la settimana scorsa zerocalcare è tornato a palermo, sempre al tmo, a quasi un anno e mezzo dall'ultima volta in cui era venuto a presentare dimentica il mio nome (ne parlai a suo tempo qui).
questa volta ovviamente la presentazione riguardava kobane calling, il suo ultimo libro, uscito ad aprile per bao publishing. il libro raccoglie sia i reportage già pubblicati su internazionale (il primo a gennaio e il secondo a ottobre del 2015), oltre a materiale inedito.
il risultato è qualcosa di incredibilmente potente, importante, fondamentale.
zerocalcare è diventato un vero e proprio fenomeno, un autore di fumetti italiano che sta nei primi posti delle classifiche per settimane accanto a quei nomi che vendono più del pane, è conosciuto da tutti, anche chi non legge fumetti, anche chi non legge e basta ha sicuramente, almeno una volta, letto qualcosa di zerocalcare. te lo ritrovi dappertutto, ed è sempre un piacere.
io all'inizio lo vedevo un po' come l'ortolani del momento, quello che fa ridere ma che è bravo, è intelligente, sa dire la cosa giusta nel modo giusto, è giovane, sa cosa piace ai ragazzi della sua età, sa parlare del mondo di oggi, dei trentenni che entrano in crisi a sentirsi dare del lei, di quelli che stanno mentalmente ancora dentro fino al collo nell'adolescenza anche con quindici anni di ritardo, volenti ma sopratutto nolenti, per colpa di una società malata che ci ha tolto la possibilità di crescere ma non quella di ammazzarci di serie tv come se non ci fosse un domani (non sono sicura che ci sia un domani a dirla tutta).
poi ho letto dimentica il mio nome, e mi sono resa conto, del tutto inaspettatamente, che zerocalcare sapeva essere di più che lo specchio di una generazione. zerocalcare è un ottimo narratore, uno che sa scrivere oltre che fa ridere. altro che ortolani.
questo è il picco, mi ero detta. da adesso magari si ritorna alle storielle cazzone sul trauma dei duemila che tra poco prendono la maturità e noi ci sentiamo freschi di diploma, viviamo con la mamma e non ci accorgiamo dei capelli che imbiancano. oppure tira fuori un altro bel romanzo come questo, che sarebbe una gran cosa, eh.
e invece, ho dimostrato solo la mia scarsa capacità di immaginazione.
kobane calling è qualcosa di più che il prodotto dell'autore del momento, qualcosa di più del graphic novel che mi ci sparo venti euro perché faccio parte di quella minoranza di gente che in questo paese legge qualcosa, e ancor di più di quella minoranza che legge fumetti senza credere che sia roba per bambini o per chi non c'ha una vita.
kobane calling è, per quel che riguarda la mia esperienza ovviamente, al momento la migliore spiegazione di quello che diamine sta succedendo nel mondo. o almeno in suo pezzetto.
il terrorismo, questo cazzo di isis che sembra spuntato come un fungo durante la notte, i profughi e le teste di cazzo che gli urlano contro di tornare a casa, la turchia, gli attentati, l'islamofobia, la confusione, la gente che non sa nulla e parla, parla, parla, da opinioni che valgono meno della mia cacca, che pensa di poter risolvere tutto a suon di bombe e odio.
ma cosa sta succedendo davvero? perché tutto questo? quando è cominciato? chi è questa gente? e quell'altra? perché questa guerra? perché perché perché.
non so a voi, ma a me risuonava in testa da mesi. e puoi provare a cercare informazioni, ma o sei veramente molto ferrato in storia moderna, o è difficile capirci qualcosa, ti perdi tra un link e l'altro, fai fondere i server di wikipedia e alla fine sei più confuso di prima. o magari sono solo io idiota, chi lo sa. insomma, ho seguito la presentazione di zerocalcare, per quel poco che sono riuscita a capire ché l'acustica di quel posto - perdonatemi - fa schifo. una presentazione "alla zerocalcare", con qualche parolaccia e un po' di romanesco qui e lì, ma coinvolgente e interessante. anche chi non aveva letto il libro, e plausibilmente non aveva seguito la vicenda di kobane, si è ritrovata a interessarsi di quegli argomenti. più dell'altra volta, e forse proprio per le tematiche affrontate, zerocalcare è stato coinvolgente, ha raccontato, più che il viaggio in sé, com'è stato vivere quel viaggio. ho letto kobane calling tutto d'un fiato, in piena notte, con gli occhi che chiedevano pietà ma senza voler smettere di leggere, con la stessa sensazione di scoperta di quando ti svelano qual è il trucco dietro il giochino di magia. e qualcosa l'ho capita.
andiamo con ordine, tra quello che ricordo della presentazione (e quello che sono riuscita a sentire) e quello che il libro racconta.
il primo viaggio a kobane, o meglio, vicino a kobane, è del novembre 2014, insieme alla staffetta romana per kobane, un gruppo volontario di gente che cerca di portare medicinali, assistenza, cibo eccetera ai profughi e a chi fa resistenza contro l'isis. in questo primo viaggio, zerocalcare e compagni raccontano di non potere entrare a kobane, ancora sotto assedio dall'estate dello stesso anno. si ritroveranno dall'altra parte della frontiera, in un villaggio di nome mehser. da qui, la guerra non si vede, ma si sente. si sentono gli scoppi, le bombe, gli spari, ma sopratutto le testimonianze di chi sta vivendo il conflitto sulla propria pelle. kobane è il centro, il cuore di tutta la resistenza contro l'isis. è una guerra non solo di bombe e mortai, ma sopratutto di idee contro ideologie.
nel campo di mehser zerocalcare ci fa scoprire qualcosa che le tv e i giornali preferiscono non sottolineare troppo, se non omettere completamente. la resistenza lì è fatta da tutti, uomini e donne insieme, e il ruolo delle donne è più importante di quello che si può immaginare. le donne hanno svolto un enorme lavoro culturale, riprendendosi la loro dignità, la loro consapevolezza, la loro autonomia. le donne combattono, gestiscono i campi, aiutano chi ne ha bisogno, addestrano gli altri combattenti. non sono inferiori a nessuno.
qui si impara la totale differenza tra isis e musulmani, tra degli assassini senza nessun principio e tra la gente che rispetta la propria fede senza opprimere nessuno.
si intravede quello che poi verrà spiegato meglio più tardi: l'utopia che il rojava, di cui kobane è divenuta il simbolo, vuole realizzare, una convivenza pacifica tra popoli, culture, religioni diverse, l'uguaglianza tra uomini e donne, l'abolizione della pena capitale, il diritto al lavoro, allo studio e alla libertà. insieme. non con tolleranza, che è un modo per dire ti sopporto, anche se non mi vai bene, ma con un senso di fratellanza e convivenza.
il secondo viaggio è quello raccontato più nel dettaglio, avviene a luglio del 2015, mesi dopo che kobane era stata ripresa dai combattenti, da quelli che hanno cacciato isis a calci nel culo.
ci sono molte testimonianze, di chi ha combattuto per riprendersi la propria libertà, contro l'isis e contro un regime a cui fa comodo avere dei pazzi feroci da scagliare contro la popolazione e sopratutto contro i curdi, la minoranza che vive, o che meglio cerca di farlo, in turchia e nei paesi confinanti, un regime capace di colpire persino il suo popolo pur di continuare a mantenere il suo potere, basato su odio e paura (ve lo ricordate l'attentato a suruc? io sì. ne parla anche zerocalcare da qualche parte nel libro, poche parole, intensissime. che nessuno - forse qualche giornalistoide nostrano - c'ha bisogno di mettersi a far i sentimentalisti quando la gente muore così)
l'ingresso nel rojava, ora possibile, è un momento commovente. ci sono le macerie della guerra, il dolore di chi ha perso tutto, i cimiteri e le foto dei martiri, ma c'è la volontà, nata proprio da quel dolore, di costruire, insieme, una società più giusta, basata sul rispetto delle persone, della loro identità, e sul rispetto della terra, dell'ambiente. una volontà fortissima a cui è difficile credere, se si pensa alla guerra che quella gente ha combattuto e continua a combattere, contro un governo di regime oppressivo e tirannico e contro dei pazzi, spesso drogati e incoscienti, scatenati contro qualcosa che non sanno neppure cosa sia esattamente.
una guerra che noi conosciamo da qualche anno, ma che loro sperimentano da tutta una vita, in silenzio, senza l'attenzione dell'opinione pubblica, dei media, senza l'aiuto di nessuno.
kobane calling non è un reportage giornalistico, è molto di più. ci sono dentro tutte le domande, le paure, le emozioni di chiunque si ritrovi a vivere per qualche giorno la resistenza curda - e non solo - contro dei crimini che a noi fa comodo non vedere. non è il racconto distaccato e oggettivo degli eventi, no, grazie a dio, per quello potreste provare su wikipedia.
è inevitabile prendere una posizione in questi casi, chiunque abbia una coscienza, non per forza politica, ma anche solo morale, deve prendere una posizione. bisogna schierarsi, decidere chi sostenere, per quali idee lottare, ognuno a modo suo. davanti agli abusi, all'oppressione, all'orrore, non si può far spallucce e pensare agli affaracci propri.
zerocalcare l'ha fatto con le parole e i disegnetti, come li chiama lui. gli diamo ragione quando dice di non essere un poeta, ma l'umanità che ha raccontato in questo libro, la sete di giustizia che c'è in queste pagine, valgono come milioni di versi.
ognuno lotta a modo suo, raccontare come stanno davvero le cose è un bel modo di mettersi contro chi vuol tacere e far tacere.
scegliere il mezzo del fumetto, tanto bistrattato e relegato a lettura da ombrellone se non da cesso, è stato il modo migliore di far arrivare la consapevolezza di eventi terribili che si svolgono a pochi chilometri da noi, a chi non avrebbe avuto la possibilità di conoscere quella realtà.
c'è chi dice che questo libro andrebbe consigliato nelle scuole e io sono d'accordo. andrebbe consigliato a tutti, sopratutto agli sputasentenze dalla parola facile che si grattano la pancia davanti alle telecamere, ai politici complici, a chi quei politici li vota, a chi fino ad adesso ha fatto spallucce. ognuno lotta a modo suo, smettere di essere indifferenti, di fare il gioco di chi vuole il silenzio, sarebbe già un bel modo di cominciare.
il primo viaggio a kobane, o meglio, vicino a kobane, è del novembre 2014, insieme alla staffetta romana per kobane, un gruppo volontario di gente che cerca di portare medicinali, assistenza, cibo eccetera ai profughi e a chi fa resistenza contro l'isis. in questo primo viaggio, zerocalcare e compagni raccontano di non potere entrare a kobane, ancora sotto assedio dall'estate dello stesso anno. si ritroveranno dall'altra parte della frontiera, in un villaggio di nome mehser. da qui, la guerra non si vede, ma si sente. si sentono gli scoppi, le bombe, gli spari, ma sopratutto le testimonianze di chi sta vivendo il conflitto sulla propria pelle. kobane è il centro, il cuore di tutta la resistenza contro l'isis. è una guerra non solo di bombe e mortai, ma sopratutto di idee contro ideologie.
nel campo di mehser zerocalcare ci fa scoprire qualcosa che le tv e i giornali preferiscono non sottolineare troppo, se non omettere completamente. la resistenza lì è fatta da tutti, uomini e donne insieme, e il ruolo delle donne è più importante di quello che si può immaginare. le donne hanno svolto un enorme lavoro culturale, riprendendosi la loro dignità, la loro consapevolezza, la loro autonomia. le donne combattono, gestiscono i campi, aiutano chi ne ha bisogno, addestrano gli altri combattenti. non sono inferiori a nessuno.
qui si impara la totale differenza tra isis e musulmani, tra degli assassini senza nessun principio e tra la gente che rispetta la propria fede senza opprimere nessuno.
si intravede quello che poi verrà spiegato meglio più tardi: l'utopia che il rojava, di cui kobane è divenuta il simbolo, vuole realizzare, una convivenza pacifica tra popoli, culture, religioni diverse, l'uguaglianza tra uomini e donne, l'abolizione della pena capitale, il diritto al lavoro, allo studio e alla libertà. insieme. non con tolleranza, che è un modo per dire ti sopporto, anche se non mi vai bene, ma con un senso di fratellanza e convivenza.
il secondo viaggio è quello raccontato più nel dettaglio, avviene a luglio del 2015, mesi dopo che kobane era stata ripresa dai combattenti, da quelli che hanno cacciato isis a calci nel culo.
ci sono molte testimonianze, di chi ha combattuto per riprendersi la propria libertà, contro l'isis e contro un regime a cui fa comodo avere dei pazzi feroci da scagliare contro la popolazione e sopratutto contro i curdi, la minoranza che vive, o che meglio cerca di farlo, in turchia e nei paesi confinanti, un regime capace di colpire persino il suo popolo pur di continuare a mantenere il suo potere, basato su odio e paura (ve lo ricordate l'attentato a suruc? io sì. ne parla anche zerocalcare da qualche parte nel libro, poche parole, intensissime. che nessuno - forse qualche giornalistoide nostrano - c'ha bisogno di mettersi a far i sentimentalisti quando la gente muore così)
l'ingresso nel rojava, ora possibile, è un momento commovente. ci sono le macerie della guerra, il dolore di chi ha perso tutto, i cimiteri e le foto dei martiri, ma c'è la volontà, nata proprio da quel dolore, di costruire, insieme, una società più giusta, basata sul rispetto delle persone, della loro identità, e sul rispetto della terra, dell'ambiente. una volontà fortissima a cui è difficile credere, se si pensa alla guerra che quella gente ha combattuto e continua a combattere, contro un governo di regime oppressivo e tirannico e contro dei pazzi, spesso drogati e incoscienti, scatenati contro qualcosa che non sanno neppure cosa sia esattamente.
una guerra che noi conosciamo da qualche anno, ma che loro sperimentano da tutta una vita, in silenzio, senza l'attenzione dell'opinione pubblica, dei media, senza l'aiuto di nessuno.
kobane calling non è un reportage giornalistico, è molto di più. ci sono dentro tutte le domande, le paure, le emozioni di chiunque si ritrovi a vivere per qualche giorno la resistenza curda - e non solo - contro dei crimini che a noi fa comodo non vedere. non è il racconto distaccato e oggettivo degli eventi, no, grazie a dio, per quello potreste provare su wikipedia.
è inevitabile prendere una posizione in questi casi, chiunque abbia una coscienza, non per forza politica, ma anche solo morale, deve prendere una posizione. bisogna schierarsi, decidere chi sostenere, per quali idee lottare, ognuno a modo suo. davanti agli abusi, all'oppressione, all'orrore, non si può far spallucce e pensare agli affaracci propri.
zerocalcare l'ha fatto con le parole e i disegnetti, come li chiama lui. gli diamo ragione quando dice di non essere un poeta, ma l'umanità che ha raccontato in questo libro, la sete di giustizia che c'è in queste pagine, valgono come milioni di versi.
ognuno lotta a modo suo, raccontare come stanno davvero le cose è un bel modo di mettersi contro chi vuol tacere e far tacere.
scegliere il mezzo del fumetto, tanto bistrattato e relegato a lettura da ombrellone se non da cesso, è stato il modo migliore di far arrivare la consapevolezza di eventi terribili che si svolgono a pochi chilometri da noi, a chi non avrebbe avuto la possibilità di conoscere quella realtà.
c'è chi dice che questo libro andrebbe consigliato nelle scuole e io sono d'accordo. andrebbe consigliato a tutti, sopratutto agli sputasentenze dalla parola facile che si grattano la pancia davanti alle telecamere, ai politici complici, a chi quei politici li vota, a chi fino ad adesso ha fatto spallucce. ognuno lotta a modo suo, smettere di essere indifferenti, di fare il gioco di chi vuole il silenzio, sarebbe già un bel modo di cominciare.
















