il mondo scivola sempre più in un baratro di orrore, tra chi senza vergogna viola il diritto internazionale e esprime desideri di una ripresa colonialista dell'occidente a scapito di quello che chiamiamo sud globale, guerre, genocidi, misure sempre più spudoratamente repressive e fasciste, milioni di documenti che svelano realtà più abominevoli di ogni immaginazione. e intanto noi stiamo qui, calmə e immobili, a chiacchierare di libri, di fumetti, di film e di spettacoli che celebrano un desiderio di indipendenza che dubito riusciremo a riprenderci solo cantando e ballando (per quanto bene lo si possa fare - sì, certo che ho visto lo spettacolo al superbowl, e queste riflessioni risalgono a un paio di settimane fa, solo che tutto va così veloce che ogni cosa sembra già storia anche dopo meno di un mese) o scrivendo cose.
è questo immobilismo, questa pia illusione che l'arte ci salverà che mi fa paura. non che non creda nel valore dell'espressione e della creatività, ma ho la sensazione che anche le migliori intenzioni - sempre infilate a forza in quel se vuoi puoi che dovremmo aver capito essere la più grossa bugia mai raccontata - siano ormai inglobate così tanto in questo sistema capitalista che tutto trasforma da idea in prodotto da rivenderci, utile a distrarci mentre continuiamo a tirare avanti, sguazzando nella nostra perenne alienazione (ogni riferimento a quella cacata di kermesse musicale che non voglio nemmeno nominare, apoteosi della mediocrità culturale e politica di questo paese, che vi ostinate a guardare e commentare come se ne andasse della vostra vita, alimentando una fomo che non ha alcuna reale giustificazione, è assolutamente voluta. mi spiace, ma veramente, basta!).
che facciamo quindi? non lo so. aspettiamo che la corda si tiri abbastanza da spezzarsi e teniamoci prontə, sperando che la nostre psiche regga fino ad allora. non so voi, ma la mia non sta proprio benissimo.
ma torniamo alle cazzate più leggere di cui si parla di solito qui, ai libri e alle altre cose.
questo mese, in realtà, ho da parlare più di cose che ho visto che di cose che ho letto. sono entrata in quel loop per cui inizio un libro, mi annoia a morte, lo rimetto sullo scaffale e gli dico che prima o poi arriverà il suo momento, ne prendo un altro e via di nuovo così. passerà, e spero che passerà presto, perché gli scaffali (niente pila della vergogna, qui siamo a livello pro) delle cose-da-leggere stanno esplodendo e mi uccidono di sensi di colpa.
primissima cosa di cui volevo parlare - e non vedevo l'ora di farlo - è hamnet - nel nome del figlio. ora, io non sono una che piange facilmente (cioè, mi commuovo ma per cose assurde che non vi dirò) ma a questo giro è stato davvero impossibile non doversi asciugare almeno qualche lacrima.
"viscerale" è uno degli aggettivi più abusati degli ultimi tempi, ma è il primo che mi viene in mente se penso a hamnet. i dialoghi ridotti all'osso, i silenzi carichi, la connessione quasi magica tra corpi e natura - intesa come mondo esterno tanto quanto come la loro animalesca e fragile carnalità - mi hanno letteralmente scavato le viscere.
la storia si divide idealmente in tre atti: l'amore tra william e agnes (anne hathaway), veloce, gioioso e spontaneo al limite del ferino; la morte di hamnet e, infine, la sublimazione del dolore attraverso l'arte, cioè la scrittura e la messa in scena di hamlet (l'avete letto mille volte, hamnet e hamlet sono praticamente lo stesso nome, scritto in due modi differenti e spesso intercambiabili nei registri anagrafici dell'epoca), l'opera forse più famosa del bardo di stratford-upon-avon.
la costruzione stessa del film, tanto da un punto di vista della cronologia della narrazione quanto - e soprattutto - in senso di scelte di regia (di chloé zhao, che non so nemmeno se ho visto altro di suo ma dopo questo film rimedierò) e fotografia, è tutta un omaggio e un riferimento alla rappresentazione teatrale. le scene sono fisse anche quando gli attori si spostano oltre il limite fisico dello schermo, le inquadrature scelgono spesso un punto di fuga centrale, le luci e i colori dipingono le ambientazioni caricandole di simbolismi e dettagli che li portano a somigliare a (meravigliose) quinte teatrali.
a muovere tutto è una bellezza estrema e dolorosa - viscerale, appunto - che nasce dalla grandezza emotiva che trasmettono lə protagonistə (interpretatə meravigliosamente da paul mescal, noha jupe - nel ruolo di hamnet - e jessie buckley, che se non vince un oscar per la sua agnes allora boh, non so cosa volete da un essere umano), che non si può dire, non si può esprimere se non con un aggrapparsi di corpi a corpi, se attraverso i gesti, se non con gli sguardi, con le urla, con le lacrime.
insomma, io non so parlare di cinema, soprattutto non so parlare di una cosa che come questa è capace di dare tanto allə spettatorə, ma vi consiglio di recuperarlo (e di guardarlo al cinema perché è tutto troppo bello per confinarlo allo schermo di una tv o di un pc).
mi è anche venuta voglia di leggere il libro di maggie o'farrell - che ha partecipato alla sceneggiatura insieme a zhao - da cui è tratto il film, se è bello anche solo la metà, ne varrà la pena.
(avevo parlato di "cose leggere" ma questo in fondo tanto leggero non è)
ho ovviamente finito di vedere la quarta stagione di bridgerton, uno dei miei guilty pleasure preferiti. finale che corrisponde puntualmente alle aspettative - che poi sono le stesse per chi ha letto romanzo e chi no - ma d'altronde, che altro poteva succedere? tutto bello, tanto fanservice molto apprezzato (anthony e kate stanno lì solo per questo, su!), e sempre tanta gioia nel vedere una rappresentazione non pietistica né violenta della disabilità - penso soprattutto a hazel che in questa stagione ha una certa rilevanza, per lo meno in termini di minutaggio e relazione con lə altrə personaggə (a sanremo - e in generale in rai - dovrebbero prendere appunti, mannaggiacristo).
sono stata pienamente soddisfatta, nonostante la "soluzione" al problema principale della serie sia stata un po' frettolosa e raffazzonata (ma succedeva così anche nel libro? non ne ho memoria!) e sono ipermegacuriosa di scoprire - spoiler se non avete visto fino alla fine - chi c'è adesso dietro la "nuova" lady whistledown, ma anche su quale bridgerton si concentrerà la prossima stagione, visto che l'ordine delle storie è stato ormai completamente stravolto.
sono anche molto contenta di come hanno scelto di portare avanti la storia di agatha danbury, credo una dellə personaggə più amata dell'intera serie, e della sua amicizia con violet bridgerton e con la regina.
in una serie romance, non è affatto scontata la scelta di dare così tanta rilevanza all'amicizia femminile, mostrandola come un sentimento sincero e disinteressato che non unisce semplicemente ragazzine senza nulla di meglio da fare, ma donne adulte che hanno grandi responsabilità (familiari e no) e che comunque trovano il tempo per stare insieme e si danno manforte anche quando sostenersi non è facile e mette in gioco tanto della propria stabilità.
insomma, per me è sono le solite cinque stelline piene ♥
ho anche iniziato a vedere crazy ex-girlfriend, una serie di qualche anno fa, che mi è stata consigliata da un amico e che mi sta divertendo da morire. in pochissime parole: è la perfetta rappresentazione di tutto quello che non si dovrebbe mai fare in qualsiasi tipo di relazione. la storia è quella di un'avvocata di grandissimo successo, rebecca, sull'orlo di una crisi di nervi e di una mega promozione. proprio quando deve decidere se continuare la sua carriera costellata di successi o lasciare che i suoi nervi collassino completamente, incontra per puro caso josh, suo grandissimo amore dei sedici anni, che non ha mai più rivisto e da cui era stata scaricata in modo abbastanza brutale.
contrariamente a ogni buon senso, rebecca si licenzia, molla tutto e si trasferisce da new york a west covina in california, andando a lavorare in uno studio legale che definire "poco prestigioso" sarebbe un eufemismo, solo per stare vicina al suo ex e provare a riconquistarlo, nonostante lui sia felicemente fidanzato da anni con un'altra ragazza. questa è solo la premessa a una storia assurda in cui si riversa tutta la tossicità possibile e tutti gli stereotipi peggiori, e in cui però è impossibile odiare davvero qualcunə.
ogni personaggiə è il risultato di una risposta sbagliata - anche se spesso in buona fede - a una miriade di traumi, e ogni relazione tra lə personaggə è la rappresentazione migliore di come non dovrebbero funzionare i rapporti umani - e di come, in realtà, funzionano fin troppo spesso, raccontato attraverso una prospettiva di ironia feroce e divertentissima.
è tutto tragico e tutto, inevitabilmente, comico. e se già tutto quello che succede non è abbastanza disastroso, ogni episodio offre uno o due momenti di musical surreale che rendono tutto ancora più allucinante.
straconsigliatissima a chiunque riesca a ridere di tutto quello che di solito ci fa piangere. per me è, al momento, l'unica cosa su cui il mio cervello riesce a focalizzarsi a fine giornata.
e infatti ho letto veramente pochissimo. a parte some desperate glory - l'ultima eroina (bello bellissimo), questo mese ho recuperato la strega e la lotteria di sua maestà shirley jackson, due librini con dei mini-racconti velocissimi a volte veramente da pelle d'oca, altre volte meno, ma comunque che volete dire a shirley? tra i migliori ci sono: il dente (da la strega) che racconta un viaggio allucinatissimo di una donna in preda al mal di denti verso uno studio dentistico. ora, so cosa state pensando, ma se mettete insieme antidolorifici + viaggio + shirley jackson il risultato non è affatto scontato. a me ha fatto letteralmente arrivare sull'orlo di una crisi di panico. la lotteria, racconto che dà il titolo all'altra racconta, è un altro esempio magistrale di come si scrive un racconto breve. ed è talmente ben fatto che all'epoca della sua pubblicazione sul new yorker qualcunə lo scambiò per una cronaca reale.
molto angosciante anche lo sposo, che mi ha richiamato la stessa sensazione di essere intrappolata dentro un incubo de il dente.
ultimissimo acquisto/lettura del mese è stato la sovrana lettrice di alan bennett che avevo letto qualche anno fa e che però volevo rileggere, quindi ho approfittato degli sconti adelphi anche per questo. anche questo è un librino breve e veloce, ma divertentissimo - in modo diverso dai due di jackson - che, nomen omen, immagina la regina d'inghilterra (ovviamente quando è stato scritto c'era ancora elisabetta) che scopre la passione per la lettura grazie ai suoi corgi, a un garzone di cucina e a una biblioteca ambulante. e più si immerge nei suoi libri, più cambia il suo rapporto con il ruolo che è chiamata a recitare e, ancor di più, con il resto dell'umanità.
penso che questo sia praticamente un classico tra i libri-che-parlano-di-libri o meglio, di-gente-a-cui-piacciono-i-libri, quindi se non l'avete mai letto recuperatelo (anche se sono finiti gli sconti, tanto lo trovate dappertutto).
bonus: coniglietto incontrato per caso.






