martedì 31 luglio 2018

night bus

mi trovavo in un luogo sconosciuto, e da lì cominciò un viaggio inaspettato.

una ragazza sta tornando a casa su un treno affollato, è già buio fuori e lei approfitta del viaggio per ritornare con la mente ai ricordi del suo passato, fino a quando, intrappolata nella calca, viene costretta a scendere dal treno e non riesce a risalire.
sembrerebbe la fine del viaggio, invece è proprio adesso che comincia, a bordo dell'autobus notturno, il night bus del titolo.
la ragazza in realtà è abbastanza vicina a casa, non dovrebbe volerci molto ad arrivare, ma dal momento in cui decide di salire sul quell'autobus tempo e spazio iniziano a dilatarsi, come un organismo che respira e a ogni soffio la realtà, il ricordo, il sogno, i racconti, l'immaginazione si mischiano sempre di più, come i colori che creano una fantasia marmorizzata e che vengono miscelati sempre più finemente fino a che diventa impossibile seguire i segni da un capo all'altro senza che l'occhio si perda nella trama.

così, nella notte, l'autobus viaggia per luoghi che sembrano familiari eppure hanno qualcosa di differente, in cui il tempo si dilata in un lunghissimo attimo presente, tra case in cui abitano uomini pesce, racconti d'avventure infantili, insetti che possono cambiare il destino di un intero paese, ragazzi gatto che sanno compiere quasi delle magie, esseri vestiti di bianco, apparizioni di ufo e animali leggendari e tutto questo, come in sogno, viene vissuto con uno stupore leggero, che non si pone interrogativi e che si limita a guardare incantato, proprio come si scruta la strada dal finestrino di un autobus, sovrappensiero. non c'è alcuna consapevolezza della condizione onirica che la protagonista vive, nulla la turba nonostante le mille stranezze - a volte anche inquietanti - a cui assiste e probabilmente è questa imperturbabilità che all'inizio della seconda metà del volume lascia il lettore confuso e stordito, costretto a rallentare il ritmo della lettura, a tornare indietro, soffermarsi sui particolari, cercare di ricostruire un senso in quello che sta leggendo.


è nella parte conclusiva del racconto che zuo ma mette in ordine tutti i tasselli e ricompone una realtà che ci aveva mostrato riflessa in uno specchio deformante, chiudendo il racconto in modo agrodolce, malinconico e inaspettato, con una serie di inquadrature che ci fanno balenare in mente tutte le risposte alle domande che ci eravamo posti accompagnando la ragazza dell'autobus notturno nel suo strano viaggio, aprendo solo alla fine lo scrigno e lasciandoci scoprire l'entità di questo piccolo tesoro.
probabilmente, dei tre titoli della collana dedicata al fumetto cinese di bao (dopo i racconti dei vicoletti e reverie) questo è il libro meno accattivante dal punto di vista dei disegni, sicuramente più sporchi e meno immediatamente apprezzabili a una rapida occhiata in libreria, ma non lasciatevi condizionare, dategli una possibilità e lasciatevi sorprendere dal viaggio.

venerdì 27 luglio 2018

cometa

siamo già nella merda, disse rødh. ogni singolo essere umano su questo pianeta affoga nella merda. alcuni però hanno i mezzi per tirarsene fuori.

oggesù ma cosa cazzo sto leggendo? è stata la frase che più mi sono ripetuta durante la lettura di cometa di gregorio magini. a cambiare era il tono, a volte sconcertato, a volte divertito, sempre comunque sorpreso. perché cometa è un libro che non ricorda nessun altra storia che hai letto prima, che non ti lascia indovinare niente e ti tiene costantemente in uno stato come di allucinazione.
comincia dall'inizio, con quello che è il più banale degli incipit: l'infanzia di uno dei due protagonisti.
tutto normale, no? no.
le prime righe:
i miei genitori scopavano sempre e mi piaceva guardarli. il mio primo ricordo è mamma in ginocchio che sussulta sotto i colpi di bacino di papà. mi godevo lo spettacolo e mi succhiavo le gengive.
capite cosa intendo?

non è per niente facile parlare di questo romanzo: è più forte la negazione della struttura narrativa (eroe che compie un viaggio, supera delle prove, cambia, cresce, raggiunge il suo obiettivo) o quella di quel tipo di umanità che ci piace raccontarci?
in quarta di copertina si legge l'odissea senza approdo di una stirpe di eletti a niente e forse non c'è frase migliore per dire cos'è cometa.

i ricordi familiari di raffaele si limitano a poche cose oltre le orge dei suoi genitori e la misoginia - e i soldi - del nonno. tutto il suo universo sembra una spirale che parte da un punto centrale, che è il sesso, si allarga, si espande, ma rimane sempre a gravitare attorno all'unico chiodo fisso.
raffaele vive in funzione di quella cosa che chiama amore ma che ha veramente poco a che vedere con il romanticismo e basa tutto il resto - poco - su tre comandamenti: non lavorare, non aspettare, non invecchiare. il suo modo di essere si dipana tutto nel presente, senza rimpianti per il passato né ansie per il futuro, l'impegno è bandito, i progetti a lungo termine pure.
quando decide di darsi all'arte performativa - spettacolo quantomeno sconcertante - conosce fabio.
fino a questo punto le loro vite hanno camminato su binari all'apparenza paralleli che in realtà lentamente convergevano verso quell'incontro: fabio è un bambino affascinato dalla tecnologia, dai computer, dai videogiochi, cresciuto all'ombra della mancanza del padre e degli scarsi rapporti sociali, anche lui incapace di intendere l'amore, problema che risolve tenendosene ben lontano - a differenza di raffaele.
fabio è probabilmente un genio o uno psicopatico o entrambi, un nerd appassionato dai social network, ma nella sua vita senza un vero e proprio programma è l'aspetto geniale quello che ci rimette di più: ha poche relazioni, deleterie, pericolose o inconcludenti.

sono soli raffaele e fabio, soli nonostante la moltitudine di personaggi altrettanto strani e contorti che li accompagnano. sono incapaci, quasi in senso opposto, di allacciare relazioni durature, e anche il loro rapporto - che è troppo definire amicizia, è più una conoscenza dettata dal caso e dall'abitudine poi - vola un pelo sopra la superficie delle cose.
entrambi non hanno nessuna capacità di entrare in empatia con la gente o voglia di fare qualcosa delle loro vite che non sia il semplice tirare avanti da una storia all'altra, da un codice di programmazione all'altro.

persone detestabili che nessuno vorrebbe mai conoscere nella propria vita eppure personaggi impossibili da giudicare negativamente. non si può dare a nessuno dei due la colpa delle loro vite sgangherate, sono in fondo vittime di una società sentimentalmente alienata e alienante, eppure non si possono neppure assolvere perché in questa società amorale, fredda e devota al consumo non solo dei prodotti quanto delle persone, ci sguazzano come paperelle in un lago fresco in un giorno di maggio.
sono l'amaro prodotto e l'inconsapevole causa partecipante a un vivere privo di scopo, argonauti che viaggiano in tondo senza neppure un vello da recuperare per conto di qualcun'altro, non-eroi il cui percorso confuso non porta a nessuna crescita, a nessuna realizzazione, degli ulisse privi di un'atena che gli mostri la via e il senso del loro vagabondare, nonostante per tutto il tempo non facciano altro che lasciare qualcosa, un segno, una creazione, quasi a testimoniare - e a giustificare - la loro stessa esistenza.

cometa però non è un libro di denuncia, non sale su un pulpito col dito puntato sul mondo caotico e strafottente che macella i suoi figli senza neppure guardargli in faccia. cometa racconta di questa società semplicemente prendendo atto che insomma, le cose vanno così. e che, in fondo, c'è anche una certa poetica - decadente, certo - bellezza in tutto questo.
e se non è facile leggere un libro del genere, se ogni tanto bisogna fare una pausa per prendere fiato e ritornare a quell'idea di grandezza dell'animo umano (sopratutto quello che un certo tipo di educazione e cultura ci ha istillato dai tempi della scuola), è ancora meno facile staccarsi dalle avventure di fabio e raffaele e sopratutto chiudere occhi e orecchie alla scrittura di magini, fluida, poetica, sorprendente, capace di cambiare registro e di rapire il lettore all'interno delle pagine.

non mi aspettavo nulla del genere da questo libro eppure sapevo, dopo averne letto in giro, che mi sarebbe piaciuto tantissimo: se mi scolassi qualche bicchierino di vodka, direi che è il romanzo generazionale dei trentenni/quarantenni di oggi, un po' come jack frusciante lo è stato dei quindicenni che eravamo. il fatto che l'ho scritto da sobria però un po' mi preoccupa: siamo davvero diventati - dai ragazzini che correvano in bici a rotta di collo per incontrare il nostro primo grande amore e stare insieme appiccicare stelline fluorescenti sui soffitti - questo?

mercoledì 25 luglio 2018

orlando curioso e il mistero dei calzini spaiati

da quando si è trasferito a vivere qui, l'isola è diventata un posto pieno di sorprese...
... sopratutto per chi ci abita da sempre!
come resistere al fascino delle storie di orlando?
ma crederci? be'... crederci è tutta un'altra faccenda.

è tornato orlando curioso e io sono felice come una bambina davanti al banchetto dello zucchero filato!
teresa radice e stefano turconi ci riportano sulla bellissima isola del monte sbuffone, tra le sue viuzze, le case, le botteghe, tra il profumo dei campi di lavanda e quello che sale dalle finestre delle cucine, tra i pescatori, i gatti innamorati (e mangioni), i bambini che giocano e le anziane signore che intrecciano ceste davanti alla porta di casa.
l'isola di orlando è sempre un idillio, una sorta di paradiso dove persino le stagioni cercano di imitare la più bella di loro, dove l'inverno non è mai troppo pungente e l'estate non esagera col caldo, e adesso che è primavera, tra il profumo dei fiori, l'aria frizzante e la scuola che sta per finire, tutti sono ancora più di buon umore del solito.


eppure presto qualcosa comincia a non andare per il verso giusto.
orlando si rende conto che ogni mattina, appena sveglio, tra i vestiti che aveva preparato la sera prima per andare a scuola, manca uno dei suoi calzini, e piano piano, mattina dopo mattina, sparizione dopo sparizione, non ha più nel cassetto due calzini uguali, così è costretto ad andare in giro con i calzini spaiati.
inizialmente le sue gambette così colorate fanno ridere i suoi compagni almeno tanto quanto le sue bislacche idee su chi possa essere il misterioso ladro di calzini, ma presto i furti si allargano in tutto il paese: grandi e piccoli si ritrovano tutti costretti ad arrangiarsi con calzini di colore diverso e tutti iniziano a dubitare: il ladro potrebbe essere chiunque, quella che credevamo la nostra migliore amica, o il vicino di casa o, perché no?, lo stesso orlando.

saranno anche solo dei calzini, ma basta poco per turbare l'atmosfera di pace dell'isola e orlando, che tanto ama l'atmosfera festosa e cordiale ormai perduta, è deciso a scoprire il mistero che si cela dietro la scomparsa di tutti questi calzini, piazzando la più gustosa delle esche e seguendo poi il ladro nel buio della notte... e scoprendo la più incredibile delle storie e il più improbabile dei furfanti!


come sempre il duo radice&turconi incanta, affascina, incuriosisce e diverte. le storie di orlando sono dedicate a un pubblico di bambini, certo, ma sfido chiunque a non lasciarsi appassionare alle sue avventure e a non perdersi nelle pagine piene di dettagli e di vita, a non seguire il gatto bianco e nero scorrazzare tra una vignetta e l'altra o a non sorridere davanti ai piccioni innamorati sui tetti o a quelle piccole scenette quotidiane cariche di buonumore e affetto fatte di sguardi, abbracci, corse tra i vicoletti e sorrisi.

l'isola di orlando è difficile da lasciare terminata la lettura, ma un po' della sua luce dorata e del suo profumo di mare rimangono a farci compagnia in attesa del prossimo viaggio.
e speriamo di poterci tornare prestissimo!

lunedì 23 luglio 2018

commenti randomici a letture randomiche (57)

rieccomi con un altro post svuota-lista-roba-di-cui-devo-scrivere, ché ho sempre un sacco di cose bellissime di cui voglio parlarvi e pochissimo tempo per farlo, e oggi comincio con un libretto piccolo, velocissimo da leggere ma in cui è bello perdersi pagina per pagina: noi di fabio magnasciutti (autore di nomi cosi animali) è una poesia illustrata, la storia di due entità - due macchie di colore fatte con le dita, in cui è facile riconoscere le impronte digitali - che si conoscono, si incontrano, cambiano forma, diventano foglie o uccelli o insetti o nuvole, si perdono tra gli altri e di nuovo si ritrovano.
noi è un libro che si legge pensando a qualcuno, un amore qualsiasi, magari perduto o non ancora trovato, l'amore romantico o quello per un figlio o un fratello o un amico: l'essenzialità delle forme è l'espressione perfetta per definire l'assoluto di questo sentimento, dei legami che non conoscono regole e confini precisi, che sanno declinarsi in tanti modi ma che formano sempre un noi, un plurale tenuto insieme da mille emozioni diverse.
non è facile parlare di poesia, è più facile sentirla, quindi perdonatemi se non so dirvi quanto sia commovente questo libro, ma non perdetevelo per nessuna ragione.

cambiando completamente genere, ho finalmente letto il sesto volume di ms. marvel che in qualche modo si ricollega ad altre storie che - non seguendo altre serie - non conosco, ma che comunque non influiscono più di tanto sulle vicende di questo numero, che si lascia tranquillamente seguire anche da chi, come me, non è per nulla esperto dell'universo marvel.
la vita di kamala khan e di ms. marvel sono sempre più strettamente legate, e la cosa spesso crea problemi in entrambe le direzioni, sopratutto quando di mezzo ci finiscono i suoi amici.
in questo episodio, a parte i disastri combinati in un concorso tra cervelloni per accedere a una borsa di studio (e tutte le implicazioni etiche relative al sistema universitario che mette i ragazzi in competizione, anziché spingerli a collaborare per ottenere risultati ancora più importanti), tutti i nuovi guai di kamala nascono da un progetto ideato dalla sua eroina capitan marvel: sfruttando le capacità di ulysses - un inumano in grado di fare complicatissimi calcoli sulla probabilità che un determinato evento accada, qualcosa molto simile alla preveggenza - è possibile prevenire un crimine e fermare il colpevole prima che ci siano delle vittime.
idea geniale e sicuramente progettata con le migliori intenzioni ma... come si può definire criminale qualcuno che non ha ancora commesso un crimine? e quanto è legale detenere un individuo che è, a norma di legge, innocente?
ovviamente tutto questo porterà a un'enorme tensione tra capitan marvel e ms. marvel oltre che a lamentele nella popolazione di new jersey, la città scelta per sperimentare questa nuova tecnica, fino al momento in cui un tremendo incidente non cambierà definitivamente la vita di kamala...
non spoilero nulla ma continuo a ripetere, numero dopo numero, che questa serie è assolutamente imperdibile!

in questi giorni poi, è uscito il quinto volume di giant days, così ne ho approfittato per recuperare anche il quarto, mettermi in pari, e godermi una razione doppia di situazioni tragicomiche tratte dalla stratosferica vita universitaria di daisy, susan e esther, che ormai stanno per finire il loro primo anno di università e si trovano nella sgradevolissima condizione di dover trovare una casa vera e abbandonare alle future matricole il dormitorio.
insomma, già cercare una casa che corrisponda a tutti i requisiti non è affatto facile, ma farlo quando - come nel caso di esther - ti ritrovi per la prima volta senza la paghetta dei tuoi... beh, è davvero un problema, e il peggio è che è facilissimo passare da "sono in cerca di un lavoretto che mi permetta di affrontare le spese della mia nuova, grandiosa vita da adulta" a "criminale".
per non parlare dei mobili ikea.
anche le vicende sentimentali sono sempre più tragiche: il baffuto
ex di susan ha trovato una nuova ragazza praticamente perfetta, cosa che non aiuta per niente susan a riprendersi dalla separazione, daisy potrebbe ritrovarsi in mano a una stramboide teutonica piuttosto intraprendente mentre esther continua a far innamorare di sé tutti gli idioti col faccino carino che incontra senza cavarne di più che qualche delusione.
persino ed gemmell, nonostante la sua adorabile tontaggine, pare aver fatto colpo (e io sono davvero curiosa di vedere come reagirà esther a tutto questo visto che li shippo da praticamente sempre).
insomma, sta per iniziare il secondo anno e le nostre si ritrovano in un turbine di nerdismo incomprensibile, festival musicali quasi letali, rivalità e odi non troppo celati, amori tossici, lezioni frustranti e sopratutto la gigantesca confusione che inevitabilmente comporta lo stare a metà tra i casini dell'adolescenza e quelli ancora più stressanti dell'età adulta.
giant days per me si rivela sempre di più una sit-com cartacea assolutamente imperdibile, quindi ogni giorno prego il dio netflix di pensarci bene e tirarne fuori una serie tv tardoadolescenziale e un po' nerd che possa diventare un nuovo cult assoluto.

se invece decidessero di fare una serie tv tratta da paper girls, beh, mi sa che dovrebbero aumentare il budget di parecchio: questa serie diventa sempre più visionaria e spettacolare (e sempre più intricata).
i viaggi nel tempo continuano e questa volta tiffany, erin, mac e kj si ritrovano nel 2000.
roba già vista penserete. e invece no. certo, i robottoni e tizi strani che parlano una lingua incomprensibile qualche dubbio dovrebbero avervelo instillato già da un po', ma la linea temporale in paper girls è diversa dalla nostra, decisamente più catastrofica, e in questo 2000 il millenium bug ha fatto veramente dei casini enormi, anche più gravi di quelli che all'alba del fatidico cambio di data gli scienziati ipotizzavano. è il caos, campo aperto di una battaglia che vede schierati due tipi di viaggiatori del tempo: da un lato chi pensa che la linea degli eventi possa essere modificata per evitare disastri futuri senza che questo crei ulteriori problemi, dall'altro chi si oppone a tutto ciò, sostenendo che la storia deve rimanere quella che è.
dopo aver incontrato da erin del futuro, questa volta tocca a tiffany specchiarsi in un'aspettata versione adulta di sé, e sopratutto tirare fuori se stessa, le sue compagne e la tiffany2000 fuori dai guai... probabilmente per cacciarsi in altri guai, probabilmente più grossi.
se devo a ogni costo trovare un difetto a questa serie è la sua eccessiva complessità a livello di trama che la lentezza delle uscite non aiuta di certo a memorizzare, per cui ogni tanto è necessario un ripasso dei volumi precedenti, però, credetemi, ne vale la pena.

per concludere questa carrellata di ottimi motivi per sperperare i vostri soldi, qualche tempo fa ho approfittato degli sconti bao (non ricordo più nemmeno quando sono stati!) per recuperare anya e il suo fantasma, che ristagnava nella mia wishlist da tempo immemore.
sicuramente molti di voi l'hanno già letto, e in effetti in tantissimi ne avevate scritto qui e lì, però ricordare quanto è carino questo fumetto non fa mai male.
anya è una ragazzina russa trapiantata in america, con tutto il disagio che questo può comportare: avere un accento diverso, abitudini diverse, esperienze diverse - persino cibo diverso! - quando sei un'adolescente significa che o ti adatti o passi i tuoi anni di scuola come un'emarginata. e anya non ha assolutamente alcuna voglia di rovinare gli anni della sua giovinezza, che comunque non è certo delle migliori: nonostante i suoi sforzi, lei rimane comunque diversa. diversa sopratutto dalla biondina iperamericana che sbaciucchia senza pudore il ragazzo che le piace e che non fa che ricordarle che - beh sì - è proprio tremendamente diversa da qualsiasi adolescente americana che goda di un po' di popolarità a scuola, mentre lei riesce a fare amicizia solo con qualche sfigato scroccone.
mentre rimugina su tutti i suoi guai cade in un enorme buca, isolata e lontana da tutti. potrebbe essere la fine e a complicare le cose, nella buca incontra emily. in realtà una compagnia in questi casi è sempre consolatoria ma il problema è che emily è un fantasma, e anche piuttosto antico.
la ragazzina, morta qualche decennio prima, sembra incredibilmente felice di avere finalmente qualcuno con cui stare, ma anya non ha nessuna intenzione di rimanere lì, ed è proprio grazie a emily che riesce a uscire, non prima di recuperare un pezzettino delle ossa della ragazzina e portarlo con sé, così da ripagare il suo salvataggio e permettere a emily di vedere come è diventato il mondo nel frattempo.
i primi giorni con emily sono fantastici: lei è l'amica perfetta, quella che l'ascolta, la capisce, l'aiuta e la incoraggia, ma piano piano quell'adorabile timida fantasmina desiderosa di aiutare anya svelerà degli aspetti del suo carattere inaspettatamente pericolosi, e per anya inizieranno i guai!
anya e il suo fantasma è un racconto per ragazzi che sa farsi amare anche dai più grandi, una storia che sa raccontare con leggerezza i grandi problemi dell'adolescenza, la sua rabbia e il suo bisogno di trovare un proprio posto nell'incasinatissimo mondo che a un certo momento della nostra vita ci si apre davanti senza preavviso o esercitazioni.
se siete tra quelli che non l'hanno ancora letto e aspettavano un suggerimento: non perdetevelo!

venerdì 20 luglio 2018

la linea del fronte ~ un'avventura rocambolesca di vincent van gogh

- il presidente è stato molto netto... la sua missione è andare al fronte e fargli avere dei quadri che rappresentino l' "anima della guerra" così lui saprà qual è la realtà sul campo...
dice che solo un artista saprà mostrargli la realtà celata sotto le apparenze...
- non ha torto la vecchia volpe... ma perché io?
- toulouse-lautrec non avrebbe la forza fisica necessaria...

per quale assurdo motivo i soldati scappano dal fronte, disertano e rischiano di essere fucilati? perché non assolvono con onore e gioia al loro compito di eroi e salvatori della patria, versando il loro sangue per il bene del paese?
è questo ciò su cui si interrogano i generali dell'esercito francese durante la prima guerra mondiale: cosa spinge così tanti soldati ad abbandonare le trincee e fuggire dalla battaglia?
c'è un solo modo per saperlo e no, andare sul luogo non è assolutamente contemplato, sono dei generali dopotutto, non dei semplici soldati, sono quelli che danno gli ordini, preferibilmente lontano dai combattimenti.
la vera soluzione è ingaggiare un artista che sappia mostrare la vera essenza della guerra, quello che terrorizza così tanto i soldati. non delle semplici scene di esplosioni e morti ammazzati, per carità! serve qualcuno che sappia andare oltre, che riesca a cogliere l'anima degli scontri: solo così il problema si potrà capire e, di conseguenza, risolvere.
e chi meglio di vincent van gogh?
ok, lo so, vi state facendo i conti e van gogh dovrebbe stare sottoterra da una ventina d'anni ma no, vi hanno ingannato: nel 1890 van gogh non è morto, e a dirla tutta, non si è nemmeno tagliato un orecchio, si trattava solo di sviare l'attenzione da una missione fallita (e per fortuna, altrimenti non avremmo mai conosciuto il cubismo) proprio per causa sua. adesso per vincent è arrivato il momento di riscattarsi, di dimostrare il suo valore.
e preferibilmente di smettere di usare tutto quel giallo.


inizia così per il nostro pittore e per il generale morillon, incaricato di seguirlo e di sorvegliare che effettivamente porti a termine la sua missione, il viaggio verso il fronte, un viaggio attraverso gli orrori della guerra, attraverso una verità che travalica ogni realtà: il campo di battaglia diventa un luogo dove le regole cambiano, dove il più razionale degli uomini comincia a credere a segnali che altrove bollerebbe come sciocche superstizioni e che davvero qui diventano qualcosa di più.
la guerra genera una realtà tutta sua, da vita a mostri impossibili da immaginare, fa nascere una nuova pietà che si alimenta di crudeltà e sangue.
la morte perde il suo aspetto poetico e romantico, si allontana dall'ideale dell'eroe che si immola per la patria e riacquista il suo vero volto, quello tumefatto e dilaniato, gli occhi sbarrati dall'orrore e dalla pazzia della paura. morillon respira per la prima volta la puzza del sangue e del terrore, quello che non riesce ad arrivare agli altri generali incipriati attraverso le tele di van gogh.
e se la tematica principale de la linea del fronte è quella della critica antimilitarista, dello sterile poetare sull'orrore da parte di chi non l'ha mai conosciuto, manu larcenet sceglie van gogh per disquisire - sempre con la sua ironia irriverente e senza freni - anche di arte: lontano dai salotti e dall'ammirazione del pubblico, vincent è un artista che vuole far scoppiare la sua angoscia in faccia al mondo, senza accontentare nessuno con idilliache colazioni sull'erba o consolanti donne nude, un artista sparito agli occhi del mondo proprio per aver volontariamente fallito una missione contro i cubisti, che crede nell'arte come espressione forte, intensa, personale e autonoma dal potere costituito.

così come nel primo volume de le avventure rocambolesche (tempo da cani), anche qui si ride e si piange, e spesso lo si fa nello stesso momento. larcenet coglie a piene mani le assurde contraddizioni del mondo, il comico che nasce dalla disperazione e dal dolore, il riso che si sovrappone alle lacrime, uno e l'altro legati indissolubilmente, ed entrambi espressione di una realtà che spesso supera qualsiasi immaginato surrealismo, una realtà nella quale la più improbabile delle spiegazioni diviene comunque più plausibile dell'assurda crudeltà dell'animo umano.