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venerdì 3 aprile 2026

gomìtolo 5 ~ marzo 2026


all'inizio questa cosa dell'essere millennial mi sembrava una figata, invece ogni volta che leggo un articolo che parla della nostra generazione (di quanto è disperata e sfigata, insomma) mi dico ah ma allora non è solo una sensazione mia. e un po' mi deprimo. ad esempio, ho scoperto che quella delusione - o nostalgia, come dicono lə romanticə - per il futuro che immaginavamo e che invece non è arrivato (e non arriverà mai) è una roba generazionale, che interessa tuttə. beh, non è solo una sensazione mia, non è nemmeno una sensazione, è un disastro politico, culturale ed economico clamoroso. e l'unica cosa che facciamo sono gli articoli che ne parlano (no ok, grazie sociologə che ne parlate, non è manco compito vostro risolvere la cosa. il problema è che vi leggiamo noi dalle nostre camerette ancora tardoadolescenziali e non chi dovrebbe fare qualcosa).
come si fa a vivere bene con il peso del crollo della civiltà-per-come-la-conoscevamo sulle spalle? la fine di tutto non sarà una cosa veloce e spettacolare ma un lento, inesorabile declino e la cosa peggiore è che è già cominciato e non sappiamo dove stanno i freni.

insomma, sto bene? no. vado avanti lo stesso? sì. che altro fare?
e nel frattempo leggo e guardo cose. e quando torno a casa coccolo le mie gatte e cerco di non pensare a tutto quello che.

tra le cose notevoli di marzo:


ho approfittato degli sconti panini per recuperare un paio di volumi delle storie francesi di topolino, mickey's craziest adventures di lewis trondheim e nicolas keramidas e una misteriosa melodia - come topolino incontra minnie di bernard cosey, che mi sono piaciuti molto (e che non avevo preso prima perché i prezzi sono già spropositati con gli sconti, figuriamoci senza).
il primo è uno scherzo riuscito così bene che quasi ci sono cascata: trondheim e keramidas raccontano di aver trovato dei vecchi numeri di una collana uscita solo in america e mai più ristampata, mickey's quest, e di aver recuperato le tavole di una storia a puntate, incompleta ma comunque leggibile, che vede protagonisti topolino e paperino in una serie di situazioni assurde - tra giungle e mondi sommersi, civiltà antiche e viaggi nello spazio - all'inseguimento di gambadilegno e i bassotti che hanno derubato il deposito.
ovviamente non è mai esistita nessuna mickey's quest e altrettanto ovviamente mickey's craziest adventure è tutta farina del sacco dei due autori, ma l'espediente funziona benissimo e il risultato è una storia assolutamente folle, resa ancora più assurda dalle pagine "mancanti".
abituata al topolino italiano, il cambio di tono mi ha divertita parecchio, soprattutto nel personaggio di topolino, che è molto diverso dalla versione perfettina a cui siamo abituatə.

una misteriosa melodia di cosey, invece, ha un tono molto meno surreale. la storia è ambientata nel 1927 - e riprende lo stile dei corti disney di quell'epoca - e vede protagonista topolino come sceneggiatore di cortometraggi per dog il cane (sì, è pluto ma non si chiama ancora pluto... almeno non all'inizio della storia) in piena crisi creativa: le sue sono storie buffe e a lieto fine, ma la casa di produzione per cui lavora vuole pathos e tragedia. topolino decide quindi di fare un viaggio per documentarsi ma viene coinvolto da pippo in una serie di eventi che intrecciano tra loro un misterioso manoscritto di shakespeare e una ancora più misteriosa melodia, composta da una misteriosissima viaggiatrice che incontra su un treno durante un black-out.
una storia molto carina ma decisamente meno sperimentale ed eccentrica della prima, che comunque si fa leggere con molto piacere.

ho un altro albo di quella collana che mi aspetta, ma ve ne parlo nel prossimo gomìtolo.


dopo aver letto il bellissimo medea di rita petruccioli (di cui ho parlato sul blog audace) non potevo non rileggere medea - voci di christa wolf, uno dei libri che ho letto, riletto e amato negli anni (c'è anche un vecchio post qui sul blog, che non ho il coraggio di rileggere, ma se vi va...).
la storia la conosciamo - se non la conoscete cercate il libro e leggetelo, fidatevi - ma due parole su quello che amo di questo romanzo volevo scriverle. la prima cosa: la costante, crescente tensione, l'attesa, la consapevolezza che non potrà esserci salvezza. christa wolf ci trascina in fondo a un pozzo insieme a medea, dal momento in cui scopre il segreto di corinto fino a quando svela la verità su quello di colchide. leggere questo libro è vivere un'esperienza non soltanto emotiva ma anche fisica: il senso di catastrofe imminente e la consapevolezza di un orrore tanto empio da dover essere tenuto nascosto - la città ha fondamenta sopra un misfatto - pesa materialmente sullə personaggə tanto quanto sullə lettorə. e poi, ovviamente, amo i riferimenti alla cultura mediterranea più arcaica: la medea euripidea è di epoca classica, certo, ma il mito a cui si riferisce - e che wolf riprende anche da altre fonti - è ancora precedente. nella medea di wolf il tema è, da un lato, quello del confronto tra vecchi e nuovi sistemi di pensiero, mescolati insieme nell'ipocrisia di un progresso che è solo di facciata, ma è anche e soprattutto il disequilibrio di potere tra femminile e maschile. nel fumetto di petruccioli, che dall'opera di wolf prende a piene mani, la riflessione si amplia ulteriormente, seguendo la prospettiva transfemminista, e include non soltanto la questione di genere, ma anche quelle legate agli atteggiamenti suprematisti e xenofobi. due opere bellissime che usano linguaggi differenti e che vi straconsiglio di leggere.


mi è venuto difficilissimo scrivere un commento su questo libro, che da un certo punto di vista mi è piaciuto e dall'altro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. widad tamimi - che l'ha presentato a bologna qualche settimana fa, durante un incontro molto interessante ed emotivamente intenso - non la conoscevo, ma mi sono innamorata del suo modo pacato di fare e di parlare praticamente dopo averla ascoltata per soli cinque minuti.
dal fiume al mare, che racconta la sua storia e quella della sua famiglia, mezza ebrea e mezza palestinese, l'ho letto con la riconoscenza che si offre a chi ci dona un pezzetto della sua memoria, della sua storia, delle sue origini.
eppure, leggendo, mi sono sentita come se mancasse qualcosa.

la sincerità e la delicatezza di questo racconto familiare mi ha commossa, soprattutto mi ha commossa la sensazione di spaesamento che dà il trovarsi a metà, specie quando le due metà sono metà "in guerra" da quasi un secolo, e la stabilità che l'autrice trova nelle sue radici così difficili.
attraverso il racconto della sua storia e della memoria delle generazioni che l'hanno preceduta, widad tamimi ci permette di scorgere la realtà della quotidianità palestinese e le sue premesse storiche. una quotidianità fatta di sopportazione e resistenza all'ampio ventaglio delle prepotenze, vessazioni e violenze che israele compie ogni giorno, in nome di una legge che si è cucito addosso per garantirsi il privilegio di poter schiacciare e tormentare un intero popolo con la connivenza di mezzo mondo.
non abbiamo visto altro in questi due anni e mezzo, se non la sproporzione tra le azioni dellə occupantə e dellə occupatə, e non abbiamo visto altro se non la difesa dell'indifendibile, che pure non riesce a trovare un minimo di argine di decenza neppure ora che israele ha votato e approvato una legge per uccidere "legalmente" lə palestinesə, uno dei momenti più bassi che la dignità umana ha raggiunto dalla seconda guerra mondiale a oggi.

però in dal fiume al mare, se pure la critica a israele è costante per tutto il tempo, non esplode mai, non si concretizza mai in una presa di posizione netta e, anzi, più volte l'autrice cerca una spiegazione, una ragione, quasi una giustificazione ad azioni che difficilmente si riescono a immaginare come comprensibili, figuriamoci giustificabili.
capisco il desiderio di pacificazione così come capisco la necessità di razionalizzare l'incomprensibile e trovare un senso a decenni di oppressione e violenza, ma capisco molto meno l'idea di bilanciare forzatamente la soluzione come se si partisse da uno status quo in cui le due parti in causa siano, in un qualsiasi modo, in condizione di parità.
eppure, non c'è alcuna parità e non c'è, quindi, nessuna soluzione che possa andare in direzione di "due popoli due stati". non dopo il genocidio - di genocidio parla la corte di giustizia internazionale, non è un'opinione politica di una fazione, quindi smettiamola di cavillare su questa parola, come se fosse una questione di semantica o di ideologia o, peggio ancora, di appartenenza politica - tutt'ora in corso, non dopo la distruzione delle città, delle infrastrutture, delle risorse, non dopo la sistematica devastazione dei territori, non dopo la negazione delle cure, dell'acqua, del cibo, non dopo le torture, non dopo i rapimenti, non dopo la deliberata uccisione di giornalistə, medicə, operatorə sanitarə, non dopo i bombardamenti sulle tendopoli, non dopo lə bambinə mortə di freddo e fame, non dopo tutto quello che è stato e continua a essere.
non dopo che uno dei due "stati" continua a esistere non solo su una base ideologica criminale, ma attraverso una giurisprudenza che legittima l'apartheid, l'occupazione, la violenza di uno dei due popoli sull'altro.

questo è quello che mi ha fatto arrabbiare, questa critica presente e puntuale sì, ma sfumata e fin troppo pacata.
che non è una pretesa di vendetta - sentimento forse poco nobile ma legittimo, che riconosco appartenermi ma che non chiedo a nessunə di condividere - ma di giustizia. e giustizia non può essere un banale "riconosciamo i traumi di tuttə" perché non ci si può più nascondere dietro i fatti e i traumi, giustamente riconosciuti dal mondo intero, di mezzo secolo fa a cui hanno fatto seguito decenni di orrore. non si può più usare il passato per giustificare il presente e non si può più pensare il futuro ignorando le terrificanti ingiustizie che mezzo mondo (il mezzo mondo più forte e potente) ha continuato a tollerare per il proprio tornaconto, sia politico, sia economico, sia morale.

non credo che in medio stat virtus, non credo che basti non essere partecipi di un progetto criminale per definizione, non credo che quello tra israele e palestina sia un "conflitto" (che conflitto è uno che vede quadcopter da una parte e pietre lanciate a mano dall'altra?) e quindi non credo che si possa risolvere come tale. credo nell'essere partigianə, cioè nello scegliersi - consapevolmente e coerentemente con i propri principi - una parte, che non vuol dire santificarla e negarne le contraddizioni, ma prima difenderla e dopo, solo dopo che se ne garantisce sicurezza e stabilità, agire dall'interno per ripararne le storture. curarla, insomma, ma prima di tutto salvarla.
non credo che si possa ripulire il sionismo dalla sua parte peggiore perché non c'è nulla di "migliore" in un'ideologia nata e sviluppata su idee suprematiste e razziste che si è concretizzata attraverso l'occupazione delle terre, la militarizzazione, il sopruso e la violenza legalizzati. non posso accettare l'dea che un intero popolo usi il trauma di tre/quattro generazioni fa per giustificare l'orrore a cui si è addestrato e di cui fa fieramente mostra davanti al mondo intero.
possiamo immaginare di cercare il "buono" nel nazismo o nel fascismo? ovviamente no. e ovviamente no, non possiamo tollerare uno stato sionista e aspettarci che riconosca il diritto di autodeterminazione di un popolo che vuole semplicemente e dichiaratamente cacciare dalla propria terra e sterminare.
la soluzione non potrà essere altro che la fine dell'occupazione, il riconoscimento del popolo palestinese e del suo diritto all'autodeterminazione e lo smantellamento sistematico dell'apartheid sionista. tutto il resto, anche quando in buona fede, non porterà mai alla fine di questo scempio disumano.

ecco cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca per tutto il tempo e per giorni e giorni dopo aver finito questo libro. questo cercare di stare in equilibrio, questo non dire apertamente, questo voler guardare da una parte e dall'altra ignorando lo squilibrio. forse un bambino israeliano e un bambino palestinese chiamo "il mio paese" lo stesso pezzetto di cartina geografica, ma la storia che sottende alle due frasi è tanto diversa, la storia di quei due bambini è tanto diversa, il futuro che aspetta quei due bambini è tanto diverso che un'immagine così non sortisce l'effetto che immagino tamimi voleva ottenere. anzi.
non è stato il destino a far sì che lo stato israeliano venisse fondato sulla terra di palestina, sono state precise strategie politiche che hanno le loro radici in europa e che pure fanno comodo agli stati uniti, ovvero alla metà (e anche meno) più potente del pianeta.
romanticizzare l'occupazione, parlare di destino, descriverla attraverso immagini poetiche di ingenuità infantile è, come minimo, insopportabile.

la rabbia e la delusione che ho sperimentato leggendo si sono trasformate quasi in senso di colpa scrivendo - e cancellando e riscrivendo e ancora e ancora - queste righe.
mi sono chiesta più e più volte se non ho semplicemente travisato tutto, se non ho colto abbastanza bene il senso di questa storia, se forse era meglio non scrivere nulla su questo libro. forse è così. eppure, come si fa a non dire niente?
probabilmente, anzi sicuramente, non dovrei criticare il lavoro di una persona molto più competente di me, la cui storia personale e familiare affonda le radici direttamente nella terra e nei corpi che hanno vissuto gli eventi peggiori del secolo scorso e di questo, che ha visto con i suoi occhi quello che io ho solo letto sui libri e visto attraverso lo schermo di un cellulare, che lavora con lə rifugiatə di guerra.
ma se pure non so entrare nel merito di questioni puramente giuridiche e storiche - perché non sono una giurista né una storica - né tanto meno personali, penso di potermi permettere la critica in quanto persona che, nel corso della sua vita e con i mezzi che ha avuto e che ha cercato, si è fatta delle idee sulla storia e sull'attualità della situazione palestinese.
e da questa prospettiva posso immaginare che, nella migliore delle ipotesi, il problema di questo testo non è nei contenuti ma nella forma. ma si può rischiare di essere ambiguə in questo contesto? anche qui, credo fortemente di no.
il rischio è quello di appiattire settant'anni e più di storia in un "ognunə ha i suoi torti e le sue ragioni" che fa comodo, certo, ma che non fa altro che alleggerire i crimini insopportabili di israele e continuare a negare giustizia al popolo palestinese.


passiamo a parlare di cose più leggere - si fa per dire...
ho trovato questa serie un po' in ritardo ma mi è piaciuta parecchio, quindi se non la conoscete sono qui per consigliarvi di vederla, nel caso in cui quel from the creator of breaking bad non vi bastasse già.
plur1bus immagina l'apocalisse - o almeno la fine dell'umanità per come la conosciamo - in un modo completamente nuovo (o almeno, per me nuovo, ma se conoscete qualcosa di simile lasciatemi un commento): un virus dallo spazio infetta quasi l'intera popolazione umana che da quel momento in poi diventa mentalmente interconnessa, un po' come le reti neurali degli sciami di insetti o delle colonie di formiche. e questa fusione in un unico, immenso noi rende tuttə felici e pacifici.
quasi l'intera popolazione umana, dicevo, perché tredici individui sono completamente immuni al virus e rimangono tagliatə fuori. tra loro c'è carol sturka, autrice di stucchevoli romance che odia e che però le hanno garantito negli anni una vita molto agiata e una schiera di fan (soprattutto signore di mezz'età innamorate del fregnone protagonista delle sue storie). se già da prima del contagio carol non era esattamente una personcina felice e affabile, dopo le cose peggiorano drammaticamente. sia perché il contagio non avviene senza danni collaterali (non aggiungo altro), sia perché dopo si ritrova non soltanto tagliata fuori dal nuovo ordine delle cose, ma deve anche imparare a gestire il dilemma morale circa il modo di affrontare quello che sta succedendo.
distrutta ogni possibili idea di individualità, non soltanto gli esseri umani pensano e agiscono come una sola entità, non soltanto non esistono guerre e il sistema capitalistico è crollato in un nanosecondo, ma questi "nuovi" esseri umani sono felici. totalmente, assolutamente ed estremamente felici e l'unica cosa che desiderano è rendere felici anche le persone che non sono state contagiate.
e dunque? che fare? cercare un modo di riportare le cose al vecchio ordine prima che sia davvero troppo tardi o abbracciare l'idea di un'umanità nuova, finalmente libera da guerre e ingiustizie?

ora, io non ve la so raccontare bene come fa vince gilligan perché nonostante ci sia un gigantesco tema etico da affrontare, plur1bus è tutto fuorché noiosa o pesante. un po' lenta a volte (nel senso che non ci sono esplosioni e risse ogni dieci minuti, eh) ma estremamente coinvolgente.
è uscita solo la prima stagione e le possibilità che si aprono al momento in cui è arrivata la storia sono infinite, e io non vedo l'ora di scoprire come andrà avanti...


mentre ero giù sono andata con la mia signora madre al cinema a vedere il bene comune, il nuovo film di e con rocco papaleo (per cui ho una cotta clamorosa) e vanessa scalera (altra cotta), film bellissimo e forse passato un po' - ingiustamente - in sordina, almeno nella mia bolla (perché qualsiasi roba anglofona buttata su netflix la vedo millemila volte ovunque e invece film come questo sembrano non esistere? visto che ho ragione quando dico che i social sono un posto orribile?).
la storia ruota tutta attorno a sei personaggə - una guida turistica, suo nipote, un'attrice non proprio di successo e quattro detenute - e alle loro storie, al loro incontrarsi fortuito, ai legami che si creano tra loro, un po' per caso e un po' perché è facile riconoscersi nellə altrə quando si ha il coraggio di farsi conoscere davvero per quello che si è, e a una gita alla ricerca del pino loricato, albero resistente e tenace che cresce nella nuda roccia.

a parte la bellezza indicibile dei paesaggi (l'appennino tra la basilicata e la calabria) e della musica (sto malamente in fissa con questa canzone stupenda di livia ferri da giorni e giorni), a parte la bravura dellə attorə che hanno restituito personaggə complessə, sincerə e difficilmente dimenticabili, ho apprezzato tantissimo il messaggio "politico" del film.
l'attenzione alle storie di vita di ciascunə dellə protagonistə, storie di fragilità e di resistenza che raccontano quanto sia facile sbagliare (e di quanto possono essere complessi e difficili i background di chi commette reati "minori". qui c'è di tutto, dalla violenza domestica alla fatica che fa chi vuole vivere della propria arte e della propria passione, situazioni da cui è difficile uscire senza perdere tutto e da cui è facile finire nei guai) e quanto sia necessario avere intorno una comunità che sappia dare una mano a rimediare, a trovare nuove strade e a riprendere in mano il proprio futuro.
abbiamo svuotato di senso il termine compassione ormai da così tanto che non sappiamo più capire cosa significa davvero, ma quel soffrire insieme, nel senso di accogliere su di sé parte del dolore, della paura, della fragilità dell'altrə, è l'unico modo per andare avanti, anche quando andare avanti sembra impossibile e terrificante.

senza nessuna retorica, il messaggio è che il carcere inteso come sistema di punizione non serve a nulla, se non a incattivire ancora di più chi ci finisce dentro, a togliere ogni più piccola possibilità di avere una vita dignitosa, giusta, bella. magari per la prima volta. e che le alternative ci sono e devono esserci, sempre e sempre di più.
andate al cinema e poi magari andate anche a curiosare sul sito dell'associazione antigone, che si occupa di diritti e garanzie per le persone che vivono all'interno delle carceri.


e poi ho finito - un po' in ritardo in alcuni casi - tre serie a cui sono molto affezionata: il reboot di ranma ½, che non ha bisogno di presentazioni, e che nonostante sia pieno di gag catalogabili ormai come politicamente scorretto, a me continua a far ridere come faceva vent'anni fa. ma arriverà la terza stagione, come arriverà la terza stagione di frieren: beyond journey's end, così mi consolo della fine di questa seconda, che è durata decisamente troppo poco e che è sempre di una bellezza indicibile.
a proposito, di frieren avevo parlato qui, insieme ad altre serie che mi piacciono tantissimo (se vi va di darci un'occhiata, il post è un po' datato ma condivido ancora le scelte che avevo fatto prima di scriverlo).
e poi è finita - e a quanto pare è finita davvero, senza possibilità di ritorno - imma tataranni, serie per cui vale il discorso che facevo poco più su: non è che abbiamo un bias per cui le serie e i film italiani li cataloghiamo sempre un po' come prodotti di serie b, di cui non parliamo sui social perché ci sentiamo sempre un po' troppo provinciali a farlo?
se la pensate così credo che sia arrivato il momento di mettere i pregiudizi da parte e guardare quella che credo sia una delle produzioni rai migliori degli ultimi anni, con un cast pazzesco (vanessa scalera e barbara ronchi strepitose!), un'ambientazione molto bella (se qualcuno vuole venire con me a matera prossimamente...) e un'ottima sceneggiatura degli episodi.

dal canto mio, mi sento un po' triste a pensare che non ci saranno nuove stagioni di imma tataranni, mi farà sempre venire in mente le serate-sul-divano-con-le-gatte a casa (anche se non ho visto tutte le puntate a casa, sul divano e con le gatte). e quando si chiude qualcosa che per me si ricollega a casa mi sembra di sentire tutta quella distanza - di spazio e di tempo e di abitudini - ancora di più.


quindi facciamo che metto qui una foto dei miei amori. e dell'impossibilità di usufruire del divano (ma va bene così ) così sembra tutto meno lontano.

domenica 6 settembre 2020

commenti randomici a letture randomiche (73) + fuffa bonus

la cosa più bella di avere un blog molto poco serio come è questo è che posso anche fare un post come questo qui che state leggendo.

dunque, sono (quasi) sparita per mesi, e non è la cosa più saggia da fare quando si gestisce uno spazio online di qualsiasi tipo, lo so, ma non ho velleità da guru o influencer o quello che vi pare e, come dicevo sopra, questo blog non ha mai avuto alcuna pretesa di essere qualcosa di serio, per cui amen, so che prima mi leggevate forse in dieci e ora immagino di non arrivare a più di tre persone, ma anche se non ci fosse nessuno dall'altra parte andrebbe bene lo stesso.
gli ultimi mesi, dal periodo del lockdown fino a ora, sono stati stranissimi: sono successe un sacco di cose eppure in un certo senso, se non mi fermo a pensarci troppo, sembra essere stato un lunghissimo periodo di nulla.

a inizio maggio camilla è stata male e se n'è andata in meno di una settimana.
sono stati giorni tremendi, ricordo che prima che iniziasse tutto stavo preparando una mega-lista di libri letti durante la quarantena, volevo fare una cosa da bookblogger seria e poi invece ho mandato tutto all'aria. avrei volentieri dato fuoco all'intero universo, figuriamoci al blog, ai libri, ai commenti, a internet a tutte queste str cose.
esattamente un mese dopo mia mamma ha salvato da sotto una macchina una gattina, olivia, che nel giro di un paio di giorni ci ha convinti a tenerla in casa e da allora alterna momenti in cui ce ne fa pentire amaramente ad altri in cui è adorabile.
poi c'è stata la sfilza di esami, un sacco di esami da gennaio fino a giugno, la laurea a luglio e due giorni dopo ho ripreso a studiare per l'esame di ammissione alla magistrale. praticamente in questo 2020 non ho fatto molto altro a parte preparare esami.
insomma, potrei parlare di un sacco di libri, ma sono abbastanza sicura che dei millemila manuali studiati pochi potrebbero interessarvi e su ancora di meno avrei qualcosa da dire che mi eviterebbe la chiusura del blog.
in realtà sono riuscita a leggere anche qualche altra cosa, sopratutto negli ultimi tempi, ma invece di mettermi qui davanti al pc ho scribacchiato qualcosa al cellulare e ho pubblicato tutto su instagram, quindi, per dare senso a questo post e renderlo un po' meno inutile, copincollerò tutto.

ah! mercoledì esce un altro post, su kids with guns - coda, una delle pochissime letture a fumetti di questo periodo. poi chissà.
la mia settimana di vacanze è terminata e sta per cominciare (per certi versi spero che stia per cominciare) un periodo frenetico che mi lascerà veramente poco tempo per dedicarmi al blog, ma non escludo di continuare con questa cosa dei commenti su instagram (a proposito, se vi va mi trovate qui).

di seguito un po' di fuffa su alcuni titoli che vi straconsiglio di leggere se non l'avete ancora fatto. non sono novità (a proposito di novità, ho finito la saga dell'attraversaspecchi e ho capito che queste robe fantasy tardoadolescenziali non fanno decisamente per me) ma per fortuna - anche se ormai sembra che sia un po' così - i libri non passano mai di moda.

incantatrice. maga. strega. seduttrice. crudele. disperatamente innamorata. alla circe di omero resta poco, così come poco è concesso alle tante figure femminili dell'iliade e dell'odissea. belle, fedeli, buone o meno che siano, non hanno altro ruolo, altro spazio se non quel poco che orbita attorno ai protagonisti maschili. nulla che ci stupisce più di tanto, ma fa sempre piacere quando - anche dopo secoli di distanza - qualche autore (anzi, autrice) dedica loro l'attenzione che meritano, come donne e come personaggi letterari, cariche di storie da raccontare. dopo medea e cassandra di christa wolf (che restano sempre tra i miei romanzi preferiti), madeline miller riprende la figura di circe, le dà voce, le permette di raccontare la sua storia e di svelare i dettagli meno noti dei miti più conosciuti. la riflessione sulla natura divina e umana, sulla stupida crudeltà degli dei, sugli eroi, su odisseo in particolare - la sua vera essenza che omero lascia intravedere tra le lodi e che qui si esplicita ribaltandone l'immagine gloriosa e stereotipata - sono il contorno (bellissimo e fondamentale) della vicenda della figlia del sole. non c'è alcuna vuota crudeltà in circe, solo l'enorme capacità di cogliere quella altrui e distillarne, a seconda dei casi, pena, vendetta, compassione, punizione. una storia antica di millenni che rivela che, in fondo, i dolori, le gioie, le lotte e le ambizioni delle donne restano in fondo sempre uguali. e che riuscire a somigliare il più possibile a se stesse e a rendere il mondo un po' più simile a quello che si desidera è, anche nel più impensabile dei casi, la cosa più importante per cui lottare.

il potere si fonda sui crimini di cui non può ammettere le colpe, si nutre di meschinità e inganni per restare saldo, annichilisce chi vi si oppone e ne sfregia la memoria. christa wolf inventa meno di quello che sembra, si rifà a fonti precedenti a euripide per vendicare medea e con lei i popoli sottomessi e distrutti in nome di una civiltà superiore. la sua medea è una tragedia di orrori troppo grandi perché più di una voce per volta possa narrarli.


(questo in realtà è stato una rilettura. una delle tante che ho fatto di questo libro che, come scrivevo mentre parlavo di circe, resta tra i miei preferiti. anzi, devo proprio a circe la voglia di rileggerlo)


e quindi è successo che mi sono innamorata di jack london. faccio sempre questa scemenza di skippare i classici per anni e anni e poi ci casco dentro e mi chiedo perché non mi ci sono tuffata prima. perché sono scema, ma non è questo il punto. martin eden mi ha fatto compagnia durante l'ultima parte della triennale e mi ha fatto più male di quanto vorrei ammettere: un uomo, martin eden, che rinuncia a quello che è - libero, forte, pieno di storie e pronto a viverne altre - che accecato da un amore assurdamente idealizzato si fa volontariamente prigioniero in un sistema malato che misura il valore di un uomo dal contenuto delle sue tasche. martin è convinto che prima o poi il suo genio, sarà riconosciuto, che potrà far parte di quel mondo elegante, delicato e intellettuale a cui appartiene lei, ruth, una donna in realtà meschina e mediocre, frustrata dalla sua morale bigotta, che martin non riesce a capire se non troppo tardi. il suo ingenuo idealismo, la sua intelligenza priva di consapevolezza del reale diventano l'arma che gli si rivolta contro. riuscire a guardare finalmente sotto la doratura che la ricopre la bella e raffinata borghesia che tanto lo affascina, gli fa scoprire l'immensa grettezza con cui la mediocrità affama lo straordinario e lo trascina nel fango. doloroso e illuminante, è stato un ottimo modo di conoscere uno scrittore che avevo sempre associato ai racconti d'avventura per ragazzi.
il vagabondo delle stelle ha completamente sradicato questo stupido pregiudizio. ho preso questo libro senza neppure leggere la trama (a proposito dell'essere scema di cui prima), mi sono trovata scaraventata nelle carceri americane di inizio '900, luoghi orribili (quale carcere non lo è?) in cui non è offesa soltanto la libertà e la dignità dei detenuti, ma in cui il significato stesso di umanità si perde totalmente. le privazioni, le torture, il potere di pestare, ferire, umiliare è in mano di stupidi - stupidi pagati dalle nostre tasse perché possano piegare altri uomini, london lo sottolinea più volte.
darrell standing, protagonista e narratore, detenuto e più volte sottoposto a tortura, alterna al racconto della sua esistenza attuale - in carcere, in isolamento, torturato e in attesa di essere impiccato per crimini praticamente inesistenti - quello delle sue vite passate: spezzato e distrutto il suo corpo, la materia che compone darrell standing, il suo spirito riesce a recuperare la coscienza di tutte sue esperienze precedenti. anche qui la mediocre stupida crudeltà tenta in ogni modo di distruggere i migliori ma, nonostante il prevedibile tragico finale, la possibilità che ha darrell standing di far uscire le sue memorie dalle mura del carcere e di raccontare al mondo le sue vite passate, di spiegare che nulla può distruggere il suo spirito che torna e ritorna fin dall'alba dei tempi, in qualche modo lascia un po' meno amareggiati che dopo "martin eden". rubo una frase dalla postfazione: dunque se lo spirito o la vita non sono contenuti nella materia, dove li si può trovare? la risposta è chiara: nelle storie. e quindi continuiamo a raccontare, continuiamo ad ascoltare.

venerdì 27 gennaio 2012

medea (voci) - di christa wolf


medea è il primo romanzo che ho letto (un paio di anni fa) di christa wolf, e che rileggo (cosa non troppo frequente per me) molto volentieri in questi giorni.

posso dire che assoluta certezza che è uno dei libri più belli che mi siano passati tra le mani.
la figura di medea, o almeno la sua rappresentazione classica e più nota mi ha sempre affascinata, anzi a dispetto delle sue colpe, ha sempre suscitato in me una sorta di ammirazione. medea la terribile, medea la coraggiosa, medea la ribelle.
il libro, come suggerisce il sottotitolo voci, si divide in capitoli ognuno dedicato alla voce di uno dei personaggi. medea, giasone, agameda, acamante, glauce, leuco, si alternano e a volte tornano a raccontare la storia di una donna speciale e incompresa, testimone di tante atrocità, unica additata come colpevole, unica innocente, unica vittima.
la wolf in questo libro tenta di riscattare medea dal ruolo di traditrice, fratricida e infanticida, e con lei di riscattare la colchide e in senso largo i popoli barbari proprio da quell'accusa di barbarie, arretratezza, e negatività in generale rispetto alla splendente razionale grecia.

attenzione! anticipazioni sulla trama!


nella versione euripidea, medea, folle d'amore per giasone, tradisce il padre, uccide il fratello salito con lei sull'argo e rallenta gli inseguitori gettandone in mare il corpo fatto a pezzi. rinnegata da giasone, che la abbandona per sposare la figlia del re creonte, glauce, uccide la rivale e poi i figli, per vendicarsi del torto subito dall'uomo che l'ha oltraggiata.

ma è davvero questa la reale medea? medea la saggia, colei che cura, può trasformarsi in una folle assassina solo per gelosia? solo per un uomo come giasone?
poco plausibile pare così la storia, già fonti antecedenti a euripide raccontano i fatti in modo diverso, sopratutto parlano del fatto che medea tentò di salvare i suoi figli prima di essere esiliata. e poco plausibile pare anche alla wolf, che un poeta greco, pagato per scrivere quella tragedia, non lo facesse se non per decantare le lodi della sua civiltà e sminuire le altre per migliorare la propria nel confronto.
barbari, violenti e assassini, rozzi incivili dalle tradizioni inumane, ecco come sono gli uomini, e sopratutto le donne, fuori dalla grecia.
medea e le donne della colchide sono troppo orgogliose, si atteggiano in modo provocante, trattano gli uomini, e lo sa bene giasone, con sufficienza. giasone, cosa ti aspettavi da medea? che una donna come lei, saggia e potente, davvero perdesse la testa per un goffo burattino come te?
giasone che si sorprende dell'indipendenza di medea, della sua ostentata sensualità, della sua mancanza di quel pudore tanto conveniente a cui sono addestrate le donne greche. medea non china gli occhi a terra, medea cammina con passo sicuro, medea non muore per lui, gli si concede ma mai è pienamente sua.
medea fugge dalla colchide non per amore, ma per terrore. per odio contro il padre che è il vero traditore nei confronti delle tradizioni, nei confronti della sua famiglia e del suo paese.
fugge dopo aver conosciuto l'orrore della sorte toccata al povero fratello, il bello e giovane apsirto, vittima innocente dei sotterfugi del padre, vile e senza scrupoli, apsirto ucciso barbaramente a posto del re nel rituale antico in cui il re viene fatto a pezzi e la sua carte sparsa nella terra per renderla fertile. il re lo pone al suo posto, agnello martirizzato a simboleggiare ciò che non è, per salvare la vita al vecchio più che per garantire un futuro prospero al paese. fugge in un paese che spera più civile, un paese in cui si augura di non vedere versato il sangue degli uomini sgozzati e fatti a pezzi come tori sugli altari sacrificali.
agameda, la sua assistente, la sua allieva migliore, come gli altri, non mira che alla sua distruzione, troppo grande è l'invidia e il desiderio di vedere annientata chi le suscita tanto rispetto, per poterne prendere il posto. l'accuserà di aver spiato la regina merope, di averla seguita in un corridoio segreto del palazzo. neanche lei sa cosa ha messo in luce, quale tabù ha profanato.
quello che medea scopre seguendo i passi dell'orgogliosa regina di corinto è un segreto grande e terribile come quello che credeva di essersi lasciata alle spalle in colchide.
l'orrore è anche qui, nella civilissima grecia, un orrore velato sapientemente e nascosto dietro la convinzione della superiorità ellena. la città ha fondamento sopra un misfatto
davvero giasone, sei convinto che il suo civilissimo popolo non compia sacrifici umani per ingraziarsi gli dei?
quello che medea scopre nei sotterranei del palazzo è lo scheletro piccolo e fragile di un bambino. una bambina per la precisione, la figlia di creonte, ifinoe, uccisa per volere dello stesso re per aiutarlo a conservare il suo potere.

è bellissimo il personaggio che la wolf ci propone, così come è terribile, e plausibilmente più vera della versione euripidea, la storia di corinto da un lato e della colchide dall'altro. del tutto diverse da quelle a cui la tragedia greca ci ha abituato.
d'altra parte, quale sia il vero messaggio dell'opera euripidea è tanto chiaro che non è poi tanto difficile pensare che sia stata scritta ad hoc per permettere al popolo greco di giustificarsi le atrocità commesse di nascosto, di innalzarsi sopra le altre culture rinnegando le stesse usanze che condanna: noi siamo i migliori, siamo i giusti, siamo quelli che non si piegano alle superstizioni delle antiche religione, siamo i civili, siamo diversi da loro, inferiori nella loro ignoranza e credulità, nella loro società male organizzata.
christa wolf esaspera ed esplicita l'inganno e ne approfitta anche per criticare la cultura patriarcale, che ama definirsi più civile di quella precedente, ma che in realtà commette atrocità di livello ancora peggiore, perché dettate dalla sete di potere e non dall'antica saggezza perduta. 
medea qui è l'emblema del matriarcato destinato a soccombere, è l'ultima donna libera, l'ultima che non sarà sottomessa, è la barbara su cui ricadranno tutte le colpe, è il farmacos che cacciato dalla città si addosserà il male di due popoli, le loro atrocità passate, presenti e future, non avrà nessuna speranza neppure per i figli, morti per colpa di essere i suoi figli, è l'ultima scintilla di un fuoco antico, spento per sempre, annegato in un mare di brutalità velata di raziocinio.
senza contare che christa wolf è sicuramente una che sa tenere la penna in mano e sa usarla molto meglio di certi strittoruncoli da strapazzo. se state a condividere le citazioni di fabio volo su facebook è già poco probabile che abbiate letto fino a qui, ma vi avverto che non è roba per voi. o magari potete iniziare davvero a capire cosa fa qualcuno che scrive quando sa farlo.
nonostante non sia scritto per il teatro, le voci dei personaggi di medea possono benissimo essere recitate da degli attori, ma credo proprio che preferisco leggere e lasciare che parlino dentro la mia testa, che i loro pensieri, come torrenti in piena, scorrano mischiandosi ai miei, diventando miei.
la wolf riesce a rendere la storia molto appassionante fino a farla divenire quasi un'esperienza vivibile dal lettore, alla prima lettura graffia, alla seconda lascia un velo di amarezza.