Visualizzazione post con etichetta einaudi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta einaudi. Mostra tutti i post

martedì 5 agosto 2025

bianco è il colore del danno

nell'espressione: «malattia potenzialmente debilitante del cervello e del midollo spinale», la parola chiave è potenzialmente.
il peggioramento è potenziale, la stabilizzazione è potenziale. l'immobilità è potenziale, la cecità lo è.
dunque, dal primo giorno, ho stabilito che anche la paura sarebbe stata potenziale.

come faccio, io, a scrivere di un libro di francesca mannocchi?
è una cosa praticamente impossibile. o, quantomeno, estremamente difficile.
perché per mannocchi, io provo una stima e un'ammirazione che mi blocca e mi fa sentire troppo piccola, minuscola. e la sua scrittura fa sembrare le mie parole così grette e banali che non so come fare a tirarle fuori senza sentirmi ridicola.
mi sento in imbarazzo, insomma. è quell'imbarazzo che proviamo davanti a qualcunə che ci piace, quello che ci fa pensare "ho i vestiti a posto? mi sono pettinata bene? non è che mi è rimasto qualcosa tra i denti?". e io sono così: "ho i pensieri in ordine? ho pettinato bene tutte le parole che vorrei dire o mi è rimasto un po' di emozione tra i denti e poi quando sorrido faccio una figura da scema?"
quindi, ecco, scusate se magari ci sono delle cose sconclusionate.

io ci provo lo stesso perché il senso di questo blog è "vi parlo dei libri che mi sono piaciuti, magari li scoprite qui, li leggete e piacciono anche a voi", e questo mi è piaciuto tantissimo, mi ha fatta emozionare e mi ha regalato un sacco di idee e di pensieri, e vorrei farlo incontrare ad altre persone a cui potrebbe succedere la stessa cosa.

bianco è il colore del danno è un libro che parla dell'esperienza della malattia, di cosa succede quando il proprio corpo inizia a funzionare in modo diverso da come aveva fatto prima, e di come i pensieri iniziano a ingarbugliarsi e impigliarsi in domande e paure.
è un libro che racconta il corpo, le memorie che ha conservato, le eredità che ha raccolto e quelle che lascia. e, soprattutto, il rapporto che abbiamo con il corpo (almeno fino a quando continuiamo a vederci come qualcosa che ha un corpo ma che, in qualche modo, è separato da quel corpo).
per me, è stato un libro che mi ha fatto vedere un pezzetto di quel mondo interiore, fatto di ricordi ed emozioni, che pure se non è mio, ha risuonato col mio.
alcune frasi - pagine, capitoli interi - di questo libro hanno trovato eco in certe cose che stanno da qualche parte a metà strada tra la mia mente e la mia pancia (che cosa meravigliosa sono i libri capaci di farti sentire così, come un diapason che finalmente capta le note giuste e si mette a cantare!).

ho sempre pensato che le persone disabili e/o con malattie croniche abbiano una capacità di guardarsi dentro che lə altrə guadagnano - se va tutto bene - quando diventano vecchiə.
forse perché dobbiamo imparare a sentire di più quello che ci dice il nostro corpo, forse perché - non so quanto inconsciamente, forse nemmeno un po' ma mi piace pensare che non sia una cosa troppo voluta perché so che è facile giudicarla come una brutta abitudine - proviamo spesso a fare dei confronti con lə altrə, quellə che non sono (ancora) malatə o disabili.
quale che sia il motivo, impariamo a sentirci e pensarci più a fondo e più presto di quanto sarebbe solito fare. e, inevitabilmente, quando ti guardi dentro, fino in fondo, a un certo punto buchi i confini del tuo tempo e della tua carne e inizi a guardare tutte quelle persone che sono il tuo passato, il tuo presente, immagini quelle che potrebbero/avrebbero potuto essere il tuo futuro. la tua famiglia, insomma.

il racconto, infatti, segue una strada tortuosa: inizia da un corpo che si scopre malato, studiato e indagato da medicə e macchinari, danneggiato e "nemico"; torna indietro nel tempo e si proietta nelle ipotesi future, perché non esiste storia personale che non sia anche storia collettiva. mannocchi racconta la sua famiglia d'origine a partire dai ricordi - che sono cosa preziosa, soprattutto quando si intravede la possibilità di perderli - e dalle reazioni alla sua malattia, che mettono in luce quanto difficile sia trovare una lingua comune per parlare del dolore.
e racconta di suo figlio, la sua nascita come elemento (forse) scatenante della malattia, il continuo giudicare il suo modo di essere madre e, soprattutto, la paura di non poter crescere accanto a lui come vorrebbe.

francesca mannocchi scrive scegliendo con cura le parole, un'attenzione che tradisce un lungo ragionare su tutto quello che racconta ma che non edulcora né nasconde nulla. c'è rabbia ma è ormai un sentimento conosciuto e misurato che non riesce a travolgere né a stravolgere i pensieri.
non è facile parlare del proprio dolore. non per orgoglio o per paura, ma perché ci mancano gli strumenti. nessunə ci insegna a parlare del dolore e della vergogna che l'accompagna.
già solo sentire quella vergogna è indice del rapporto insano che abbiamo col dolore. per quanta rabbia mettiamo nella lotta contro il dolore, quello vince sempre. perché abbiamo imparato che bisogna stare bene, essere felici e sanə e fortunatə e bellə e giovani. tutto il resto è sbagliato e se ci trasformiamo in quelle cose lì, allora abbiamo perso. ma è davvero così?

se guardo alla mia esperienza, penso che aver vissuto momenti felici, o anche solo spensierati, mentre c'era il dolore e tutto quello che l'accompagna (tra le altre cose, la frustrazione di sapere che sarebbe durato ancora a lungo, forse per sempre) me l'ha fatto vivere in modo diverso. c'è e basta. non è giusto né sbagliato, non c'è un senso, non esiste risposta alla domanda "perché io?". non posso annullarlo, il dolore, posso solo ascoltarlo meno mentre vivo tutto il resto.
perché non ce lo insegna nessunə? ci vuole tempo a capirlo da solə e quel tempo è tempo che avremmo potuto vivere meglio.
certo, non tutte le malattie non hanno risposta alla domanda "perché io?".
se sei malatə perché vivi in un ambiente inquinato perché a qualcunə fa comodo per il suo conto in banca, se sei malatə perché hanno distrutto la tua città sotto le bombe, se sei malatə perché hanno privato del cibo tua mamma mentre era incinta, se sei malatə perché non hai potuto permetterti le cure che ti servivano, se sei malatə perché la tua malattia si poteva evitare ma nessunə l'ha evitata e, anzi, l'ha provocata, allora hai tutto il diritto di arrabbiarti.
non con la malattia né con il tuo corpo, ma con chi è davvero colpevole.

a un certo punto, ragionando su come la malattia ci faccia vedere e sentire, francesca mannocchi si chiede "il malato è cattivo?" e queste parole mi hanno fatto ricordare un episodio.
una persona che, per fortuna, non fa più parte della mia vita da un po', tra le tante cose dimenticabili che mi ha detto negli anni che l'ho frequentata, ha tirato fuori una frase orribile a proposito della diagnosi di una malattia che aveva ricevuto e che la faceva stare male. ha detto "tu non puoi capire come sto perché malata ci sei nata. non lo sai che vuol dire perdere quello che hai".
all'epoca avevo visto più di trentacinque inverni, incontrato un sacco di persone e ascoltato un mucchio di giudizi cattivi e inutili su di me (ma anche un sacco di cose belle, che erano quelle che mi importavano veramente e che mi importano ancora), ma non mi era mai successo di pensarmi come una che "malata ci è nata". è stata una scoperta, un modo di perdere quello che avevo fino a un momento prima, e cioè l'incapacità di darmi l'etichetta di "malata che ci è nata". cosa che rifiuto perché io malata non mi sento.
ovviamente, non ho idea di come sia fare il salto da "persona sana" a "persona malata irrimediabilmente" o a "persona che rischia di diventare disabile da un momento all'altro", però so che se la sofferenza fa diventare cattivə, allora si è sofferto a vuoto.

nessunə vorrebbe occupare il posto di chi sta male, ovvio. però chi sta male non vuole nemmeno essere visto solo come una vittima da compatire o qualcunə di cui pensare "al posto suo mi ammazzerei".
c'è chi lo pensa, certamente, e se quando si trova davvero in quella situazione sceglie di mollare tutto, ha pienamente diritto di non ricevere nemmeno un pensiero di biasimo.
ma dateci il beneficio del dubbio, almeno.
disabilità non vuol dire necessariamente "vita orribile che non vale la pena di essere vissuta", in molti casi non è così. non vuol dire essere solo vittime, non vuol dire essere sempre tristi, non vuol dire essere sempre arrabbiatə.
siamo creature complesse a prescindere da come è fatto il nostro corpo e da come funziona. non ci sono equazioni esatte.

per quello che arriva, da questo libro, io ho sentito che qualsiasi sofferenza abbia attraversato l'autrice, per quanto intraducibile sia, per quanto spaventata e arrabbiata con il destino che "ma perché proprio io?" (e chi non l'ha pensato almeno una volta, almeno miliardi di volte? ma la vita non è giusta né cattiva, è quella che è e basta, non conosce morale), non è stata una sofferenza vana.
e ho apprezzato tantissimo quando la malattia si fa meno problema personale e diventa istanza politica, e cioè quando mannocchi critica l'assurdità del nostro sistema sanitario, accessibile a tuttə sulla carta ma tremendamente classista nella realtà dei fatti.

la cosa più bella di questo libro è la sincerità, la totale mancanza di edulcorazione che c'è nel guardarsi dentro e nel guardare i fili che ci connettono allə altrə. a volte la sincerità si fa spietatezza ma mai crudeltà. ma la realtà è spietata, siamo noi a infiocchettarla per renderla adatta ai racconti in cui la stipiamo. francesca mannocchi non è una che indietreggia davanti alle cose spaventose, orribili, dolorose. non lo fa come giornalista, quando racconta la gente che vive nei territori devastati dalla guerra, e non lo fa come scrittrice, quando racconta la sua esistenza cambiata per sempre dalla malattia.

martedì 30 gennaio 2024

trilogia della città di k.

nonna ci picchia spesso, con le sue mani ossute, con una scopa o uno strofinaccio bagnato. ci tira per le orecchie, ci agguanta per i capelli.
altre persone ci danno anche dei ceffoni e dei calci, non sappiamo neanche perché.
i colpi ci fanno male e ci fanno piangere.
[...] decidiamo di irrobustire il nostro corpo per poter sopportare il dolore senza piangere.
[...] nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. è qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre.
non piangiamo più.

trilogia della città di k. è un libro difficile. in tutti i sensi possibili.
è difficile da leggere perché la storia di lucas e claus fa male, ma proprio tanto male, e perché agota kristof non è certo il tipo di autrice che prende lə suə lettorə per mano e lə accompagna lungo il sentiero della narrazione.
anzi. agota kristof è più una che semina chiodi d'acciaio per strada sperando che ti si buchino le gomme.
in curva.
vicino a un dirupo.
trilogia della città di k. è un romanzo che in realtà sono tre: il grande quaderno, la prova e la terza menzogna, pubblicati tra il 1986 e il 1991 e tradotti in italiano - tutti e tre insieme - per la prima volta nel 1998.

la storia inizia come inizierebbe una favola raccontata da unə bambinə a cui mai nessunə, però, ha raccontato delle favole. inizia in una città senza nome e in un tempo qualsiasi, durante una guerra qualsiasi, crudele, ingiusta e dolorosa come tutte le guerre.
lə protagonistə non hanno nomi, ci sono solo una madre disperata che non sa più come sfamare i suoi figli, un padre lontano e una nonna acida e malvagia.
e poi ci sono due gemelli, due bambini che sono praticamente una cosa sola, un'entità plurale condensata in un noi che pensa, parla e si muove all'unisono.

il grande quaderno, da cui prende il titolo il primo romanzo, è quello in cui i due gemelli scrivono e raccontano la loro nuova vita in campagna dalla nonna, una vecchia lurida al limite della bestialità, avara e incapace di provare un briciolo di tenerezza, compassione e affetto. anzi, la donna non perde occasione per picchiare, offendere e abusare dei due bambini in ogni modo possibile.
giorno dopo giorno, evento dopo evento, i due gemelli descrivono nel loro quaderno una società inaridita dalla guerra e dalla fame, un ambiente in cui riescono a sopravvivere solo soffocando ogni emozione e ogni bisogno dietro un'armatura d'indifferenza, e lo fanno con un linguaggio studiatamente freddo e asettico in cui qualsiasi tipo di sentimento è bandito per scelta cosciente e consapevole.
il loro è un mondo incattivito in cui non c'è spazio per l'infanzia, in cui bisogna crescere alla svelta e imparare a superare lə adultə in astuzia, per rimediare cibo, per proteggersi dal freddo, per sopravvivere alle prepotenze e alle violenze.
col tempo, i due bambini diventano sempre più insensibili, si trasformano in creature capaci di tutto pur di strappare un giorno dopo l'altro al tempo, fino a raggiungere un livello di freddezza e mancanza di empatia che, per noi lettorə, diventa un macigno quasi ingestibile.

le cose cominciano a complicarsi tra la fine di questo primo libro e il secondo - la prova - perché, dal momento in cui i due fratelli si separano, diventa difficile riuscire a capire cosa succede a chi e, soprattutto, chi sono questi chi di cui si parla, e che parlano.
nell'ultima parte, la terza menzogna, nonostante il titolo, in realtà pian piano le cose si svelano per quello che davvero sono. ovviamente, parlare di cosa si svela, come e per quale motivo lo fa sarebbe un po' un delitto perché trilogia della città di k. è un libro che va scoperto man mano, lasciandosi avviluppare dalle bugie, dagli inganni e dai motivi che li hanno resi necessari.

agota kristof scrive con uno stile asciutto, essenziale, senza mai censurare l'orrore, anzi: le parole, le frasi così secche e taglienti sottolineano ogni volta che serve la miseria e la meschinità del mondo dellə suə personaggə, riuscendo al contempo a scrivere un romanzo di enorme intensità.

lunedì 19 luglio 2021

il silenzio delle ragazze

 c'è una cosa di cui sono certa: non vorranno che gli si mostri la brutale realtà della conquista e dell'oppressione. non vorranno sentire le storie di uomini e bambini brutalmente uccisi, di donne e fanciulle ridotte in schiavitù. non vorranno sapere che vivevamo in un campo di stupro. no, vorranno qualcosa di più delicato. una storia d'amore, magari? spero solo che capiscano chi erano gli amanti. la sua storia. sua, non mia. e finisce qui, dove c'è la sua tomba.

Il solo Atride,
Ei solo è reo, che voi per la fanciulla
Brisëide qui manda. Or va, fuor mena,
Generoso Patróclo, la donzella,
E in man di questi guidator l’affida.
Ma voi medesmi innanzi ai santi numi
Ed innanzi ai mortali e al re crudele
Siatemi testimon, quando il dì splenda
Che a scampar gli altri di rovina il mio
Braccio abbisogni. Perocchè delira
In suo danno costui, ned il presente
Vede, nè il poi, nè il come a sua difesa
Salvi alle navi pugneran gli Achei.
Disse; e Patróclo del diletto amico
Al comando obbedì. Fuor della tenda
Brisëide menò, guancia gentile,
Ed agli araldi condottier la cesse.
Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,
E ritrosa con lor partía la donna,
Proruppe Achille in un subito pianto [...]
(iliade - libro I)

Di beltà simigliante all’aurea Venere
Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando:
Oh mio Patróclo! oh caro e dolce amico
D’una meschina! Io ti lasciai qui vivo
Partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
Ahi come viemmi un mal su l’altro! Vidi
L’uomo a cui diermi i genitor, trafitto
Dinanzi alla città, vidi d’acerba
Morte rapiti tre fratei diletti;
E quando Achille il mio consorte uccise
E di Minete la città distrusse,
Tu mi vietavi il piangere, e d’Achille
Farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
Tu stesso, e m’apprestar fra’ Mirmidóni
Il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque,
O sempre mite eroe, sempre il mio pianto.
(iliade - libro XIX)

eccola briseide nell'iliade.
è la causa scatenante di tutta la vicenda narrata dal poema, la seconda donna, dopo elena, ad avere un peso fondamentale per le sorti di due popoli, quello greco e quello troiano. la incontriamo subito nel primo libro, è condotta dai servi di achille agli araldi di agamennone, non parla, non fa nulla, è solo ritrosa. achille piange, ma non per lei, piange per l'affronto subito, piange perché gli stanno togliendo una cosa.
e torna poi sul corpo di patroclo, a raccontare, in solo otto versi, tutta la sua storia e le sue speranze di smettere di essere cosa e tornare a vivere come donna.
briseide, come elena, ha un ruolo decisivo ma uno spazio minuscolo nel poema, così come tutte le altre donne: non c'è spazio per le loro azioni, per le loro storie, per le loro vite, i loro sentimenti, i loro pensieri.

come avevamo visto già per circe di madeline miller (non so in realtà quale dei due libri sia uscito prima, ma questo è l'ordine in cui li ho letti, e ancora prima qui vi avevo parlato di nausicaa, fumetto di bepi vigna e andrea serio) e prima ancora in medea e cassandra di christa wolf, figure femminili di grandissima importanza nelle opere fondanti della tradizione letteraria occidentale, relegate per secoli a essere poco più di comparse, oggetti di scena o espedienti narrativi, prendono finalmente la parola, e raccontano la storia dal loro punto di vista.

la storia di briseide comincia qui con l'urlo di guerra di achille. i greci stanno attaccando lirnesso, la voce di achille, riconoscibile tra tutte, si avvicina sempre di più.
nell'orrore generale, achille si distingue per la sua brutalità. per mano sua, briseide vede morire i suoi fratelli.
mentre uccide il più piccolo di loro, poco più di un bambino, briseide, rifugiata con le altre donne in una torre, sente lo sguardo di achille su di sé. achille, l'eroe noto per il suo valore immenso, cantato e lodato da tutti, non è altro che un macellaio per lei e le altre. sanno cosa le attende e non ci vorrà molto, dopo la caduta della città, perché briseide venga data in dono proprio a colui che le ha sterminato la famiglia, e così succede a molte altre delle sue compagne.

è dura la vita di una donna, quando la sua città soccombe ai nemici dice priamo a un certo punto della storia e briseide, per tutto il tempo, non fa che illustrarci al meglio cosa sottintendono le parole del vecchio re: alle donne non resta altro che soddisfare i capricci dei vincitori, schiave fuori e dentro ai letti. il destino migliore che si possano aspettare è di essere il premio di qualcuno di abbastanza importante, di uno degli eroi, altrimenti sono date in pasto a tutto l'esercito.

le donne troiane, schiave nel campo greco, sono le uniche a conoscere le debolezze dei loro padroni e ci restituiscono di loro un ritratto completamente diverso da quello che siamo soliti immaginare, anche quando non solo di debolezza si tratta: le lacrime di achille, ad esempio, le vediamo spesso in tutto il poema di omero, ma la sua crudeltà, la sua rabbia continua, quello è qualcosa che solo briseide riesce a cogliere, lei è l'unica che osa dare loro il giusto nome, anche se lo fa solo nella sua mente, nessun altro ne avrebbe il coraggio, nascondendosi dietro un rispettoso timore reverenziale.
un altro compito - dice briseide - è quello che viene riservato a lei e alle altre donne: mantenere la memoria nonostante i morti, nonostante le città distrutte, nonostante ogni bene sia stato depredato e adorni adesso la tenda di qualche generale, privato della storia che portava con sé, che sia una tunica ricamata da una figlia per il proprio padre o la collana che una madre portava come pegno d'amore.
alle donne troiane è affidato il passato dei popoli distrutti e il dovere di trasmetterlo, perché qualcosa di loro continui a rimanere, nelle storie, nei canti, negli incubi di chi ha tolto loro ogni cosa.

la vicenda narrata da briseide comincia prima dell'inizio dell'iliade così come la narra omero e si conclude dopo, ripescando le parole di euripide nelle sue troiane e nell'ecuba: è la sua storia ma è la storia di tutte le donne sconfitte, del loro modo - nobile o meschino che sia - di cercare di sopravvivere nell'inferno in cui sono cadute. pat barker più volte le fa ripetere che il loro comportamento potrebbe apparire di comodo a volte, che non tutte difendono il loro orgoglio come dovrebbero ma - e questo è il punto fondamentale - briseide risponde a queste accuse che parlano nella sua testa: se non sei mai stato schiavo, se non sai cosa vuol dire essere cosa e non persona, allora non puoi capire.
ma la storia è anche quella di achille, l'uomo che briseide odia ma al quale è ormai indissolubilmente legata. è attorno a lui che ruotano le loro vite, anche dopo la morte, quando il sangue di polissena bagna il tumulo di terra che ricopre le sue ossa, ultimo tributo dovuto al più grande degli eroi, al peggiore degli assassini.
le scene del campo di battaglia, quelle sulle mura di troia, non sono riportate: lo sguardo di briseide è confinato nel campo greco, non conosce altro, neppure gli dei sono presenti nel racconto, il solo mondo di cui parla è quello delle schiave e dei padroni, delle amare memorie del passato perduto e dell'orrore sanguinolento del presente.
mi ha fatto pensare questa assenza del divino: briseide è, nel mito, la sacerdotessa di apollo. nell'opera di barker invece non si fa alcun riferimento a questa cosa e, come dicevo, non ci sono dei (l'unico riferimento è inizialmente quello ad apollo, invocato per vendicare crise, ma effettivamente la peste si diffonde senza che l'intervento divino sia necessario). mi è sembrato un modo per sottolineare che tutta la responsabilità della guerra - e questa è forse la differenza più forte col poema omerico, oltre quella ovviamente del punto di vista femminile - sia solo ed esclusivamente umana. l'assenza degli dei sottolinea l'importanza della volontà umana e non dà scampo dalle proprie colpe.

da quando questo libro è stato pubblicato ho letto in giro critiche su un presunto femminismo spiccio e semplicista, e ammetto che questo è stato il motivo per cui ho rimandato di tanto l'acquisto.
dopo averlo letto posso rispondere che sinceramente mi sembrano un mucchio di cazzate, che non c'è nessun femminismo spiccio e semplicista e che molte di queste critiche mi sembrano solo un'enorme voglia di decontestualizzare e di colpevolizzare, sempre e comunque, le vittime.
quello che viene rimproverato a pat barker è di aver stigmatizzato gli uomini come crudeli stupratori e assassini e le donne come vittime, a cui ogni cosa viene giustificata solo per il fatto di essere schiave. nessuno - e nessuna - sarebbe più di questo per l'autrice.
momento di pausa. rileggete le ultime due frasi sopra. fatto? bene.
gli uomini protagonisti del libro sono soldati. sono l'esercito acheo, sono l'esercito di agamennone, l'uomo che ha fatto sgozzare la propria figlia perché il vento fosse favorevole alle sue navi (non so se è chiaro il tipo di personaggio, ma mi pare abbastanza). i soldati greci combattono, conquistano, saccheggiano e distruggono tutto ma non in quanto maschi-cattivi, in quanto soldati. i soldati fanno la guerra, la guerra è questo, letteralmente un macello, non una partita di risiko. e i greci - e non solo ai tempi di agamennone - sono un popolo che contempla pienamente la schiavitù: cosa c'è di più ovvio che trattare uno schiavo come un oggetto? e cosa c'è di più ovvio, se lo schiavo è una schiava, di stuprarla ogni volta che se ne ha voglia?
il comportamento degli uomini in questo romanzo non ha semplicemente a che fare con il loro sesso, la loro natura non si esaurisce esclusivamente con la definizione del loro genere, è un comportamento coerente con una cultura di un certo tipo e con un momento e un luogo particolare: il campo militare fuori da una città sotto assedio durante una guerra lunga dieci anni, nel XII - XI sec. a. c..
pat barker non critica nessun uomo in quanto uomo, definisce semplicemente i soldati achei per quello che sono: guerrieri, assassini e stupratori che non hanno alcuna pietà per le loro vittime.
barker sa però riconoscere il rispetto di alcuni uomini per altri, l'amicizia sincera tra achille e patroclo (mi spiace molto per le fangirl che volevano il momento gay tra loro ma per il modo stesso in cui è impostata la struttura della narrazione - cioè la voce narrante di briseide, che certo non avrebbe avuto l'accesso al letto dei due - sarebbe stato impossibile), il dolore di achille per l'abbandono da parte di teti e il suo amore per il padre, che si rispecchia poi nel rispetto e nella pietà per priamo.
barker sottolinea spesso il buon cuore di patroclo pur ricordando, attraverso i pensieri di briseide, che nonostante la sua gentilezza, anche patroclo ha ucciso, devastato, stuprato. anche priamo è, per quanto la sua parte nella scena sia breve, una figura sfaccettata, capace di provare pena per briseide e però consapevole di non poter infrangere le leggi per farla fuggire. nonostante la loro brutalità, molti capi achei - e anche alcuni dei loro sottoposti - sono mostrati nella loro totalità, nelle loro contraddizioni anche, senza nessun appiattimento al modello maschio = cattivo.
certo, c'è tra i soldati greci un'esaltazione della virilità, di una virilità aggressiva e predatoria, che si esplicita tutta nella dominazione e nella violenza, ma torniamo sempre al punto di partenza: cosa vi aspettavate da un campo militare di più di trenta secoli fa? che facessero sciarpine all'uncinetto in vista dell'inverno?
alle donne troiane nel campo viene invece rimproverato di essere sì vittime, ma non immacolate e piangenti, sia mai che una donna sofferente faccia altro che contemplare - preferibilmente con delicatezza ed eleganza - il proprio dolore.
no, non sono questo. e le poche ragazze troppo giovani per non essere delle ingenue - come criseide - sono doppiamente vittime, oggetto di pena persino per le donne più adulte, per quanto accomunate dalla condizione di schiave. ognuna di loro usa tutti i mezzi a sua disposizione per sopravvivere a quell'inferno, che sia rimanere incinte e sperare di essere sposate e dunque liberate o che sia obbedire placidamente per non subire ritorsioni.
non sono molti i sentimenti di amicizia che si instaurano tra loro, ognuna è sola nella propria disgrazia e non combatte per nessuno se non per se stessa e per i propri figli. i momenti di solidarietà tra loro ci sono, certo, sono anche molto intensi, ma nessuna può fare nulla più che regalare alle altre un momento di consolazione. e anche qui: che altro avrebbero dovuto fare? nessuna donna, neanche una donna libera, neanche una regina, in quel contesto ha potere sugli uomini, figuriamoci una schiava su un re nemico. l'unica forma di resistenza concessa è sopravvivere e ricordare.

il silenzio delle ragazze in definitiva è, a mio avviso, un romanzo bellissimo che non solo non tradisce le fonti letterarie ma che anzi si inserisce pienamente in quel discorso iniziato proprio da euripide che mette al centro, finalmente, le vittime e concede loro parola.
non so se lo si può definire femminista o no: sicuramente sarebbe assurdo pensare a una briseide femminista, la guerra di troia si svolge tra il XII e l'XI secolo a.c. e non stiamo nemmeno a specificare la necessità di una contestualizzazione. sicuramente è fondamentale che pat barker dia voce alle donne, a quelle che per loro natura dovevano - e hanno dovuto per molti secoli dopo - stare zitte, subire e sopportare a volte vite intere di violenze, di essere reificate e trattate come merce anche quando erano donne libere o figlie di re, ma come detto, non è certo stato lei la prima a farlo, non sarà l'ultima e il fine non è quello di dimostrare una qualche forma di uguaglianza o dar voce a una rivendicazione politica di qualsiasi tipo. l'unico momento in cui riescono a prendersi una piccola rivincita è quando sono libere di ridere sul cadavere di uno dei loro aguzzini: solo qualche risata sommessa, qualche sguardo lontano dal controllo maschile, più di questo non solo non era permesso, ma non sarebbe stato credibile da provare a ottenere. saggiamente, pat barker riporta la rabbia di briseide per quello che deve sopportare in quanto donna, ma non la spinge mai oltre questo, sarebbe stato troppo fuori luogo e decontestualizzato.

se proprio dobbiamo affibbiare un'etichetta a questo romanzo, allora possiamo definirlo antimilitarista e pacifista: prima ancora che una lotta tra i sessi, è l'orrore della guerra a emergere con forza, sono le voci e le storie delle vittime quelle che risuonano più forti, insieme a quelle degli uomini, a volte poco più che ragazzini, uccisi sui campi di battaglia.
manca la poesia, manca l'idea della bella guerra: il campo di battaglia è solo terra infertile bagnata di sangue, merda e fango, non c'è spazio per i nobili duelli, solo per la miseria dei corpi straziati, i lamenti dei feriti, il putridume dei morti. barker toglie all'epica omerica il suo aspetto più caratteristico, quello del combattimento come qualcosa di bello e nobile e lo svela per quello che è, un groviglio di uomini che per motivi assurdi - una donna rapita al marito da un altro uomo - soffrono, uccidono e muoiono nei peggiori modi possibili, e chi riesce a sopravvivere fino alla vittoria, ha solo da versare altro sangue, quello di chi in campo non c'è nemmeno arrivato.
donne, vecchi, bambini, giovani soldati senza nome, tutti loro sono dimenticati a beneficio di pochi campioni, le loro storie spazzate via dalle gesta dei grandi re. per mezzo delle donne di questo racconto tutti loro gridano il loro diritto a non essere dimenticati.

martedì 27 maggio 2014

il vangelo secondo gesù cristo

nonostante la mia immane lentezza nel gestire questo blog, sono riuscita a terminare la recensione del primo dei libri del mio tenbooksproject (che se non ve ne ricordate, se ne parlava qui).
è stata una lettura pesante, densa di significati che mi ha fatto rimuginare per giorni e giorni su quello che andavo leggendo, ed è stato difficile riuscire a parlarne. questo libro mi è piaciuto da morire e mi ha turbata abbastanza da rendermi davvero complicato riuscire a condividere quello che ho sentito durante tutta la lettura.

il vangelo secondo gesù cristo, di josé saramago, è un libro che è stato definito blasfemo e sacrilego, e dal canto mio da non fedele, non so ancora se concordare o no. certo è che il modo in cui la storia di gesù, che conosciamo dai vangeli, è stata notevolmente stravolta in alcuni punti, mentre in altri, in certi piccoli particolari sopratutto, è rimasta molto fedele al testo sacro. eppure le differenze sono molto forti e ci presentano la storia praticamente rivoltandola come un calzino. di certo, se mi perdonate il sarcasmo, è forse la prima storia di gesù in cui non sappiamo davvero cosa aspettarci.

già dal principio, dal concepimento di gesù, che siamo abituati a conoscere dalle parole dell'angelo annunciatore, tutto cambia. la verginità di maria è bell'e andata da un pezzo, è già sposa di giuseppe, un giuseppe giovane quasi quanto lei, e se i due giovani sposi devono aspettarsi qualcosa di diverso da quell'amplesso lo possono intuire solo da una strana colorazione del cielo quel giorno, un momento in cui la luce sembra diversa da quella che siamo soliti vedere, un presagio di qualcosa, forse, ma per giuseppe - e non maria - l'unico che la vede, è assolutamente impossibile capire cosa è successo, come può un falegname immaginare che tramite di lui, il seme di dio ha fecondato la sua sposa, generando colui che sarà il figlio di dio? durante la giornata, maria riceve la visita di un mendicante, un uomo che bussa alla porta per chiedere una ciotola di minestra, non un angelo accompagnato da luce e gloria, che semplicemente le dice che è incinta, che a suo figlio spetta un destino diverso da quello degli altri, e le consegna, nella ciotola che ha svuotato, una strana terra luminescente.
anche qui la famiglia di nazaret si reca a gerusalemme per il censimento, anche qui erode è un vecchio re pazzo per la terribile malattia che lo fa morire e marcire mentre ancora è in vita, anche qui, maria si ritrova a partorire in una grotta fuori betlemme, ché di posti migliori non se ne trovano nel putiferio del censimento, ma non sarà un angelo in sogno ad annunciare a giuseppe che il suo primogenito, un bambino di pochi giorni, rischia di morire per mano dei soldati di erode, succederà solo che giuseppe, per caso o per volere di dio, si trovi ad ascoltare i soldati che stanno andando a compiere il massacro.
giuseppe, terrorizzato, torna alla grotta, in cui i tre si nascondono, maria senza sapere nulla, ché il marito spiegherà solo dopo cosa succede, gesù troppo piccolo per capire o conoscere alcun che.
ma il peso di quello che sa e che non ha evitato graverà su giuseppe come una colpa terribile, un incubo che per tutta la vita lo inseguirà, che farà di notte, ogni notte, di lui il soldato di erode che va ad uccidere suo figlio. sulla coscienza di giuseppe gravano le morti di venticinque innocenti, trucidati tra le braccia delle madri e nelle culle, venticinque dimenticati dalla foga di proteggere il suo bambino.

la vita continua, poi, a nazaret, gesù crescerà studiando, come si conviene, la legge e le scritture, e conoscerà i suoi fratelli, altri otto bambini, concepiti e nati senza annunci strani e senza luci strane nel cielo.
la ribellione dei giudei contro i romani porterà morte e guerra, e arriverà a sfiorare il fianco della famiglia che se è sacra non lo sembra affatto, quando il vicino, anania, annuncerà di voler andare a combattere.
sembrerà una cosa da niente, qualcosa che non interessa nessuno, eppure da questo dipenderà il destino di gesù, anche se ci vorrà un anno per iniziare lo stravolgimento. un anno passa infatti e arriva a giuseppe un messaggero, anania è ferito, è a sefforis, sta morendo. giuseppe, uomo giusto e pietoso, nonostante la paura di lasciare i figli senza padre, va a cercare il vicino. lo trova poi in un magazzino, ferito tra gli altri feriti, moribondo, è impossibile per lui tornare insieme a giuseppe, gli dice di andare via, prima che arrivino i romani a uccidere i ribelli rimasti qui, ma giuseppe non se la sente di lasciare morire solo quell'uomo che in qualche modo può chiamare amico e vicino, così rimane, tutta la notte. ma l'asino con cui era partito la mattina dopo non c'è più, è stato rubato e lui adesso non può andare via, può solo rimanere lì, aspettare i romani e sperare che lo ascoltino proclamarsi innocente. ma i soldati non possono ascoltare e credere a tutti quelli che giurano la loro innocenza, giuseppe è lì, e insieme agli altri, trentanove, verrà crocifisso, morirà tra tormenti che non meritava, né per i crimini non commessi, né per quelli che - come qualsiasi altro uomo - deve per forza aver commesso, neanche per quelle venticinque anime anche ancora lo tormentano dopo tredici anni.
seppellito in qualche modo il corpo di giuseppe, gesù riceve in eredità da suo padre il sogno che lo tormentava ogni notte, questa volta dal suo punto di vista, bambino che vede suo padre avvicinarsi vestito da soldato con l'intenzione di ucciderlo. maria finalmente racconta e spiega al figlio il sogno di suo padre, racconta la strage. e gesù decide di partire, di andare via da quella casa in cui non riesce più a stare, per andare a gerusalemme al tempio a chiedere spiegazioni su quel passaggio di colpa e di pena, e poi si reca a betlemme, dove si ferma a pregare sulla tomba comune dei bambini uccisi per colpa sua, e dove incontra zelomi, la schiava che quasi quattordici anni prima lo vide nascere, e che lo accompagna nella grotta dove gesù ha trascorso i suoi primissimi momenti. lì, dopo una notte, arriva il pastore, quello che maria ha incontrato il giorno del concepimento di gesù, quello che lui non conosce e del quale non sa nulla ancora, che gli dice di conoscerlo, e di andare con lui.
gesù rimarrà per quasi quattro anni con il pastore, nonostante il turbamento che gli da lo strano e quasi blasfemo atteggiamento, senza preghiere, senza ringraziamenti a dio. quattro anni con un pastore senza altro nome che pastore, con un gregge che non è di nessuno, semplicemente sta lì, e ha bisogno di qualcuno che lo accudisca. alla pasqua, gesù, decide di recarsi al tempio a sacrificare un agnellino, ma non volendo uccidere uno di quelli che ha visto nascere e ha aiutato a crescere, va senza animali, convinto che avrebbe trovato il modo di averne uno durante la strada, e così accade, in effetti un ricco signore, con il suo seguito, decide di regalargli uno dei suoi agnellini per poterlo sacrificare. ma giunto davanti all'altare, sconvolto alla vista dei sacrifici, degli animali urlanti e di quelli morti, del sangue, della puzza della carne bruciata, decide di fuggire via con la bestia, incapace di vederlo morire così. sulla strada del ritorno incontra la madre e i fratelli, e anche questa volta decide di non tornare da loro, né, come la madre gli suggerisce, di tornare indietro a sacrificare l'agnello. ritorna dal pastore, che segna il suo agnellino con un taglio sull'orecchio, per distinguerlo da tutti gli altri. anni dopo, capiterà che l'agnellino, ormai diventato pecora, si perda nel deserto, e gesù vada a cercarlo. lo troverà nel deserto e lì incontrerà per la prima volta dio, sotto forma di una colonna di fumo, che gli dirà di avere in serbo per lui un destino di gloria e potere, ma solo in cambio della sua vita. gesù accetta e accetta anche di sacrificare la pecora, come dio gli chiede, proprio quella che anni prima aveva risparmiato, proprio quella che anni prima doveva morire per dio sull'altare del tempio.
tornato a mani vuote dal pastore, lui si mostrerà incredibilmente deluso e amareggiato dal gesto di gesù. l'errore è stato fatto. chi si rifiuta una volta, non può accettare la seconda volta. perché la terza non potrà sfuggire.
dal momento in cui si allontana dal pastore, gesù inizia il suo periodo di vagabondaggio, da una barba all'altra dei pescatori che aiuta con le sue pesche miracolose, l'incontro poi con maria maddalena, una donna che amerà completamente e che starà sempre con lui come compagna di vita, e che lo seguirà anche durante le predicazioni.
il gesù di questo periodo è un uomo semplice, un uomo capace di gesti incredibilmente potenti, capace di miracoli, che agisce solo nel nome dell'uomo e per il suo bene. non c'è dio più di quanto non ce ne sia nella vita di ogni altro uomo. gesù agisce secondo la sua coscienza e per aiutare chi ne ha bisogno.

dio arriva all'improvviso, a chiedere. dio parla con accanto il diavolo, chiede a gesù di diventare il messia, di sacrificarsi come suo figlio, di dar vita a quella che sarà la religione più grande, più forte, più longeva di sempre. una religione per cui molti morranno, una religione di martiri, di crociate, di guerre, tutte nel nome di gesù, un uomo che può rinfoltire le fila dei fedeli di dio. e più forte è dio, più - di conseguenza - forte è il diavolo, suo contrario speculare e imprescindibile.
disgustato da quello che dio gli chiede, spaventato dal sangue che a fiumi imbratterà la terra in suo nome nei secoli a venire, gesù rifiuta. ma chi una volta ha accettato, non può tirarsi indietro.
alla fine, nonostante egli non voglia definirsi figlio di dio, nonostante scelga la fine più ignobile e misera, dio all'ultimo istante si manifesta sopra la croce, contrario alla volontà di gesù, sicuro che il futuro da lui prospettato si potrà finalmente avverare.
fregato, per usare un termine che sarebbe decisamente fuori luogo.

non c'è resurrezione nel libro di saramago, gesù è buono e puro e caritatevole e pieno d'amore, ma è un uomo che rifiuta i progetti di dio, che rifiuta di diventare il simbolo di futuri scontri, è vittima due volte, degli uomini e di dio, del destino che l'ha voluto sacrificio fin dalla nascita. marcato come il suo agnellino, si salva da erode solo per conoscere il peggiore dei patiboli, gli viene concesso di vivere solo per essere usato al meglio quando, non più anonimo bambino privo di qualità particolari, diventa un uomo conosciuto, amato, speciale.
il discorso di dio a gesù è spiazzante, fa male al cuore, e se saramago voleva provocare, c'è riuscito in modo meraviglioso: la gloria in cambio di milioni di vite. è difficile immaginare un dio come quello che presenta saramago, un dio crudele, calcolatore, avido. eppure appare come l'immagine modernizzata di quel dio dell'antico testamento, senza però la volontà di creare con gli uomini una nuova alleanza con gesù.
una visione decisamente laica di come potrebbero essere andate le cose, un'esaltazione dell'umanità del figlio di dio e un immenso rimprovero verso il dio che ha sacrificato suo figlio.

libro consigliatissimo, certo, ma da prendere per quello che è: una geniale e intelligente provocazione su dio e un'altrettanto geniale definizione di gesù cristo come uomo fuori dal comune per l'incredibile carico di amore che porta con sé.

lunedì 26 maggio 2014

la bambina di neve

è inutile sapere che un libro ti farà stare male, sarà triste e tutto il resto. tanto poi lo leggo lo stesso. così, nonostante tutte le recensioni che mi avevano messo in guardia - e anche detto e ridetto che questo libro è bellissimo e va letto - sono riuscita a comprarlo (usato of course) e a leggerlo senza potermene staccare, come dovrebbe fare ogni favola che si rispetti.
perché la bambina di neve, di eowyn ivey è una favola raccontata agli adulti, un'interpretazione di sneguročka, una leggenda russa per bambini che parla di una bambina creata con la neve da un'anziana coppia che non ha avuto figli.
e due anziani (oh beh, non così tanto poi) coniugi sono i protagonisti del romanzo, jack e mabel. sposati da anni, non hanno mai avuto figli, solo il ricordo di un bimbo nato morto, il dolore della perdita e dei cattivi giudizi della gente. per sfuggire a tutto, decidono di abbandonare la loro vita serena e facile per diventare pionieri in alaska.
vivere isolati, senza alcuna comodità, nella natura selvaggia e implacabile inizialmente non sembra riavvicinarli come desiderava mabel, e l'inverno sembra triste tanto quanto i pettegolezzi che le laceravano il cuore nella sua vecchia casa, e lei è disperata come mai, si sente inutile e lontana da jack. ma l'arrivo della prima neve d'inverno li fa tornare ragazzini per una notte, e lasciandosi alle spalle tutti i grigi pensieri che li ossessionano finiscono per costruire un pupazzo di neve, una bambina candida alla quale mabel dona sciarpetta e guantini.
ma il giorno dopo il pupazzo è distrutto e la sciarpa e i guanti spariti. jack vede orme di volpe e di una bambina iniziare precisamente dal punto in cui c'era la bimba di neve a cui lui la notte prima aveva dato forma.
inizia un lungo periodo in cui la bambina appare e scompare come un fantasma o come un folletto del bosco, seguita da un'inseparabile volpe rossa, e ai racconti di jack su quella strana creatura, mabel ricorda un vecchio libro di fiabe che amava da bambina che narrava proprio la storia di sneguročka.

la bambina, che svelerà di chiamarsi pruina, inizia pian piano a frequentare la capanna di mabel e jack, e i due si affezionano a lei come se fosse una figlia. ma è una creatura misteriosa, selvaggia, dal passato crudele e insondabile. e come la bambina di neve della favola, pruina sparisce a ogni primavera, rifugiata chissà dove nelle montagne più aspre e inaccessibili, per tornare poi con la prima neve d'inverno.
la storia di pruina e quella di sneguročka si intrecciano sempre di più, e mabel sa che per quanto vorremmo poter cambiare i finali tristi delle favole per far si che i personaggi che abbiamo amato possano essere felici, non è possibile farlo.

un romanzo bellissimo, che anche se si capisce quasi subito come va a finire, esattamente come sa mabel, per tutto il tempo nella mente rimbalza la frase questa volta no, questa non è la favola, non si può sapere come finirà.
l'alaska è raccontata in tutto il suo splendore e la sua crudezza selvaggia, non c'è neanche un briciolo di romanticismo nella natura incontaminata e impietosa, è facile sentirsi vicini a jack e mabel, vicino ai loro problemi di ogni giorno, vicini alla fatica della vita rurale, vicini al loro dolore e alle loro paure, vicini al loro amore e alla loro paura di amare, e il parallelo tra la favola e la realtà rende tutto meraviglioso, magico e un po' malinconico.

mercoledì 12 febbraio 2014

non lasciarmi

nonostante tutto il casino di questi ultimi tempi, sono riuscita a ritagliarmi qualche momento per leggere. e tra le ultime letture c'è un libro che merita qualche parolina che è non lasciarmi di kazuo ishiguro. sicuramente ne avrete già sentito parlare e possibilmente l'avete letto, quindi questo post è all'ottanta per cento assolutamente inutile. ma ci sarà ugualmente.

la cosa che più mi ha colpita e turbata di questo libro è che nonostante rientri perfettamente nel filone distopico ha una differenza enorme rispetto agli altri che ho letto del suo genere. mi spiego meglio: solitamente nei romanzi in cui viene presentato un mondo assurdo e crudele ci viene spiegato nel dettaglio come funziona la società, sopratutto gli aspetti diversi da quelli della nostra realtà, come se si trattasse di una sorta di guida turistica interna al racconto stesso. un modo insomma per permetterci di capire al meglio quali sono le regole del gioco a cui siamo in qualche modo invitati ad assistere.
basta pensare al più famoso del genere, 1984 di george orwell.
in non lasciarmi invece è come se l'autore descrivesse non una socità distopica e visionaria, ma un mondo reale, e quindi non ci da spiegazioni su quello che dovrebbe essere scontato. è come se vivessimo esattamente in quel mondo con quelle regole, quindi perché scendere in particolari? tutto quello che scopriamo sul mondo di kathy, tommy e ruth lo ascoltiamo di sfuggita in qualche considerazione, lo rubiamo a qualche pensiero, ma non ci viene mai spiegato veramente qual'è il meccanismo esatto.
questo mi ha creato personalmente un enorme spaesamento durante la lettura e un'amarezza forse ancora più grande di quello che avrebbe potuto fare una spiegazione dettagliata. il non detto, il lasciato intendere, come se fosse assolutamente ovvio e accettabile, ha reso tutto ancora più doloroso.

vi spiego meglio, ma fate *attenzione agli spoiler*!
la storia inizia a hailsham, una specie di college immerso nella campagna in cui vivono gli studenti insieme ai loro tutori, senza avere nessun punto di contatto con il mondo esterno, a esclusione di eventi chiamati grande incanto in cui vengono venduti agli studenti dei beni provenienti da fuori hailsham. non sappiamo nulla della vita degli studenti prima di hailsham, né se ci sia in effetti un prima di hailsham. nella prima parte attraverso il racconto di kathy conosciamo a grandi linee lo stile di vita che si svolge lì, insieme ai suoi amici ruth e tommy. non sappiamo nemmeno in effetti in cosa consistano le lezioni a cui partecipano, e sembra che la cosa più importante per loro sia sviluppare le loro capacità artistiche e poetiche.
seguiamo la loro crescita da quando sono bambini fino al momento in cui lasciano il collegio per andare a vivere nei cottage. oltre alle vicende personali dei protagonisti, cominciamo a intuire come funzioni la realtà in cui vivono: si parla di assistenti e donatori, di quello che li aspetta fuori da hailsham, del fatto che non potranno avere figli, dei cicli. si parla di quelli come noi e quelli come voi.
nella seconda parte ci spostiamo ai cottage, nessuna specifica in più. dopo hailsham i ragazzi vivono qualche anno in queste abitazioni con altri ex-studenti di altri istituti, fino a che non fanno la richiesta di diventare assistenti. la prima sarà kathy, che dopo la sua breve parentesi ai cottages racconterà il suo lavoro di assistente dei donatori, di come, tra i tanti, rimarrà accanto a ruth e tommy, il suo amore, fino alla conclusione del loro ciclo.
il mondo di kathy è un parallelo del nostro, una realtà in cui negli anni cinquanta, dopo la guerra, si è scoperta la clonazione e quindi un modo per rendere disponibili organi vitali per i trapianti. i cloni, o studenti, crescono in collegi a loro dedicati, e hailsham è uno di questi, anzi tra tutti, è quello che è riuscito a trattare gli studenti al meglio, facendoli sentire come persone, grazie a un'organizzazione che cercava di sensibilizzare, senza alcun successo, il mondo esterno circa il destino degli studenti stessi.
gli studenti, dopo un periodo in cui fanno da assistenti - a metà tra infermieri, psicologi e amici - di altri donatori, decidono di diventare donatori a loro volta, per completare il loro ciclo, per adempiere al loro scopo. i donatori vengono sottoposti a diverse operazioni, dopo le prime sono ancora coscienti ma al completamento del loro ciclo non finiscono anche la loro esistenza ma continuano a essere svuotati fino alla morte di ogni organo utile. il ciclo viene completato quasi sempre dopo la terza o quarta operazione, e sempre, ogni volta, la ripresa non è facile.
nonostante questo destino, nonostante la consapevolezza di essere poco più che carne da macello, solo per pochi momenti si avverte qualcosa di simile a rabbia, e mai la voglia di sovvertire le regole, mai kathy o gli altri vengono sfiorati dall'idea di poter vivere una vita normale, di uscire dal sistema.
e mai l'autore si lascia andare a giudizi di sorta verso questo sistema che crea cloni per ucciderli lentamente, senza dargli nessuna possibilità.
eppure è proprio questo silenzio che rende tutto molto più orribile. se tutto fosse stato palese, messo lì chiaramente sotto i nostri occhi, non sarebbe stato sconcertato come in effetti è risultato.
la pacata accettazione di tutti del proprio destino, del destino delle persone che amano, con cui hanno diviso l'intera vita, beh questo mi ha messo i brividi davvero.

insomma, consigliatissimo se vi piace il genere distopico e se riuscite ad appassionarvi anche ai toni asettici, assolutamente da evitare se vi siete lasciati convincere da quel "non lasciarmi è innanzitutto una grande storia d'amore". no. se questa è una grande storia d'amore, allora qualsiasi storia è una grande storia d'amore.
personalmente non l'ho trovato un capolavoro, ma di certo devo riconoscere che proprio per le sue particolarità di cui sopra, merita di certo di essere letto.

giovedì 22 agosto 2013

kafka sulla spiaggia

kafka sulla spiaggia è un romanzo che apre una finestra sul mondo fantastico e foriero di meraviglie e interrogativi creato da haruki murakami.
un mondo che si lascia intravedere in ogni suo romanzo e che però non si lascia mai completamente conoscere e comprendere.

*attenzione agli spoiler!* tamura kafka ha deciso che scapperà via da casa il giorno del suo quindicesimo compleanno, per sfuggire a un destino crudele e ineluttabile. nakata è un vecchietto che parla con i gatti ma non sa scrivere né leggere, che viene coinvolto senza volere in un assassinio ed è costretto alla fuga per compiere quello che adesso è il suo scopo.
le loro strade viaggiano parallele sul piano del tempo, arriveranno negli stessi posti senza incontrarsi mai, tutti e due destinati a chiudere un cerchio che tanti anni prima è iniziato con la morte di un giovane e con una canzone misteriosa.

parlare della storia, quando si ha tra le mani un romanzo così, è la cosa più riduttiva e meno utile che si possa fare.
come già succede leggendo altre opere di murakami, anche qui ci si lascia trascinare giù a vortice in un luogo che è questo o forse no, una dimensione parallela in cui le differenze non si vedono ma si percepiscono fortemente. una dimensione in cui ogni cosa va fatta perché così deve essere, e se il destino di due persone che non hanno mai avuto a che fare l'una con l'altra deve intrecciarsi, allora succederà.
kafka sfugge a una profezia di richiamo greco, scagliatagli addosso da un padre senza amore, ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella, due donne di cui il ragazzo non serba neanche un vago ricordo. ma se edipo, incosciente dei propri legami di sangue, si ritrova a uccidere un padre sconosciuto, kafka fugge dalla sua predestinata vittima per accertarsi di non compiere mai quel gesto. eppure, una notte, si ritrova sporco del sangue di qualcuno, senza ricordare nulla di cosa sia successo, e la stessa notte nakata uccide un uomo misterioso, jonny walker che tortura e uccide i gatti, risvegliandosi dallo shock con i vestiti puliti, e sempre la stessa notte, il padre di kafka verrà trovato brutalmente ucciso nella sua abitazione.
cosa è successo? il subconscio di kafka, lontano dal suo corpo e dalla sua memoria, è riuscito, attraverso l'omicidio di jonny walker compiuto da nakata, ad uccidere il padre, facendo così avverare la profezia? il sangue sui vestiti del vecchio si è spostato su quelli del ragazzo? il destino, pur di avverarsi, mette in moto una macchinazione così complicata e astrusa e inspiegabile, senza tenere conto dell'unità spazio-temporale? o si tratta soltanto di strane coincidenze, che si possono leggere come una traslazione di coscienze attraverso diversi scenari e diversi personaggi soltanto a patto di voler a tutti costi vedere una realizzazione dell'infausta profezia?

nakata non è legato a kafka solo dal misterioso e inspiegabile omicidio di un personaggio fittizio di una pubblicità di alcolici, ma riesce a far accadere eventi inspiegabili, avvenimenti come metafore di una canzone. che proprio in una vecchia canzone erano scritte, una canzone che aveva per titolo il nome scelto da un ragazzo che all'epoca non era neanche nato, scritta per un altro ragazzo che sarebbe morto, stupidamente e barbaramente, dopo poco tempo. piovono pesci dal cielo e c'è una misteriosa pietra che apre un'entrata, una pietra della quale non si sa altro se non quello che nakata scopre, man mano che si compie il suo viaggio, come se si trattasse ogni volta di un'epifania senza forma e senza suono dentro la sua testa.
dal momento in cui uccide jonny walker, il vecchio sa, senza chiedersi come e perché, che deve compiere un viaggio. a ogni tappa viene a conoscenza di quella successiva, come in una serie di scatole cinesi, dove per vedere cosa contiene una, bisogna prima aprire quella precedente.

la fuga di kafka e il viaggio di nakata sono entrambi permessi da due personaggi particolari, il primo è il signor oshima, una specie di androgino che accoglie kafka nella biblioteca komura e successivamente in una piccola casa di montagna sperduta nel nulla al limitare di un fitto bosco. non chiede spiegazioni, non interroga, non fa lezioni al giovane scappato da casa, semplicemente offre aiuto e amicizia. allo stesso modo hoshino, un giovane camionista che accetta di dare un passaggio a nakata, non si lascia turbare dalla stranezza del vecchio, neppure quando si rende conto dell'assurdità del modo di viaggiare di nakata, fatto di rivelazioni che oscillano tra il folle e il divino. entrambi influiscono poco sulla vicenda, men che mai provano a far deviare il percorso che il giovane e il vecchio sono in qualche modo costretti a intraprendere, eppure senza di loro sarebbe impossibile la conclusione della vicenda.

vicenda della quale fa parte, e anzi riveste un ruolo centrale, la signora saeki, la proprietaria della biblioteca kamura, del quale kafka si innamora perdutamente nonostante abbia il dubbio, non giustificato da nessun dato certo, che la donna possa essere sua madre. la saeki di oggi è la madre che fa avverare la profezia e la saeki fanciulla è la prima che ha aperto la pietra dell'entrata, che ha cambiato l'ordine delle cose, che è andata in un luogo altro - così come successe a nakata in un particolare episodio della sua infanzia che causò la perdita della memoria e una sorta di deficienza che lo affligge per tutta la vita - e che è tornata, senza potersi rassegnare alla perdita del ragazzo che amava: due metà dello stesso essere divise per sempre dalla crudele stupidità umana.
cosa lega kafka e saeki? sono davvero madre e figlio, o lo diventano soltanto dopo, quando il fantasma di lei, al di là dell'entrata, gli permetterà di bere il suo sangue? o kafka è unsa specie di reincarnazione del suo vecchio amore, del ragazzo ritratto in un dipinto che porta come titolo kafka sulla spiaggia?
e cosa lega kafka alla giovane sakura, incontrata la prima notte sul pullman della fuga, che gli promette di aiutarlo in qualsiasi momento, con la quale giace in un sogno e chiama sorella?
a saeki arriva anche nakata, dopo aver aperto la misteriosa entrata, ed avrà il compito di distruggere la sua storia, quella che lei ha scritto meticolosamente per anni e che adesso diverrà cenere, liberandosi per sempre dal peso degli errori compiuti. entrambi moriranno subito dopo, come se in effetti il loro destino si compisse definitivamente con il loro incontro, entrambi con l'ombra a metà, entrambi ritornati da un altro luogo, entrambi hanno ormai svolto il loro compito nella storia di kafka.

l'ultimo enigma è nel bosco che kafka attraversa, arrivando fino in fondo, in un luogo senza tempo custodito da due giovani soldati, i quali secondo la storia ufficiale dovrebbero essere morti durante la guerra, un paese dove non esiste memoria e che tanto ricorda quello de la fine del mondo e il paese delle meraviglie. lì avviene l'ultimo incontro con lo spirito appena trapassato di saeki e quello sospeso di kafka, lì avviene il misterioso rituale del sangue, lì forse si compie definitivamente il destino di kafka. dopo tutto questo, quando l'entrata è stata chiusa e la profezia compiuta, kafka si addormenterà per svegliarsi in un mondo nuovo.

è un romanzo ermetico e ricco di interrogativi, un racconto in cui il surreale e il veritiero si amalgamo indissolubilmente, tirando in gioco l'ineluttabilità del destino e la forza della scelta, creando una fitta ragnatela di connessioni che sfidano ogni regola mentale e fisica.
ogni cosa è come deve essere.
questo è quanto è più facile descrivere della meraviglia di murakami, un mondo che segue rigide regole fuori dalla logica tradizionale (principio di identità, di non contraddizione, del terzo escluso, causa ed effetto) e che pure si attengono a una linea di eventi inevitabili, storie che cambiano e allargano la struttura della mente e che ci portano in dimensioni fantastiche, distanti da noi appena un soffio ma praticamente inarrivabili.

venerdì 3 febbraio 2012

la maga delle spezie di chitra banerjee divakaruni

io sono una maga delle spezie.

so usare anche il resto. minerali, metallo, terra e sabbia, e pietra. le gemme splendenti di luce fredda e limpida. i liquidi che ti accendono gli occhi di bagliori variopinti finché non riesci a vedere altro. ho imparato tutto sull'isola.

ma la mia passione sono le spezie.

ne conosco origini, significato dei colori, profumi. posso chiamarle una per una con il nome assegnato loro quando la terra si spaccò come una scorza per offrirle al cielo. il calore che emanano mi scorre nelle vene. dall'amchur, la polvere di mango, allo zafferano, tutte si piegano ai miei comandi. un sussurro e mi svelano proprietà segrete e poteri magici.

vado decisamente a rilento con i romanzi per ora. sarà colpa della pigrizia o dei mille pensieri che mi fanno perdere il filo.
l'ultimo libro che ho letto è la maga delle spezie di chitra banerjee divakaruni. mi aveva colpito il titolo, mi aveva colpito la copertina, mi aveva colpito quello che c'è scritto sulla quarta di copertina.
ho decisamente fatto bene a lasciarmi colpire tante volte. la maga delle spezie è un romanzo che sa di controluce e di quell'odore che hanno solo le nonne, il profumo della cucina e delle creme per le mani, sa di carezze rugose e di occhi scintillanti.
una giovane indiana, dotata di poteri magici, conduce una vita lussuosa nel suo piccolo villaggio, adorata e temuta persino dalla sua stessa famiglia. annoiata della monotonia dei giorni, richiama con la mente i pirati, nella sua testa eroi romantici che affrontano il mare e le avventure, nella realtà uomini sanguinari e senza scrupoli, che sterminano la sua famiglia e la rapiscono convinti di poter ottenere fortuna da quella maga ragazzina. ancora una volta il suo potere la salverà, riuscirà a sottrarsi ai pirati per giungere in un isola misteriosa e magica, dove dimora la prima madre e dove le fanciulle che hanno il potere possono imparare a comprenderlo e usarlo al meglio, dove possono diventare delle maghe.
la nostra, fin da sempre la più brillante quanto arrogante, diventa così una maga delle spezie. ma per esserlo dovrà rinunciare a se stessa: il fuoco di shampati le ruberà la giovinezza e la bellezza, le porterà via il diritto di avere una vita e di essere felice, di avere degli affetti, di conoscere l'amore, perché l'unica ragione di essere di una maga delle spezie è aiutare chi ne ha bisogno.
e il fuoco stesso la farà rinascere come vecchia venditrice in un piccolo bazar indiano in oakland, per aiutare gli indiani che vivono in america a realizzare i loro sogni e vivere al meglio le loro vite.

tilo, questo il nome che lei stessa si è scelta diventando una maga, non riesce però a rimanere fedele a quanto giurato quando ha ottenuto di divenire quella che è: è entrata troppo nelle vite di chi le ha chiesto una mano, spesso sbagliando, e adesso un uomo misterioso sembra volerle fare infrangere l'ultimo dei tabù.
la maga delle spezie è un romanzo ben scritto e con una bella storia, una storia d'amore che racconta tanti tipi di amore, quello di tilo per il suo popolo, quello della grande madre per le sue allieve, quello per i singoli individui che ogni giorno entrano ed escono dalla bottega, quello strano e inesperto per l'americano misterioso, quello per le spezie e sopratutto per la magia antica e preziosa che custodiscono.

un po' deludente il finale. non nei fatti, ma nel modo. avevo immaginato già da un po' qualcosa del genere, ma speravo anche in un' altra conclusione, invece è un finale un po' troppo stemperato, che stona con l'intera narrazione. pazienza, si fa leggere anche così, però fa un po' tristezza quando un libro si spegne poco prima dell'ultima riga.

venerdì 9 dicembre 2011

1Q84

questa notte terminare la lettura di 1Q84 è stato come ricevere una pugnalata allo stomaco affondata male. perché i giapponesi sono così bravi a interrompere qualsiasi cosa, anime, manga, libri, nei momenti più cruciali e carichi di pathos? lasciamo stare queste stupide considerazioni, e andiamo al punto.
io non sono sicura di essere in grado di saper parlare di un libro del genere. anzi sono certa di esserne incapace completamente.
man mano leggevo la sensazione era prima quella di un grande puzzle che a poco a poco, pezzo per pezzo, prendeva forma. poi ho capito che quell'immagine era quantomai sbagliata: la storia/io era/ero tante goccioline, ognuna attaccata a uno dei tanti estremi di una ragnatela e poco per volta tutte queste gocce scivolavano verso il centro della ragnatela, unendosi e comprendendosi in una goccia più grande, ogni volta sempre più, man mano si ingrandiva la goccia, aumentava il grado di comprensione.
capire qualcosa è stato, durante la lettura di questo romanzo, un' esperienza incredibilmente vivida. come rendersi conto di una svolta fondamentale della propria vita proprio un attimo dopo che è successa. un'iniezione di ghiaccio fredda dentro le vene della coscienza.
della storia, della trama, di 1Q84 non posso assolutamente parlare. non è un romanzo di cui si può parlare della trama di fondo senza lasciare a chi deve ancora leggerlo il piacere di farlo. la storia, che solitamente è l'aspetto che paradossalmente lascio a margine nelle valutazioni complessive di un romanzo, è bellissima e travolgente. incredibilmente travolgente. eppure ho sentito la necessità, cosa che non mi capita mai, di leggere un po' per volta, senza strafare, chiudendo ogni tanto il libro per pensare, per assorbire al meglio quello che avevo appena letto.
di murakami, secoli fa, avevo letto tokyo blues e norvegian wood, che non ricordo praticamente per nulla. fino ad adesso avevo ignorato questo autore, infastidita da tutto il vocìo che lo circondava. quasi sempre i best seller si scoprono delle schifezze, quindi preferisco evitare. 'sta volta ho deciso di andare contro questa regola, e ho azzeccato. lo stile di murakami è particolarissimo e per quello che mi riguarda perfetto. l'immagine che mi tornava fissa in mente ogni volta era quella di uno sguardo e di un corpo immobile e muto. la volontà di non esternare le emozioni, fortissime, che spingono dietro un muro elastico ma impossibile da abbattere. nonostante sia ridondante e descrittivo fino ai più piccoli particolari, murakami si evita ogni fronzolo inutile: per me, come è scritto è quasi perfetto. asciutto, secco, preciso eppure vivo. la geometria perfetta eppure calda ed effimera di una ninfea.
mi sono affezionata ai personaggi, ad aomame in particolare, con il suo tragico destino che si è messa addosso come un cappotto ben abbottonato, e a fukaeri, di cui ho immaginato la bellezza muta e inarrivabile per tutto il tempo da quando è comparsa.

sull'edizione italiana ho poco da dire. la traduzione non ho idea di come possa essere, ma amitrano ha un'ottima reputazione, e questo basta. la copertina italiana, per quanto mi piaccia in linea generica, sta un puntino sotto quella giapponese, che preferisco di molto dal punto di vista grafico, molto più essenziale e meglio organizzata, capace di trasmettere la sensazione di deformazione della realtà che arriva dalle pagine.
quella inglese e americana (quella con la luna e quella con la foto in trasparenza, non so in che ordine, ma sono sicura che siano anglofone entrambe) le trovo oscenamente bimbominkieske. quella francese pecca solo per quelle foglie (ho capito a cosa si riferiscono, però non mi piacciono comunque, anche se è un bel riferimento sicuramente) mentre quella tedesca ha il pregio di essere anche lei molto essenziale, senza avere però l'eleganza di quella giapponese (perdonate la mia disquisizione sulle copertine, è anche 'sta volta deformazione professionale...)



clicca qui per acquistare 1Q84 su amazon.it!