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martedì 26 dicembre 2023

blue eye samurai

I did not train you to be a demon or a human. I showed you how to be an artist. to be an artist is to do one thing only.

negli ultimi giorni ho visto quella che è sicuramente la serie più bella, per me, di questo 2023 e che, in generale, finisce dritta dritta tra le mie serie preferite di sempre, e cioè blue eye samurai.
l'ho scoperta assolutamente per caso e l'ho iniziata senza nessuna aspettativa, pensando anzi che probabilmente non l'avrei mai finita, e invece l'ho divorata in pochi giorni, staccandomi dal pc solo se a) mi facevano troppo male gli occhi e b) quello che avevo appena visto era troppo (ma in senso positivo!) e avevo bisogno di digerirlo e riprendermi.

il fulcro della storia non è il massimo dell'originalità: tutto gira intorno a mizu, unə samurai in cerca di vendetta. la bravura dellə due creatorə della serie - michael green (sceneggiatore di logan e blade runner 2049) e amber noizumi, coppia sul lavoro e nella vita - sta nel prendere alcuni topoi del genere (per citare due esempi famosissimi: kill bill e lady snowblood) e trasformarli da stereotipi in colonne portanti per una narrazione nuova, appassionante e densa di nuovi significati.


 l'ambientazione 
la serie è ambientata in giappone nel periodo edo - che inizia nel 1603 con l'ascesa al potere del primo shogun (titolo che inizialmente designava i generali e i capi dell'esercito ma che, col tempo, si trasformò in qualcosa di simile allə attuali capi di governo. gli shogun erano uomini che avevano effettivamente il potere e che governavano in una sorta di diarchia con l'imperatore) del clan tokugawa e termina nel 1853, anno in cui inizia formalmente la restaurazione meji, il potere degli shogun viene ridimensionato e cresce quello dell'imperatore - per la precisione dopo il 1633, anno in cui il paese chiude completamente le sue frontiere all'occidente. se da un lato questo rafforzò le tradizioni locali, evitando le contaminazioni estere, fu anche motivo di una stagnazione sociale per cui le differenze di classe si irrigidirono sempre di più, mentre tutto il paese fu tagliato fuori dallo sviluppo economico e culturale di cui l'occidente era modello.
in blue eye samurai questa chiusura è esplicitata soprattutto in due elementi, fondamentali per lo sviluppo della trama: i contatti con gli occidentali erano visti in modo estremamente negativo e, di conseguenza, lə bambinə natə da unioni tra donne asiatiche e uomini europei erano considerati impurə e mostruosə e, secondo aspetto, le tecnologie belliche erano notevolmente arretrate rispetto a quelle coeve europee, cosa che creava un divario e metteva il giappone in condizione di svantaggio nel caso di un eventuale attacco militare da parte dell'occidente.
in questo mondo ripiegato su sé stesso e ostile a ogni differenza, nasce e cresce mizu.


 mizu 
mizu è unə bambinə con gli occhi azzurri, cosa che l'ha sempre condannata alla violenza, al pericolo, alle piccole e grandi crudeltà di chiunque abbia avuto a che fare con ləi. nata da uno stupro, mizu viene cresciuta dalla madre che, per paura, l'ha sempre tenuta nascosta e le ha imposto di fingersi un maschio per provare a nascondere almeno in parte la sua identità. nonostante tutte le precauzioni, la madre di mizu viene uccisa e lə bambinə giura di vendicarla e di uccidere tutti e quattro gli uomini bianchi presenti in giappone nel periodo del suo concepimento.
incontriamo mizu per la prima volta quando è già adultə e in cerca della sua seconda vittima e, nel corso della serie, impariamo qualcosa in più della storia della sua vita.
togliamoci subito il sassolino dalla scarpa: non v'ho spoilerato nulla perché sulla sua identità di femmina ci pensa già netflix a rovinarvi la sorpresa già dalla descrizione del primo episodio (la guerriera solitaria mizu è alle prese con un compagno di viaggio inatteso, mentre la principessa akemi cerca di decidere il proprio destino). ma il punto è che la questione del genere di mizu è molto più complicata, profonda e importante di una roba che a prima vista sembra un po' lady oscar. mizu è effettivamente cresciuta come un maschio perché chi la cerca, chiunque sia, ha come obiettivo quello di trovare una bambina con gli occhi azzurri. la madre le rasa i capelli e le ordina di sembrare un maschio, di comportarsi come un maschio, in modo da non lasciare spazio ai dubbi. e se siamo d'accordo che il genere è una costruzione sociale e culturale, allora mizu è un maschio per quasi tutta la sua vita.
la figura che lə crescerà, dopo la morte di sua madre, è eiji, un vecchio maestro spadaio cieco, che lə accoglie quasi costretto dalla disperata testardaggine dellə bambinə, che si rifugia nella sua capanna. in poco tempo, però, il vecchio maestro inizia ad affezionarsi a mizu e ad apprezzarne la determinazione. per lui, che non può vedere, la diversità di mizu non ha alcuna importanza.
quello che eiji lə dà è molto più di un rifugio, anche più dell'arte stessa di forgiare le spade: eiji le insegna a capire chi e cosa è e quale sarà il vero scopo della sua vita.
è qui, nella capanna del vecchio spadaio, osservando i guerrieri che chiedono al maestro eiji di realizzare le spade per loro, che mizu impara a combattere. quello degli allenamenti estenuanti, continui, intensissimi, mossi solo dal desiderio di vendetta è un topos un po' abusato ma profondamente caratteristico in questo genere di narrazioni. anche la creazione della sua spada è una metafora molto ben riuscita sulla sua capacità di apprendimento e sulla sua tenacia.
la forza di mizu non è frutto del solo talento ma delle lunghissime ore di dedizione e sacrificio e, nonostante tutto, impareremo che non è invincibile. ma la sua è, effettivamente, una forza fuori dall'ordinario, qualcosa che la rende - insieme alla sua determinazione, oltre che al suo aspetto - un vero e proprio mostro.


 l'onryo 
l'episodio 5 di questa stagione (a proposito, mi sono dimenticata di dire che la serie è stata rinnovata per una seconda stagione che uscirà - spero di non aver capito male - nel 2024) è di una bellezza e tristezza devastanti, uno di quelli che mi hanno lasciata a fissare il vuoto per un buon quarto d'ora prima di riuscire a fare altro. nell'episodio si alternano tre linee narrative: una rappresentazione del teatro kabuki, flashback della storia di mizu e il lungo scontro tra le stanze e i corridoi di un bordello in cui mizu affronta il piccolo esercito di un prepotente signorotto locale.
un onryo è un fantasma proprio della tradizione giapponese, che anima molti drammi teatrali. la maggior parte degli onryo sono - erano - donne: maltrattate, offese, violate, picchiate e spesso uccise dal loro marito o dal loro amante, indifese in vita, tornano dopo la morte in cerca di vendetta, dotate adesso di forza e potere. gli onryo però sono posseduti da una furia cieca, non sanno indirizzare la loro rabbia solo su chi li ha fatti soffrire in vita, anzi, colpiscono indiscriminatamente chiunque incontrino sulla loro strada di rivendicazione.
l'alternarsi delle tre narrazioni - teatro-passato-combattimento - riesce a raccontare non solo la storia di mizu ma anche il senso profondo del suo essere (come guerrierə e come persona genderless) più di quanto non sarebbe stato in grado di fare un intero romanzo, in un parallelismo tra i tre piani narrativi continuo che crea un crescendo emotivo davvero sconvolgente (un paio di lacrimucce mi sono scappate, sì).


 akemi 
la storia di blue eye samurai si focalizza principalmente su mizu e su akemi, la cui storia corre parallela a quella dellə nostrə protagonista fino a legarvisi strettamente e indissolubilmente nella seconda parte.
akemi viene chiamata principessa, è figlia di un nobile samurai, cresciuta tra gli agi e i lussi. la sua bellezza elegante e tradizionale è un validissimo aiuto per fingersi la rispettosa, obbediente, pura e casta figlia di buona famiglia che, in realtà, akemi non vuole essere. innamorata di un samurai di nome taigen - il cui passato, così come il presente, è collegato alla storia di mizu, di cui è un personaggio importante - akemi rifiuta il matrimonio organizzato dal padre con ogni mezzo, arrivando persino a scappare e mettersi a lavorare in un bordello quando perde ogni notizia dell'uomo che ama.
se mizu lotta per la sua vendetta, akemi lo fa - a modo suo - per essere libera e padrona di sé stessa. il suo personaggio è sicuramente meno spettacolare di quello di mizu - va da sé che in una storia del genere le scene di azione e di combattimento siano la parte fondamentale dello show - e ci mette un po' a farsi amare dal pubblico, conquistandolo poi definitivamente con il suo carattere brillante e risoluto.
akemi è la risposta a un sistema strutturalmente oppressivo nei confronti delle donne, un sistema che permette loro solo di passare da un padrone all'altro: dal controllo paterno a quello del marito o di qualche tenutaria di bordello. la ribellione di akemi, per quanto possa sembrare fuori dalle righe in un contesto che non prevede alcuna iniziativa da parte delle donne, è sostenuta da due enormi privilegi, ovvero dal suo rango e dalla sua ricchezza. in blue eye samurai ci si evita volentieri inutili sbrodolamenti del tipo se vuoi puoi e si dice chiaro e tondo che la libertà passa dal denaro.
ed è proprio per la sua pragmaticità che akemi mi è piaciuta così tanto, lato che viene addolcito dal buon seki, il suo vecchio tutore. anche quella di seki è una figura che scardina molti stereotipi: nonostante sia un anziano ex-combattente, la cosa più importante della sua vita è stata crescere akemi. seki è il genitore perfetto, quello che ama, educa e sostiene lə figliə anche senza che vi sia un legame di sangue.
la narrazione di questi due personaggə è importantissima proprio perché decostruisce alcuni stereotipi di questo genere di storie, dando la possibilità di raccontare modi differenti di rispondere a un sistema sociale che già conosciamo da decine di storie con ambientazioni simili.


 ringo 
il primo dei comprimari incontrati da mizu all'inizio della serie, ringo è un giovane cuoco entusiasta della vita - e della sua soba - che vede nel giovane guerriero senza nome arrivato per caso alla sua locanda la chiave per cambiare la sua vita. prevedibilmente, all'inizio mizu non è affatto interessatə ad avere un apprendista ma ringo si rivela presto un amico oltre che un valido aiuto: nonostante non abbia le mani, è in grado di rendersi utile in un sacco di situazioni. è un po' la spalla comica della serie ma resta un personaggio molto saggio e mai, neppure una volta ridicolo.
ringo è, per parafrasare calvino, uno che prende la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore. la bontà e integrità d'animo di ringo sono una piccola, rassicurante candela accesa in una storia fatta di crudeltà, violenza e spietatezza. ringo stesso è la risposta non-violenta alle brutture della vita, agli anni di insulti e umiliazioni subite. e ringo è anche un personaggio disabile raccontato senza abilismo, senza alcuna storia strappalacrime sulla sua menomazione (risolta letteralmente in due parole), senza grandi insegnamenti morali da consegnare agli altri in virtù delle sofferenze a cui un tragico destino lo ha condannato.
la sua presenza è fondamentale non soltanto ad alleggerire i toni ma, anzi, serve a mostrare che esiste un mondo differente da quello dei rigidi codici d'onore a cui personaggə come mizu e taigen fanno costantemente riferimento, un mondo in cui i propri sentimenti e desideri sono più importanti di qualsiasi altra cosa.


 fowler 
due righe tocca spenderle anche per l'antagonista, l'uomo a cui mizu dà la caccia per tutta la stagione, abijah fowler, forse il più piatto di tuttə lə personaggə della serie.
fowler è cattivo, razzista, misogino, crudele, sadico, spietato, traditore, opportunista, bugiardo, perverso, blasfemo, è un concentrato di ogni possibile schifo riusciate a richiamare alla mente e non ha assolutamente niente di positivo, zero totale. di origini irlandesi, a un certo punto della storia accenna alla sua infanzia indicibilmente violenta nell'irlanda messa a ferro e fuoco dei tudor. ma tutto il male subito, per quanto aberrante sia stato, non riesce a giustificare quello che è capace di infliggere.
fowler è l'incarnazione stessa del colonialismo, il suo solo interesse è depredare la nazione che - anche se l'ha fatto per mero opportunismo - l'ha accolto. forte della supremazia tecnologica delle sue armi, fowler si impone incutendo terrore in quelli che usa come alleati finché ne ha bisogno e vede nel giappone un'immensa risorsa da cui attingere per avere sempre più potere.
a differenza di buona parte dei villains, il suo personaggio è costruito, come dicevo, senza alcuna ambiguità e, di conseguenza, il messaggio che passa, almeno in questa prima stagione, è che l'incontro con l'occidente sia stato foriero solo di disgrazia e di sofferenza (cosa che, visto che parliamo di un'europa fortemente coloniale e predatoria, non è poi troppo lontana dalla realtà dei fatti).


 conclusioni 
se la trama di fondo è, come dicevo all'inizio, abbastanza semplice e ricalca un topos che conosciamo bene, la grandezza di questa serie sta tutta nella riuscitissima caratterizzazione dei personaggi, nel chara design, nella qualità pazzesca delle animazioni - un mix ben riuscito di 2D e 3D che da un lato rendono le scene molto pittoriche, dall'altro permettono momenti altamente spettacolari, soprattutto durante i combattimenti - nella scrittura delle scene, in cui si riesce a enfatizzare i momenti più drammatici, quelli più adrenalinici ma anche quelli più leggeri e nella regia che non sbaglia mai un colpo e sa raccontare mondi interi in poche inquadrature.
insomma, casomai non fosse abbastanza chiaro, per me è un capolavoro che ha solo l'unica pecca di un finale indebolito dalla necessità di creare le necessarie aspettative per convincere anche lə spettatorə meno appassionatə a tornare per la seconda stagione (in realtà l'avremmo fatto comunque, ma è pur sempre netflix e certe cose sono inevitabili).
fatemi sapere se l'avete già visto o se vi ho messo abbastanza curiosità da andare a cercarlo!

lunedì 17 settembre 2018

commenti randomici a letture randomiche (59)

rieccomi finalmente, sopravvissuta alla fine della sessione estiva che non è finita esattamente come speravo ma meno peggio di quello che temevo.
piano piano sto cercando di riprendere il ritmo di letture e recensioni, quindi se inizialmente andrò un po' a singhiozzo perdonatemi.

finalmente, dopo anni in cui avevo perso ogni speranza, ho letto la conclusione di nina stardust, grazie al cofanetto uscito da pochissimo che raccoglie tutti e quattro i volumi.
il primo volume, quando uscì anni fa, mi aveva lasciata un po'... così.
ma in effetti nina stardust bisogna leggerlo tutto di seguito perché solo alla fine si trova il senso di tutta l'opera, e nonostante all'inizio sembri un po' sconclusionato e cazzeggione - e un po' lo è davvero - sa essere a suo modo molto più interessante di quanto non sembrerebbe.
la storia è in realtà quella di hoshikuzu, un robot abbandonato in mezzo a un mucchio di rifiuti, trovato da una ragazza di nome nina che accetta di prenderlo con sé.
nina è allegra, energica, scanzonata, non ha paura di niente, né di infrangere le regole né di farsi rimproverare per aver disubbidito, nemmeno dell'enorme channa spaziale - un gigantesco pesce volante - che minaccia la città.
decide di diventare la maestra di hoshizuku, scappa con un altro uomo - taihei - il giorno del suo matrimonio, si fa regalare una stella e la trasforma in un'isola capace di rimanere sospesa, una sorta di eden privato dove spende la sua vita con taihei e hoshizuku.
la sua storia si conclude alla fine del primo numero, o almeno così sembra: tutto quello che ha vissuto accanto a hoshizuku è rimasto della sua memoria e fino a che il robot avrà delle batterie per alimentarsi, il suo ricordo non morirà mai.
e questo è l'obiettivo di hoshizuku: riuscire a non spegnersi e a mantenere vivo il ricordo di nina e di tutto quello che le ha insegnato.
ma c'è tanto altro nella sua memoria, informazioni preziose che più di mille anni dopo saranno fondamentali per riuscire a salvare una bambina, la sua famiglia e tutta l'umanità.

nina stardust è un manga surreale, a tratti confusionario, che mischia comicità, fantasy e fantascienza, ma che sa regalare momenti dolci e malinconici, nascondendo nella frenesia degli eventi riflessioni sorprendenti e inaspettate sull'amore e sulla memoria.
consigliatissimo!

altra sorpresa graditissima è stata i sette figli del drago, una raccolta di racconti in cui creature fantastiche come draghi, sirene, lupi mannari e divinità vivono fianco a fianco agli esseri umani.
che si tratti di realtà vicinissime alla nostra o di regni lontani nel passato, la presenza di queste creature influenza la vita degli uomini in modo imprescindibile, cambiando le sorti di una guerra o sconvolgendo la vita di una bambina tanto diligente quanto ansiosa, diventando il pretesto per compiere una vendetta o per meditare sull'importanza della vita e del rispetto per il diverso.
impossibile non pensare alle tante raccolte di storie brevi di rumiko takahashi durante la lettura, a cui questa raccolta deve molto senza perdere però la propria identità e originalità.
nonostante sia classificabile come fantasy, il tono intimo e spesso pacato delle storie lo rende una lettura consigliabile sopratutto a chi preferisce gli slice of life alle frenetiche avventure tipiche del genere fantastico.

lucy - la speranza invece è esattamente il capolavoro che mi aspettavo di leggere, sopratutto per i disegni di livello incredibile di tanino liberatore.

la lucy protagonista della storia è - o almeno potrebbe essere - a.l. 288-1, il famosissimo esemplare di australopithecus afarensis scoperto in etiopia nel 1974, che deve il suo nome alla famosissima lucy in the sky with diamond e che ci riporta indietro di più di tre milioni di anni, ai tempi di quelli che, in qualche modo, furono i nostri primissimi antenati, creature dai corpi animaleschi, forti, selvaggi e dalle menti in cui già si accendono le scintille della curiosità, della compassione, di quella che definiamo - con immensa arroganza - umanità.
così patrick norbert racconta la paura dell'ignoto, le brutali leggi della natura e l'incontro di due esemplari rimasti soli, lontani dai loro rispettivi clan - lei, smarritasi durante un incendio, lui cacciato dopo aver lottato e perso contro il capo branco - diversi tra loro, inizialmente diffidenti e incapaci persino di intendersi, incuriositi e affascinati, pronti a fare fronte comune contro i pericoli della foresta per proteggere se stessi e un cucciolo appena nato, ma sopratutto capaci di superare le barriere della paura e dell'abitudine, di saper inventare un nuovo modo di vivere insieme, di creare un nuovo futuro.
i disegni di tanino liberatore non sono solo incredibile virtuosismo tecnico, ma rendono tanto l'animalesca brutalità dei corpi quanto l'umanissima gamma di espressioni negli sguardi di questi scimmioni che inconsapevolmente stanno contribuendo alla storia della nostra evoluzione, sguardi curiosi, pieni di voglia di conoscere, imparare e capire.
straconsigliato a chiunque voglia leggere una bella storia, imperdibile per gli appassionati di preistoria e per tutti quelli che ogni tanto si perdono a fantasticare e immaginare cosa eravamo prima di perdere una massiccia quantità di pelo.

cambiando ancora completamente genere, continuo a consigliarvi ms. marvel, che siate degli amanti o meno del genere supereroistico, poco importa, perché kamala khan è una di quelle protagoniste che ti rimangono dentro e a ogni volume è un po' come incontrare un'amica e sentirsi raccontare cosa le è successo negli ultimi tempi.
e quando sei un adolescente incasina e ms. marvel, di cose da raccontare ce ne sono parecchie.
come sempre, anche se le vicende sono quelle di un'adolescente un po' nerd che si è scoperta un'inumana capace di cambiare le sue dimensioni e dotata di una forza straordinaria, i temi sono universali, propri del nostro tempo e della nostra generazione: la partecipazione attiva alla vita politica attraverso il voto, il bullismo, le discriminazioni sociali, gli aspetti negativi di internet e del nostro essere sempre connessi, ormai quasi privi di una sfera intima e privata.
e mentre, con una forza d'animo e una saggezza degni di ogni adolescente  che vive di assoluti, ms. marvel riesce ancora una volta a salvare la sua città, il suo amico bruno - in condizioni critiche dopo l'incidente degli ultimi episodi - si è trasferito in wakanda, a un passo da pantera nera, a cercare un modo per riprendere in mano la sua vita e a ricordarmi che dovrei recuperare un bel po' di film dell'universo marvel per cercare di rimanere almeno un po' al passo con le storie.

ultimissimo consiglio è una serie animata, over the garden wall, che magari - come sempre - sono l'ultima ad aver visto, ma ci provo comunque.
composta di soli dieci episodi di circa 12 minuti ciascuno e disponibile su netflix, è una variante molto ben riuscita della classica favola in cui dei bambini si perdono nel bosco e devono superare delle prove per poter ritrovare la strada di casa.
un fantasy pensato per i più piccoli ma apprezzabilissimo anche da un pubblico più adulto che sa leggerne più agevolmente i toni più cupi e i momenti ironici, con dei bei disegni, una bella animazione e una storia che sa regalare più di una sorpresa, mischiando gli elementi tipici delle fiabe - uccellini parlanti, animaletti canterini e mostri inquietanti compresi - a momenti un po' surreali, inquietanti, a volte malinconici a volte completamente assurdi.

guardandolo ho pensato più volte che sarebbe stato un fumetto perfetto e poi ho scoperto che in effetti la versione a fumetti esiste già.
inutile dire che li vorrei tantissimo.

lunedì 7 marzo 2016

anomalisa

anomalisa è un film che mi ha sconcertata moltissimo.
ci tengo a precisare che quella che segue non sarà una recensione, non lo sono mai e questa lo è meno delle altre volte, ma solo una serie di riflessioni che questo film ha generato nel mio cervellino, tanto che ho dovuto abbozzare tutto in piena notte, avevo decisamente bisogno di parlarne.
mi aspettavo qualcosa che mi illuminasse sul senso della vita, che mi aprisse la mente a verità nuove, che mi mostrasse qualcosa di più sulla natura umana. o forse mi aspettavo solo un film che riuscisse a nobilitare l'essere umano.


*attenzione, spoiler!*
invece di nobilitante non c'è nulla. michael stone non è un eroe, è un normalissimo uomo solo, stanco e annoiato da un successo di poco conto, un autore di manuali letti da una fascia di persone presumibilmente parecchio povere da un punto di vista letterario e intellettuale.
un uomo che ha alle spalle una banalissima moglie con la quale non ha dialogo, un figlio a cui non importa nulla di lui se non che gli porti un regalo come souvenir dal suo viaggio di lavoro e una ex-fidanzata mollata senza motivo alcuno.
michael non è giovane, non è bello, ha il vizio del fumo e dell'alcol. si trova in una città diversa e non ha nessun interesse a provare a viverla, fosse anche per un giorno.
michael stone è un uomo come tanti, una persona che mi viene da definire grigia, che si può detestare con la facilità con cui vien voglia di schiacciare uno scarafaggio.
il suo modo di rapportarsi alle persone non ha nulla di straordinario, neppure di interessante. un uomo gli tiene la mano in aereo perché ha paura di volare e non c'è la moglie a fargli compagnia come al solito, l'addetto alla reception in albergo è gentile con lui solo per dovere, il fattorino solo per la mancia. l'ex-fidanzata accetta di rivederlo per cercare di capire perché è stata mollata, quando lui invece vorrebbe solo un po' di compagnia a letto durante la notte, nessuna voglia di instaurare un rapporto o di recuperare quello che c'era, emily e lisa si lasciano abbordare solo perché sono sue fan, lisa si fa portare a letto da lui perché perché no?.
ci sono intere scene create ad hoc per sottolineare la banalità e anche lo squallore della vita di michael, come il tizio nel palazzo di fronte che si masturba davanti al pc, o l'interminabile pisciata appena rimane solo in stanza, il discorso vuoto che cerca di ripetere senza credere davvero a quello che dice.
anomalisa insomma è un riuscitissimo film su come sia facile rendere la propria vita brutta, squallida e banale: michael stone è l'esempio perfetto di uomo mediocre, squallido e banale.
cos'è allora lisa, l'anomalia di cui parla il film?
michael la riconosce come l'unica, oltre a lui, dotata di un'individualità. in qualche modo se ne innamora, o forse si convince di farlo. passa con lei una delle notti di sesso più mediocri della storia del cinema (e mi auguro anche di quella delle stanze da letto reali) per poi, l'indomani mattina, cominciare a farsi annoiare da lei, a lasciarsi infastidire e a cominciare a perdere di vista la sua specialità che l'aveva conquistato poche ore prima: lisa perde il suo carattere di anomalia, diventa una fra i tanti, una di tutte quelle persone di cui a michael non importa assolutamente nulla, una di quelle persone che non ha, ai suoi occhi, neppure un volto o una voce riconoscibili.


ora, io questa faccenda dei visi e delle voci tutte uguali, non la interpreto come sintomi di una patologia neuropsichica (il riferimento alla sindrome di fregoli l'ho scoperto grazie a bolla), ma come una simbolizzazione del modo in cui michael stone vede li altri: un'informe, indistinguibile fiumana di gente anonima, poco interessante e quasi fastidiosa; nessuno lo stupisce, nessuno lo attrae, nessuno lo fa stare bene o semplicemente lo fa sentire meno solo. tutti sono la gente, e la gente è lì pronta ad adularlo e amarlo e sopratutto ad annoiarlo, o meglio ad amare e ad adulare il michael-autore-di-manuali. forse a causa del suo successo di scrittore, forse per semplice incapacità di empatia, lui in qualche modo si sente migliore degli altri e superiore a loro (il sogno è molto illuminante su questo argomento).


a un certo punto, nell'albergo in cui alloggia, incontra lisa. lei è l'unica, oltre a lui, ad avere un'identità: il solo modo in cui posso interpretare tutto questo è che in realtà non si tratta di niente di meno che di una cotta bella e buona: non ci innamoriamo forse di chi reputiamo diverso, speciale, unico in mezzo all'immane carnaio di esseri umani di cui poco ci importa e che non ci danno assolutamente nulla se non il fastidio della loro presenza? la persona che amiamo di solito non la amiamo perché è oggettivamente più bella, più intelligente, più sicura di sé, la amiamo in quanto l'unica e la sola a rendere la nostra vita migliore. lisa è così: non è bella né affascinante o intelligente, è speciale e questo basta. ma dopo poche ore perde la sua unicità e anche lei acquista l'aspetto e la voce di tutti gli altri, ma non per colpa sua, lei non fa nulla di male, è michael a proiettare su lei la sua visione del mondo e - nella sua mente - a renderla colpevole di essere come tutti.


in un arco di poche ore, la storia di michael e lisa riassume il dramma dell'amore che finisce, della passione che si spegne, della caduta, irrevocabile, di quel velo che ci porta a vedere l'altro come l'unica e fondamentale presenza che possa farci accantonare il disagio della solitudine.
banale per quanto possa sembrare, credo che tutto possa riassumersi con l'abusatissima la felicità è dentro di te: non sono gli altri che possono renderci la vita migliore, è il nostro atteggiamento nei confronti del mondo che determina come vediamo il mondo.
il discorso di michael è forse la parte in cui si svela al meglio il dramma interiore di quest'uomo detestabile: scovare in ognuno ciò che lo rende unico, rendersi conto che ogni persona ha una storia, ha sofferto, ha vissuto. sembrerebbe banale anche questo, e lo è, al punto che a dirlo è un uomo che non riesce a vedere in chi lo circonda solo lo stesso, anonimo, volto.
michael non è attorniato esclusivamente da persone inutili e tutte uguali. michael non è paranoico né ha altre strane malattie neurologiche o psicologiche: è solo tanto grigio dentro da vedere anche anche gli altri ingrigiti, inutili, uguali, sostituibili, insignificanti, anonimi, è incapace di costruire legami, per non parlare delle relazioni affettive.

un piccolo dettaglio che reputo importante: le luci del film sono sempre fioche o artificiali, i colori poco saturi, gli ambienti claustrofobici. è tutto, letteralmente, grigio, tranne nel momento finale in cui guardiamo la realtà con gli occhi di lisa: luci e colori cambiano e finalmente possiamo prendere un sospiro di sollievo.

tecnicamente ineccepibile: realizzato - come sapete già da mesi, perché praticamente prima che uscisse il film sapevamo di più su come era stato fatto che di cosa trattasse - in stop motion con una cura incredibile dei particolari, la sensazione che da vedere questi pupazzetti (argh! l'ho detto!) recitare come attori reali è straniante: da un lato, l'effetto è molto realistico, dall'altro tutto ciò enfatizza l'atmosfera da incubo a occhi aperti che vive michael e noi con lui, cosa a cui, come ho detto sopra, contribuiscono fotografia e regia.

in definitiva un film sicuramente da vedere, bello e profondo, ma - almeno per me è stato così - diverso da quello che i trailer ci avevano lasciato intuire.

giovedì 14 gennaio 2016

shigatsu wa kimi no uso - your lie in april

amanti delle storie tragiche a me!
sicuramente lo conoscevate già, ma ho finito da poco di vedere shigatsu wa kimi no uso - your lie in april, un anime devastante, e credo proprio di doverne parlare, perché questo coso mi ha turbato l'animo oltre ogni limite.
ah sì, mi è piaciuto tantissimo.

frame tratto dalla sigla

incentrato sul mondo della musica, your lie in april ha una trama apparentemente banale: fino a qualche anno prima, kousei arima era un piccolo genio del pianoforte, un bambino dotato di un talento incredibilmente raro e prezioso, ma da due anni ha smesso di suonare, strimpella solo per via di un lavoretto part time, ma nulla di serio.
un giorno, la sua amica tsubaki gli chiede di fare da "quarto" per un appuntamento: la sua amica kaori si è presa una cotta per watari, amico di kousei e di tsubaki fin dall'infanzia, e a lei non va proprio di fare da terzo incomodo.
un po' controvoglia, kousei accetta, e, arrivato in anticipo all'appuntamento, incontra kaori mentre sta suonando al parco insieme a dei bambini.
mentre kousei si commuove alla vista di una bella ragazza che suona una semplice canzoncina per bambini, kaori lo prende per un maniaco e non ci mette molto a svelare il suo vero carattere: per nulla carina, violenta e manesca!

il primo incontro tra kousei e kaori

ma kaori, oltre che una finta visione angelica, è una violinista e proprio quel giorno deve suonare per una competizione.
per kousei è abbastanza traumatico ritornare in una sala dove giovani musicisti si esibiscono e si sfidano, una di quelle sale che erano state tanto familiari a lui fino a pochi anni fa, ma a una forza della natura come kaori sembra impossibile dire di no...

nel corso della vicenda i rapporti tra i quattro si intrecciano sempre più stretti, tra sentimenti nascosti da tempo e quelli che nascono rapidamente.
il trauma di kousei, segnato profondamente da una madre malata e violenta e dalla sua perdita, l'affetto di tsubaki per kousei, amico d'infanzia e vicino di casa, praticamente la persona che più le è stata vicina per tutta la vita, e sopratutto l'energia e l'entusiasmo sfrenato di kaori: questi sono gli elementi base della vicenda, che stempera i momenti più pesanti (alcuni davvero terribili, difficili anche da vedere: il passato di kousei è così triste e doloroso che mi ha fatto davvero stare male. io spero che questa mancanza di sympathia - lo scrivo così perché lo intendo nel suo significato letterale - e di pietas, questa attitudine al giudizio facile, duro e severo, sia solo un espediente usato per rendere la storia più drammatica, che sia una roba che succede solo nei cartoni, come i campi di calcio infiniti di holly e benji, e che i giapponesi non siano davvero così) con scenette comiche e qualche momento di divertimento.

watari e la gioia di trovare un messaggino sul cellulare!

kaori e la sua travolgente energia e passione per la musica, convinceranno kousei a tornare a suonare e a partecipare alle gare, riuscendo pian piano a superare le sue paure e riscoprendo l'amore per il pianoforte. tornato nel mondo delle competizioni musicali, kousei incontrerà due personaggi che fanno parte del suo passato: aiza takeshi e emi igawa, due giovani pianisti coetanei di kousei, che hanno iniziato da bambini a suonare il pianoforte proprio dopo aver ascoltato lui (anche se kousei non se ne ricorda affatto).
avevo temuto all'inizio che fossero i tipici personaggi il cui ruolo è quello di mettere i bastoni tra le ruote al protagonista senza avere nessuno spessore psicologico di sorta, invece non solo son ben caratterizzati, ma è dedicato loro abbastanza tempo da mostrare cosa li ha spinti a suonare e come sono giunti a quel momento, e sopratutto, cosa li lega a kousei.
insomma, come per i quattro personaggi principali, nulla è lasciato al caso e nessun personaggio rimane solo una macchietta.

il ritorno di kousei sul palco insieme a kaori

importantissimi e numerosissimi sono i flashback, i momenti vissuti da kousei, tsubaki e watari da piccoli (e bisogna ammetterlo, sono assolutamente adorabili da piccini!): grazie a queste scene comprendiamo meglio i personaggi, la loro storia e i rapporti tra loro, ed è secondo me questo che fa di your lie in april una storia così particolare e da quel quid che mi fa dire non potete perdervelo.
c'è un'ottima caratterizzazione psicologica e un curatissimo background che rende questo titolo qualcosa di più della solita storia d'amore, amicizia e sport/musica/passione-random tra studenti: è una storia di crescita, una storia che parla del superamento delle proprie paure, che racconta di come, forse proprio grazie a quello che più ci ha segnati, siamo diventati quello che siamo, senza permettere al peggio che si nasconde dentro di noi di venire a galla, ma anzi sapendo apprezzare al meglio i momenti più felici della nostra vita.

un ricordo dell'infanzia di kousei

eppure, dopo un momento iniziale in cui sembra che finalmente il peggio sia stato superato, l'atmosfera si fa subito malinconica e si intuisce presto che non ci sarà nessun happy ending. o almeno non quello che io avevo sperato...

meritevolissima l'animazione, molto curata, precisa e verosimile quando assistiamo alle performance musicali dei protagonisti (niente mani che si muovono a caso sulla tastiera), molto belli anche i disegni, per nulla arraffazzonati, anzi curati ed espressivi. ho trovato molto belle anche le scelte circa la regia/fotografia: inquadrature perfette e luce che interpreta al meglio la sensazione data da una determinata scena.
insomma, se non l'avete ancora visto recuperatelo!

ah, questo anime è tratto dal manga omonimo, completato con l'undicesimo volumetto e già edito in inglese e in francese (qui sotto le copertine del volume uno nelle due rispettive edizioni), nonché vincitore nel 2013 del kodansha manga award (categoria shounen).
la mia speranza è che prima o poi lo annuncino anche qui in italia!

venerdì 8 gennaio 2016

il piccolo principe

fino ad ora per me il piccolo principe era il romanzo che nessuno poteva non apprezzare. ero convinta che tutto il mondo l'avesse letto e amato come l'ho letto (e riletto e riletto e riletto) e amato io.
poi ho scoperto, grazie all'annuncio del film basato su questo romanzo, che non era vero.
strano.
la cosa che più mi preoccupava, oltre al fatto che era appena crollata una delle certezze su cui basavo la mia esistenza, era questa storia del film.

il piccolo principe è un racconto molto particolare: poetico, profondo, toccante, capace di trasformarsi in una nuova lettura ogni volta. eppure praticamente non ha una trama. cioè, la storia è così semplice che bastano pochi secondi a dire cosa succede: un aviatore ha un incidente, finisce in un deserto e incontra un bambino che vuole disegnata una pecora, così che possa mangiare i germogli di baobab che potrebbero crescere sul suo pianeta, far male alla sua rosa e distruggere ogni cosa. questo bambino ha viaggiato tanto, facendosi trasportare dagli uccelli, ha conosciuto tanti adulti strani in tanti pianeti diversi, qui sulla terra ha incontrato una volpe e tante rose, e poi l'aviatore e un serpente. fine.
come si fa a fare un film su una cosa del genere?

quello che è davvero essenziale, nel piccolo principe, è - per usare ancora una volta la più abusata delle citazioni - invisibile agli occhi. e alla lettura.
poche, pochissime frasi costituiscono il cuore visibile del racconto, ma tutto quello che rende questa storia unica e importantissima rimane sospeso nell'atmosfera di malinconia che segue alla lettura.
anche qui, come si fa a rendere quella sensazione dolceamara, quel sentirsi per un attimo il primo e unico lettore, il custode del segreto che la volpe sussurra all'orecchio del bimbo, come si racconta tutto questo in un film? che deve anche essere un film per bambini, quei bambini abituati a peppa pig e ad altre vaccate simili.

insomma, un po' mi era venuta paura, ma rimanevo comunque speranzosa di poter vedere qualcosa di valido, dalle prime immagini e dalle prime clip la cosa prometteva bene.


poi qualche giorno fa ho visto finalmente il film al cinema e...
niente, le paure erano decisamente infondate. questo film è un gioiellino.

per prima cosa, chiariamo che il film non è l'adattamento del romanzo.
il protagonista non è il piccolo principe, ma una ragazzina - che durante tutto il film viene chiamata solo ragazzina o piccola - che sta per compiere otto anni, vive con la mamma, una donna in carriera che è il suo unico punto di riferimento, spera di poter entrare nella prestigiosa werth academy e di diventare un'adulta perfetta. e di poterlo diventare prima possibile.
mamma e figlia si trasferiscono in una nuova, squadrata e grigia casetta, in un quartiere di casette grigie e squadrate, abitate da gente grigia e... parecchio inquadrata.
alla piccola è stato regalato un meraviglioso piano di vita grazie al quale potrà entrare alla werth academy se seguirà tutto quello che vi è segnato, e vi è segnato davvero tutto: minuto per minuto, ora per ora, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese. tutto quello che deve fare per trasformarsi in un'adulta perfetta e essenziale.


ma a cosa si fa più difficile del previsto. accanto alla sua nuova asettica casa infatti abita un signore piuttosto strambo, un vecchio aviatore.
fin dal primo momento quest'uomo non fa che turbare la quiete del quartiere e della nostra ragazzina, inviandole un aeroplanino con un disegno e una storia: la storia di un aviatore sperduto nel deserto e del suo incontro con un piccolo principe venuto da un altro pianeta...


per una bambina che non è mai stata veramente bambina è difficile credere a una storia così assurda, ma pian piano l'amicizia tra lei e l'aviatore cresce e la piccola ha modo, durante l'estate, di conoscere pian piano la storia del piccolo principe, ma sopratutto di imparare che c'è tanto di bello e di importante da vivere quando si è bambini: che c'è meraviglia e scoperta dappertutto, che ci sono gli amici, e che non si può sprecare la propria infanzia davanti a libri pieni di numeri ed equazioni.
anche se tutto questo scatenerà una valanga di problemi e...
non voglio rovinarvi tutta la storia.
ma sappiate che se andate a vederlo, dovrete sforzarvi più volte di trattenere le lacrime.


la storia della ragazzina che scopre il racconto di aviatore e del piccolo principe è un po' la storia di tutti - per questo forse la piccola non ha un nome, per rendere il suo personaggio ancora più simbolico. è una bimba come tante, con tutte le sue paure, che commette errori e che magari non sa sempre scegliere la strada giusta, ed è facilissimo immedesimarsi in lei.
la ragazzina si porta sulle spalle tutta la paura e l'insicurezza che accompagna il passaggio dall'infanzia all'età adulta, il senso di amarezza che solo l'assurda vita degli adulti riesce a trasmetterci, con tutti i suoi rigidi schemi senza senso.
ma il messaggio del film in fondo è lo stesso del libro: il punto non è non diventare grandi, ma ricordarsi di essere stati bambini e continuare a vivere più che si può come allora.


visivamente il film è davvero molto bello, e adotta una geniale scelta stilistica: quella di differenziare le animazioni che riguardano la storia della ragazzina da quelle che raccontano la trama del libro.
lo stile delle prime ricorda molti degli ultimi film in computer grafica (in particolar modo alcuni personaggi grigi mi facevano venire in mente ratatouille, poi il bollalmanacco ha confermato questa impressione - ciao bolla!), mentre per le scene tratte dal romanzo si è scelto di usare la tecnica dello stop motion, creando ambientazioni che sembrano letteralmente uscite dal libro - infatti quasi tutto sembra fatto di carta - e che riproducono abbastanza fedelmente lo stile di disegno di exupéry.

il risultato è il migliore di quelli che ci potevano aspettare.
non solo non si è stravolto il significato originale del romanzo, non lo si è svilito in alcun modo né lo si è trasformato in un tripudio di melassa, ma la poetica del racconto, il suo non-detto, tutto è reso perfettamente e fedelmente. e altrettanto perfettamente è resa la sorpresa e il cambiamento interiore che una storia così può operare in chi si ritrova per la prima volta a leggerla.
è un film che non solo non ha pretesa di sostituirsi al libro da cui è tratto, ma che invita a leggerlo e a conoscerlo. e spero tanto che i bambini - al cinema io ne ho visti veramente pochi, tutti a vedere zalone o masha e orso a quanto pare - che vedranno il film possano scoprire questo racconto bellissimo. e magari farlo scoprire anche ai loro genitori, d'altro canto per certe storie non è mai troppo tardi.

mercoledì 9 dicembre 2015

il viaggio di arlo

cosa sarebbe successo se l'asteroide che ha colpito la terra facendo estinguere i dinosauri fosse passato qualche chilometro più in là? beh, i dinosauri non si sarebbero estinti, anzi avrebbero continuato a evolversi e avrebbero realmente condiviso la terra con i nostri antenati. questa è l'idea di base dell'ultimo film disney/pixar il viaggio di arlo, uscito al cinema già da un po' e che, nonostante a me sia piaciuto tantissimo, ha avuto un'accoglienza un po' tiepidina, forse per via della vicinanza con l'uscita di quel capolavoro di inside out, con cui è venuto fin troppo naturale, per alcuni, fare il confronto, anche se davvero non vedo il motivo di far paragoni, sopratutto tra due film così diversi tra loro.
ma ho già espresso più volte il mio parere circa la moda di smerdare disney a ogni occasione, per cui andrò oltre senza perdere altro tempo.


dicevo, a me il viaggio di arlo è piaciuto tantissimo. la cosa più incredibile sono stati i paesaggi, avevo già letto in qualche intervista che la natura sarebbe stata co-protagonista della storia, insieme ad arlo e spot, ma non avrei mai immaginato di vedere paesaggi così incredibilmente belli e perfetti.
poi c'è la famiglia di arlo: ci sono la mamma e il papà, che sono instancabili lavoratori e organizzatissimi contadini. portano avanti il loro piccolo campo (ve l'ho detto che i dinosauri si sono evoluti) con dedizione e impegno.
e quando si schiudono le loro tre uova io mi sono commossa: arlo nasce dall'uovo più grande, ma è il dinosauro più piccolo della famiglia, e di certo anche il più pauroso. crescendo, continuerà a essere il più piccolo e il più pauroso, facendosi prendere in giro dai fratelli più grandi, fino a quando suo padre non cercherà di responsabilizzarlo e sopratutto di fargli scoprire che la paura ci impedisce di scoprire le cose più belle. per una serie di casini, dovuti a un piccolo umano che ruba le provviste della famiglia di arlo, il nostro dinosaurino si trova improvvisamente sperduto, lontano da casa, dolorante, affamato e sopratutto terrorizzato. ma sarà proprio la presenza di quel piccolo umano, spot per gli amici, ad aiutarlo nel suo viaggio e permettergli di tornare a casa.


in questo film ci sono momenti comicissimi (alla presentazione di menagramo ho riso con le lacrime), momenti che mi hanno turbata non poco e che credo non avrei voluto vedere da bambina (essì, ero una bimba ipersensibile), un modo, per una volta, di mostrare una natura più realisticamente crudele e non necessariamente edulcorata a uso e consumo di un pubblico di bimbi a cui dobbiamo censurare tutto per non farci poi fare domande imbarazzanti, e momenti che mi hanno davvero commossa.

è vero che il viaggio di arlo non è epico come il re leone, ma il viaggio di arlo non è il re leone, benché ci siano molti punti in comune tra i due film.
il viaggio di arlo è un film sull'amicizia e sulla fiducia - cose che ci farebbero molto bene imparare - è un film sulle differenze e su come queste possano essere annullate grazie all'affetto incondizionato e sincero, ed è un racconto di crescita, ovviamente, un vero e proprio percorso di formazione dall'infanzia all'età adulta.

insomma, è un film che i bambini dovrebbero vedere, e che dovrebbero vedere anche quelli che bambini, almeno all'anagrafe, non lo sono più, piantandola, per una volta, di fare i professoroni esperti in tutto, piantandola con i voti e le classifiche, evitando di cercare poi il modo più originale per criticare quello che hanno visto e lasciandosi semplicemente coinvolgere ed emozionare da un film davvero bello.
in fondo, la magia disney è questa, no?

lunedì 9 novembre 2015

snoopy and friends - il film dei peanuts

vi dico solo questo: snoopy and friends se la gioca con inside out.


tenete ovviamente conto che chi lo scrive è alla soglia dei trent'anni e adora i peanuts. perché in sala (deserta, sarà che ci siamo andati di sera?) c'erano giusto tre bambini, e a un certo punto uno di loro ha esclamato questo film fa schifo. ovviamente io non riesco a credere che sia vero, nessuno sano di mente può pensare che i peanuts facciano schifo e ho giustificato la cosa pensando che il bambino in questione fosse esageratamente rincoglionito da peppa pig et similia, ergo affanculo. però ci tengo a precisare che non so quanto possa essere apprezzato dai bambini.
ma chissene, tanto io figli non ne ho (e se li avessi non bestemmierebbero mai così, figuriamoci).
stiamo divagando.

dopo mesi e mesi di attesa, snoopy and friends soddisfa appieno le aspettative, catapultandoci fin dai primi secondi, nell'atmosfera delle storiche strisce: c'è linus con la sua copertina, c'è sua sorella lucy, antipatica come sempre e come sempre innamorata di schroeder, che dal canto suo non si stacca dal pianoforte (l'inizio del film mi ha fatto ridere da morire!), ci sono tutte le noccioline più famose, patty, violet, pig pen, frida, marcie, piperita patty... ma sopratutto c'è charlie brown, con le sue ansie, le sue paure, le sue sfighe, gli aquiloni e gli alberi mangia-aquiloni, e c'è snoopy, il bracchetto dai mille volti con il suo fidato e inseparabile amico woodstock. c'è tutto questo e c'è molto altro, non manca lo sportello di aiuto psicologico di lucy, il grande cocomero, le brillanti trovate commerciali di sally e i siparietti tra marcie e piperita patty, ma non è, come potrebbe sembrare da un elenco simile, un accrocchio di varie scenette, bensì tutto segue un'unica trama ben precisa: è arrivata una nuova bambina, una ragazzina dai capelli rossi, e charlie brown ha il cuore e il cervello in pappa! farà di tutto per farsi notare, per non essere sempre il solito povero charlie brown; mentre il suo fedele amico snoopy, noto anche come asso della prima guerra mondiale, vivrà avventure emozionanti in dolce compagnia...

insomma, da fan dei peanuts posso dire solo che questo film è molto meglio di quanto potessi immaginare! è stato divertente, mantenendo quell'umorismo sempre intelligente e mai banale tipico dei vecchi fumetti, mai noioso, ha dato gioia alla parte più nostalgica di me che sperava di rivivere le emozioni delle vecchie strisce al punto che, bisogna ammetterlo altrimenti poi il misterioso recensore mi sputtana, è uscita anche una lacrimuccia. e sono tornata a casa con il sorriso stampato in faccia che non è passato per ore e ore. non smettere di sognare charlie brown, non smettere di crederci, non smettere di provarci. sogna in grande e non ti preoccupare se il tuo sogno può sembrare piccolo. io prendo appunti e cerco di diventare un po' più charlie brown.

a me poi è anche piaciuto molto il restyling in 3d, questa nuova versione grafica, nonostante sia molto più moderna, non tradisce lo stile di schultz: le espressioni, le animazioni, i gesti, tutto richiama i vecchi cartoni e le vignette, rendendosi allo stesso tempo più appetibile anche alle nuove generazioni, anche a chi magari i peanuts non li conosce proprio, e più in generale, si allinea perfettamente alle più recenti produzioni in fatto di animazione.
in definitiva è un capolavoro! quindi andate a vederlo immediatamente!

giovedì 1 ottobre 2015

inside out

sono anni che la pixar ci fa emozionare con i suoi film, con storie che rimangono indimenticabili anche dopo tanto tempo. tra risate e lacrime, da quasi vent'anni produce film bellissimi che restano nel cuore, dal primo toy story, ha creato un universo incredibile, dove ogni cosa è possibile, dove i giocattoli hanno sentimenti, le macchine non hanno bisogno di piloti e i topi possono realizzare i loro sogni più impensabili: un mondo in cui sono le emozioni, dei protagonisti delle storie e degli spettatori, a farla da padrone.


con inside out, la pixar ha fatto il botto, realizzando un film in cui le emozioni sono personificate e sono il vero protagonista della storia.
di questo film se n'è parlato ovunque fino alla nausea e ormai anche i muri conoscono la vicenda: una ragazzina di undici anni, riley, vede stravolgere la sua vita per colpa di un trasloco non troppo ben accettato. vivrà in una nuova casa, andrà in una nuova scuola, si farà dei nuovi amici.
ma le cose non vanno affatto come sperato, e tutto sembra molto più difficile di quanto sembra...


come già detto, la vera protagonista della storia non è tanto riley, quanto le sue emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto, sono loro l'elemento principale della vicenda, e quando gioia e tristezza, in seguito a un incidente, si trovano lontane dal centro di controllo di riley, per la bambina tutto diventa più difficile. rimangono solo rabbia, paura e disgusto, e in questo stato rapportarsi con gli altri e adattarsi alla sua nuova vita per riley diventa praticamente impossibile.
il che corrisponde a quella che potrebbe essere la fase difficile di qualsiasi adolescente del mondo: un periodo in cui ci si arrabbia per niente, ci si sente spaventati dalle novità e insicuri e si perdono i punti saldi dell'infanzia, come i vecchi amici o i genitori.
accanto alle vicende di riley, seguiamo il viaggio di gioia e tristezza, una sorta di gran tour della mente e dello spirito della ragazzina, fatto di ricordi ed emozioni ad essi legati; un viaggio importante che permetterà a gioia di comprendere che la vita non è solo risate e allegria, ma che anche i momenti più tristi possono essere importanti e preziosi.

inside out è stato definito un inno alla tristezza, o forse è più una lezione sulla malinconia e sull'importanza di saper accettare il dolore e le difficoltà e farli diventare parte integrante di noi e della nostra storia personale, imparando a creare, con le emozioni più pure e intense, tipiche dei primi anni di vita, un nuovo modo di sentire, di comprendere e di relazionarsi con il mondo e con le nostre vicende.


fin dalle anteprime proiettate in mezzo mondo, inside out è stato accolto come un capolavoro, e in effetti è difficile parlarne in altri termini: un' ambientazione visionaria e spettacolare che ci mostra la mente come un complicato ma organizzatissimo labirinto tra immaginazione, sogno, subconscio e pensiero cosciente, che affascina grandi e piccini, per raccontare quella che, in fondo, è la storia di chiunque: l'incredibile forza di questo film sta proprio nella capacità di coinvolgere emotivamente gli spettatori, perché tutti, in una scena o in un'altra, sono riusciti a rispecchiarsi in quello che succede, e sopratutto in quello che sente riley.

ci si commuove tanto con questo film, ma si ride forse ancora di più: le cinque emozioni protagoniste ci regalano un sacco di siparietti comici, sorprendono con le loro trovate (i giornali di rabbia mi hanno fatta morire!) e rendono la storia più leggera e movimentata.


una menzione se la merita anche il corto che precede il film, lava. ho letto un sacco di cattiverie su questo mini-musical e non mi sento di condividerne neanche una. certo è che la traduzione italiana della canzone dei due vulcani fa perdere il gioco di parole tra love e lava, ma penso che rimanga comunque godibilissimo, nonostante la canzoncina rimbalzi in testa a distanza di giorni (e chi ha visto inside out sa anche a chi dare la colpa di questi tormentoni mentali di cui non ci si riesce a liberare!). se non avete ancora sentito la versione in inglese della canzone, fatelo (si trova su youtube), perché è davvero molto più coerente e sensata.

venerdì 28 agosto 2015

quando c'era marnie

anche quest'anno abbiamo approfittato dei miseri tre giorni di programmazione (beh, mica poi tanto miseri, considerando quanta poca gente c'era in sala mi sa che avanzano pure...) per vedere l'ultimo film dello studio ghibli, quando c'era marnie.


personalmente avevo - non so esattamente grazie a cosa - altissime aspettative su questo film, aspettative che nel corso della visione andavano crescendo e che alla fine sono crollate quando ci si è avvicinati al finale.

la storia parte da un presupposto abbastanza semplice: la protagonista, anna, è una ragazzina timida e insicura, incapace di instaurare rapporti d'amicizia con i suoi coetanei, appassionata di disegno, orfana, adottata, priva di un briciolo d'autostima e - perché non ci facciamo mancare nulla - malata d'asma. per cercare di alleviare un po' il suo problema, la zietta - ovvero la madre adottiva - la manda a trascorrere le vacanze estive in campagna, a casa di alcuni parenti che vivono ormai senza figli.

nella bucolica campagna giapponese, le cose per anna sembra non cambino poi molto. sempre chiusa, evita di incrociare lo sguardo degli altri, passa il tempo a disegnare e a girovagare da sola.
si ritrova così a scoprire una villa costruita proprio davanti a un immenso acquitrino, una lussuosa abitazione che si dice sia abbandonata da anni.

incuriosita dalla villa, che a volte le appare abitata e illuminata, anna continua a cercare di scoprirne il mistero, ed è così che incontra marnie, una ragazza della sua età con la quale stringe un fortissimo legame di amicizia.


da questo momento la storia prende una piega via via sempre più avvincente, in un continuo intrecciarsi di sogno e realtà che rendono la figura di marnie ancora più misteriosa: chi è veramente? e perché è così legata ad anna?

ora non voglio aggiungere altro circa la storia, vero è che ormai la programmazione al cinema è finita, ma magari qualcuno vuole vederlo in dvd, e non mi pare il caso di svelare nulla, visto che almeno io non avevo assolutamente immaginato che sarebbe andata a finire così.

però devo ammettere che durante tutta la seconda parte del film, il mio cervellino correva come un pazzo dietro un sacco di plausibili trame: reincarnazione, sogno, realtà parallele, animismo... ma assolutamente mai avrei immaginato quello che poi davvero è, e che un pochinino mi ha lasciata tipo... così: °_° (scusate la faccina, ma non so spiegarvelo a parole).
non è stata proprio delusione, solo che, dopo tutto quel crescendo di emozioni e mezze intuizioni, mi aspettavo qualcosa che mi facesse urlare ommadonnacheflash e invece niente.

alla fine direi che è un film molto carino. e niente di più.
personalmente ho trovato mooolto più apprezzabile la collina dei papaveri o la principessa splendente.

giovedì 28 novembre 2013

my little pony: friendship is magic - inizio quarta stagione

ebbene sì, per chi se lo fosse perso, sabato scorso è andato in onda il primo episodio della quarta stagione di my little pony: friendship is magic, che ho visto sub.ita. qualche giorno fa.
cercando di dare un giudizio calmo, obbiettivo e accurato, la quarta stagione promette di essere una grandissima megacicciofigata (il giudizio non calmo, obbiettivo e accurato era qualcosa come kyaaaaaaaaaaaaa!).


*attenzione agli spoiler!*
ovviamente nella nuova serie, twilight è una principessa e un'alicorn, anche se ancora deve prendere confidenza con le sue ali. proprio quando manca pochissimo alla summer sun celebration - quindi è passato un anno da quando è iniziata la prima serie?!? - celestia e luna spariscono, il cielo sembra impazzito e mostre in contemporanea il sole e la luna una accanto all'altra e la evertree forest ha iniziato a crescere senza controllo, invadendo letteralmente ponyville.


ovviamente a twilight e alle sue amiche, non rimane che cercare di svelare il mistero, così conosciamo finalmente la storia degli elementi dell'armonia, separati anni e anni prima dall'albero dell'armonia per volere di celestia, che li ha usati la prima volta per sconfiggere discord.


evidentemente però, il potere dell'albero dell'armonia va scemando sempre di più, e le mane six devono riuscire a trovarlo, donargli di nuovo gli elementi dell'armonia e salvare ponyville e tutta equestria dal caos in cui stanno precipitando. ovviamente friendship is magic, e tutte insieme riescono a portare a termine il loro compito. e adesso che gli elementi sono tornati nel loro luogo di origine e celestia e luna sono state liberate, c'è un nuovo mistero da svelare...
*fine pericolo spoiler!*


il primo (o meglio i primi due!) episodio della quarta serie mi è piaciuto moltissimo, mette in gioco un nuovo elemento, l'albero dell'armonia, fa tornare in scena celestia e luna, c'è discord... insomma, secondo me sarà una serie molto movimentata, e sono curiosissima di sapere cosa succederà quando riusciranno a trovare le chiavi... ma non voglio aggiungere altro, non voglio rovinarvi la sorpresa se non l'avete ancora visto!
anzi, andate subito a scaricarlo!