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venerdì 3 aprile 2026

gomìtolo 5 ~ marzo 2026


all'inizio questa cosa dell'essere millennial mi sembrava una figata, invece ogni volta che leggo un articolo che parla della nostra generazione (di quanto è disperata e sfigata, insomma) mi dico ah ma allora non è solo una sensazione mia. e un po' mi deprimo. ad esempio, ho scoperto che quella delusione - o nostalgia, come dicono lə romanticə - per il futuro che immaginavamo e che invece non è arrivato (e non arriverà mai) è una roba generazionale, che interessa tuttə. beh, non è solo una sensazione mia, non è nemmeno una sensazione, è un disastro politico, culturale ed economico clamoroso. e l'unica cosa che facciamo sono gli articoli che ne parlano (no ok, grazie sociologə che ne parlate, non è manco compito vostro risolvere la cosa. il problema è che vi leggiamo noi dalle nostre camerette ancora tardoadolescenziali e non chi dovrebbe fare qualcosa).
come si fa a vivere bene con il peso del crollo della civiltà-per-come-la-conoscevamo sulle spalle? la fine di tutto non sarà una cosa veloce e spettacolare ma un lento, inesorabile declino e la cosa peggiore è che è già cominciato e non sappiamo dove stanno i freni.

insomma, sto bene? no. vado avanti lo stesso? sì. che altro fare?
e nel frattempo leggo e guardo cose. e quando torno a casa coccolo le mie gatte e cerco di non pensare a tutto quello che.

tra le cose notevoli di marzo:


ho approfittato degli sconti panini per recuperare un paio di volumi delle storie francesi di topolino, mickey's craziest adventures di lewis trondheim e nicolas keramidas e una misteriosa melodia - come topolino incontra minnie di bernard cosey, che mi sono piaciuti molto (e che non avevo preso prima perché i prezzi sono già spropositati con gli sconti, figuriamoci senza).
il primo è uno scherzo riuscito così bene che quasi ci sono cascata: trondheim e keramidas raccontano di aver trovato dei vecchi numeri di una collana uscita solo in america e mai più ristampata, mickey's quest, e di aver recuperato le tavole di una storia a puntate, incompleta ma comunque leggibile, che vede protagonisti topolino e paperino in una serie di situazioni assurde - tra giungle e mondi sommersi, civiltà antiche e viaggi nello spazio - all'inseguimento di gambadilegno e i bassotti che hanno derubato il deposito.
ovviamente non è mai esistita nessuna mickey's quest e altrettanto ovviamente mickey's craziest adventure è tutta farina del sacco dei due autori, ma l'espediente funziona benissimo e il risultato è una storia assolutamente folle, resa ancora più assurda dalle pagine "mancanti".
abituata al topolino italiano, il cambio di tono mi ha divertita parecchio, soprattutto nel personaggio di topolino, che è molto diverso dalla versione perfettina a cui siamo abituatə.

una misteriosa melodia di cosey, invece, ha un tono molto meno surreale. la storia è ambientata nel 1927 - e riprende lo stile dei corti disney di quell'epoca - e vede protagonista topolino come sceneggiatore di cortometraggi per dog il cane (sì, è pluto ma non si chiama ancora pluto... almeno non all'inizio della storia) in piena crisi creativa: le sue sono storie buffe e a lieto fine, ma la casa di produzione per cui lavora vuole pathos e tragedia. topolino decide quindi di fare un viaggio per documentarsi ma viene coinvolto da pippo in una serie di eventi che intrecciano tra loro un misterioso manoscritto di shakespeare e una ancora più misteriosa melodia, composta da una misteriosissima viaggiatrice che incontra su un treno durante un black-out.
una storia molto carina ma decisamente meno sperimentale ed eccentrica della prima, che comunque si fa leggere con molto piacere.

ho un altro albo di quella collana che mi aspetta, ma ve ne parlo nel prossimo gomìtolo.


dopo aver letto il bellissimo medea di rita petruccioli (di cui ho parlato sul blog audace) non potevo non rileggere medea - voci di christa wolf, uno dei libri che ho letto, riletto e amato negli anni (c'è anche un vecchio post qui sul blog, che non ho il coraggio di rileggere, ma se vi va...).
la storia la conosciamo - se non la conoscete cercate il libro e leggetelo, fidatevi - ma due parole su quello che amo di questo romanzo volevo scriverle. la prima cosa: la costante, crescente tensione, l'attesa, la consapevolezza che non potrà esserci salvezza. christa wolf ci trascina in fondo a un pozzo insieme a medea, dal momento in cui scopre il segreto di corinto fino a quando svela la verità su quello di colchide. leggere questo libro è vivere un'esperienza non soltanto emotiva ma anche fisica: il senso di catastrofe imminente e la consapevolezza di un orrore tanto empio da dover essere tenuto nascosto - la città ha fondamenta sopra un misfatto - pesa materialmente sullə personaggə tanto quanto sullə lettorə. e poi, ovviamente, amo i riferimenti alla cultura mediterranea più arcaica: la medea euripidea è di epoca classica, certo, ma il mito a cui si riferisce - e che wolf riprende anche da altre fonti - è ancora precedente. nella medea di wolf il tema è, da un lato, quello del confronto tra vecchi e nuovi sistemi di pensiero, mescolati insieme nell'ipocrisia di un progresso che è solo di facciata, ma è anche e soprattutto il disequilibrio di potere tra femminile e maschile. nel fumetto di petruccioli, che dall'opera di wolf prende a piene mani, la riflessione si amplia ulteriormente, seguendo la prospettiva transfemminista, e include non soltanto la questione di genere, ma anche quelle legate agli atteggiamenti suprematisti e xenofobi. due opere bellissime che usano linguaggi differenti e che vi straconsiglio di leggere.


mi è venuto difficilissimo scrivere un commento su questo libro, che da un certo punto di vista mi è piaciuto e dall'altro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. widad tamimi - che l'ha presentato a bologna qualche settimana fa, durante un incontro molto interessante ed emotivamente intenso - non la conoscevo, ma mi sono innamorata del suo modo pacato di fare e di parlare praticamente dopo averla ascoltata per soli cinque minuti.
dal fiume al mare, che racconta la sua storia e quella della sua famiglia, mezza ebrea e mezza palestinese, l'ho letto con la riconoscenza che si offre a chi ci dona un pezzetto della sua memoria, della sua storia, delle sue origini.
eppure, leggendo, mi sono sentita come se mancasse qualcosa.

la sincerità e la delicatezza di questo racconto familiare mi ha commossa, soprattutto mi ha commossa la sensazione di spaesamento che dà il trovarsi a metà, specie quando le due metà sono metà "in guerra" da quasi un secolo, e la stabilità che l'autrice trova nelle sue radici così difficili.
attraverso il racconto della sua storia e della memoria delle generazioni che l'hanno preceduta, widad tamimi ci permette di scorgere la realtà della quotidianità palestinese e le sue premesse storiche. una quotidianità fatta di sopportazione e resistenza all'ampio ventaglio delle prepotenze, vessazioni e violenze che israele compie ogni giorno, in nome di una legge che si è cucito addosso per garantirsi il privilegio di poter schiacciare e tormentare un intero popolo con la connivenza di mezzo mondo.
non abbiamo visto altro in questi due anni e mezzo, se non la sproporzione tra le azioni dellə occupantə e dellə occupatə, e non abbiamo visto altro se non la difesa dell'indifendibile, che pure non riesce a trovare un minimo di argine di decenza neppure ora che israele ha votato e approvato una legge per uccidere "legalmente" lə palestinesə, uno dei momenti più bassi che la dignità umana ha raggiunto dalla seconda guerra mondiale a oggi.

però in dal fiume al mare, se pure la critica a israele è costante per tutto il tempo, non esplode mai, non si concretizza mai in una presa di posizione netta e, anzi, più volte l'autrice cerca una spiegazione, una ragione, quasi una giustificazione ad azioni che difficilmente si riescono a immaginare come comprensibili, figuriamoci giustificabili.
capisco il desiderio di pacificazione così come capisco la necessità di razionalizzare l'incomprensibile e trovare un senso a decenni di oppressione e violenza, ma capisco molto meno l'idea di bilanciare forzatamente la soluzione come se si partisse da uno status quo in cui le due parti in causa siano, in un qualsiasi modo, in condizione di parità.
eppure, non c'è alcuna parità e non c'è, quindi, nessuna soluzione che possa andare in direzione di "due popoli due stati". non dopo il genocidio - di genocidio parla la corte di giustizia internazionale, non è un'opinione politica di una fazione, quindi smettiamola di cavillare su questa parola, come se fosse una questione di semantica o di ideologia o, peggio ancora, di appartenenza politica - tutt'ora in corso, non dopo la distruzione delle città, delle infrastrutture, delle risorse, non dopo la sistematica devastazione dei territori, non dopo la negazione delle cure, dell'acqua, del cibo, non dopo le torture, non dopo i rapimenti, non dopo la deliberata uccisione di giornalistə, medicə, operatorə sanitarə, non dopo i bombardamenti sulle tendopoli, non dopo lə bambinə mortə di freddo e fame, non dopo tutto quello che è stato e continua a essere.
non dopo che uno dei due "stati" continua a esistere non solo su una base ideologica criminale, ma attraverso una giurisprudenza che legittima l'apartheid, l'occupazione, la violenza di uno dei due popoli sull'altro.

questo è quello che mi ha fatto arrabbiare, questa critica presente e puntuale sì, ma sfumata e fin troppo pacata.
che non è una pretesa di vendetta - sentimento forse poco nobile ma legittimo, che riconosco appartenermi ma che non chiedo a nessunə di condividere - ma di giustizia. e giustizia non può essere un banale "riconosciamo i traumi di tuttə" perché non ci si può più nascondere dietro i fatti e i traumi, giustamente riconosciuti dal mondo intero, di mezzo secolo fa a cui hanno fatto seguito decenni di orrore. non si può più usare il passato per giustificare il presente e non si può più pensare il futuro ignorando le terrificanti ingiustizie che mezzo mondo (il mezzo mondo più forte e potente) ha continuato a tollerare per il proprio tornaconto, sia politico, sia economico, sia morale.

non credo che in medio stat virtus, non credo che basti non essere partecipi di un progetto criminale per definizione, non credo che quello tra israele e palestina sia un "conflitto" (che conflitto è uno che vede quadcopter da una parte e pietre lanciate a mano dall'altra?) e quindi non credo che si possa risolvere come tale. credo nell'essere partigianə, cioè nello scegliersi - consapevolmente e coerentemente con i propri principi - una parte, che non vuol dire santificarla e negarne le contraddizioni, ma prima difenderla e dopo, solo dopo che se ne garantisce sicurezza e stabilità, agire dall'interno per ripararne le storture. curarla, insomma, ma prima di tutto salvarla.
non credo che si possa ripulire il sionismo dalla sua parte peggiore perché non c'è nulla di "migliore" in un'ideologia nata e sviluppata su idee suprematiste e razziste che si è concretizzata attraverso l'occupazione delle terre, la militarizzazione, il sopruso e la violenza legalizzati. non posso accettare l'dea che un intero popolo usi il trauma di tre/quattro generazioni fa per giustificare l'orrore a cui si è addestrato e di cui fa fieramente mostra davanti al mondo intero.
possiamo immaginare di cercare il "buono" nel nazismo o nel fascismo? ovviamente no. e ovviamente no, non possiamo tollerare uno stato sionista e aspettarci che riconosca il diritto di autodeterminazione di un popolo che vuole semplicemente e dichiaratamente cacciare dalla propria terra e sterminare.
la soluzione non potrà essere altro che la fine dell'occupazione, il riconoscimento del popolo palestinese e del suo diritto all'autodeterminazione e lo smantellamento sistematico dell'apartheid sionista. tutto il resto, anche quando in buona fede, non porterà mai alla fine di questo scempio disumano.

ecco cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca per tutto il tempo e per giorni e giorni dopo aver finito questo libro. questo cercare di stare in equilibrio, questo non dire apertamente, questo voler guardare da una parte e dall'altra ignorando lo squilibrio. forse un bambino israeliano e un bambino palestinese chiamo "il mio paese" lo stesso pezzetto di cartina geografica, ma la storia che sottende alle due frasi è tanto diversa, la storia di quei due bambini è tanto diversa, il futuro che aspetta quei due bambini è tanto diverso che un'immagine così non sortisce l'effetto che immagino tamimi voleva ottenere. anzi.
non è stato il destino a far sì che lo stato israeliano venisse fondato sulla terra di palestina, sono state precise strategie politiche che hanno le loro radici in europa e che pure fanno comodo agli stati uniti, ovvero alla metà (e anche meno) più potente del pianeta.
romanticizzare l'occupazione, parlare di destino, descriverla attraverso immagini poetiche di ingenuità infantile è, come minimo, insopportabile.

la rabbia e la delusione che ho sperimentato leggendo si sono trasformate quasi in senso di colpa scrivendo - e cancellando e riscrivendo e ancora e ancora - queste righe.
mi sono chiesta più e più volte se non ho semplicemente travisato tutto, se non ho colto abbastanza bene il senso di questa storia, se forse era meglio non scrivere nulla su questo libro. forse è così. eppure, come si fa a non dire niente?
probabilmente, anzi sicuramente, non dovrei criticare il lavoro di una persona molto più competente di me, la cui storia personale e familiare affonda le radici direttamente nella terra e nei corpi che hanno vissuto gli eventi peggiori del secolo scorso e di questo, che ha visto con i suoi occhi quello che io ho solo letto sui libri e visto attraverso lo schermo di un cellulare, che lavora con lə rifugiatə di guerra.
ma se pure non so entrare nel merito di questioni puramente giuridiche e storiche - perché non sono una giurista né una storica - né tanto meno personali, penso di potermi permettere la critica in quanto persona che, nel corso della sua vita e con i mezzi che ha avuto e che ha cercato, si è fatta delle idee sulla storia e sull'attualità della situazione palestinese.
e da questa prospettiva posso immaginare che, nella migliore delle ipotesi, il problema di questo testo non è nei contenuti ma nella forma. ma si può rischiare di essere ambiguə in questo contesto? anche qui, credo fortemente di no.
il rischio è quello di appiattire settant'anni e più di storia in un "ognunə ha i suoi torti e le sue ragioni" che fa comodo, certo, ma che non fa altro che alleggerire i crimini insopportabili di israele e continuare a negare giustizia al popolo palestinese.


passiamo a parlare di cose più leggere - si fa per dire...
ho trovato questa serie un po' in ritardo ma mi è piaciuta parecchio, quindi se non la conoscete sono qui per consigliarvi di vederla, nel caso in cui quel from the creator of breaking bad non vi bastasse già.
plur1bus immagina l'apocalisse - o almeno la fine dell'umanità per come la conosciamo - in un modo completamente nuovo (o almeno, per me nuovo, ma se conoscete qualcosa di simile lasciatemi un commento): un virus dallo spazio infetta quasi l'intera popolazione umana che da quel momento in poi diventa mentalmente interconnessa, un po' come le reti neurali degli sciami di insetti o delle colonie di formiche. e questa fusione in un unico, immenso noi rende tuttə felici e pacifici.
quasi l'intera popolazione umana, dicevo, perché tredici individui sono completamente immuni al virus e rimangono tagliatə fuori. tra loro c'è carol sturka, autrice di stucchevoli romance che odia e che però le hanno garantito negli anni una vita molto agiata e una schiera di fan (soprattutto signore di mezz'età innamorate del fregnone protagonista delle sue storie). se già da prima del contagio carol non era esattamente una personcina felice e affabile, dopo le cose peggiorano drammaticamente. sia perché il contagio non avviene senza danni collaterali (non aggiungo altro), sia perché dopo si ritrova non soltanto tagliata fuori dal nuovo ordine delle cose, ma deve anche imparare a gestire il dilemma morale circa il modo di affrontare quello che sta succedendo.
distrutta ogni possibili idea di individualità, non soltanto gli esseri umani pensano e agiscono come una sola entità, non soltanto non esistono guerre e il sistema capitalistico è crollato in un nanosecondo, ma questi "nuovi" esseri umani sono felici. totalmente, assolutamente ed estremamente felici e l'unica cosa che desiderano è rendere felici anche le persone che non sono state contagiate.
e dunque? che fare? cercare un modo di riportare le cose al vecchio ordine prima che sia davvero troppo tardi o abbracciare l'idea di un'umanità nuova, finalmente libera da guerre e ingiustizie?

ora, io non ve la so raccontare bene come fa vince gilligan perché nonostante ci sia un gigantesco tema etico da affrontare, plur1bus è tutto fuorché noiosa o pesante. un po' lenta a volte (nel senso che non ci sono esplosioni e risse ogni dieci minuti, eh) ma estremamente coinvolgente.
è uscita solo la prima stagione e le possibilità che si aprono al momento in cui è arrivata la storia sono infinite, e io non vedo l'ora di scoprire come andrà avanti...


mentre ero giù sono andata con la mia signora madre al cinema a vedere il bene comune, il nuovo film di e con rocco papaleo (per cui ho una cotta clamorosa) e vanessa scalera (altra cotta), film bellissimo e forse passato un po' - ingiustamente - in sordina, almeno nella mia bolla (perché qualsiasi roba anglofona buttata su netflix la vedo millemila volte ovunque e invece film come questo sembrano non esistere? visto che ho ragione quando dico che i social sono un posto orribile?).
la storia ruota tutta attorno a sei personaggə - una guida turistica, suo nipote, un'attrice non proprio di successo e quattro detenute - e alle loro storie, al loro incontrarsi fortuito, ai legami che si creano tra loro, un po' per caso e un po' perché è facile riconoscersi nellə altrə quando si ha il coraggio di farsi conoscere davvero per quello che si è, e a una gita alla ricerca del pino loricato, albero resistente e tenace che cresce nella nuda roccia.

a parte la bellezza indicibile dei paesaggi (l'appennino tra la basilicata e la calabria) e della musica (sto malamente in fissa con questa canzone stupenda di livia ferri da giorni e giorni), a parte la bravura dellə attorə che hanno restituito personaggə complessə, sincerə e difficilmente dimenticabili, ho apprezzato tantissimo il messaggio "politico" del film.
l'attenzione alle storie di vita di ciascunə dellə protagonistə, storie di fragilità e di resistenza che raccontano quanto sia facile sbagliare (e di quanto possono essere complessi e difficili i background di chi commette reati "minori". qui c'è di tutto, dalla violenza domestica alla fatica che fa chi vuole vivere della propria arte e della propria passione, situazioni da cui è difficile uscire senza perdere tutto e da cui è facile finire nei guai) e quanto sia necessario avere intorno una comunità che sappia dare una mano a rimediare, a trovare nuove strade e a riprendere in mano il proprio futuro.
abbiamo svuotato di senso il termine compassione ormai da così tanto che non sappiamo più capire cosa significa davvero, ma quel soffrire insieme, nel senso di accogliere su di sé parte del dolore, della paura, della fragilità dell'altrə, è l'unico modo per andare avanti, anche quando andare avanti sembra impossibile e terrificante.

senza nessuna retorica, il messaggio è che il carcere inteso come sistema di punizione non serve a nulla, se non a incattivire ancora di più chi ci finisce dentro, a togliere ogni più piccola possibilità di avere una vita dignitosa, giusta, bella. magari per la prima volta. e che le alternative ci sono e devono esserci, sempre e sempre di più.
andate al cinema e poi magari andate anche a curiosare sul sito dell'associazione antigone, che si occupa di diritti e garanzie per le persone che vivono all'interno delle carceri.


e poi ho finito - un po' in ritardo in alcuni casi - tre serie a cui sono molto affezionata: il reboot di ranma ½, che non ha bisogno di presentazioni, e che nonostante sia pieno di gag catalogabili ormai come politicamente scorretto, a me continua a far ridere come faceva vent'anni fa. ma arriverà la terza stagione, come arriverà la terza stagione di frieren: beyond journey's end, così mi consolo della fine di questa seconda, che è durata decisamente troppo poco e che è sempre di una bellezza indicibile.
a proposito, di frieren avevo parlato qui, insieme ad altre serie che mi piacciono tantissimo (se vi va di darci un'occhiata, il post è un po' datato ma condivido ancora le scelte che avevo fatto prima di scriverlo).
e poi è finita - e a quanto pare è finita davvero, senza possibilità di ritorno - imma tataranni, serie per cui vale il discorso che facevo poco più su: non è che abbiamo un bias per cui le serie e i film italiani li cataloghiamo sempre un po' come prodotti di serie b, di cui non parliamo sui social perché ci sentiamo sempre un po' troppo provinciali a farlo?
se la pensate così credo che sia arrivato il momento di mettere i pregiudizi da parte e guardare quella che credo sia una delle produzioni rai migliori degli ultimi anni, con un cast pazzesco (vanessa scalera e barbara ronchi strepitose!), un'ambientazione molto bella (se qualcuno vuole venire con me a matera prossimamente...) e un'ottima sceneggiatura degli episodi.

dal canto mio, mi sento un po' triste a pensare che non ci saranno nuove stagioni di imma tataranni, mi farà sempre venire in mente le serate-sul-divano-con-le-gatte a casa (anche se non ho visto tutte le puntate a casa, sul divano e con le gatte). e quando si chiude qualcosa che per me si ricollega a casa mi sembra di sentire tutta quella distanza - di spazio e di tempo e di abitudini - ancora di più.


quindi facciamo che metto qui una foto dei miei amori. e dell'impossibilità di usufruire del divano (ma va bene così ) così sembra tutto meno lontano.

mercoledì 15 novembre 2017

commenti randomici a letture randomiche (46)

un sacco di randomicità a questo giro, nel disperato tentativo di darvi qualche consiglio sulla base delle millemila cose che ho letto ultimamente...

cominciamo da un libro che ho finito di leggere più di un mese fa, un romanzo che avevo desiderato tantissimo per anni e che poi, al finale, mi ha lasciata con un po' di amaro in bocca.
hugo e rose di bridget foley da all'inizio tutte le promesse per essere un folle viaggio in un mondo fantastico, lontano dalle noie della vita da cui rose, la protagonista, si sente sopraffatta.
da quando ha sei anni, dopo un incidente in bicicletta che la lascia in uno stato comatoso per diversi giorni, rose sogna ogni notte un'isola meravigliosa, dove la sabbia è rosa, dove vivono creature spaventose che solo lei è hugo - l'unico altro abitante umano dell'isola oltre a lei - possono sconfiggere, per liberare tutti gli altri, che sono prigionieri di un palazzo che rimane sempre fisso all'orizzonte, per quanto si provi a raggiungerlo.
sull'isola, rose è sempre giovane, bella, forte, coraggiosa: l'esatto contrario della donna un po' appesantita dall'età e da una vita di scarse soddisfazioni.
l'amore della sua vita, suo marito e padre dei suoi figli, con il passare del tempo, si è andato trasformando in un uomo più devoto alla carriera che alla passione, e l'arrivo di tre figli ha significato la necessità di una sicurezza economica da un lato, e dall'altro una presenza genitoriale fissa. rose ha dovuto rinunciare a qualsiasi ambizione nella sua vita per crescere i suoi figli, e la sua esistenza è un incubo fatto di routine da mamma e casalinga. l'unico momento in cui si sente felice, è con hugo, sull'isola dei suoi sogni.
ma un giorno, per puro caso, ecco che hugo si materializza davanti a lei in carne e ossa: più vecchio e meno atletico che nei suoi sogni, hugo è il solitario impiegato di un fast food, come lei imbottigliato in una vita che è l'opposto di quella che vive ogni notte sull'isola.
da questo momento, tutto prende a sconvolgersi per rose: la presenza reale di hugo rende i suoi sogni qualcosa di più di semplici sogni, e la sua vita qualcosa di molto più complesso di quella di una semplice casalinga che ama perdersi nelle sue fantasie.
senza spoilerare troppo, speravo che alla fine rose riuscisse a riscattarsi da quel ruolo che le va così stretto, riuscisse a trovare un posto suo, senza doversi intendere solo come mamma di o moglie di.
mi è parso che alla fine all'autrice mancasse il coraggio di dire che chiunque può prendersi spazio e tempo per sé, anche fuori dal mondo fantastico dell'immaginazione o dei sogni.
sicuramente però qualcuno con un'indole più realistica della mia saprà apprezzarlo di più...
insomma, poteva essere sicuramente meglio, ma merita una lettura, se vi capita di trovarlo in giro dategli una possibilità!

passando ai fumetti, ho continuato la lettura di moon girl e devil dinosaur, che si conferma una lettura carina, divertente, piacevole e un po' più infantile rispetto a ms. marvel (chiedo perdono, ma sono le uniche due serie marvel che seguo, non saprei fare altri paragoni).
in questo secondo volume (della ristampa in cartonato) la nostra giovanissima eroina si trasforma definitivamente come inumana ma... non è cambiato nulla rispetto a prima.
o almeno così sembra, fino a quando, senza che abbia modo di controllare nulla di tutto questo, non si ritrova nel corpo di devil dinosaur e viceversa.
se la sua vita sociale non era già il massimo, dopo aver cominciato a comportarsi come un lucertolone aggressivo e un po' scemo, per lunella sembra essere arrivata la fine.
a complicare le cose, arriva un giovane kree, mel-varr, dallo spazio che si è messo in testa di impressionare suo padre portandogli un inumano come prigioniero, a testimonianza del suo valore.
e qual è l'inumano in circolazione meno minaccioso e pericoloso? secondo il suo computer è proprio moon girl!
ma anche a quest'età cupido gioca brutti scherzi e mel-varr si prenderà una mega cotta proprio per quella che il destino le ha assegnato come acerrima nemica.
voi ve la immaginate lunella a fare li occhi dolci a un ragazzino venuto dallo spazio?
beh, neanche lei.
questo volume mi ha dato l'impressione di essere una lunga - per quanto divertente - digressione. spero che con il prossimo la storia si sviluppi un po' di più, ma in ogni caso se vi è piaciuto ms. marvel fossi in voi gli darei una possibilità.

se invece, come me, ve lo eravate persi la prima volta (e anche la seconda) adesso non avete proprio più scuse per non leggere ranma ½!
la storia - che è tipo una delle cose più folli e divertenti mai scritte - di ranma saotome, che si trasforma in ragazza quando si bagna di acqua fredda e torna ragazzo con l'acqua calda e del suo fidanzamento fuori da ogni canone con akane tendo e di tutti gli assurdi personaggi che ruotano attorno a loro, la conosciamo tutti, quindi spendo due parole sull'edizione, che credo sia assolutamente perfetta: il formato è quello dei manga un po' più grandicelli (è uguale ad arte), ma è cicciotto il doppio e costa poco più di un manga da libreria (sette eurozzi di copertina, che diventano meno se lo prendete online o se la vostra fumetteria fa sconti).
molto carino anche l'effetto di alternanza lucido/opaco sulla copertina: secondo me star comics qui ha fatto un lavoro con i controfiocchi.
io desideravo collezionare questa serie praticamente da quando andavo al liceo, e per un motivo o per un altro non ci sono mai riuscita, quindi questa nuova edizione mi ha resa iperfelice e mi ha regalato un paio di ore di matte risate.

altra novità (beh, questa volta nuova davvero) che vi straconsiglio di provare è arte, un seinen parecchio particolare, ambientato nella firenze rinascimentale, e che segue le vicende di una giovane nobile visceralmente innamorata della pittura e intenzionata a diventare un'artista.
arte (ok, davvero. si chiama arte. è una roba ridicola e assurda in una storia che per tutto il resto ha un buon livello di verosimiglianza e plausibilità) si ritrova però orfana del padre e alla mercé di una madre che più che insensibile potremmo definirla estremamente pratica: brucia tutti i suoi disegni e le ricorda che il destino di una donna si compie solo nel matrimonio.
furiosa e decisa a non arrendersi, arte chiede a tutte le botteghe di pittori della città di prenderla come apprendista, vedendosi rifiutata e sbeffeggiata proprio perché donna.
l'unico che la mette alla prova è un burbero e affascinante pittore di nome leo (leonardo? leone? leo e basta?), incuriosito da tanta caparbietà che spinge arte a tagliarsi di netto i capelli sulla pubblica piazza, circondata da gente che non la prende sul serio. e anche se riconosce qualche potenzialità nei disegni della giovane, persino leo inizialmente è tentato di vedere in lei solo i capricci di una viziatella che non ha mai dovuto faticare per ottenere qualcosa. ma per arte, dipingere non è solo una passione, ma il modo di affermarsi come essere umano e non sottostare a una cultura che la vuole silenziosa e sottomessa agli ordini di un marito che non ha neppure il diritto di scegliersi.
inizia così questa strana convivenza, tra un uomo amareggiato dalle fatiche della vita e una giovane ingenua piena di speranze, sullo sfondo di una firenze divisa tra la rigidezza delle regole e la voglia di essere curiosa, creativa e rivoluzionaria.
non so quanto possa essere storicamente attendibile, ma di certo questo primo numero è stato  parecchio appassionante e io non vedo già l'ora di continuare a seguire le vicende (che dureranno ancora un po', visto che la serie in giappone è arrivata al settimo volume ed è ancora in corso) di questa strana coppia.

e per chiudere in bellezza, c'è lo straconsigliatissimo magritte - questa non è una biografia, del duo campi e zabus, originariamente pubblicato in francia e portato qui in italia dai tipi di coconino press, dedicato ovviamente al pittore surrealista forse più famoso del mondo.
come dice il sottotitolo stesso, questa non è una biografia di magritte, ma un viaggio - ovviamente surreale - di un uomo intrappolato in un cappello attraverso i misteri dell'arte.
infatti, il buon charles singullier, uomo integerrimo, si è permesso il capriccio di comprare una bombetta, un po' vezzosa e fuori moda, al mercato delle pulci, ma una volta messa in testa non riesce più a togliersela.
ma non si tratta di un cappello qualsiasi, forse un po' troppo stretto: è proprio una delle bombette appartenute al celebre pittore belga, non solo caratteristico capo d'abbigliamento ma simbolo reiterato in molti dei suoi quadri.
ma di tutto questo al povero singullier poco importa, lui vuole solo togliersi quel buffo cappello e affrontare la sua imminente promozione: solo che per farlo dovrà svelare il mistero dell'arte di magritte, attraversando come in un sogno i mondi delle sue opere - di cui riviviamo alcune delle più famose e iconiche - e rubando qualche scena alla sua vita privata, mondi che giocano con charles e con noi distorcendo la realtà e annichilendo ogni certezza a beneficio di un mondo immaginifico in cui l'assurdo e la fantasia la fanno da padrone.