venerdì 11 dicembre 2020

scoop!


è uscito in edicola un paio di giorni fa ma se siete fortunati dovreste ancora riuscire a recuperarlo e vi consiglio vivamente di farlo perché scoop!, speciale di internazionale dedicato al reportage a fumetti vale proprio la pena di essere letto, sia per il valore meramente artistico (passatemi il termine) dei fumetti che contiene sia per le tematiche e il modo in cui sono state affrontate.
  • 61chi (taiwan) isole nell'oceano: una storia che parte da notizie di cronaca di qualche anno fa che denuncia le condizioni di lavoro terribili dei pescatori stranieri sulle navi taiwanesi, l'estrema povertà delle famiglie alle loro spalle che li costringe a sopportare condizioni disumane sulle navi e come di tutta questa sofferenza arrivi pochissimo, anzi praticamente nulla sulle tavole dei ristoranti in cui il frutto di tanta fatica e dolore finisce magari nella spazzatura senza troppi rimpianti.
  • seth tobocman (stati uniti) le statue da buttare giù: ricordiamo tutti benissimo come le proteste che hanno seguito la morte di george floyd e di tanti altri cittadini afroamericani abbiano coinvolto anche la questione dell'abbattimento di quelle statue che rappresentano i simboli stessi della dominazione coloniale, dello sfruttamento, del dominio e del razzismo, con tutto il discorso - stupidamente retorico - che ne è seguito, tutta quella ridicola fuffa sulla presunta sacralità dell'arte che poco altro era se non la volontà di non voler riconoscere pienamente, anche dopo secoli, la realtà e l'eredità del passato coloniale in america come nel resto del mondo. oltretutto, è sembrato che tutto questo sia successo per la prima volta nella storia dell'umanità: suvvia, la damnatio memoriae l'hanno inventata un bel po' di tempo fa, statue e monumenti dedicati a personaggi negativi sono sempre stati distrutti e una statua di un pezzo di merda, bella e ben fatta per quanto sia, resta pur sempre la statua di un pezzo di merda. tobocman racconta la storia del monumento di silent sam nel campus dell'università del north carolina, uno dei tanti simboli della supremazia bianca sui neri in america e di come, dagli anni '60 fino al 2018 - anno in cui è stato definitivamente tirato giù - sia stato al centro di numerosissime polemiche. giusto per ricordare che l'arte non è una cosa sacra ma totalmente umana e il miglior lavoro che può fare è quello di esprimere il meglio dell'umanità, se ne raffigura gli aspetti peggiori, allora è meglio buttarla giù e costruire qualche statua nuova.
  • olivier kugler, andrew humphreys (regno unito) la resistenza del fish and chips: partendo da un locale di fish and chips, i due autori raccontano la gentrificazione di un quartiere, la perdita delle connessioni sociali all'interno di un territorio distrutte dalla speculazione e dalla sempre più pressante volontà di trasformare le realtà in spazi in cui limitarsi a consumare.
  • barbara yelin (germania) in fuga: personalmente l'ho trovato il racconto più toccante ed emozionante dell'intera raccolta. la storia è quella di kidane, un ragazzo eritreo che vive da qualche anno in svizzera e che improvvisamente, per colpa di una burocrazia disumana, fa perdere le sue tracce. la storia è raccontata dalla sorella di ursula, la donna che l'ha aiutato a trovare lavoro e ad integrarsi e mostra come, nonostante le indicibili sofferenze e difficoltà del viaggio, nonostante gli sforzi e la voglia di cominciare una nuova vita in un paese migliore da quello che si è costretti ad abbandonare, l'europa non faccia che cavillare su sciocchezze per allontanare chiunque sia nato dal lato sbagliato del pianeta. in questa storia c'è tutta la fredda e disgustosa razionalità del nuovo razzismo che si nasconde dietro i ma e dietro una burocrazia costruita ad hoc per rendere ancora più difficile la vita a chi vorrebbe solo poter sperare in un presente e un futuro come il nostro. una storia raccontata e disegnata con garbo, delicatezza e malinconia che però mette addosso rabbia e frustrazione per un sistema che deve essere cambiato il prima possibile.
  • leila abdelrazaq (stati uniti) un mondo di confini e frontiere: l'autrice, palestinese, partendo dalla sua esperienza in un racconto che è un po' diario di viaggio un po' un manifesto d'accusa, denuncia le ingiustizie legate alla differenza di validità dei passaporti: quello tedesco ad esempio permette di viaggiare in 134 paesi, quello iracheno solo in 30, così la nazionalità di una persona determina, sulla base di regole totalmente arbitrarie e ingiuste, il suo grado di libertà e lo espone a rischi e umiliazioni a ogni passaggio di frontiera. in una tavola tremenda mostra tutta la paura e la difficoltà di una cittadina palestinese costretta a muoversi in un paese controllato da soldati israeliani.
  • baudoin (francia) un bacio contro la guerra: "oggi tutto questo non sarebbe possibile" "sei sicuro?" sei tavole che riprendono opere d'arte del passato e che si interrogano sulla violenza, sulla dittatura, sulla guerra, sull'irrazionalità del male e su come, nel corso del tempo, siamo riusciti a imparare così poco dai nostri errori.
  • zerocalcare (italia) lontano dagli occhi: durante il primo lockdown nelle carceri italiane ci sono state diverse sommosse dei detenuti costretti, in un momento in cui non si faceva che raccomandare distanziamento e igiene, a vivere - come sempre - in condizioni disumane, affollati e senza nessuna protezione valida contro il virus. privati delle visite, erano comunque in pericolo perché le stesse regole ovviamente non valevano per il personale delle varie strutture di detenzione. attraverso alcune interviste con persone a vario titolo coinvolte nelle vicende, zerocalcare denuncia l'assurdità e l'inumanità del sistema detentivo, la violenza dei carcerieri e la totale mancanza di empatia nei confronti di chi si ritrova dall'altra parte del muro. perché se non sono tutti santi, non sono nemmeno tutti pericolosi capimafia o efferati assassini e - covid o meno - continuano a vivere in strutture troppo affollate insieme a un numero troppo esiguo di medici, psicologi, che si ritrovano anche loro a dover lavorare in situazioni di enorme stress. un sistema che andrebbe completamente rivisto e di cui, soprattutto, bisogna chiedersi se abbia davvero una qualche utilità.
  • sam wallman (australia) fiutate tutto, spiate tutto: al centro dell'australia si trova un centro, pine gap, una base militare usa che coinvolge i servizi segreti internazionali e che è a tutti gli effetti una base di spionaggio. wallman denuncia l'ingerenza dell'america praticamente in tutto il mondo, l'invasione si tantissimi paesi e l'uccisione, in operazioni militari, di tantissimi civili.
  • laurent maffre (francia) la macchina mangiadita: una storia di operai e di sfruttamento come tante, maffre denuncia il retaggio del colonialismo francese in algeria e di come oggi vivano in francia gli immigrati, costretti a lavori massacranti e a condizioni inumane che riecheggia la storia che apre il volume, come a dire che, pur cambiando gli attori sociali, i processi di sfruttamento e ingiustizia rimangono gli stessi.
  • zuzu (italia) l'ultima: chiude questa raccolta il ritratto di dana lauriola, attivista no-tav detenuta a torino e condannata a due anni di carcere per aver urlato le ragioni della sua protesta durante una manifestazione pacifica. una condanna assurda, ingiusta, esagerata che si nasconde sotto le parole di "interruzione di servizio di pubblica necessità" ma che è un vero e proprio processo politico alle idee di un movimento che da trent'anni lotta per la difesa del proprio territorio. proprio in questi giorni, in piena emergenza sanitaria, con i servizi pubblici totalmente inadeguati al periodo che stiamo vivendo, con la scuola e l'università gestite in maniera penosa e inefficace, lo stato italiano continua a distruggere la val di susa, ad attaccare violentemente i manifestanti e a sperperare risorse in una delle tante opere inutili e dannose. ognuno come può accanto a dana, nicoletta e tutti gli altri attivisti in carcere solo per aver espresso il loro giusto dissenso verso l'assurdità dei progetti come la tav, contro la violenza verso i territori e le persone in nome del profitto.

mercoledì 9 dicembre 2020

storia pittoresca, drammatica e caricaturale della santa russia

com'è nata la russia? la sua origine si perde (c'è bisogno di dirlo?) nella notte dei tempi.
soltanto verso il quarto secolo la sua storia inizia a delinearsi. le precedenti vicende di questa santa terra si sono perse tra la totale indifferenza (si suppone) degli indigeni dell'epoca.
i più antichi cronisti riferiscono che verso l'anno undici o undici e mezzo un bell'orso polare si lasciò sedurre dal languido sorriso di una giovane foca, e che da questa unione innaturale nacque il primo russo.
storia pittoresca, drammatica e caricaturale della santa russia, uscito qualche tempo fa per i tipi di eris edizioni, è una delle più divertenti follie difficili da definire che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi.

scritto e disegnato a metà dell'ottocento da gustave doré, questo strano oggetto sfugge a vari tentativi di catalogazione ma in definitiva può bastare il titolo a riassumere brevemente di cosa si tratti: dalla preistoria al momento in cui l'opera viene composta - gli anni della guerra di crimea che vedono russi e francesi, tra gli altri, sui due fronti opposti - doré racconta le vicende di un paese in cui la violenza e la sete di potere raggiungono un parossismo tale da sfociare nel grottesco, dove si succedono regnanti su regnanti (quasi tutti muoiono allo stesso modo - e credo di aver riso per questa cosa molto più del dovuto) ossessionati dall'idea di annettere altri territori - per lo più popolati da animali selvatici - e soprattutto di conquistare costantinopoli.


nella postfazione al volume c'è un'interessante riflessione su cosa la storia della santa russia in effetti sia che mi sento di condividere a pieno: considerare questo libro un antenato del fumetto sarebbe ridurlo alla stregua di quegli articoli da due soldi che tirano fuori la parola pompei davanti a ogni scavo archeologico, per il semplice fatto che prima di poter parlare di fumetto - se diamo per assunto che il primo sia stato yellow kid nel 1894 - bisogna che questo esista e che abbia un suo significato preciso e inconfondibile.

l'opera di doré non è un fumetto né un suo antenato per il semplice fatto che la combinazione tra immagini e parola ha qui una funzione e una struttura completamente diversa da quella che conosciamo come fumetto: qui le incisioni di doré - a volte elegantissime, altre grottesche, in certi momenti di una modernità quasi surreale - e i testi non danno vita a una scena dialogata o descritta né si articolano in una narrazione continua (nonostante la scansione della pagina ricordi molto quella di una tavola classica), anzi molto spesso cozzano tra loro o si completano in giochi di parole, illustrano - o celano - anche il disagio stesso del disegnatore alle prese con la difficoltà di dover parlare di argomenti tanto violenti e sgradevoli, generando appunto il senso di comico disorientamento che permea tutta l'opera.

storia della santa russia è più un racconto illustrato in cui le illustrazioni più che illustrare i fatti mettono in luce la satira asprissima dei testi, che invece mantengono un tono sempre calmo e compassato.
a un secolo e mezzo dalla sua creazione questo libro mantiene un tono divertente, brillante e dissacrante e fa scuola sulle infinite possibilità che parole e immagini possono trovare combinandosi insieme, generando narrazioni surreali, comiche, grottesche, drammatiche e caricaturali, scardinando le definizioni e distorcendo le regole stesse del racconto.

venerdì 4 dicembre 2020

a babbo morto

"ma che è 'sta merda da poveri? io avevo chiesto il nintendo!"

è arrivato dicembre, ci sono lucine ovunque, le caselle e-mail sono intasate di offerte per i regali, i jingle natalizi strombazzano in tv e dappertutto tocca sorbirci le solite stronzate su quanto saremo tutti più buoni.

insomma, è arrivato natale come ogni anno ma almeno questa volta possiamo tirarci fuori dalla forzata atmosfera di zuccherosa e consumistica felicità grazie alla storia di natale meno probabile che qualcuno potesse scrivere.
e chi se non zerocalcare poteva cimentarsi in una storia di natale così poco natalizia?

a babbo morto è a metà tra fumetto e storia illustrata (con l'aiuto ai colori dell'ormai imprescindibile alberto madrigal) una lettura veloce, velocissima, che però lascia un peso sullo stomaco che dura a lungo.
e se qualcuno è rimasto in qualche modo stupito dopo averlo letto, beh, o non aveva mai letto nulla di zerocalcare o non ne aveva mai capito nulla.

partendo dal momento della morte di babbo natale, padrone della klauss inc., azienda di produzione e distribuzione di giocattoli, si scatena un effetto a catena di scandali e crisi economiche che, ovviamente, non intaccano i vertici dell'azienda ma si riversano spietatamente sulla manovalanza: un incidente - probabilmente per nulla accidentale - scatena una vera e propria caccia al folletto.

già mal visti dopo gli scioperi contro i primi licenziamenti, gli scontri tra folletti e istituzioni si fanno sempre più duri, fino a degenerare in una tragica spirale di violenza.
la seconda parte della storia continua mantenendo la stessa atmosfera, e vede protagoniste delle befane-rider in cerca del giusto riconoscimento dei loro diritti di lavoratrici.


giocando con la metafora natalizia, zerocalcare mette in realtà sulla scena alcuni dei temi più importanti del nostro presente e di quel messaggio politico che ha sempre portato avanti: dalla mancanza di diritti sul lavoro al modo perverso dei media main stream di raccontare le realtà del nostro paese, dai fatti di cronaca purtroppo mai troppo lontani ("e hanno provato a dire che era stato un altro folletto, con un sasso. ci credete??"), alla violenza delle istituzioni, accettata come sacrosanta giustizia, alla volontà e capacità di creare reti di solidarietà tra sfruttati per cercare e creare soluzioni alternative a un sistema disumano.

mettete questo libro sotto l'albero per chiunque vogliate ma evitate di regalarlo ai bambini, a meno che non vogliate traumatizzarli per bene e passare la sera della vigilia a spiegare ai vostri pargoli che il paese in cui vivono non è affatto la favola di bontà, giustizia e democrazia che credono sia.

con tanti auguri di un natale arrabbiato e combattivo.

venerdì 13 novembre 2020

il libro della polvere ~ il regno segreto

"la vera domanda" pensò, è: "l'universo è vivo o morto?"
da qualche parte nella palude, in lontananza, le giunse il verso di un gufo.
lyra si ritrovò a chiedersi: "che significa?" e subito le venne in mente l'inevitabile risposta di talbot: non significa niente.
qualche anno prima, a oxford, aveva incontrato il daimon di una strega durante una piccola avventura che era culminata con la convinzione che, a saperla leggere, ogni cosa ha un suo significato. allora l'universo le era sembrato una creatura viva. c'erano messaggi ovunque, bastava saperli cogliere. una cosa banale come il verso di un gufo nelle profondità di una palude sarebbe stata carica di significato.
aveva avuto torto, allora a sentirsi in quel modo? o era stata immatura, ingenua, sentimentale?

quasi due anni fa scrivevo questo mega papirone presa dall'entusiasmo del ritorno di lyra e del suo mondo. la belle sauvage era stato annunciato e atteso con tutti i crismi, come si conviene al ritorno, dopo tanti anni, di una saga tanto amata, il che mi aveva dato modo di rileggere la prima trilogia e prepararmi all'inizio di questa nuova trilogia.
il regno segreto invece è uscito non solo in ritardo, ma praticamente quasi senza nessuna pubblicità, io stessa, che ho una sorta di ossessione per questa saga (e nonostante questo no, non sono ancora riuscita a vedere la serie), l'ho scoperto un paio di giorni prima e solo per caso. pessimo lavoro, salani, pessimo. e soprattutto, per quale diamine di motivo the secret commonwealth non è diventato la comunità segreta? non mi fisso mai sulle traduzioni dei titoli, anche quando sono assurde e orribili, capisco che la loro funzione principale è quella di far vendere il libro, ma stavolta - e leggendo il libro si capisce benissimo perché - sarebbe stato davvero importante. immagino che la parola regno in un fantasy piaccia molto di più ma... (sì ok, il titolo italiano di questo libro riprende la traduzione italiana - il regno segreto - di the secret commonwealth or an essay on the nature and action of the subterranean (and for the most part) invisible people heretofore going under the names of fauns and fairies, or the like, among the low country scots as described by those who have second sight, e però)

ok, andiamo al succo: la belle sauvage era stato un bel libro, il regno segreto è una roba stramegafichissima, all'altezza de la bussola d'oro non fosse per una cosa che mi ha quasi portata alle lacrime: non si conclude. il finale della storia sarà nel terzo libro e per il momento non sono riuscita a trovare nessuna notizia (anzi, se sapete qualcosa, ditemela!) né sulla data di pubblicazione, né sul titolo, né sulla trama. certo è che, viste le premesse che si sono aperte in questo secondo capitolo, rischiamo di trovarci tra le mani un finale strepitoso.

philip pullman in questo libro mette tantissimi elementi in gioco, primo tra tutti il rapporto tra lyra e pantalaimon: li troviamo, fin dalle prime righe, in contrasto, arrabbiati, feriti, incapaci di un vero dialogo. è stato parecchio sconvolgente, bisogna ammetterlo. il rapporto con i daimon sembrava una delle cose più inataccabili dell'universo, in questo capitolo de il libro della polvere invece pullman ci costringe ad aprire gli occhi e accorgerci che è molto più complesso di quello che si poteva immaginare, svelandoci segreti sconcertanti e per certi versi raccapriccianti (sui quali non dirò nulla, è stato davvero uno shock leggere alcune cose, non voglio spoilerarvi nulla).
capaci di separarsi già dal loro viaggio nel regno dei morti, la storia si apre con una scena che riporta all'inizio de la bussola d'oro: assolutamente per caso, pan si ritrova testimone di un brutale omicidio di quello che si scoprirà essere uno scienziato alle prese con lo studio di un particolare tipo di rose che crescono solo in un qualche sperduto posto in oriente. certo, un botanico non sembrerebbe una persona così pericolosa da meritare una fine del genere, ma è proprio sulle rose, anzi per la precisione sull'olio che si può estrarre da un particolare tipo di rosa e sulle sue capacità in relazione alla polvere, che si avvolge - in modo meravigliosamente intricato - tutta la trama del romanzo.

recuperati i documenti del povero botanico prima che finiscano nelle mani sbagliate - il magisterium, ovviamente - lyra e pan sono ormai nuovamente invischiati in un mistero molto più grande di loro, una storia cominciata vent'anni prima, fin dai primi mesi di vita di lyra, e forse prima ancora.
da questo momento in poi il ritmo si farà sempre più frenetico e veloce, e da oxford, la narrazione si sposterà velocemente in europa e poi ancora più a est, verso l'oriente.

tornano in scena un sacco di personaggi di queste oscure materie e de il libro della polvere, ognuno con la sua complessa ma ben strutturata ragnatela di legami, che anzi si fanno sempre più chiari man mano si va avanti nella narrazione, si aggiungono personaggi nuovi, la cui apparizione più o meno breve non è mai insignificante, ma sopratutto torna un intero universo, quel mondo così ben costruito e articolato che fin dalle prime pagine del primo romanzo è stato forse il più grande punto di forza della saga.

questa volta però pullman sembra spingersi oltre e tocca, con infinita delicatezza e senza rischiare di far sembrare tutto fuori luogo, argomenti nuovi, più adulti, in accordo anche con la lyra ormai vent'enne che incontriamo qui.
il primo è proprio il cambiamento di lyra: ormai adulta, sembra aver perso quella capacità di immaginare, di inventare storie - e anche bugie, che era stato il suo grande talento da bambina. è una lyra un po' ingrigita, una dei tanti suoi coetanei affascinati da un paio di libri che fanno del cinismo e dello scetticismo il loro vessillo, che negano ogni qualsivoglia tipo di realtà che possa andare oltre la mera razionalità, arrivando addirittura a negare l'esistenza stessa dei daimon, spiegandoli come una sorta di allucinazione. è proprio questo a rovinare il legame già fragile tra lyra e pantalaimon: lui è rimasto quello che è sempre stato, e vedere lyra ridotta così è qualcosa che non riesce a sopportare.

viaggiando, lyra scopre realtà che non avrebbe mai pensato possibili a oxford: pullman reinterpreta in chiave fantasy - e a volte nemmeno troppo - alcuni dei grandi orrori del nostro mondo, dalla disperazione dei migranti e dei profughi, all'infinita povertà che spinge gli esseri umani alle azioni più degradanti pur di riuscire a sopravvivere, fino alle rivendicazioni di quella che potrebbe essere una qualsiasi ragazza che viaggia da sola e che vuole riuscire a farlo senza vivere nel costante timore di un'aggressione (svolta femminista che poteva essere gestita meglio, in certi passaggi si nota troppo la differenza del punto di vista tra autore/maschio e protagonista/femmina, sicuramente pullman ha cercato di essere più empatico possibile ma suona comunque troppo artefatto. ma, considerato che si tratta di un breve episodio, non è nulla di troppo grave).
come dicevo, i toni restano comunque accettabili anche per un pubblico giovane (tocca dire così ma sinceramente mi urta moltissimo questa continua volontà di trattare i ragazzini come se fossero degli idioti incapaci di capire come funziona il mondo prima del vent'anni, ma amen) e ai lettori più adulti - che forse sono di più, considerato che molti erano ragazzini ai tempi di queste oscure materie - non viene affatto facile leggere tra le righe e trarne le dovute conclusioni.
anche se non si schiera apertamente, pullman lascia intendere quali sono le sue posizioni in merito, e per questo gli vogliamo anche più bene di prima.

il regno segreto è dunque il racconto di un viaggio, anzi di tanti viaggi che sembra debbano portare tutti a un'identica meta: pan cerca il modo di restituire a lyra la sua capacità di immaginare, lyra cerca di scoprire la realtà dietro i molti misteri che ha improvvisamente cominciato a scoprire, entrambi vogliono ricucire il loro rapporto e tornare a essere quello che erano. gli altri personaggi intanto sono tutti attirati - con buone o cattive intenzioni - nell'orbita di lyra e di pan. le bussole di tutti puntano a oriente, in un luogo misterioso e per qualche motivo spaventoso noto come l'hotel blu o città della luna.

questo sarà sicuramente lo scenario - almeno quello iniziale - dell'ultimo capitolo de il libro della polvere. non ci resta che aspettare e sperare che pullman (e salani sopratutto!) non ci costringano a un'attesa troppo lunga.

lunedì 9 novembre 2020

scheletri

il modo più scontato di ammazzare qualcuno è chiuderlo dentro uno spazio senz'aria.
coi mostridentro invece funziona al contrario.
più ne parli, più entra l'aria. più c'è ricircolo. e i mostri soffrono perché sono creature molto freddolose.
se invece li covi, li tieni al caldo, senza far entrare nessuno... crescono.
e possono crescere tantissimo fino a occupare ogni parte di te.
[...] quindi uno dice vabbe' ma allora parlane, no? che sei stupido?
però oh, io certe cose non le riuscivo a dire.

in un modo o nell'altro, qualunque cosa decida di raccontare, zerocalcare è uno di quei pochi autori che non si limita a farmi pensare che sa creare empatia con i lettori: sa proprio arrivare a toccare quei punti nascosti e vulnerabili e farti un male cane. e poi ti consola facendoti capire che non sei affatto un fiocco di neve unico e speciale, che certa merda è molto più comune e banale di quanto avresti mai immaginato, che, almeno nella sfiga, non sei solo.
e ci riesce benissimo anche 'sta volta, nonostante scheletri sia stato presentato come un thriller e l'inizio della storia non rimandi esattamente - almeno mi auguro - a qualcosa di così tanto comune:

(scusate ma non riuscivo a riassumerla meglio di così)

ecco, insomma, la storia inizia così: con il ritrovamento di un po' più di mezzo dito davanti la porta di casa e un lungo flashback che ci riporta ai tempi in cui il giovane zerocalcare portava senza imbarazzo una cresta rossa e fingeva di frequentare l'università, passando invece le mattinate a fare avanti e indietro in metropolitana, incapace di spiegare a sua madre, ai suoi amici, a chiunque altro l'insopportabile senso di inadeguatezza che gli rendeva fisicamente impossibile andare a lezione.
è in metro, mentre ingoia mostri che cercano di soffocarlo e impara a memoria le facce dei soliti pendolari, che incontra arloc (sì, ovvio che fa riferimento a capitan harlock di matsumoto), un ragazzino più piccolo con cui, nonostante ogni aspettativa, stringe un'amicizia che stravolgerà parecchi equilibri a casa e nella sua comitiva, i cui strascichi continueranno a farsi sentire per anni.


scheletri è diviso in due grossi blocchi narrativi, quello dei fatti del 2002 e quello del 2020, il buco in mezzo si sente poco perché è facile collocarci in mezzo tutta la produzione di zerocalcare da la profezia dell'armadillo a macerie prime.
il 2002 è l'anno dell'incontro con arloc appunto, quello in cui il giovane calcare pensa di poter diventare una sorta di guida per questo sedicenne dalla vita sgangherata, lasciandosi in realtà trascinare dagli eventi molto più di quanto avrebbe voluto ammettere.
il 2020 è quello del zerocalcare di adesso, quello che nonostante il successo e la quasi-vita-da-adulto continua a sentirsi fuori fase rispetto ai suoi coetanei, quello delle paranoie e degli accolli, quello che crede che i suoi scheletri nell'armadio siano giganteschi e poi si rende conto di quanto possano essere enormemente grandi quelli che ha sempre avuto sotto gli occhi e non è mai riuscito a vedere davvero.



un thriller dicevamo, ma soprattutto un libro-di-zerocalcare, con tutto quello a cui ci ha abituati: la sua ironia in primo luogo, che rende davvero difficile collocare questo thriller in mezzo a tutti gli altri mai stati scritti, il rebibbiacentrismo, i personaggi secondari che ormai conosciamo tanto bene, quel mix di invenzione e autobiografia che caratterizza le sue storie da sempre.
scheletri è qualcosa di diverso ma non troppo: zerocalcare è bravo a rendere le sue storie riconoscibili da ogni punto di vista senza dare mai l'impressione di qualcosa di già visto, di noioso.
qui, forse più che altrove, c'è la realtà nuda e cruda della strada: i ragazzini sbandati, la violenza e la droga sono argomenti che già erano stati toccati, a volte anche solo sfiorati, ma qua diventano i temi principali della vicenda.

in attesa di a babbo morto (due libri di zerocalcare in due mesi circa è uno dei pochi-ma-buoni motivi personali per ringraziare del lockdown) scheletri finisce tra i miei preferiti di zerocalcare, forse a pari merito con macerie prime (terzo posto dopo kobane calling e dimentica il mio nome), almeno per il livello di angoscia esistenziale da post trent'anni che è riuscito a mettermi.

grazie miché, non mi fai mai sentire troppo sola ♥