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mercoledì 14 giugno 2017

verso il mare in ogni caso

nel prato, corrono un bambino e una bambina: la bambina è grassa e mora, il bambino è biondo e col nasone. c'è vento, le nuvole corrono veloci, coprono e scoprono il sole. mucchi di fieno giganteschi imbrigliati per non volare via, disseminati qua e là a punteggiare il verde di altro. e porte che si aprono e si chiudono come palpebre, su questa realtà o quell'altra o quell'altra ancora. i bambini corrono, scappano, si inseguono. la bambina grassa ride, il bambino biondo, col nasone, ride anche lui.


istruzioni per l'uso: iniziare a leggere il libro. rendersi conto di non capire bene cosa stia succedendo, ma continuare a leggere sperando di risolvere il problema (a dire il vero è perché non lo ammettereste mai di non capire cosa state leggendo. vale anche per me). arrivare alla fine con la stessa confusione mentale e solo dopo rendersi conto di aver capito. godere dell'illuminazione. lasciare il libro sul comodino (in realtà va bene anche qualsiasi altra superficie) e riprenderlo dopo qualche ora, leggendolo tutto d'un fiato, saltando anche quelle parti che si ricordano a memoria. esclamare - più o meno ogni pagina e mezzo - "ahhh, ecco!" con soddisfazione.
ripetere l'ultima parte più volte.

verso il mare in ogni caso è un libro strano. già è difficile decidere se è un romanzo che sembra una raccolta di racconti o una raccolta di racconti che sembrano un romanzo. potremmo definirlo narrativa e toglierci dagli impicci, ma proviamoci meglio.
ci sono delle storie, in questo libro, che se inizialmente non sembrano collegate tra loro, poco alla volta svelano il trucco che nascondono: una continua eco che rimbalza in una specie di labirinto fatto di parole ed essenze, e che rimbalzandosi si trasforma in virtù del fatto che tutto quello che vi è tra queste pagine è raccontato, esiste solo come successione ragionata e significativa di parole, gioca con il loro significato, con quello che possono evocare e con le realtà (seppure irreali o surreali o iperreali) che si possono creare quando tutto - lo spazio, il tempo, l'essere - diventa soggetto non più alle leggi fisiche dell'universo ma a quelle più elastiche ma inconfutabili della lingua.
e quando questa lingua è quella delle fiabe e dei sogni, allora le regole non contano proprio più, e il bambino e la bambina (anche quando non sono più bambino e bambina) superano ogni costrizione, vanno oltre il tempo e lo spazio, scavalcano anche i limiti imposti normalmente dall'essere se stessi e non qualcos'altro, dilatano la realtà stessa, e corrono, scappano, si inseguono.

insomma, l'avete capito che non è affatto facile parlare di questo libro, però è facilissimo consigliarvelo perché è uno di quei libri che non rientrano semplicemente tra i libri che mi piacciono, finiscono direttamente nello scaffale dei libri a cui voglio bene, e non è cosa da tutti (i libri).

lunedì 24 aprile 2017

l'occupazione

 [...] gli stati uniti furono occupati dall'europa unita, anzi da un'entità che si definiva paesi uniti d'europa, di cui faceva parte anche la russia  che aveva sostituito l'europa unita e gli stati membri, contestualmente all'occupazione degli usa. a quanto pare questi due eventi epocali si erano verificati senza alcun preavviso e nello stesso momento.  
[...] dopo un'ora, sul san francisco chronicle online comparve un articolo che parlava non dell'occupazione, ma del fatto che molti giornali ne avessero riportata la notizia, aggiungendo che era del tutto falsa, e che però la diffusione della stessa non era una burla ma qualcosa di pericoloso e sinistro. verso l'alba l'informazione era divisa.

siamo a manhattan, in un anno imprecisato ma che si direbbe non troppo lontano nel futuro, l'occupazione è in corso a quanto pare, ma la cosa non preoccupa più di tanto nessuno nel mondo, sopratutto non andreas e jacob, due amici - entrambi programmatori (che si direbbe essere il lavoro più importante nella loro realtà, se mi passate il termine) - che hanno altri problemi tra le mani: andreas viene improvvisamente e senza alcun motivo abbandonato da nora, la sua fidanzata, la quale scompare senza lasciare traccia né dare nessuna giustificazione, mentre jacob è ossessionato da tokyo, o meglio dalla persona che si nasconde dietro il nick tokyo e che si diverte a distruggere jacob non solo durante le partite di go online, alle quali partecipano entrambi, ma anche e sopratutto con messaggi di pura e gratuita cattiveria che lasciano intendere che lui - tokyo - lo conosca parecchio bene. insomma, l'occupazione c'è ma non si vede, non cambia niente nella vita di tutti i giorni, non ci sono invasori per strada, non c'è nulla che somigli anche solo lontanamente a una guerra e alla gente non viene chiesto di cambiare nulla della propria routine.
senza svelarvi troppo, la trama verterà principalmente su questi due percorsi di ricerca, rispettivamente nora e tokyo, ma dilungandosi in digressioni (apparentemente) sconclusionate e fuori contesto: dagli incontri con personaggi improbabili e organizzazioni assurde, alle descrizioni di inguardabili serie tv, mantenendo sempre sullo sfondo l'occupazione.

ora, il punto è che non è facile parlare di questo libro senza fare spoiler o senza togliervi il gusto di scoprire in cosa consiste veramente l'aspetto distopico, che c'è ed è anche interessante, quindi mi limiterò a una domanda: se un fatto enorme come l'occupazione degli stati uniti d'america da parte dell'europa è qualcosa di cui non si riesce a trovare conferma tramite qualsiasi fonte di notizie, più o meno valida che sia, su quali informazioni abbiamo davvero il controllo?
e qual è la distanza tra la nostra realtà e quella in cui i media danno notizie contraddittorie e non verificabili, i rapporti tra la gente si fondano principalmente sui messaggi e le e-mail (o i party aziendali, pieni di gente che sta lì perché ci deve stare e non perché ha davvero voglia di farlo), e la cultura pop sforna porcherie abominevoli che nonostante tutto diventano dei must che ci tolgono il sonno?

l'occupazione è un romanzo fatto principalmente di distrazioni e di eventi fondamentali, tutti così strettamente collegati tra loro che è quasi impossibile distinguerli o almeno metterli al loro posto in una scala di "importanza", la rappresentazione di una distopia in cui non ci sono grandi fratelli o governi invasivi a controllarti, ma solo il caos di mille imput che riempiono le vite dei personaggi, riempiendole di fuffa e svuotandole delle cose importanti, cosa che ricorda fin troppo da vicino le nostre esistenze, con la sola differenza che alessandro sesto è un narratore migliore di quello che a volte ci capita, capace di farci sorridere anche in mezzo a questo tragicomico caos e di tenerci incollati alle pagine per il puro gusto di leggere, di seguire le vicende di andreas e jacob, anche col dubbio che forse non ne verremo mai a capo.

martedì 20 dicembre 2016

racconti scelti per pesciolini d'argento

wikipedia dice che i pesciolini d'argento, o meglio i lepisma saccharina, sono insetti che, oltre a preferire la scarsità di luce e a dovere il proprio nome alla somiglianza fisica con i pesci, sono degli insetti sinantropici, ovvero, vivono nelle abitazioni umane.
più precisamente, lì dove si trova polvere e carta, quindi nelle abitazioni umane piene di libri, sopratutto (giuro che non guarderò più i miei scaffali allo stesso modo da adesso).


questa cosa della sinantropia la sa bene il protagonista di racconti scelti per pesciolini d'argento - uno degli ultimi titoli di gorilla sapiens edizioni, scritto da marco parlato - che dai suddetti insetti è ossessionato dato che gli infestano la casa, già assediata da una proprietaria un po' ninfomane con l'istinto da crocerossina e invasa dai manoscritti lasciati lì da clara, la sua ex, una traduttrice di romanzi e racconti dell'azerbaijan.

se il compito del nostro protagonista sembra una cosa semplice, finire di montare il video di un matrimonio, uno dei suoi tanti lavori da videomaker freelance, è solo perché non capite cosa vuol dire dover affrontare una sfinge per sapere perché non vi è stato accreditato il bonifico in banca, sopravvivere agli attacchi della signora balducci, che con la scusa di prendersi cura di lui e portargli il pranzo, si propone più o meno spudoratamente come amante, e far fronte a un'invasione di pesciolini d'argento che si annidano nelle intercapedini di tutta la casa.
nel frattempo, così come gli insettini hanno preso il possesso dell'appartamento, i fantasmi dei ricordi del passato controllano la mente del nostro, mischiandosi ai frammenti di storie che clara gli raccontava mentre lavorava e alle figure inspiegabili che appaiono nel video del matrimonio.

" - sono certo di infrangere le tue certezze, sapiens, rivelandoti che la vita è un romanzo tradotto male. troppe sono le mediazioni prima che la verità degli eventi giunga al tuo pensiero, e ogni cosa risulta infida, proprio come una storia passata per due mani di troppo. se già non possiamo fidarci degli autori, quanta fiducia siamo pronti a concedere ai traduttori?"

ogni frammento tornato alla memoria, ogni mistero svelato o da svelare porta a un altro ricordo o un altro dubbio, in un concatenarsi di storie in cui troviamo vecchi coinquilini malati d'amore e nuovi occupanti abusivi che hanno esagerato con i libri di letteratura latina, soldati morti che continuano a scrivere lettere alla famiglia e topolino che cercano di fermare l'avanzata di una colonia di scarafaggi, uomini che indossano le bretelle e ordiscono trame complicate per dar luogo a poco probabili tradimenti e editori narcisisti che non sanno mettere un freno alle loro parole.
così, quella che doveva essere una tranquilla e un po' noiosa giornata di lavoro si trasforma in un racconto di racconti, vissuti, inventati, tradotti e sognati, in cui i ruoli di narratore e protagonista si alternano e si confondono.

racconti scelti per pesciolini d'argento è in realtà un lungo racconto - o un romanzo breve, fate voi - da cui è impossibile staccare gli occhi, si legge tutto d'un fiato, perdendosi tra una storia e l'altra e ritrovandosi alla fine in uno stato a metà tra lo straniamento e la consapevolezza di aver appena terminato un racconto - o romanzo - geniale.

sabato 2 luglio 2016

l'interpretazione dei sogni di freud astaire

l'interpretazione dei sogni di freud astaire è un libro che trae in inganno a partire dal titolo, dal primo momento in cui lo vedi. sta lì, tutto carino con la sua copertina rosa, come un demonio travestito da carlino: tu ti impucciosisci, avvicini una mano per fargli una carezzina e quello ti strappa via tutto il braccio. e anche un pezzetto di stomaco, te lo sfila via non si capisce bene come.
a dirla tutta, ne l'interpretazione dei sogni di freud astaire non ci sono sogni da interpretare. e non ci sono neanche freud e fred astaire.
ci sono però dei racconti surreali che hanno come principale scopo quello di lasciarti stordito, confuso, anche turbato e - perché non dire tutta la verità? - anche infastidito.
però, quando un libro ti avvisa prima, non è che puoi rimproverarglielo. e poi diciamo che un libro che scorre via, così, senza lasciarti nemmeno un pruritino addosso... che noia.


angelo zabaglio, che è anche andrea coffami, si diverte come un matto a creare situazioni esilaranti al limite dell'illegale, se ne strafrega del politically correct, spiattella chili di vernice nera sul suo senso dell'umorismo e non si censura nemmeno per un istante.
superati stordimento, confusione e turbamento, tu che leggi questo libro cominci a divertirti insieme a chi lo scrive, e vadano pure a fanculo tutti i perbenismi possibili e immaginabili.

che poi, vero è che freud astaire non c'è, e se ci fosse non starebbe interpretando nessun sogno (e non ballerebbe neanche), ma andrea coffami, che è anche angelo zabaglio, c'è eccome, e i suoi racconti possiamo vederli come sogni un po' allucinati che interpretano le nostre zone d'ombra, quelle reali, quelle che possiamo accettare solo se scritte su un giornale per parlarne poi scandalizzati e con la mano davanti alla bocca, quello che celiamo così a fondo da non farlo emergere nemmeno in un sogno.

giovedì 24 marzo 2016

anteprima: "sottrazione" di carlo sperduti e intervista all'autore

il 31 marzo esce sottrazione, una nuova raccolta di racconti di carlo sperduti, autore di un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi (di cui avevo parlato qui) ma visto che claccalegge è uno dei blog più fiQi dell'internét, oggi se ne parla in anteprima, grazie sopratutto a gorilla sapiens edizioni che mi ha spedito una copia del libro!

sulla quarta di copertina di sottrazione (divagazione necessaria: a me sta cosa che le quarte di copertina dei gorillibri - ovvero dei libri della gorilla sapiens edizione - inizino sempre con caro lettore di quarta di copertina mi piace da morire. anche se a me mi non si dice) si legge così:
Caro lettore di quarta di copertina, Come in un labirinto, come tra le pareti di una catacomba, come in una casa affollata di presenze e di vuoti, di cose e discorsi sospesi e di fenomeni inquietanti, in questo libro lo spazio si deforma e restringe, allestisce tranelli, sottrae scalini, nega vie di fuga. Questi 34 racconti, disposti in ordine decrescente di lunghezza, esprimono le infinite possibilità della narrativa breve e brevissima, a dimostrazione empirica del fatto che “scrivere per sottrazione è una moltiplicazione”.
e già mi piace.


un libro di racconti è per me un libro mordi e fuggi, uno di quelli che non sei costretto a rimanere con il naso tra le pagine fino a che non arrivi all'ultima pagina, ed è facile anche perché in realtà di ultime pagine ce ne sono parecchie, visto che i racconti sono parecchi.
come mi era già successo con il tebbirile intanchesimo etc. (che mi ha seriamente fatto dubitare di essere dislessica, cosa che sostengono in molti, non di esserlo, ma che lo sia io, nonostante legga ininterrottamente - quasi - dalla tenera età), ogni volta che inizio un racconto di sperduti mi sembra di essermi appena risvegliata in un posto del tutto nuovo e sconosciuto dopo una gran mazzata sulla testa. non sai bene a cosa andrai incontro, se le regole di quel mondo sono quelle che pensavi di conoscere, se i personaggi non siano dei pazzi sfrenati e potenzialmente pericolosi, se le parole hanno lo stesso significato di quello che fino ad adesso pensavi avessero (che poi penso: magari sono davvero dislessica e da quando avevo sei anni fino ad ora ho letto cose che non solo non ho capito, ma non esistono proprio e magari le parole cambiano ogni volta nella mia testa).

sottrazione mi ha regalato parecchi di questi viaggi strani: dalle case malate ai ristoranti cinesi in cui servono errori (oltre che orrori), dagli armadi a buco nero ai nei antropofagi, da stanze che diventano sempre più grandi a cucine che contengono lasagne paradossali, fino a quei posti in cui le cose smettono di cadere e rimangono ad annoiarsi a mezz'aria, in compagnia di personaggi sorprendenti, tra cui l'uomo che faceva le cose a contrario, isignazio che, vorrei vedere!, odia il suo nome, fumatori troppo timidi e gente che parla sì poco, ma dice sempre cose vere.

a collegare i racconti tra loro non è una tematica precisa o dei personaggi particolari, quanto la sensazione surreale che tutto ciò che non potrebbe avere senso ha davvero un senso, un rincorrersi di paradossi logici, spaziali, temporali e persino culinari, e sopratutto la capacità, che è la cosa che mi piace tantissimo di questo autore, di saper giocare con le parole, con le lettere, per non parlare di punti, virgole e apostrofi.
questo libro mi ha sorpresa, in fondo non è facile sapere cosa aspettarsi da un libro del genere, di sicuro è impossibile immaginare cosa succedere tra due righe, figuriamoci alla fine del racconto, ogni volta, per ogni racconto.

consigliatissimo a chi cerca una lettura un po' diversa da solito, a chi è della filosofia il come mi interessa di più del cosa*.

*in risposta alla detestabilissima domanda: di cosa parla questo libro?

mentre aspettate che sia il 31 marzo per andare in libreria a comprare la vostra copia di sottrazione, leggetevi questa intervist chiacchierata con carlo sperduti!


ciao carlo, grazie mille per aver accettato di dedicarmi un po’ del tuo tempo, e benvenuto su claccalegge!

ho una domanda che riguarda sottrazione, ovvero: perché scrivere una raccolta di racconti basata sulla lunghezza, o meglio sulla slunghezza (cit.) del testo?
Sottrazione è una selezione di materiale scritto negli ultimi due anni e mezzo circa. Come nel caso di Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi, sempre pubblicato da Gorilla Sapiens Edizioni, si tratta di una raccolta non pensata come tale, ma assemblata a posteriori. Dovendo anche stavolta trovare una via per organizzare i testi (per l’altro libro il criterio era tematico) mi sono spontaneamente focalizzato sulla lunghezza, o meglio sulla brevità. Sostanzialmente, mi sono reso conto che tendo a scrivere cose sempre più brevi (l’ultimo racconto di Sottrazione è di 163 battute spazi inclusi) e mi è venuta l’idea di un libro che desse l’impressione di una caduta a precipizio verso la pagina bianca, quindi verso l’annullamento della narrazione (o verso il suicidio della scrittura o in qualunque altro modo lo si voglia dire: insomma, farla finita con questo spocchioso vizio di raccontare). D’altro canto, però, è indicativa la frase con cui si apre il libro, Scrivere per sottrazione è una moltiplicazione, nata come gioco di parole abbastanza scemo e rivelatasi poi l’espressione di un dato di fatto: nel libro i racconti sono molti (34 più un’appendice) e a ognuno corrisponde un modo di raccontare (solo pochi si assomigliano nei toni e nella struttura). Dunque, se il libro punta al nulla, contiene però un campionario di modi di scrivere che sarebbe necessariamente più ristretto con un minor numero di racconti: la strada dell’annullamento e della moltiplicazione si possono percorrere contemporaneamente, a quanto pare. Anche di questo mi sono reso conto a posteriori. Inoltre, come ho scritto nella breve nota che apre il libro (in cui do informazioni sulla provenienza di alcune storie) non ci si deve stupire del criterio adottato nella raccolta: è arbitrario quanto ogni altro.

non sono ancora riuscita a recuperare tutti i tuoi libri (ma lo farò!) però mi pare di capire che preferisci il racconto al romanzo. perché questa scelta? quali sono secondo te i vantaggi di un racconto più breve rispetto a una storia più lunga?
Non porrei la questione sul piano dei vantaggi o degli svantaggi. Che i miei gusti di lettore e di autore siano orientati verso il racconto è palese. Anche quando scrivo cose lunghe (relativamente: la mia storia più lunga, Caterina fu gettata – Intermezzi Editore – supera di poco le 160.000 battute) tendo sempre a procedere per frammenti che abbiano un’identità forte, in alcuni casi una compiutezza, anche se non relazionati al contesto. Le cose inutili, per esempio, che è uscito l’anno scorso per CaratteriMobili, è una storia unica composta da brani le cui connessioni non sono sempre immediatamente percepibili, di modo che il lettore è chiamato a ricostruire la trama almeno in parte. Anche a questo proposito, benché si tratti di un romanzo breve, potrei ripetere il discorso fatto per Sottrazione, intendo la parte sul campionario di modi di scrivere: i vari capitoli de Le cose inutili, infatti, o le varie serie di capitoli, utilizzano procedimenti formali differenti. In conclusione, credo che si tratti di una sorta di forma mentis, quella del racconto – così come quella del romanzo per altri – e non, come dicevo, di una questione di vantaggi.

da cosa nascono i tuoi racconti? alcuni sembrerebbero delle tranquillissime scene quotidiane fino a che qualcosa non rivela qualcosa di completamente assurdo e surreale...
È vero, in alcuni casi i miei racconti funzionano così: un’incursione dell’illogico – o del diversamente logico – in situazioni apparentemente normali (il primo che mi viene in mente è La situazione non precipita, in Sottrazione). Ma è solo una delle possibilità, e a volte è il risultato di altre scelte. Come credo risulti chiaro da quanto detto finora, non mi piace star fermo su un’unica formula. Ciò non vuol dire che io non torni mai su una formula (se l’ho trovata efficace è probabile che la riutilizzi in racconti successivi) ma in generale preferisco che ogni racconto abbia la sua logica e il suo espediente letterario. Per questo una risposta diretta alla tua domanda non è facile, ma non voglio neanche far ricorso a scappatoie come “non c’è una regola fissa”. Quindi sarò specifico, portando alcuni esempi, relativi ad altrettanti racconti. L’idea di Istruzioni per Lucio, contenuto in Un tebbirile intanchesimo, consiste né più né meno che nell’elenco lievemente romanzato delle possibilità combinatorie di due serie di elementi: da una parte delle chiavi di varia forma, dall’altra le serrature corrispondenti; Unità di mistura, in Sottrazione, fa utilizzo di tempi verbali incoerenti per restituire attraverso la lingua lo smarrimento sentimentale del narratore; Un tebbirile intanchesimo, dall’omonima raccolta, fa dell’inversione dislessica di lettere e sillabe sia un espediente formale che un elemento della trama; Dizionario dei sinonimi e degli inonimi (in Sottrazione) simula a fini umoristici una dissertazione accademica sui difetti dell’italiano scritto e parlato. E così via... dunque niente scappatoie come “non c’è una regola fissa”, ma di fatto non c’è una regola fissa. Però c’è sempre una regola.

sempre a proposito di racconti, tu sei abbastanza “fuori moda” considerando quello che al momento sembrerebbe essere più apprezzato, ovvero trilogie, quadrilogie, saghe interminabili. cosa ne pensi di tutte queste storie (quasi) infinite?
Ti ringrazio per il fuori moda. In ogni caso, nonostante la mia predilezione per la brevità, non ho pregiudizi contro la lunghezza. Solamente, credo che a ogni storia corrisponda un’estensione ottimale, e a ogni estensione un certo tipo di storia (per intenderci: Continuità dei parchi di Cortázar non poteva che essere così breve; Alla ricerca del tempo perduto di Proust non poteva che essere così lungo). Quando le due coordinate non trovano un equilibrio si pone un problema: se sei Fëdor Dostoevskij e ogni tanto allunghi il brodo perché devi pagarti i debiti di gioco e stai pubblicando a puntate, ben venga, magari il romanzo si slabbra un po’ e invece di essere perfetto è solo inarrivabile; se non sei Fëdor Dostoevskij e scrivi una tetralogia che Proust potrebbe riassumere in un capoverso scritto mentre fa cattleya, con risultati infinitamente migliori, allora è questione di soldi, proprio come nel caso di Fëdor Dostoevskij, ma quei soldi non te li meriti (a meno che tu non li perda al gioco e allora avresti almeno un punto in comune con Fëdor Dostoevskij, per quanto io preferisca il metodo Landolfi).

se dovessi scegliere uno tra i tuoi racconti, quale sarebbe quello che preferisci, o quello a cui ti senti più legato?
Questa è davvero difficile. Dovendo sceglierne solo uno, attualmente direi Nulla di male, in Sottrazione, ma se me lo chiedessi fra un mese probabilmente sarebbe un altro. Nulla di male comincia così:

Dopo l’ultimo boccone, Tiziano ripone le posate nel piatto e le osserva per un minuto, i pensieri indistinti.Fa lo stesso ogni giorno, senza un motivo particolare.La cucina dei suoi pranzi solitari occupa un angolo del quinto piano del condominio. Al di là della parete a cui è addossato il tavolo una spenta facciata ocra, più bella a scriversi che a vedersi, poi il vuoto sopra un marciapiede sconnesso di una ex periferia.Qualcosa gratta, oggi, lì dentro il muro o lì fuori dal muro, chissà, interferendo con la contemplazione di una forchetta verdeggiante di pesto.Letizia arriverà a minuti.Se Letizia sta arrivando, quel suono deve essere innocuo. Se Letizia non stesse arrivando, quel suono sarebbe un incubo. Se Letizia se Letizia se Letizia, la forchetta la forchetta la forchetta.

mi consigli un libro assolutamente imperdibile?
Una pinta d’inchiostro irlandese di Flann O’Brien, del 1939: è uno dei romanzi più innovati, complessi e divertenti che abbia mai letto. Nelle prime righe si legge questo:
L’idea che un libro dovesse avere un solo inizio e una sola fine, non mi convinceva. Un buon libro poteva avere tre inizi completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nella prescienza dell’autore, e finire, se necessaio, in trecento maniere diverse.
Segue un Esempio di tre inizi indipendenti.

la cosa che più mi piace del tuo modo di scrivere è che a te piace giocare con le parole. quali sono le figure retoriche che preferisci e quelle che invece non usi – volontariamente – mai?
Ho un rapporto di amore e odio con il linguaggio in generale e con la lingua in particolare. Lo stesso tipo di rapporto ce l’ho con la letteratura, i suoi tic nervosi e le sue convenzioni. Credo che la comunicazione non esista, a nessun livello, che sia una presunzione tutta umana a volte e una consolazione altre volte, come la religione o giù di lì, in ogni caso un’impostura, per non parlare del “senso” o “significato” di cui dovrebbe essere veicolo. Quindi niente preferenze: la retorica con le sue figure la prendo tutta, pacchetto completo, e qualche volta la utilizzo come se avesse uno scopo o fosse reale, altre volte per prenderla in giro come se pretendesse di avere uno scopo o di essere reale.

pubblicare con piccoli editori indipendenti è stata una scelta personale o si tratta solo di è andata così?
Che sia andata così è un fatto. Ma è andata così per una serie di motivi: gli editori con cui pubblico sono editori di cui mi fido, sul piano professionale ma anche su quello personale, a cui ho proposto i miei lavori e che li hanno scelti, e con cui non intendo smettere di collaborare almeno finché apprezzeranno quel che scrivo, cosa che reputo fondamentale. D’altro canto, sono consapevole che difficilmente un editore di altro tipo, un medio-grande, potrebbe essere interessato a quel che scrivo, se ho capito che aria tira. È pur vero che ad altri editori, altrettanto indipendenti rispetto ai miei, non sono piaciuto, dunque non si può generalizzare. Facendo un rapido calcolo, non piaccio ai nove decimi degli editori che ho contattato negli anni, quindi è evidente che Gorilla Sapiens Edizioni, CaratteriMobili e Intermezzi Editore abbiano preso un abbaglio. Però non escludo niente: nell’ipotesi di altre proposte, da parte di indipendenti o meno, le valuterò come ho fatto con le precedenti. Ma per ora non me le vado a cercare: sto bene dove sto.

pensi che sia valida, per le case editrici ma se vuoi anche per gli scrittori, l’equazione meno titoli = più qualità?
No, penso che un editore possa immettere sul mercato anche un solo pessimo libro all’anno, improponibile sin nei minimi dettagli. Lo stesso vale per uno scrittore in tutta la vita.

cosa ne pensi delle graaandi case editrici, quelle che inondano ogni settimana le librerie di nuovi titoli?
Che fanno il loro mestiere, chi meglio chi peggio, e che di questi nuovi titoli pochi m’interessano, ma succede lo stesso, in proporzione, con alcuni piccoli editori: meno titoli, quasi nessuno che m’interessi (soprattutto nel caso in cui il piccolo editore indipendente tenta di ricalcare le logiche del grande editore, con esiti per lo più grotteschi). Tutta questa ossessione per la differenza tra editore indipendente e colosso editoriale non riesce a coinvolgermi. O meglio: finché si parla di economia, distribuzione, monopoli, saturazione del mercato e via dicendo il discorso regge, ma quando si confondono questi aspetti con la qualità del prodotto finale (del singolo libro, non di tutti i libri di un determinato editore o della sua teorica linea editoriale) allora non vedo la connessione, e più di una volta mi è sembrato che si vada avanti per slogan da entrambe le parti, che la retorica del piccolo editore che resiste sia sfruttata a mo’ di strategia pubblicitaria al pari delle fascette che annunciano un miliardo di vendite in una settimana. A me interessa la letteratura – la narrativa in particolar modo – e ho i mezzi, come tutti al giorno d’oggi, per informarmi a proposito. Dunque, se m’imbatto in quello che reputo un buon libro io lo compro e lo leggo perché m’interessa. Se questo buon libro l’ha pubblicato Mondadori, rimane un buon libro. Se questo buon libro l’ha pubblicato Gorilla Sapiens, è lo stesso buon libro.

e delle autopubblicazioni?
Le sconsiglio a chiunque abbia l’intenzione di farsi conoscere come autore attraverso un prodotto di qualità. Le consiglio a chiunque abbia intenzione di divertirsi e regalare o vendere le proprie storie o poesie ad amici e parenti.

stai già lavorando a qualche nuovo progetto?
Sì, sto lavorando a un romanzo che spero di ultimare entro qualche mese e che, sebbene le vicende narrate non c’entrino un bel niente, ha qualche punto in comune, a livello tematico e strutturale, con Le cose inutili. Poi ci sono un altro paio di progetti in cantiere, ma le idee per ora sono così approssimative che non vale la pena parlarne.

dato che mi è piaciuta parecchio la storia (le microstorie?) dell’uomo che faceva le cose a contrario, la domanda che avrebbe dovuto aprire l’intervista (ugh) te la faccio alla fine: chi è carlo sperduti? e sopratutto quando e come ha deciso di fare lo scrittore?
Per fortuna Carlo Sperduti non ha mai deciso di fare lo scrittore. È un tizio che ha da poco passato i trenta, che ha vissuto la prima parte della sua vita tra Broccostella e Sora in Ciociaria, la seconda parte a Roma e che ha appena iniziato la terza a Perugia. Verso i diciasette anni, per puro caso, si è trovato a scrivere un racconto e la cosa gli è sembrata divertente, così ha smesso perché il suo personaggio di allora aveva il dovere morale della sofferenza; ha poi ricominciato nel 2008 e ha continuato fino a oggi. Continuerà finché si divertirà.

ah, un’ultimissima cosa che però non è proprio una domanda ma una richiesta, anche un po’ idiota (quindi se vuoi ignorala), ci regali un racconto breve, brevissimo, sottrattissimo?
Da Re minori in microfiabe, appendice di Sottrazione:
C’era una volta il Re Gina.Somigliava in maniera impressionante a sua moglie. Fatto strano: i due non si facevano mai vedere insieme.


e e e grazie mille per tutto! spero di vederti presto a palermo a parlare di sottrazione e dei tuoi libri!

ed ecco il programma del sottrazione tour:

mercoledì 9 settembre 2015

commenti randomici a letture randomiche (6)

finalmente sono riuscita a sfoltire un po' la pila (in realtà non è una pila, li tengo sparsi per casa) dei libri da leggere. ormai ho abbandonato qualsivoglia tentativo di progetto libri da leggere, mi sono rotta, tanto non ci riesco mai. vado a random, seguendo l'ispirazione del momento.
a questo giro, non ho beccato certo il libro della mia vita, ma sono tre titoli meritevoli comunque e che mi hanno strappato anche qualche risata, per cui se vi va, dateci un'occhiata.

il primo l'ho recuperato su bookmooch, sito che mi fa impazzire spessissimo perché non trovo praticamente quasi nulla da mesi. (sono una persona orribile che confida che mezza italia riceva il libro sbagliato a natale e lo sbologni lì). è uno dei soliti romanzi brevi di amélie nothomb, sabotaggio d'amore. con uno dei soliti romanzi di a. nothomb intendo che è folle. ambientato in cina, a pechino - la città dei ventilatori - negli anni settanta, vede protagonisti un gruppo di bambini di mezzo mondo, tutti lì per non meglio precisate questioni lavorativo-politiche dei genitori. tra loro, l'innominata eroina della vicenda, che si può supporre sia la stessa autrice, visto che è anche la narratrice della storia, è una delle più agguerrite combattenti del proseguo della seconda guerra mondiale.
esatto.
mentre tutto il mondo pensa che la guerra sia un ricordo per fortuna lontano, in cina, a pechino, i bambini avevano deciso che la conclusione della guerra era stata affrettata e non troppo importante, per cui hanno preferito continuare da soli.
tra torture a base di immersioni nella pipì, spruzzi di vomito e altre innominabili schifezze, la nostra protagonista, una delle combattenti più piccole - solo sette anni! - scopre per la prima volta l'amore. un amore devastante e folle per elena.
elena è bellissima, superiore a tutto, incantevole. e ovviamente non si fila la nostra neanche per sbaglio.
c'è in questo breve romanzo, tutta l'arguzia, l'ironia, lo stile tagliente e poetico tipici della nothomb. ed è per questo, per il suo modo incredibile di giocare con le parole e di creare situazioni surreali, che io amo follemente questa donna.

ogni giorno di felicità è una poesia che muore va preso già soltanto per il titolo. ammetto che io ho scelto proprio su questa base.
è una raccolta di poesie che gioca con le parole e i suoni più che con i sentimenti, e poi a un certo punto arriva a tradimento la frase a sorpresa che ti fa sussultare e ti fa pensare che quella frase, quelle parole, stavano lì proprio in attesa di essere lette da te.
o almeno per me è stato così.
sinceramente a un libro di poesie, da perfetta incompetente in materia quale sono, non chiedo altro, anzi ad essere sincera, cerco i libri di poesia per trovare parole che possano farmi da specchio e riuscire a dire quello che ancora nella mia testa non ha forma. o quello che semplicemente, avresti voluto leggere e non lo sapevi ancora. le poesie sono un mistero.
ci dev' essere un posto
in cui si ritrova chi è lontano.
ci vediamo lì stasera
dopo cena,
ho molte cose da dirti
e poca voce.

vieni sola
e senza addio.
e - sempre per gorilla sapiens edizioni - ho finito moby dick e altri racconti brevi. bisogna ammettere che questa casa editrice riesce a conquistarmi spesso con i titoli... dunque, questa dovrebbe essere una raccolta di racconti, ma credo siano più considerazioni, aneddoti, chiacchiere (nel senso di chiacchiere interessanti, non di fuffa) su situazioni topiche della letteratura, scritto in modo divertente, brillante e ironico, senza ammorbanti lungaggini.
ed insegna un sacco di cose.

tipo: kafka non sarebbe d'accordo su come viene usato il termine kafkiano. moby dick non da consigli troppo utili in caso di attacco di una balena gigantesca e incazzata, è pericoloso parlare di sinestesie alle feste e sopratutto ho scoperto di provare grande invidia per i personaggi dei romanzi che non devono necessariamente lavorare (anche se devono fare grande attenzione per non farsi uccidere dall'autore alla fine della storia) e mi sono ricreduta parecchio circa l'inutilità della mia vita: sarebbe meglio se a raccontarla fosse qualcuno di bravo a raccontare le cose.
menzione d'onore all'amico aldo.

consigliato a chi ama i libri e sopratutto i libri che parlano di libri.

lunedì 6 luglio 2015

commenti randomici a letture randomiche (5)

eccomi finalmente di nuovo qui.
vi svelo un segreto: un sacco degli ultimi post erano stati scritti un po' prima e poi programmati nei giorni scorsi, per evitare di lasciar morire ancora una volta il blog in questi giorni incasinati e strani. ma, si direbbe, tutto sta tornando alla normalità e io finalmente riprendo possesso del mio inutilissimo e impallatissimo micropc per scrivere un po' delle ultime letture, perché se anche è vero che è stato tutto un casino, è anche vero che riesco sempre e comunque a ritrovarmi sempre qualcosa da leggere in mano.

ne ho approfittato per rileggere uno dei libri che ho più amato nella mia vita, quel capolavoro che è narciso e boccadoro di herman hesse. che è tanto ma tanto famoso che certo non si merita un'inutile recensione. ma posso dire che il libro più bello che sia mai stato scritto sull'arte tra tutti quelli che mi è capitato di leggere. e se per puro caso passasse da qui qualcuno che non ne ha mai sentito parlare o non l'ha mai letto, beh, fidatevi di clacca.
ho letto anche demian dello stesso autore, e per quanto mi sia piaciuto tantissimo, l'ho trovato un po' oscuro... plausibilmente dovrò rileggerlo e rifletterci su ancora un po'.

poi mi sono finalmente dedicata a il venditore di storie, del buon jostein gaarder, autore che amo dai lontani tempi dell'adolescenza, quando il mondo di sofia mi fece innamorare della filosofia (e non esagererei se dicessi che fu quel libro a convincermi che dovevo frequentare il liceo classico... e ancora oggi mi capita di lanciargli uno sguardo pieno d'amore quando passo davanti alla mia libreria).
tutti i libri che ho letto di gaarder mi sono piaciuti tantissimo, ma questo è forse uno di quelli che mi ha colpito di più. il protagonista, petter, è un uomo dotato di un talento incredibile: non riesce ad arginare l'infinito flusso di idee che ogni momento nascono dalla sua mente. petter, da sempre, riesce ad inventare e raccontare storie, è come una liberazione per lui scrivere due appunti veloci per quello che potrebbe essere il plot per un romanzo o una bozza di una rappresentazione teatrale. eppure lui non ha alcun desiderio di scrivere un libro, di dedicarsi per troppo tempo a una sola storia quando la sua testa è così piena di altri racconti.
eppure, cos'è che spesso manca proprio a chi i libri li scrive di professione? petter si definisce come un ragno che tesse la tela intrappolando un sacco di piccole prede, eppure persino per il più abile dei ragni è facile diventare vittima di una ragnatela...

qualche tempo fa (un mese? oddio, ho perso la cognizione del tempo) ho letto stalin + bianca. e... non lo so. nel senso, ho iniziato con una buona dose di scetticismo per rimangiarmelo subito. mi sono innamorata del libro e l'ho amato per circa tre quarti, ho provato tenerezza per quel pazzo di stalin, che deve al dittatore solo un paio di baffi troppo folti, per i suoi scoppi di rabbia e per il suo amore silenzioso per bianca, e ho provato tenerezza per bianca, che non ci vede e a volte non si vede.
ho provato tenerezza per la loro storia, per i loro errori e per la loro fuga. per la loro paura e per gli incontri, per il loro essere sperduti e senza casa, senza punti di riferimento, senza nulla. per la telecamera di stalin e per tutto quanto. ho avuto, mentre leggevo questo libro, la percezione più vivida di quanto sia facile trovare qualcosa di bello in mezzo allo squallore dilagante.
eppure, alla fine, qualcosa di questa sorta di incantesimo si è spezzato e la fine del libro mi ha quasi annoiata. perché? bella domanda. forse devo rileggere anche questo.

dulcis in fundo, ho letto un libro che mi ha fatto stare circa 10 minuti a cercare di pronunciare bene il titolo: un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi. mica l'avevo letto subito così. è una geniale raccolta di racconti, uno più strano dell'altro, pubblicato da una casa editrice che se non fosse per la cara leggivendola (ma ve l'ho detto che ci siamo incontrate e che ella è una creatura indicibilmente tenera?) non avrei mai conosciuto (o forse prima o poi sì, ma comunque...) la gorilla sapiens edizioni (che per ora e fino a domenica 12 luglio fa sconti, andate qui per avere più informazioni, io sono già in attesa del mio ordine!).
meritevolissimi l'agghiacciante storia di un fusillo e il racconto dislessico che da il titolo al libro.