venerdì 2 gennaio 2026

gomìtolo 2 ~ dicembre 2025


al netto dei numeri, delle statistiche e dei risultati (che tristezza che è poi stare sempre a guardare il rendimento di tutto, pure delle cose che si fanno per diletto o per passione e non per lavoro. dovremmo smetterla, dovremmo ricominciare a condividere le cose per il puro gusto di farlo e di parlarne con lə altrə, ritornando a goderci il nostro - poco - tempo libero invece di trasformarlo nell'ennesimo spazio in cui dobbiamo performare) sono davvero contenta di avere a disposizione questo spazio, di uscire sempre di più dalle dinamiche dei sarà-possibile-peggiorare-ancora? social, di scrivere qualcosa di diverso di quello che di solito faccio qui.

dicembre è il mio mese (invernale) preferito, è il mese del claccaday e di natale, delle luci, degli alberi decorati e dei regali. lo so che il natale è tipo il tempio del capitalismo e che buona parte dell'internet che non è occupata dai video dei gattini è piena di meme su quanto faccia schifo il cenone i parenti (spoiler: credetemi, anche se è tradizione e se poi la nonna ci resta male, potete rifiutarvi) ma non ci posso far nulla, a me continua a piacere. e mi piace ancora di più adesso che "natale" vuol dire tornare a casa e stare in famiglia per un sacco di giorni (meme a parte, si può scegliere cosa ci fa stare bene e fare proprio quella cosa lì. magari dirlo fa meno engagement del video dove imitate la zia che vi chiede quando scodellate un paio di pargoli, però ecco.)
così ho passato l'ultima parte di dicembre a coccolare olivia e ruffola, a lanciare elastici e palline, leggere libri e fumetti, a fare qualche passeggiata vicino al mare, e a guardare qualche film seduta su un divano vero. e, ovviamente, ho approfittato del tempo libero per scrivere, qui e sul blog audace, dove prossimamente leggerete un'intervista che non avrei mai sperato di fare

a dicembre, però, ho letto meno di quanto sperassi. ho letto soprattutto un mucchio di fumetti (alcuni per l'intervista di cui sopra) e pochi libri. ultimamente mi sono ritrovata a iniziare un sacco di romanzi che non riuscivano a prendermi, che ho abbandonato con un segnalibro in mezzo e che probabilmente proverò a riprendere più in là (è un metodo che di solito funziona. alcuni libri non sono davvero brutti, semplicemente arrivano al momento sbagliato).
però, tra le cose che ho letto, ne ho lette un sacco davvero belle, altre un po' meno. e quindi, finalmente, ecco il riassuntone:

foto fatta così perché ci tenevo a immortalare quell'angolino bellissimo di camera mia

tra le ultime letture prima di lasciare la mia cameretta tardoadolescenziale di bologna ci sono il secondo volume de il volume del tempo e la female man.
con questa serie di solvej balle ho un rapporto decisamente strano. da un lato trovo che sia una delle cose più noiose mai lette, in cui succede talmente poco che più che una trama sembra una soluzione omeopatica. dall'altro, questo nulla è scritto in un modo che mi trattiene e mi fa divorare le pagine una dopo l'altra. non che sia uno stile particolarmente bello, assolutamente, però il fluire dei pensieri della protagonista, e soprattutto il fatto che sia così ridondante a volte, ha su di me un effetto quasi ipnotico. e comunque voglio assolutamente capire perché e come questa tipa si è ritrovata bloccata dentro un diciotto novembre e non riesca a venirne fuori.
ovviamente, il secondo volume finisce proprio nell'unico momento in cui finalmente stava per succedere qualcosa, ma ho il terzo già pronto nello scaffale-dei-libri-da-leggere.

la female man, invece, mi aspettava da più di un anno e finalmente è arrivato il suo momento. si può classificare come fantascienza giusto perché si parla di dimensioni parallele ma per il resto è tutto un meraviglioso delirio femminista, un sogno a occhi aperti furioso, incazzatissimo in cui joanna russ costruisce un mondo utopico abitato da sole donne - whileaway - e distrugge ogni possibile stereotipo di genere, le aspettative sulle donne, l'idea di famiglia patriarcale come dovere a cui assolvere. a raccontare sono quattro donne, quattro possibili versioni della stessa donna (in un passaggio illuminato, russ spiega molto chiaramente ed esplicitamente che poco importano le caratteristiche genetiche proprie di un individuo, quello che fa veramente una persona è il contesto culturale-economico-politico-ambientale in cui vive e il ruolo sociale che si ha in questo contesto) le cui voci spesso si sovrappongono fino a rendersi irriconoscibili. la female man non è un libro facile da leggere, non ha una trama lineare né uno stile particolarmente amichevole nei confronti dellə lettorə (e nonostante questo la traduzione di oriana palusci scorre che è una meraviglia), e va benissimo così, ché di libri facili è pieno il mondo. scritto negli anni '70, la female man resta più che attuale anche oggi, è un romanzo potente, carico di una rabbia che dovremmo ritrovare ogni giorno.

comprare fumetti online e mandarli a casa giù è un ottimo modo per
avere più regali da aprire a natale

a proposito di donne e di femminismo, ho approfittato degli sconti di novembre per recuperare questi tre titoli di una delle mie autrici preferite di sempre, la meravigliosa silvia ziche.
penso di ricordarmi i suoi fumetti praticamente da sempre, di esserci cresciuta e di aver forgiato buona parte del significato di ironia e umorismo proprio grazie alle sue storie, prima su topolino e poi su tutti i libri che ha pubblicato in questi anni.
nuove prove tecniche di megalomania è una critica geniale non tanto ai social network in sé ma all'uso che ne facciamo. da leggere dopo aver rispolverato il precedente prove tecniche di megalomania per capire quanto disastroso sia il declino culturale e sociale a cui l'uso sconsiderato delle nuove tecnologie ci sta portando. e non chiedo scusa se sembro una vecchia babbiona che non sa stare al passo con i tempi, il punto non è questo. e non è nemmeno questo il luogo e il momento per fare una megafilippica su questi argomenti, per cui leggetevi i fumetti che spiegano tutto molto bene.
... e noi dove eravamo? e l'allegra vita della quota rosa sono, invece, due meravigliosi esempi di come si possano affrontare discorsi anche molto seri e politicamente impegnati in modo leggero e comprensibile a lettorə di qualunque età. nel primo, lucrezia incontra le sue antenate e ripercorre la storia delle conquiste femministe per arrivare a fare propria l'idea che non si può avere una solida visione del futuro né tantomeno la forza di continuare a lottare per tutto quello che sarà senza una consapevolezza del passato e delle lotte già portate avanti e delle vittorie ottenute.
e sempre lucrezia è la protagonista de l'allegra vita della quota rosa, un geniale compendio di storie velocissime e vignette taglienti che fanno a pezzi tutta la banale idiozia degli stereotipi di genere e del maschilismo imperante.
consigliatissimi a chiunque, soprattutto allə più giovani e a chi sta iniziando ora ad interessarsi di femminismo e questioni di genere.


per questo claccaday ho ricevuto tantissimi fumetti ma al momento (anche per questioni meramente logistiche) sono riuscita a leggere soltanto forget me not, la mia prima volta con un libro di loputyn (di cui ho sempre apprezzato l'eleganza dei disegni). è stato davvero una sorpresa, non mi sarei mai aspettata che mi piacesse così tanto!
la storia di veronica, strega che vive in una casetta tra le montagne in compagnia dell'asinello burro (che ha conquistato il mio cuore fin dal primo istante ) e di un paio di galline, potrebbe sembrare quasi una storia triste, di perdita e di rinuncia. e invece a me è sembrata una storia di liberazione e di riconquista, una storia che scavalca l'idea che l'unica felicità possibile è quella che si divide con un'altra persona (possibilmente del sesso opposto, meglio ancora se sotto il sacrosanto vincolo del matrimonio), che supera l'idea che non si possa guarire dalla sofferenza di un lutto, che ciò che ci fa felici oggi ci debba fare felici per sempre, che non ci siano più nuovi orizzonti da scoprire.
forget me not parla di traumi da affrontare e da risolvere e dell'amore che non è per forza la vita di coppia, è cura e condivisione, è amicizia e incontro.
pagina dopo pagina, questa storia mi ha commossa davvero e mi ha fatto riflettere su quanto immaginare la felicità in un solo e unico modo non faccia altro che impedirci di trovare la vera forma che la felicità ha per ciascunə di noi. e che abbiamo bisogno della cocciutaggine di un asinello per andare avanti e avanti fino a che non la incontriamo.


non so più inquadrare lindsey drager perché tanto mi era piaciuto l'archivio dei finali alternativi quanto mi ha deluso perdute le figlie. mi è sembrato quasi di leggere l'abbozzo di due storie diverse, o meglio di due versioni della stessa storia, come se l'autrice non fosse del tutto sicura di cosa raccontare e di come farlo. un'opera che gira su sé stessa senza trovare una direzione precisa, piena di immagini e significati forzati. ci sono sinceramente rimasta male perché ero sicura che mi sarebbe piaciuto un sacco, e invece. non so nemmeno come parlarne!


che emozione questo libretto, che malinconia leggere conversazione su tiresia e sentire risuonare in mente la voce di camilleri! un monologo scritto e interpretato a teatro dal maestro, e trasmesso in tv nel 2019 che all'epoca mi aveva emozionato tantissimo. sentire la voce di camilleri che racconta la storia di questo indovino cieco che per un capriccio degli dei aveva avuto corpo sia di uomo sia di donna, che aveva vissuto innumerevoli vite in epoche diverse, che era stato raccontato più e più volte come simbolo di saggezza o di menzogna, era un po' come sentirsi consegnare il suo personale testamento, l'amore per il teatro, per le storie e per chi quelle storie le abita e le rende indimenticabili.
quella di camilleri, più che un'interpretazione, sembra quasi un'incarnazione - entrambi ciechi, entrambi narratori, uno di futuri e uno di finzioni - una delle tante vite di tiresia in cui, finalmente, è lui stesso a parlare e a svelare la verità sulla sua vita.


e, ovviamente, ho visto l'ultima stagione di stranger things. fino al penultimo episodio mi è pure piaciuta, nonostante abbia difetti a palate (tra i quali, ricordiamo, un paio di attori platealmente filosionisti - motivo per cui si consigliava e si consiglia ancora di non guardarlo su netflix. piratə sì, amicə di chi massacra bambinə mai), ma il finale è stato veramente pessimo.
senza troppi spoiler: se fosse durato circa la metà, sarebbe stato pure accettabile, ma l'ultima ora poteva benissimo essere uno spin-off per dare il contentino allə fan, non il vero finale della serie. un po' come lost e poi game of thrones, questa serie aveva tantissime potenzialità che però sono state sprecate proprio alla fine. il problema è che fino a che si scriveranno storie per far contento il pubblico, sarà sempre una roba così. lə autorə dovrebbero avere qualcosa da dire a prescindere dalle eventuali critiche, a prescindere dalle logiche commerciali, non fare fanfiction con lə loro stessə personaggə. è questa la (mia) vera nostalgia dell'epoca pre-internet.
amen, aspettiamo la prossima serie evento sapendo che comunque alla fine ci lamenteremo.

ruffola ha molto apprezzato il regalo che ha portato babbo natale

alla fine di tutto questo, bisogna fare i conti con questo cambio di data. ad essere sincera, per me il capodanno vero è sempre quello tra agosto e settembre, è in quel momento lì che sento la fine di qualcosa e che mi sento davvero pronta a ricominciare. però ok, seguo il calendario.
in questi ultimi giorni, come voi, ho visto milioni di classifiche e best of e wrapped vari in ogni dove ma io non ne ho per niente voglia (e poi odio le classifiche in quanto tali, anche perché spesso è impossibile accostare due opere diversissime tra loro e provare a decidere qual è la migliore), ma vi lascio un elenco dei post - su claccalegge e sul blog audace - dove ho scritto delle cose più belle lette in questo anno appena concluso:
e quindi vi auguro, anzi ci auguro un 2026 pieno zeppo di bei libri e bei fumetti, di letture davvero stimolanti, emozionanti e intelligenti, di belle persone con cui parlarne. ma soprattutto, quello che mi auguro di tutto cuore è che il mondo rinsavisca, che questo spaventoso ritorno al potere del fascismo globale abbia un freno e una fine, che si riesca a porre fine al genocidio in palestina e a tornare a rispettare davvero il diritto internazionale.
continuiamo a parlarne, a scriverne, a tenere viva l'attenzione su quello che succede a gaza e nei territori palestinesi occupati, parliamo di tutto quello che non va e che possiamo cambiare, anche solo un minuscolo pezzettino alla volta (se volete fare qualcosa per la causa palestinese ma non sapete cosa, un'ottima idea è iniziare da qui).

bonus: foto-cartolina da vicino casa


venerdì 26 dicembre 2025

l'isolo

che poi le chiamano isole, ma sono solo montagne che provano a difendersi, mettendo un oceano tra noi e loro.


john donne diceva che nessun uomo è un'isola, maicol & mirco dice che l'isolo vive solo, circondato dal mare. proprio come tutti noi, che poi sono due modi di dire la stessa cosa, cioè che noi esseri umani (anche le donne, con buona pace di john) abbiamo un rapporto strano con la solitudine: la temiamo e la desideriamo e, più spesso di quanto non sappiamo, fatichiamo a riconoscerla e ne fraintendiamo il significato.

quella dell'isolo è un'ultima storia che valga la pena raccontare prima di dimenticare per sempre l'orribile esperimento umano di una terra ormai libera dal suo peggiore parassita, la storia di un uomo buono perché solo (una delle cose che più riconosco a maicol & mirco è la sua capacità di infilare interi trattati in pochissime parole).

un uomo solo su un'isola minuscola. chiunque abbia sfogliato la settimana enigmistica l'ha visto tante volte, è il personaggio di una barzelletta, una roba da nulla, che fa ridere un momento e poi si lascia dimenticare, seppellire tra gli altri miliardi di pensieri di un giorno qualunque. eppure, dice l'autore, se a quell'uomo solo sulla sua isola dedicassimo non una sola vignetta ma un libro intero, la sua storia sarebbe epica e tragica. proprio come questo libro qui.

l'isolo disprezza l'umanità - umanità intesa come tutto il resto degli esseri umani, certo, ma anche nel senso di natura umana, quella dellə altrə tanto quanto la sua - in modo così profondo da decidere di abbandonarla, confinandosi in un esilio volontario su un'isola che è poco più di uno scoglio. qui, all'ombra di una palma e in compagnia di una lucertolina la cui coda costituisce la sua unica fonte di sostentamento, isolo gode della vita come pura esistenza, contemplando il mare e le meraviglie che cela sotto la sua superficie - la televisione di dio - riparandosi all'ombra dell'unica palma, mangiando (coda di lucertola) e dormendo. per quanto, però, cerchi di allontanarsi dall'umanità e a rifuggirne la cultura, l'isolo non riesce a fare a meno di filosofare sulla sua vita e sui motivi che lo spingono a viverla. il suo stare al mondo non è esistenza inconsapevole né pura sopravvivenza, anzi, il suo rifiuto della cultura - dominante - umana ne è solo un'altra faccia.

l'isolo fugge dal mondo e non vuole essere umano ma è umano tanto quanto tuttə noi, che sogniamo di sparire per scoprire chi verrebbe a cercarci, che immaginiamo la nostra solitudine per indovinare il vuoto che lasceremmo nella vita dellə altrə, che non leggiamo le lettere che riceviamo per mantenerci il cuore integro. ma se pure l'isolamento sembra l'unica soluzione possibile, è quando questo inizia a incrinarsi che il nostro bisogno di relazioni - senza scomodare aristotele - si svela per quello che è, ovvero inevitabilmente parte del nostro essere. l'altro-da-noi non è solo rumore di sottofondo o, peggio, nemesi da sconfiggere o da cui fuggire: è essenza fondamentale del nostro stare al mondo, è - letteralmente o no - parte di noi, della nostra storia e del nostro futuro. e il mondo interiore dell'altro da noi è lo spazio dove risuona la poesia e la meraviglia, ed è il cambio di prospettiva che ci permette di scoprire ancora e ancora e ancora quello che pensavamo di conoscere.

è senza tutto questo che siamo solə, che sia su uno scoglio sperduto nel mare o nella più affollata delle piazze. è questa solitudine dell'anima, assoluta e irrimediabile, quest'odissea senza navi né terre a cui approdare, questo nόstos rovesciato e infine mancato, che trasforma una barzelletta nel più toccante dramma umano, narrato da chi non sa essere solo nemmeno nel nome.

venerdì 12 dicembre 2025

riti di passaggio ~ intervista a luisa teresa cremonese

come si raccontano trent'anni di vita, trent'anni di lavoro in giro per il mondo con la pretesa di alleviare le sofferenze degli altri? con quale bagaglio si torna a casa? si apre la valigia e ne escono momenti che insistono per essere raccontati, che vogliono trovare un loro posto nel presente. questo libro è il loro posto, il posto dove possono trovare pace e un equilibrio con giornate ora piene di piccole cose senza importanza.

ho conosciuto luisa cremonese qualche anno fa, durante un corso di scrittura creativa. mi piaceva un sacco il modo in cui scriveva e mi piaceva la naturalezza con cui parlava dei suoi viaggi e del suo lavoro, trent'anni passati a girare il mondo, nei contesti più assurdi, pericolosi e dolorosi del mondo, quelli di cui di solito si sente parlare al tg, non quelli in cui organizzeresti un viaggio per le vacanze.
un po' di tempo dopo, luisa mi chiede se mi va di fare dei disegni per dei racconti che ha scritto, alcune storie che fanno parte di quella gigantesca raccolta di esperienze vissute e persone incontrate che ha accumulato e custodito con cura per anni. penso di aver fatto i disegni migliori di sempre (per i miei standard) per questo libro, avevo già letto alcune di queste storie ed ero emozionatissima - lo sono ancora! - di poter far parte di una cosa così bella e importante.

qualche settimana fa luisa mi ha portato una copia - anzi, due, perché al momento il libro esiste anche in spagnolo e presto sarà disponibile in inglese - di riti di passaggio e, se possibile, mi sono emozionata ancora di più: questi racconti sono incredibili, dolorosi e pieni di speranza allo stesso tempo. sono storie di chi ha vissuto la guerra, la paura, la miseria e ogni possibile sofferenza sulla propria pelle ma che comunque ha continuato a vivere, a ridere e a piangere, a sperare, a immaginare un futuro. e sono le storie di chi ha fatto in modo che un futuro si potesse ancora immaginare.

mai come in questi ultimi anni abbiamo sentito parlare tanto di diritto umanitario e mai come in questi ultimi anni ho pensato all'importanza fondamentale che il lavoro dellə operatorə umanitarə ha in contesti di guerra. in riti di passaggio si vedono - si sentono, si annusano, si vivono - questi contesti, e si capisce chiaramente in cosa si traduce questo lavoro nei fatti, nella sconvolgente quotidianità di quelle parti di mondo che non riusciamo neppure a immaginare.

luisa restituisce storie e memorie, strappa persone e famiglie all'oblio di un mondo che considera una buona fetta della popolazione mondiale come sacrificabile e le loro storie come scarsamente interessante, e lo fa con una delicatezza e un rispetto straordinari. leggendo e rileggendo queste storie mi sono commossa più volte, mi sono stupita, mi sono costretta e pensare a cosa vuol dire guerra quando questa parola si appiccica alla vita di ogni giorno, striscia dentro le case, si insinua tra le famiglie. e ho perso tutte le parole che avrei potuto inventarmi per provare a dire cosa ho sentito.

ho invitato luisa a parlare di riti di passaggio qui sul blog, quindi vi lascio alle sue parole - sicuramente più sensate delle mie. buona lettura!

ciao luisa, grazie mille per aver accettato il mio invito e benvenuta su claccalegge!
prima di iniziare a parlare del tuo libro, riti di passaggio, ti andrebbe di presentarti allə lettorə del blog?

► Grazie a te, Claudia, per questa opportunità. Seguo con molto interesse il blog di Claccalegge ed è un onore per me poter presentare qui il mio libretto. Io ho lavorato per 30 anni all'estero con diverse missioni umanitarie delle Nazioni Unite, e sono rientrata definitivamente in Italia da circa un anno. Ho vissuto a lungo in America Latina, tra Messico, Colombia, centro America e sud America. ho passato vari anni nei Balcani, durante e subito dopo la guerra. Sono stata lunghi periodi in medio oriente, in Africa e nei paesi dell'Europa dell'est. Il mio lavoro si è svolto sempre in prima linea, in zone colpite da conflitti di alta e spesso bassa intensità, ma persistenti. Mi sono occupata, assieme ai miei colleghi e colleghe, di organizzare l'assistenza umanitaria a popolazioni sfollate. Questo significa aiutarli a sopravvivere costruendo rifugi, facilitando l'accesso a cibi e cure mediche, cercando di far funzionare scuole e attività educative anche in condizioni precarie. Ma si tratta anche di negoziare condizioni di vita dignitose, relazioni amichevoli con le popolazioni che si trovano nelle loro comunità gente nuova e molto spesso fragile e traumatizzata. Perché l'accoglienza funzioni c'è bisogno della solidarietà di chi accoglie, di chi non si gira dall'altra parte e decide di aiutare. La solidarietà è una condizione che va coltivata, protetta e rinforzata costantemente, non si può dare per scontata, soprattutto quando le persone sfollate vivono per periodi lunghi, spesso per anni, in zone, paesi, città dove spesso i servizi sono già scarsi per i residenti. E con questo sono già entrata nell'essenza del mio libro!
ecco, parliamo di questo libretto, piccolo ma straordinario: come e quando è nato il desiderio di scriverlo? e perché hai deciso di intitolarlo riti di passaggio?
► In vari momenti, durante tutti questi anni, ho preso appunti, mi sono segnata nomi e fatti di persone che ho incontrato e che mi sono rimaste impresse nella mente e nel cuore, che mi hanno marchiato e hanno inciso dentro di me una serie di cicatrici invisibili, che però sanguinano ancora.
Poi qualche anno fa questi appunti hanno cominciato a prendere forma, a diventare storie. Storie che premevano per essere raccontate. Scriverle è diventato per me una maniera di prendermi cura di loro, ma anche di me
I riti di passaggio sono proprio questo: da ferita a cura. Mi è capitato di promettere ad alcune persone, come la piccola Juana, che non mi sarei dimenticata di loro.
Per me è stato anche il passaggio da un mondo ad un altro: venire a casa mi ha portato a imparare a vivere qui di nuovo. Non lo sapevo più, non lo ricordavo più.
Ecco, posso dire di avere vissuto in questi mesi la sindrome del reduce.
riti di passaggio è una raccolta di nove racconti molto brevi ma molto intensi, alcuni di questi sono, diciamo, a lieto fine, altri sono molto cupi e dolorosi, mentre l'ultimo, come dicevi, è dedicato proprio al "ritornare a casa". come hai scelto, tra tutte le esperienze che hai vissuto, quali storie raccontare? e c'è una storia in particolare che ti porti nel cuore, che per te significa qualcosa più delle altre?
► Le storie erano molte di più, veramente molte. Ho tagliato quelle più violente, dolorose, non risolte. Non c'è bisogno di bruciare tra le fiamme dell'inferno per sapere che esiste. E non tutte le ferite si sono cicatrizzate.
Così ho deciso di condividere quelle con cui ho fatto pace.
Tutte mi sono care, ma forse quella che ho più in mente è la storia del carabiniere Zappalà. E ce l'ho in mente per una parte non scritta, per una storia parallela che è rimasta nella mia penna e che forse un giorno racconterò. Si tratta della storia di un bambino di due anni, Guillermo, che faceva parti di quel gruppo che accompagnavo. Era nato coi piedi all'indietro e non poteva camminare. Si trascinava per terra, con grande fatica. strisciava in mezzo al fango, sui sassi. La madre era incinta e aveva altri bambini piccoli e non riusciva a stargli molto dietro. Il padre, quando non lavorava, se ne prendeva cura con un amore commovente. Ecco, se lo avessimo lasciato andare così, avrebbe strisciato per tutta la vita. Allora con un collega abbiamo convinto la famiglia di lasciarcelo portare in città per sentire se era operabile.
Ci sono voluti sei mesi, ma alla fine Guillermo ha camminato. Non ti dico cosa ho sentito quando lo ho visto in piedi, con le scarpe ortopediche, che camminava con passo lento e pesante ma fermo e sicuro. Prima di partire con suo padre mi ha preso la mano e me la ha stretta forte. E mi ha guardato con quei suoi occhioni neri come la notte. Non lo dimenticherò mai
Per anni hanno sempre trovato il modo di mandarmi notizie, anche se vivevano in un posto molto isolato e io ero in viaggio per il mondo.
questa di guillermo è una storia bellissima e fa capire cos'è il lavoro di aiuto umanitario molto bene. ma prima di parlare di questo, volevo chiederti cosa vuol dire "fare pace" con una storia? e come ci si riesce?

► Bella domanda. A volte nel mio lavoro si ha la presunzione di poter risolvere i mali del mondo. Ci si crede invulnerabili all' orrore a cui si assiste ogni giorno. Invece sono i mali del mondo che finiscono per corromperci. Il dolore insensato, la violenza, la brutalità ti guastano. Il lato oscuro del lavoro umanitario si chiama Post Traumatic Stress Disorder, si chiama trauma vicario, si chiama dipendenza, qualsiasi tipo di dipendenza.
Allora, per me fare pace significa imparare a lasciare andare le persone con le loro storie, saper dire addio, sentire compassione ma non assumere il dolore altrui come proprio. Alla fine questa è una forma di rispetto.

tu hai scelto un lavoro meraviglioso, fondamentale e anche estremamente difficile, che ha definito moltissimo la storia della tua vita: quando hai deciso che saresti diventata un'operatrice umanitaria? e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
► Più che una decisione è stato un destino. Ho sempre saputo che avrei fatto QUESTO. Non sapevo con chi, dove e come, quello è venuto dopo
Per me le Nazioni Unite sono state, e spero lo saranno di nuovo, il punto più alto della civiltà umana: riconoscere i diritti di tutte le persone in quanto persone è la più grande rivoluzione mai avvenuta. Riconoscere un'istituzione che protegge questi diritti come scopo principale, che regola i rapporti tra le nazioni in nome di questi diritti è quanto di più avanzato l'umanità sia riuscita ad esprimere.
E adesso...
negli ultimi mesi, però, molte risoluzioni dell'onu - mi riferisco a quelle in merito al genocidio in corso a gaza - sono state bloccate dal diritto di veto degli stati uniti, un comportamento che di "umanitario" ha avuto veramente poco. come sono stati vissuti questi momenti da chi ha speso buona parte della sua vita tenendo fede a un'idea che più volte è stata tradita in questo modo?
► L'unica cosa da fare che mi viene in mente è quella di non perdere anche la memoria. Berthold Brecht faceva dire a Galileo Galilei, costretto ad abiurare le sue scoperte, che ci sono momenti in cui bisogna mettere la verità sotto il mantello. Dicendo questo affida tutti i suoi scritti al suo discepolo più fedele, perché il metta in salvo.
Viviamo in un'epoca infame, dobbiamo resistere.
penso che vorrei farmela tatuare quest'ultima frase. tornando a "riti di passaggio", c'è una cosa che mi ha incuriosita parecchio in questo libro, forse una cosa molto piccola in confronto ad altre vicende che racconti, e cioè la storia del cane mussolini. la sua padrona ha deciso di chiamarlo così perché è tutto nero, quasi fosse uno scherzo. quando l'ho letto per la prima volta, mi è sembrato quasi un sacrilegio usare quel nome con tanta leggerezza, poi mi sono accorta che il mio punto di vista è quello di una persona che crede nei valori dell'antifascismo e che sente "sua" la storia della resistenza al nazifascismo in italia, mentre per altre persone, invece, il nome di mussolini può dire molto meno… ti è mai capitato, in questi anni di lavoro in giro per il mondo, di affrontare una situazione che si scontrava completamente con il tuo sistema di pensiero, al punto da risultarti incomprensibile?
► È proprio come dici, le percezioni e il vissuto delle persone sono molto diversi a seconda di dove vai. Se ho imparato una cosa in questi anni è quella di non giudicare. Un poco alla volta ho cercato di spogliarmi di ogni rigidità e di non avere la pretesa di capire sempre. Il mio unico punto fermo è rimasto quello del rispetto verso le altre persone. Se qualcuno fa del male a qualcun altro, lì non c'è rispetto, lì abbiamo il dovere di intervenire.
nelle tue storie non ci sono mai riferimenti spazio-temporali precisi. ho pensato che fosse per "proteggere" le persone di cui parli, che sono state vittime di situazioni tragiche e terrificanti, ma che allo stesso tempo, non situare questi racconti in un contesto mostra come la sofferenza umana - e la forza di chi resiste - sia la stessa, in ogni tempo e in ogni luogo…
► In buona parte è così, effettivamente. La confidenzialità nel nostro lavoro è una componente vitale, non solo per le persone protagoniste delle storie, ma anche per chi ci lavora.
Sai una cosa che fa la differenza in questo libro? I disegni. I disegni sono quasi una fotografia di una parte di queste storie, sono così armonici e integrati con il testo che non potrei immaginare questo libro senza di loro.
ahah, mi fai arrossire! volevo dirtelo alla fine per non rubare spazio, ma ci tenevo a ringraziarti anche qui per avermi dato la possibilità di fare parte di questo libro così bello, è stato davvero emozionante vederli stampati! grazie davvero!
torniamo a te: so che per te la scrittura è qualcosa di fondamentale e sempre presente, lo dici anche nel libro quando racconti il tuo ritorno a casa. hai dei nuovi progetti in mente?
► Certo, ho appena completato un libro assieme a un artista spagnolo. Io ho scritto la critica alle sue opere. Te lo mando, dacci una occhiata, ne sono molto orgogliosa!
L'artista ha la sindrome di Down e per questo non è stato preso molto sul serio nel suo percorso
E comunque continuerò a scrivere. In queste settimane voglio completare una serie di racconti lunghi, tutti centrati sulla frontiera, intesa come spazio fisico ma anche mentale. Poi ho il progetto di un romanzo a cui spero di lavorare nel 2026.
non vedo l'ora di leggerli!
ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato e per avermi dato uno spazio così importante in riti di passaggio, continuerò a consigliarlo a tuttə! in bocca al lupo per i tuoi prossimi lavori e a prestissimo!
► Grazie a te, è stato veramente un piacere.


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lunedì 8 dicembre 2025

il segreto delle caramelle al pompelmo

come potrei essere arrabbiata con chikako e mayumi perché mi nascondono qualcosa? ci sono cose che neanch'io sono mai riuscita a dire.

sicuramente, avete visto almeno una volta i konpeitō, le tipiche caramelline giapponesi coloratissime con quella strana forma bitorzoluta che ricorda un po' delle stelline. per intenderci, sono quelle che fanno impazzire i nerini del buio de la città incantata.

i nerini del buio alle prese con una pioggia di konpeito


in realtà, come suggerisce il nome, questo tipo di caramelle non sono originarie del giappone, ma arrivano nel paese del sol levante tra il XV e il XVI secolo dal portogallo (dove si chiamano confeito) insieme ai missionari.
per preparare i konpeitō ci vogliono dai sette ai dieci giorni: l'acqua zuccherata - ed eventualmente aromatizzata - viene lavorata dentro la dora, una vasca roteante, ed è il processo stesso di cottura a creare le protuberanze che caratterizzano queste caramelle.

perché parlare dei konpeitō? perché il segreto delle caramelle al pompelmo gira proprio intorno a una pasticceria, la itō kompeitō - che ha fatto della produzione di questi zuccherini la sua specialità - e intorno alla famiglia che la gestisce, la cui storia ha un sapore a metà tra il dolce e l'aspro, proprio come una caramella al pompelmo.

siamo nel giappone di oggi, in un piccolo villaggio affacciato sul mare. è estate, c'è una luce calda e felice che avvolge ogni cosa, che fa brillare il mare e accende il verde degli alberi, ma l'atmosfera di itō kompeitō è molto meno dolce e allegra di quanto ci si aspetterebbe.

da quasi un anno, infatti, l'appartamento sopra al negozio di caramelle è abitato soltanto dalla vecchia chikako, oltre che da shiro, il gatto bianco di famiglia. l'estate precedente l'unica figlia di mayumi è andata via da casa senza dire nulla, poco dopo la morte di yasuo, suo padre, lasciando sua mamma a chiedersi il perché di questo allontanamento inspiegabile, per di più in un momento così delicato.


a distanza di un anno, però, la vita di chikako si anima inaspettatamente: la nipote suzu, che aveva vissuto per parecchio tempo nella loro casa da ragazzina, è tornata insieme ai due figli, con un matrimonio distrutto alle spalle e tanti brutti ricordi da cancellare, e poco dopo anche mayumi si ripresenta senza alcun preavviso...

la storia dell'ultimo anno di questa famiglia viene presentata attraverso le diverse prospettive dellə personaggə, in un continuo svelarsi di segreti, paure, speranze e delusioni. il segreto delle caramelle al pompelmo mette in scena i piccoli e grandi drammi comuni a così tante persone, e l'esperienza, così facile da vivere, del non riuscire a raccontarsi completamente neppure alle persone che più amiamo per colpa di quella stupida idea che mentire è meglio che ferire le persone a cui vogliamo bene condividendo con loro un pezzettino del nostro dolore.
l'unico testimone, il più silenzioso e riservato possibile, è proprio shiro, il gatto bianco, sempre presente nei momenti più difficili, quasi fosse una sorta di spirito guardiano... o, come immagina il piccolo rin, un supereroe che difende la sua famiglia.

camille monceaux tratta temi piuttosto importanti e "pesanti" con estrema delicatezza e senza sensazionalismi, che spaziano dalla violenza domestica all'autolesionismo, dall'accettazione della propria sessualità e dei propri sentimenti al lutto, mentre i disegni di virginie blancher - che, devo ammettere, inizialmente mi avevano un po' respinta ma a cui mi sono abituata durante la lettura, fino al punto da non riuscire a immaginare un altro stile così tanto adatto a questo tipo di storia - alleggeriscono i toni, regalando a una storia drammatica e "adulta" un'atmosfera più leggera, che anticipa il lieto fine che - fidatevi - a un certo punto arriva.

il segreto delle caramelle al pompelmo è una lettura-coccola, ma anche un interessante commistione di oriente e occidente: le atmosfere sono quelle che abbiamo imparato a conoscere dai manga e dagli anime, eppure i toni della narrazione e lo stile dei disegni lo avvicinano moltissimo a quelle opere più tipicamente europee, capaci di parlare a target di pubblico forse più ampi di quelli delle riviste nipponiche.

mercoledì 3 dicembre 2025

le indegne

qualcuno grida nel buio. spero che sia lourdes.
le ho messo degli scarafaggi nel cuscino e poi ho cucito la federa di modo che stentino a uscire, che le zampettino sotto la testa oppure sopra la faccia (magari le si infilassero nelle orecchie per deporre le uova nei suoi timpani e sentisse le larve ferirle il cervello). ho lasciato delle piccole aperture perché possano sgusciare fuori lentamente, con fatica, come fanno quando li prendo (li catturo) tra le mani. certi mordono. hanno scheletri flessibili, si appiattiscono per passare attraverso fessure minuscole, sopravvivono senza testa per diversi giorni, resistono a lungo sott'acqua, sono affascinanti. mi piace stuzzicarli. taglio loro le antenne. le zampe. li infilzo con degli aghi. li schiaccio con un bicchiere di vetro per osservare attentamente quella struttura primitiva e brutale.
li bollo.
li brucio.
li uccido.


una donna scrive.
lo fa di nascosto, su fogli rubati, con inchiostro arrangiato. dopo piegherà per bene quelle pagine e se le legherà addosso, così che nessunə possa trovarle, perché scrivere è proibito e se la scoprissero la sua punizione sarebbe esemplare.
scrive parole cattive perché sono le uniche che possono descrivere un mondo cattivo come il suo.
all'interno della sacra sorellanza, lei è un'indegna, proprio come lo è lourdes, a cui ha promesso un disgustoso risveglio notturno.
scrive di speranze e di memorie, scrive della vita quotidiana della sorellanza.

quello che sappiamo di questa organizzazione e di tutto quello che accade tra le mura che la ospita - mura appartenute a un vecchio convento di monaci di cui non si sa più nulla, forse uccisi dalle malattie, forse assassinati - arriva proprio da questa sorta di diario, se diario si può chiamare lo scritto di una donna a cui è stato proibito tener conto del trascorrere del tempo. un diario senza date, un lungo flusso di coscienza che diventa testimonianza e insieme strumento della presa di consapevolezza della sua autrice.
senza fede, non c'è salvezza.
qui, le giornate trascorrono come una serie di sogni perversi e allucinati, fatti di pentimento, punizioni corporali, umiliazioni, paura e speranza miserabili. per l'anonima protagonista, il sogno più grande è di elevarsi dal ruolo di indegna e diventare un'illuminata per poter passare oltre quel portone sempre chiuso, lì dove solo chi è davvero pura può accedere.

la sorellanza è organizzata in una rigida gerarchia: al gradino più basso, le serve, i cui corpi sfregiati e malati impediscono di elevarsi a qualcosa di più. a loro spettano i compiti più umili e gravosi, e vengono guardate con sprezzante senso di superiorità dalle indegne, appena un gradino sopra, che possono però sperare di diventare elette o illuminate.
le elette - sante minori, diafane di spirito e auree piene - sono creature mutilate: accecate, con i timpani sfondati o con la lingua strappata, sono intermediarie tra i due mondi - terreno e spirituale - che si congiungono nella nuova, dolorosa forma dei loro corpi deturpati.
la loro è la dimensione della sofferenza e dell'obbedienza, che sono la loro missione: espiare, sacrificarsi giorno per giorno, offrire in dono il proprio dolore così da impedire altre catastrofi.
infine, ci sono le illuminate, con i loro corpi integri e perfetti, espressione di uno spirito puro che si è elevato, pur nel mondo materiale, fino al divino. vivono separate e nascoste dietro un enorme portone pesante, in un luogo altro e inaccessibile della casa. l'unica cosa che riesce a varcare la soglia è il loro canto.
sopra a tutte loro dominano due figure: la sorella superiora e ancora più in alto lui, l'unico uomo della casa della sorellanza, una figura distante, fredda e crudele.
l'uccello è morto guardando il cielo tra le foglie degli alberi. oppure guardando le stelle. è morto circondato di bellezza.
fuori dalla casa della sacra sorellanza, il mondo cade sotto i colpi di una crisi totale: il clima è al collasso e la società è completamente distrutta. privata di ogni possibile struttura, si è ridotta a un ammasso di persone che cercano di sopravvivere tra fame, caos e malattie.
chi dal mondo esterno arriva fino alle mura della sacra sorellanza può affrontare due destini: la morte immediata, se uomo, o una possibile consacrazione come indegna o come serva, se donna.
nello spazio intermedio, liminale, tra la casa e il resto del mondo, agustina bazterrica sceglie di collocare un bosco, il luogo per antonomasia di transizione e trasformazione, il luogo in cui passato, presente e futuro, causa ed effetto si ricollegano, i fatti diventano narrazione e ogni storia inizia davvero.

ne le indegne il bosco è molto più degli alberi che lo popolano, della luce che attraversa le loro foglie, della terra e dei pochi animali che ancora vi sopravvivono. dal momento in cui la narratrice-protagonista si ritrova a scriverne, il bosco si declina in qualcosa di più che uno spazio fisico.
le esperienze nel bosco - e la scrittura successiva di quelle esperienze - mettono in moto un concatenarsi di emozioni e ricordi che rivelano la storia di questa anonima cronista precedente al suo arrivo nella sacra sorellanza.
il bosco, da sepolcro degli affetti più cari, si trasforma in grembo di una ritrovata memoria e consapevolezza.

a catalizzare questo processo di metaforica morte-e-rinascita è lucía, una ragazza appena arrivata, attraverso il bosco, alla casa della sacra sorellanza.
lucía è, al contrario di chiunque altra, miracolosamente - e inspiegabilmente - incontaminata dalla crudeltà del reale che domina fuori e dentro le mura della sorellanza. tra le indegne, la sua umanità la fa apparire quasi come una creatura ultraterrena, una sorta di folle santa, o di strega, pronta a immolarsi rifiutandosi di partecipare a quel gioco mortale del tutte contro tutte che anima la casa della sorellanza.
il sudiciume che hanno assorbito dalla terra malata ha lasciato sul loro corpo stigmi permanenti, per ricordarci che la corruzione incombe su di noi e che le illuminate sono le uniche capaci di domarla. il sudiciume che si annida nella pelle delle serve, nelle loro cellule, è la rabbia del mare, la furia dell'aria, la violenza delle montagne, l'indignazione degli alberi, la tristezza del mondo.
vorrei poter analizzare pezzettino per pezzettino tutto il romanzo - che è, secondo me, incredibilmente bello e pregnante, anche più di cadavere squisito (che, chi mi conosce lo sa!, amo moltissimo) - ma non voglio spoilerare troppo la trama.
leggere questo libro è un po' come percorrere un percorso interiore di scoperta e riscoperta insieme alla protagonista, attraverso le parole, il pensiero e la scrittura. il suo diario è, da una parte, testimonianza di un'umanità post-storica, al capolinea di quel lungo processo di "progresso e sviluppo" che non ha tenuto conto dei suoi stessi effetti collaterali; dall'altra è, come dicevo, uno strumento di auto-analisi che permette alla donna che lo scrive di navigare all'interno del suo passato, di riscoprire i suoi traumi, di affrontarli e, così, superarli, riacquistando consapevolezza di sé e, di conseguenza, del sistema perverso della sorellanza.

le donne qui rinchiuse - serve, indegne, elette e illuminate che siano - sono succubi del topos (letterario e non) del fuori dalle mura è pericoloso, non si può uscire.
nel momento in cui questa negazione viene accettata totalmente da chi la subisce e, quindi, naturalizzata come unico modus vivendi possibile, chiunque la impone ottiene di poter imporre qualsiasi corollario a essa: non si esce dalle mura perché fuori è il male, e poiché vi è il male, bisogna espiare e purificarsi (nei modi raccomandati dalla legge o da dio o da qualsiasi padrone si sia accettato in quanto tale), così che il male non possa entrare.
così nasce una fede, una credenza totale e assoluta pur non supportata da alcun tipo di evidenza o di esperienza diretta della sua veridicità, così la sorella superiora e lui piegano menti già compromesse da ogni tipo di trauma, così di spezzano corpi già feriti e violati.

per spiegare la sua teoria sul funzionamento del potere (dello stato) foucault utilizza l'immagine del panopticon, la prigione progettata da jeremy bentham alla fine del '700: un unico guardiano, posto in cima a una torre, ha modo di osservare tutti i prigionieri - le cui celle sono disposte più in basso, in cerchio attorno alla torre - senza che questi sappiano con certezza se sono controllati oppure no. è questo controllo potenziale che instilla in loro la necessità di autocontrollarsi.
allo stesso modo, secondo foucault, il potere mantiene il controllo con pochi mezzi e poche energie semplicemente per il fatto di essere, almeno in potenza, pronto a punire o a premiare.
così, nella casa della sacra sorellanza, le consorelle - serve, indegne o elette che siano - vivono nel perpetuo controllo agito, se non dalla sorella superiora, da una qualche entità spirituale superiore: nessuna delle loro azioni sfugge al controllo, l'espiazione deve essere costante perché costantemente esposta a giudizio. e ogni fallimento altrui diventa uno scalino verso la propria elevazione.
nella casa della sacra sorellanza non ci sono rondini. non distinguiamo le stagioni, in una settimana possiamo viverle tutte e quattro fuse insieme, le une si compenetrano con le altre, si distruggono, il freddo dell'inverno congela una giornata primaverile, il caldo scioglie la pace autunnale, e tutte sono avvolte da un silenzio pungente che dilaga a un ritmo sempre più incalzante. il silenzio degli uccelli che ormai non cantano quasi più.
se nel primo romanzo arrivato in italia, cadavere squisito, la metafora cannibalismo/capitalismo era immediata e sconcertante, qui bazterrica costruisce il suo mondo distopico in modo più sottile, andando avanti e indietro nel tempo e nei ricordi e affidandosi a una sola voce (muta, senza filtri, senza paure che le impediscano di dire).
l'aspetto forse più incredibile di questo romanzo è proprio il modo in cui, man mano la protagonista-narratrice va avanti, cambia il suo modo di scrivere e quindi di pensare, di guardare a quello che la circonda, alle altre e a sé stessa.
la presa di coscienza c'è ed è pienamente visibile per noi che leggiamo, ma forse non lo è altrettanto per lei che scrive. e la traduzione di francesca signorello è riuscita a rendere perfettamente questo cambio di registro.

le indegne è un romanzo piccolino e si fa leggere in poche ore, ma spalanca voragini di riflessioni sul nostro mondo e sui collegamenti tra le tante crisi che stiamo affrontando: quella ecologica, quella sociale, quella economica. guerre, inquinamento, genocidi, distruzione dei diritti umani, misoginia e odio del diverso, chiunque egli sia, tutto partecipa al collasso prossimo, tutto minaccia un'umanità sconfitta da sé stessa, violata, impaurita da un mondo che se la gratta via di dosso.
e, in un futuro così, perdere sé stessə e riconoscersi come prede, non è poi così facile come credere a una nuova fede, a una nuova speranza addestrata con l'inganno e la sofferenza.