Visualizzazione post con etichetta michael mcdowell. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta michael mcdowell. Mostra tutti i post

venerdì 14 novembre 2025

luna fredda su babylon

il fiume styx, per la lentezza della corrente e la frequenza di banchi di sabbia, pozze stagnanti lungo le sponde e rami morti, è infestato dalle zanzare, sanguisughe e serpenti. tutta quest'area della contea di escambia è scarsamente popolata, a maggior ragione lungo i fiumi, dove non vive quasi nessuno. per costruire, la gente si sposta sui terreni più elevati, lontano dagli insetti e dalle frequenti esondazioni primaverili. sebbene lo styx si snodi per oltre quattro chilometri, soltanto quattro persone abitano sulle sue sponde. una di queste è un'anziana nera la cui baracca si trova pericolosamente vicina alla confluenza del perdido. la donna è sorda e pazza.
gli altri tre stanno appena oltre l'unico ponte sul fiume. la vecchia evelyn larkin e i suoi nipoti, jerry e margaret, che vivono lì per i mirtilli.

dopo la saga di blackwater, gli aghi d'oro e katie, era ovvio che il mio hype per un nuovo romanzo di michael mcdowell sarebbe stato enorme.
ed è per tutto questo hype che mi duole ammettere che se con blackwater mi ero innamorata e se gli aghi d'oro mi aveva convinta tantissimo, già kate mi aveva entusiasmata un puntino di meno e luna fredda su babylon non ha fatto rialzare l'asticella.

quella di luna fredda su babylon è una storia di omicidi brutali, di avidità e di vendetta - e in questo ricorda un po' katie - e di fantasmi, mentre l'ambientazione riporta alla mente blackwater: le sponde di un fiume - lo styx, nome decisamente evocativo - il suo letto fangoso e le sue acque a tratti tumultuose e inquietanti.
ad aggrapparsi agli argini del fiume è una cittadina di nome babylon, molto meno gloriosa della sua omonima di biblica memoria. una cittadina di periferia come tante altre, dove sotto l'apparente tranquillità quotidiana, serpeggiano odi, invidie e risentimenti.

siamo all'inizio degli anni '80 e la quiete di babylon viene squarciata dalla scomparsa di una ragazzina, ritrovata cadavere dopo pochi giorni. un omicidio brutale e insensato che è solo il primo di un crescendo di violenza. attorno a cui si muovono, da un lato, la famiglia larkin - proprietari di una piantagione di mirtilli il cui sfruttamento riesce a malapena a garantirgli una vita dignitosa - e dall'altro i redfield, il vecchio padre, ormai disabile, tanto bisognoso di attenzioni quanto severo, e i suoi due figli, due poco di buono arroganti e desiderosi di mettere le mani sul patrimonio di famiglia.

senza spoilerarvi nulla della trama, la storia prende una piega più che auspicabile e le identità di vittime e carnefice sono rivelate più o meno immediatamente - ma si capisce tutto molto prima - così come il movente. insomma, quello di mcdowell non è un giallo in cui bisogna collegare i fili tra i diversi indizi e arrivare a una qualche soluzione, è a pieno titolo un horror in cui a farla da padrone è la brutalità dei fatti, la miseria dietro le motivazioni che portano a quei fatti e, soprattutto, l'atmosfera sovrannaturale che avvolge ogni cosa. perché - a differenza di quanto succedeva ne gli aghi d'oro o in katie - a cercare vendetta non sono più lə familiarə offesi dalle uccisioni dellə loro carə ma le vittime stesse, o meglio, i loro fantasmi.

sono proprio loro a mettere effettivamente in moto gli eventi e noi lettorə ci troviamo a osservarli da una prospettiva privilegiata rispetto allə personaggə umanə del racconto ma solo fino a un certo punto: sappiamo che, nella babylon di mcdowell, i fantasmi esistono e che partecipano attivamente ai meccanismi della realtà, che sono causa di svariati effetti (ed effetto di una causa sola: la violenza efferata che da persone li ha fatti diventare fantasmi, appunto) e che sono mossi dal desiderio di vendicarsi, ma il loro mondo interiore - ammesso che ce ne sia uno - ci è completamente precluso.
sappiamo, insomma, che esiste una dimensione sovrannaturale, ma non riusciamo a conoscerla veramente. come vivi, per quanto onniscienti, noi lettorə rimaniamo tagliati fuori dalle verità che vanno oltre l'orizzonte delle nostre esperienze.

le figure spettrali e vendicative di babylon sembrano avere una volontà ferrea e degli obiettivi molto ben definiti ma non parlano e, per quello che ne sappiamo, non pensano. soffrono ancora? sono consapevoli? impossibile dare una risposta, restano per noi inconoscibili. il loro aspetto tradisce il destino della parte materiale di ciò che erano ma sono, allo stesso tempo, incorporei e scollegati dalle leggi della fisica.
ed è questa loro natura ambivalente, muta e impossibile da comprendere che li rende (almeno un po') terrificanti, tanto per chi li incontra tra le pagine del racconto, quanto per noi.

se però in blackwater l'aspetto sovrannaturale della storia mi aveva colpita, qui mi ha lasciata poco convinta, come se mancasse qualcosa. più che paura mi hanno fatto provare repulsione e pena e qualsiasi vendetta riescano a ottenere alla fine non riesce a riequilibrare nulla. erano, e restano per tutto il tempo, vittime, quasi che non ci fosse davvero nessuna possibilità di riscatto né di giustizia per loro, quasi che ogni traccia del sé che erano fosse stata annientata lasciando spazio solo al bisogno di vendicarsi.

insomma, luna fredda su babylon è un libro sicuramente unputdownable, come tutti quelli di michael mcdowell, eppure tra tutti quelli pubblicati fino ad adesso, è quello più tiepidino, che (imho) convince ed emoziona di meno. 

se ti piacciono i post di questo blog puoi sostenermi su ko-fi

mercoledì 29 gennaio 2025

katie

sapeva che non c'era niente di cui vergognarsi a essere poveri, ma non poté evitare una fitta al pensiero dei continui sacrifici cui erano costrette lei e la madre, per la scarsità e precarietà di mezzi. a volte le capitava di sognare a occhi aperti gli abiti del guardaroba di jewel. sognava di visitare new york e di vedere l'oceano. sognava una vita che non fosse tutta fatica e privazioni. sognava cento sogni al giorno, uno più bello dell'altro, ma ciò che non si sarebbe mai sognata era quanto fosse a portata di mano la possibilità di esaudirli.


con katie torniamo ai paesaggi dell'america dell'800 a cui ci ha abituatə michael mcdowell, un paese di eccessi, in cui le classi sociali si distinguono nettamente, dove lə poverə arrancano avanti giorno per giorno strappando qualche ora di vita in più alle malattie, alla disperazione e alla fame mentre lə ricchə si annoiano tra serate di gala, pizzi e gioielli.
se però ne gli aghi d'oro le disuguaglianze sociali e un certo tono politico erano elementi portanti della trama del romanzo e in gioco trovavamo due famiglie rivali, in katie lo status di ogni individuo sembra più voluto da un capriccio del destino che l'espressione di un preciso sistema sociale, e la lotta si consuma tutta tra due donne: katie e philomena.
quello che accomuna i due romanzi sono, prevedibilmente, i numerosi ed efferati crimini che si consumano tra le loro pagine - che mcdowell sa descrivere con uno stile orripilante quanto ipnotico e affascinante - e lo stesso, identico (e in qualche modo preoccupante) senso di soddisfazione che ci dà arrivare alla fine e poter assaporare una sorta di rivalsa.

katie la conosciamo nel prologo, quando è ancora bambina e manifesta già un'indole psicotica che rivela il suo potenziale di serial killer. philo, invece, la incontriamo all'inizio della storia vera e propria, ed è la tipica ragazza povera, poverissima, ma volenterosa che sogna di cambiare la sua vita senza sapere bene come riuscirci e che è sempre stata circondata di persone la cui unica funzione - dal punto di vista narrativo, si intende - è quello di impedire ogni cambiamento: una madre arrendevole, un padrone di casa impietoso e arrogante, una non-amica acida e cattiva.
le vite delle due ragazze potrebbero non incrociarsi mai se non fosse per una complessa serie di morti, vedovanze e nuove parentele acquisite che portano katie a diventare la nipote del nonno di philo che, dopo anni e anni di silenzio, scrive alla figlia - la madre di philo - per farsi salvare dalle grinfie della nuora, del suo nuovo marito e della sua figliastra che lo tengono praticamente prigioniero nella sua stessa casa, lasciandolo sopravvivere quel tanto che basta finché non si deciderà a firmare il testamento e lasciare tutto a loro.

nella comparsa a sorpresa del nonno e nella promessa di una fortuna economica per nulla indifferente, philo vede non soltanto la possibilità di migliorare sensibilmente il proprio status sociale ma anche, e soprattutto, l'occasione di vedere finalmente sua madre felice, di nuovo riunita al padre perduto tanti anni prima. fingendosi una domestica per andare in soccorso del nonno, philo fa la conoscenza con la famiglia slape: richard, padre naturale di katie, e hannah, moglie di seconde nozze e matrigna di katie che, fin da piccolina, aveva cresciuto insegnandole ogni possibile crudeltà e disprezzo.
il terzetto è l'incarnazione del male, della cattiveria e - soprattutto nella figura di richard - della stupidità. il piano di philo per salvare il nonno - e i suoi soldi - viene scoperto presto: il povero vecchio fa una fine da incubo mentre philo viene accusata di un delitto mai commesso e ritorna non soltanto a essere povera in canna, ma braccata dalla polizia e da katie, la folle, brutale e pericolosissima "cugina".

da questo momento in poi, philo e katie viaggeranno su due binari paralleli, incrociandosi e raccogliendo l'una i resti dei delitti dell'altra, spostandosi dalla provincia alle affollatissime strade di new york, lì dove la vita corre avanti frenetica e ogni momento può essere quello decisivo per chiunque: si può incontrare un'amica sincera, trovare l'amore, diventare la segretaria personale di una facoltosa benefattrice, assistere a ogni genere di spettacolo teatrale, farsi predire il futuro, restare coinvoltə in incidenti mortali o finire due metri sotto il pavimento di una desolata cantina.

katie è un romanzo che, come tutti quelli nati dalla penna di mcdowell e già pubblicati in italiano negli ultimi anni, si fa leggere senza lasciare allə lettorə un solo momento di tregua, affastellando colpi di scena e turpi omicidi mentre la narrazione entra ed esce nell'interiorità dellə personaggə, mostrandoci le loro virtù, le debolezze e - soprattutto, perché in fondo è questo che cerchiamo nei libri di mcdowell - l'orrore.
personalmente, per quanto l'abbia trovato estremamente appassionante (quasi ossessionante!), non lo ritengo all'altezza di blackwater o de gli aghi d'oro dove, rispettivamente, l'aspetto magico/sovrannaturale o il tema politico riuscivano a dare qualcosa di più al racconto. katie è la storia dello scontro tra una furiosa serial killer e una ragazza di sani principi che vuole una vita migliore, due personegge che però rimangono confinate nelle loro definizioni e che non tradiscono mai il loro ruolo.
consigliato allə fan dell'autore, ma sicuramente non è da questo che partirei per iniziare a conoscerlo.

se ti piacciono i post di questo blog puoi sostenermi su ko-fi

venerdì 8 novembre 2024

gli aghi d'oro

per la madre irlandese che vagava a battery park, con la sua creatura senza vita ancora stretta al seno; per il bottegaio italiano che aveva appena venduto l'ultimo avanzo di carne equina guasta agli occupanti delle baracche abusive erette ai margini della distesa di cantieri stradali oltre l'ottantesima; e per tutti gli altri nel mezzo - i poveri la cui povertà era tale che presto ne sarebbero morti; i delinquenti la cui delinquenza non offriva una protezione certa dalla povertà che aveva cercato di sfuggire; i mediamente agiati e moderatamente rispettabili; i moderatamente agiati e molto rispettabili; e i ricchi, la cui ricchezza era tale da non doversi preoccupare della rispettabilità - per tutti loro l'anno del signore 1882 era cominciato.


una new york fumosa e decadente, un quartiere di oppierie e bordelli, conflitti tra due famiglie agli antipodi dello spazio sociale, una matriarca spietata e desiderosa di vendetta e, soprattutto, lo stile travolgente di michael mcdowell e le macchinazioni perverse che sa far mettere in atto ai suoi personaggi. già con blackwater, mcdowell mi aveva completamente catturata, adesso con gli aghi d'oro si è guadagnato la mia devozione assoluta (e, non so se avete visto la notizia, a gennaio uscirà un altro suo romanzo, katie, e io sto già facendo il conto alla rovescia!).

il tempo de gli aghi d'oro è l'intero 1882, il suo spazio il triangolo nero, il più malfamato tra i quartieri di new york, regno incontrastato di ogni vizio e peccato. mcdowell ci mostra una lunga carrellata della città all'alba del nuovo anno, dai vicoli più miserabili, pieni di bambinə mezzo assideratə che cercano di scaldarsi sulle grate degli scarichi, e di donne e uomini disperati che sopravvivono a stento in mezzo a ogni possibile declinazione del concetto di crimine e tra le peggiori privazioni; a quelli più raffinati e ricchi dove la new york bene si ubriaca di buon vino, gli uomini stringono alleanze utili alle loro carriere, le signore, infagottate nei loro abiti eleganti, ricevono i loro ammiratori nei ricchi salotti, la servitù corre da una stanza all'altra e lə bambinə rimangono confinatə nelle nursery.

tra l'opulenza più sfrernata e la corruzione più nera, due famiglie le cui sorti si erano già intrecciate si sfidano in una guerra che si fa sempre più aperta: gli stallworth, tra i più illustri e rispettabili (il maschile sovraesteso è voluto) cittadini di new york su cui domina la figura sottile, bianca e severa di james stallworth. il vecchio, arcigno patriarca è anche il più conosciuto giudice della contea, che deve alla sua mancanza di flessibilità e pietà buona parte della fama della famiglia. il resto della notorietà degli stallworth si divide tra lə figliə di james, edward - avvocato mancato e pastore di anime - e marian, l'elegante signora ben inserita in società il cui miglior risultato nella vita è stato sposare duncan phair, l'avvocato che tanto era mancato in famiglia a james. infine, la terza generazione del nome stallworth è nelle mani di helen e benjamin - figliə di edward ed entrambə parecchio problematicə per il padre quanto per il nonno, sebbene per motivi differenti - e dellə piccolə edwin e edith phair, consideratə dalla madre, marian, poco più che un'estensione poco interessante di sé stessa.

nel triangolo nero, invece, domina - come figura praticamente speculare a james stallworth - quella di lena shank, conosciuta come "black lena" per i suoi abiti neri che riprendono il colore dei suoi capelli e dei suoi occhi. immigrata di origini tedesche, l'imponente, grassa e inflessibile matrona è un punto di riferimento per tutto il triangolo nero oltre che per le sue figlie e per lə nipotə. intorno a lei gravitano louise, la muta e forzuta figlia maggiore, abile falsaria, e sua sorella daisy, "creatrice di angeli" per le signore timorate di dio, "abortista" per le altre.
ella e rob, lə gemellə figliə di daisy, sono lə temibilə e abilissimə tuttofare del clan shank, capaci di passare inosservatə, di nascondersi in mezzo allə altrə bambinə del triangolo nero e di estendere il controllo e la volontà di black lena per tutti i vicoli del quartiere.

james stallworth non si ricorda di black lena, per lui è solo una dellə tantə criminalə indegnə che proliferano nel triangolo nero, ma lei conosce benissimo il giudice: anni prima, è stato stallworth a fare impiccare suo marito, a farla marcire in carcere per sette anni e a toglierle le bambine, recuperate soltanto dopo che, lontane dalla madre, avevano subito una vita miserabile e violenta, che a louise era costata persino la voce.
lena shank non ha mai perdonato stallworth ma adesso la fiamma dell'odio si è riaccesa e splende più feroce che mai.
con l'aiuto di duncan phair, di suo figlio edward e del giornalista simeon lightner, james stallworth ha deciso di indire una vera e proproa crociata contro il triangolo nero: portare alla luce l'immoralità, la criminalità, i vizi e le deviazioni dellə abitantə del quartiere, sbatterli sotto gli occhi della borghesia bigotta per turbarla e spaventarla e, a quest o punto, porsi come il salvatore dell'ordine morale della città, punendo lə criminalə in modo esemplare e guadagnare in stima e consenso, così da portare voti al suo partito e aiutare il genero nella sua scalata politica, che porterà lustro (e soprattutto soldi e potere) al clan stallworth.

mentre ci racconta la guerra tra stallworth e shank, mcdowell si prende tutto il tempo per mostrarci la città, lasciarci immergere nei suoi odori e nei suoi ambienti, ci mostra il passare delle stagioni e ci permette di esplorare gli animi dellə suə personaggə come fossero anche loro parte dello scenario. la scrittura di mcdowell è incredibilmente cinematografica, sa far vivere allə lettorə l'esperienza di essere dentro la storia, dentro i suoi spazi e i suoi tempi ma anche dentro alle figure che in quello spazio-tempo si muovono, amano e odiano, tradiscono, complottano, gioiscono o soffrono, uccidono o vengono uccisə, abbandonano le loro speranze o mettono in atto piani di vendetta.
è questa sua capacità di ritrarre lə personaggə a tutto tondo - unita a quella di saper creare trame articolate che si sviluppano su tempi narrativi sempre serrati, senza momenti vuoti, in cui pure le pagine più descrittive sono funzionali a immergerci nella vicenda - a rendere i suoi romanzi così appassionanti e indimenticabili.

ma, oltre a tutto questo, gli aghi d'oro ha una forte caratterizzazione politica e sociale che blackwater non possiede, o almeno non in modo così netto.
lo scontro tra shank e stallworth è una riproduzione in scala della lotta tra classi sociali, tra poverə che non trovano altra alternativa a una vita criminale e dissoluta e ricchə che giudicano gli effetti della povertà stessa senza mai prenderne in considerazione le cause.
è nelle parole e nei gesti di helen stallworth che tutto questo si esplicita quasi come fosse un manifesto: la ragazza è l'unica consapevole che il degrado del triangolo nero non è una colpa morale dellə suə abitantə ma solo l'effetto di politiche socio-economiche discriminatorie, e che l'idea punitiva di giustizia di suo nonno non soltanto non può risolvere il problema ma non fa che esasperarlo, radicalizzando l'odio e il bisogno di vendetta di chi non ha fatto altro che subire per tutta la vita.

mcdowell esplicita il contrasto tra le due fazioni polarizzando al massimo le differenze, anche fisiche, tra lə personaggə: lena shank è scura, grassa e tozza lì dove james stallworth è alto, bianco e quasi emaciato; nel clan shank abbiamo quasi tutte personagge femminili (l'unica eccezione è rob, ma il suo essere maschio non è determinante nel racconto), tutte donne forti e determinate, mai assoggettate al potere maschile - anche nella loro vita relazionale non ci sono uomini: lena è vedova, daisy ha due figliə ma nessun marito e louisa è, anche se non viene mai detto esplicitamente, lesbica - e circondate di donne altrettanto libere dai dogmi sociali sulla femminilità, come le pugili charlotta kegoi o annie leech, pet margery, o, soprattutto, l'affascinante cognata di lena, maggie kizer, piena di amanti ma mai sottomessa o legata a nessuno di loro.
maggie kizer, nonostante la sua bellezza, la sua classe e la sua capacità di muoversi con naturalezza fuori e dentro il triangolo nero, rimane marginalizzata - e colpevolizzata - all'interno nella società borghese bianca di new york per via delle sue origini miste (un "ottavo del suo sangue" è nero). persino quando le fisionomie non danno facili indicazioni sull'appartenenza a una "razza" o all'altra, la società americana di fine '800 è brutalmente razzista e violenta, e quando il razzismo si fonde con la misoginia, i suoi effetti sono devastanti.

come in blackwater, sono le personagge femminili a reggere la narrazione, e oltre a quelle della fazione shank, ci sono tre personagge importanti anche tra gli stallworth - le uniche tre donne, oltretutto, della famiglia: helen, di cui ho già parlato, che se pure riveste la sua etica del manto della fede, trova nel messaggio cristiano quel suo nucleo davvero autentico che non le consente di rimanere inerte a bearsi dei suoi privilegi e che lotta - a suo modo, certo, ma lotta - per lə marginalizzatə e contro il volere del nonno e del padre. marian, invece, è la perfetta personificazione dell'idea di donna che corrisponde alla visione patriarcale e classista degli stallworth: obbediente con il padre, sposa un uomo la cui professione si allinea con i desideri dell'anziano genitore, si comporta da impeccabile signora di classe e padrona di casa. seguendo pedissequamente il modello femminile del suo tempo, marian ha messo al mondo due bambinə senza alcun desiderio né capacità di essere madre, non si interessa di loro se non per agghindarlə e mandarlə in giro come ostentazione del suo buon gusto e della sua posizione sociale, praticamente non lə conosce neppure. ed è per questo che quando edith, la figlia minore, diventa un tassello importante - per quanto sia una personaggia secondaria - nella narrazione e nella caratterizzazione del clan stallworth. il rapporto tra marian e edith è esplicativo di tutti i legami tra gli stallworth: una famiglia unita dalla volontà di mantenere il proprio prestigio e la propria ricchezza che vede nel legame di sangue un obbligo, un'opportunità, spesso anche uno scudo dietro cui nascondere la propria inettitudine, ma di certo non il motivo di una relazione affettiva.

insomma, per me gli aghi d'oro è una delle migliori letture dell'anno, un romanzo estremamente appassionante, quasi catartico nel finale, che riesce perfettamente a fondere la "leggerezza" della fiction insieme a tematiche sociali e politiche più dense, affrontate con lucidità e senza mai sbilanciarsi in spiegoni o sermoni morali.
aspetto katie, adesso.

domenica 16 aprile 2023

blackwater

«[...] è stata infelice per tutta la vita, disperatamente infelice, ma se tornasse, se in questo momento entrasse dalla porta e le venisse offerta la possibilità di ricominciare da capo, io so che direbbe "rivoglio tutto uguale"»

ancora più che essere una saga familiare, una storia gotica piena di elementi horror, un'epopea lunga quarant'anni e che segue tre generazioni, intrecciandosi alla storia americana della prima metà del '900, blackwater di michael mcdowell è il racconto del testardo arrendersi alle proprie scelte, per quanto crudeli e sbagliate queste possano essere.

quasi ovunque ho letto che una volta iniziato a leggere, era impossibile fermarsi ed è effettivamente così: i personaggi a cui mcdowell ha dato vita sono così affascinanti - anche nei loro difetti - e le loro vicende così intricate e appassionanti da non lasciare spazio ad altro.
se ci costringono a rimanere incollatə alle pagine dall'inizio alla fine non è certo per l'affetto che proviamo per loro, perché sono pochi i personaggi amabili in questa serie e, anzi, ogni sprazzo di bontà finisce per apparirci come un deprecabile sinonimo di debolezza. avidità, egoismo, crudeltà sono le parole perfette per descrivere il clan caskey e chi si salva da questo emerge comunque come una figura scialba, appannatə da un destino di vittima.

la storia inizia trascinandoci in un vortice freddo di fango e detriti e quella sensazione di freddo, di viscido sulla pelle non ci lascerà più fino alla fine. la cittadina di perdido, in alabama, si ritrova sommersa dalle limacciose acque esondate dal fiume. tutto è perduto, le carcasse degli animali galleggiano sull'acqua scura insieme ai mobili strappati alle case e a quello che resta delle segherie - principale fonte di ricchezza della città - ormai perdute. in mezzo alla catastrofe, la barca di oscar caskey gira per quelle che furono strade alla ricerca di superstiti bisognosə di aiuto, finché non trova elinor, miracolosamente sopravvissuta e illesa in una camera d'albergo che sembra sia stata volontariamente risparmiata dal fango. bellissima e misteriosa, elinor sembra essere stata vomitata dalle viscere stesse della terra pochi minuti prima di apparire davanti a oscar, come se non avesse un passato.

per qualche motivo, elinor sceglie oscar caskey per mettere in moto i suoi piani. gli fa credere di essere stato lui a salvare lei durante la piena del 1919 e da quel momento gli costruisce attorno un labirinto in cui oscar possa sentirsi libero di scegliere in che direzione muoversi, anche se in realtà la via percorribile è una sola.
proprio come l'odiatissima suocera, elinor manipola ogni membro della sua famiglia affinché tutto vada come lei vuole e, in qualche modo, prevede. è lei ad avviare l'usanza di prendersi ə bambinə degli altri e crescerli come proprə, ed è sua quella di sposarsi in fretta e furia anche senza il consenso della famiglia.
da lei tutti i membri dei caskey sembrano ereditare (o assimilare per osmosi, nel caso in cui non ci siano reali legami di sangue) solo il peggio, anche quando questo peggio ha risvolti positivi.

ad essere precisa, però, questo sembra valere solo per la linea femminile. in blackwater le donne sono le protagoniste (e antagoniste) assolute della storia, relegando i personaggi maschili a ruoli di controparte la cui esistenza sembra più utile a mandare avanti la trama (e la stirpe) che altro. nonostante la storia sia ambientata in un periodo in cui le donne non godevano di grandi libertà, quelle della famiglia caskey seguono regole tutte loro: viaggiano, studiano, lavorano, scelgono i loro mariti (o scelgono di non averne), cedono e prendono ə loro figlə senza chiedere il permesso a nessuno. non sono sempre personaggi positivi ma sono donne forti e indipendenti, caparbie tanto nel bene che nel male: che le loro azioni possano portare benessere e ricchezza o possano distruggere la loro stessa esistenza, nessuna cede di un millimetro sui propri desideri e le proprie intenzioni.

nella già abbastanza complicata storia della famiglia caskey e della città di perdido, si aggiunge l'elemento gotico/fantastico: elinor è qualcosa di diverso da un semplice essere umano. è una creatura del fiume e come tale vive di regole morali - e di bisogni materiali - completamente differenti, e non è né la prima né l'ultima a farlo. è intorno alla sua natura doppia e misteriosa che si intreccia l'attenzione dellə lettorə. perché elinor ha scelto oscar caskey? perché ha deciso di fondare un suo clan, di aggiungere o eliminare membri, di trovare il modo per far arricchire la famiglia oltre ogni immaginazione?

blackwater appassiona come le soap opera sanno fare con le nonne ferme davanti alla tv il pomeriggio senza però regalarci neanche una virgola di romance e senza lasciarci vedere davvero dentro gli animi dei suoi personaggi. tuttə, ciascunə a proprio modo, ci rimangono in qualche modo estranei, non riusciamo mai a conoscerne i pensieri più profondi e nascosti e questo ci rende ancora più desiderosə di capire e divorare pagine.

il freddo, fangoso e minaccioso scorrere dei due fiumi che fanno da sfondo a tutta la vicenda sembra l'unico modo per descrivere l'atmosfera che permea le pagine di tutti e sei i capitoli di questa saga, una storia di resurrezione e morte (in questo esatto ordine) che non concede remissione di peccati di sorta né possibilità di salvezza.

post pubblicato in origine su instagram.