mercoledì 20 dicembre 2017

la memoria delle tartarughe marine

giacomo se n'è andato via da lampedusa tanto tempo fa: isola stretta come tutte le isole e come tutte le isole prigione senza mura, scoglio in mezzo al mare che inganna, promette libertà, spazi infiniti, infinite possibilità, ma invece blocca e separa dal resto del mondo.
giacomo a lampedusa non ci tornerebbe mai, la sua vita è altrove, lontano da quella terra e lontano dalla sua famiglia, o almeno lui crede così.
ma non è possibile tagliare del tutto i ponti con il passato, puoi provare a ignorarlo quanto vuoi, ma i legami trovano sempre il mondo per richiamarti indietro, acciuffarti e farti tornare lì dove la realtà si è divisa in due, dove quello che era casa, famiglia improvvisamente diventava il malessere da allontanare.
la morte di suo fratello davide e un'eredità scomoda lo costringono a un viaggio impensato e di certo non desiderato che lo costringerà a confrontarsi con le sue radici e con il suo futuro.


la memoria delle tartarughe marine è un libro densissimo che usa la particolare vicenda di due fratelli perduti e poi ritrovati - insieme a quella delle tartarughe marine, capaci di tornare al loro luogo di nascita anche dopo vent'anni, spinte solo dal loro istinto - per raccontare dei legami dolceamari e della necessità di guardarsi indietro, accettare il passato, le proprie origini, per poter capire il proprio presente e riuscire ad andare avanti con il proprio futuro.
giacomo è come un bambino arrabbiato, distratto dalla sua insoddisfazione, chino sui suoi piccoli problemi, si ritrova per la prima volta a guardare con gli occhi liberi dall'egoismo alle sue spalle, a riconoscere quell'amore che non ha mai voluto capire e davanti a sé, a quel dolore tanto grande da spezzare per sempre le certezze di molte vite.
sullo sfondo della vicenda si staglia il profilo dell'isola di lampedusa, una terra in mezzo al mare che quasi ne sfoca i contorni: lampedusa è la casa a cui far ritorno o il porto sicuro da non abbandonare mai; è nido, caldo grembo sabbioso in cui la vita nasce o porto lontano, neanche troppo sicuro, difficile da raggiungere, meta di un viaggio che costa ogni genere di inimmaginabile dolore, paura, a volte anche la morte.
lampedusa in questa storia è quasi sempre solo costa, come le spiagge per le tartarughe, uno stretto lembo di terra da attraversare con gli occhi puntati verso l'acqua, spesso è solo il mare che le sta intorno, il punto di osservazione di un orizzonte che svela possibilità infinite fino al momento in cui la scelta possibile è solo una, e deve essere presa in fretta, senza badare troppo alle regole, senza soppesare i pro e i contro: è il momento in cui c'è solo la persona che veramente sei. la mano o la allunghi o la ritiri e questo fa l'unica differenza tra la vita e la morte.
lampedusa è stata per me, durante tutta la lettura, la vera protagonista silenziosa e discreta della storia, simbolo della moltitudine di desideri attorno cui ci si affanna per cercare, ognuno a suo modo, l'esatto significato della nostra personale salvezza.
in una semplice storia familiare, forse anche fin troppo comune, simona binni ha cesellato dettaglio per dettaglio la brutale e bellissima poesia della vita che si fa lotta e sopravvivenza e speranza, viaggio insicuro e impreciso, forse mortale, forse primo passo verso la rinascita.

senza spoilerare nulla della trama, vi lascio alle parole dell'autrice, consigliandovi di recuperare questa storia (siete ancora in tempo per chiederla a babbo natale!)

ciao simona e benvenuta su claccalegge!
il tuo ultimo libro, la memoria delle tartarughe marine, affronta tematiche non proprio facilissime e molto attuali. ci racconti come è nato?
Anzitutto ciao e grazie per questa intervista! 
La memoria delle tartarughe marine è una storia che nasce dalla voglia che avevo da tempo di raccontare una storia che parlasse di fratelli. Il fatto che sia inserita in un contesto moto attuale è il frutto di una scelta ben precisa. Mi sembrava necessario inserire in questo libro un segnale di consapevolezza rispetto al momento storico e sociale che stiamo vivendo. Credo sia bello intrattenere con le nostre storie i lettori e altrettanto non dimenticarci il contesto in cui viviamo. Trascorro molto tempo nel mio studio a disegnare e scrivere e leggere, ma questo non significa che quello che accade al di fuori del mio contesto privilegiato mi lasci indifferente. Allora cerco di integrarlo in qualche modo con quello che faccio. Cerco di averlo sempre presente. 
tartarughe di mare e l'odissea dei migranti: non sono temi facili, dicevamo, ma hai saputo gestire in maniera dettagliata il primo e con molta delicatezza e precisione il secondo: come si è svolto il lavoro di ricerca per scrivere questa storia?
Documentazione. Quando arriva l'idea per una storia e sei consapevole che è quella giusta, perché trovi l'esatta corrispondenza con ciò che volevi dire, con ciò che sei, allora da quel momento inizia il vero lavoro. Le idee per me sono sempre un dono, quasi al limite dell'inspiegabile, anche se so che sono il frutto di un percorso, vivo questa cosa sempre come un momento quasi mistico ed è una sensazione che adoro è  il motore di tutto quello che faccio... Scusa, riprendo il filo del discorso. Una volta sopraggiunta l'idea, comincia la lunga fase di documentazione. Raccolgo tutto il materiale possibile. Studio, per settimane e non smetto neanche durante la fase del disegno. Film, libri, musica, chiacchierate con persone che stimo e a cui chiedo consigli. In una fase creativa ogni cosa porta spunti. Diciamo che è un momento in cui sono io stessa molto ricettiva rispetto a qualunque stimolo, visivo o cognitivo, possa ricevere.
in questi giorni esce una tua storia in un'antologia - sempre per tunué - a favore di emergency (quattro storie e mezza per emergency): com'è fare fumetti quando devi confrontarti con realtà così vere e forti?
È una cosa che fa male. Non credo davvero di poter spiegare meglio. La storia che ho disegnato per Antonio Bruscoli, il chirurgo di Emergency che ha scritto il mio soggetto, fa male. Ho dovuto approfondire la realtà che c'è in Sierra Leone. Le mutilazioni, la violenza, l'arbitrarietà del male. Avrei preferito non dover disegnare corpi straziati. Un bambino che muore. L'ho fatto e da tutto questo sono nate solo cose buone. Il dolore aiuta a tirare fuori un'arte più sincera e sperimentale, specie nell'uso del colore. Ora quando parlo di guerra in Sierra Leone, sono consapevole, almeno in piccola parte, di ciò che è accaduto. Questo libro ha cambiato me, tanto per cominciare.

rispetto all'attuale fortuna del fumetto, letto e apprezzato da un pubblico sempre più vasto, come vedi questa tendenza - nemmeno troppo nuova ma che da qualche anno sta prendendo sempre più piede - del reportage a fumetti (o comunque di fumetti che, come il tuo, toccano temi di attualità)?
Se, come ti dicevo poco fa, la ricerca legata alle storie e all'attualità di ciò che raccontiamo genera consapevolezza in noi e in chi legge, ben venga tutto questo. Il binomio immagini /testo è sempre più incisivo. Le storie aumentano la loro qualità. C'è voglia di sperimentare a livello grafico. Questo fermento arriva, eccome se arriva, sia ad un pubblico adulto, che alle nuove generazioni.
andiamo a te: come hai iniziato la tua carriera di fumettista?
Da bambina, disegnavo le mie storie. Poi, crescendo, ho preso strade lontanissime dal fumetto. Almeno credevo. Se una cosa fa parte di te, se tu sei quello che vorresti fare, fallo e basta! Comincia. Prova. Ecco, questo è stato il mio percorso. Ciò che ho fatto per tanti anni adesso è confluito qui, nelle storie che racconto. Non importa cosa sia successo nel frattempo, perché se mi ha portato dove sono ora, è stato il percorso migliore possibile. Posso dirti solo che ad un certo punto della mia vita, mi sono fatta il regalo più grande: ho frequentato una scuola di fumetto e ho avuto insegnanti meravigliosi!
E sai alla fine qual è la cosa più bella di questo lavoro? Le persone. Gli amici che ho trovato, i colleghi e i meravigliosi lettori che mi seguono e che, libro dopo libro, ora sono tutti un pezzetto di me. Fare la fumettista sembra un lavoro solitario, ma credimi che in realtà, se te la sai costruire, porta una rete di affetti davvero preziosa.
hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura di un fumetto e lasciare i disegni ad altri, o viceversa, disegnare un testo già scritto da qualcuno? ed eventualmente, tenendo in considerazione anche gli autori più "irraggiungibili", con chi ti piacerebbe lavorare?
Guarda, a me piace raccontare storie. Se un giorno qualcuno mi chiamasse e mi proponesse un testo capace di entusiasmarmi o se trovassi una disegnatrice o un disegnatore in sintonia con il mio sentire, mi metterei in gioco su tutti i fronti. Quello che non deve mai mancare è la collaborazione artistica e soprattutto umana. Auspico sempre progetti condivisi. Credo in un costante dialogo tra le parti e nell'ascolto reciproco. Se trovassi tutto questo, direi sempre di sì.
tentiamo lo scoop su claccalegge: hai qualche nuovo progetto in lavorazione?
Un paio. Uno personale, in lavorazione. Uno di più ampio respiro. Vedremo. Questa è la fase creativa. Dunque la più bella!
ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo! complimenti per il tuo libro e un mega imboccallupo per i tuoi prossimi lavori!
Grazie a te per questo spazio!

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