizzare i propri progetti (proprio come racconta la storia dell'antropologia e il suo pessimo uso soprattutto tra fine '800 e inizio '900).

le guin non concede alcuna redenzione al contingente militare terrestre su athshe proprio come non ne concede al governo del suo paese: l'oppressione di altri popoli e lo sfruttamento insensato e sfrenato delle risorse non possono che condurre a una catastrofe da cui non si può tornare indietro, che stravolge e avvelena sia le vittime che i carnefici: selver non potrà mai affrancarsi dal male che ha commesso, anche se è stato fatto per liberare il suo popolo, lə athshianə tuttə non potranno tornare al modo in cui vivevano prima di scontrarsi con i terrestri; e allo stesso modo i terrestri non potranno mai cancellare i crimini commessi su athshe.
proprio come l'america - e l'occidente tutto - non sarà mai assolta per la guerra in vietnam e per quella che ha portato ovunque in giro per il mondo, per come ha distrutto le risorse di mezzo pianeta, per come ha dominato, sfruttato e ucciso.
«a volte arriva un dio» disse selver. «porta un nuovo modo di fare una cosa, o una nuova cosa da farsi. un nuovo tipo di canzone, o un nuovo tipo di morte. la porta facendole attraversare il ponte che c'è tra il tempo del sogno e quello del mondo. e, una volta che l'abbia fatto, è fatto. non puoi prendere le cose che esistono nel mondo e cercare di ricacciarle nel sogno, di trattenerle all'interno del sogno mediante pareti e finzioni. questa è pazzia. ciò che è, è. è inutile adesso fingere, adesso, che non sappiamo ucciderci l'un l'altro»
è passato quasi mezzo secolo dalla prima pubblicazione di the word for world is forest e ancora, nonostante le centinaia di migliaia di voci che si alzano contro la colonizzazione di popoli e terre non si siano mai zittite per un solo momento, i nostri governi continuano ad agire come i davidson di turno, schiacciando, opprimendo e distruggendo. athshe insegna però che il momento della liberazione, per quanto difficile e sofferto sia, arriva.
ecco perché quelle voci non taceranno mai, ed ecco perché l'umanità continuerà a raccontare storie come questa, perché continuerà a protestare, a sabotare, a boicottare, a lottare.

domenica 5 gennaio 2025

commenti randomici a letture randomiche (90)

inizio questo post senza sapere quando lo finirò o se ne pubblicherò un altro prima perché sono entrata in questo 2025 portandomi dietro quintali d'odio dal 2024 per tutto quello che riguarda i social, la bolla, il bookstagram, e con la nostalgia per quello che erano i blog e che non sono più e blablabla. e sì, forse è che ormai sono solo troppo vecchia e non so adattarmi al cambiamenti velocissimi delle realtà online, sono rimasta aggrappata a qualcosa che non esiste più, però che tristezza.
vabbè, il punto non è questo.

vi racconto in breve tre libri che ho letto a fine dell'anno scorso, che vi consiglio ma con qualche riserva. sono tutti e tre dei poteva essere bellissimo ma.

lo specchio perfetto del mio umore, insomma.

 ritrovato e perduto 
le parti azzurre erano dove c'era tanta acqua, simili alle cisterne ma più profonde, e le parti di altri colori erano terra, simili ai giardini di terriccio ma più grandi. il cielo non riusciva proprio a capirlo. il cielo era una seconda palla che circondava la palla di terriccio, diceva suo padre, ma nel modellino del globo non potevano mostrarlo perché di fatto non si vedeva. era trasparente, come l'aria. era aria. però azzurra. una palla di aria, e da sotto appariva azzurra, e stava fuori dalla palla di terriccio. aria esterna. che cosa strana.

questo povero libro mi ha aspettata per anni e nel frattempo ha affrontato cinque traslochi. la sua mole mi ha sempre spaventata però le vacanze di natale mi sembravano il periodo perfetto per affrontarlo. ero sicura che avrei adorato ogni pagina di ritrovato e perduto - figuriamoci, è ursula k. le guin! - invece mi è difficile dare un giudizio perché se da un lato ci sono racconti meravigliosi, dall'altro ce ne sono anche alcuni che mi hanno sfiancata e che ho addirittura mollato a metà, se non meno.
capita spesso nelle raccolte di racconti che il livello non sia sempre uguale, però forse è la prima volta che trovo un'antologia così altalenante.

la raccolta si divide in racconti non di genere, altri di fantascienza - legati e non al ciclo dell'ecumene - e altri fantasy, attinenti all'universo di terramare. i miei preferiti sono quelli in cui viene maggiormente fuori l'attenzione antropologica di le guin (ricordiamoci che era figlia di alfred kroeber, uno degli allievi del padre dell'antropologia moderna franz boas, convinto antirazzista a cui dobbiamo pagine meravigliose che smontavano le teorie cosiddette scientifiche razziste in voga nell'ottocento ben prima che la genetica facesse la sua comparsa), come la questione di seggri - ambientato in un mondo in cui il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 16 e dove, quindi, l'appartenenza al genere maschile determina in modo preponderante il futuro dei socializzati maschi e dove i rapporti relazionali sono pesantemente influenzati da questa proporzione - o una storia alternativa o un pescatore del mare interno, in cui il matrimonio è un complesso sistema di relazioni endo ed esogamiche a quattro, dove il concetto stesso di amore è qualcosa di molto differente da quello che siamo abituatə a pensare. molto bello anche liberazione di una donna, un racconto che, attraverso la storia di una donna che da schiava impara a conoscere la libertà, invita a riflettere sul significato che diamo al concetto di libertà stessa che, per le guin, dipende in buona parte dalla possibilità di conoscere e di dotarsi di strumenti intellettuali per comprendere le strutture del mondo in cui viviamo.

il mio racconto preferito è però l'ultimo, più una novella o un romanzo breve che un racconto a dire il vero, paradisi perduti: setting della storia è un'astronave-mondo, la discovery, in viaggio verso un nuovo mondo abitabile, partita da una terra ormai in crisi in cui la vita umana è seriamente minacciata dal pericolo dell'estinzione. l'enorme distanza da percorrere, però, prevede che sarà la sesta generazione quella che per prima potrà vedere il nuovo mondo, mentre l'ultima che ha visto il pianeta madre, la generazione zero, è ormai estinta da tempo. la vicenda inizia quando i membri della quinta generazione sono appena bambinə e la vita nell'astronave mondo è l'unica realtà conosciuta ormai da decine e decide di anni. uomini e donne natə, vissutə e mortə senza aver sperimentato mai nulla più che i video immersivi che simulano la vita sulla terra, immaginando un mondo che non avrebbero mai raggiunto.
eppure, sulla discovery non si conosce il senso di claustrofobia né quello di oppressione: generazione dopo generazione, la vita in viaggio si è normalizzata fino al punto da dar vita a una sorta di religione fondata proprio sul concetto di viaggio infinito verso la beatitudine, lontano dai pericoli, dalla miseria, dalle malattie e dalle difficoltà da cui l'astronave lə ha sempre protettə e che però potrebbero ripresentarsi nel nuovo mondo.
costruendo una comunità e una politica fondata sulla cooperazione e sull'integrazione di tutti i membri nella società, su un obiettivo comune, sul riutilizzo virtuoso delle risorse le guin riflette con noi sull'utopia anarchica dell'autogoverno, ponendo dubbi sempre molto interessanti - come è pure in i reietti dell'altro pianeta - su quanto possa essere soddisfacente vivere nel migliore dei sistemi possibili.

purtroppo non tutti i racconti, come accennavo su, sono all'altezza di quelli di cui ho brevemente parlato qui. forse è una questione di gusto personale, però avrei preferito una raccolta più breve ma con un livello sempre così alto.

 fisica della malinconia 

non mi importa se il libro dice che è un mostro. sono stato in lui e conosco tutta la storia. c'è alla base un grande peccato e una calunnia, una straordinaria ingiustizia. io sono il minotauro e non sono assetato di sangue, non voglio divorare sette giovani e sette fanciulle ogni volta, non so perché sono rinchiuso, non ho alcuna colpa... e ho una paura bestiale del buio.

un po' romanzo, un po' memoir, un po' raccolta di appunti e riflessioni, fisica della malinconia è un lungo monologo di quello che fu un bambino dotato di un'empatia così forte da riuscire a fare propri persino i ricordi altrui più lontani nel tempo, trasformando in suoi gli eventi vissuti da suo nonno quando era bambino, quelli di una lumaca o di un altro bambino, quello che per via della sua testa di toro venne chiuso in un labirinto buio e chiamato mostro fino al momento del suo assassino. quello che fu quel bambino è adesso un uomo che ha perduto quella capacità - o, si potrebbe anche dire, è guarito dalla sua patologia - e che adesso colleziona storie, riempiendo quaderni su quaderni dei ricordi altrui.
tra storia e ricordo, tra realtà e mitologia, andiamo avanti e indietro tra il labirinto del minotauro e la casa in cui il suo giovane nonno, ai tempi in cui era soldato, era stato salvato e amato da una donna che parlava un'altra lingua.
il buio del labirinto, il buio della casa della sua infanzia al piano seminterrato, il buio a cui il nonno è costretto ad abituarsi per non farsi accusare di diserzione: il senso di smarrimento è il filo rosso che collega diversi piani temporali e i diversi piani di realtà, che tiene insieme le pagine di questo libro e che ci guida, quasi ipnotizzati, dal principio alla fine.

la lingua di gospodinov è incantevole e mi ha fatto venire voglia di leggere anche gli altri suoi libri ma a volte questo mi ha un po' stancata, si ripiega troppo su sé stesso, ingarbugliando memoria e sogno, ricordi ed empatia e perdendosi in lunghe pagine che mi facevano venire voglia di tornare indietro o correre avanti. bello, sì, ma avrei preferito che mantenesse un po' di più la messa a fuoco.

 amatka 

vanja andò a prendere le sue valigie e slacciò le fibbie. una di queste sembrava sul punto di cedere. era stato il regalo di qualcuno che a sua volta l'aveva ereditata da qualcun altro, e così via. in ogni caso, non sarebbe durata a lungo: la parola valigia era quasi illeggibile. avrebbe potuto ricalcare le lettere, certo, ma la domanda era cosa sarebbe accaduto prima - la valigia si sarebbe semplicemente sgretolata per l'usura oppure si sarebbe dissolta, una volta riposta. avrebbe dovuto distruggerla.
«valigia» sussurrò vanja per mantenerla nella sua forma ancora per un po'. «valigia, valigia».


quando un libro promette di avere una trama originale che mi incuriosisce in modo particolare cerco di evitare di leggere commenti e recensioni prima di iniziarlo, così da non farmi idee preconcette e aspettative di vario tipo. con amatka è stato così, sapevo solo che era ambientato in un mondo in cui è necessario nominare le cose per evitare che queste svaniscano. non avevo capito bene come avrebbe dovuto funzionare questa regola ma non ho voluto indagare oltre.
effettivamente è stato utile arrivare alla prima pagina con meno informazioni possibili perché il sistema descritto da karin tidbeck, anche se non è originalissimo, è parecchio interessante, e il suo punto di forza non si limita esclusivamente a questa strana peculiarità degli oggetti.
la storia di vanja è ambientata in un qualche pianeta - o parte di un pianeta, questo non è chiarissimo - in cui gli oggetti perdono la loro forma se non vengono nominati, tornando alla materia primigenia con cui sono stati creati, una sostanza informe e molliccia non meglio identificata che sembra comporre qualsiasi cosa, a esclusione degli artefatti provenienti dal vecchio mondo - che supponiamo essere la terra. in questo pianeta non esistono altri animali se non gli esseri umani, divisi in colonie le cui funzioni principali sono chiaramente assegnate: essre, balbit, odek e, appunto, amatka, più una quinta colonia ormai distrutta, di cui la storia ufficiale dice poco o nulla, ma che - non vi dico come né perché - sarà importantissima per lo svilupparsi della trama.
la vita nelle colonie è fortemente comunitaria, lə bambinə vivono tuttə insieme in delle case apposite lontanə dallə genitorə per scongiurare inutili attaccamenti ed eventuali traumi, ogni persona ha un preciso compito da svolgere e tuttə lavorano per il bene collettivo, tenendo sempre a mente l'impresa eroica dei pionieri, di chi cioè fondò le colonie, permettendo a tuttə adesso di vivere vite piene e sicure.

giunta ad amatka, vanja svolge correttamente la sua ricerca sulle abitudini igieniche commissionata da essre, per capire che tipo di prodotti potrebbe essere utile commercializzare nella colonia, ma alla fine decide di rimanere con le persone scelte per ospitarla: nina, che lavora come dottoressa, ivar, assegnato alle coltivazioni di funghi - con cui ad amatka non solo si cucina praticamente tre quarti delle possibili pietanze, ma ci si fa praticamente di tutto, saponi compresi - e la vecchia ulla, anche lei medico ma ormai in pensione, che sembra conoscere molti dei segreti legati ad amatka e al passato delle altre colonie, soprattutto della quinta...
è per amore di nina che vanja resta, e tutto sembrerebbe il preludio di una lunga e serena felicità se non fosse che la storia di amatka e delle colonie tutte comincia a venire alla luce, tra vecchi libri destinati a scomparire e strane costruzioni segrete nascoste sottoterra...

il senso di questo libro sta tutto nelle parole, in quelle che l'autrice utilizza per raccontare la storia, certo, ma soprattutto in quelle che lə personaggə sono liberə o meno di pronunciare. la materia presente nelle colonie risponde alle parole, prende forma grazie ad esse e in loro assenza si disgrega. il mondo esiste perché viene nominato, proprio come avviene nel mito ebraico della creazione, dio "disse" e la luce, il cielo, la terra, gli alberi, gli animali, la vita, ogni cosa "fu". il potere che ognunə dellə abitantə delle colonie è immenso e dunque deve essere controllato perché chi ha il potere di fare ha anche quello di disfare, e infatti l'uso improprio delle parole può costare caro, carissimo.

possiamo dire che amatka è una distopia se ci fermiamo al suo sistema politico, all'annullamento richiesto alla dimensione individuale di ciascunə dellə colonə a beneficio della comunità, ma diventa quasi una riflessione teologica - o più semplicemente un fantasy - se osserviamo il rapporto tra le parole, tra il potere che ha chi le pronuncia, e la realtà circostante: avere il potere di un dio significa andare oltre la propria umanità e quindi rinunciarvi, perderla irrimediabilmente e per sempre.

personalmente avrei preferito che questa doppia identità del romanzo fosse rimasta più in equilibrio mentre invece il finale si sbilancia troppo a beneficio della seconda, lasciandomi con tante, troppe domande ma con un senso di stupore enorme, che mi ha comunque fatto apprezzare tantissimo la lettura.

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giovedì 23 maggio 2024

commenti randomici a letture randomiche (84)

sono settimane complicate, incasinate, sfiancanti, settimane in cui sono anche riuscita a leggere tanto ma ho scritto meno di quanto avrei voluto. però consigliarvi libri belli è una cosa che mi piace e che in qualche modo mi fa sembrare che tutto torni alla solita, rassicurante normalità, quindi a questo giro vi parli di quattro libri molto diversi tra loro che mi sono piaciuti molto e che vi consiglio di recuperare!

 la ragazza che cadde in fondo al mare 
i miti del mio popolo dicono che solo una vera sposa del dio del mare può mettere fine alla sua incontenibile collera divina. quando dal mare d'oriente si alzano le tempeste ultraterrene, quando i fulmini squarciano il cielo e le acque devastano la costa, viene scelta una sposa da offrire in dono al dio del mare.
o in sacrificio, a seconda di quanta fede si abbia.

di questo libro mi spaventava soprattutto la mole la, fidatevi, è più lo spessore della carta e l'ampiezza dei margini a renderlo così imponente.
la ragazza che cadde in fondo al mare è un fantasy scritto per un pubblico giovane, una storia d'amore ambientata in un mondo sottomarino e fantastico che mi ha ricordato tantissimo gli scenari de la città incantata. la trama è abbastanza semplice e il finale non troppo inaspettato anche se alcune cose sono riuscite a sorprendermi.
nel villaggio di mina, la protagonista, ogni anno una ragazza viene scelta per diventare la sposa del dio del mare. la decisione ricade solitamente sulla ragazza più bella, ma ci sono state fanciulle che si sono offerte volontarie per garantire alla famiglia un futuro di prosperità e di cure.
quest'anno, il destino ha scelto shim cheong, la bellissima fidanzata di joon, fratello di mina. mina ha visto nascere l'amore tra loro, sa quanto forte sia il loro sentimento e vuole troppo bene a joon per immaginare che la sua sarà una vita di solitudine e rimpianti. così, quando shim cheong viene accompagnata in barca per essere presa dal drago del dio del mare, joon la segue e mina, a sua volta, si tuffa tra le onde per salvare entrambi, offrendosi volontaria.
da questo momento, mina inizia il suo viaggio nel regno degli spiriti, a contatto con chi un tempo viveva sulla terra, con divinità e creature leggendarie, decisa a scoprire perché il dio del mare - che un tempo era buono e proteggeva la sua gente - adesso esige sacrifici tanto crudeli.
nel regno degli spiriti mina incontra tantissimə personaggə, tuttə più o meno legatə al mistero che intende svelare: alcunə saranno dalla sua parte, altrə saranno suə nemicə, dispostə a tutto pur di fermarla e impedirle di scoprire la verità.

la storia d'amore è carina ma sono due le cose che ho apprezzato in particolare: la prima è il modo in cui è resa l'ambientazione, la cura nel descrivere il regno degli spiriti che non diventa mai un noioso elenco di dettagli ma, anzi, permette allə lettorə di immaginare con una certa vividezza lo scenario in cui si svolge la storia. la seconda è la cura che è stata data alla caratterizzazione dellə personaggə, soprattutto quellə sovrannaturalə che l'autrice, axie oh, non antroporfizza mai eccessivamente, lasciando loro una sorta di alone mitico che lə colloca fuori dalle dinamiche e dalle emozioni umane.

un romanzo d'evasione carino e appassionante, nulla che possa stravolgervi la vita ma che regala ore di piacevole intrattenimento e che vi tratterrà con il naso tra le pagine fino alla fine.

 punacci - storia di una capra nera 
c'era una volta, in un villaggio, una capra femmina. nessuno sapeva dove fosse nata. che traccia può lasciare l'inizio di una vita ordinaria?

restiamo in tema mitologia ma alziamo tantissimo il livello della qualità della scrittura con punacci, storia di una capra nera di parumal murugan.
quella di punacci è la storia di un piccolo miracolo, un miracolo finito però nelle mani sbagliate.
ancora cucciola, la capretta viene affidata a un vecchio e povero pastore da un uomo gigantesco, una creatura prodigiosa che sembra uscita da una leggenda: impossibilitato a prendersi cura della piccola, l'uomo gigante chiede al vecchio di occuparsene e di trattarla con cura. non è interessato ai soldi, solo al benessere dell'animale, la settima di una cucciolata. quella che da lì a breve verrà chiamata punacci è un miracolo proprio per il suo essere parte di una cucciolata così numerosa, fatto molto più che insolito per le capre. il vecchio accetta - anche perché non può fare altrimenti - di prendere con sé la bestiola e la porta in casa dalla moglie. è lei che la battezza e che la tiene in vita tra mille difficoltà: punacci, piccolissima e indifesa, è bersagliata dai predatori e tenuta lontana dalle altre capre.

è attraverso la sua prospettiva che il narratore racconta la sua storia, dando voce ai suoi pensieri senza che questi vengano mai distorti dalla lente antroporfizzante che troppo spesso applichiamo agli animali.
punacci ci dice del giogo che costringe le capre a tenere il capo chino, della violenza con cui i maschi vengono castrati e del dolore che le femmine provano a vedersi allontanati i loro compagni prima e i loro figli poi. tutte le sofferenze vengono dagli esseri umani che però non sono mai descritti come mostruosi carnefici ma solo come creature incapaci di comprendere le capre e gli altri animali. creature strane questi esseri umani, da un lato sono la causa principale di una vita di sfruttamento, dall'altra sanno accudire uno scricciolo di capretta come se fosse una bambina.
c'è incoerenza ma c'è, soprattutto, una totale mancanza di comprensione e di empatia, una durezza dei cuori data anche - e soprattutto - dalla durezza di una vita che chiede sacrifici su sacrifici, sofferenze che poi, alla fine della giostra, vengono pagate come sempre dallə più deboli, animali in primis.

ci sono scene di delicatissima bellezza - punacci che va al pascolo per la prima volta sulle spalle del vecchio pastore, mentre i passeri le volano sul capo; punacci che si perde nel bosco e assaggia la gioia e il terrore della libertà e della vita selvaggia - e altre di straziante orrore e dolore, viste attraverso gli occhi, i pensieri e i sentimenti di una creatura così diversa eppure così simile a noi.
e, nel frattempo, c'è il racconto di un'india poverissima, oppressa da un governo prepotente e vessatorio che non si fa scrupoli a colpire donne anziane, vecchi pastori, o piccolissimi cuccioli.

e se alla fine resta l'amaro in bocca, viene da ripensare alle parole dell'uomo gigantesco che chiama miracolo la piccola punacci. viene da pensare che i miracoli, quando accadono, non basta saperli riconoscere, non basta stupirsi e ringraziare. i miracoli vanno curati, coltivati e mai sfruttati, se non si vuole perdere tutto.
non è un libro allegro ma è un libro bellissimo che ha una poetica lontana e diversa dal nostro sentire quotidiano, un tono che ci suggerisce mitologie sconosciute e equilibri sovrannaturali.
è un libro che fa un po' male ma ne vale decisamente la pena.

 un mondo di meraviglie - elogio di lucciole, squali bianchi e altri prodigi 
e se il celebre verso del casuario fosse anche il modo con cui il mondo naturale ci chiede di fare attenzione a quella creatura in maniera diversa? e cioè di non limitarci a notarla e ammirarla per l'aspetto singolare e gli artigli assassini, ma percepire invece la sua presenza su questo pianeta? immaginate che l'onda sonora che vi scuote il petto possa essere un monito concreto a ricordare che siamo tutti interconnessi - che se la popolazione dei casuari viene decimata, lo sarà in proporzione anche la crescita degli alberi da frutto, e di conseguenza, centinaia di specie rischieranno l'estinzione. [...] non lo vedete? siamo tutti interconnessi.

ammetto che la prima cosa che mi aveva colpita di questo libro era stata la copertina. come si fa a non rimanere incantatə da questo disegno di piante e animali e foglie e fiori e squame e piume e occhi e forme e colori che si intrecciano in un caleidoscopio di modi diversi di tradurre la parola vita così perfetto ed equilibrato? però ammetto anche che l'idea di lanciarmi su un saggio di biologia mi ispirava davvero poco, io che sono sempre stata pessima nelle materie scientifiche dai tempi del liceo, che bellissimo tutto ma non so andare oltre la poesia dei colori e dei movimenti e.
insomma, alla fine ho ceduto. e ho fatto bene perché non è un saggio di biologia, o almeno non lo è nel senso più spaventoso del termine.

un mondo di meraviglie è un libro strano, una sorta di ibrido tra autobiografia, saggio naturalistico, e diario intimo. aimee nezhukumatathil racconta la sua vita attraverso alcuni degli episodi più significativi - la sua infanzia, segnata da tanti trasferimenti per via del lavoro dei suoi genitori; il rapporto con la scuola e con lə compagnə; l'incontro con il marito e poi la nascita e la crescita dei suoi due figli - mettendoli in relazione con momenti di incontro con il mondo naturale. piante, uccelli, animali marini, anfibi, insetti: quella cosa che chiamiamo natura e che, in modo sciocco e arrogante, riteniamo cosa separata da noi, creature della civilizzazione, è in realtà costantemente presente nella nostra vita. nezhukumatathil mette da parte questa insensata dicotomia e osserva l'eterna interconnessione tra la sua vita e quella delle altre forme di vita che attraversano il suo percorso, lo fa con gli occhi della scienziata e con quelli della poetessa senza che lo sguardo di una possa intralciare i pensieri dell'altra. il risultato è un libro che sa comunicare la sensazione di meraviglia che provoca la vicinanza con l'altro da sé e sa fare meravigliare. ma è anche un libro che ricorda, sempre e puntualmente, la necessità di guardare al mondo non-umano non con superficiale curiosità ma con la consapevolezza delle diversità che non devono necessariamente sottintendere gerarchie e della necessità del rispetto degli equilibri che, in quanto esseri umani, siamo così bravə a distruggere.

per me è stata una lettura sorprendente. se avete ancora gli stessi timori che mi avevano tenuta lontana da questo libro, metteteli da parte e lasciatevi stupire.

 lavinia 
chi era il mio vero amore, allora, l'eroe o il poeta? non intendo chi dei due mi abbia amata di più; nessuno dei due mi ha amata a lungo. appena a sufficienza. quel tanto che bastava. la mia domanda è: chi di loro ho amato più sinceramente? e non so rispondere.

nel poema di virgilio, l'eneide, lavinia è poco più che un'ombra, è una presenza muta, un personaggio di cui conosciamo appena qualche tratto ma di cui non udiamo mai neppure una parola.
l'ultima delle mogli di enea che, come elena prima di lei è la causa di una guerra sanguinosa, prende finalmente voce qui grazie a ursula k. le guin che rilegge gli ultimi sei libri dell'eneide rendendo lavinia protagonista totale e voce narrante della vicenda.

lavinia è una giovane donna segnata da una vicenda familiare infelice - la prematura morte dei fratelli che ha condotto la madre a perdere la ragione - che porta avanti con amore e dedizione le tradizioni familiari, seguendo spesso il padre nei riti sacri, soprattutto nella selva albunea.
qui, in questo bosco sacro dellə antenatə, lavinia scopre il suo destino - ovvero quello di diventare la moglie di enea - e incontra virgilio, il poeta che l'ha creata, che le ha dato vita, seppur una vita piccola e silenziosa.
lavinia è, consapevolmente, vera persona e insieme vera personaggia, creatura in carne ed ossa e invenzione letteraria e, nonostante questa sua doppia natura, è forte e determinata nel seguire non soltanto il suo destino ma anche le sue scelte, ponendosi come soggetto attivo, come artefice della sua storia.

parlare di una scrittrice immensa come ursula k. le guin è un'impresa difficilissima e non credo di potermi arrogare la capacità di farlo. però, che vi piacciano o no i retelling, che siate o meno appassionatə di epica classica, che conosciate o meno l'autrice, leggete questo libro.

venerdì 19 novembre 2021

la mano sinistra del buio

farò rapporto come se raccontassi una storia, perché mi è stato insegnato da bambino, sulla mia terra natia, che la verità è una questione dell'immaginazione. a seconda di come viene raccontato, il più solido dei fatti può farsi fiasco o conquista: come l'ineffabile gioiello organico dei nostri mari, che si fa tanto più luminoso quanto più una donna lo indossa e, portato da un'altra, si offusca e si fa polvere. i fatti non sono più solidi, coerenti, rotondi e reali delle perle. ma entrambi sono delicati.

torna finalmente disponibile la mano sinistra del buio (sì, del buio, non delle tenebre, ha fatto strano per un po' ma alla fine va bene così) a cinquant'anni dalla prima pubblicazione italiana e finalmente sono riuscita a leggerlo, anche se nell'ultimo anno ero già riuscita ad approcciarmi a ursula k. le guin e all'ecumene con i reietti dell'altro pianeta e con il pianeta dell'esilio. ed è stato amore totale!
quindi l'uscita di questa nuova edizione è stata per me grandissima gioia, volevo leggere la mano sinistra del buio sopratutto perché è stato sempre il titolo di le guin più citato nelle lezioni di antropologia e mi aveva incuriosito capire come si poteva collegare la fantascienza all'antropologia, per definizione una così lontana dalla realtà e l'altra la più "umana" e terrestre delle scienze umane.

la mano sinistra del buio è un romanzo che in effetti non solo si presta a moltissime riflessioni, come dice nicoletta vallorani nella sua postfazione "è questo che insegna la creazione immaginaria, ipotizzare modi che potrebbero insegnarci qualcosa sul nostro", se proprio non insegna dà ottimi spunti per analizzare criticamente le nostre costruzioni sociali che si fondano sul più naturale dei dati di fatto - che nel romanzo invece non esiste, ovvero la distinzione in due sessi biologici (cosa su cui vorrei tornare più avanti). ma oltre a questo il racconto di genly ai, protagonista e voce narrante, spesso e volentieri prende il tono di una vera e propria etnografia del mondo alieno in cui si trova e che lui descrive dal punto di vista di un osservatore partecipante, attento a ogni aspetto della vita dei suoi ospiti, dal paesaggio naturale che li circonda alle loro abitudini di vita, dai cibi che consumano alle case che abitano, dalle città in cui vivono ai loro sistemi politici e alle loro pratiche rituali e religiose.
non so perché vallorani nella postfazione dica che le guin figlia è di un archeologo, alfred kroeber era in realtà un antropologo, allievo di quel franz boas che a cavallo tra '800 e '900 fu uno dei fautori della rivoluzione della disciplina, e anche sua madre, theodora kroeber, sbrigativamente segnalata come scrittrice, era psicologa e antropologa anche lei, autrice della biografia di ishi. sicuramente tutto questo ha influito sulla formazione e sulla sensibilità di le guin, e in questo libro è facilissimo coglierlo.
questo romanzo non è estrapolativo. se vi aggrada potete leggerlo, allo stesso modo di tanta altra fantascienza, come un esperimento di pensiero. [...] lo scopo di un esperimento di pensiero nel senso in cui questo concetto è stato usato da schröedinger e da altri fisici, non è quello di prevedere il futuro - addirittura il famoso esperimento di schröedinger dimostra che il "futuro", sul piano della fisica quantistica, non può essere previsto - ma su quello di descrivere la realtà, il mondo presente.
la fantascienza non prevede; descrive.
[...] le previsioni sono compito di profeti, chiaroveggenti e futurologi. non sono compito dei romanzieri. il compito dei romanzieri è mentire.
 dalla prefazione dell'autrice

la prima menzogna è quella che mette in piedi un futuro in cui l'umanità è capace di viaggiare nello spazio e ha colonizzato l'intera galassia. col tempo, sui diversi pianeti, gli esseri umani si sono evoluti divergendo in modo più o meno evidente dalla loro fisiologia originaria per adattarsi ai diversi ambienti. ad unire molti di questi mondi è l'ecumene, un'alleanza interplanetaria non funzionale esclusivamente al libero mercato ma votata allo sviluppo e alla cooperazione attraverso la condivisione di conoscenze (ciao globalizzazione, si poteva fare di meglio ma tu hai scelto il neoliberismo e quindi amen). in questo scenario si muove genly ai, inviato dell'ecumene sul pianeta gethen - conosciuto anche come "inverno" nella lingua di ai - per far conoscere l'ecumene ai gethiani e invitarli a farne parte. gethen è un mondo che non conosce ancora i viaggi spaziali, anzi, non sa nulla degli altri abitanti della galassia, neppure della loro esistenza. le parole di ai nascondono agli occhi dei gethiani tanto il rischio della perdita del loro potere, di diventare poco più di un feudo sotto un controllo più grande dei re e della commensalità - rispettivamente le due forme di governo dei due paesi in cui ai si trova a viaggiare - tanto quanto poco più delle farneticazioni di un pazzo pervertito. genly ai è in effetti l'unico maschio in un pianeta in cui la popolazione è, per buona parte della sua esistenza, androgina, capace di diventare maschio o femmina solo nel periodo del kemmer, i giorni in cui i gethiani sono fertili e possono riprodursi. ogni gethiano può assumere entrambi i ruoli nel corso della vita e quindi essere madre o padre dei suoi figli, o meglio può essere genitore diretto o meno della propria discendenza.

senza spoilerare troppo circa le vicissitudini di genly ai, quella che pare una bizzarria biologica fine a se stessa - che le guin spiega come una forma di adattamento a un pianeta dalle scarse risorse e con un clima rigidissimo al limite della sopravvivenza - dà luogo a una serie di conseguenze impensabili per chi è abituato alla dualità maschio/femmina. questa infatti non si può considerare solo nei termini biologici e riproduttivi, ma plasma ogni possibile forma di interazione sociale tra individui: dai ruoli sociali a quelli politici e religiosi, l'esistenza di un unico sesso - o meglio di un non-sesso se non per alcuni giorni e anche in quel caso non determinato una volta e per sempre - impedisce all'origine tutta una serie di concezioni stereotipate, coercizioni, violenze e privilegi di cui siamo saturi fino a non vederli e nei quali genly ai più volte, nelle sue osservazioni sul comportamento e sull'aspetto dei gethiani, cade. c'è un momento in cui l'inviato dell'ecumene dice che nei gethiani riesce finalmente a non vedere uomini o donne, a smettere di cercare quelle caratteristiche che gli permettono di incasellare qualcuno in una delle due categorie, ma semplicemente di trovarsi di fronte all'umanità.

se l'ecumene è espressione della visione politica dell'autrice, nella peculiarità sessuale dei gethiani credo si possa comprendere la sua concezione di femminismo, inteso come una tensione verso una parità così assoluta e naturalizzata da non dare alle differenze biologiche alcun peso.
tutto il romanzo è non solo un bellissimo racconto d'avventura e di una profonda amicizia ma - almeno dal mio personalissimo punto di vista - un manifesto politico e sociale, una descrizione di un umanità imperfetta certo, che non ha dimenticato ottusità e violenza, ma che potrebbe essere sulla strada giusta per ottenere una qualche forma di equità, cooperazione e giustizia sociale.
la fantascienza, come dice le guin nella prefazione, non prevede il futuro, però attraverso la possibilità di immaginarlo riesce a descrivere il presente soprattutto tramite le sue mancanze e i suoi bisogni. ripensare la letteratura fantascientifica, e più in generale fantastica, e tirarla fuori dalla sua nicchia da nerd, dalla definizione di escapismo di genere il cui unico obiettivo è offrire un paio di giorni di svago, potrebbe dare l'opportunità di immaginare alternative e ancor di più di imparare a trasformarle in risposte.