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venerdì 3 luglio 2026

gomìtolo 8 ~ giugno 2026

un gomìtolo sudato.


ho trascorso gli ultimi giorni di giugno - quelli della mega ondata di calore, per intenderci - giù a casa. e quando sono giù a casa, oltre a fare cose molto belle e sane come stare con oli e ruffi e andare a mare, faccio una cosa ipertossica che a bologna mi risparmio, e cioè ascolto i telegiornali.
e mi chiedo come sia possibile che non ci sia una rivolta armata ogni giorno dopo pranzo, perché a sentire non tanto il cosa ma il come si parla delle cose che succedono, a me un po' di voglia viene.
nonostante il caldo e la mia totale mancanza del phisique du role.
caldo completamente anomalo a cui certi vecchi di merda a cui ci ostiniamo ad affidare alcune delle cariche istituzionali più importanti ci dicono che ci dobbiamo abituare, che tipo ai caraibi ci vivono sempre con queste temperature.
almeno dichiarateli cerebralmente morti questi qui, sarebbe comunque un modo per provare a trovare una giustificazione alle stronzate che vomitano ogni giorno nella totale mancanza di attinenza alla realtà in cui vivono.

tramonto sul mare per alleggerire un po' il tono lagnoso di questo post

intanto, noi viviamo un incubo delirante in cui un attimo dopo aver non-parlato della crisi climatica - che, si sa, questo caldo assurdo è evidentemente mandato da una qualche divinità (che se fosse vero ci si potrebbe almeno interrogare su che cazzo abbiamo fatto di tanto sbagliato per meritarcelo) - si racconta dell'ennesimo raduno di motociclette, di frecce tricolori che sfrecciano nei nostri bellissimi roventi cieli, di turismo di massa, e di guerre, tantissime guerre che continuiamo a finanziare mentre strappiamo qualche altro albero e creiamo l'ennesimo mostro di cemento dove mettere dei condizionatori per non sentire caldo (pagando l'ingresso). insomma, di tutta quella merda che, a un livello o a un altro, contribuisce a inquinare e peggiorare il nostro clima. però, mi raccomando, quando prendete la granita per rinfrescarvi, assicuratevi che la cannuccia si di carta, così la potete riciclare. e soprattutto ricordatevi di bere, mangiare la frutta, non andare a correre sotto il sole alle tre del pomeriggio (raga, sul serio, non fatelo. meglio avere la panza che schiattare come cretinə su un marciapiede).

pare che ci sia da scherzare e invece no, ho veramente voglia di andare ad accendere un cero a santa rosalia e chiedere che mi faccia arrivare a ottobre sana e salva, perché la consapevolezza che questa sarà l'estate più fresca del resto della mia vita mi mette un'ansia terribile e una certa dose di insicurezza sulla sensatezza di pianificare cose da qui a due mesi.

olivia suggerisce di infilarsi in una scatola e non pensarci più

comunque, in questi giorni di vacanze palermitane ho letto poco e niente, perché sono stata a mare o a schiumare da qualche altra parte, per fortuna quasi sempre in compagnia o con il cervello troppo sfatto per riuscire a elaborare un qualche tipo di pensiero. per dire, ho iniziato a vedere la terza stagione di house of dragon e dopo mezz'ora che cercavo di ricordare chi era chi e che cazzo era successo fino a ora, ho abbandonato ogni buon proposito e ho rimandato a quando le mie capacità mentali saranno un po' meno devastate.
(edit: in realtà ho recuperato le prime due puntate a inizio luglio, ma questo post è in ritardo e quindi niente, lascio anche il pezzo di sopra).

ruffola, invece, è dell'idea che peace was never an option. io mi trovo d'accordo.

lagnanze a parte: ecco quello che ho letto, visto e fatto questo mese.


la targhetta "sconti" in libreria mi ha convinta a prendere la lucina di antonio moresco e grégory panaccione, che puntavo da un sacco di tempo (e che non avevo ancora preso perché costa mezzo rene). mi aspettavo un libro bello e ho trovato un libro bellissimo, una storia che mi ha davvero fatto sentire una stretta al cuore.
il racconto inizia con un vecchio uomo che ha deciso di ritirarsi in montagna e vivere da solo i suoi ultimi anni, tra le incombenze quotidiane e la meraviglia della natura che non conosce la presenza umana. panaccione disegna vignette che sembrano suonare del cinguettio degli uccelli, da cui viene fuori la luce dei tramonti e delle albe e il profumo del verde del bosco. senza sprecare parole, siamo lì, circondatə di una bellezza quasi straziante a inghiottire il dolceamaro di una solitudine scelta perché non resta altro da scegliere.
giorno dopo giorno, tutto si ripete, sempre differente e sempre uguale a sé stesso. l'unica cosa che dà al vecchio qualcosa da pensare è una lucina che ogni sera si accende dall'altra parte dei monti, rivelando la presenza di una casa, di una vita. la lucina è l'appuntamento fisso di ogni sera e la domanda che lo segue tutto il giorno: chi è che vive lì, in un vecchio borgo abbandonato, solə proprio come fa lui?
il centro del racconto è l'incontro di due solitudini speculari una all'altra, sospese in quello spazio che riempie il vuoto tra la vita e la morte.
bellobellobellobellissimo, recuperatelo se potete!


la bugia - e come l'abbiamo raccontata di tommi parish è uno dei libri che ho preso al salone del libro e che è scampata alla triste sorte che di solito tocca a tutti i miei libri, cioè di rimanere secoli sugli scaffali prima che io li legga. la storia ruota attorno a una di quelle esperienze che prima o poi capita di vivere a tuttə e cioè quella roba straniante che succede quando incontri una persona che non vedi da anni, che un tempo era tua amica, che pensavi di conoscere bene e che invece ora non solo ti sembra una perfetta sconosciuta, ma anche mette in dubbio tutto quello che credevi di sapere su di lei.
tutto si gioca nell'incontro e nel dialogo tra due vecchiə amicə, ma è un incontro - e un dialogo - incapace di tradursi in quelle idee (forse pure troppo retoriche) di vicinanza e connessione. dietro le parole di clearly e tim ci sono bugie, omissioni e rivelazioni ormai troppo lontane nel tempo per poter essere confidenze, e quella cosa che dovrebbe essere un modo per avvicinarsi diventa un vuoto che lə allontana sempre di più uno dall'altra.
in mezzo alla loro storia leggiamo insieme a clearly un fumetto che lei trova per caso mentre è con tim, una storia in bianco e nero che racconta la storia dell'amore tra una spogliarellista e un suo cliente, in cui lo squallore svela l'illusione - la bugia, se preferite, o una delle tante bugie - e porta finalmente a una triste presa di coscienza.
con uno stile grafico davvero interessante, fatto di corpi giganteschi e teste piccole, di linee e colori che fanno molto più che trascrivere la realtà, parish mette in scena il rapporto malsano che abbiamo con la sessualità - nostra e dellə altrə - e con le aspettative di genere. ma soprattutto ci mette davanti alla fatica che facciamo a empatizzare davvero con l'altrə, finendo per preferire una bugia a una scomoda e a volte deludente verità.

al salone ho preso un altro bel libro edito da diabolo edizioni che è genitori gonfiabili, di cui ho parlato sul blog audace.

dalle facce dellə altrə o stavo dicendo qualcosa di estremamente serio, oppure era una cazzata colossale. non mi ricordo.

questa foto la metto perché quando faccio qualcosa che mi piace, mi piace anche avere un ricordo tangibile di quei momenti - anche se, in effetti, questa foto è digitale e di tangibile non c'è nulla. maledetto progresso che ci hai privato degli album di foto (sì, lo so che si può fare e l'ho anche fatto per un po'. però è una di quelle buone abitudini che è facile perdere. è da quasi un anno che mi riprometto di stampare un botto di foto e rimettere mano all'album).
insomma, qui stavamo a parlare del fatto che parlare è una cosa che facciamo senza pensarci troppo, e che invece dovremmo pensare un attimo alle parole che diciamo - magari prima di dirle - perché a volte facciamo male (a volte senza volere, a volte volendo eccome. per me è più grave la prima, comunque, perché l'odio lo capisco pure, ma il nascondersi dietro un eh ma non c'ho pensato mi fa davvero girare il culo). non si può più dire niente - titolo dell'incontro ma anche tra i leitmotiv peggiori di questi anni - eppure si dice quasi sempre troppo e quasi sempre a sproposito.
per me, fino a qualche tempo fa, era perfettamente normale pesare esattamente ogni termine e scegliere tra i possibili sinonimi con consapevolezza. poi ho scoperto che non è esattamente una pratica comune e popolare. e niente, non c'è un finale a questa storia. solo un po' di sgomento.
il finale dell'incontro, invece, è che mi ha permesso di conoscere delle belle persone e che mi sono accorta che avere le mie amiche lì con me e per me - che non capita spesso perché queste cose finisco sempre per farle in posti in cui non conosco quasi nessuno - è una cosa ipermega confortante, di cui non sapevo di aver bisogno


a proposito di sgomento e del bisogno-che-di-solito-non-ascolto di avere qualcunə accanto, ho visto la voce di hind rajab, film che ha aperto sotto le stelle del cinema a bologna e che sono riuscita a guardare proprio perché ero insieme allə miə amicə e a qualche altro centinaio di persone. da sola non avevo avuto il coraggio, anche se la storia di hind rajab me la ricordo con dolore e orrore e rabbia dai giorni in cui è successa realmente.
è stato commovente, sì, ma mi ha fatto anche paura vedere che la mia reazione è stata molto più misurata rispetto a quella dellə altrə e molto più misurata rispetto a quella che io stessa pensavo avrei avuto.
e non lo so che effetto mi ha fatto guardare da quasi mille giorni foto e video di gente, di bambinə, di neonatə uccisə, massacratə, fattə a pezzi. continuo a provare rabbia e odio e voglia di vendetta, sì, eppure - e mi odio e mi sento in colpa per questo - non sento più l'orrore alla vita del sangue e delle ferite e dei cadaveri. e mi chiedo: se questa cosa è successa a me, che guardo e ascolto tutto attraverso il filtro dello schermo del mio cellulare, cosa sta succedendo alle anime di chi sta lì e vede e sente e annusa tutto direttamente?
dire che il genocidio di palestina è la morte dell'umanità non è retorica. è reale. e dovrebbe terrorizzarci e farci fare molto, molto di più di quello che stiamo facendo. e se non ci riusciamo credo che sia non per inerzia individuale o per incapacità collettiva, ma perché governi da un lato e stampa dall'altro hanno fatto e continuano a fare di tutto per deprimerci - letteralmente - e toglierci anche voglia e speranza.
facciamo che non gliela diamo vinta.


continuando a saltare di palo in frasca, torniamo a palermo.
i giorni che ho passato a casa ho letto solo cose da comfort zone: un paio di volumi del mio fumetto-copertina-di-linus che è i quattro fratelli yuzuki - ok, lo ammetto, a volte è fin troppo dolce, anche stucchevole, però mi fa lo stesso effetto di un barattolo di non-nutella ma senza il mal di pancia - frieren, che rimane uno dei miei fantasy preferiti di sempre (e però questo volume ha un finale che mi ha quasi fatta urlare dai nervi!), favole per psicoterapeuti di maicol & mirco, che ho recuperato con gli sconti bao (insieme a un altro fumetto che ho lasciato a casa e leggerò ad agosto, perché le librerie a bologna sono poche, micrognose e strapiene), e - dopo chissà quanti anni dall'ultima volta - ho riletto persepolis e mi sono accorta che, come fanno tutti i grandi classici, ogni volta che lo rileggo è capace di parlare alla me che sono in quel preciso momento della mia vita. ci riesce da quasi vent'anni e sono sicura che continuerà a farlo anche tra altri venti e altri venti ancora.
ah, e poi c'è mao. che non so perché mi ostino a leggere.


e sempre a palermo (vedi claudia che non ti puoi lamentare che a palermo non succede mai niente?) sono riuscita a partecipare a quest'incontro qua. ad ascoltare dal vivo francesca albanese che è una delle persone che più ammiro, che ha fatto e continua a fare cose straordinarie per mantenere viva l'attenzione della gente sul genocidio di palestina.
il discorso, che si è intrecciato perfettamente con quello di nino di matteo, è stato così illuminante che per un paio d'ore la mia fiducia nel futuro è stata davvero rinvigorita, ho proprio provato sollievo. perché sentire parlare così di diritto, di legge, di giustizia e quindi della possibilità di vivere una vita dignitosa e bella, è qualcosa che dà speranza e voglia di fare per migliorare.
ma soprattutto dà la forza di scrollarsi di dosso il chiacchiericcio quotidiano pieno zeppo di meschinità e squallore su cui sembra si debbano a tutti i costi concentrare i discorsi di ogni giorno - online e non.
non so fare un riassunto di tutto - ma qui trovate il video integrale dell'incontro, guardatelo che ne vale la pena.


concludo con questa foto di oli e ruffi  che mi sembra la metafora perfetta del mio sentire attuale: un'immensa voglia di stare svaccata da qualche parte a pisolare.

venerdì 3 aprile 2026

gomìtolo 5 ~ marzo 2026


all'inizio questa cosa dell'essere millennial mi sembrava una figata, invece ogni volta che leggo un articolo che parla della nostra generazione (di quanto è disperata e sfigata, insomma) mi dico ah ma allora non è solo una sensazione mia. e un po' mi deprimo. ad esempio, ho scoperto che quella delusione - o nostalgia, come dicono lə romanticə - per il futuro che immaginavamo e che invece non è arrivato (e non arriverà mai) è una roba generazionale, che interessa tuttə. beh, non è solo una sensazione mia, non è nemmeno una sensazione, è un disastro politico, culturale ed economico clamoroso. e l'unica cosa che facciamo sono gli articoli che ne parlano (no ok, grazie sociologə che ne parlate, non è manco compito vostro risolvere la cosa. il problema è che vi leggiamo noi dalle nostre camerette ancora tardoadolescenziali e non chi dovrebbe fare qualcosa).
come si fa a vivere bene con il peso del crollo della civiltà-per-come-la-conoscevamo sulle spalle? la fine di tutto non sarà una cosa veloce e spettacolare ma un lento, inesorabile declino e la cosa peggiore è che è già cominciato e non sappiamo dove stanno i freni.

insomma, sto bene? no. vado avanti lo stesso? sì. che altro fare?
e nel frattempo leggo e guardo cose. e quando torno a casa coccolo le mie gatte e cerco di non pensare a tutto quello che.

tra le cose notevoli di marzo:


ho approfittato degli sconti panini per recuperare un paio di volumi delle storie francesi di topolino, mickey's craziest adventures di lewis trondheim e nicolas keramidas e una misteriosa melodia - come topolino incontra minnie di bernard cosey, che mi sono piaciuti molto (e che non avevo preso prima perché i prezzi sono già spropositati con gli sconti, figuriamoci senza).
il primo è uno scherzo riuscito così bene che quasi ci sono cascata: trondheim e keramidas raccontano di aver trovato dei vecchi numeri di una collana uscita solo in america e mai più ristampata, mickey's quest, e di aver recuperato le tavole di una storia a puntate, incompleta ma comunque leggibile, che vede protagonisti topolino e paperino in una serie di situazioni assurde - tra giungle e mondi sommersi, civiltà antiche e viaggi nello spazio - all'inseguimento di gambadilegno e i bassotti che hanno derubato il deposito.
ovviamente non è mai esistita nessuna mickey's quest e altrettanto ovviamente mickey's craziest adventure è tutta farina del sacco dei due autori, ma l'espediente funziona benissimo e il risultato è una storia assolutamente folle, resa ancora più assurda dalle pagine "mancanti".
abituata al topolino italiano, il cambio di tono mi ha divertita parecchio, soprattutto nel personaggio di topolino, che è molto diverso dalla versione perfettina a cui siamo abituatə.

una misteriosa melodia di cosey, invece, ha un tono molto meno surreale. la storia è ambientata nel 1927 - e riprende lo stile dei corti disney di quell'epoca - e vede protagonista topolino come sceneggiatore di cortometraggi per dog il cane (sì, è pluto ma non si chiama ancora pluto... almeno non all'inizio della storia) in piena crisi creativa: le sue sono storie buffe e a lieto fine, ma la casa di produzione per cui lavora vuole pathos e tragedia. topolino decide quindi di fare un viaggio per documentarsi ma viene coinvolto da pippo in una serie di eventi che intrecciano tra loro un misterioso manoscritto di shakespeare e una ancora più misteriosa melodia, composta da una misteriosissima viaggiatrice che incontra su un treno durante un black-out.
una storia molto carina ma decisamente meno sperimentale ed eccentrica della prima, che comunque si fa leggere con molto piacere.

ho un altro albo di quella collana che mi aspetta, ma ve ne parlo nel prossimo gomìtolo.


dopo aver letto il bellissimo medea di rita petruccioli (di cui ho parlato sul blog audace) non potevo non rileggere medea - voci di christa wolf, uno dei libri che ho letto, riletto e amato negli anni (c'è anche un vecchio post qui sul blog, che non ho il coraggio di rileggere, ma se vi va...).
la storia la conosciamo - se non la conoscete cercate il libro e leggetelo, fidatevi - ma due parole su quello che amo di questo romanzo volevo scriverle. la prima cosa: la costante, crescente tensione, l'attesa, la consapevolezza che non potrà esserci salvezza. christa wolf ci trascina in fondo a un pozzo insieme a medea, dal momento in cui scopre il segreto di corinto fino a quando svela la verità su quello di colchide. leggere questo libro è vivere un'esperienza non soltanto emotiva ma anche fisica: il senso di catastrofe imminente e la consapevolezza di un orrore tanto empio da dover essere tenuto nascosto - la città ha fondamenta sopra un misfatto - pesa materialmente sullə personaggə tanto quanto sullə lettorə. e poi, ovviamente, amo i riferimenti alla cultura mediterranea più arcaica: la medea euripidea è di epoca classica, certo, ma il mito a cui si riferisce - e che wolf riprende anche da altre fonti - è ancora precedente. nella medea di wolf il tema è, da un lato, quello del confronto tra vecchi e nuovi sistemi di pensiero, mescolati insieme nell'ipocrisia di un progresso che è solo di facciata, ma è anche e soprattutto il disequilibrio di potere tra femminile e maschile. nel fumetto di petruccioli, che dall'opera di wolf prende a piene mani, la riflessione si amplia ulteriormente, seguendo la prospettiva transfemminista, e include non soltanto la questione di genere, ma anche quelle legate agli atteggiamenti suprematisti e xenofobi. due opere bellissime che usano linguaggi differenti e che vi straconsiglio di leggere.


mi è venuto difficilissimo scrivere un commento su questo libro, che da un certo punto di vista mi è piaciuto e dall'altro mi ha lasciata un po' insoddisfatta. widad tamimi - che l'ha presentato a bologna qualche settimana fa, durante un incontro molto interessante ed emotivamente intenso - non la conoscevo, ma mi sono innamorata del suo modo pacato di fare e di parlare praticamente dopo averla ascoltata per soli cinque minuti.
dal fiume al mare, che racconta la sua storia e quella della sua famiglia, mezza ebrea e mezza palestinese, l'ho letto con la riconoscenza che si offre a chi ci dona un pezzetto della sua memoria, della sua storia, delle sue origini.
eppure, leggendo, mi sono sentita come se mancasse qualcosa.

la sincerità e la delicatezza di questo racconto familiare mi ha commossa, soprattutto mi ha commossa la sensazione di spaesamento che dà il trovarsi a metà, specie quando le due metà sono metà "in guerra" da quasi un secolo, e la stabilità che l'autrice trova nelle sue radici così difficili.
attraverso il racconto della sua storia e della memoria delle generazioni che l'hanno preceduta, widad tamimi ci permette di scorgere la realtà della quotidianità palestinese e le sue premesse storiche. una quotidianità fatta di sopportazione e resistenza all'ampio ventaglio delle prepotenze, vessazioni e violenze che israele compie ogni giorno, in nome di una legge che si è cucito addosso per garantirsi il privilegio di poter schiacciare e tormentare un intero popolo con la connivenza di mezzo mondo.
non abbiamo visto altro in questi due anni e mezzo, se non la sproporzione tra le azioni dellə occupantə e dellə occupatə, e non abbiamo visto altro se non la difesa dell'indifendibile, che pure non riesce a trovare un minimo di argine di decenza neppure ora che israele ha votato e approvato una legge per uccidere "legalmente" lə palestinesə, uno dei momenti più bassi che la dignità umana ha raggiunto dalla seconda guerra mondiale a oggi.

però in dal fiume al mare, se pure la critica a israele è costante per tutto il tempo, non esplode mai, non si concretizza mai in una presa di posizione netta e, anzi, più volte l'autrice cerca una spiegazione, una ragione, quasi una giustificazione ad azioni che difficilmente si riescono a immaginare come comprensibili, figuriamoci giustificabili.
capisco il desiderio di pacificazione così come capisco la necessità di razionalizzare l'incomprensibile e trovare un senso a decenni di oppressione e violenza, ma capisco molto meno l'idea di bilanciare forzatamente la soluzione come se si partisse da uno status quo in cui le due parti in causa siano, in un qualsiasi modo, in condizione di parità.
eppure, non c'è alcuna parità e non c'è, quindi, nessuna soluzione che possa andare in direzione di "due popoli due stati". non dopo il genocidio - di genocidio parla la corte di giustizia internazionale, non è un'opinione politica di una fazione, quindi smettiamola di cavillare su questa parola, come se fosse una questione di semantica o di ideologia o, peggio ancora, di appartenenza politica - tutt'ora in corso, non dopo la distruzione delle città, delle infrastrutture, delle risorse, non dopo la sistematica devastazione dei territori, non dopo la negazione delle cure, dell'acqua, del cibo, non dopo le torture, non dopo i rapimenti, non dopo la deliberata uccisione di giornalistə, medicə, operatorə sanitarə, non dopo i bombardamenti sulle tendopoli, non dopo lə bambinə mortə di freddo e fame, non dopo tutto quello che è stato e continua a essere.
non dopo che uno dei due "stati" continua a esistere non solo su una base ideologica criminale, ma attraverso una giurisprudenza che legittima l'apartheid, l'occupazione, la violenza di uno dei due popoli sull'altro.

questo è quello che mi ha fatto arrabbiare, questa critica presente e puntuale sì, ma sfumata e fin troppo pacata.
che non è una pretesa di vendetta - sentimento forse poco nobile ma legittimo, che riconosco appartenermi ma che non chiedo a nessunə di condividere - ma di giustizia. e giustizia non può essere un banale "riconosciamo i traumi di tuttə" perché non ci si può più nascondere dietro i fatti e i traumi, giustamente riconosciuti dal mondo intero, di mezzo secolo fa a cui hanno fatto seguito decenni di orrore. non si può più usare il passato per giustificare il presente e non si può più pensare il futuro ignorando le terrificanti ingiustizie che mezzo mondo (il mezzo mondo più forte e potente) ha continuato a tollerare per il proprio tornaconto, sia politico, sia economico, sia morale.

non credo che in medio stat virtus, non credo che basti non essere partecipi di un progetto criminale per definizione, non credo che quello tra israele e palestina sia un "conflitto" (che conflitto è uno che vede quadcopter da una parte e pietre lanciate a mano dall'altra?) e quindi non credo che si possa risolvere come tale. credo nell'essere partigianə, cioè nello scegliersi - consapevolmente e coerentemente con i propri principi - una parte, che non vuol dire santificarla e negarne le contraddizioni, ma prima difenderla e dopo, solo dopo che se ne garantisce sicurezza e stabilità, agire dall'interno per ripararne le storture. curarla, insomma, ma prima di tutto salvarla.
non credo che si possa ripulire il sionismo dalla sua parte peggiore perché non c'è nulla di "migliore" in un'ideologia nata e sviluppata su idee suprematiste e razziste che si è concretizzata attraverso l'occupazione delle terre, la militarizzazione, il sopruso e la violenza legalizzati. non posso accettare l'dea che un intero popolo usi il trauma di tre/quattro generazioni fa per giustificare l'orrore a cui si è addestrato e di cui fa fieramente mostra davanti al mondo intero.
possiamo immaginare di cercare il "buono" nel nazismo o nel fascismo? ovviamente no. e ovviamente no, non possiamo tollerare uno stato sionista e aspettarci che riconosca il diritto di autodeterminazione di un popolo che vuole semplicemente e dichiaratamente cacciare dalla propria terra e sterminare.
la soluzione non potrà essere altro che la fine dell'occupazione, il riconoscimento del popolo palestinese e del suo diritto all'autodeterminazione e lo smantellamento sistematico dell'apartheid sionista. tutto il resto, anche quando in buona fede, non porterà mai alla fine di questo scempio disumano.

ecco cosa mi ha lasciato l'amaro in bocca per tutto il tempo e per giorni e giorni dopo aver finito questo libro. questo cercare di stare in equilibrio, questo non dire apertamente, questo voler guardare da una parte e dall'altra ignorando lo squilibrio. forse un bambino israeliano e un bambino palestinese chiamo "il mio paese" lo stesso pezzetto di cartina geografica, ma la storia che sottende alle due frasi è tanto diversa, la storia di quei due bambini è tanto diversa, il futuro che aspetta quei due bambini è tanto diverso che un'immagine così non sortisce l'effetto che immagino tamimi voleva ottenere. anzi.
non è stato il destino a far sì che lo stato israeliano venisse fondato sulla terra di palestina, sono state precise strategie politiche che hanno le loro radici in europa e che pure fanno comodo agli stati uniti, ovvero alla metà (e anche meno) più potente del pianeta.
romanticizzare l'occupazione, parlare di destino, descriverla attraverso immagini poetiche di ingenuità infantile è, come minimo, insopportabile.

la rabbia e la delusione che ho sperimentato leggendo si sono trasformate quasi in senso di colpa scrivendo - e cancellando e riscrivendo e ancora e ancora - queste righe.
mi sono chiesta più e più volte se non ho semplicemente travisato tutto, se non ho colto abbastanza bene il senso di questa storia, se forse era meglio non scrivere nulla su questo libro. forse è così. eppure, come si fa a non dire niente?
probabilmente, anzi sicuramente, non dovrei criticare il lavoro di una persona molto più competente di me, la cui storia personale e familiare affonda le radici direttamente nella terra e nei corpi che hanno vissuto gli eventi peggiori del secolo scorso e di questo, che ha visto con i suoi occhi quello che io ho solo letto sui libri e visto attraverso lo schermo di un cellulare, che lavora con lə rifugiatə di guerra.
ma se pure non so entrare nel merito di questioni puramente giuridiche e storiche - perché non sono una giurista né una storica - né tanto meno personali, penso di potermi permettere la critica in quanto persona che, nel corso della sua vita e con i mezzi che ha avuto e che ha cercato, si è fatta delle idee sulla storia e sull'attualità della situazione palestinese.
e da questa prospettiva posso immaginare che, nella migliore delle ipotesi, il problema di questo testo non è nei contenuti ma nella forma. ma si può rischiare di essere ambiguə in questo contesto? anche qui, credo fortemente di no.
il rischio è quello di appiattire settant'anni e più di storia in un "ognunə ha i suoi torti e le sue ragioni" che fa comodo, certo, ma che non fa altro che alleggerire i crimini insopportabili di israele e continuare a negare giustizia al popolo palestinese.


passiamo a parlare di cose più leggere - si fa per dire...
ho trovato questa serie un po' in ritardo ma mi è piaciuta parecchio, quindi se non la conoscete sono qui per consigliarvi di vederla, nel caso in cui quel from the creator of breaking bad non vi bastasse già.
plur1bus immagina l'apocalisse - o almeno la fine dell'umanità per come la conosciamo - in un modo completamente nuovo (o almeno, per me nuovo, ma se conoscete qualcosa di simile lasciatemi un commento): un virus dallo spazio infetta quasi l'intera popolazione umana che da quel momento in poi diventa mentalmente interconnessa, un po' come le reti neurali degli sciami di insetti o delle colonie di formiche. e questa fusione in un unico, immenso noi rende tuttə felici e pacifici.
quasi l'intera popolazione umana, dicevo, perché tredici individui sono completamente immuni al virus e rimangono tagliatə fuori. tra loro c'è carol sturka, autrice di stucchevoli romance che odia e che però le hanno garantito negli anni una vita molto agiata e una schiera di fan (soprattutto signore di mezz'età innamorate del fregnone protagonista delle sue storie). se già da prima del contagio carol non era esattamente una personcina felice e affabile, dopo le cose peggiorano drammaticamente. sia perché il contagio non avviene senza danni collaterali (non aggiungo altro), sia perché dopo si ritrova non soltanto tagliata fuori dal nuovo ordine delle cose, ma deve anche imparare a gestire il dilemma morale circa il modo di affrontare quello che sta succedendo.
distrutta ogni possibili idea di individualità, non soltanto gli esseri umani pensano e agiscono come una sola entità, non soltanto non esistono guerre e il sistema capitalistico è crollato in un nanosecondo, ma questi "nuovi" esseri umani sono felici. totalmente, assolutamente ed estremamente felici e l'unica cosa che desiderano è rendere felici anche le persone che non sono state contagiate.
e dunque? che fare? cercare un modo di riportare le cose al vecchio ordine prima che sia davvero troppo tardi o abbracciare l'idea di un'umanità nuova, finalmente libera da guerre e ingiustizie?

ora, io non ve la so raccontare bene come fa vince gilligan perché nonostante ci sia un gigantesco tema etico da affrontare, plur1bus è tutto fuorché noiosa o pesante. un po' lenta a volte (nel senso che non ci sono esplosioni e risse ogni dieci minuti, eh) ma estremamente coinvolgente.
è uscita solo la prima stagione e le possibilità che si aprono al momento in cui è arrivata la storia sono infinite, e io non vedo l'ora di scoprire come andrà avanti...


mentre ero giù sono andata con la mia signora madre al cinema a vedere il bene comune, il nuovo film di e con rocco papaleo (per cui ho una cotta clamorosa) e vanessa scalera (altra cotta), film bellissimo e forse passato un po' - ingiustamente - in sordina, almeno nella mia bolla (perché qualsiasi roba anglofona buttata su netflix la vedo millemila volte ovunque e invece film come questo sembrano non esistere? visto che ho ragione quando dico che i social sono un posto orribile?).
la storia ruota tutta attorno a sei personaggə - una guida turistica, suo nipote, un'attrice non proprio di successo e quattro detenute - e alle loro storie, al loro incontrarsi fortuito, ai legami che si creano tra loro, un po' per caso e un po' perché è facile riconoscersi nellə altrə quando si ha il coraggio di farsi conoscere davvero per quello che si è, e a una gita alla ricerca del pino loricato, albero resistente e tenace che cresce nella nuda roccia.

a parte la bellezza indicibile dei paesaggi (l'appennino tra la basilicata e la calabria) e della musica (sto malamente in fissa con questa canzone stupenda di livia ferri da giorni e giorni), a parte la bravura dellə attorə che hanno restituito personaggə complessə, sincerə e difficilmente dimenticabili, ho apprezzato tantissimo il messaggio "politico" del film.
l'attenzione alle storie di vita di ciascunə dellə protagonistə, storie di fragilità e di resistenza che raccontano quanto sia facile sbagliare (e di quanto possono essere complessi e difficili i background di chi commette reati "minori". qui c'è di tutto, dalla violenza domestica alla fatica che fa chi vuole vivere della propria arte e della propria passione, situazioni da cui è difficile uscire senza perdere tutto e da cui è facile finire nei guai) e quanto sia necessario avere intorno una comunità che sappia dare una mano a rimediare, a trovare nuove strade e a riprendere in mano il proprio futuro.
abbiamo svuotato di senso il termine compassione ormai da così tanto che non sappiamo più capire cosa significa davvero, ma quel soffrire insieme, nel senso di accogliere su di sé parte del dolore, della paura, della fragilità dell'altrə, è l'unico modo per andare avanti, anche quando andare avanti sembra impossibile e terrificante.

senza nessuna retorica, il messaggio è che il carcere inteso come sistema di punizione non serve a nulla, se non a incattivire ancora di più chi ci finisce dentro, a togliere ogni più piccola possibilità di avere una vita dignitosa, giusta, bella. magari per la prima volta. e che le alternative ci sono e devono esserci, sempre e sempre di più.
andate al cinema e poi magari andate anche a curiosare sul sito dell'associazione antigone, che si occupa di diritti e garanzie per le persone che vivono all'interno delle carceri.


e poi ho finito - un po' in ritardo in alcuni casi - tre serie a cui sono molto affezionata: il reboot di ranma ½, che non ha bisogno di presentazioni, e che nonostante sia pieno di gag catalogabili ormai come politicamente scorretto, a me continua a far ridere come faceva vent'anni fa. ma arriverà la terza stagione, come arriverà la terza stagione di frieren: beyond journey's end, così mi consolo della fine di questa seconda, che è durata decisamente troppo poco e che è sempre di una bellezza indicibile.
a proposito, di frieren avevo parlato qui, insieme ad altre serie che mi piacciono tantissimo (se vi va di darci un'occhiata, il post è un po' datato ma condivido ancora le scelte che avevo fatto prima di scriverlo).
e poi è finita - e a quanto pare è finita davvero, senza possibilità di ritorno - imma tataranni, serie per cui vale il discorso che facevo poco più su: non è che abbiamo un bias per cui le serie e i film italiani li cataloghiamo sempre un po' come prodotti di serie b, di cui non parliamo sui social perché ci sentiamo sempre un po' troppo provinciali a farlo?
se la pensate così credo che sia arrivato il momento di mettere i pregiudizi da parte e guardare quella che credo sia una delle produzioni rai migliori degli ultimi anni, con un cast pazzesco (vanessa scalera e barbara ronchi strepitose!), un'ambientazione molto bella (se qualcuno vuole venire con me a matera prossimamente...) e un'ottima sceneggiatura degli episodi.

dal canto mio, mi sento un po' triste a pensare che non ci saranno nuove stagioni di imma tataranni, mi farà sempre venire in mente le serate-sul-divano-con-le-gatte a casa (anche se non ho visto tutte le puntate a casa, sul divano e con le gatte). e quando si chiude qualcosa che per me si ricollega a casa mi sembra di sentire tutta quella distanza - di spazio e di tempo e di abitudini - ancora di più.


quindi facciamo che metto qui una foto dei miei amori. e dell'impossibilità di usufruire del divano (ma va bene così ) così sembra tutto meno lontano.

mercoledì 28 febbraio 2024

dieci manga (forse) non troppo conosciuti ma che mi piacciono molto e vi consiglio

visto che uno dei post più letti di questo blog è questo qui, ho pensato di fare di nuovo una cosa simile, prendendo in considerazione titoli abbastanza recenti che dovreste riuscire a trovare facilmente in libreria/fumetteria.
non è una classifica, perché i titoli che vi propongo mi piacciono tutti e non mi va di metterli in competizione tra loro, ma un elenco di manga in corso di pubblicazione che vedo poco nella mia bolla (anche se la mia bolla social ormai è ridotta a instagram, con tutti i limiti che conosciamo bene) che vi consiglio di leggere (se non li leggete già, in quel caso parliamone!).

 atelier of witch hat 

atelier of witch hat è una delle serie più interessanti e lente che sto seguendo. l'attesa tra l'uscita di un volume e quello successivo è a dir poco snervante - è uscito da poco il dodicesimo volume e il primo è arrivato in italia a maggio del 2019! - però vale la pena leggerlo perché il mondo immaginato da kamome shirahama è davvero molto interessante.
la protagonista della storia è coco, una bambina che sogna di diventare una strega ma sa che non potrà mai realizzare il suo desiderio perché può diventare strega - o mago - solo chi nasce con la capacità di compiere magie e incantesimi.
o almeno, questo è quello che viene raccontato a chi non pratica la magia...
coco scopre la verità per caso, ritrovandosi a sbirciare il mago qifrey proprio mentre crea un incantesimo e... beh, i diritti di nascita hanno in realtà ben poco peso!
il problema è che coco non avrebbe mai dovuto scoprire il segreto dei maghi e delle streghe. per tirarla fuori dai guai, qifrey decide di prenderla come sua allieva e farla diventare una vera strega. da questo momento in poi, la vita di coco cambia completamente e lo studio della magia le permette non soltanto di avvicinarsi al suo sogno ma anche di capire chi è davvero e quali sono i suoi desideri mentre, nel frattempo, intorno a lei si creano legami di amicizia con altrə aspiranti maghə e lə pericolosə tesa larga cospirano per riportare nel mondo le antiche magie proibite.
atelier of witch hat è una storia appassionante ambientata in un mondo costruito con cura e attenzione ai dettagli, una storia che sa miscelare bene alcuni elementi quasi da slice of life e altri puramente fantasy. inoltre, credo sia uno dei fumetti con i disegni più belli che io abbia mai letto (e ne ho letti quintali!). straconsigliato!
(stato in patria: 13 volumi, in corso di pubblicazione)

i diari della speziale

ho snobbato per un sacco di tempo i diari della speziale per poi recuperare i primi dieci volumi in un colpo solo (dio benedica vinted e lo preservi in salute). ero un po' scettica, anzi, a dirla tutta avevo deciso di leggerlo solo per dire ah! io l'avevo detto! e invece mi sono ritrovata a divorare tutti i volumetti in un paio di giorni (sì, mi lascio ossessionare facilmente) e adesso posso dire che è tra le mie serie preferite. probabilmente il problema di un sacco di serie è che vengono presentate malissimo, evidenziando alcuni aspetti che non sono poi così importanti per la trama e omettendone altri (io, ad esempio, mi aspettavo qualcosa di completamente diverso da questa serie qui, una roba molto più drammatica e piena di fan-service fastidioso. e invece).
avevo in mente di dedicargli un post più lungo appena riesco a mettermi in pari con le uscite, ovvero, appena riesco a leggere il dodicesimo volumetto, ma intanto posso dire alcune cose: i diari della speziale è una serie strutturata a episodi che corrispondono, grossomodo, alle indagini che maomao - la protagonista - affronta e ai misteri che risolve. la storia è ambientata quasi completamente all'interno del palazzo imperiale in cui lavora la giovane maomao, dopo essere stata rapita. il suo talento di erborista - e di investigatrice - viene riconosciuto quasi subito, soprattutto dal nobile renshi, così maomao, ufficialmente ancella di una delle consorti dell'imperatore, fa spesso e volentieri coppia con renshi - un uomo bellissimo al cui fascino maomao è totalmente immune - per svelare misteri e crimini a corte. è divertente e appassionante seguire i ragionamenti della ragazza che, dietro la promessa di un qualche premio, si barcamena tra gelosie, tentati omicidi, veleni e segreti, e adoro la coppia renshi/maomao, un duetto che fino ad adesso ha saputo sfuggire a parecchi cliché romantici ma che funziona benissimo (sì, sono salita su questa ship già da un pezzo!). so che di recente è uscito l'anime, devo recuperarlo, mentre le light novel originali mi ispirano molto meno...
in ogni caso, se vi piacciono le ambientazioni storiche, le non-coppiette, le protagoniste strambe (ma così strambe da avvelenarsi da sole perché si emozionano a scoprire l'effetto che fa!) e l'atmosfera un po' da sherlock holmes, allora questa è la serie che fa per voi.
(stato in patria: 12 volumi, in corso di pubblicazione)

 frieren - oltre la fine del viaggio 

probabilmente, adesso che è uscito l'anime, frieren è diventato più noto, però ecco in due righe la trama: la storia di frieren, un'elfa maga, inizia lì dove solitamente le altre storie finiscono. il gruppo di avventurierə di cui faceva parte ha terminato il suo viaggio e portato a termine la sua missione, ovvero sconfiggere il re demone.
cosa resta adesso? beh, poco o nulla ma, per un elfa come frieren, la cui vita dura da decine e decine di anni, restano i ricordi dei suoi compagni - himmel, l'eroe, eisen, il nano guerriero e heiter, un sacerdote un po' sui generis - del viaggio e delle avventure vissute insieme.
sembrerebbe che adesso che tutto è finito non ci sia più nulla capace di emozionarla ma frieren scopre presto che lei non è la sola ad aver superato la fine della storia e a essere entrata dritta dentro un nuovo racconto. anche se il re demone è stato sconfitto, la minaccia non è cessata e nuovə compagnə sono prontə ad accompagnarla in un'altra avventura.
la trama del manga si sviluppa tra i flashback - soprattutto nei primi volumi - dell'elfa e il suo presente, tra i ricordi dei vecchi compagni e della sua maestra e le nuove sfide che le si propongono davanti mentre noi lettorə ricomponiamo il puzzle della sua lunga vita e impariamo ogni volta su di lei e sulle sue strane ossessioni - come il collezionare grimori pressoché inutili.
frieren si pone senza ombra di dubbio nel filone dell'high fantasy classico, con le sue razze umanoidi, i demoni, gli eroi, la magia eccetera, eppure lo fa usando impianti narrativi molto meno abusati, focalizzandosi tantissimo su una profonda caratterizzazione e sull'interiorità dellə personaggə, senza sottrarre attenzione ai momenti in cui l'azione si fa più serrata.
anche per questa serie la serializzazione è un po' lenta, però ne vale davvero la pena!
(stato in patria: 12 volumi, in corso di pubblicazione)

 hirayasumi 

la scoperta più recente tra i titoli in elenco, hirayasumi è uno slice of life praticamente da manuale: hiroto - un freeter quasi trentenne - e sua cugina natsumi - diciottenne appena iscritta all'accademia di belle arti - vivono insieme in una sgangherata casetta a tokyo che hiroto ha ereditato da una vecchietta che l'aveva, in qualche modo, adottato. intorno a loro si sviluppano e si intrecciano legami, relazioni, sogni e storie di vita, con un ritmo lento che relega la frenesia della metropoli sullo sfondo.
mi piace un sacco anche che lə personaggə siano tuttə in quella fascia d'età (18/30 anni) in cui pochi anni sembrano segnare differenze enormi, ma in cui poi, in fin dei conti, ci si scopre più simili di quanto la società non ci costringa a crederci (io sostengo che la tardoadolescenza a volte dura fino ai quaranta e oltre. e, oserei dire, per fortuna!)
insomma, siamo solo al terzo volumetto (e bisognerà incrociare le dita perché la serie riprenda presto) ma io sono già innamoratissima di tuttə lə personaggə, e vorrei continuare a leggere le loro storie ancora e ancora e ancora!
ne ho parlato anche qui!
(stato in patria: 6 volumi, in pausa)

 insomniacs after school 

ogni volta che ho tra le mani un nuovo volume di insomniacs after school finisco per mettere in pausa qualsiasi altra lettura per divorarlo immediatamente. credo di aver sviluppato un attaccamento morboso per ganta e soprattutto per magari (per non parlare di two, il gatto!).
anche questo è un po' uno slice of life e un po' una commedia (?) romantica scolastica. la loro amicizia inizia per caso quando ganta, che soffre di insonnia cronica, prova a rifugiarsi nel vecchio club di astronomia della scuola per schiacciare un pisolino e lì trova magari, addormentata dentro un armadietto rovesciato per terra. anche magari fa fatica ad addormentarsi la notte e il club diventa presto la loro base segreta. ovviamente, la scuola non può permettere di lasciare due studentə a dormire indisturbati in un'aula dismessa così ganta e magari decidono di rimettere in piedi il club e iniziano ad appassionarsi di osservazione e fotografia astronomica.
portando avanti i progetti per il club, ganta e magari si avvicinano sempre di più, aprendosi completamente uno all'altra, raccontandosi le storie della loro vita, le loro paure e i loro sogni e, nel frattempo, cresce anche il sentimento che li lega, che si trasforma pian piano da amicizia ad amore.
ganta e magari sono di una tenerezza infinita.
in molte storie i traumi e le difficoltà incontrate nel periodo dell'infanzia diventano il background ideale per dar vita a personaggə problematicə, arrabbiatə, con cui è impossibile creare rapporti di fiducia. magari e ganta, invece, hanno saputo trarre dai loro problemi la forza e la sensibilità per diventare più empatichə e gentili e, raccontandosi e parlando del loro passato senza rabbia né autocommiserazione, hanno creato un legame straordinario.
insomma, adoro questə due e spero per loro il più felice degli happy ending!
(stato in patria: 14 volumi, conclusa)

 the king's beast 

altro titolo su cui ero molto scettica all'inizio e che invece mi sta piacendo moltissimo è the king's beast. è ambientato nello stesso universo di dawn of the arcana (ovviamente, anche questo di rei toma, pubblicato in italia tra il 2012 e il 2013 da flashbook), un mondo in cui esistono lə aijin, creature ibride metà umane e metà bestie, dotate di forza e poteri sovrumani. nonostante questo, lə aijin sono disprezzatə e relegatə ai margini della società, sfruttatə come soldati o come prostitute.
la protagonista della storia è rangetsu, costretta a fingersi un ragazzo per diventare il servitore personale del principe tenyou e scoprire le cause della morte di suo fratello gemello sogetsu, che aveva ricoperto precedentemente il suo stesso ruolo.
prevedibilmente, tenyou si rivela essere un uomo per nulla violento e sinceramente addolorato per la perdita di sogetsu. tra lui e rangetsu si crea velocemente un rapporto che va molto oltre quello padrone-servo: tenyou non disprezza lə aijin e, anzi, si affeziona velocemente a rangetsu che, dal canto suo, inizia a nutrire rispetto e forse-qualcosa-di-più per il principe.
la situazione ragazza che si finge un ragazzo mentre gli altri forse lo sanno ma fanno finta di niente è gestita molto bene e mi ricorda una vecchia serie che resta una delle mie preferite di sempre, hanakimi (pubblicata in italia da dynit tra il 2006 e il 2008). inoltre, rangetsu e tenyou sono una coppia adorabile, ognunə che cerca di difendere e sostenere l'altrə al meglio delle sue possibilità, senza nessun disequilibrio nonostante le differenze di classe.
(stato in patria: 14 volumi, in corso di pubblicazione)

 nuvole a nord-ovest 

i paesaggi selvaggi dell'islanda, un ragazzo giapponese che sa parlare con gli oggetti (soprattutto con le automobili) e che, invece di frequentare un qualche liceo, lavora come una specie di detective privato: ecco in brevissimo la trama di nuvole a nord-ovest.
kei, il nostro protagonista, vive con un nonno che non somiglia affatto agli amabili vecchini dei manga: è un uomo incredibilmente affascinante e ancora capace di far breccia nei cuori di tante donne - così come suo nipote, che però sembra essere molto meno capace del nonno di gestire questo genere di cose.
e se da un lato inizia a delinearsi una love-story, quello che rende nuvole a nord-ovest un titolo molto interessante (nel caso l'islanda e il parlare con le macchine non vi bastasse) è il passato di kei e soprattutto di suo fratello minore michitaka, scappato dal giappone per raggiungere kei in islanda.
kei di solito si occupa di indagare su casi di poco conto: qualche oggetto scomparso o qualcunə che decide di fuggire senza troppa convinzione.
ma con michitaka non sembra essere così facile perché quel ragazzo bellissimo con il volto da angelo sembra inquietantemente legato alla sparizione dellə ziə, e chi lo ha incontrato negli ultimi tempi traccia un ritratto di michitaka che kei non riesce a riconoscere. chi è davvero suo fratello? cosa ha fatto? e, soprattutto, perché?
anche qui, la pubblicazione è lentissima e l'attesa tra un volume e l'altro è esasperante, ma aki irie ci ricompensa ogni volta con le sue tavole meravigliose e allora va bene così. aspetteremo.
(stato in patria: 7 volumi, in corso di pubblicazione)

 i quattro fratelli yuzuki 

i quattro fratelli yuzuki è, secondo me, il più dolce (nel senso proprio di puccioso) tra i titoli che ho messo in questa lista. personalmente, adoro questa serie! è uno slice of life che segue la storia di quattro fratelli, appunto, che da un paio di anni hanno perso i genitori e che adesso vivono insieme, supportandosi e sostenendosi a vicenda nonostante le differenze d'età: il maggiore è hayato, che è diventato un po' il genitore dei tre più piccoli. hayato è un ragazzo gentile e responsabile ma sembra che l'essere dovuto crescere troppo in fretta, per gestire la casa e i fratellini, l'abbia reso un po' fuori dal mondo e ingenuo. il secondogenito è mikoto, così calmo da sembrare quasi glaciale, in realtà ha un debole per il fratello più piccolo, il terzogenito minato, che è il più irrequieto dei quattro. e infine, gakuto, il più piccolo, che sembra un giovanissimo vecchio saggio! attorno a loro ruotano le storie di compagnə di scuola, amicə e vicinə di casa.
la cosa che apprezzo di più di questa serie, considerato il fatto che è rivolta a un pubblico molto giovane, è la capacità di essere una sorta di educazione sentimentale per adolescenti, di saper parlare di sentimenti, emozioni e relazioni tenendo sempre saldi alcuni principi fondamentali che difficilmente trovavano spazio negli shoujo di una decina di anni fa.
c'è un fortissimo senso di rispetto dell'altrə, dei suoi desideri e delle inclinazioni, ci sono messaggi sfacciatamente femministi e antiageisti che rendono questa serie molto più profonda e interessante di quanto non sembrerebbe a una prima occhiata.
(stato in patria: 15 volumi, in corso di pubblicazione)

 yasha 

ho un po' barato per inserire questo titolo qui perché volevo scegliere solo titoli in corso ma mancano pochi giorni all'uscita dell'ultimo volume di yasha... però ho letto solo i primi tre volumi e sto aspettando il sesto per rileggere tutto da capo e arrivare alla fine, perché la storia è un po' intricata e le uscite così dilazionate sono un po' un problema per la mia memoria.
aspettavo da anni che qualcuno pubblicasse questo titolo e sono felicissima che sia finalmente giunto anche qui da noi. yasha è uno shoujo lontano anni luce dagli shoujo più tipici, sia per tematiche che per lo stile dei disegni. è un thriller fantascientifico e un po' distopico che ha per protagonisti due fratelli gemelli, sei e rin, generati in laboratorio, poi separati e cresciuti sviluppando le loro doti straordinarie e sovrumane. alle loro spalle, trama un'organizzazione che non soltanto è responsabile della loro nascita ma, nell'ombra, si dedica a esperimenti di eugenetica e pianifica lo sterminio di tutta quella stragrande maggioranza di umanità che viene considerata indesiderata perché povera, troppo debole, razzializzata, eccetera. nulla di troppo lontano dalla nostra realtà, dunque.
proprio in virtù del loro passato e delle loro storie personali, sei e rin si ritrovano schierati uno contro l'altro e sembra che il destino dell'umanità dipenda proprio da come si svilupperà il rapporto tra loro due...
insomma, io lo adoro perché ci sono un sacco di cose che mi piacciono - l'atmosfera distopica, la tematica fantascientifica, lo scontro tra gemelli, la lotta contro le egemonie, eccetera - e perché la trama ha un ritmo densissimo anche se, come accennavo sopra, è difficile leggerlo con le uscite così lontane una dall'altra. però ormai manca pochissimo per riuscire a sciropparsi tutto in un colpo solo!

(stato in patria: 6 volumi, conclusa)

 yona - la principessa scarlatta 

la pubblicazione di yona - la principessa scarlatta prosegue ormai da più di cinque anni qui in italia e io non mi sono ancora stancata di leggere questa storia, pur avendo superato il quarantesimo volume. qualcosa dovrà pur significare! yona è uno shoujo fantasy ambientato in un medioevo giapponese alternativo in cui esistono i draghi ma dove - aspetto purtroppo molto più simile alla realtà che conosciamo - i diversi paesi si fanno le guerre per espandere il proprio territorio e guadagnare potere.
la storia di yona, la principessa protagonista, inizia quando suo padre, il re il (sì, questo nome genera un sacco di confusione) del regno di koka viene ucciso per permettere a suwon - il cugino di yona, di cui lei è innamorata da sempre - di prendere il suo posto. yona si ritrova così catapultata dagli agi di corte a una vita fatta di espedienti per sopravvivere, protetta inizialmente solo da hak, la bestia del fulmine, sua guardia del corpo e ex-generale di koka. prestissimo, yona riesce a risvegliare i quattro draghi, quattro combattenti formidabili che secondo la leggenda dovrebbero la loro fedeltà solo al discendente del drago rosso, l'unico legittimo sovrano di koka, ma che adesso si mettono immediatamente al suo servizio. decisa a vendicare la morte di suo padre e a riprendere il controllo del suo regno, yona inizia un viaggio ricco di avventure - anche romantiche! - e si trasforma da giovane principessa viziata in una assennata, giusta e coraggiosa regina, sostenuta dai draghi della leggenda e pronta a governare.
l'arco narrativo attuale, quello della guerra contro il regno del kai, sta andando avanti un po' troppo per le lunghe, ma credo che sarà l'ultima parentesi narrativa prima del finale (che mi auguro arrivi intorno al 50° volumetto, cosa che, al ritmo attuale, significherebbe almeno altri tre/quattro anni di pubblicazione) e comunque, nonostante questo allungamento della trama, yona resta secondo me una delle migliori saghe fantasy shoujo degli ultimi anni.
(stato in patria: 43 volumi, in corso di pubblicazione)

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