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venerdì 29 agosto 2025

commenti randomici a letture randomiche (92)

ed eccoci di nuovo con la non-rubrica più amata di sempre, o quantomeno la più utile (per me, ovvio).
le vacanze sono agli sgoccioli, il tempo scarseggia, la malinconia è pronta a esplodere (sì, io sono team estate, per quanto mi piacciano le tisane e le foglie rosse sugli alberi, non le baratterei mai con una bella giornata al mare) e la pagina del mio diario con le letture di agosto (sì, ho un diario vecchio stile) è piena di stelline e voti stratosferici (in realtà ho beccato anche dei libri che non mi hanno entusiasmata o per i quali non era arrivato il momento giusto, che sono finiti nella lista dei questo-lo-leggo-un'altra-volta), quindi devo riuscire a scrivere qualcosa qui prima di partire.

i tre libri di questa volta sembrano lontani anni luce l'uno dall'altro ma in realtà un collegamento c'è. ora vi racconto tutto.

 l'avversario 
se uno viene a dirti che il tuo migliore amico, il padrino di tua figlia, l'uomo più onesto che conosci ha ucciso moglie, figli e genitori, e per di più che da anni mente su tutto, non è naturale che tu continui ad avere fiducia in lui, anche se ti mettono di fronte a prove schiaccianti? che amico saresti se ti lasciassi convincere così facilmente della sua colpevolezza?

vi capita mai di comprare un libro e di abbandonarlo per anni su uno scaffale senza leggerlo e poi, a un certo punto, vi viene voglia di leggerlo e scoprite che era un capolavoro? ecco. con l'avversario è successo esattamente questo.

non avevo mai letto nulla di emmanuel carrère ma sapevo che era uno scrittore a dir poco imperdibile, ed effettivamente non c'è mezzo appunto da fare: quest'uomo scrive da dio.
la storia de l'avversario non aveva meno che nulla che poteva entusiasmarmi, anzi, ad essere sincera m'è venuta voglia di leggerlo sulla scia di agosto è un buco nero.
non si tratta di un romanzo ma di una storia realmente accaduta nei primi anni '90: jean-claude romand - la classica brava persona di buona famiglia, ottima carriera universitaria poi medico rispettabilissimo, ricercatore, amico fedele, padre amorevole e marito devoto - uccide tutta la famiglia, dà fuoco alla casa e prova (?) a uccidersi.
solo che, nel giro di qualche ora, viene fuori una verità impensabile: quest'uomo, in realtà, non si è mai laureato in medicina, non è un medico e non fa il ricercatore. ha mentito su tutto, per più di vent'anni, a chiunque. e nessunə si è mai accortə di nulla.
come è possibile? carrère si mette in contatto con romand, partecipa al processo, prova a capire l'indicibile solitudine di quest'uomo a cui nessunə si è mai interessatə quel tanto che sarebbe bastato a far crollare il suo castello di carte, ricostruisce tutta la vicenda.

il risultato è un racconto da cui è impossibile staccarsi, una storia assurda che si fa paradigma della miseria e della piccolezza dell'animo umano. carrère non commette mai l'errore di lodare l'inganno orchestrato da romand, ma anzi sottolinea come le sue menzogne siano state possibili solo a fronte dello scarso interesse che la sua persona suscitava tra chi aveva un qualche legame con lui, e già solo per questo, l'avversario è una grande lezione di scrittura di cui la stragrande maggioranza dellə giornalistə nostranə avrebbe bisogno.

 ubik 
vi trovate sulla soglia del libro. il libro di un uomo che ha visto dio? il libro di un uomo cui le droghe hanno fulminato il cervello? in ogni caso, varcare questa soglia equivale ad avventurarsi in un territorio dove non siete mai stati. non avete idea di quello che vi attende.
(dalla prefazione di emmanuel carrère)


nell'introduzione de l'avversario, carrère diceva che mentre seguiva il caso romand, stava lavorando alla biografia di philip k. dick, e così mi sono detta che era arrivato il momento di leggere un altro dei libri che mi aspettavano da un bel po' di tempo, uno di dick, appunto. e la scelta è caduta su ubik.
che è un capolavoro.
e non ho idea di come fare a scriverne, però so che mentre lo leggevo ho chiesto perdono per aver usato l'aggettivo "lisergico" a sproposito un sacco di volte. perché prima di leggere ubik - visto che sono troppo ipocondriaca per darmi agli allucinogeni - non avevo neppure la più pallida idea di cosa volesse dire lisergico.

scritto negli anni '60 e ambientato in un 1992 decisamente diverso da quello che abbiamo vissuto, ubik immagina un futuro in cui la vita dopo la morte non è soltanto una questione di fede o di speranza, è la realtà dei moratorium, dove chi è passato a miglior vita viene conservatə in criostasi e una sorta di sé residuale può comunicare con l'aldiquà. inoltre, alcuni esseri umani hanno sviluppato poteri psionici come la precognizione, la manipolazione del pensiero, la telecinesi, eccetera, che - ovviamente - non sempre vengono utilizzati con intenti benevoli. per questo esistono agenzie che si occupano di neutralizzare eventuali minacce psioniche attraverso il lavoro di chi è dotatə di anti-talenti, ovvero della capacità di annullare i poteri mentali. questo il palcoscenico su cui si muovono lə personaggə di ubik, la cui storia inizia con un inganno che dischiude, poco a poco, le porte della loro consapevolezza.

svelare qualcosa sulla trama di ubik sarebbe un crimine imperdonabile. appassionante e cervellotico, ubik è un gioco allucinato che riflette sui limiti della nostra percezione, sradica ogni certezza e reinventa i significati stessi di vita e morte. leggerlo è come accendere una collana di petardi arrotolata dentro al cervello, un'esperienza straniante e meravigliosa che vi consiglio assolutamente.

 bookshops & bonedust 
l'autore lascia le cose così. e però... più ci penso e più... dovrebbe essere ovvio, ma la gente nei libri si sbaglia sempre. inferni maledetti, gli autori si sbagliano. quindi forse è questo che racconta la storia con le parole che sono state scritte, e se invece si potesse guardare oltre il finale? alle parole non scritte? forse sarebbe una storia completamente diversa.

e quindi, dopo aver letto un capolavoro come ubik, le strade erano due: scovare un altra bomba tra gli scaffali, con la certezza quasi assoluta di non poter trovare facilmente qualcosa che fosse all'altezza, oppure buttarsi su qualcosa di completamente diverso, magari un po' più easy.
così mi sono sciroppata quasi in un'unica tirata bookshops & bonedust, prequel di quel legends & lattes che mi aveva fatto scoprire quanto è bello il cozy-qualcosa e quanto bisogno c'è, a volte, di leggere storie così, tranquille e scaldacuore.

la viv che incontriamo qui è decisamente diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere nel primo libro. più giovane e scavezzacollo, viv si è appena lanciata nella sua prima vera, grande e importante impresa: sconfiggere la necromante varine ed entrare a far parte a tutti gli effetti della compagnia mercenaria dei corvi di rackam. ma le cose non vanno come sperato e una brutta ferita alla gamba la costringe a lunghe settimane di convalescenza nella piccola, pacifica cittadina costiera di murk.
quasi rassegnata a morire di noia, viv non immagina nemmeno quanto i giorni che la aspettano stravolgeranno la sua vita e cambieranno così tante cose in lei...

travis baldree sa scrivere bene, sa come trattenere qualcuno tra le pagine dei suoi libri ma, soprattutto, sa trasmettere il suo amore per le storie, per quel legame quasi magico che si crea tra chi racconta e chi legge o ascolta e, in mezzo, con lə personaggə, che a volte sono amicə, altre volte specchi.
bookshops & bonedust, ancora più di legends and lattes, mi è sembrato un regalo fatto proprio a tutte quelle persone che si fanno incantare dai libri, che sono rimaste affezionate alle favole dell'infanzia e che si perdono nei sogni ad occhi aperti. le storie di viv sono come sciarpe tessute a mano da chi conosce tutti i tuoi colori preferiti, non solo scaldano e coccolano ma sono fatte proprio per te.

martedì 19 agosto 2025

isabella nagg e il vaso di basilico

no, piangere era inutile. isabella lo aveva imparato dopo aver passato i primi cinque anni del suo matrimonio a struggersi perché arrivasse qualcosa di meglio, e i successivi dieci a serbare rancore perché quel qualcosa non era mai arrivato. quando sopraggiungevano i pensieri cupi, nell'ora più silenziosa del pomeriggio, isabella cercava di ricordarsi che la sua vita era meglio di quella di molti altri. non era stata abbordata da una megera che elargiva doni malvagi, né era stata trascinata in un acquitrino da un cavallo sbandato, né era stata calpestata a morte da un nuckelavee.

pensavo che compro il libro per la copertina fosse solo un modo di dire e che almeno lə variə bookstagrammer che sfornano reel a tempesta leggessero davvero i libri di cui parlano, ma ho visto così tanti questo libro è una coccola, è così cozy! che mi sono dovuta ricredere.
è vero, ha una copertina carina e un tono allegro, ma isabella nagg e il vaso di basilico parla di violenza sulle donne e di quanto il capitalismo abbia cannibalizzato il discorso sui diritti dellə lavoratorə e l'abbia rivomitato come fuffa sulla produttività. cosa c'è di cozy me lo dovete spiegare, voi che adoro l'estethic di questo romanzo, le vibes! ma a quanto pare i contenuti non vi entrano in testa a meno che non ve li spieghino con degli hashtag sulla quarta di copertina.
(lo so che nella trama del libro c'è scritto "cozy", ma dovreste aver imparato che non bisogna mai fidarsi troppo delle trame scritte sui risvolti dei libri).

finita questa necessaria introduzione - che vale per questo libro tanto quanto per un sacco di altri - passiamo al romanzo di oliver darkshire.
in un mondo in cui il sole è portato a spasso da un maggiolino a cui piace fare un po' quello che gli pare, le lune sono due, la magia esiste e i goblin si riproducono letteralmente come funghi che nemmeno in the last of us, isabella nagg è una donna di mezz'età che conduce un'esistenza affatto invidiabile. ha un marito che fa venire a chiunque il desiderio di sperimentare presto la vedovanza, una fattoria che si traduce in troppo lavoro e poca resa, e una pianta di basilico che la accompagna fedelmente - e miracolosamente! - da decenni.

sotto al maggiolino del sole succedono cose strane e altre cose decisamente noiose: ad esempio, nel piccolo villaggio di isabella, lo sport preferito è il pettegolezzo e l'astio tra vicinə, vanno di moda i cespugli decorativi teriomorfi e le veglie funebri per evitare il risveglio dei lich.
inoltre, quando arriva l'autunno, i goblin provano a vendere la loro frutta mortifera porta a porta e i mariti idioti rubano grimori a casa degli stregoni che, almeno, hanno la cortesia di crepare prima di maledire anche le consorti degli idioti di cui sopra. o almeno questo è quello che fanno, rispettivamente, il signor nagg e lo stregone bagdemagus.
e così, solo per caso e con l'aiuto di un brutto gatto che non è davvero un gatto ma un grinalkin, isabella scopre che, nonostante tutto, anche lei riesce a gestire la magia.
beh, "gestire" è una parola grossa. in realtà, inanella casini uno dietro l'altro ma, se è vero che il fine giustifica i mezzi, risvegliare il peggiore degli episodi del suo passato e donare consapevolezza a un asino serviranno almeno a tirarla fuori da un'esistenza infelice e a trasformare completamente quello che sembrava essere il destino a cui sarebbe stata condannata per tutta la vita.

insomma, isabella nagg e il vaso di basilico è sicuramente un fantasy ma di cozy ha davvero poco (anzi, in certe scene si scivola verso l'horror).
come accennavo, il tono di oliver darkshire è sempre leggero, divertente, amaramente ironico (e molto inglese!), e a volte fa il verso ai trattati scientifici o ai resoconti d'esplorazione: tutte cose che rendono la lettura estremamente piacevole e alleggeriscono i momenti più cupi. la storia di isabella e di quello che accade intorno a lei è estremamente drammatica, ricca di riflessioni tutt'altro che leggere e di momenti di tensione e, nel costruire tutto questo, darkshire è stato bravo abbastanza da seminare qui e lì indizi che anticipano quel tanto che serve a mantenere sempre viva l'attenzione dellə lettorə, senza però esagerare e svelare tutto prima del tempo, accelerando verso un finale in cui si compie perfettamente il famigerato "arco di trasformazione del personaggiə".

a parte il discorso sulle etichette, che lasciano sempre il tempo che trovano (perché tentare di incasellare semplicisticamente un testo - anche una lettura di puro svago, come questa - in una qualche accozzaglia di "sottogeneri/categorie/hashtag" che, vi prego di ricordare, servono solo per facilitare la vita a quellə poveraccə che si occupano di marketing, è tanto inutile quanto, nel migliore dei casi, impossibile) isabella nagg e il vaso di basilico è un fantasy in cui la capacità di immaginare mondi altri non arriva troppo in là e, anzi, si fa un po' specchio delle schifezze del nostro mondo, dove anche se non si coltivano mandragore e i gatti sono carini ma non parlano, ci sarà sempre qualcunə dispostə a calpestare e sfruttare la dignità e l'esistenza altrui per riempirsi le tasche, così come ci saranno sempre uomini capaci di rovinare la vita alle donne pur di non imparare a farcela da soli.
e se a smontare un sistema così c'è una donna di mezz'età, non bellissima né dotata di particolari talenti ma soltanto piena fino all'orlo di stare a sopportare, allora per me vale la pena di consigliarvelo.

giovedì 20 marzo 2025

il governo ombra

«saranno belle e potenti entrambe. immensamente potenti. due maestre.»
[...]
«però mi spiace molto doverti dire, miranda, che bellezza e potere sono tutto quello che le tue figlie avranno in comune. perché mentre una sarà dolce, generosa e amorevole, l'altra sarà in combutta con i demoni.»
miranda spalancò gli occhi. «cosa?»
«lo dirò chiaramente. una sarà buona, l'altra cattiva.»

attenzione! questo post contiene spoiler su la congregazione reale di sua maestà, il primo volume della trilogia. se non l'hai ancora letto, rimedia subito e poi torna qui!

qualche mese fa vi avevo parlato de la congregazione reale di sua maestà di juno dawson, uno dei libri che mi avevano appassionata ed entusiasmata di più l'anno scorso. adesso è finalmente uscito il seguito, il governo ombra, e io l'ho divorato subito, l'ho adorato come e forse più del primo e ne voglio ancora!

il finale del primo romanzo era stato un cazzotto gigantesco in piena faccia (ve lo ripeto, ci saranno necessariamente spoiler su lcrsm) e questo seguito inizia proprio lì dove la storia si era interrotta.

anzi, inizia con una profezia, quella che viene fatta a miranda, la madre di niamh e ciara, prima ancora che le sue figlie nascessero: entrambi potentissime, ma una buona e dolce, l'altra cattiva e in combutta con i demoni. e adesso eccole lì, le due gemelle così uguali e così diverse, al funerale di ciara, la sorella cattiva. la ciara che ha tramato contro le altre streghe, che ha ucciso il solo, unico e grande amore di niamh, che si è lasciata divorare dai demoni e che si è alleata con dabney hale, lo stregone che voleva distruggere la congregazione e schiacciare gli esseri umani senza poteri. la ciara che niamh stessa ha cancellato, svuotata di ogni ricordo, ridotta a un guscio vuoto che per nove lunghissimi anni non ha fatto che sopravvivere su un lettino d'ospedale, mentre il mondo intorno a lei continuava ad andare avanti.

o almeno, così pensano tuttə. quello che nessunə sa è che se il corpo sepolto è effettivamente quello di ciara, la sua anima si trova nel corpo di niamh. e l'anima di niamh... beh, è ovvio no? chissà quanto sarebbe diversa l'atmosfera di quel funerale se sapessero che ad essere tornata per sempre a gaia è la sorella buona, quella amata da tuttə, la santa e impeccabile niamh!

da lettrice, ammetto che questo primo capitolo è stato una vera e propria sofferenza. mi ero affezionata a niamh tanto quanto avevo detestato ciara, ma - e qua sta la magia di juno dawson! - nel corso della storia i miei sentimenti hanno iniziato a vacillare fino a stravolgersi.
la storia di ciara è quella delle cosiddette profezie che si autoavverano. in psicologia e in sociologia si parla di profezia che si autoavvera quando una persona (o un gruppo di persone), convinta della possibilità che un evento infausto possa verificarsi, cambia il suo comportamento finendo proprio causare lo stesso evento che avrebbe voluto evitare.
man mano che i ricordi di ciara tornano a galla, scopriamo come sua madre miranda abbia sempre mantenuto un atteggiamento diverso con le due gemelle, incoronando niamh come figlia perfetta mentre controllava ossessivamente ciara, la rimproverava e puniva per nulla, arrivando perfino a terrorizzarla da bambina e a distruggere i suoi sogni di adolescente. portandola, insomma, a essere davvero una strega cattiva.
ogni volta che ciara ritrovava un episodio della sua storia passata, un pezzetto del mio cuore si sbriciolava.

ovviamente però, il governo ombra non è solo la storia di ciara e del suo passato. la minaccia di dabney hale incombe su tutta la congregazione; leonie è in viaggio, intenzionata a ritrovare suo fratello radley; theo è stravolta dal suo nuovo corpo, dalle reazioni che suscita nellə altrə e da quelle che suscita in ləi stessə, mentre la profezia del leviatano continua a gettare ombre sul suo futuro e lo strano atteggiamento di niamh le fa temere di trovarsi sul punto di essere abbandonata ancora una volta. e poi ci sono holly, in piena crisi adolescenziale, e elle che, nonostante la sua età, è rimasta ancorata ai suoi sogni di felicità matrimoniale di ragazzina e ora si vede sgretolare tutto tra le mani, scoprendo di avere un potere che non sa gestire e che la spaventa al punto da non riuscire neppure a parlarne.
la narrazione si allarga ancora e ancora, toccando altre città - c'è anche bologna! - e paesi, reali o mitici che siano. perché è ovvio che la crsm non è la sola congregazione di streghe del mondo e la minaccia di hale (e quella del leviatano) è enorme per chiunque. infine, il personaggio-rivelazione di questo romanzo è stato luke! non aggiungo altro perché non voglio rovinare la sorpresa a nessunə ma... non me lo sarei mai aspettato!

oltre ad avere una trama serratissima che ti incolla alle pagine e non lascia tirare il fiato nemmeno un secondo, anche ne il governo ombra rimane l'attenzione per le tematiche che mi avevano fatta innamorare della scrittura di juno dawson nel primo romanzo e che fanno di questi libri dei perfetti esempi di narrazione transfemminista e intersezionale in cui si sottolinea come, senza fare retorica, davvero il personale è politico. dawson pone l'accento sulle relazioni sentimentali (romantiche, familiari, d'amicizia) e su come queste riproducano in piccolo i rapporti di potere tra le categorie socialmente privilegiate (gli uomini, le persone bianche, quelle cis, quelle ricche) e quelle marginalizzate e svantaggiate (le donne, persone nere, quelle trans, quelle povere, ecc.).

e poi, anche questa volta, arrivatə all'ultima pagina non possiamo che metterci a gridare e ad aspettare con ansia che arrivi presto il capitolo conclusivo. personalmente, ho bisogno di un gruppo di sostegno e supporto psicologico da adesso all'annuncio della prossima pubblicazione (anzi, fino al momento in cui potrò finalmente iniziare a leggere human rites). se vi trovate nella stessa situazione, contattatemi: scriviamoci, parliamone, teniamoci per mano!

venerdì 7 marzo 2025

orbital

resteranno così per nove mesi, nove mesi a fluttuare, nove mesi di testa gonfia, nove mesi di questa vita da sardine, nove mesi a osservare la terra a bocca aperta, per poi tornare giù, al pianeta paziente.
qualche civiltà aliena potrebbe avvistarli e chiedersi: cosa ci fanno qui? perché non vanno da nessuna parte, girano solo su se stessi? la terra è la risposta a tutte le domande.

l'ho fatto di nuovo.
ho letto un libro su cui avevo aspettative altissime e mi sono chiesta ma è davvero tutto qui?
orbital mi ha un po' delusa. un po' tanto.
per essere un capolavoro, il libro più chiacchierato del momento, una bellissima lettera d'amore al nostro pianeta, mi aspettavo qualcosa di più.

orbital racconta di sei astronautə - anzi, quattro astronautə e due cosmonautə (se ci interessa scoprire la differenza possiamo andare a fare una ricerchina online perché samantha harvey non ce la spiega) - in missione sulla stazione spaziale internazionale che, appunto, orbita intorno alla terra e che ha la funzione principale di laboratorio in cui svolgere esperimenti di ricerca scientifica di varia natura in assenza di gravità.
dallo spazio, quindi, il personale della stazione studia e sperimenta in favore nostro, mantenendo lo sguardo fisso - in senso letterale e non - sul pianeta. inoltre, sulla stazione si effettuano esperimenti che saranno utili ad eventuali futuri viaggi verso la luna o marte e, soprattutto, il suo carattere di internazionalità suggerisce l'idea che la cooperazione tra popoli e nazioni possa essere più utile e produttiva degli atteggiamenti di chiusura o, peggio, di quelli belligeranti.
idea abbastanza semplice ma, a quanto pare, abbiamo bisogno di lanciarci a duemila chilometri fuori dall'atmosfera per capirla.

la narrazione segue la durata di sedici orbite della stazione intorno alla terra, ovvero circa ventiquattro ore. una giornata nello spazio in cui, un po' come per il piccolo principe, si susseguono sedici albe e sedici tramonti, un gioco di luce e buio che illumina il pianeta visibile solo da chi ha l'incredibile, privilegiata prospettiva che solo la stazione internazionale può offrire.

«da quassù la terra è bellissima, senza frontiere né confini» è forse una delle frasi che meglio ha saputo mettere insieme poesia e politica. una frase semplicissima, pronunciata nel 1961 da gagarin. eravamo in piena guerra fredda ed era la prima volta che un essere umano riusciva a trovarsi abbastanza lontano dal pianeta da poterlo abbracciare interamente con il proprio sguardo.
una frase semplicissima che racchiude dentro di sé significati e messaggi fondamentali: la bellezza di un pianeta unico in uno spazio oscuro e sconfinato, l'unica casa che abbiamo e che dobbiamo preservare e proteggere (o magari, con un pelino meno di arroganza, limitarci a non distruggere), una sorta di gigantesca madre comune che ci rende tuttə fratelli e sorelle, un mondo intero su cui abbiamo giocato con linee immaginarie per poter dire questo è mio, quello è tuo. in questa frase c'è tutto.
ovviamente possiamo aprirla questa frase, scartarla come un regalo e osservare pezzetto per pezzetto cosa c'è dentro: magari così è più facile da capire, anche se però perdiamo quel tono poetico, quasi magico che ci fa salire le lacrime agli occhi ogni volta che la sentiamo o leggiamo.
mentre leggevo orbital mi rigiravo in mente questa frase.
e pensavo che, per fare letteratura, bastava così.

questo romanzo ha, secondo me, due enormi problemi: il primo è che è estremamente ridondante. va benissimo che non ci sia una vera e propria trama, va benissimo che non succeda niente, ma gli elenchi di paesi illuminati dal sole - la loro bellezza, i loro colori, il modo in cui le nuvole li nascondono o li svelano, come le luci artificiali tradiscono una presenza umana che altrimenti risulta invisibile - ripetuti più volte stancano. rallentano la lettura, ti fanno pensare ok, l'hai già detto, l'ho capito. e se non l'avessi capito potrei tornare indietro a rileggere, non serve che me lo ripeti.
il secondo, immenso problema (sottolineo: sempre secondo il mio personalissimo parere) è il punto di vista della narrazione. in queste ventiquattro ore lə personaggə alternano le loro voci, le loro emozioni, i loro ricordi, le loro considerazioni, ma molto spesso la voce narrante è quella di un noi collettivo e indefinito, come se in questa pluralità lə sei abitanti della stazione orbitante si fondessero e confondessero tra loro, trasformandosi in un'entità unica di cui solo a volte si riconoscono le diverse personalità. tutto questo mi ha fatto sembrare lə personaggə piattə, interscambiabili a volte, privi di una qualche riconoscibilità forte.

insomma, sono d'accordo con chi dice che orbital è una lettera d'amore verso il pianeta, molto meno con chi dice che questo amore si rivolge anche all'umanità: da un lato l'umanità dellə astronautə/cosmonautə è appiattita sul loro ruolo e su delle storie personali troppo accennate per diventare abbastanza importanti da restituire loro profondità. abbiamo troppo poco tempo a disposizione per poterlə conoscere quel tanto che servirebbe a riuscire ad avvicinarci a loro, sbirciamo nelle loro menti solo per un giorno, solo per ventiquattro ore in cui i loro pensieri rincorrono ricordi lontani, preoccupazioni, lutti, l'idea di essere solo a dieci centimetri di titanio dalla morte. troppo e troppo poco tempo per permetterci di conoscerlə.
dall'altro lato, il resto dell'umanità della terra è cancellata dalla distanza.
si intravedono solo gli effetti - quelli peggiori - della sua presenza:
la mano della politica è così visibile da lì, che si chiedono come hanno fatto a non accorgersene subito. è evidente in ogni dettaglio - come la forza di gravità ha fatto del pianeta una sfera e ha spinto e tirato le maree che modellano le coste, così la politica l'ha scolpito modellato, lasciando ovunque tracce di sé. vedono finalmente la politica dell'avidità. la politica del crescere e del prendere, la voglia di avere di più declinata in miliardi di modi diversi, ecco cosa vedono guardando in basso.
quell'umanità che poeticamente scompare alla luce del sole, troppo piccola per poterla vedere da lassù, lascia tracce devastanti sul pianeta. è un'umanità che ha perso la sua innocenza primordiale, che ha smesso di limitarsi a popolare il pianeta per iniziare a plasmarlo secondo il proprio bisogno e il proprio profitto, un'umanità avida che non si rende conto della sua piccolezza, della sua fragilità, del suo essere poco più che nulla in confronto a quello che si estende all'infinito davanti agli sguardi dell'equipaggio della stazione internazionale. più che d'amore, mi è sembrata una lettera piena di sconforto verso quelle creature minuscole che rosicchiano il loro stesso futuro.

e quindi: mi è piaciuto orbital? nì. per essere un libro così chiacchierato, mi aspettavo qualcosa di più.
ha dei passaggi straordinariamente belli ma diluiti in troppe pagine che mi hanno annoiata, ha un linguaggio ricercato ed elegante, ma a volte sembra che questo lirismo sia inutilmente stiracchiato, come se cercasse ad ogni costo di colpire lə lettorə che, nel frattempo, ha imparato a difendersi.

venerdì 24 gennaio 2025

ultima fermata prima del vuoto

e se solo una di quelle nuove persone ipotetiche ne salvasse un’altra, con una parola, un’azione o un singolo atto sconsiderato? quanti futuri potrebbe portare dentro di sé quel minuscolo neonato insanguinato? quante vite potrei aggiungere al conteggio?

il conteggio. tutta la vita di decem rea sembra girare attorno al conteggio, un modo per riportare equilibrio nella sua vita e, in qualche modo, all'universo.
tenere fede al suo proposito non è facile e per riuscirci si ritroverà imbarcata in un'avventura folle il cui obiettivo non è più semplicemente sopravvivere e aggiungere numeri al conteggio, ma salvare la generale.

ultima fermata prima del vuoto è definito un western fantascientifico, ma aggiungerei all'etichetta anche punk e totalmente matto. per tutto il tempo, all'inizio della storia, ho pensato che questo libro stesse rischiando di essere un minestrone di cose già viste, da ken il guerriero a kids with guns passando per star warsthe mandalorian, mad max e the last of us. in effetti, stark holborn pesca a piene mani da immaginari che conosciamo bene: le ambientazioni desertico-western, le bande di tagliagola (taglia-un-po'-di-tutto-e-raccatta-quello-che-puoi-che-si-vende-bene a dire il vero) che arrivano all'improvviso in piena notte, la figura dell'eroe, anzi dell'eroina in questo caso, solitaria e con un passato misterioso e non del tutto limpido alle spalle che si ritrova, suo malgrado, a proteggere una bambina a dir poco speciale da chi le sta dando la caccia senza pietà, e un mucchio di personaggə impossibili da definire buonə o cattivə.

eppure, ultima fermata prima del vuoto è soltanto sé stesso. holborn ha imparato tantissimo da un mucchio di narrazioni che l'hanno preceduta e ha dato alla luce un romanzo con una sua identità ben definita, con personaggə solidə e una trama che, nonostante viaggi a velocità prossime a quella del suono, difficilmente perde un colpo.

il racconto si apre nel deserto delle desolazioni, il faro della narrazione puntato fisso su decem rea. alle spalle, un passato misterioso di cui è impossibile scuotersi la colpa di dosso, davanti a lei l'oscurità della notte e del futuro, tutto intorno i se, entità quasi magiche - che spostano ultima fermata prima del vuoto dalla fantascienza nuda e cruda verso contaminazioni più fantasy - che si insinuano nella mente, mostrano i possibili futuri e, forse, contribuiscono a trasformarli in presente. è da qui, in questo ansiogeno buio rischiarato da un fuoco minuscolo, che decem nota la nave spaziale schiantarsi sul pianeta. l'esperienza le dice che avvicinarsi è un suicidio, il conteggio le ricorda che non ha scelta. il disastro è totale, ci sono solo due sopravvissutə: un uomo, un soldato, pronto a esalare il suo ultimo respiro e una bambina, minuscola, avvolta in una divisa troppo grande per lei, priva di sensi.

l'incidente non è stato un incidente e gabi, la bambina, non è nulla di neppure lontanamente simile a una bambina come tutte le altre. nella lotta tra l'accordo e i senza confini che ha scosso l'universo e i cui effetti si ripercuotono ancora sulle vite dellə sopravvissutə, la forza minoritaria è sempre stata per decem qualcosa di molto simile a una leggenda: bambinə geneticamente modificati e potenziati per diventare soldatə praticamente imbattibili, che puntano non soltanto sulle loro capacità affinate dalla biotecnologia dell'accordo ma anche, e soprattutto, sullo shock di chi si ritrova davanti a unə bambinə sul campo di battaglia.

gabi è una di loro e, per qualche motivo, l'accordo la vuole morta. nonostante l'incontro con decem prima e tutto il periodo che passano insieme poi non sia esattamente rose e fiori, tra le due si instaura una sorta di fiducia dettato dalla necessità di sopravvivere, per gabi, e di onorare le proprie promesse, per decem.

il viaggio - o la fuga, se preferite - attraverso scenari che sembrano fatti apposta per vedere morire quante più creature possibili, è frenetico, totalmente matto, una corsa infinita verso una meta che sembra allontanarsi come fosse uno scherzo. ma è anche costellato di incontri con personaggə che, come tutto in questo romanzo, sono impossibili da definire secondo gli standard di un'etica che non tiene conto della necessità impellente di sopravvivere minuto dopo minuto.
ai morti non interessano i motivi per cui li hai uccisi.
holborn ci prende al volo per una manica e ci butta dentro a un mondo che gira troppo veloce, dove nessunə ti spiega nulla e ti conviene aprire bene gli occhi e cogliere ogni dettaglio per non perderti nel nulla. non è solo una metafora per rendere il senso di urgenza che pervade tutta la narrazione, ma è esattamente quello che si prova durante la lettura: lo show don't tell è portato ai massimi livelli, non abbiamo possibilità di distrarci nemmeno per un momento perché nessuna voce paziente ci spiegherà cosa diamine stiamo leggendo.

ve lo dico io, in breve: un romanzo folle e velocissimo che un attimo ci fa sentire a casa nel nostro bel nerd-mondo, l'attimo dopo ci sbatte in faccia che no, questa non è la solita storia di buonə e cattivə che si affrontano a colpi di raggi laser, questa è una storia che parla dell'incomprensibile e incoerente complessità degli esseri umani, di colpa e di redenzione, di cosa vuol dire cercare sé stessə - come personaggə, come creatorə di mondi fantastici, come lettorə e appassionatə di fantastico - e provare a definire la propria identità.

venerdì 7 giugno 2024

commenti randomici a letture randomiche (85)

l'avevo scritto anche per l'ultimo post di commenti randomici a letture randomiche ma è - continua ad essere - un periodo così incasinato e strano e pieno di cose e cambiamenti che il tempo sembra sfuggirmi di mano giorno dopo giorno. in qualche modo, spesso inspiegabilmente, trovo il tempo per leggere. quello per scrivere, invece, sembra essere completamente sparito.
avrei voluto dedicare un po' di spazio in più a tutte queste ultime letture ma al momento è impossibile, quindi mi accontento di fare una roba veloce pur di non perdere traccia di un sacco di cose più o meno belle, più o meno interessanti che ho letto negli ultimi tempi.

 il mago m. 
a quell'epoca gli eventi inspiegabili erano all'ordine del giorno, e quando erano piacevoli li si ammirava senza farsi troppe domande. non si credeva soltanto a ciò che rientrava nel dominio della ragionevolezza. la ragionevolezza restringe la vita come l'acqua infeltrisce le maglie di lana, così che poi, indossandole, ci si sente impacciati e non si possono nemmeno più alzare le braccia.

ci sono storie che continuano a esistere, nonostante il tempo passi e il mondo, intanto, si trasformi. sono miti capaci di mutare forma, di adattarsi alle labbra di chi li racconta e alle orecchie di chi ascolta, o alle penne di chi li trascrive e agli occhi di chi legge. tra queste storie ci sono indubbiamente quelle che compongono il ciclo bretone, dalla creazione della tavola rotonda alla ricerca del santo graal, dall'amore tormentato tra lancillotto e ginevra alle avventure di parsifal, dai prodigi di merlino alle malefatte di morgana...
nel corso dei secoli, fatti e personaggə sono stati più e più volte reinterpretati e reinventati e così fa rené barjavel con il mago m., un romanzo che è un po' una raccolta di racconti strettamente intrecciati tra loro e che hanno, al centro, la figura di merlino. bellissimo e dotato di poteri straordinari, merlino è figlio del diavolo eppure votato al bene, innamorato della meravigliosa viviana e dedito a cambiare, attraverso le gesta di artù e dei suoi cavalieri, il mondo intero.

le storie, appunto, sono quelle che conosciamo ma barjavel le racconta con un tono di voce nuovo, a tratti più moderno, che non tradisce il tono mitico degli eventi della leggenda ma che regala un'ottica nuova e meno maschilista sulle figure che si muovono tra le sue pagine, soprattutto quelle femminili, che non sono più la causa di tanto male tra gli eroi maschi delle diverse storie: l'amore tra viviana e merlino, ad esempio, è nutrito da sentimenti sinceri e dolci che non si conclude - come ricordavamo - con la follia del vecchio mago e anche la storia tormentata tra lancillotto e ginevra viene stravolta nel finale.

sembrerebbe che barjavel, scrivendo il mago m., avesse voluto mettere a posto tutto quello che nelle storie originali ci - a noi, lettorə degli anni 2000 - faceva più male lasciandoci però la possibilità di meravigliarci, di sentirci trascinatə in un mondo mitico fatto di magia, amori e gesta eroiche e di essere poi, alla fine, anche un po' felici.
il risultato è un libro splendido, una scrittura elegante ed evocativa che regala anche qualche momento di leggerezza e umorismo ma che soprattutto riesce a dimostrare come l'amore, la meraviglia, il coraggio, la dedizione e tutti gli altri sentimenti assoluti che muovono i personaggə della materia arturiana sono ancora oggi vivi e attuali e sanno ancora farci sognare a occhi aperti.

 kronet 
l'oscurità della notte renderà l'essere finalmente libero di osservare ciò che la luce cela. perché non è del vuoto che dobbiamo aver paura ma del tutto che finge di essere vuoto.

una ragazza si ritrova coinvolta in un incidente in cui investe un'altra ragazza. scopre però, che non si tratta  una ragazza, ma un robot. le due vivono in un mondo in cui i robot non dovrebbero più esistere eppure diane decide di fidarsi e di aiutare c23.
in kronet siamo in un futuro non si sa quanto lontano dal nostro presente, un futuro in cui la memoria storica delle persone si è persa, in cui nessunə sa più leggere, in cui la città è circondata da mura altissime e a nessunə importa scoprire cosa ci sia fuori...
la storia va avanti in una fuga che sembra senza fine, in una situazione angosciante e claustrofobica e in un paesaggio di architetture squadrate e stranianti mentre si chiarisce il tema centrale della storia, legato tanto a questioni filosofiche - passatemi il termine - sulla natura umana, quanto alla crisi climatica che stiamo vivendo e a un futuro distopico e spaventoso a cui non dovremmo mai arrivare.

la parte che più ho apprezzato è quella grafica: lo stile di davide bart. salvemini è particolarissimo e molto personale. le forme, l'aspetto dellə personaggə, le architetture, gli sfondi hanno tutti una loro fisionomia specifica, una loro colorazione specifica - tutto il fumetto ha una palette molto rigida fatta di arancione, viola, fucsia, verde e azzurro, che rende tutto ancora più straniante - mentre le tavole sono spesso e volentieri destrutturate, con vignette che si annullano e si ampliano a tutta la pagina o si sovrappongono, con i baloon senza virgolette (che ricordano un po' una chat sullo schermo di uno smartphone) riconoscibili dai colori. le immagini qui non sono quasi mai puramente descrittive ma servono a costruire un mondo artificiale e opprimente, uno spazio da cui le due protagoniste cercano di scappare ma che continua a riprodursi pagina dopo pagina.

 le cose che abbiamo perso nel fuoco 
la prima fu la ragazza della metropolitana. c'era chi lo metteva in discussione, chi metteva in discussione le sue facoltà, i suoi poteri, la sua capacità di provocare incendi. una cosa era sicura: la ragazza della metropolitana predicava soltanto sulle sei linee della città e con lei non c'era nessuno. eppure era impossibile da dimenticare.

anche se questo è il primo libro di mariana enriquez arrivato in italia, avevo già letto la nostra parte di notte e i pericoli di fumare a letto. ma credo che comunque, indipendentemente dall'ordine di lettura, io non possa fare altro che amare quest'autrice e le sue storie, la cattiveria dei suoi racconti, il senso di straniamento che lasciano durante e dopo la lettura.
quelle raccolte qui sono storie che si muovono per strade malfamate e accanto a santuari macabri, in mezzo a coppie disfunzionali e amicizie eterne, tra case stregate e chiese sconsacrate.
escluso un racconto - chi mi conosce e ha letto questa raccolta indovina facilmente di cosa parlo - che è stato veramente troppo gratuitamente crudele, tutte le altre storie raccolte nel volume mi sono piaciute moltissimo.

l'ultima è anche quella che dà il nome alla raccolta e quella forse più potente (provo a limitare il più possibile gli spoiler). le cose che abbiamo perso nel fuoco prende il via dalla vicenda di una donna, la ragazza della metropolitana, bruciata per gelosia dal marito. al momento del processo, l'uomo aveva dichiarato che lei si era data fuoco da sola e tuttə, compreso il padre della vittima, gli avevano creduto.
il suo racconto inizia ad insinuarsi dai vagoni della metro dove la ragazza bruciata si ferma a parlare fin dentro le menti delle donne. basta poco perché inizino i roghi: prima una modella, a cui accade la stessa identica cosa della ragazza della metro, poi pian piano le donne bruciate iniziano ad aumentare. spesso le donne dicono di essersi date fuoco da sole, altre volte sono mariti, padri, fidanzati, amanti ad appiccare l'incendio.
ci vogliono molte vittime prima che inizino le pire: le donne si organizzano, salgono volontariamente sui roghi, si lasciano bruciare mentre le loro compagne riprendono il gesto e caricano i video delle cerimonie online, nascono ambulatori clandestini per curare quelle che iniziano a farsi chiamare le donne in fiamme.
tutto è previsto, organizzato, curato nei dettagli: le donne si bruciano per privare gli uomini della loro bellezza, per rispondere ai roghi delle streghe del passato e alle violenze domestiche del presente e del futuro, per sfuggire alla tratta, per essere le uniche, sole padrone del loro corpo e del loro destino.
le cose che abbiamo perso nel fuoco è un racconto agghiacciante che denuncia i femminicidi in argentina - e nel mondo - e che, come solo enriquez poteva fare, immagina una sorellanza violenta ma solidale che aiuta le donne a fuggire da un sistema che le vuole vittime.

giovedì 4 aprile 2024

charlotte sometimes

cosa accadrebbe se le persone non ci riconoscessero? sapremmo davvero chi siamo? se l'indomani avessero cominciato a chiamarla vanessa, o janet o elisabeth, avrebbe saputo di essere charlotte, si sarebbe sentita se stessa? o siamo una persona in particolare solo perché la gente ci riconosce come tale?
copertina di charlotte sometimes - si vede una ragazzina seduta su un letto, alle sue spalle c'è una finestra illuminata dalla luna, sul soffitto si trova un altro letto, capovolto e speculare al suo

il primo giorno in una nuova scuola è sempre un evento un po' destabilizzante, segna il momento in cui si taglia nettamente con il passato e si inizia a camminare verso un futuro di cui non sappiamo ancora nulla.
se poi la nuova scuola è un collegio, la casa che si abiterà negli anni a venire, lontana dalla propria famiglia, dalle proprie abitudini, dai paesaggi familiari, dai suoni e dagli oggetti di ogni giorno, allora è perfettamente comprensibile il senso di straniamento e malinconia che charlotte makepeace e le sue nuove compagne di stanza provano quella sera nei loro nuovi letti, avvolte da lenzuola estranee, con un libro sul comodino e qualche soprammobile a ricordare loro quello che si sono lasciate alle spalle.

ma lo straniamento della sera prima sembra quasi uno scherzo in confronto a quello che charlotte trova al suo risveglio: la camera è diversa, fuori dalla finestra il paesaggio è cambiato, il rumore dell'aeroporto vicino la scuola è scomparso, e al posto delle ragazze a cui aveva dato la buonanotte poche ore prima c'è solo una bambina più piccola di lei, di nome emily, che dice di essere sua sorella.
e che sostiene che lei sia claire moby.
inspiegabilmente, charlotte ha preso il posto di una ragazza che sembrerebbe somigliarle così tanto che nessunə riesce ad accorgersi della differenza. una ragazza che frequentava la sua stessa scuola e dormiva nel suo stesso letto più di quarant'anni prima, nel 1918.

il giorno dopo, charlotte è di nuovo nella sua epoca e il suo andare avanti e indietro nel tempo continua così per settimane: un giorno è charlotte, vive negli anni '60, ascolta gli aerei rombare sopra la sua scuola, il giorno successivo è claire, passa le sue giornate con emily in un paese in cui tutto - il cibo scipito, le stoffe ruvide dei vestiti, il pianto di qualche ragazza dopo aver ricevuto una lettera da casa, le esercitazioni militari a poca distanza dalla scuola - le ricorda che l'inghilterra è impegnata in una guerra che per lei, fino a quel momento, era stato solo uno dei tanti argomenti delle lezioni di storia.

certo, è difficile gestire due vite contemporaneamente, sia per charlotte che per claire. le due ragazze comunicano attraverso dei diari e anche grazie a emily, che in qualche modo scopre il loro segreto, ma nonostante tutto per loro è difficile essere costanti tanto nelle lezioni che nei rapporti con le altre compagne.
ma come è possibile, si chiede costantemente charlotte, che nessuna, né le insegnanti né le sue compagne, si renda conto che lei non è sempre lei? com'è possibile che notino le sue mancanze con i compiti, che la accusino di essere fredda e scostante, ma non si rendano conto che charlotte non è sempre charlotte e claire non è sempre claire? è davvero solo l'aspetto fisico a renderci quello che siamo? solo il nome a cui rispondiamo?

spaventata di perdere sé stessa in quell'assurdo rimbalzare tra due epoche e due vite, proprio quando intravede una soluzione che possa porre fine ai suoi viaggi, charlotte si ritrova invece bloccata nell'epoca di claire, insieme a una emily sempre più chiusa e lontana, e in un passato in cui l'orrore della guerra si insinua malefico nella storia personale di chiunque, distruggendo sogni e speranze. come fare, allora, a riprendersi la sua vita? come recuperare sé stessa, come tornare a essere charlotte?

charlotte sometimes è un romanzo per ragazzə pubblicato per la prima volta alla fine degli anni '60 e diventato famoso più di un decennio dopo grazie all'omonima canzone dei the cure. nonostante siano passati quarantacinque anni dalla sua prima apparizione, la storia di charlotte continua a essere affascinante ed emozionante, le sue domande possono essere quelle di una ragazzina di oggi, così come attualissimo è il suo messaggio pacifista e antibellico.

l'edizione italiana di agenzia alcatraz propone non soltanto il finale alternativo uscito nel 1985 ma anche un brano tratto da uno dei blog di penelope farmer, l'autrice del romanzo, in cui racconta la sorpresa di scoprire che la sua charlotte è diventata la musa di uno dei gruppi rock più famosi e amati del mondo e l'incontro con quello che lei definisce un ragazzo garbato del sussex, un robert smith nei panni del fan che le chiede un autografo su una copia letta, riletta, sottolineata e appuntata del suo charlotte sometimes.

sabato 30 marzo 2024

commenti randomici a letture randomiche (82)

marzo è stato un mese pienissimo di cose belle e di cose disastrose, le più interessanti ve le racconto nella prossima newsletter che esce a fine mese (e che potete trovare qui).
la pila dei libri-letti-di-cui-vorrei-parlarvi è cresciuta a dismisura e - anche se so bene che non dovrei farmi prendere dall'ansia dell'improduttività - mi mette ansia, perché non riesco a trovare mai abbastanza tempo per poterne scrivere. quindi ho pensato di fare un post-riassuntone di un po' di cose che mi sono piaciute e che vi consiglio di recuperare, anche se non si tratta delle ultimissime uscite.

questo tipo di specifiche vorrei non sentire il bisogno di farle ma, pure se vogliamo smarcarci da certe dinamiche, il modo di raccontare i libri online spinge sempre di più verso l'idea che occorre stare sempre sul pezzo, parlare delle ultime uscite e farlo prima che l'ondata di attenzione si spenga a favore dell'ultimo titolo-trend.
allora, lasciamo questa roba qui ad altri spazi: su claccalegge i libri non scadono e le cose belle si possono scoprire anche anni e anni dopo che sono state pubblicate e discusse. facciamo che leggere resti un piacere, una passione, uno spazio tutto per sé, senza calendari e obiettivi e tempistiche precise da rispettare. facciamo che, almeno quando leggiamo - se ci piace farlo, riusciamo a farlo senza perderci nell'ottica lavorista che ormai sembra stravolgere ogni aspetto della nostra esistenza, togliendo tempo e spazio a tutto quello che lavoro non è e non dovrebbe essere.

qui trovate: un romanzo strano e bellissimo che mi ha consigliato gloria di moedisia e che mi è piaciuto un sacco, un recuperone che volevo fare da tempo e che mi ha fatto compagnia qualche mese fa durante uno dei miei soggiorni a bologna (e che però mi ha fatto arrabbiare un sacco, giù vi spiego perché) e una trilogia che ha girato gli scaffali di tre città prima che mi decidessi, finalmente, ad affrontarla. buona lettura!

 luce dalle altre stelle 

copertina luce dalle altre stelle oscar vault

perché era nata così, perché era un essere umano?
perché faceva così male? perché, invece, non poteva essere diversa, senza anima, senza valore? perché non poteva essere quel che i suoi genitori avrebbero voluto che fosse?
perché nessuno, fino a quel momento, l'aveva mai trattata così?
luce dalle altre stelle è un libro strano, difficile da etichettare.
è la storia di katrina, una ragazza trans in fuga da una famiglia tossica e violenta; è la storia di shizuka, che ha venduto l'anima al diavolo e che ha commesso atti orribili; di lan, una madre che ha letteralmente attraversato l'universo per salvare la sua famiglia; di lucy, a cui è stato inculcato che essere donna le ha negato il diritto di fare il lavoro che ama fin da quando era bambina ed è la storia di shirley, che si sente un essere umano anche se non lo è.
è un libro strano, un libro che mette insieme l'amore per la musica e quello per la cucina, che mischia sapori, sonorità e culture, che racconta identità non binarie, famiglie queer e relazioni non eteronormate. è un libro che parla di donne strane, donne che non si rassegnano a recitare il ruolo che qualcunə ha deciso per loro, che soffrono per i loro traumi e che li affrontano insieme, sostenendosi e prendendosi cura l'una dell'altra, imparando a guarire.
luce dalle altre stelle è un libro che fa a pezzi ogni possibile definizione patriarcale di norma e dà spazio a ogni possibile alternativa di stare al mondo, un libro che svela che davanti a un bivio, se la terza strada non c'è, la si può costruire.
e che, soprattutto, punta i riflettori sull'importanza dei legami, degli affetti, delle relazioni di cura e amore a cui non abbiamo ancora imparato a dare un nome.
un romanzo straordinario (ryka aoki scrive dei dialoghi meravigliosi!) che mi ha sorpresa, divertita, spaventata e commossa, che mi ha fatta innamorare di ogni singola personaggia e che vorrei consigliare a chiunque (e quindi, grazie mille gloria per avermelo fatto scoprire! )

 good omens - le belle e accurate profezie di agnes nutter, strega 

copertina good omens oscar vault gaiman pratchett
tra tutti i gesti che gli esseri umani utilizzano per comunicare, l'occhiolino è uno dei più versatili.
versatile e, soprattutto se lo lasciamo gestire a due autori come terry pratchett e neil gaiman, fraintendibile. e ovviamente, uno degli occhialini più decisivi dell'intera storia dell'umanità - e delle potenze celesti e infernali che la governano - viene frainteso. potremmo dire che good omens inizia proprio da quella comunicazione sbagliata o che, comunque, quell'errore lì condiziona tutta la storia.
che è una storia piuttosto complicata perché tira in ballo un angelo con la passione dei libri rari e un demone con... beh, molte passioni. e poi la nascita dell'anticristo, la fine del mondo e della guerra tra paradiso e inferno e un vecchio libro di profezie che, contrariamente a quanto accade di solito ai libri di profezie, funziona davvero. tutto questo, raccontato con quel meraviglioso humor inglese che pratchett e gaiman sanno gestire tanto bene da rendere l'assurdamente tragico qualcosa di meravigliosamente spassoso. il grosso, enorme!, problema di questo libro è innanzitutto la traduzione (e se lo capisco io, che l'inglese lo capisco poco e lo parlo meno...) e ancor di più la totale mancanza di una revisione: soprattutto verso la fine c'è una tale quantità di refusi che leggere senza farsi venire voglia di tirare il libro in aria diventa una vera e propria sfida.
è assurdo (e anche un po' indecente) che una casa editrice come mondadori non abbia pensato di approfittare di questa nuova edizione per sistemare un po' di errori banali e grossolani di cui il testo è costellato, una mancanza di rispetto totale nei confronti di due penne di questo livello e dellə lettorə.
un peccato davvero.
però, se avete la pazienza di sopportare tutto questo, il libro merita eccome! sperando che magari, prima o poi, si decidano a dargli finalmente la cura che merita.
(ps. no, non ho ancora visto la serie ma ne ho sentito parlare benissimo e credo proprio che prima o poi la recupererò! se l'avete vista, lasciatemi un parere!)

 la terra spezzata: la quinta stagione, il portale degli obelischi, il cielo di pietra 

copertine la terra spezzata trilogia oscar vault jemisin

e poi si tende, con tutto il capillare controllo che il mondo gli ha estorto attraverso il lavaggio del cervello, le pugnalate alle spalle e l'abbrutimento; con tutta la sensibilità che i suoi padroni gli hanno instillato attraverso generazioni di stupri, coercizione e selezione altamente innaturale. le sue dita si aprono e fremono mentre lui sente i diversi punti che si riverberano sulla mappa della sua consapevolezza: i suoi compagni schiavi. non può liberarli, non concretamente. ci ha già provato e ha fallito. tuttavia, può fare in modo che la loro sofferenza serva una causa più grande dell'arroganza di una città e della paura di un impero.
allora s'inabissa e afferra la vastità animata, pulsante, accesa, multiforme della città e il letto di roccia più quieto al di sotto e il ribollire tumultuoso di calore e pressione ancora più giù. poi si espande e abbraccia il grande puzzle in movimento che è la crosta terrestre su cui siede il continente.
infine si erge. per il potere.
prende tutto questo - gli strati e il magma e la gente e il potere - nelle sue mani immaginarie. ogni cosa. la tiene.
non è solo. la terra è con lui.
poi la spezza.
(piccolo consiglio: se, mentre leggete il secondo e il terzo volume della trilogia della terra spezzata, vi sentite confusə, tornate qui, a pagina 21 del primo libro. aiuta moltissimo)

come faccio a scrivere qualcosa di questo? la terra spezzata di n. k. jemisin è una delle trilogie fantasy forse più famose, ha vinto premi meritatissimi, è stata letta, amata e discussa da migliaia e migliaia di lettorə. come si racconta una cosa così?
beh, sinceramente non ne ho la più pallida idea. provo a darvi i miei due centesimini di considerazioni sparse perché parlare della trama sarebbe superfluo e comunque riduttivo.

il primo volume, la quinta stagione, è un capolavoro assoluto: le tre linee narrative che si alternano - quella di essun, quella di damaya e quella di syenite - ci danno modo di scoprire un mondo non soltanto nella sua vastità fisica e nelle leggi che lo governano, ma ci raccontano la sua stessa storia, attraversando il tempo senza darci indicazioni precise ma lasciandoci scoprire da solə, un po' alla volta, come queste tre donne sono collegate tra loro e come le loro vicende sono intrecciate a quelle dell'immoto stesso, l'enorme, ininterrotto continente in cui vive la specie umana e non solo.
una terra vastissima ma insicura e precaria, condannata a subire l'odio di padre terra, abitata tanto dagli esseri umani - con le loro precise strutture politiche, sociali e religiose - quanto dallə orogenə - umanə anche loro ma capaci di interagire con la struttura fisica del terreno e con ogni molecola minerale presente nell'ambiente in generale - e dallə mangiapietra - creature misteriose e antichissime.
quella de la quinta stagione è soprattutto una storia di speranze infrante, di amore e di rabbia, un fantasy che apre a considerazioni sulle nostre strutture sociali di cui potremmo parlare per ore e ore.

il portale degli obelischi e il cielo di pietra sono appena un gradino sotto: per esigenze di trama (chi ha letto sa, chi non ha letto merita di scoprirlo da solə) la struttura narrativa cambia, facendo perdere alla storia uno degli elementi che la rendeva così unica e interessante ma, cosa più grave, il tono diventa a volte troppo confuso, troppo veloce, dà troppe cose per scontate.
la trilogia resta un capolavoro incredibile che merita di essere, a distanza di cinque anni dalla sua prima edizione italiana, letto ancora da chiunque ami il genere fantastico, ovviamente, ma anche semplicemente da chi vuole leggere una saga immaginata, pensata e scritta con un talento fuori dall'ordinario.

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martedì 19 marzo 2024

una stanza tutta per gli altri

voglio ballare, capisci? ballare e divertirmi fino a cadere morta per terra. sono stanca di tutti questi libri, di tutto questo silenzio, di tutte queste pulizie.
cover una stanza tutta per gli altri

questo libro nasce da una finzione, una bugia svelata solo alla fine. alicia giménez-bartlett racconta di aver trovato, grazie a una collezionista inglese, il diario di nelly boxall, una delle domestiche di virginia woolf, quella che lavorò per lei per circa diciotto anni.
il diario di nelly, in realtà, non esiste.
nella finzione letteraria, giménez-bartlett sostiene di voler utilizzare il documento per scrivere un romanzo sul rapporto tra la nota scrittrice e le sue domestiche e così una stanza tutta per gli altri alterna le pagine del diario di nelly - che l'autrice sostiene di aver corretto e reso più piacevoli alla lettura - scene che compongono il romanzo stesso, narrate in terza persona, che si incastrano con la viva voce di nelly e le pagine di quello che potremmo definire una sorta di diario di campo di giménez-bartlett stessa, in cui annota le sue considerazioni sullo scritto di nelly, i confronti con i diari di virginia woolf a proposito degli stessi eventi e altri appunti interessanti per contestualizzare quello che stiamo leggendo: notazioni di carattere storico sull'inghilterra del primo dopoguerra, sulla condizione della working class e, in particolare, delle ragazze a servizio.

se pure così sembra tutto molto confuso e poco scorrevole, una stanza tutta per gli altri si è rivelato un romanzo che, nonostante la struttura decisamente particolare, mi ha conquistata immediatamente. mi sono immediatamente affezionata a nelly e a lottie - l'altra domestica che lavora per un lungo periodo con nelly a servizio per virginia woolf - ho preso le loro parti nelle contese con la padrona, ho sentito farsi miei i loro desideri e le loro paure. il diario di nelly mi ha trascinata in quel mondo fatto di una povertà che non è solo economica ma soprattutto relazionale, una sorta di gabbia in cui le ragazze che svolgevano il lavoro di domestiche non rinunciavano al loro orgoglio, al loro carattere e ai loro sogni. primo fra tutti, quello di avere, un giorno, una stanza tutta per sé, per citare woolf, un posto in cui sentirsi finalmente a casa.

il merito è soprattutto di nelly, personaggia interessantissima e molto ben caratterizzata, e della voce che emerge dalle pagine del suo diario. nonostante sia solo una cameriera, come ripete lei stessa più volte, nelly è una ragazza spigliata e intelligente, affascinata - almeno all'inizio - dalla sua padrona. virginia woolf è una donna anticonformista, un'intellettuale le cui idee - e in qualche modo anche la cui vita stessa - sfidano le consuetudini, rasentando spesso lo scandalo.
eppure, con il passare del tempo, l'entusiasmo di nelly - e, insieme, il nostro - va scemando sempre di più: virginia woolf diventa, in queste pagine, l'emblema di quel femminismo bianco e borghese che nasconde come polvere sotto il tappeto le donne povere, le donne non istruite, le donne non inserite in un certo tipo di società, le donne che desiderano qualcosa di diverso da quello che vuole lei. virginia istilla nella mente di nelly, ad esempio, l'odio verso il matrimonio: sposarsi è il primo passo verso una vita alle dipendenze di un marito prima e dei figli poi, una vita logorante nel corpo e nell'anima in cui ogni momento è dedicato alla famiglia, in cui non esiste un attimo per sé.
considerazione affascinante, certo, e con cui potremmo anche essere d'accordo, ma che non offre alcuna alternativa a tutte quelle donne che non appartengono al suo stesso ceto sociale se non, appunto, quella di lavorare a servizio: non serva di un marito e dei figli ma serva di altrə padronə, sempre pronta a obbedire, sempre rinchiusa tra una cucina e una cameretta che non le appartengono nemmeno, sommersa dai lavori domestici che, spesso e volentieri, si moltiplicano all'arrivo di ospiti inattesə, ognunə con i suoi capricci da soddisfare. una vita di duro lavoro che, in casa wollf, si somma a un'atmosfera cupa, quasi angosciante, scandita dai malesseri di virginia, dalla tristezza di leonard e dal silenzio necessario alla creazione letteraria.

l'anticonformismo di virginia woolf e del circolo di bloomsbury diventa presto, agli occhi di nelly, poco più di un vezzo da ricchə, un'attitudine sciocca e infantile di volersi distinguere dal resto della gente per il puro gusto di farlo. gente che parla ad alta voce di sesso, che cambia amante senza remore, che cresce lə figliə con un'educazione strampalata, che scrive libri, dipinge quadri e indossa abiti spesso al limite del ridicolo ma che poi non esita un momento nel trattare lə domestichə con crudele snobismo. anticonformismo, sì, ma purché sia comodo; egualità sì, ma senza respirare la puzza della classe operaia; femminismo, sì, ma senza rivolgersi davvero a tutte le donne.

sullo sfondo, intravediamo un'inghilterra schiacciata dalla guerra prima e da una ripresa lentissima dopo, quasi inesistente, un'inghilterra in cui idee come quelle di woolf hanno poca attinenza con il reale: la vita matrimoniale è realmente una prigione ma alle donne non viene concesso altro se non scegliersi il tipo di gabbia che desiderano e a chi concedere le chiavi, se una padrona che le ignora, una che le controlla ossessivamente, un datore di lavoro schiavista, un marito strafottente, una suocera crudele. le donne, se non godono di un patrimonio familiare solido o un titolo, non hanno alcuna scelta, alcun diritto, alcuna possibilità di cambiare la propria vita, né hanno alleate, neppure tra le più illuminate e combattive. resta, dunque, solo quello spazio - fragile e precario - ritagliato nelle case altrui, nelle vite altrui, in cui condurre un'esistenza che non si realizza mai pienamente.

una stanza tutta per gli altri invita a sovvertire i luoghi comuni, a riconsiderare i propri miti così come i propri valori, a cambiare punto di vista.
soprattutto, spiega che non si può parlare di femminismo, di diritti, di giustizia continuando a dimenticare la lotta di classe perché è lì, nelle discrepanze economiche e sociali, che si concentra l'origine di ogni ingiustizia, di ogni discriminazione e marginalizzazione.

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martedì 30 gennaio 2024

trilogia della città di k.

nonna ci picchia spesso, con le sue mani ossute, con una scopa o uno strofinaccio bagnato. ci tira per le orecchie, ci agguanta per i capelli.
altre persone ci danno anche dei ceffoni e dei calci, non sappiamo neanche perché.
i colpi ci fanno male e ci fanno piangere.
[...] decidiamo di irrobustire il nostro corpo per poter sopportare il dolore senza piangere.
[...] nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. è qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre.
non piangiamo più.

trilogia della città di k. è un libro difficile. in tutti i sensi possibili.
è difficile da leggere perché la storia di lucas e claus fa male, ma proprio tanto male, e perché agota kristof non è certo il tipo di autrice che prende lə suə lettorə per mano e lə accompagna lungo il sentiero della narrazione.
anzi. agota kristof è più una che semina chiodi d'acciaio per strada sperando che ti si buchino le gomme.
in curva.
vicino a un dirupo.
trilogia della città di k. è un romanzo che in realtà sono tre: il grande quaderno, la prova e la terza menzogna, pubblicati tra il 1986 e il 1991 e tradotti in italiano - tutti e tre insieme - per la prima volta nel 1998.

la storia inizia come inizierebbe una favola raccontata da unə bambinə a cui mai nessunə, però, ha raccontato delle favole. inizia in una città senza nome e in un tempo qualsiasi, durante una guerra qualsiasi, crudele, ingiusta e dolorosa come tutte le guerre.
lə protagonistə non hanno nomi, ci sono solo una madre disperata che non sa più come sfamare i suoi figli, un padre lontano e una nonna acida e malvagia.
e poi ci sono due gemelli, due bambini che sono praticamente una cosa sola, un'entità plurale condensata in un noi che pensa, parla e si muove all'unisono.

il grande quaderno, da cui prende il titolo il primo romanzo, è quello in cui i due gemelli scrivono e raccontano la loro nuova vita in campagna dalla nonna, una vecchia lurida al limite della bestialità, avara e incapace di provare un briciolo di tenerezza, compassione e affetto. anzi, la donna non perde occasione per picchiare, offendere e abusare dei due bambini in ogni modo possibile.
giorno dopo giorno, evento dopo evento, i due gemelli descrivono nel loro quaderno una società inaridita dalla guerra e dalla fame, un ambiente in cui riescono a sopravvivere solo soffocando ogni emozione e ogni bisogno dietro un'armatura d'indifferenza, e lo fanno con un linguaggio studiatamente freddo e asettico in cui qualsiasi tipo di sentimento è bandito per scelta cosciente e consapevole.
il loro è un mondo incattivito in cui non c'è spazio per l'infanzia, in cui bisogna crescere alla svelta e imparare a superare lə adultə in astuzia, per rimediare cibo, per proteggersi dal freddo, per sopravvivere alle prepotenze e alle violenze.
col tempo, i due bambini diventano sempre più insensibili, si trasformano in creature capaci di tutto pur di strappare un giorno dopo l'altro al tempo, fino a raggiungere un livello di freddezza e mancanza di empatia che, per noi lettorə, diventa un macigno quasi ingestibile.

le cose cominciano a complicarsi tra la fine di questo primo libro e il secondo - la prova - perché, dal momento in cui i due fratelli si separano, diventa difficile riuscire a capire cosa succede a chi e, soprattutto, chi sono questi chi di cui si parla, e che parlano.
nell'ultima parte, la terza menzogna, nonostante il titolo, in realtà pian piano le cose si svelano per quello che davvero sono. ovviamente, parlare di cosa si svela, come e per quale motivo lo fa sarebbe un po' un delitto perché trilogia della città di k. è un libro che va scoperto man mano, lasciandosi avviluppare dalle bugie, dagli inganni e dai motivi che li hanno resi necessari.

agota kristof scrive con uno stile asciutto, essenziale, senza mai censurare l'orrore, anzi: le parole, le frasi così secche e taglienti sottolineano ogni volta che serve la miseria e la meschinità del mondo dellə suə personaggə, riuscendo al contempo a scrivere un romanzo di enorme intensità.