sulla quarta di copertina di
sottrazione (divagazione necessaria: a me sta cosa che le quarte di copertina dei gorillibri - ovvero dei libri della gorilla sapiens edizione - inizino sempre con
caro lettore di quarta di copertina mi piace da morire. anche se a me mi non si dice) si legge così:
Caro lettore di quarta di copertina, Come in un labirinto, come tra le pareti di una catacomba, come in una casa affollata di presenze e di vuoti, di cose e discorsi sospesi e di fenomeni inquietanti, in questo libro lo spazio si deforma e restringe, allestisce tranelli, sottrae scalini, nega vie di fuga. Questi 34 racconti, disposti in ordine decrescente di lunghezza, esprimono le infinite possibilità della narrativa breve e brevissima, a dimostrazione empirica del fatto che “scrivere per sottrazione è una moltiplicazione”.
e già mi piace.
un libro di racconti è per me un libro mordi e fuggi, uno di quelli che non sei costretto a rimanere con il naso tra le pagine fino a che non arrivi all'ultima pagina, ed è facile anche perché in realtà di ultime pagine ce ne sono parecchie, visto che i racconti sono parecchi.
come mi era già successo con il
tebbirile intanchesimo etc. (che mi ha seriamente fatto dubitare di essere dislessica, cosa che sostengono in molti, non di esserlo, ma che lo sia io, nonostante legga ininterrottamente - quasi - dalla tenera età), ogni volta che inizio un racconto di sperduti mi sembra di essermi appena risvegliata in un posto del tutto nuovo e sconosciuto dopo una gran mazzata sulla testa. non sai bene a cosa andrai incontro, se le regole di quel mondo sono quelle che pensavi di conoscere, se i personaggi non siano dei pazzi sfrenati e potenzialmente pericolosi, se le parole hanno lo stesso significato di quello che fino ad adesso pensavi avessero (che poi penso: magari sono davvero dislessica e da quando avevo sei anni fino ad ora ho letto cose che non solo non ho capito, ma non esistono proprio e magari le parole cambiano ogni volta nella mia testa).
sottrazione mi ha regalato parecchi di questi viaggi strani: dalle case malate ai ristoranti cinesi in cui servono errori (oltre che orrori), dagli armadi a buco nero ai nei antropofagi, da stanze che diventano sempre più grandi a cucine che contengono lasagne paradossali, fino a quei posti in cui le cose smettono di cadere e rimangono ad annoiarsi a mezz'aria, in compagnia di personaggi sorprendenti, tra cui l'uomo che faceva le cose a contrario, isignazio che, vorrei vedere!, odia il suo nome, fumatori troppo timidi e gente che parla sì poco, ma dice sempre cose vere.
a collegare i racconti tra loro non è una tematica precisa o dei personaggi particolari, quanto la sensazione surreale che tutto ciò che non potrebbe avere senso ha davvero un senso, un rincorrersi di paradossi logici, spaziali, temporali e persino culinari, e sopratutto la capacità, che è la cosa che mi piace tantissimo di questo autore, di saper giocare con le parole, con le lettere, per non parlare di punti, virgole e apostrofi.
questo libro mi ha sorpresa, in fondo non è facile sapere cosa aspettarsi da un libro del genere, di sicuro è impossibile immaginare cosa succedere tra due righe, figuriamoci alla fine del racconto, ogni volta, per ogni racconto.
consigliatissimo a chi cerca una lettura un po' diversa da solito, a chi è della filosofia
il come mi interessa di più del cosa*.
*in risposta alla detestabilissima domanda:
di cosa parla questo libro?
mentre aspettate che sia il 31 marzo per andare in libreria a comprare la vostra copia di
sottrazione, leggetevi questa
intervist chiacchierata con
carlo sperduti!
ciao carlo, grazie mille per aver accettato di dedicarmi un po’ del
tuo tempo, e benvenuto su claccalegge!
ho una domanda che riguarda sottrazione, ovvero: perché
scrivere una raccolta di racconti basata sulla lunghezza, o meglio
sulla slunghezza (cit.) del testo?
Sottrazione è una selezione di materiale scritto negli ultimi
due anni e mezzo circa. Come nel caso di Un tebbirile intanchesimo
e altri rattonchi, sempre pubblicato da Gorilla Sapiens Edizioni,
si tratta di una raccolta non pensata come tale, ma assemblata a
posteriori. Dovendo anche stavolta trovare una via per organizzare i
testi (per l’altro libro il criterio era tematico) mi sono
spontaneamente focalizzato sulla lunghezza, o meglio sulla brevità.
Sostanzialmente, mi sono reso conto che tendo a scrivere cose sempre
più brevi (l’ultimo racconto di Sottrazione è di 163
battute spazi inclusi) e mi è venuta l’idea di un libro che desse
l’impressione di una caduta a precipizio verso la pagina bianca,
quindi verso l’annullamento della narrazione (o verso il suicidio
della scrittura o in qualunque altro modo lo si voglia dire: insomma,
farla finita con questo spocchioso vizio di raccontare). D’altro
canto, però, è indicativa la frase con cui si apre il libro,
Scrivere per sottrazione è una moltiplicazione, nata come
gioco di parole abbastanza scemo e rivelatasi poi l’espressione di
un dato di fatto: nel libro i racconti sono molti (34 più
un’appendice) e a ognuno corrisponde un modo di raccontare (solo
pochi si assomigliano nei toni e nella struttura). Dunque, se il
libro punta al nulla, contiene però un campionario di modi di
scrivere che sarebbe necessariamente più ristretto con un minor
numero di racconti: la strada dell’annullamento e della
moltiplicazione si possono percorrere contemporaneamente, a quanto
pare. Anche di questo mi sono reso conto a posteriori. Inoltre, come
ho scritto nella breve nota che apre il libro (in cui do informazioni
sulla provenienza di alcune storie) non ci si deve stupire del
criterio adottato nella raccolta: è arbitrario quanto ogni altro.
non sono ancora riuscita a recuperare tutti i tuoi libri (ma lo
farò!) però mi pare di capire che preferisci il racconto al
romanzo. perché questa scelta? quali sono secondo te i vantaggi di
un racconto più breve rispetto a una storia più lunga?
Non porrei la questione sul piano dei vantaggi o degli svantaggi. Che
i miei gusti di lettore e di autore siano orientati verso il racconto
è palese. Anche quando scrivo cose lunghe (relativamente: la mia
storia più lunga, Caterina fu gettata – Intermezzi Editore
– supera di poco le 160.000 battute) tendo sempre a procedere per
frammenti che abbiano un’identità forte, in alcuni casi una
compiutezza, anche se non relazionati al contesto. Le cose
inutili, per esempio, che è uscito l’anno scorso per
CaratteriMobili, è una storia unica composta da brani le cui
connessioni non sono sempre immediatamente percepibili, di modo che
il lettore è chiamato a ricostruire la trama almeno in parte. Anche
a questo proposito, benché si tratti di un romanzo breve, potrei
ripetere il discorso fatto per Sottrazione, intendo la parte
sul campionario di modi di scrivere: i vari capitoli de Le cose
inutili, infatti, o le varie serie di capitoli, utilizzano
procedimenti formali differenti. In conclusione, credo che si tratti
di una sorta di forma mentis, quella del racconto – così come
quella del romanzo per altri – e non, come dicevo, di una questione
di vantaggi.
da cosa nascono i tuoi racconti? alcuni sembrerebbero delle
tranquillissime scene quotidiane fino a che qualcosa non rivela
qualcosa di completamente assurdo e surreale...
È vero, in alcuni casi i miei racconti funzionano così:
un’incursione dell’illogico – o del diversamente logico – in
situazioni apparentemente normali (il primo che mi viene in mente è
La situazione non precipita, in Sottrazione). Ma è
solo una delle possibilità, e a volte è il risultato di altre
scelte. Come credo risulti chiaro da quanto detto finora, non mi
piace star fermo su un’unica formula. Ciò non vuol dire che io non
torni mai su una formula (se l’ho trovata efficace è probabile che
la riutilizzi in racconti successivi) ma in generale preferisco che
ogni racconto abbia la sua logica e il suo espediente letterario. Per
questo una risposta diretta alla tua domanda non è facile, ma non
voglio neanche far ricorso a scappatoie come “non c’è una regola
fissa”. Quindi sarò specifico, portando alcuni esempi, relativi ad
altrettanti racconti. L’idea di Istruzioni per Lucio,
contenuto in Un tebbirile intanchesimo, consiste né più né
meno che nell’elenco lievemente romanzato delle possibilità
combinatorie di due serie di elementi: da una parte delle chiavi di
varia forma, dall’altra le serrature corrispondenti; Unità di
mistura, in Sottrazione, fa utilizzo di tempi verbali
incoerenti per restituire attraverso la lingua lo smarrimento
sentimentale del narratore; Un tebbirile intanchesimo,
dall’omonima raccolta, fa dell’inversione dislessica di lettere e
sillabe sia un espediente formale che un elemento della trama;
Dizionario dei sinonimi e degli inonimi (in Sottrazione)
simula a fini umoristici una dissertazione accademica sui difetti
dell’italiano scritto e parlato. E così via... dunque niente
scappatoie come “non c’è una regola fissa”, ma di fatto non
c’è una regola fissa. Però c’è sempre una regola.
sempre a proposito di racconti, tu sei abbastanza “fuori moda”
considerando quello che al momento sembrerebbe essere più
apprezzato, ovvero trilogie, quadrilogie, saghe interminabili. cosa
ne pensi di tutte queste storie (quasi) infinite?
Ti ringrazio per il fuori moda. In ogni caso, nonostante la mia
predilezione per la brevità, non ho pregiudizi contro la lunghezza.
Solamente, credo che a ogni storia corrisponda un’estensione
ottimale, e a ogni estensione un certo tipo di storia (per
intenderci: Continuità dei parchi di Cortázar
non poteva
che essere così breve; Alla
ricerca del tempo perduto di
Proust non poteva che essere così lungo). Quando le
due coordinate non trovano un equilibrio si pone un problema: se sei
Fëdor
Dostoevskij e ogni tanto allunghi il brodo perché devi pagarti i
debiti di gioco e stai pubblicando a puntate, ben venga, magari il
romanzo si slabbra un po’ e invece di essere perfetto è solo
inarrivabile; se non sei Fëdor Dostoevskij e scrivi una tetralogia
che Proust potrebbe riassumere in un capoverso scritto mentre fa
cattleya, con risultati infinitamente migliori, allora è questione
di soldi, proprio come nel caso di Fëdor Dostoevskij, ma quei soldi
non te li meriti (a meno che tu non li perda al gioco e allora
avresti almeno un punto in comune con Fëdor Dostoevskij, per quanto
io preferisca il metodo Landolfi).
se dovessi scegliere uno tra i tuoi racconti, quale sarebbe quello
che preferisci, o quello a cui ti senti più legato?
Questa è davvero difficile. Dovendo sceglierne solo uno, attualmente
direi Nulla di male, in Sottrazione, ma se me lo
chiedessi fra un mese probabilmente sarebbe un altro. Nulla di
male comincia così:
Dopo
l’ultimo boccone, Tiziano ripone le posate nel piatto e le osserva
per un minuto, i pensieri indistinti.Fa
lo stesso ogni giorno, senza un motivo particolare.La
cucina dei suoi pranzi solitari occupa un angolo del quinto piano del
condominio. Al di là della parete a cui è addossato il tavolo una
spenta facciata ocra, più bella a scriversi che a vedersi, poi il
vuoto sopra un marciapiede sconnesso di una ex periferia.Qualcosa
gratta, oggi, lì dentro il muro o lì fuori dal muro, chissà,
interferendo con la contemplazione di una forchetta verdeggiante di
pesto.Letizia
arriverà a minuti.Se
Letizia sta arrivando, quel suono deve essere innocuo. Se Letizia non
stesse arrivando, quel suono sarebbe un incubo. Se Letizia se Letizia
se Letizia, la forchetta la forchetta la forchetta.
mi consigli un libro assolutamente imperdibile?
Una pinta d’inchiostro irlandese di Flann O’Brien, del
1939: è uno dei romanzi più innovati, complessi e divertenti che
abbia mai letto. Nelle prime righe si legge questo:
L’idea che un libro dovesse avere un solo inizio e una sola
fine, non mi convinceva. Un buon libro poteva avere tre inizi
completamente diversi, collegati tra di loro soltanto nella
prescienza dell’autore, e finire, se necessaio, in trecento maniere
diverse.
Segue un Esempio di tre inizi indipendenti.
la cosa che più mi piace del tuo modo di scrivere è che a te
piace giocare con le parole. quali sono le figure retoriche che
preferisci e quelle che invece non usi – volontariamente – mai?
Ho un rapporto di amore e odio con il linguaggio in generale e con la
lingua in particolare. Lo stesso tipo di rapporto ce l’ho con la
letteratura, i suoi tic nervosi e le sue convenzioni. Credo che la
comunicazione non esista, a nessun livello, che sia una presunzione
tutta umana a volte e una consolazione altre volte, come la religione
o giù di lì, in ogni caso un’impostura, per non parlare del
“senso” o “significato” di cui dovrebbe essere veicolo.
Quindi niente preferenze: la retorica con le sue figure la prendo
tutta, pacchetto completo, e qualche volta la utilizzo come se avesse
uno scopo o fosse reale, altre volte per prenderla in giro come se
pretendesse di avere uno scopo o di essere reale.
pubblicare con piccoli editori indipendenti è stata una scelta
personale o si tratta solo di è andata così?
Che sia andata così è un fatto. Ma è andata così per una serie di
motivi: gli editori con cui pubblico sono editori di cui mi fido, sul
piano professionale ma anche su quello personale, a cui ho proposto i
miei lavori e che li hanno scelti, e con cui non intendo smettere di
collaborare almeno finché apprezzeranno quel che scrivo, cosa che
reputo fondamentale. D’altro canto, sono consapevole che
difficilmente un editore di altro tipo, un medio-grande, potrebbe
essere interessato a quel che scrivo, se ho capito che aria tira. È
pur vero che ad altri editori, altrettanto indipendenti rispetto ai
miei, non sono piaciuto, dunque non si può generalizzare. Facendo un
rapido calcolo, non piaccio ai nove decimi degli editori che ho
contattato negli anni, quindi è evidente che Gorilla Sapiens
Edizioni, CaratteriMobili e Intermezzi Editore abbiano preso un
abbaglio. Però non escludo niente: nell’ipotesi di altre proposte,
da parte di indipendenti o meno, le valuterò come ho fatto con le
precedenti. Ma per ora non me le vado a cercare: sto bene dove sto.
pensi che sia valida, per le case editrici ma se vuoi anche per gli
scrittori, l’equazione meno titoli = più qualità?
No, penso che un editore possa immettere sul mercato anche un solo
pessimo libro all’anno, improponibile sin nei minimi dettagli. Lo
stesso vale per uno scrittore in tutta la vita.
cosa ne pensi delle graaandi case editrici, quelle che inondano
ogni settimana le librerie di nuovi titoli?
Che fanno il loro mestiere, chi meglio chi peggio, e che di questi
nuovi titoli pochi m’interessano, ma succede lo stesso, in
proporzione, con alcuni piccoli editori: meno titoli, quasi nessuno
che m’interessi (soprattutto nel caso in cui il piccolo editore
indipendente tenta di ricalcare le logiche del grande editore, con
esiti per lo più grotteschi). Tutta questa ossessione per la
differenza tra editore indipendente e colosso editoriale non riesce a
coinvolgermi. O meglio: finché si parla di economia, distribuzione,
monopoli, saturazione del mercato e via dicendo il discorso regge, ma
quando si confondono questi aspetti con la qualità del prodotto
finale (del singolo libro, non di tutti i libri di un determinato
editore o della sua teorica linea editoriale) allora non vedo la
connessione, e più di una volta mi è sembrato che si vada avanti
per slogan da entrambe le parti, che la retorica del piccolo editore
che resiste sia sfruttata a mo’ di strategia pubblicitaria al pari
delle fascette che annunciano un miliardo di vendite in una
settimana. A me interessa la letteratura – la narrativa in
particolar modo – e ho i mezzi, come tutti al giorno d’oggi, per
informarmi a proposito. Dunque, se m’imbatto in quello che reputo
un buon libro io lo compro e lo leggo perché m’interessa. Se
questo buon libro l’ha pubblicato Mondadori, rimane un buon libro.
Se questo buon libro l’ha pubblicato Gorilla Sapiens, è lo stesso
buon libro.
e delle autopubblicazioni?
Le sconsiglio a chiunque abbia l’intenzione di farsi conoscere come
autore attraverso un prodotto di qualità. Le consiglio a chiunque
abbia intenzione di divertirsi e regalare o vendere le proprie storie
o poesie ad amici e parenti.
stai già lavorando a qualche nuovo progetto?
Sì, sto lavorando a un romanzo che spero di ultimare entro qualche
mese e che, sebbene le vicende narrate non c’entrino un bel niente,
ha qualche punto in comune, a livello tematico e strutturale, con Le
cose inutili. Poi ci sono un altro paio di progetti in cantiere,
ma le idee per ora sono così approssimative che non vale la pena
parlarne.
dato che mi è piaciuta parecchio la storia (le microstorie?)
dell’uomo che faceva le cose a contrario, la domanda che avrebbe
dovuto aprire l’intervista (ugh) te la faccio alla fine: chi è
carlo sperduti? e sopratutto quando e come ha deciso di fare lo
scrittore?
Per fortuna Carlo Sperduti non ha mai deciso di fare lo scrittore. È
un tizio che ha da poco passato i trenta, che ha vissuto la prima
parte della sua vita tra Broccostella e Sora in Ciociaria, la seconda
parte a Roma e che ha appena iniziato la terza a Perugia. Verso i
diciasette anni, per puro caso, si è trovato a scrivere un racconto
e la cosa gli è sembrata divertente, così ha smesso perché il suo
personaggio di allora aveva il dovere morale della sofferenza; ha poi
ricominciato nel 2008 e ha continuato fino a oggi. Continuerà finché
si divertirà.
ah, un’ultimissima cosa che però non è proprio una domanda ma
una richiesta, anche un po’ idiota (quindi se vuoi ignorala), ci
regali un racconto breve, brevissimo, sottrattissimo?
Da
Re minori
in microfiabe,
appendice di Sottrazione:
C’era
una volta il Re
Gina.Somigliava
in maniera impressionante a sua moglie. Fatto strano: i due non si
facevano mai vedere insieme.
e e e grazie mille per tutto! spero di vederti presto a palermo a
parlare di sottrazione e dei tuoi libri!
ed ecco il programma del
sottrazione tour: