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lunedì 8 agosto 2022

noi siamo campo di battaglia

nessuno si accorgeva dei ragazzi.
così abbiamo cominciato a lavorare per costruire fratellanze clandestine nel caos. operavamo in una sinfonia difficile da spiegare, come pari. nessun capo. nessun padrone, nessun patriarcato. nessuna spiegazione di genere o di altro tipo. nessuna creazione e nessun riordino. caos fertile. non sempre i frutti arrivavano e non dappertutto la terra respirava come nel vivaio, ma noi creature compost ci siamo sempre state e non siamo mai diventate capi.

di nuovo nicoletta vallorani ci accompagna per le strade di una milano parallela, così distopica e allo stesso tempo così vicina alla nostra realtà da sembrare solo riflessa in uno specchio appena appena curvo, quel tanto che basta per deformare quello che conosciamo e trasformarlo in un incubo così realistico da farci dubitare che sia solo una finzione.
la città è preda di un'epidemia che va a ondate e che insieme alle vite dei malati si è portata via pezzi della nostra civiltà, o meglio, quei pezzi che ci piaceva dire che ci appartenevano e che probabilmente erano appiccicati al resto con troppa poca convinzione e facilmente sono volati via.
la società si è sgretolata partendo dalla sua unità minima, la più significativa: le famiglie si sono distrutte, gli adulti hanno iniziato ad abbandonare i figli, i ragazzi sono stati guardati con sospetto, allontanati, ignorati, zittiti, picchiati.
siamo stati educati a rispettare i legami di sangue e a considerarli primari. ora so che è solo un desiderio. questo essere famiglia in ragione del fatto biologico che ci ha consegnati al mondo è un mantra che alla fine non ha funzionato. ci siamo uccisi a vicenda, simbolicamente e nei fatti.
la città è in mano a un governo criminale e a santoni che hanno colpevolizzato la terra stessa per la malattia. il cemento soffoca semi e germogli tanto quanto i pestaggi della polizia provano a soffocare la voce dei ragazzi. la resistenza è letteralmente vita, quella dei giovani organizzati in comunità indipendenti che fanno famiglia, quella della città che non è più mura e mattoni ma corpi vivi e quella delle piante che nascono nel giardino del vivaio come un miracolo, sotto le mani della prof.

noi siamo campo di battaglia è un romanzo plurale e politico e le due cose non potrebbero essere l'una senza l'altra.
è un romanzo plurale fin dal titolo, fin dalla prima parte in cui la narrazione inizia a più voci, strumenti che cercano ciascuno il proprio suono e si accordano uno insieme all'altro fino a intonare la stessa melodia.
lukas, amina, luce, attilio, nina, han, biz e la prof, ognuno con la sua storia, il suo passato, ognuno ferito a modo suo, ognuno con le proprie cicatrici.
si risollevano prima di lasciarsi annichilire per costruire una nuova speranza e si ritrovano nel vivaio, il giardino della scuola dove piante e alberi sembrano imitare la loro tenacia, dove crescono alberi miracolosi, la terra nutre i frutti e le storie rendono forti le anime.
non più muto campo di battaglia in cui lasciarsi sopraffare dall'odio degli adulti, diventano giardino in cui lasciare germogliare il  futuro.
è un romanzo politico non solo perché racconta di una società malata e pervertita più dai cattivi governi che dai virus ma anche e soprattutto perché mette in scena la voglia di creare un'alternativa a un modo di vivere insostenibile. la terra che muore, il clima imprevedibile, le stagioni impazzite, i ragazzi capro espiatorio di tutto, i vecchi attaccati al loro potere, incapaci di cedere il passo alle nuove generazioni: non c'è bisogno di inventare una realtà parallela per immaginarlo, basta guardare il qui e adesso. i ragazzi di noi siamo campo di battaglia - le creature compost, quelle che fertilizzano il futuro - sono la sola speranza di non sprofondare in un baratro che sembra sempre di più inevitabile, una speranza che può essere solo se coniugata al plurale.
noi città siamo creature fatte di spazi aperti e chiusi, di mattoni e di strade.
non ci arrendiamo: è impossibile distruggerci, perché non siamo uno solo ma tanti.
io non esiste.
solo noi.
io è destinato a essere sconfitto.
il mondo che creano, sperano, immaginano, lottano per avere, il mondo che portano sul palmo della mano è un mondo diverso, mondato da sopraffazione ed egoismo, un mondo plurale di voci accordate sulla stessa melodia, di famiglie generate non dal sangue ma dalla scelta. è una rivoluzione fatta di mani che si intrecciano, una rivoluzione generata da un noi che fa risplendere ogni io, che nell'unione amplifica l'unicità senza mai cedere all'egoismo.

ed è una rivoluzione che non può essere accettata.
improvvisamente, il tono del racconto cambia, dalla fantascienza si passa al thriller, alle vittime e alle indagini per scovare i colpevoli, al disvelamento per noi lettori dell'orrore che si cela dietro ai volti rassicuranti di chi vuole far credere di poter gestire e risolvere tutto da solo, di essere capace di guidare - solo - tutti gli altri.

noi siamo campo di battaglia è un romanzo che più volte disorienta il lettore perché nicoletta vallorani lo conosce bene, sa cosa si aspetta, sa cosa ha letto e cosa vorrebbe leggere, sembra per un attimo accontentarlo e poi lo stupisce, lo disturba, lo commuove, ma soprattutto gli dà speranza.
noi siamo campo di battaglia è uno dei libri più belli, dolorosi e ricchi di luce che mi è capitato di leggere negli ultimi tempi, una storia che sembra raccontata da un coro di voci in cerchio, una storia che si alimenta di molti narratori e dei suoi lettori, un libro capace di sovvertire le regole stesse del gioco della lettura: non più un io che scrive e un io che legge, ma un noi unito dalle parole di un racconto, la magia più grande che una storia possa compiere.

lunedì 16 maggio 2022

avrai i miei occhi

 «non sappiamo nulla della vita delle cose»


un qualche inverno in una milano di un imprecisato - ma spaventosamente facile da immaginare - futuro.
nigredo e olivia iniziano la loro indagine su un gruppo di cadaveri di donne abbandonate alla periferia dei campi industriali.
ma di quell'indagine né nigredo né olivia capiscono davvero il perché: nessuno reclamerà mai giustizia per quelle donne perché non sono donne. sono cavie, sono cose.
le cose non hanno una famiglia, una vita, le cose sono solo cose e in quanto tale si usano, si buttano via quando si rompono.
le cose non hanno bisogno di giustizia.

si apre così avrai i miei occhi di nicoletta vallorani, pubblicato da zona 42 a inizio del 2020, un romanzo che sfugge alle etichette e mette insieme fantascienza, distopia, thriller, femminismo, lotta di classe e uno stile letterario che i puristi della buona letteratura troverebbero troppo raffinato per un romanzo di genere.
narrato tutto in seconda persona - olivia che si rivolge costantemente a nigredo e che in qualche modo segue tutta la vicenda attraverso il suo sguardo - avrai i miei occhi racconta la segregazione sociale di una milano in cui non esiste più nessuna comunità, una città lacerata da mura insormontabili che la smembrano e la indeboliscono e dove l'aria è asfissiata da un onnipresente pulviscolo dorato.
vagabondi, reietti, orfani, straccioni, malati e mutilati. la periferia di una città non è solo i suoi quartieri marginali rispetto al centro, è fatta anche di uomini e donne che si trovano ai margini dell'umanità stessa. la popolazione è ridotta a un'accozzaglia di sopravvissuti, ognuno di loro preoccupato solo di strappare un altro giorno all'inevitabile, ognuno di loro solo, aggrappato - per mero calcolo o per sincera amicizia - a una rete di persone troppo fragile e sparuta per poter essere una vera comunità.
su tutto aleggia un potere senza volto, stretto nelle mani di pochi, inavvicinabili, arroganti e impuniti ricchi che spendono tutte le loro energie nella ricerca di piaceri sempre più estremi e crudeli.
ai cittadini di serie a e a quelli di serie b si affianca tutta una popolazione di non-persone: cloni, cavie, esperimenti effettuati in nome del benessere collettivo che sono stati poi riadattati a ben altro tipo di scopo, quando ormai era troppo tardi per rendersi conto che espressioni come benessere e collettività erano state svuotate di significato.
molte di queste non-persone, molte di queste cose, quasi tutte, sono donne.
tutte uguali, anonime, giovani, bellissime, violate, uccise, distrutte.
donne che però non vengono considerate tali, donne i cui corpi è lecito devastare in ogni modo possibile perché ritenuti poco più che oggetti, contenitori privi di contenuto, carne senza anima.
l'indagine di olivia e nigredo solleverà uno dopo l'altro i veli che coprono una realtà spaventosa, un mondo in cui il potere dato dal denaro riesce a ottenere ogni cosa e in cui la più grande scoperta medica della storia viene pervertita trasformandosi in uno strumento di tortura nelle mani di pochi.

la distopia creata da nicoletta vallorani mette in scena, esasperandoli, temi che continuano a essere al centro delle nostre riflessioni, dalla disumanizzazione e reificazione dell'altro, quella necessità di tracciare una linea precisa che divida noi e loro, processo fondamentale per ripulirci la coscienza ogni volta che contro quell'altro scateniamo la nostra violenza, alla possibilità della scienza di manipolare i corpi, di agire sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte stessa, continuando a superare ogni sorta di ostacolo etico in nome del bene comune, senza immaginare - o voler immaginare - il rovescio della medaglia.

avrai i miei occhi è un romanzo crudo, doloroso, a volte anche ostico - le spiegazioni arrivano tardi e la seconda persona singolare rende confusi alcuni passaggi - eppure magnetico e appassionante.
è una di quelle storie in cui ci si cala presto nei panni dei personaggi e ci si ritrova a vivere nelle loro stesse atmosfere e a condividere i loro sogni e le loro lotte.