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lunedì 3 febbraio 2025

lucifero

ogni volta che mi sveglio guardo il mio riflesso, mi chiedo chi sono e non so mai che cosa rispondere. so solo che mi chiamo lucifero. so con quali indumenti mi ha vestito il signore, che cosa mi ha donato e, dentro di me, sento ogni dettaglio con cui mi ha creato. eppure mi sento perso. vorrei sapere perché esisto, così da poter onorare il suo splendore.
ma non lo so. non so nulla.

leggendo questo libro ho capito una cosa importantissima, una verità a cui mi ero avvicinata tante volte ma che non mi era mai apparsa tanto chiara: quando un libro non rispetta le aspettative che me ne ero fatta, non è (quasi mai) colpa mia. non sono io che, per chissà quale ragione, guardo una copertina, leggo le poche righe di presentazione dietro e do il via a processi mentali insensati nutriti dalla mia immaginazione. quando mi faccio delle aspettative che vengono tradite, è perché chi doveva presentarmi il libro mi ha lanciato un messaggio completamente sbagliato, una bugia a cui io ho creduto.

prendiamo lucifero di rafael nicolás. a guardare la copertina e a leggere la definizione di retelling queer della storia di satana mi aspettavo - per dirla sinceramente e senza troppi giri di parole - un mezzo pornello gay pieno di uomini bellissimi e con le alucce che si davano alle orge.
capisco la necessità di rivolgersi a quella fetta di lettorə che, nel nostro paese, è più ricettiva alle novità, mette più volentieri mano al portafogli e fa vivere i libri - a volte li fa diventare dei veri e proprio miracoli editoriali - grazie al bookstagram e al booktok, però se diventa una forzatura, se ci si rivolge al target sbagliato o al target giusto ma lanciando dei messaggi sbagliati, si rischia di far arrivare il libro a chi non lo apprezzerebbe davvero e di non raggiungere lə lettorə giustə.
e infatti non è che avessi molta voglia di leggerlo (ammetto con candore che i mezzi pornelli - o i pornelli completi - mi mettono abbastanza a disagio, a prescindere dal sesso, dalle identità di genere e dalle preferenze sessuali dellə protagonistə) ma poi la brava francesca (l'autrice de la bilbioteca di zosma) mi ha detto che lo stava leggendo e che non era nulla di quello che avevamo (dunque non era solo una questione mia) pensato, nessuna feticizzazione di uomini belli, più o meno vagamente androgini e gay (ciao fan degli yaoi!) ma un romanzo incredibilmente profondo che si poneva questioni filosofiche, etiche e teologiche circa la natura stessa di bene e male.

mi spiace per chi sperava di trovare pettorali bagnati di sudore e peccaminose passioni, ma sono felicissima di aver seguito il consiglio e di aver letto un romanzo così forte, che metterei volentieri accanto al paradiso perduto di milton e a il vangelo secondo gesù cristo di saramago (con i dovuti distinguo, ovviamente).
gli appunti che ho preso su questo libro sono tantissimi, e moltissimi di questi sono in forma di domanda, ma si possono sintetizzare tutti in un disperato perché? che riecheggia i pensieri e le parole di lucifero per più della metà della storia.

dicono che quando nasciamo piangiamo perché l'atto della nascita stesso è violento e doloroso, un trauma che ci strappa da tutto quello che è la nostra realtà, una realtà dolce e rassicurante, per scaraventarci in un mondo ostile fatto di luci che ci feriscono gli occhi, rumori che nessuna membrana attutisce più per noi, aria che forza i polmoni.
anche la nascita di lucifero è violenta e dolorosa. il puro spirito che viene plasmato e scolpito da dio, costretto in un corpo fatto di carne e sangue e muscoli e ossa, un corpo che può soffrire, che può essere ferito e piegato. lucifero viene plasmato da dio non perché sia bello ma perché sia l'incarnazione stessa della bellezza.
sia chiaro che in questo post, così come nel libro, per lucifero e per tutti gli altri angeli viene usato il maschile solo per abitudine: la forma degli angeli non è quella che siamo abituatə a pensare, esseri umani - maschi o femmine che siano - di indicibile bellezza e grazia, soffusi di luce e ammantati da ali piumate. nicolás si rifà al testo biblico per lasciarci intuire che le loro forme sono a dir poco incomprensibili e inimmaginabili per la mente umana, mostruose nel significato originario del termine, che ci sia una sovrabbondanza di teste (e non necessariamente umane) o di ali (non necessariamente attaccate sotto le scapole) o anche che non ci sia nessuna parvenza di forma umana o animale di sorta.

sappiamo solo che gli angeli sono di una bellezza squisita, che sono diversi tra loro per il colore della pelle, dei capelli e degli occhi e per le forme, che possono essere esili e delicate o forti e vigorose, ma gli altri dettagli sono omessi o solo accennati perché, sia chiaro, sono angeli, non esseri umani alati. e l'idea di bellezza che dio ha deciso di incarnare in loro non è neppure afferrabile per le nostre menti.
atteniamoci a questo e diciamo addio all'idea di un retelling queer: cosa dovrebbe esserci di queer in creature che non hanno nemmeno una vaga idea di cosa sia l'identità di genere, figuriamoci il sesso biologico (ammesso e non concesso che ne esista uno e che somigli a quello che noi intendiamo con queste parole)? ve lo dico io: assolutamente nulla. se anche fossero tutti biologicamente maschi e se anche tutti si riconoscessero nella categoria socioculturale di maschi, o se fossero tutte femmine o tuttə non binary o quello che vi pare, non cambierebbe niente. perché né il sesso, né l'identità di genere, né gli atti sessuali - che ci sono, certo, ma non sono quello che la copertina, tra testo e illustrazione, vi suggerisce - hanno un ruolo utile ad appiccicare a questo libro l'etichetta di queer. con buona pace di chi si occupa del marketing.

lucifero nasce e in noi - e in lui - nascono i primi perché: il suo corpo, così bello da stupire ogni altro angelo del paradiso, non è soltanto l'origine di un dolore fisico, ma motivo di vergogna. dio lo crea, gli dà la vita e la conoscenza e lo ammanta di ogni pietra preziosa e di vergogna.
perché lo fa? e come può una creatura come un angelo, la cui vita è destinata a godere di ogni possibile piacere in paradiso per l'eternità, provare vergogna per il proprio corpo? come fa a conoscere il concetto stesso di vergogna, il più artificiale e culturalmente informato dei nostri - umani - sentimenti?
tenete da parte questa domanda (tranquillə, ve la porrete alla seconda pagina, non è uno spoiler) perché vi accompagnerà per tutta la lettura.

leggendo la storia di lucifero scopriamo com'è la vita degli angeli e com'è il paradiso, un posto di eterna beatitudine e gioia, dove gli angeli trascorrono il loro tempo infinito in amicizia fraterna, tra un lavoro che non è mai fatica e divertimenti che anche quando diventano brutali - fanno qualcosa che somiglia ai nostri sport, corrono e fanno giochi di squadra, ma vanno matti per i combattimenti che sono spesso feroci - non sono mai davvero violenti o mortali. i loro corpi sanguinano, vengono feriti, provano dolore ma non muoiono. il dolore è un gioco, per tutti tranne che per lucifero: la prima volta che tira fuori le ali, ripiegate all'interno del suo corpo, lo strappo della carne e il sangue che ne cola è per lui un trauma, che rimarrà impresso nella sua memoria per milioni di anni.
la sua gioventù è un periodo lungo, lunghissimo. il tempo degli angeli è inconcepibile per noi ed è proprio per sottolineare questa impossibilità di comprensione che nicolás non lo scandisce mai in modo chiaro, lasciandoci solo intuire quanto infinitamente grande sia.

circondato dall'affetto degli altri angeli - rosier, raffaele, asmodeo, belial, gabriele, tra gli altri - lucifero trascorre la sua giovinezza tormentato dalla vergogna e dalle domande. avverte la profonda differenza tra sé e tutti gli altri ma non riesce a comprenderla, si strugge nella paura di non essere sufficiente per essere amato da dio e desidera ardentemente incontrarlo. il paradiso è la terra degli angeli e dio, invece, ha scelto di vivere nell'eden, nel suo giardino, chiamando a sé i suoi figli solo quando ne ha voglia, per essere servito, adorato e venerato.
plasmato, creato e voluto da dio, lucifero non è ancora stato ammesso alla sua presenza, e questa lontananza lo fa soffrire, lo impaurisce. perché un angelo, creato perché viva nella gioia, soffre e ha paura?
lucifero cresce senza sapere chi è: ogni angelo ha il suo talento - rosier è l'angelo della frutta, belial l'angelo del volo, e così via - ma qual è il suo? tutti gli dicono che lui è l'angelo della bellezza, ma cosa fa l'angelo della bellezza? in che modo onora il talento che gli è stato donato? cosa deve fare l'angelo della bellezza per compiacere dio? domande su domande su domande, e lucifero crede che solo incontrare finalmente dio potrà dissipare tutti i suoi dubbi.

quando l'incontro avviene, finalmente, l'angelo più giovane e più bello si convince di aver trovato finalmente una risposta: a dio piace sentirlo cantare e i suoi canti e i suoi balli in onore del padre coinvolgono chiunque in paradiso e dunque sarà l'angelo della venerazione. la musica di lucifero trascina chiunque in modo quasi frenetico, estatico, come se nessuno possa resistergli.
parlare con dio, però, non porta ai risultati sperati. nessuna vera risposta, nessuna piena comprensione, solo una valanga di dubbi che cresce man mano che va avanti, che investe tutto quello che incontra, se ne nutre, cresce ancora e diventa inarrestabile.
nelle parole di dio, lucifero non riesce mai a trovare alcuna rivelazione né risposta:
di tanto in tanto lucifero si chiedeva perché il loro padre non potesse spiegare in modo diretto la natura delle cose. erano sempre metafore, allusioni, parole studiate per essere interpretate. le prime falsità.
e intanto, lucifero incontra michele, l'angelo della forza, che per tanto tempo aveva ammirato durante i combattimenti.
potremmo chiamare amore quello che nasce tra loro ma il significato che diamo alle parole non può adattarsi a quello che succede a due angeli del paradiso, esseri eterni creati soltanto per amare dio. totalmente ed esclusivamente dio.
il rapporto tra lucifero e michele è un'amicizia totalizzante che si strugge della sua incapacità di essere qualcosa di più: c'è un'infinita tenerezza tra i due, un desiderio profondo di stare vicini, di toccarsi, di annullare i confini, ma non è nulla che sfiori anche solo lontanamente il nostro concetto di desiderio.
almeno fino a quando non succede quel qualcosa che stravolge lucifero, l'innesco osceno e brutale che dà il via a una lunga e sofferta strada verso la ribellione.

l'amore tra lucifero e michele e quello che dio impone ai suoi angeli da un lato sono diversi dall'esperienza di amore che abbiamo noi, creature finite e per nulla perfette, ma dall'altro rispecchiano benissimo i due concetti di amore sano e amore tossico. lì dove c'è reciprocità, dove c'è rispetto e parità, dove c'è voglia di rendere felice l'altro, ovvero nel rapporto tra i due angeli, nicolás ci racconta l'amore così come dovrebbe essere, un amore che è anche scoperta e conoscenza.
ma nell'amore che dio pretende c'è tutta la tossicità possibile, come se - cioè, è esattamente questo - quella pretesa fosse alla base di ogni orrore insito nelle culture patriarcali che tanto bene conosciamo e di cui tanto parliamo, provando a decostruirle e distruggerle.

il modo di scrivere di rafael nicolás è perfetto per questa storia, lirico e al tempo stesso semplice, capace di portare sul piano umano eventi che vanno molto al di là della nostra natura e della nostra possibilità di comprensione. nicolás ci permette di cogliere la dimensione propria del sentire e del pensare degli angeli e, attraverso le loro parole, quella di dio. dà loro un carattere e una personalità, rendendoli riconoscibili e unici pur nel loro essere perfetti.
ma il capolavoro della sua penna è la caratterizzazione di dio, una figura impossibile da descrivere, un essere che nemmeno gli angeli possono guardare direttamente, di cui però cogliamo alcuni sprazzi. immenso, potente oltre ogni immaginazione, l'idea di dio che ci arriva è respingente e spaventosa eppure terribilmente umana, inquietantemente vicina a quella di un padre che pretende amore dai suoi figli ma che non è capace di dare loro nulla, se non la possibilità di essere venuti al mondo. 
«impuro? che cosa vuol dire essere impuri?» nella sua testa, gridò: "sono diventato impuro? sono rovinato?".
«non conoscere l'impurità, vuol dire essere puri» rispose semplicemente il signore. «non tremare, lucifero, non hai nulla da temere [...] devi sempre mantenere la tua purezza, in tutti i modi possibili. la tua mente e il tuo corpo mi appartengono.»
la storia della guerra in paradiso la conosciamo già: lucifero raduna un esercito di angeli a lui fedeli e combatte contro dio, contro un altro esercito di angeli. una guerra soprattutto fratricida, una guerra che solo dio, in quanto dio, può vincere e che porterà alla caduta di lucifero e di tutti i suoi seguaci, scaraventati giù dal paradiso sulla terra, con così tanta forza da creare l'inferno stesso.
ma nicolás non si limita a riprendere il mito originale, si concentra invece sul come e sul perché della dannazione di lucifero, sulla sua origine, sul suo motivo e sul suo significato.
per farlo, non può che risultare blasfemo agli occhi dellə lettorə credenti. e come potrebbe non essere così? quale altra volontà, se non la sua, poteva concepire il nemico? quale altro potere, se non il suo, poteva corrompere lo spirito perfetto di un angelo?

noi cristianə - e non intendo necessariamente chi ha fede (chi scrive, ad esempio, non ne ha) ma chi è natə e cresciutə in una società prevalentemente cristiana, regolata da leggi morali e giuridiche che si rifanno a quelle cristiane e quindi a un intero sistema di pensiero fondato sull'insegnamento di cristo - abbiamo un'immagine incongruente e sdoppiata di dio: il dio del vecchio testamento e quello del nuovo sono profondamente diversi, per molti aspetti opposti, e quale che siano i motivi - legati alla fede o alla storia sociale, politica e culturale degli ultimi due millenni - per cui vogliamo accettare che sia sempre la stessa entità che decide di cambiare il suo rapporto con gli esseri umani, non riusciamo comunque a toglierci dalla mente l'idea di un dio buono, compassionevole e caritatevole.
ma dobbiamo fare uno sforzo e ricordarci che non è così: dio è terribile e chiede di essere temuto, oltre che amato e venerato. abbiamo deciso di adottare il dio degli eserciti di un popolo che non metteva carità e compassione tra i suoi valori fondamentali, e dunque non possiamo dimenticare l'ambiguità della natura di dio e del suo rapporto con gli esseri umani e, prima, con gli angeli.

nicolás fa quello sforzo per noi, ci ricorda che dio - il dio prima di gesù o, se preferite, lo stesso dio che costringe il suo stesso figlio a sofferenze indicibili e a una morte crudele e senza dignità - è temibile e incomprensibile, lontano dal pensiero umano. ci ricorda che è un dio forte (he whom thunder hath made greater, diceva il lucifero di milton), uno che non si fa scrupoli a ostentare la sua potenza e che agisce esclusivamente per sé, incurante del dolore di creature troppo piccole per valere qualcosa dinnanzi a lui.
questo è il dio di lucifero e questo è il motore primo della storia dell'angelo più bello, quello che porta la luce e che illumina dio e il creato intero.
quell'angelo che ci ricorda che perché ci sia luce, perché qualcuno brilli, qualcun altro deve rimanere nell'ombra e nell'oscurità.
e che se ombra e oscurità non esistono, allora bisogna crearle.

venerdì 7 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (85)

l'avevo scritto anche per l'ultimo post di commenti randomici a letture randomiche ma è - continua ad essere - un periodo così incasinato e strano e pieno di cose e cambiamenti che il tempo sembra sfuggirmi di mano giorno dopo giorno. in qualche modo, spesso inspiegabilmente, trovo il tempo per leggere. quello per scrivere, invece, sembra essere completamente sparito.
avrei voluto dedicare un po' di spazio in più a tutte queste ultime letture ma al momento è impossibile, quindi mi accontento di fare una roba veloce pur di non perdere traccia di un sacco di cose più o meno belle, più o meno interessanti che ho letto negli ultimi tempi.

 il mago m. 
a quell'epoca gli eventi inspiegabili erano all'ordine del giorno, e quando erano piacevoli li si ammirava senza farsi troppe domande. non si credeva soltanto a ciò che rientrava nel dominio della ragionevolezza. la ragionevolezza restringe la vita come l'acqua infeltrisce le maglie di lana, così che poi, indossandole, ci si sente impacciati e non si possono nemmeno più alzare le braccia.

ci sono storie che continuano a esistere, nonostante il tempo passi e il mondo, intanto, si trasformi. sono miti capaci di mutare forma, di adattarsi alle labbra di chi li racconta e alle orecchie di chi ascolta, o alle penne di chi li trascrive e agli occhi di chi legge. tra queste storie ci sono indubbiamente quelle che compongono il ciclo bretone, dalla creazione della tavola rotonda alla ricerca del santo graal, dall'amore tormentato tra lancillotto e ginevra alle avventure di parsifal, dai prodigi di merlino alle malefatte di morgana...
nel corso dei secoli, fatti e personaggə sono stati più e più volte reinterpretati e reinventati e così fa rené barjavel con il mago m., un romanzo che è un po' una raccolta di racconti strettamente intrecciati tra loro e che hanno, al centro, la figura di merlino. bellissimo e dotato di poteri straordinari, merlino è figlio del diavolo eppure votato al bene, innamorato della meravigliosa viviana e dedito a cambiare, attraverso le gesta di artù e dei suoi cavalieri, il mondo intero.

le storie, appunto, sono quelle che conosciamo ma barjavel le racconta con un tono di voce nuovo, a tratti più moderno, che non tradisce il tono mitico degli eventi della leggenda ma che regala un'ottica nuova e meno maschilista sulle figure che si muovono tra le sue pagine, soprattutto quelle femminili, che non sono più la causa di tanto male tra gli eroi maschi delle diverse storie: l'amore tra viviana e merlino, ad esempio, è nutrito da sentimenti sinceri e dolci che non si conclude - come ricordavamo - con la follia del vecchio mago e anche la storia tormentata tra lancillotto e ginevra viene stravolta nel finale.

sembrerebbe che barjavel, scrivendo il mago m., avesse voluto mettere a posto tutto quello che nelle storie originali ci - a noi, lettorə degli anni 2000 - faceva più male lasciandoci però la possibilità di meravigliarci, di sentirci trascinatə in un mondo mitico fatto di magia, amori e gesta eroiche e di essere poi, alla fine, anche un po' felici.
il risultato è un libro splendido, una scrittura elegante ed evocativa che regala anche qualche momento di leggerezza e umorismo ma che soprattutto riesce a dimostrare come l'amore, la meraviglia, il coraggio, la dedizione e tutti gli altri sentimenti assoluti che muovono i personaggə della materia arturiana sono ancora oggi vivi e attuali e sanno ancora farci sognare a occhi aperti.

 kronet 
l'oscurità della notte renderà l'essere finalmente libero di osservare ciò che la luce cela. perché non è del vuoto che dobbiamo aver paura ma del tutto che finge di essere vuoto.

una ragazza si ritrova coinvolta in un incidente in cui investe un'altra ragazza. scopre però, che non si tratta  una ragazza, ma un robot. le due vivono in un mondo in cui i robot non dovrebbero più esistere eppure diane decide di fidarsi e di aiutare c23.
in kronet siamo in un futuro non si sa quanto lontano dal nostro presente, un futuro in cui la memoria storica delle persone si è persa, in cui nessunə sa più leggere, in cui la città è circondata da mura altissime e a nessunə importa scoprire cosa ci sia fuori...
la storia va avanti in una fuga che sembra senza fine, in una situazione angosciante e claustrofobica e in un paesaggio di architetture squadrate e stranianti mentre si chiarisce il tema centrale della storia, legato tanto a questioni filosofiche - passatemi il termine - sulla natura umana, quanto alla crisi climatica che stiamo vivendo e a un futuro distopico e spaventoso a cui non dovremmo mai arrivare.

la parte che più ho apprezzato è quella grafica: lo stile di davide bart. salvemini è particolarissimo e molto personale. le forme, l'aspetto dellə personaggə, le architetture, gli sfondi hanno tutti una loro fisionomia specifica, una loro colorazione specifica - tutto il fumetto ha una palette molto rigida fatta di arancione, viola, fucsia, verde e azzurro, che rende tutto ancora più straniante - mentre le tavole sono spesso e volentieri destrutturate, con vignette che si annullano e si ampliano a tutta la pagina o si sovrappongono, con i baloon senza virgolette (che ricordano un po' una chat sullo schermo di uno smartphone) riconoscibili dai colori. le immagini qui non sono quasi mai puramente descrittive ma servono a costruire un mondo artificiale e opprimente, uno spazio da cui le due protagoniste cercano di scappare ma che continua a riprodursi pagina dopo pagina.

 le cose che abbiamo perso nel fuoco 
la prima fu la ragazza della metropolitana. c'era chi lo metteva in discussione, chi metteva in discussione le sue facoltà, i suoi poteri, la sua capacità di provocare incendi. una cosa era sicura: la ragazza della metropolitana predicava soltanto sulle sei linee della città e con lei non c'era nessuno. eppure era impossibile da dimenticare.

anche se questo è il primo libro di mariana enriquez arrivato in italia, avevo già letto la nostra parte di notte e i pericoli di fumare a letto. ma credo che comunque, indipendentemente dall'ordine di lettura, io non possa fare altro che amare quest'autrice e le sue storie, la cattiveria dei suoi racconti, il senso di straniamento che lasciano durante e dopo la lettura.
quelle raccolte qui sono storie che si muovono per strade malfamate e accanto a santuari macabri, in mezzo a coppie disfunzionali e amicizie eterne, tra case stregate e chiese sconsacrate.
escluso un racconto - chi mi conosce e ha letto questa raccolta indovina facilmente di cosa parlo - che è stato veramente troppo gratuitamente crudele, tutte le altre storie raccolte nel volume mi sono piaciute moltissimo.

l'ultima è anche quella che dà il nome alla raccolta e quella forse più potente (provo a limitare il più possibile gli spoiler). le cose che abbiamo perso nel fuoco prende il via dalla vicenda di una donna, la ragazza della metropolitana, bruciata per gelosia dal marito. al momento del processo, l'uomo aveva dichiarato che lei si era data fuoco da sola e tuttə, compreso il padre della vittima, gli avevano creduto.
il suo racconto inizia ad insinuarsi dai vagoni della metro dove la ragazza bruciata si ferma a parlare fin dentro le menti delle donne. basta poco perché inizino i roghi: prima una modella, a cui accade la stessa identica cosa della ragazza della metro, poi pian piano le donne bruciate iniziano ad aumentare. spesso le donne dicono di essersi date fuoco da sole, altre volte sono mariti, padri, fidanzati, amanti ad appiccare l'incendio.
ci vogliono molte vittime prima che inizino le pire: le donne si organizzano, salgono volontariamente sui roghi, si lasciano bruciare mentre le loro compagne riprendono il gesto e caricano i video delle cerimonie online, nascono ambulatori clandestini per curare quelle che iniziano a farsi chiamare le donne in fiamme.
tutto è previsto, organizzato, curato nei dettagli: le donne si bruciano per privare gli uomini della loro bellezza, per rispondere ai roghi delle streghe del passato e alle violenze domestiche del presente e del futuro, per sfuggire alla tratta, per essere le uniche, sole padrone del loro corpo e del loro destino.
le cose che abbiamo perso nel fuoco è un racconto agghiacciante che denuncia i femminicidi in argentina - e nel mondo - e che, come solo enriquez poteva fare, immagina una sorellanza violenta ma solidale che aiuta le donne a fuggire da un sistema che le vuole vittime.

mercoledì 10 aprile 2024

cadavere squisito

mezzena. storditore. linea di macellazione. lavaggio a spruzzo. quelle parole gli si affacciano alla mente e lo colpiscono. lo annientano. ma non sono soltanto parole. sono il sangue, l'odore acre, l'automatizzazione, l'assenza di pensiero. irrompono nella notte, prendendolo alla sprovvista. si sveglia col corpo bagnato da un velo di sudore perché sa che lo aspetta un altro giorno in cui dovrà macellare umani.
copertina di "cadavere squisito" di agustina bazterrica, eris edizioni. la stessa figura - una chimera col corpo di donna e parti di animali macellati - si ripete in bianco e nero su un fondo rosa chiaro

è vero che siamo solo ad aprile ma probabilmente cadavere squisito di agustina bazterrica è e sarà il libro dell'anno.
la storia ruota attorno a marcos, un uomo che lavora nel mercato della carne. odia il suo lavoro ma ha bisogno di quei soldi per mantenere il padre in una costosa casa di cura. suo padre, a un certo punto, è impazzito. è successo dopo la transizione.
nel futuro in cui vive marcos un virus ha colpito gli animali, tutti gli animali: quelli da compagnia, quelli da allevamento, quelli selvatici. nessuna cura e nessun vaccino hanno dato risultati e la malattia è stata dichiarata letale anche per gli esseri umani. il panico e l'isteria si diffondono a livello globale e i governi, per ripristinare un qualche tipo di ordine, hanno deciso l'abbattimento di ogni animale non umano.
svuotati gli allevamenti, si è dovuto decidere come rimettere in moto il mercato della carne. mentre poverə, immigratə e marginalizzatə di ogni tipo iniziavano a sparire, i governi, pressati da uno dei settori industriali più potenti - quello carne - hanno deciso di legalizzare l'allevamento, la macellazione e il commercio di carne umana. anzi, di carne speciale.
eccola, la transizione. un processo velocissimo, crudele, aberrante che ha stravolto l'esistenza intera sulla terra. un processo che, molto probabilmente, è stato studiato e voluto per risolvere il problema della sovrappopolazione e dell'immigrazione, sebbene nessunə ne parli apertamente in questi termini.
un processo che ha fatto impazzire migliaia, centinaia di migliaia di persone, tra cui il padre di marcos. un processo a cui tuttə lə altrə si sono arresə, più o meno controvoglia.

la transizione prima e tutta la realtà che gira intorno al mercato della carne poi, sono state rese possibili grazie a un uso sapiente e costruito delle parole:
ci sono parole opportune, igieniche. legali.
lo ripeto sempre, in mille occasioni e contesti differenti: le parole non sono soltanto uno dei modi che abbiamo per descrivere e raccontare la realtà, sono, in primo luogo, gli strumenti principali che usiamo per creare la realtà.
da sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, le parole, il nome che diamo allə altrə, ci ha consentito di mettere una distanza tra noi e loro. le parole, se usate bene, deumanizzano e reificano l'altrə. privatə della sua realtà e dignità di nostrə parə, l'altrə da noi diventa nostrə subalternə, diventa cosa. una cosa che abbiamo il potere, l'opportunità e addirittura il diritto di usare e distruggere a nostro piacimento.
guerre, assassinii e genocidi sono possibili solo se aumentiamo la distanza e la differenza con l'altrə. storia e cronaca ce lo insegnano bene.
persino il cannibalismo diventa legale ed eticamente accettabile se togliamo a un corpo lo status di essere vivente e lo trasformiamo in un prodotto.
i prodotti possono essere venduti, acquistati e consumati. basta solo chiamarli nel modo corretto, quello legalmente ed eticamente accettato.

agustina bazterrica insiste moltissimo sull'importanza del linguaggio, delle parole e dei nomi. la carne speciale - non carne umana - non ha nome e cognome, non ha identità e per questo è commestibile. i capi di allevamento non hanno voce, non possono parlare né gridare. la loro crescita - che avviene in allevamento, in un contesto separato da ogni altra struttura sociale e comunitaria - è velocizzata per massimizzare i profitti, il che vuol dire che non riescono ad apprendere nulla se non la paura, un terrore inoculato di generazione in generazione che non può essere espresso, sia per la mancanza fisica - ai capi d'allevamento vengono asportate le corde vocali - sia per quella culturale: i capi d'allevamento non hanno un linguaggio, non possono sviluppare una consapevolezza piena della realtà che, in qualche modo, abitano.

l'uso che facciamo del linguaggio è parte del sistema in cui viviamo, lo influenza e ne è influenzato in un circuito continuo in cui è impossibile individuare un punto di inizio e uno di fine.
marcos, per tutta la durata del romanzo, è disgustato dal suo lavoro, dal modo in cui l'allevamento di esseri umani ha sostituito quello degli altri animali, è disgustato da tuttə quellə che, in un modo o nell'altro, ne sono coinvoltə, uomini e donne che non nascondono una certa vena sadica e soddisfatta nel modo in cui affrontano i loro compiti (e, se vi è mai capitato di leggere report e articoli sullo stato degli allevamenti, saprete che purtroppo non è una situazione così lontana dalla realtà).
eppure, quello che traspare dai pensieri e dagli atteggiamenti di marcos è ben lontano da un qualsiasi tipo di umanitarismo. il disgusto non nasce dall'orrore per il modo in cui i capi d'allevamento vengono trattati e uccisi, non prova alcun tipo di empatia per quelle creature che sono in tutto e per tutto uguali a lui.
può sembrare paradossale che l'evento che lo scuote emotivamente di più è l'incontro con dei cuccioli di cane, ma in realtà non lo è, anzi. l'episodio ricalca perfettamente il tipo di meccanismo che mettiamo in atto - più o meno consapevolmente - quando trattiamo in modo differente animali di specie diverse: ci sciogliamo d'amore davanti a cagnolini o gattini e dieci minuti dopo non abbiamo - non avete - problemi a mangiare la carne di un vitello di poche settimane. nel futuro di marcos, così come nel nostro presente, abbiamo eletto alcune specie ad animali da compagnia, che trattiamo come nostri pari o quasi, ma a cui comunque riconosciamo una certa dignità e certi diritti, e abbiamo relegato altre al concetto di prodotto e merce, negando loro la nostra empatia, privandoli di sentimenti, emozioni, paure e gioie.

quello che succede nell'episodio dei cagnolini mi ha turbata profondamente, è stato il primo momento in cui ho dovuto posare il libro e provare a distrarmi perché mi stavo sentendo fisicamente male. eppure avevo già letto scene ben più aberranti e orribili, avevo già seguito l'intero processo di macellazione di uno dei tanti capi di allevamento umani. perché i cagnolini mi avevano fatto stare così male e le scene precedenti mi avevano procurato solo fastidio?
è qui, secondo me, che sta il genio di bazterrica, è qui che questo romanzo svela effettivamente tutta la sua potenza. bazterrica riprende le dinamiche speciste proprie del nostro sistema culturale ed economico e le distorce appena. gli esseri umani degli allevamenti sono creature con cui non siamo in grado di comunicare, di interagire, di instaurare dei legami - nella finzione narrativa così come da lettorə. è per via di questa incomunicabilità, di questa mancanza di un sentire comune - che, invece, non esiste con i cagnolini, che siamo abituatə a vivere costantemente nella nostra realtà e a trattare come bambinə, e che sperimenta anche marcos insieme a noi nel romanzo - che proviamo soltanto disgusto e fastidio, esattamente come faremmo, magari, se avessimo letto la descrizione di un qualsiasi processo di lavorazione in un qualsiasi macello reale.

in un'intervista rilasciata a the guardian, bazterrica dice:
questo romanzo è una riflessione su cosa sia il capitalismo e come ci insegna a naturalizzare la crudeltà. il capitalismo è un sistema in cui tutti nasciamo, lo abbiamo dentro di noi e il patriarcato fa parte di quel sistema. ho provato a lavorare con l'idea che ci mangiamo a vicenda in modo simbolico. [...] capitalismo e cannibalismo sono quasi la stessa cosa, sai?
proprio come accade a marcos nel romanzo, anche noi siamo dentro un sistema che, per quanto possa farci orrore, è quello in cui siamo natə e cresciutə, in cui abbiamo sviluppato il nostro sistema di pensiero, persino quei pensieri che sono critici verso il sistema stesso. è per questo, probabilmente, che riusciamo a seguire così bene il corso dei suoi pensieri e delle sue emozioni durante il racconto.
perché, al netto dell'elemento esasperatamente distopico del cannibalismo, il futuro di marcos non è poi così lontano dal nostro presente.

insieme alla questione della produzione e del consumo di carne, bazterrica dissemina il testo di un sacco di altri indizi che avvicinano il futuro di cadavere squisito al nostro tempo: sono immigratə e poverə le prime vittime del cannibalismo, così come sono le femmine - ovvero le donne incluse nel sistema di allevamento - quelle che patiscono violenze legate al loro genere, stupri e fecondazioni forzate in primo luogo. gli esemplari malati vengono abbattuti senza pietà, in un riproporsi di quell'abilismo che conosciamo bene e il colore della pelle è, ovviamente, un discrimine fondamentale soprattutto se rapportato al mercato della conceria.

le leggi scritte e non che regolano il sistema in cui vive non si discostano troppo dalle nostre: al centro di ogni possibile aspetto della realtà c'è la produzione finalizzata al profitto. nel futuro di marcos si può sopravvivere senza mangiare carne esattamente come succede nella nostra realtà ma il sistema si alimenta di sé stesso e spinge lə consumatorə verso quel determinato tipo di prodotto, incurante di ogni possibile effetto collaterale, ambientale, economico, politico fisico o psicologico che sia.

smantellare il mercato della carne speciale nel romanzo sarebbe possibile tanto quanto sarebbe possibile fare la stessa cosa con il nostro mercato della carne: non soltanto abbiamo un'infinità di alternative alimentari che sostituiscono la carne egregiamente, sia dal punto di vista del gusto che da quello nutrizionale, ma sappiamo benissimo che l'allevamento intensivo è una delle cause principali - la seconda, dopo i trasporti - dell'inquinamento e del disastro ambientale verso cui corriamo a velocità sempre più alte. eppure, siamo spintə a consumare carne da un sistema che coinvolge migliaia di aspetti - dal marketing alla disinformazione medica, dall'ideologia antivegan - a dispetto della nostra salute e di quella del nostro pianeta.
la merce che vendiamo è morta, in stato di putrefazione, ma sembra che la gente si rifiuti di accettarlo.
cadavere squisito di agustina bazterrica ci mostra come il sistema in cui viviamo si alimenti di scelte consapevolmente sbagliate, un sistema di cui facciamo parte anche se disgustatə e ideologicamente contrarə.
nel romanzo sembrano non esserci vie d'uscita e probabilmente è così. ma se non può essere distrutto, il sistema può essere indebolito usando i suoi stessi strumenti: siamo consumatorə e, in quanto tali, abbiamo potere economico che si traduce in potere politico. il modo in cui sosteniamo un certo tipo di economia attraverso le scelte di consumo che mettiamo in pratica hanno effettivamente una ricaduta politica che non è indifferente come ci viene detto (basti pensare alle campagne di boicottaggio messe in atto a sostegno della palestina negli ultimi mesi). acquisire consapevolezza, anche attraverso opere come questo libro, è fondamentale per non essere ingranaggi passivi, per non arrenderci all'orrore e imparare a non farne parte.

venerdì 9 febbraio 2024

i pericoli di fumare a letto

«e qui la bambina piange?»
«solo quando piove»

mi ero innamorata di mariana enriquez la scorsa estate con la nostra parte di notte. qualche mese fa ho letto i pericoli di fumare a letto e ho confermato tutto l'amore che avevo provato al nostro primo incontro.
ho accettato il suggerimento implicito nel titolo e li ho letti un po' come fiabe della non-buonanotte, per godermi quella sensazione che enriquez sa risvegliare sottopelle, un misto strano di emozioni disturbanti e meraviglia per il modo in cui infila una parola dopo l'altra come fossero perle di una bellissima e bizzarra collana.
è una sensazione che ricorda un po' quella delle paralisi notturne, quello stare sospesi tra orrore, incredulità e stupore, un brivido che però non ci coglie impreparatə perché sappiamo già che, in un modo o nell'altro, la sua penna ci sfiorerà la colonna vertebrale a un certo punto della storia e staremo lì a tremolare di delizioso spavento.

le dodici storie di questa raccolta sanno essere disturbanti e cattive, giocano sporco associando quello che mai permetteremo alla nostra immaginazione di mettere insieme, creano chimere che, più che stupirci per il loro aspetto, ci turbano costringendoci a pensare quello che fa a pezzi gli aspetti più profondi e radicati della nostra morale.
immaginate, ad esempio, gli zombie. sono forse tra le creature più spaventose e raccapriccianti a cui possiamo pensare ma sentite la stretta al centro del petto se provate a fare un passetto in più e immaginare una neonata zombie? provate a figurarvi delle ragazzine bellissime, delle quasi-donne in cui ancora si intravede l'innocenza dell'infanzia, e poi provate a immaginarle capaci di crudeltà degne di una qualche divinità pagana. non avvertite una fastidiosa dissonanza?
figuratevi per un attimo la gioia di riabbracciare qualcunə che avevate perso da mesi, forse anche anni, per poi scoprire un poco per volta che per quella persona è, in qualche modo incomprensibile, totalmente diversa da quella che conoscevate. non sentite crescere lo sconcerto?

ecco, mariana enriquez fa nascere il terrore da una delicata operazione in cui incide i corpi dellə suə personaggə e ne taglia via con chirurgica precisione alcuni aspetti della loro umanità, per poi ricucire tutto e imbellettargli le guance, rispedendolə indietro tra noi, quasi identicə a prima.
in queste pagine si incontrano creature strane che forse sono state umane ma che a un certo punto della loro esistenza hanno smesso di esserlo, creature che abitano storie che vengono narrate senza dare spiegazioni alle mille domande che germogliano rigo dopo rigo nelle nostre teste, solo un profondo disturbo che si attanaglia tra le ossa e i muscoli e gli organi, che prude e pizzica.
mariana enriquez fa magie spaventose e meravigliose e, per quanto possano essere disturbanti, non si può che volerne ancora e ancora!

giovedì 4 gennaio 2024

kalpa imperial

il fatto è che una vita, come un racconto, è composta di tante parti e ogni parte da altrettante parti sempre più piccole. ma per piccole e banali che siano, una parte di un racconto è un racconto e una parte di una vita è una vita.

kalpa imperial viene pubblicato per la prima volta in argentina in due volumi, usciti rispettivamente nel 1983 e nel 1984 ma ci vorranno circa due decenni prima che arrivi in traduzione a un pubblico più vasto, grazie al lavoro di ursula k. le guin che lo consegna allə lettorə anglofonə nel 2003.
in italia, invece, bisognerà aspettare il 2022 e la traduzione di giulia zavagna per rina edizioni ma se pure sono passati quasi quarant'anni dalla sua prima edizione, il capolavoro di angélica gorodischer, pur legato alla cronaca argentina della sua epoca, come vedremo, pare vivere fuori dal tempo.
e a proposito di tempo: kalpa è un termine sanscrito che indica, nella cosmologia induista, un ciclo cosmico - detto anche giorno di brahma - lungo 4.320.000.000 anni. il kalpa sta alla base della teoria per cui il tempo non scorre in modo lineare ma in cicli che si ripetono. è durante questo eterno ritornare su sé stesso che avvengono i processi di emanazione, durata e riassorbimento dell'universo con momenti di distruzione parziale o totale (fonte wikipedia).

kalpa imperial racconta del più grande impero mai esistito, un impero che non ha nome perché nulla pare esistere al di fuori. l'impero cade e risorge innumerevoli volte, non ha inizio e non ha fine, si trasforma infinitamente alimentandosi di sé stesso, espandendosi nel tempo come nello spazio:
vasto è l’impero, disse il narratore, così vasto che la vita di un uomo non basta a percorrerlo tutto.
la storia dell'impero non è scritta ma raccontata oralmente: disse il narratore è la formula magica che apre quasi tutti i racconti - o i capitoli, se preferite immaginare kalpa imperial come un romanzo - e in quel dire c'è la capacità delle storie di mutare la loro pelle come serpenti, di essere sempre uguali a sé stesse eppure sempre diverse ogni volta che qualcunə presta loro la propria voce e le racconta.
undici storie - o capitoli - undici voci, undici momenti - a volte lunghi secoli - della storia dell'impero, impero che designa tanto l'immenso territorio amministrato dall'imperatore (o, a volte, dall'imperatrice) quanto l'istituzione stessa del potere imperiale.
perché la storia dell'impero è la storia del potere e kalpa imperial viene scritto proprio durante l'ultima fase della dittatura argentina e il ritorno della democrazia, come spiega loris tassi nella sua prefazione. così, immaginario e reale si mescolano e diventano uno specchio dell'altro e il primo racconto/capitolo inizia così:
il narratore disse: ora che soffia un vento propizio, ora che sono finiti i giorni di incertezza e le notti di terrore, ora che non vi sono più accuse né persecuzioni né esecuzioni secrete, ora che il capriccio e la follia sono scomparsi dal cuore dell'impero, ora che noi e i nostri figli non siamo più assoggettati alla cecità del potere [...]
e continua con una delle pagine più belle e ricche di vita che abbia mai letto, della vita come un prisma che riflette immagini e luce e momenti in cui la gioia di esserci, semplicemente, assume mille forme.
kalpa imperial racconta il potere che viene anelato, conquistato e poi perduto, che viene strenuamente difeso e desiderato, amministrato con saggezza o sfruttato con arrogante egocentrismo, a volte fino alla pazzia. potere che è sempre un dolce veleno, che è pericoloso per chi lo detiene e per chi lo subisce.
si parla del potere secolare, quello di una persona sul resto della moltitudine di esistenze, ma anche del potere della memoria e della parola, che è lo strumento per conservarla, tramandarla o mistificarla, potere che appartiene al narratore e che nessun guerriero, comandante o imperatore può eguagliare.
raccontare storie, quindi, non significa semplicemente mantenere in vita il ricordo della realtà, di un'unica realtà, perché questa è in sé stessa molteplice e perché la memoria è malleabile. raccontare storie è di per sé la forma di potere più grande, capace di orientare il presente attraverso la rievocazione - o l'invenzione - del passato, capace persino di plasmare il futuro. un potere enorme che si esplicita tutto in una frase chiave del libro:
questa storia è vera e falsa come tutto ciò che raccontano gli uomini.
il raccontare, in kalpa imperial, diventa così l'azione che mette insieme lo spazio finito e il tempo preciso del reale - dell'argentina visibile in filigrana attraverso le pagine - e lo spazio indefinito e il tempo millenario del mito in cui echeggiano i poemi greci, le fiabe classiche e le pagine bibliche, i mondi di tolkien e le città invisibili di calvino, autore a cui gorodischer dichiara di essere grata per l'incoraggiamento ricevuto.
nelle storie dell'impero c'è tutto ciò che l'impero è, è stato e sarà sempre, in quel ciclo temporale dove passato, presente e futuro coincidono con l'idea di memoria, di esperienza e di possibilità: bambini che diventano imperatori, impostori che salgono al trono, uomini che criticano il potere, imperatrici bugiarde, battaglie e guerre, palazzi e città che continuano a sorgere sopra le loro stesse rovine, che alternano splendore e decadenza, ci sono imperatori folli e nefasti e lascivi e altri buoni e coscienziosi e imperatrici sagge che anelano alla conoscenza, anni di paura e incertezza e altri di riposo e serenità e ci sono i cantastorie a custodire tutte queste storie e, sempre, orecchie pronte ad ascoltarle.
vasto è l'impero e popolato di moltitudini ma è facile immaginare le sue città svuotate e dimenticate per sempre, abbandonate ai secoli e restituite alla natura, città che - nella quasi utopica fantasia di un mondo senza testimonianza umana - avrebbero forse la loro forma più perfetta:
tutto a poco a poco si coprì di muschio e di licheni e di piante e crebbero fiori acquatici nelle piscine abbandonate e varietà di drahilea nelle capigliature di marmo delle statue. sembrava morbida e carnosa, fatta di foglie e steli verdi ingrossati dalla pigra linfa. molti dicono che non fu mai così bella, ed è possibile che abbiano ragione. si confondeva con le montagne e con quel che cresceva sulle montagne; fu parte della terra dalle cui viscere era sorta, dalle profondità delle caverne. forse sarebbe stato giusto che continuasse così, e oggi sarebbe una città vegetale abitata da uomini salici e donne palme, una città che oscilla con il vento e canta e cresce sotto il sole.
kalpa imperial è una raccolta di meraviglie, evocate dalla voce dei narratori, inventate dallo sguardo della fantasia di chi ascolta e dipinge nella sua mente, di chi richiama alla memoria, di chi inventa futuri lontani, di chi impara a comprendere il presente.
ed è un inno alla forza delle storie e del potere della narrazione, alla possibilità che solo le parole hanno di farsi strumento capace di scardinare persino il potere dei regnanti. o dei tiranni.

domenica 23 luglio 2023

la nostra parte di notte

"non gli piaceva, non gli era mai piaciuto tacere, e nemmeno gli sguardi sfuggenti e i silenzi imbarazzati, il modo in cui gli adulti, soprattutto gli adulti, si guardavano tra loro e ingoiavano le parole, il modo in cui suo padre gli diceva: questo è tutto quelli che ti dirò e non saprai nient'altro che questo. sentiva che, se lo avessero lasciato chiedere e parlare, non avrebbe mai smesso, la curiosità lo avrebbe invaso come formiche su un vasetto di marmellata dimenticato aperto in cucina"

juan e gaspar, un padre e un figlio in viaggio attraverso l'argentina, da buenos aires verso nord, verso il confine con il brasile. intorno a loro si stende un paese martoriato dalla dittatura militare e dalla tragedia dei desaparecidos. il viaggio è costellato di posti di blocco, il tempo ha il sapore della paura di essere fermati o peggio. ma ancora più pressante e opprimente è la presenza dell'Ordine, una società segreta in cui ricchezza, potere e violenza si intrecciano indissolubilmente insieme all'ossessionante ricerca del modo di poter ottenere la vita eterna, trasferendo la propria coscienza all'interno di corpi-ospite.
juan è il medium più potente che l'ordine ha mai avuto, ha sposato rosario, la figlia della coppia più influente - e crudele - dell'organizzazione e tutta la sua vita è stata influenzata dai suoi piani. eppure, il suo potere è nulla perché niente potrà mai liberarlo dal legame che ha con loro, né che l'Ordine ha con suo figlio gaspar.

quella dell'Ordine è una storia lunga di secoli, una storia che inizia con la scoperta, in africa, dell'Oscurità, del dio crudele che divora i suoi fedeli, dell'Altro Luogo che è l'immenso cimitero di corpi mutilati e offerti in sacrificio.
juan è un uomo che ha sperimentato ogni possibile forma di sofferenza, martoriato nel corpo e nell'anima, strappato dalla sua famiglia, venerato ma prigioniero, potente ma mai libero. juan ama gaspar di un amore insano, folle, feroce, lo ama con l'urgenza di un padre che vuole salvare suo figlio ma sa di non poter contare nemmeno sul proprio corpo, così fragile e prossimo alla fine. juan ama gaspar di un amore malato, di un amore che non sa essere amore perché nulla, nella sua esistenza, è rimasta immune dalla crudele e perversa onnipresenza dell'Ordine.
per salvare gaspar, juan in realtà lo distrugge giorno dopo giorno, per tenerlo lontano dall'Ordine e dall'Oscurità gli insegna come aprire e chiudere quelle porte che risponderanno solo al suo tocco, a entrare nell'Altro Luogo.

nel romanzo di mariana enriquez, l'orrore storico delle stragi fasciste della dittatura di videla, la pena di morte, le sparizioni misteriose, il rapimento dellə bambinə si intreccia alle mostruosità dell'Ordine, alle violenze e ai massacri inutili compiuti in nome del dio oscuro.
la narrazione si sposta avanti e indietro nel tempo, coprendo un arco di circa trent'anni, dall'inizio degli anni '60 agli anni '90. enriquez ci racconta la storia dell'Ordine e quella di juan, di gaspar e di rosario, l'esaltazione che dà il potere e l'orrore che lascia quando se ne comprende appieno la natura e gli effetti che ha. non ci sono personaggə assolutamente buonə, ma quellə cattivə sono puramente malvagə, senza alcuna possibilità di redenzioni, l'incarnazione dell'orrore stesso. alcune scene sono a dir poco raccapriccianti, merito soprattutto di una lingua che fa della prosa qualcosa che sfiora la poesia, un linguaggio scelto con cura, parola per parola, frasi preziose e cesellate.

la nostra parte di notte è un romanzo che merita di essere scoperto pagina per pagina, senza anticipazioni sugli eventi narrati, perché enriquez è bravissima a non dare mai nulla per scontato e riesce, nonostante le settecento e più pagine, a tenere lə lettorə col fiato sospeso fino alla fine, rispondendo, un po' alla volta, alle tantissime domande che nascono durante la lettura.
per me questo libro finisce dritto dritto tra i preferiti del 2023 (anche se mi ha costretto a usare le maiuscole per scrivere questo post).

post pubblicato in origine su instagram.

martedì 31 maggio 2022

costellazioni familiari

non saprei come spiegarvelo. non so come farvi capire quello che mi sta succedendo. le parole che conosco non sono sufficienti a descrivere questa sensazione. ma non voglio neanche che prendiate la mia esperienza per uno dei deliri mistici di quella gente, quelli che hanno detto di avermi visto e di avermi parlato. questo non ha niente a che vedere con una teofania. assomiglia piuttosto alla vertigine, a quella nausea esistenziale che ti scatena la paura dell'altezza, ma non è solo questo. è più simile a uno svenimento ma piacevole.


a circa un anno di distanza da la porta del cielo, torna ana llurba in libreria, sempre per eris edizioni e sempre con la traduzione di francesca bianchi, con un'antologia di racconti dal titolo costellazioni familiari, arricchito dalle illustrazioni di darkam.

tredici racconti che si inseriscono in quel filone che l'autrice definisce (durante la presentazione del libro alla libreria modo infoshop di bologna) nuovo gotico latino-americano, un genere letterario che mette insieme realismo magico, ingredienti cupi e crudeli e atmosfere in bilico tra il sogno e la realtà, a cui ana llurba aggiunge elementi di ispirazione autobiografica e femminista: protagoniste di quasi tutti i racconti sono infatti donne, donne raccontate nella loro corporeità e nella loro spiritualità, una corporeità e una spiritualità che non vogliono rendere conto alla morale comune e che finalmente si riprendono lo spazio che è sempre stato loro negato.
le immagini fondamentali sono quelle del corpo che si trasforma e quelle di un nuovo modo di intendere il fantastico. narrare attraverso le esperienze dei corpi è un modo di fare politica, soprattutto in una terra come l'argentina, paese d'origine dell'antrice, che ha conosciuto il dolore della dittatura e della violenza politica e che ha visto la risposta, tra gli altri, dei movimenti femministi.
c'è, fortissima, la volontà di cambiare il ruolo sociale dei corpi come corpi che siamo e non come corpi che abbiamo.

due racconti però - la cosa più simile alla felicità e nazareth - sembrano distanziarsi un po' dalle tematiche comuni al libro grazie alle loro eccezionali protagoniste: una cassa automatica di un supermercato nel primo e maria, la madre di gesù, nel secondo.
dico sembrano perché anche qui ana llurba riesce a dare a due personaggi - emblema dell'inanimato una e simbolo di spiritualità l'altro - una forte, sorprendente corporeità e umanità.


la sua scrittura è molto più ricca e articolata di quanto non appaia a una lettura superficiale e francesca bianchi è stata bravissima a rendere in italiano questa complessità, permettendoci di entrare in atmosfere che disorientano lə lettorə, lasciandolə a chiedersi quanto di quello che sta leggendo sia reale e quanto invece esista solo nella fantasia dei personaggi o dell'autrice, un labirinto di significati e significanti che si dipana su più livelli e dentro cui perdersi diventa un'esperienza straniante e meravigliosa.

la maggior parte dei racconti si concentra sui corpi che si trasformano: che si tratti di adolescenti alle prese con gli sconvolgimenti della pubertà o di una neomamma che sta cercando di abituarsi alla sua nuova vita, il corpo-che-cambia diventa l'origine di un moto centrifugo che si espande in tutto il contesto, travolge la realtà intorno e la disturba, lacerando i confini dell'ordinario e sconfinando in un misticismo che diventa terreno fertile per quelle atmosfere ambigue che ana llurba ci ha dimostrato tanto di amare.

le costellazioni familiari del titolo non hanno nulla a che vedere con l'approccio terapeutico omonimo ma vengono dal titolo di uno dei racconti del volume, forse quello più mistico e contemporaneamente carnale di tutto il libro e anche quello che l'autrice ha scelto come più rappresentativo (e anche l'illustrazione di darkam, sopra mostrata per intero, per questo racconto è stata scelta per la copertina).

i racconti sono arricchiti dalle illustrazioni di darkam (autrice per progetto stigma/eris edizioni di dietro agli occhi) che è perfettamente riuscita a comunicare il legame indissolubile tra corpo e spirito, reale e onirico, sacro e profano, tutte dualità che ana llurba ha fuso tra loro creando nuove categorie su cui si regge il suo universo narrativo.

dediche di ana llurba e darkam sulla mia copia di costellazioni familiari

durante la presentazione del libro, ana llurba ha accennato al suo ultimo lavoro, un romanzo scritto durante la pandemia, e non possiamo che aspettarci che eris lo porti da noi prima possibile: visto il livello dei suoi primi due lavori, direi che qualsiasi altra cosa dovesse arrivare in libreria non si può che prenderla immediatamente a scatola chiusa, sicurə che anche questa volta sarà un capolavoro.

lunedì 5 agosto 2019

i fantasmi di darwin

al posto di quello che per quattordici anni era stato il mio volto, c'era un altro volto, quello di un giovane sconosciuto.
gli occhi di quell'uomo, la sua incolta zazzera selvaggia di capelli neri, il naso camuso e gli zigomi alti, le carnose labbra aborigene separate da un bianco, sfavillante accenno di dentatura, il suo sguardo sprezzante sensuale enigmatico; oh se gli sguardi potessero uccidere, se gli sguardi...
gli occhi, gli occhi scuri.
il mio visitatore.

l'undici settembre millenovecentottantuno fitzroy foster compie quattordici anni.
alle prime luci dell'alba, prima di alzarsi dal letto, si masturba per la prima volta nella sua vita, pensando alla sua ragazza, camilla wood.
poi scende giù, dove lo attende tutta la famiglia, con i regali e gli abbracci, pronti a festeggiare.
suo padre, appassionato di fotografia, ha una polaroid istantanea con la quale immortala la scena.
da questo preciso attimo la vita di fitzroy cambia drasticamente: nella foto, in ogni foto scattata da quel momento in poi, invece del volto di roy c'è la faccia di un perfetto sconosciuto, un ragazzo, forse un aborigeno, un selvaggio vissuto chissà quanti decenni prima, a chissà quanti chilometri di distanza.

inizia per roy un periodo, lungo anni, di reclusione: niente più scuola, amici, niente più camilla, niente di niente. roy non diventerà lo strano esemplare da analizzare e studiare di un team di medici e scienziati incuriositi dalla sua strana condizione e per di più, impossibilitato ad avere dei documenti d'identità con una fotografia aggiornata, uscire di casa - viaggiare! - diventa assolutamente impossibile.
isolato e chiuso in casa, destinato a una vita nell'ombra seppur circondato dall'amore e dalle cure della sua famiglia, roy viene letteralmente salvato da camilla: negli anni in cui sono stati lontani lei non ha smesso di pensare a lui e all'uomo che le era stato mostrato in quella foto fatale, ha studiato, ottenuto brillanti risultati e iniziato una ricerca sulla possibilità che esista una connessione tra memoria e biologia, che il passato non si lasci immortalare solo dalle macchine fotografiche, che non sia registrabile solo dai documenti e dai racconti, ma che rimanga fisicamente, generazione dopo generazione, intrappolato nei geni umani, pronto a mostrarsi e a raccontarsi.

insieme a camilla, roy comincerà - tra mille difficoltà, momenti di folle felicità e altri di totale tristezza e profondo sconforto - un viaggio a ritroso nel tempo, scavando nel passato della sua famiglia, andando alla ricerca dei suoi avi e delle loro storie, scoprendo atrocità che mai avrebbe immaginato.

attraverso la vita di roy ariel dorfman ci racconta l'orrore degli zoo umani (le esposizioni etnologiche di cui l'europa tutta non finirà mai di vergognarsi), parchi di tortura - e di divertimento dall'altra parte - in cui intere famiglie aborigene, rapite e deportate dalla loro terra, venivano usate come attrazione e spettacolo per gli occhi dei bianchi, civili e progrediti europei.

i fantasmi di darwin è un romanzo difficile da incasellare in un genere ben definito: realismo magico, realtà storica, surrealismo, giallo, racconto di formazione, thriller, c'è tanto tra queste pagine, c'è la vicenda appassionante e quasi kafkiana di un ragazzo che perde la sua identità e fa di tutto per riprendersela e c'è la denuncia di una società autoproclamatasi superiore che sotto l'egida del progresso e della civilizzazione ha commesso delitti atroci e inimmaginabili, ha offeso e schiacciato la dignità e la vita di centinaia, migliaia di persone solo perché diverse e in quanto tali considerate inferiori.
un romanzo che si lascia divorare in un paio di giorni, che non lascia tregua e che altrettanto ferocemente divora le nostre convinzioni, le nostre certezze, la nostra impropria autopercezione.

la storia di roy, per quanto fantasiosa possa essere, diventa però pretesto non solo per raccontare il nostro passato di colonizzatori brutali ma sopratutto per farci guardare con un po' più di consapevolezza al nostro presente e a quello che rischia di essere il nostro futuro: davvero crediamo di essere meglio di chi appena due secoli fa vendeva esseri umani e pagava il biglietto per vederli umiliare, soffrire e morire? siamo davvero sicuri che non ci sia più nessuno a credere che loro siano diversi da noi?

lunedì 18 marzo 2019

space invaders

nessuno ricorda chiaramente il momento esatto, ma tutti ricordiamo che all'improvviso cominciarono a vedersi bare, funerali e corone di fiori e non potevamo più fuggire, perché tutto sembrava essersi trasformato il qualcosa di simile a un brutto sogno.

gli anni '80 in cile, la dittatura e l'orrore che si insinuano nei sogni dei bambini e che si trascinano per anni nella loro memoria.
che fossero sogni o ricordi o ricordi poi sognati e dai sogni ricordati, questo non è facile riconoscerlo.
ecco in poche parole il romanzo di nona fernández, un lungo racconto in cui, attraverso il ricordo dei sogni e di alcune immagini rimasse impresse nella loro memoria, quelli che furono bambini ai tempi di pinochet narrano l'atmosfera del cile in quegli anni.

il regime militare, la violenza, le sparizioni sono tutte offuscate dal loro sguardo innocente e infantile: i funerali che invadono le strade, le riunioni scolastiche con gli alunni tutti in riga, col braccio sulla spalla del compagno avanti per mantenere la giusta distanza, le divise impeccabili, indossate alla perfezione, senza saltare un bottone, la polizia che entra in casa di notte interrompendo il sonno di una notte e privando tutte quelle che seguiranno del riposo, gli incubi che rubano il posto ai sogni, i vuoti che iniziano a prendere il posto delle persone, i banchi di scuola che non hanno più qualcuno a occuparli, e poi le minacce, gli arresti, le parole incomprensibili ma che lasciano una scia di terrore.
e poi c'è lei, estrella gonzalez, la nuova compagna di scuola che suo papà accompagnava amorevolmente a scuola, lei che un giorno sparisce, è costretta ad andare via, e che torna sempre, anche dopo tanti anni, nei sogni di ognuno.
la sua presenza è come un filo che li collega tutti anche se ormai vivono vite lontane. il suo ricordo si insinua ogni notte nel letto di ognuno di loro, cambia aspetto, diventa una voce o le parole di una lettera.

non il regime in sé, ma l'atmosfera strisciante di qualcosa troppo difficile da dire, qualcosa di troppo spaventoso per poter essere nominata, ecco cosa raccontano i sogni confusi dei bambini di space invaders: come nel gioco, non è facile capire chi siano davvero i nemici, perché ci stanno attaccando, perché bisogna difendersi, lottare, sparare, uccidere, distruggere le navicelle nemiche.
come nel gioco, dove puoi provare a superare il record ma l'invasione aliena non finirà mai, anche qui non c'è alcuna possibilità di vittoria, anche dopo la fine della dittatura, anche dopo la fine dell'infanzia, i ricordi torneranno a infilarsi nei loro smemorati materassi.
come nei sogni, l'orrore del racconto è nei particolari banali che restano a ossessionare la memoria giorno dopo giorno, dettagli insignificanti che tradiscono l'inquietudine di un paese ferito, come in un sogno, spesso non è chiaro il contesto dei ricordi: nascosti dagli adulti forse, forse semplicemente troppo crudeli per poter essere compresi.
il tempo non è chiaro, confonde tutto, mischia i morti, li trasforma in uno solo, li separa di nuovo, si muove all'indietro, procede al contrario, gira come il carosello di una fiera, come nella gabbia di un laboratorio, ci intrappola in funerali, marce e arresti, senza darci alcuna certezza di continuità o di fuga.se siamo stati lì o meno, non è chiaro. se partecipammo a tutto questo, nemmeno.
nona fernández costruisce un racconto complesso e articolato attraverso le voci dei suoi protagonisti, crea con le parole immagini e suggestioni, lascia intuire quello che i bambini percepiscono appena, che non comprendono ma che rimane immagazzinato nei loro ricordi, confuso da un generale senso di straniamento dall'orrore che non si lascia mai chiaramente vedere in volto, ci trascina in questo mondo sfocato come il dormiveglia, quando è ancora incerto il confine tra ciò che sappiamo essere davvero accaduto e quello che invece abbiamo solo immaginato, e ci accompagna fino al risveglio - nostro e dei suoi protagonisti - svelando la realtà nella sua interezza solo alla fine.
c'è un angoscia di fondo, qualcosa di inspiegabile eppure sbagliato, la sensazione di una presenza al margine del campo visivo che segue tutto il racconto e che, anziché dire cosa furono quegli anni, ci permette di viverne, anche solo in minima parte, le atmosfere.

giovedì 13 luglio 2017

quando parlavamo con i morti

non che sia un'esperta in materia ma credo che si possa dire che ci sono due tipi di storie horror: quelle piene zeppe di mostri, killer crudeli, sbudellamenti e urla di terrore e quelle che prendono una storia banale e quotidiana e vi inseriscono un pizzico di sur-realtà, facendo deragliare la narrazione verso qualcosa di spaventosamente misterioso.
quando parlavamo con i morti fa parte della seconda tipologia di storie horror, è un librettino piccolo dall'aria innocente, tu lo guardi e pensi col cavolo che puoi mettermi paura e invece ti ritrovi con i brividi in piena estate e con la certezza di aver trovato un'autrice, mariana enriquez, che merita di essere conosciuta meglio.


quanto parlavamo con i morti racconta tre storie di cui la prima da il titolo alla raccolta, tre storie che potrebbero essere successe a chiunque in qualunque parte del mondo e che proprio per questo fanno gelare il sangue. personalmente, ho trovato una sorta di crescendo nel livello di orrore, dalla prima all'ultima.
protagoniste e voci narranti delle storie sono tre donne e tutti e tre i racconti si focalizzano su drammi molto reali e attuali, il che riesce a renderli ancora più realistici: le quattro ragazzine di quando parlavamo con i morti con la loro tavola ouija che cercano di mettersi in contatto con i desaparecidos, la giovane donna di le cose che abbiamo perso nel fuoco che assiste impotente al degenerare di un'idea folle e disperata e infine l'impiegata dell'archivio di bambini spariti che nell'ultimo (davvero impressionante) bambini che ritornano proverà a non indagare sulla misteriosa sorte di una bellissima e sventurata ragazzina scomparsa.

ora uno da un racconto horror si dovrebbe aspettare chissà quale atmosfera da brivido, tutta una serie di frasi che non fanno che aumentare l'ansia, quella roba ben costruita a tavolino come le colonne sonore dei film, quelle musiche fatte apposta per farti preoccupare se poi non te la farai addosso davanti a tutti e invece la enriquez niente, se ne frega totalmente di questi giochetti da due soldi (che poi non sono da due soldi, dai) e lascia semplicemente che, data la premessa, la storia continui il suo corso, trascinando i personaggi e il lettore in quello stato di angoscia pura che solo la paura dell'ignoto e dell'inconoscibile sa dare.
in questo, e sopratutto nelle tematiche dell'ultimo racconto, mi ha parecchio ricordato saramago - benché il modo di scrivere sia diverso - con quella capacità di creare situazioni surreali e assurde scartando al principio giusto di qualche centimetro dalla linea retta dell'abitudinario per ritrovarsi poi lontani chilometri dal nostro già ben spianato e conosciuto sentiero.

lunedì 18 luglio 2016

commenti randomici a letture randomiche (17)

fa così caldo che il post randomico questa volta si limita a due soli libri, i fumetti rimarranno a decantare sulla scrivania ancora un pochino.

uno dei libri che più ero impaziente di leggere mi ha lasciato dentro come un macigno.
è ruggine, racconta la storia di una vecchietta e del suo gatto ferro. ruggine è il soprannome della vecchia signora, gina, così attaccata alla sua bestiola come la ruggine al ferro.
le premesse erano buone, e di certo non posso dire che sia un brutto libro, o che sia scritto male, anzi.
ma la storia è così triste, così penosa da farti stare male.
non serve molto per rendersi conto di cosa siamo diventati, basta guardare le notizie: mariti, fidanzati, ex fidanzati uccidono le mogli, fidanzate, ex fidanzate, o le costringono a vivere vite orribili, ragazzine stuprate e poi accusate di essersela cercata (questa cosa mi fa così incazzare che aprirei volentieri un ombrello nel culo di chiunque lo dice, giusto per fargli capire cosa vuol dire, per poi dirgli eh, ma te la sei cercata), ragazzini che per passare il tempo uccidono povere bestie e mettono i video su internet, razzismo in ogni dove, l'odio per chiunque sia diverso, i pregiudizi verso i gay, la glorificazione dei propri reati e l'esaltazione della meschinità.
ora, non so voi, ma quando leggo un libro cerco di scappare a tutto questo. voglio, anche solo per poche ore, anche solo tra le pagine, un mondo diverso. un posto in cui la gentilezza, l'onestà, il rispetto, la giustizia, il riscatto esistono. ruggine non è uno di questi libri. è reale, crudo, vero, eppure fin troppo pessimista, fin troppo disperato. è tremendo.
gina è una vittima, ha sofferto dolori così atroci da non poterli neppure nominare, è sola, e odiata in quanto vittima, in quanto anziana, in quando diversa, in quanto donna. è considerata una vecchia strega.
mi ha fatto male leggere questo libro, assistere impotente alla sua storia.
non è brutto questo libro, no, ma decisamente non fa per me. mi metterà tristezza anche solo vederne la copertina da adesso in poi, mi aspettavo qualcosa di meno pesante, forse a tratti un po' comico, un po' sulla scia de la fantastica storia dell'ottantunenne investito dal camioncino del latte. e invece niente, il mio intuito ha toppato alla stragrande.

un libro che invece mi è piaciuto parecchio, e che ho preso a scatola chiusa, è purgatorio di tomás eloy martínez, che ho letto un sacco di tempo fa, e del quale, per un motivo o per un altro, non ero ancora riuscita a scrivere nulla qui.
simón cardoso era morto da trent'anni quando emilia dupuy, sua moglie, lo incontrò all'ora di pranzo nella saletta di trudy tuesday.
quando un libro comincia così, tu cosa puoi fare? niente, devi continuare a leggerlo, fino alla fine.
e così si comincia a scoprire la storia di emilia e della sua famiglia: lei così pura, ingenua, innamorata di simón, protetta - suo malgrado - dal suo nome, lei piena di speranza per il futuro, lei così fuori dai luoghi comuni che la vogliono casalinga, moglie e madre, lei con il suo lavoro, lo stesso di simón. e dietro di lei il padre, il signor dupuy, alleato di un regime oppressivo, padre freddo e lontano che guarda la figlia dall'alto, giudicandola senza mai provare a capirla, senza mai mettersi nei suoi panni, lui che gli unici panni che sa indossare sono quelli dei vincitori, dei prepotenti.
la storia di emilia, dalla breve felicità del matrimonio alla lunga sofferenza per quel marito sparito, desaparecido, dopo un interrogatorio e mai più tornato, quel marito che tanti hanno visto morto e che però lei sa essere vivo, quel marito per cui, per trent'anni, ha mantenuto la speranza, la certezza, di ritrovare. e che infatti ritrova, per caso, in un ristorante.
da quel momento, avanti e indietro tra i ricordi del passato, tra i momenti felici con il marito e quelli amari trascorsi in seno alla famiglia, con un padre violento e opportunista, una madre infelice e malata e una sorella incapace di guardare oltre la punta del proprio naso, la storia di emilia prende pian piano forma. martínez non ci restituisce solo il ritratto di una donna, ma, attraverso di lei, quello di un'argentina piagata e distrutta da una dittatura feroce, dal tremendo fenomeno dei desaparecidos.
un romanzo potente, forte, lirico e bellissimo.