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giovedì 30 aprile 2026

gomìtolo 6 ~ aprile 2026

è finito aprile e non si è chiuso occhio.


settimana dopo settimana, mese dopo mese, la sensazione è sempre quella di averla sfangata per un pelo e di avere giusto qualche ora per riprendere fiato perché poi ricomincia. come cazzo facciamo a vivere così?
leggo e guardo storie perché ci trovo dentro tutta l'umanità che non riesco a trovare nel resto di questo pezzetto di mondo che, suo malgrado, mi ospita.
il mese scorso scrivevo della nostalgia del futuro che non avremo mai, ma anche il presente non è che sia proprio messo benissimo. a volte mi dico che mi manca stare al sud, poi temo che in realtà quello che mi manca è avere vent'anni e pensare che tutto sembrava facile, e invece.
dissociamo. dissociamo tutto, in ogni situazione, continuamente.

i social continuano a farci vedere crimini di guerra - ancora bambinə, ancora giornalistə, ancora donne e uomini massacratə dal peggiore regime che si sia mai appropriato del termine democrazia - violenza, odio e squallore, intervallando lo spettacolo con qualche sponsorizzata che ci ricorda che l'estate è alle porte e che dovremmo dimagrire, perché col cazzo che possiamo starcene in spiaggia a rilassarci, tocca performare anche lì, che ormai abbiamo una certa età e se non trovi qualcuno che ti piglia, qual è il tuo piano b?
un cane e due gatti. almeno.
questo, a dire il vero, è sempre stato il piano a.
se mi dice culo, anche un vaso di pomodorini sul balcone.


a proposito di democrazia, ad aprile qui a bologna c'è stata una cosa molto bella, che è il festival dell'antropologia. ho seguito meno incontri di quelli che avrei voluto, ma sono riuscita a esserci a quello in cui si parlava di genova. se vi basta leggere genova per capire, allora non serve dire altro.

se non vi basta, non è questo il posto in cui fare una lezione di storia e, soprattutto, non sono io la persona adatta, scusatemi. però internet ha una buona memoria e si trova ancora un sacco di roba in giro, tipo questo articolo di wu ming che io continuo a spammare ovunque da tipo quattordici anni ormai.
si parlava di genova e di tutto quello che a genova abbiamo perso. del fatto che sì, avevamo ragione noi, lo vediamo ogni giorno, ma avere ragione non è sempre una cosa positiva. avrei preferito ci fossimo sbagliatə.
si parlava di cosa sono stati quei giorni di luglio di venticinque anni fa a genova, e si parlava di cosa vuol dire democrazia - ecco, visto? non mi stavo perdendo - che non è soltanto siamo in una democrazia perché votiamo.
democrazia è quella cosa per cui i diritti di tuttə sono difesi e i crimini sono definiti come tali non per reprimerci ma per tutelarci. e invece, giunti ormai al quinto decreto sicurezza di questo governo, indovinate in che direzione stiamo andando? e indovinate perché ci ostiniamo a chiamare amico e democratico il regime di cui sopra?
lo capite che non possiamo smettere di stare costantemente in ansia, vero? e che quest'ansia deve trasformarsi in azione e diventare qualcosa di utile, vero?

intanto, oltre a qualche goccina di tanto in tanto, cerco di metterci tutte le storie che posso, perché, come dicevo sopra, o così oppure non lo so.
e quindi, ecco il riassunto delle cose che ho letto/guardato questo mese. molto meno di quello che avrei voluto, ma sempre meglio di niente.
e qualche riga inutile per far quadrare questa mia bruttissima idea di mettere le immagini piccine così, ai bordi della pagina, che mi piace, mi ricorda com'era il blog tanto tanto taaaanto tempo fa ma combina un sacco di casini con l'html che non so risolvere, ma ecco, ci siamo.


contrariamente alle mie aspettative sono riuscita a trovare meno uno all'alba, il primo volume della nuova stagione di pkna - che non è più pkna ma pkeda, pk early days adventures - che mi ha lasciato un po' l'amaro in bocca. sicuramente, ma non era difficile, mi è piaciuto più di esperimento abominio, ma credo che la cosa migliore di tutto sia il modo in cui è stato sfruttato il fattore nostalgia.
già soltanto avere un nuovo spillatino come quelli che leggevo da ragazzina è stato emozionante (avremo più emozioni forti che non siano rimpianto e nostalgia?) anche se la storia è solo un pretesto per far arrivare questo volumetto sugli scaffali delle fumetterie (con i tempi e le modalità di panini, ovvio) e farlo finire nelle mani dellə quarantennə che speravano un ritorno dei bei tempi andati.

trent'anni fa gli evroniani attaccavano paperopoli durante una serata di gala del cast di una delle telenovelas (ebbene sì, si chiamavano così) più amate, l'indimenticabile patemi (chissà se torre, vendruscolo e ciarrapico hanno preso ispirazione da qui per occhi del cuore), e scatenavano il terrore sul tetto di quella ducklair tower che sarebbe poi diventata il cuore di tutta pkna. quel momento stravolgeva non soltanto la vita di paperino, ma anche quella di noi lettorə. paperinik, prima vendicatore mascherato, poi giustiziere notturno armato di stivaletti a molla e altri trabiccoli ideati dal genio di quartiere archimede, si ritrovava invischiato in un conflitto che andava ben oltre i confini di paperopoli, con un nemico che era ben altra cosa rispetto ai soliti ladruncoli del calisota: un impero alieno che distruggeva mondi senza pietà, spinto solo dalla sua fama insaziabile.
adesso sisti e sciarrone, due tra i nomi storici delle vecchie serie, riavvolgono il nastro quel tanto che basta a farci scoprire l'antefatto di quei momenti storici, ma il risultato è abbastanza dubbio.
mentre i bassotti progettano l'ennesimo colpo ai danni di paperone, evron scopre che soldi e soap opera catalizzano una quantità di emozioni decisamente appetitose (lo sappiamo tuttə che gli evroniani sono vampiri emozionali, no?), così da spingerlo a scegliere la terra come prossimo obiettivo.

il problema è che il tono della storia è molto più vicino a topolino che a pkna, totalmente fuori fuoco rispetto a quell'atmosfera più cupa, seria e adulta che ci aveva tanto fattə innamorare nel '96. questi evroniani non fanno paura a nessunə, questa paperopoli è troppo solare, pop e colorata per differenziarsi da quella che conosciamo da qualsiasi altra storia di paperi che possiamo leggere ogni settimana su topolino.
insomma, la forma è quella di pk, la sostanza no.
la domanda, a questo punto, è: se non si riesce - non si vuole? - tornare alle atmosfere e ai temi che hanno fatto di pkna il capolavoro che è stato, ha davvero senso continuare un'operazione che ha come target un pubblico che non può davvero accontentarsi di qualsiasi-cosa-sia-questa-cosa-qui?
lo scopriremo a ottobre. intanto, l'unica cosa che resta è tanta insoddisfazione e una storia che si dimentica dieci minuti dopo aver chiuso il volumetto.


a proposito di nostalgia, c'è un'altra cosa negli ultimi mesi che mi fa tornare in mente i ricordi d'infanzia, di quando tornavo a casa e trovavo la mia copia - all'epoca era topolino - incellophanata vicino alla cassetta delle lettere. adesso è la fine del mondo. se non vivete su marte, ne avrete sicuramente sentito parlare. altrimenti, male per voi. però si recupera qui, e ne vale un sacco la pena.
è la rivista a fumetti de il manifesto ed è diretta da quel genio di maicol & mirko ed è piena di roba bella e bellissima (e altra che a me piace un po' meno, ma va bene lo stesso), di fumetti a puntate di gente bravissima come, appunto, maicol & mirco, zerocalcare, kalina muhova, blu, bruno bozzetto, dottor pira, zuzu, alice socal, altan, e un sacco di altrə.
niente pubblicità, solo storie a fumetti a puntate. che in un mondo di sponsorizzate e bingewatching sanno quasi di fantascienza, o sono un po' la madeleine proustiana di un pezzetto della nostra generazione.
insomma, negli ultimi tempi, tornare a casa e trovare la copia - mezzo sgualcita, grazie postinə - ad aspettarmi è stato consolatorio e bello, e ormai l'appuntamento con alcune storie (io non avrei mai creduto che mi si sarebbe stretto il cuore per uno scarafaggio di nome sandro, e invece) è uno dei momenti migliori di ogni mese.
vorrei che tuttə volessero bene a progetti belli come questi, vorrei che ce ne fossero di più di cose così: storie a fumetti schiaffate dentro a riviste spiegazzate che non fanno bella mostra in libreria, che non sono troppo instagrammabili, ma che sono belle e basta.


di solito ho la maledizione degli urania, per cui li prendo e poi li lascio ammuffire in libreria per anni. love, death and robots, invece, l'ho letto in tempi abbastanza brevi e mi è piaciuto. è una raccolta di racconti e, ovviamente, non mi sono piaciuti tutti e non tutti allo stesso modo. alcuni sono davvero notevoli, altri carini, altri si possono tranquillamente definire uno spreco di carta, ma devo ammettere che la proporzione tra le tre cose è abbastanza equilibrata.
senza andare troppo nel dettaglio, posso dire che le storie che parlano di guerra, invasioni e robe del genere sono noiose e spesso anche inutili, non lasciano niente, non immaginano niente che non sappiamo già, semplicemente cambiano lo sfondo ma mettono in scena sempre la stessa storia, che ormai ha poco da insegnarci. quale che sia il pianeta su cui esplode una bomba, il risultato è sempre morte e distruzione. a che serve immaginare un futuro in cui siamo capaci di attraversare l'universo, di incontrare altre forme di vita, di mettere piede su altri mondi se poi dobbiamo trasformare tutto questo nello scenario della più stupida delle cose che l'umanità ha inventato e che fa dal giorno dopo in cui è comparsa? insomma, se fantascienza deve essere immaginiamo astronavi da guerra e armi che fanno boom più forte e più lontano, allora non è la fantascienza che mi interessa.
ci sono, invece, racconti che nascono da premesse più affascinanti e che indagano altri temi: da esperimenti di bioingegneria estrema - una di queste è anche una delle storie più interessanti dal punto di vista strettamente letterario di questa antologia - all'incontro sempre molto affascinante tra antiche credenze e tecnologie futuristiche, dalla possibilità di arrivare a forme di consapevolezza e coscienza che superano i limiti umani, fino alle più classiche storie di speculative fiction di cui, personalmente, non credo di riuscire a stancarmi tanto facilmente.
una raccolta non perfetta ma notevole, se vi capita di trovarla in giro, recuperatela.


sono uscite due serie anime che aspettavo tantissimo, e cioè witch hat atelier e mao.
ma ve lo ricordate quando atelier of the witch hat lo leggevamo in quattro? beh, evvivachebello, il mondo ha scoperto quanto è bella questa serie e io - che non ho mai avuto quella voglia snob di farmi piacere solo le cose che non piacciono a nessuno - non potrei essere più contenta.
non ho la serie qui con me a bologna e quindi non riesco a fare un confronto diretto, ma mi sembra che l'anime stia seguendo molto fedelmente il manga sia nella storia, sia - e chiaramente è qui il motivo del suo successo - nella resa visiva. i pregi dell'opera di kamome shirahama sono sicuramente il sistema magico innovativo e coerente - la magia non è qualcosa che solo pochə elettə possiedono dalla nascita, ma si può imparare - personaggə ben strutturatə e una trama appassionante, ma anche e soprattutto uno stile grafico elegantissimo e riconoscibile, tanto nel tratto quanto nel design di ogni singolo elemento della storia, dallə personaggə agli oggetti, dalle ambientazioni all'abbigliamento. e lo studio bug films è riuscito nel miracolo di restituire quella ricercatezza e raffinatezza anche nella versione animata.
insomma, se non l'avete ancora iniziato, è arrivato il momento.

invece, mao. allora, seriamente: è chiaro che questa serie la leggiamo soltanto perché a) ci manca un sacco inuyasha e mao, in qualche modo, riprende moltissimi elementi di quella serie e b) perché vogliamo bene a rumiko takahashi e se lei scrive qualcosa, noi la leggiamo.
il fatto che sia uscito l'anime è, per me, un modo per fare il riassunto del manga che ha due enormi difetti: il primo è che, anche se la trama è lineare - ragazza del presente finisce in una versione alternativa del passato dove esistono i demoni e incontra un ragazzo mezzo umano alla ricerca del demone che lo ha maledetto (vi ricorda qualcosa?) - è strapiena di sottotrame e filler veri e propri che allungano il brodo inutilmente. il secondo è che il ritmo della pubblicazione è lento, e ogni volta che esce un volumetto nuovo mi ci vuole un po' per ricordarmi chi è chi e cosa sta succedendo.
quindi, seguire l'anime mi aiuta a fare un po' il punto della situazione e, spero, andando più avanti mi aiuterà a ricordare lə personaggə secondariə e le loro storie.
ma, a parte questo, bisogna ammettere che non è male, anzi. ovviamente, essendo molto più recente di inuyasha, l'animazione è migliore e il ritmo degli episodi è più veloce. ma, esattamente come per il manga, manca qualcosa. non so bene cosa, forse il fatto che somigli così tanto ad inuyasha e che però, nel tentativo di essere un'opera più matura, non riesce a essere emozionale come inuyasha. non si ride e non si piange, e lə personaggə stessə sembrano non provare davvero nessuna emozione, quasi fossero attorə che recitano svogliatamente. e, fino a ora, l'anime mi sta dando le stesse sensazioni.
ma continuerò a seguire sia il manga, sia l'anime perché non riesco a rinunciare a rumiko takahashi (ai tempi ho persino guardato quell'immane porcheria che è yashahime, immaginate come sto messa).


ed è anche iniziato the testaments, il sequel di the handmaid's tale, tratto dall'omonimo romanzo che ho letto a suo tempo (ne ho anche parlato qui) ma di cui non mi ricordo assolutamente niente (oltretutto ce l'ho giù a casa, quindi non riesco nemmeno a darci una rilettura).

the handmaid's tale iniziava raccontando un regime giovane che cercava di stabilizzare le sue istituzioni, e lo faceva attraverso lo sguardo di june, una donna a cui gilead aveva tolto ogni cosa - libertà, indipendenza, autodeterminazione, amore, famiglia, amicizia, lavoro, tutto - e aveva costretto in un ruolo che contraddiceva tutto quello che era stata la sua vita fino a quel momento. ribellarsi e cercare di riportare tutto alla normalità era, se non l'unica possibilità, una delle più plausibili.

the testaments, invece, si apre su un mondo che ha trovato il suo equilibrio e nel quale la nuova generazione di donne (e di uomini) non ha metro di paragone con la realtà precedente al colpo di stato dei comandanti. vive, da sempre (o comunque da abbastanza da non aver altri ricordi), nell'unica realtà che conosce, una realtà che non lascia spazio ad alternative, neppure immaginate.
protagoniste sono due ragazze: agnes (sì, proprio lei), privilegiata figlia di un comandante, la cui educazione è sempre e solo stata orientata all'unico obiettivo che una ragazza come lei può avere, cioè quello di diventare una moglie perfetta. accanto a lei, daisy, una pearl girl, cioè una di quelle ragazze cresciute fuori gilead e convertite - più o meno volontariamente - al regime.
in questa serie, quindi, gli elementi distopici si uniscono inestricabilmente a quelli del romanzo di formazione. ma è una formazione obbligata, costretta nell'unica direzione che gilead offre alle donne, e che di certo non contempla la possibilità di una rivoluzione.
ma cos'è l'adolescenza a gilead? cosa significa vivere una trasformazione tanto profonda e difficile in una società in cui l'età di mezzo tra l'infanzia e la maturità dura giusto il tempo in cui un corpo femminile viene immesso nel mercato matrimoniale e scelto?

fino a ora la storia procede con relativa lentezza e senza grossi colpi di scena, ma la violenza a gilead è così intrinsecamente presente in ogni aspetto della quotidianità da non essere immediatamente riconoscibile in quanto tale.
può sembrare una serie che non ha molto da aggiungere a the handmaid's tale, ma io credo che invece stia dando degli spunti interessanti, soprattutto sul concetto di educazione (sarà deformazione professionale, ma la clacca-antropologa è molto felice di entrare all'interno del sistema formativo di una realtà come quella di gilead). insomma, per me è promossa, non soltanto per la storia, il world building, la solita regia e fotografia eccellenti, ma anche per la bravura dellə attorə, in particolare delle ragazze che interpretano agnes, daisy e le altre.


ho iniziato a vedere l'uomo nell'alto castello, la serie tv tratta dal romanzo di philip k. dick (che no, non ho ancora letto ma lo recupererò assolutamente) e mi sta letteralmente consumando il cervello.
la premessa di questa storia credo la conosciamo tuttə: come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto la seconda guerra mondiale? beh, facile, sarebbe una merda.
eppure, vedere questa possibilità declinata nel quotidiano - per la precisione dei non-stati-uniti degli anni '60 - è, soprattutto all'inizio, davvero scioccante: aquile e svastiche che adornano una new york cupa, grigia, visivamente e fattivamente oppressa.
come in ogni paese occupato, dietro la facciata più o meno solida dell'obbedienza si cela una qualche forma di resistenza. qui, una rete si intreccia tra la parte sotto il controllo del reich e quella dominata dal giappone (sì, c'era anche l'italia tra le potenze dell'asse, eppure nella storia non viene mai neppure nominata. dà una certa soddisfazione vedere che manco nelle ucronie i fasci hanno mai contato un cazzo) per portare a un misterioso uomo-nell'alto-castello dei filmati ancora più misteriosi che mostrano la storia per come la conosciamo noi ma che è un'assurda fantasia per lə personaggə del racconto, cioè quella in cui la guerra è stata vinta dagli alleati. ma da dove vengono queste pellicole? come sono state prodotte? da chi? e a quale scopo?

la cosa che mi sta divertendo di più è leggere vecchi commenti di gente stupita del fatto che empatizza con personaggə oggettivamente orribili come lə nazistə, commenti che non fanno altro che supportare la tesi per cui ci stiamo completamente disabituano a pensare la complessità della realtà e quella delle persone (il che porta, a cascata, a un sacco di problemi nel gestire le relazioni. ma questi sono gli argomenti che preferisco trattare con la psicologa).
è vero, ci sono personaggə eticamente orripilanti in questa serie che, allo stesso tempo, hanno sentimenti nobilissimi per le proprie famiglie e, più in generale, per le persone che amano. e le due cose coesistono e non entrano in contraddizione perché sono parte dello stesso sistema morale che ha mosso - e continua a muovere - questo tipo di personaggə. non c'è nulla di contraddittorio nel ripudiare le loro idee politiche e la loro etica e, allo stesso tempo, partecipare emotivamente alle loro tragedie personali, non è quello che ci deve preoccupare. dovrebbe preoccuparci il non riuscire a problematizzare la schizofrenia del sistema di valori che questa gente ha creato e di cui si è nutrita, a cominciare dall'istituzionalizzazione della disumanizzazione dell'altro e, a monte, della definizione così netta e implacabile dell'alterità.

è uscita qualche anno fa e volevo recuperarla da tempo, ma rimandavo perché ero sicura che mi sarei persa a vederla. e infatti, mi sono persa. sono infognata malissimo, non farò altro fino a che non arriverò alla fine della serie.
addio.


per la precisione, l'uomo nell'alto castello ho iniziato a guardarla la sera del 25 aprile, il mio primo 25 aprile qui a bologna (che ogni anno finivo per stare sempre da un'altra parte), e penso sia stata la parte nerd del mio inconscio a portarmi a iniziarla perché non ne posso più di sentire e leggere sempre polemiche inutili su questa giornata che dovrebbe essere di festa per tuttə e che invece, puntualmente, il peggio di questo paese cerca sempre di sporcare.
il punto è che vorrei davvero che quelle teste di merda finissero in una realtà alternativa in cui le cose sono andate come sognano. anche solo per qualche settimana, giusto il tempo di rendersi conto di quanto miserabile sia continuare, ottantun anni dopo, a rimpiangere il peggior schifo della nostra storia.


e per chiudere in bellezza questo post - che è iniziato in modo triste e arrabbiato, scusate - questo mese sul blog audace sono uscite tre interviste che avevo fatto qualche tempo fa e di cui sono molto felice, e tutte e tre fanno parte di non è una questione di genere, un dossier dedicato alle donne (e in generale alle soggettività non-maschie-cis-etero) che lavorano nel mondo del fumetto. il consiglio è di leggerlo tutto, ma comunque le tre interviste sono a matilde sali, annamaria di matteo e silvia ziche.

martedì 21 aprile 2026

sangue madre

ogni mio pensiero era rivolto soltanto a lei. pensavo a lei con angoscia, affetto e nostalgia.

alcuni confini sono labili, più di quanto non siamo dispostə ad ammettere ad alta voce. dopotutto, per quanto ogni società abbia collezionato nel corso della sua storia un'infinità di pagine in materia di giurisprudenza per definire il concetto di crimine e trovare la relativa soluzione, rimane nell'immaginario collettivo la figura del vendicatore (o della vendicatrice): affascinante nella sua ambiguità morale, contraria a ogni legge eppure eroica nella sua capacità di riparare ai torti subiti come nessuna (si spera) istituzione democratica sarebbe capace di fare. una figura che facilmente rinuncia alla sua umanità, anche in senso letterale, per trasformarsi in creatura mitologica e mostruosa, che intercetta miti popolari e fantasie macabre.
la rabbia ribollì dentro di me, così potente che ebbi l'impressione di librarmi da terra. non era il momento di piangere. non ancora.
sangue madre è una storia di vendetta e di giustizia che ruota proprio intorno a una figura ambigua, sfuggente, impossibile da immaginare senza sconfinare nel soprannaturale.
un serial killer che uccide e carbonizza le sue vittime, tutti maschi: mariti, fidanzati, ex, professori, uomini di ogni estrazione sociale e di ogni età che hanno in comune soltanto l'aver agito atti di violenza e persecuzione nei confronti delle donne.
non è un giallo né propriamente un thriller perché non dobbiamo "scoprire" chi è il colpevole, o meglio la colpevole. lo sappiamo già, proprio dalla primissima pagina: una madre assiste all'omicidio della propria figlia, jeongya, e prima di perdere conoscenza giura vendetta.

il mistero, dunque, non sta nell'identità dell'assassina, quanto nella sua natura e nelle sue capacità.
è l’ispettrice noh jinseon a cogliere collegamenti illogici tra il "primo" assassinio e gli altri. "altri", non "successivi", perché gli archivi svelano l'inquietante realtà di un'incoerenza temporale impossibile tra i crimini su cui sta indagando e altri che si sono verificati anni addietro.

ma il romanzo di kim bohyun non è neppure strettamente classificabile come horror. nonostante la crudezza delle scene dei ritrovamenti dei cadaveri, non c'è mai morbosità nell'indugiare nelle scene delle uccisioni, alle quali non assistiamo praticamente mai. l'obiettivo di bohyun non è la crudeltà e neppure lo shock.
sangue madre si veste di soprannaturale per porre un quesito fin troppo immanente: se la legge, lo stato, la società tutta non proteggono le donne, se sottostimano indecentemente la gravità delle persecuzioni, delle violenze, degli stupri, delle uccisioni, se - anzi - colpevolizzano le vittime e trovano ogni possibile attenuante per i carnefici, cosa resta? dove si può trovare consolazione? chi può garantire giustizia? come si può continuare ad avere fiducia nelle istituzioni e nella legge se sono loro le prime a voltare le spalle davanti al sangue e alla disperazione?
aveva sentito dire che non tutti i mali vengono per nuocere. alcune sfortune, in effetti, possono renderci migliori. [...] essere maturi significa saper cogliere un filo di speranza anche nei momenti più dolorosi. gyeongshin, invece, trovava che il mondo intero fosse crudele e ingiusto con lei. la sfortuna non era nient'antro che sfortuna, e il dolore nient'altro che dolore. quella consapevolezza le erodeva l'anima, minando la sua sanità, pezzo dopo pezzo.
ogni volta che gyeonshin ignorava una chiamata di jonggu, amici e conoscenti lo giustificavano dicendole che si comportava così perché era perdutamente innamorato di lei e la esortavano a rispondere. lei, però, non sapeva nemmeno come reagire quando le persone che avrebbero dovuto esserle vicine si lasciavano andare a sospiri drammatici e sognanti. era come se sotto i loro sguardi si fosse trasformata in una creatura totalmente priva di identità.
è di questo vuoto, di questa sistematizzazione della violenza e della colpevolizzazione secondaria che si nutre la vendetta. non un sentimento crudele e inumano, ma una risposta alla crudeltà e alla spietatezza che è, per le donne di questo romanzo (e non solo) esperienza quotidiana.
un'esperienza capace di annullare desideri e identità, di privarle della libertà e della vita stessa. un'esperienza che il mondo intero chiede di accogliere, tollerare, sopportare in silenzio, a testa bassa, senza unica reazione che l'assurdo senso di colpa per un crimine che si è subito.
pensavamo che punendo coloro che ci hanno causato dolore, anche il dolore sarebbe scomparso. pensate che siamo delle ingenue, vero? certo che lo siamo. ma, con nostra immensa sorpresa, ha funzionato.
la figura a cui dà vita bohyun è, neppure troppo paradossalmente, una creatura brutale ma lucida.
nella straziante ricerca della figlia che le è stata uccisa, la madre occupa uno spazio di esistenza liminale e inconoscibile tra i margini del reale e del tempo, e si fa madre di tutte le donne, consolatrice di ogni figlia, salvatrice e vendicatrice.

mercoledì 8 aprile 2026

la salvezza di aka

«fin dove vuoi arrivare?»

«fin dove le mie guide mi conducono benevole»


a ogni romanzo di ursula k. le guin che leggo, il mio amore per lei cresce. le sue storie, il suo modo di scrivere e soprattutto quello di costruire mondi e le umanità che li abitano sono diventati ormai rifugi mentali sicuri e confortevoli in cui estraniarsi dalla realtà, lasciare spazio e tempo al cervello di pensare, ragionare, riflettere, imparare e tirare un momento il fiato.

ne la salvezza di aka, ultimo romanzo del ciclo dell'ecumene (ma non l'ultimo di questa collana di ristampe - che non ha seguito l'ordine originale dei libri - in cui è già uscito da qualche giorno anche la città delle illusioni), ritroviamo tutti i temi cari all'autrice: l'esplorazione di mondi e delle loro civiltà, l'anticolonialismo, la ribellione verso le leggi ingiuste, la critica al capitalismo.
leggere questo libro mi ha fatto tornare indietro agli anni dell'università, allo studio dell'antropologia culturale, al piacere di scoprire sistemi di pensiero altri rispetto al proprio e di scoprire nell'alterità qualcosa di sé. che è quello che succede a sutty, osservatrice dell'ecumene e protagonista del racconto.

il mondo di origine di sutty è il pianeta terra - che, a beneficio di chi non ha molta confidenza con l'universo dell'ecumene, non è il mondo originario dell'umanità ma una colonia hainiana - travolto dal fanatismo religioso unista, che ha messo al bando con violenza ogni idea contraria al pensiero dominante.
studiosa di storia e linguistica, e inviata su aka, a sutty è stato affidato il difficilissimo compito di osservare e studiare un'altra cultura praticamente cancellata: se sulla terra unismo è stato sinonimo di distruzione sistematica di ogni religione altra, ma anche di ogni idea non conforme all'ideologia imposta, su aka il totalitarismo si basa su una secolarità assoluta, un rifiuto categorico di ogni religione e spiritualità e, più in generale, di tutto ciò che è considerato retrogrado e improduttivo.
nei fatti, il nuovo stato-azienda ha completamente bandito il passato.
non soltanto sono stati eliminati i vecchi libri e la scrittura stessa, considerata portatrice di idee reazionarie, ma anche il modo di parlare e di vivere dellə abitanti sono stati piegati al nuovo obiettivo di creare dellə cittadinə che si limitino ai loro ruoli essenziali di produttorə e consumatorə (produttorə e consumatorə di un certo tipo di prodotti che corrisponde all'ideale consumistico promosso dallo stato-azienda di aka, quindi anche il rapporto con la creazione e l'utilizzo degli oggetti è cambiato drasticamente), in un'esaltazione fondamentalista del progresso economico.

giunta alla sua destinazione ufficiale, sutty si rende conto di quanto le sue competenze siano inadeguate: cosa può fare una storica immersa in una civiltà che ha deciso di rinnegare la sua storia? cosa può indagare una linguista con un popolo che ha trasformato repentinamente e attraverso un'imposizione dall'alto la sua lingua?
quello che sembra un fallimento annunciato però si trasforma in una grande opportunità: contrariamente a ogni aspettativa, sutty riceve il permesso di esplorare un'altra zona del pianeta.
okzat-ozkat era un luogo sicuro dove vivere, sicuro in modo patetico. era una povera cittadina di provincia, trascinata nella scia tumultuosa del progresso akano, ma abbastanza arretrata da conservare ancora resti sbrindellati del vecchio modo di vivere, dell'antica civiltà.
in questo villaggio tra le montagne, lontano dalle città e dalle imposizioni del nuovo sistema, sutty diventa immediatamente ospite e amica dell'anziana iziezi e del suo giovane nipote, akidan. vivendo con loro, seguendolə nelle diverse attività della giornata e incontrando altre persone (come lə maz, sorta di guide spirituali e non, depositarə della conoscenza), poco a poco sutty inizia a scoprire la realtà precedente e a intravedere il complesso - e ovviamente nascosto - sistema di preservazione della cultura originaria di aka.
la resistenza alla cancellazione della memoria si lega profondamente alla conservazione non soltanto del suo passato ma anche, e soprattutto, a una prospettiva sulla realtà denominata la narrazione, un sistema di pensiero che si avvicina alle idee di religione e filosofia ma che è, in realtà, ancora più ampio.
qualunque cosa fosse, quello che stava cercando di scoprire, di apprendere, non era una religione con un credo e un libro sacro. non si occupava di fede. tutti i suoi libri erano sacri. non si poteva definire con simboli e idee, per quanto i suoi simboli e le sue idee fossero bellissimi, abbondanti, interessanti. e non si chiamava "foresta", sebbene a volte la chiamassero così, né "montagna", sebbene a volte la chiamassero così, ma perlopiù, a quanto le risultava, era chiamata "la narrazione".
il passato che lə abitanti di okzat-ozkat cercano di difendere non è semplicemente qualcosa che era e che ormai non è più, ma è la base necessaria affinché possa ancora esistere la loro stessa identità e il loro futuro.
«noi non siamo fuori dal mondo, yoz. lo sai? noi siamo il mondo. siamo la sua lingua. così noi viviamo e il mondo vive. capisci? se non diciamo le parole, cosa c'è nel nostro mondo?»
una buona parte del romanzo diventa, a questo punto, una sorta di diario di campo di sutty, in cui al resoconto dei fatti si affiancano appunti, ragionamenti e dubbi su quello che pian piano la studiosa scopre. e se state pensando che una cosa così sia noiosa, siete completamente fuori strada. in queste pagine le guin trasforma un momento di stasi in un vero e proprio viaggio in profondità nella comprensione di aka, di conoscenza del suo passato attraverso tutto ciò che lə suə abitanti sono riuscitə a salvare: miti, storie, memorie, poesie.
e questo momento è, per sutty, fondamentale per il viaggio - letteralmente inteso - successivo verso la vetta del silong, l'enorme montagna che domina il villaggio, alla scoperta del cuore segreto di aka e del suo rapporto complesso con la civiltà hainiana e con la terra.

senza scendere troppo nei dettagli della trama, è in questo rapporto che le guin racconta l'atroce realtà che sottende al colonialismo. se c'è una violenza palese ed evidente nella presa di possesso di uno spazio da parte dei coloni - tanto negli immaginari fantascientifici quanto nella nostra storia e, purtroppo ancora, nel nostro presente - c'è un'altra forma di sopraffazione e annichilimento che è quella del pensiero: chi si impossessa della terra, degli spazi, delle risorse, chi annienta ecosistemi, animali e esseri umani per i propri scopi, allo stesso tempo cancella memorie, idee, credenze, religioni, valori, parole, poesie, identità, interazioni tra esseri viventi e ecosistema le cui radici si perdono in quel passato che il nuovo dominatore presente deve rimuovere per costruire il suo futuro.

è questo il filo su cui scorre la storia de la salvezza di aka, e non è un caso che proprio questo romanzo chiuda il ciclo dell'ecumene, una lunga serie di storie di colonizzatorə e colonizzatə, di incontri e scontri su mondi differenti, di infinite possibilità in cui l'umanità può declinarsi una volta innestata su un nuovo mondo.

martedì 3 marzo 2026

gomìtolo 4 ~ febbraio 2026


il mondo scivola sempre più in un baratro di orrore, tra chi senza vergogna viola il diritto internazionale e esprime desideri di una ripresa colonialista dell'occidente a scapito di quello che chiamiamo sud globale, guerre, genocidi, misure sempre più spudoratamente repressive e fasciste, milioni di documenti che svelano realtà più abominevoli di ogni immaginazione. e intanto noi stiamo qui, calmə e immobili, a chiacchierare di libri, di fumetti, di film e di spettacoli che celebrano un desiderio di indipendenza che dubito riusciremo a riprenderci solo cantando e ballando (per quanto bene lo si possa fare - sì, certo che ho visto lo spettacolo al superbowl, e queste riflessioni risalgono a un paio di settimane fa, solo che tutto va così veloce che ogni cosa sembra già storia anche dopo meno di un mese) o scrivendo cose.
è questo immobilismo, questa pia illusione che l'arte ci salverà che mi fa paura. non che non creda nel valore dell'espressione e della creatività, ma ho la sensazione che anche le migliori intenzioni - sempre infilate a forza in quel se vuoi puoi che dovremmo aver capito essere la più grossa bugia mai raccontata - siano ormai inglobate così tanto in questo sistema capitalista che tutto trasforma da idea in prodotto da rivenderci, utile a distrarci mentre continuiamo a tirare avanti, sguazzando nella nostra perenne alienazione (ogni riferimento a quella cacata di kermesse musicale che non voglio nemmeno nominare, apoteosi della mediocrità culturale e politica di questo paese, che vi ostinate a guardare e commentare come se ne andasse della vostra vita, alimentando una fomo che non ha alcuna reale giustificazione, è assolutamente voluta. mi spiace, ma veramente, basta!).
che facciamo quindi? non lo so. aspettiamo che la corda si tiri abbastanza da spezzarsi e teniamoci prontə, sperando che la nostre psiche regga fino ad allora. non so voi, ma la mia non sta proprio benissimo.

ma torniamo alle cazzate più leggere di cui si parla di solito qui, ai libri e alle altre cose.

questo mese, in realtà, ho da parlare più di cose che ho visto che di cose che ho letto. sono entrata in quel loop per cui inizio un libro, mi annoia a morte, lo rimetto sullo scaffale e gli dico che prima o poi arriverà il suo momento, ne prendo un altro e via di nuovo così. passerà, e spero che passerà presto, perché gli scaffali (niente pila della vergogna, qui siamo a livello pro) delle cose-da-leggere stanno esplodendo e mi uccidono di sensi di colpa.


primissima cosa di cui volevo parlare - e non vedevo l'ora di farlo - è hamnet - nel nome del figlio. ora, io non sono una che piange facilmente (cioè, mi commuovo ma per cose assurde che non vi dirò) ma a questo giro è stato davvero impossibile non doversi asciugare almeno qualche lacrima.
"viscerale" è uno degli aggettivi più abusati degli ultimi tempi, ma è il primo che mi viene in mente se penso a hamnet. i dialoghi ridotti all'osso, i silenzi carichi, la connessione quasi magica tra corpi e natura - intesa come mondo esterno tanto quanto come la loro animalesca e fragile carnalità - mi hanno letteralmente scavato le viscere.
la storia si divide idealmente in tre atti: l'amore tra william e agnes (anne hathaway), veloce, gioioso e spontaneo al limite del ferino; la morte di hamnet e, infine, la sublimazione del dolore attraverso l'arte, cioè la scrittura e la messa in scena di hamlet (l'avete letto mille volte, hamnet e hamlet sono praticamente lo stesso nome, scritto in due modi differenti e spesso intercambiabili nei registri anagrafici dell'epoca), l'opera forse più famosa del bardo di stratford-upon-avon.
la costruzione stessa del film, tanto da un punto di vista della cronologia della narrazione quanto - e soprattutto - in senso di scelte di regia (di chloé zhao, che non so nemmeno se ho visto altro di suo ma dopo questo film rimedierò) e fotografia, è tutta un omaggio e un riferimento alla rappresentazione teatrale. le scene sono fisse anche quando gli attori si spostano oltre il limite fisico dello schermo, le inquadrature scelgono spesso un punto di fuga centrale, le luci e i colori dipingono le ambientazioni caricandole di simbolismi e dettagli che li portano a somigliare a (meravigliose) quinte teatrali.
a muovere tutto è una bellezza estrema e dolorosa - viscerale, appunto - che nasce dalla grandezza emotiva che trasmettono lə protagonistə (interpretatə meravigliosamente da paul mescal, noha jupe - nel ruolo di hamnet - e jessie buckley, che se non vince un oscar per la sua agnes allora boh, non so cosa volete da un essere umano), che non si può dire, non si può esprimere se non con un aggrapparsi di corpi a corpi, se attraverso i gesti, se non con gli sguardi, con le urla, con le lacrime.
insomma, io non so parlare di cinema, soprattutto non so parlare di una cosa che come questa è capace di dare tanto allə spettatorə, ma vi consiglio di recuperarlo (e di guardarlo al cinema perché è tutto troppo bello per confinarlo allo schermo di una tv o di un pc).
mi è anche venuta voglia di leggere il libro di maggie o'farrell - che ha partecipato alla sceneggiatura insieme a zhao - da cui è tratto il film, se è bello anche solo la metà, ne varrà la pena.
(avevo parlato di "cose leggere" ma questo in fondo tanto leggero non è)


ho ovviamente finito di vedere la quarta stagione di bridgerton, uno dei miei guilty pleasure preferiti. finale che corrisponde puntualmente alle aspettative - che poi sono le stesse per chi ha letto romanzo e chi no - ma d'altronde, che altro poteva succedere? tutto bello, tanto fanservice molto apprezzato (anthony e kate stanno lì solo per questo, su!), e sempre tanta gioia nel vedere una rappresentazione non pietistica né violenta della disabilità - penso soprattutto a hazel che in questa stagione ha una certa rilevanza, per lo meno in termini di minutaggio e relazione con lə altrə personaggə (a sanremo - e in generale in rai - dovrebbero prendere appunti, mannaggiacristo).
sono stata pienamente soddisfatta, nonostante la "soluzione" al problema principale della serie sia stata un po' frettolosa e raffazzonata (ma succedeva così anche nel libro? non ne ho memoria!) e sono ipermegacuriosa di scoprire - spoiler se non avete visto fino alla finechi c'è adesso dietro la "nuova" lady whistledown, ma anche su quale bridgerton si concentrerà la prossima stagione, visto che l'ordine delle storie è stato ormai completamente stravolto.
sono anche molto contenta di come hanno scelto di portare avanti la storia di agatha danbury, credo una dellə personaggə più amata dell'intera serie, e della sua amicizia con violet bridgerton e con la regina.
in una serie romance, non è affatto scontata la scelta di dare così tanta rilevanza all'amicizia femminile, mostrandola come un sentimento sincero e disinteressato che non unisce semplicemente ragazzine senza nulla di meglio da fare, ma donne adulte che hanno grandi responsabilità (familiari e no) e che comunque trovano il tempo per stare insieme e si danno manforte anche quando sostenersi non è facile e mette in gioco tanto della propria stabilità.
insomma, per me è sono le solite cinque stelline piene


ho anche iniziato a vedere crazy ex-girlfriend, una serie di qualche anno fa, che mi è stata consigliata da un amico e che mi sta divertendo da morire. in pochissime parole: è la perfetta rappresentazione di tutto quello che non si dovrebbe mai fare in qualsiasi tipo di relazione. la storia è quella di un'avvocata di grandissimo successo, rebecca, sull'orlo di una crisi di nervi e di una mega promozione. proprio quando deve decidere se continuare la sua carriera costellata di successi o lasciare che i suoi nervi collassino completamente, incontra per puro caso josh, suo grandissimo amore dei sedici anni, che non ha mai più rivisto e da cui era stata scaricata in modo abbastanza brutale.
contrariamente a ogni buon senso, rebecca si licenzia, molla tutto e si trasferisce da new york a west covina in california, andando a lavorare in uno studio legale che definire "poco prestigioso" sarebbe un eufemismo, solo per stare vicina al suo ex e provare a riconquistarlo, nonostante lui sia felicemente fidanzato da anni con un'altra ragazza. questa è solo la premessa a una storia assurda in cui si riversa tutta la tossicità possibile e tutti gli stereotipi peggiori, e in cui però è impossibile odiare davvero qualcunə.
ogni personaggiə è il risultato di una risposta sbagliata - anche se spesso in buona fede - a una miriade di traumi, e ogni relazione tra lə personaggə è la rappresentazione migliore di come non dovrebbero funzionare i rapporti umani - e di come, in realtà, funzionano fin troppo spesso, raccontato attraverso una prospettiva di ironia feroce e divertentissima.
è tutto tragico e tutto, inevitabilmente, comico. e se già tutto quello che succede non è abbastanza disastroso, ogni episodio offre uno o due momenti di musical surreale che rendono tutto ancora più allucinante.
straconsigliatissima a chiunque riesca a ridere di tutto quello che di solito ci fa piangere. per me è, al momento, l'unica cosa su cui il mio cervello riesce a focalizzarsi a fine giornata.


e infatti ho letto veramente pochissimo. a parte some desperate glory - l'ultima eroina (bello bellissimo), questo mese ho recuperato la strega e la lotteria di sua maestà shirley jackson, due librini con dei mini-racconti velocissimi a volte veramente da pelle d'oca, altre volte meno, ma comunque che volete dire a shirley? tra i migliori ci sono: il dente (da la strega) che racconta un viaggio allucinatissimo di una donna in preda al mal di denti verso uno studio dentistico. ora, so cosa state pensando, ma se mettete insieme antidolorifici + viaggio + shirley jackson il risultato non è affatto scontato. a me ha fatto letteralmente arrivare sull'orlo di una crisi di panico. la lotteria, racconto che dà il titolo all'altra racconta, è un altro esempio magistrale di come si scrive un racconto breve. ed è talmente ben fatto che all'epoca della sua pubblicazione sul new yorker qualcunə lo scambiò per una cronaca reale.
molto angosciante anche lo sposo, che mi ha richiamato la stessa sensazione di essere intrappolata dentro un incubo de il dente.


ultimissimo acquisto/lettura del mese è stato la sovrana lettrice di alan bennett che avevo letto qualche anno fa e che però volevo rileggere, quindi ho approfittato degli sconti adelphi anche per questo. anche questo è un librino breve e veloce, ma divertentissimo - in modo diverso dai due di jackson - che, nomen omen, immagina la regina d'inghilterra (ovviamente quando è stato scritto c'era ancora elisabetta) che scopre la passione per la lettura grazie ai suoi corgi, a un garzone di cucina e a una biblioteca ambulante. e più si immerge nei suoi libri, più cambia il suo rapporto con il ruolo che è chiamata a recitare e, ancor di più, con il resto dell'umanità.
penso che questo sia praticamente un classico tra i libri-che-parlano-di-libri o meglio, di-gente-a-cui-piacciono-i-libri, quindi se non l'avete mai letto recuperatelo (anche se sono finiti gli sconti, tanto lo trovate dappertutto).


bonus: coniglietto incontrato per caso.

giovedì 26 febbraio 2026

some desperate glory ~ l'ultima eroina

finché abbiamo vita, il nemico dovrà temerci.

aspettavo di leggere some desperate glory (tradotto miseramente come l'ultima eroina) di emily tesh praticamente da quando è stato annunciato come il vincitore del premio hugo nel 2024, complice anche il fatto che l'avevo visto girellare nella mia bolla accompagnato da commenti entusiasti.
non è un romanzo perfetto, anzi, ci sono alcune cose parecchio ingenue, ma i punti di forza del mondo che tesh ha creato e soprattutto dellə suə personaggə riescono ad alzare la media così tanto da mettere in ombra tutto quello che poteva essere migliorabile.

il racconto si apre su gaea, l'ultimo avamposto di resistenza umana al majoda, un sasso inospitale sperduto nello spazio, trasformato in colonia. la terra è stata distrutta dai majo e lə pochə superstitə hanno avuto due scelte: collaborare con chi ha sterminato la loro specie o progettare la vendetta. in questi pochi decenni di esistenza, gaea ha sviluppato una cultura totalmente militarista ed estremamente gerarchizzata fondata sull'odio verso i majo, sull'onore e la disciplina. l'unica ambizione possibile, per chi vive qui, è diventare un soldatə capace di ripagare il nemico per l'assassinio del suo pianeta madre. chiunque non sia abbastanza forte, agile, veloce e resistente, può lavorare per il mantenimento delle strutture che reggono in piedi la colonia o, se donna, può partorire futurə soldatə.

kyr è nata qui ed è nata per essere un soldato, una perfetta macchina di morte addestrata fino al midollo per vendicare la sua intera specie. il suo corpo è frutto di incroci che - dopo la perdita delle conoscenze umane in materia di bioingegneria - servono a garantire umani grandi, forti, veloci e resistenti. e obbedienti. ha appena diciassette anni, ma su gaea è grande abbastanza da sapere che sta per ricevere la sua assegnazione, che il suo destino sta per compiersi, che tutta la sua vita fatta di sacrifici e allenamenti avrà finalmente un significato, sicura che sarà mandata nei reparti di combattimento.
ma quando l'illusione crolla e scopre che tutto quello in cui ha sempre creduto l'ha tradita, kyr fa quello che mai avrebbe immaginato.

da questo momento la trama prende un risvolto totalmente inaspettato. la rigida semplicità di gaea, la storia della sua recente fondazione e il suo funzionamento vengono scandagliati, dispiegati e svelati man mano che la vicenda va avanti in modi imprevedibili. e, contemporaneamente, cambia anche kyr.
fin da subito è una personaggia indubbiamente affascinante, anche quando, soprattutto all'inizio, non riusciamo a condividerne le idee. tesh riesce a farci entrare pienamente nel sistema di valori di kyr, nel suo modo di pensare e di vivere, ce la mostra come una persona reale e complessa, capace di mettere in discussione la sua intera esistenza e di compiere scelte radicali.

nel corso della storia, kyr sviluppa un mondo interiore e una morale basandosi esclusivamente sulla sua esperienza e sulla sua capacità di osservazione, che si affina sempre di più. kyr impara ad ascoltarsi, a provare dei sentimenti e a riconoscerli per quello che sono, si libera dei dogmi di gaea e dalle convinzioni che ha incorporato e si dà una nuova forma.

dietro gli universi di some desperate glory, dietro la loro storia e le loro tecnologie, emily tesh racconta un'umanità futura ancora strettamente dipendente da una cultura fortemente gerarchica, patriarcale, machista, razzista e misogina e il messaggio sotteso è chiaro: non può esistere un'ideologia militarista e patriottica (e quindi, diciamolo brutalmente, di destra) che non sia profondamente oppressiva e discriminatoria perché l'una è necessariamente il rovescio dell'altra. tesh racconta un fascismo interpretato in chiave pangalattica che, nonostante l'allargamento fisico e culturale dell'orizzonte in cui si muove, continua a riproporre i leitmotiv che ben conosciamo e che poco hanno, purtroppo, di immaginifico.

ma tesh va oltre e, a un certo punto, facendoci riflettere sull'essenza stessa della saggezza, delle sue decisioni e dei motivi stessi che hanno spinto il majoda a crearla, si interroga sulla natura del potere, di chi lo detiene e di come lo utilizza. la saggezza mira a creare una realtà che è la migliore di quelle possibili - altro concetto che non possiamo che avere ben chiaro, soprattutto nelle sue contraddizioni - ma che inevitabilmente porta al paradosso che qualsiasi migliore-dei-mondi-possibili comporta ingiustizia, violenza e sopraffazione per una parte della realtà. e quindi?

la conclusione c'è, tanto nella storia quanto, auspicabilmente, in chi legge. some desperate glory è un viaggio che si muove, prima ancora che nello spazio, nelle possibilità che ci dà la capacità di comprendere le strutture che abitiamo.

martedì 3 febbraio 2026

house of frank

« ti ricordi cosa mi hai promesso, sai? »

ho appena finito di leggere house of frank, romanzo d'esordio di kay synclaire appena uscito per mondadori, e ho sentito la necessità di scriverne immediatamente, soprattutto in questo periodo in cui scrivere qualcosa mi riesce così difficile (il gomitolo di gennaio arriva. non so quando ma arriva).

togliamoci subito il dente: un po' di editing in più non avrebbe per nulla fatto male, ci sono troppe ingenuità, troppe ripetizioni, troppe artificiosità nellə personaggiə che potevano essere migliorate.
ma, nell'insieme, è un libro davvero carino, e per "carino" intendo che da un po' quel tipo di sensazione che si prova quando ci si avvoltola in un plaid caldo e colorato, magari con un gatto accanto, e si sta a chiacchierare con un amicə fino a togliersi ogni peso e brutto pensiero da dentro.
è un libro-coccola - e, in quanto libro-coccola, gli si possono perdonare un po' di difetti - e forse, visto il tema, non potrebbe essere nient'altro che un libro-coccola.

la storia di house of frank rientra in quel filone (che a me piace moltissimo) della famiglia-per-scelta o, e forse è un po' più calzante, famiglia d'adozione.
la protagonista, saika, in effetti non ha scelto la strampalata compagnia che vive a casa di frank come sua famiglia, non all'inizio, almeno.
è arrivata alla casa con un peso enorme sul cuore e il barattolo con le ceneri di sua sorella fiona in valigia. l'ultimo desiderio di fiona era quello di poter diventare una cosa bella dopo la sua morte e qui, a casa di frank, è possibile farlo.
accanto alla casa, sorge ash garden, un bellissimo arboreto: qui le ceneri dei defunti vengono piantumate e si trasformano in querce, pioppi, faggi, pini eccetera. diventano cose belle. e vive.

ma saika è in qualche modo terrorizzata all'idea di separarsi da ciò che rimane di fiona. dal giorno della sua morte, continua a parlare con lei, a tenerla nel suo cuore come una parte di sé stessa. divide ogni momento della sua quotidianità di sua sorella e, nonostante abbia accettato di esaudire il suo desiderio, l'idea di mettere un punto, fermo e definitivo, a questa parentesi della sua vita la spaventa al punto tale da bloccarla. capito il suo stato d'animo, frank le chiede di rimanere fino a quando non si sentirà pronta ad affidare le ceneri di fiona alla terra. ed è da questo momento che la vita di saika, finalmente, cambia.
dopo anni di fuga da sé stessa e dalla sua famiglia, saika trova una casa in cui può provare a cercare il suo posto. non è semplice e non è immediato, ma poco per volta inizia a intessere legami con lə altrə abitanti della casa e a svelare a noi lettorə il suo grande, terribile segreto.

house of frank è - come direbbero quellə bravə - un fantasy low key, pieno di personaggə fantasticə - saika è una strega, frank un'enorme bestia antropomorfa, ma ci sono anche fate, fantasmi, streghe-gargoyle (ecco, credo di avere una cotta per una certa strega viola con le zanne ricoperta di tatuaggi) - e di magia, ma soprattutto è un racconto che parla dei tanti possibili modi di vivere il lutto e la mancanza.
tuttə nella casa hanno vissuto momenti di perdita e di inconsolabile dolore e ognunə di loro ha reagito a modo suo. la casa e l'arboreto hanno funzionato come un centro gravitazionale, lə hanno spintə a creare legami e a cercare sostegno in una quotidianità piena anche se imperfetta in cui ciascunə mette a disposizione talenti e impegno a beneficio di tuttə.

quando saika si rende conto che quel piccolo, caotico mondo costruito sulla scelta di restare vicinə è in terribile pericolo, riesce finalmente a uscire dal suo loop di dolore, dai suoi pensieri ossessivi, dalla colpevolizzazione e dalla paura. tutto quello che ha vissuto fino a quel momento, anche ciò che più le ha fatto male, sembra acquistare un senso. il dolore per fiona, la paura, le scelte sbagliate e poi rivendicate, tutto quello che ha fatto e sopportato fino a quel momento, ogni cosa si allinea alle altre come stelle che rivelano, tutto a un tratto, una figura, un nuovo significato.

dopo aver passato anni a svalutarsi e a colpevolizzarsi, saika capisce che può aiutare, che lo scopo della sua esistenza non è finito. ed è così che impara di nuovo a guardare al futuro e ad amare.

(forse è un po' sdolcinato? beh... sì. moltissimo. ma, non so voi, io ne avevo bisogno) 

venerdì 12 dicembre 2025

riti di passaggio ~ intervista a luisa teresa cremonese

come si raccontano trent'anni di vita, trent'anni di lavoro in giro per il mondo con la pretesa di alleviare le sofferenze degli altri? con quale bagaglio si torna a casa? si apre la valigia e ne escono momenti che insistono per essere raccontati, che vogliono trovare un loro posto nel presente. questo libro è il loro posto, il posto dove possono trovare pace e un equilibrio con giornate ora piene di piccole cose senza importanza.

ho conosciuto luisa cremonese qualche anno fa, durante un corso di scrittura creativa. mi piaceva un sacco il modo in cui scriveva e mi piaceva la naturalezza con cui parlava dei suoi viaggi e del suo lavoro, trent'anni passati a girare il mondo, nei contesti più assurdi, pericolosi e dolorosi del mondo, quelli di cui di solito si sente parlare al tg, non quelli in cui organizzeresti un viaggio per le vacanze.
un po' di tempo dopo, luisa mi chiede se mi va di fare dei disegni per dei racconti che ha scritto, alcune storie che fanno parte di quella gigantesca raccolta di esperienze vissute e persone incontrate che ha accumulato e custodito con cura per anni. penso di aver fatto i disegni migliori di sempre (per i miei standard) per questo libro, avevo già letto alcune di queste storie ed ero emozionatissima - lo sono ancora! - di poter far parte di una cosa così bella e importante.

qualche settimana fa luisa mi ha portato una copia - anzi, due, perché al momento il libro esiste anche in spagnolo e presto sarà disponibile in inglese - di riti di passaggio e, se possibile, mi sono emozionata ancora di più: questi racconti sono incredibili, dolorosi e pieni di speranza allo stesso tempo. sono storie di chi ha vissuto la guerra, la paura, la miseria e ogni possibile sofferenza sulla propria pelle ma che comunque ha continuato a vivere, a ridere e a piangere, a sperare, a immaginare un futuro. e sono le storie di chi ha fatto in modo che un futuro si potesse ancora immaginare.

mai come in questi ultimi anni abbiamo sentito parlare tanto di diritto umanitario e mai come in questi ultimi anni ho pensato all'importanza fondamentale che il lavoro dellə operatorə umanitarə ha in contesti di guerra. in riti di passaggio si vedono - si sentono, si annusano, si vivono - questi contesti, e si capisce chiaramente in cosa si traduce questo lavoro nei fatti, nella sconvolgente quotidianità di quelle parti di mondo che non riusciamo neppure a immaginare.

luisa restituisce storie e memorie, strappa persone e famiglie all'oblio di un mondo che considera una buona fetta della popolazione mondiale come sacrificabile e le loro storie come scarsamente interessante, e lo fa con una delicatezza e un rispetto straordinari. leggendo e rileggendo queste storie mi sono commossa più volte, mi sono stupita, mi sono costretta e pensare a cosa vuol dire guerra quando questa parola si appiccica alla vita di ogni giorno, striscia dentro le case, si insinua tra le famiglie. e ho perso tutte le parole che avrei potuto inventarmi per provare a dire cosa ho sentito.

ho invitato luisa a parlare di riti di passaggio qui sul blog, quindi vi lascio alle sue parole - sicuramente più sensate delle mie. buona lettura!

ciao luisa, grazie mille per aver accettato il mio invito e benvenuta su claccalegge!
prima di iniziare a parlare del tuo libro, riti di passaggio, ti andrebbe di presentarti allə lettorə del blog?

► Grazie a te, Claudia, per questa opportunità. Seguo con molto interesse il blog di Claccalegge ed è un onore per me poter presentare qui il mio libretto. Io ho lavorato per 30 anni all'estero con diverse missioni umanitarie delle Nazioni Unite, e sono rientrata definitivamente in Italia da circa un anno. Ho vissuto a lungo in America Latina, tra Messico, Colombia, centro America e sud America. ho passato vari anni nei Balcani, durante e subito dopo la guerra. Sono stata lunghi periodi in medio oriente, in Africa e nei paesi dell'Europa dell'est. Il mio lavoro si è svolto sempre in prima linea, in zone colpite da conflitti di alta e spesso bassa intensità, ma persistenti. Mi sono occupata, assieme ai miei colleghi e colleghe, di organizzare l'assistenza umanitaria a popolazioni sfollate. Questo significa aiutarli a sopravvivere costruendo rifugi, facilitando l'accesso a cibi e cure mediche, cercando di far funzionare scuole e attività educative anche in condizioni precarie. Ma si tratta anche di negoziare condizioni di vita dignitose, relazioni amichevoli con le popolazioni che si trovano nelle loro comunità gente nuova e molto spesso fragile e traumatizzata. Perché l'accoglienza funzioni c'è bisogno della solidarietà di chi accoglie, di chi non si gira dall'altra parte e decide di aiutare. La solidarietà è una condizione che va coltivata, protetta e rinforzata costantemente, non si può dare per scontata, soprattutto quando le persone sfollate vivono per periodi lunghi, spesso per anni, in zone, paesi, città dove spesso i servizi sono già scarsi per i residenti. E con questo sono già entrata nell'essenza del mio libro!
ecco, parliamo di questo libretto, piccolo ma straordinario: come e quando è nato il desiderio di scriverlo? e perché hai deciso di intitolarlo riti di passaggio?
► In vari momenti, durante tutti questi anni, ho preso appunti, mi sono segnata nomi e fatti di persone che ho incontrato e che mi sono rimaste impresse nella mente e nel cuore, che mi hanno marchiato e hanno inciso dentro di me una serie di cicatrici invisibili, che però sanguinano ancora.
Poi qualche anno fa questi appunti hanno cominciato a prendere forma, a diventare storie. Storie che premevano per essere raccontate. Scriverle è diventato per me una maniera di prendermi cura di loro, ma anche di me
I riti di passaggio sono proprio questo: da ferita a cura. Mi è capitato di promettere ad alcune persone, come la piccola Juana, che non mi sarei dimenticata di loro.
Per me è stato anche il passaggio da un mondo ad un altro: venire a casa mi ha portato a imparare a vivere qui di nuovo. Non lo sapevo più, non lo ricordavo più.
Ecco, posso dire di avere vissuto in questi mesi la sindrome del reduce.
riti di passaggio è una raccolta di nove racconti molto brevi ma molto intensi, alcuni di questi sono, diciamo, a lieto fine, altri sono molto cupi e dolorosi, mentre l'ultimo, come dicevi, è dedicato proprio al "ritornare a casa". come hai scelto, tra tutte le esperienze che hai vissuto, quali storie raccontare? e c'è una storia in particolare che ti porti nel cuore, che per te significa qualcosa più delle altre?
► Le storie erano molte di più, veramente molte. Ho tagliato quelle più violente, dolorose, non risolte. Non c'è bisogno di bruciare tra le fiamme dell'inferno per sapere che esiste. E non tutte le ferite si sono cicatrizzate.
Così ho deciso di condividere quelle con cui ho fatto pace.
Tutte mi sono care, ma forse quella che ho più in mente è la storia del carabiniere Zappalà. E ce l'ho in mente per una parte non scritta, per una storia parallela che è rimasta nella mia penna e che forse un giorno racconterò. Si tratta della storia di un bambino di due anni, Guillermo, che faceva parti di quel gruppo che accompagnavo. Era nato coi piedi all'indietro e non poteva camminare. Si trascinava per terra, con grande fatica. strisciava in mezzo al fango, sui sassi. La madre era incinta e aveva altri bambini piccoli e non riusciva a stargli molto dietro. Il padre, quando non lavorava, se ne prendeva cura con un amore commovente. Ecco, se lo avessimo lasciato andare così, avrebbe strisciato per tutta la vita. Allora con un collega abbiamo convinto la famiglia di lasciarcelo portare in città per sentire se era operabile.
Ci sono voluti sei mesi, ma alla fine Guillermo ha camminato. Non ti dico cosa ho sentito quando lo ho visto in piedi, con le scarpe ortopediche, che camminava con passo lento e pesante ma fermo e sicuro. Prima di partire con suo padre mi ha preso la mano e me la ha stretta forte. E mi ha guardato con quei suoi occhioni neri come la notte. Non lo dimenticherò mai
Per anni hanno sempre trovato il modo di mandarmi notizie, anche se vivevano in un posto molto isolato e io ero in viaggio per il mondo.
questa di guillermo è una storia bellissima e fa capire cos'è il lavoro di aiuto umanitario molto bene. ma prima di parlare di questo, volevo chiederti cosa vuol dire "fare pace" con una storia? e come ci si riesce?

► Bella domanda. A volte nel mio lavoro si ha la presunzione di poter risolvere i mali del mondo. Ci si crede invulnerabili all' orrore a cui si assiste ogni giorno. Invece sono i mali del mondo che finiscono per corromperci. Il dolore insensato, la violenza, la brutalità ti guastano. Il lato oscuro del lavoro umanitario si chiama Post Traumatic Stress Disorder, si chiama trauma vicario, si chiama dipendenza, qualsiasi tipo di dipendenza.
Allora, per me fare pace significa imparare a lasciare andare le persone con le loro storie, saper dire addio, sentire compassione ma non assumere il dolore altrui come proprio. Alla fine questa è una forma di rispetto.

tu hai scelto un lavoro meraviglioso, fondamentale e anche estremamente difficile, che ha definito moltissimo la storia della tua vita: quando hai deciso che saresti diventata un'operatrice umanitaria? e cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?
► Più che una decisione è stato un destino. Ho sempre saputo che avrei fatto QUESTO. Non sapevo con chi, dove e come, quello è venuto dopo
Per me le Nazioni Unite sono state, e spero lo saranno di nuovo, il punto più alto della civiltà umana: riconoscere i diritti di tutte le persone in quanto persone è la più grande rivoluzione mai avvenuta. Riconoscere un'istituzione che protegge questi diritti come scopo principale, che regola i rapporti tra le nazioni in nome di questi diritti è quanto di più avanzato l'umanità sia riuscita ad esprimere.
E adesso...
negli ultimi mesi, però, molte risoluzioni dell'onu - mi riferisco a quelle in merito al genocidio in corso a gaza - sono state bloccate dal diritto di veto degli stati uniti, un comportamento che di "umanitario" ha avuto veramente poco. come sono stati vissuti questi momenti da chi ha speso buona parte della sua vita tenendo fede a un'idea che più volte è stata tradita in questo modo?
► L'unica cosa da fare che mi viene in mente è quella di non perdere anche la memoria. Berthold Brecht faceva dire a Galileo Galilei, costretto ad abiurare le sue scoperte, che ci sono momenti in cui bisogna mettere la verità sotto il mantello. Dicendo questo affida tutti i suoi scritti al suo discepolo più fedele, perché il metta in salvo.
Viviamo in un'epoca infame, dobbiamo resistere.
penso che vorrei farmela tatuare quest'ultima frase. tornando a "riti di passaggio", c'è una cosa che mi ha incuriosita parecchio in questo libro, forse una cosa molto piccola in confronto ad altre vicende che racconti, e cioè la storia del cane mussolini. la sua padrona ha deciso di chiamarlo così perché è tutto nero, quasi fosse uno scherzo. quando l'ho letto per la prima volta, mi è sembrato quasi un sacrilegio usare quel nome con tanta leggerezza, poi mi sono accorta che il mio punto di vista è quello di una persona che crede nei valori dell'antifascismo e che sente "sua" la storia della resistenza al nazifascismo in italia, mentre per altre persone, invece, il nome di mussolini può dire molto meno… ti è mai capitato, in questi anni di lavoro in giro per il mondo, di affrontare una situazione che si scontrava completamente con il tuo sistema di pensiero, al punto da risultarti incomprensibile?
► È proprio come dici, le percezioni e il vissuto delle persone sono molto diversi a seconda di dove vai. Se ho imparato una cosa in questi anni è quella di non giudicare. Un poco alla volta ho cercato di spogliarmi di ogni rigidità e di non avere la pretesa di capire sempre. Il mio unico punto fermo è rimasto quello del rispetto verso le altre persone. Se qualcuno fa del male a qualcun altro, lì non c'è rispetto, lì abbiamo il dovere di intervenire.
nelle tue storie non ci sono mai riferimenti spazio-temporali precisi. ho pensato che fosse per "proteggere" le persone di cui parli, che sono state vittime di situazioni tragiche e terrificanti, ma che allo stesso tempo, non situare questi racconti in un contesto mostra come la sofferenza umana - e la forza di chi resiste - sia la stessa, in ogni tempo e in ogni luogo…
► In buona parte è così, effettivamente. La confidenzialità nel nostro lavoro è una componente vitale, non solo per le persone protagoniste delle storie, ma anche per chi ci lavora.
Sai una cosa che fa la differenza in questo libro? I disegni. I disegni sono quasi una fotografia di una parte di queste storie, sono così armonici e integrati con il testo che non potrei immaginare questo libro senza di loro.
ahah, mi fai arrossire! volevo dirtelo alla fine per non rubare spazio, ma ci tenevo a ringraziarti anche qui per avermi dato la possibilità di fare parte di questo libro così bello, è stato davvero emozionante vederli stampati! grazie davvero!
torniamo a te: so che per te la scrittura è qualcosa di fondamentale e sempre presente, lo dici anche nel libro quando racconti il tuo ritorno a casa. hai dei nuovi progetti in mente?
► Certo, ho appena completato un libro assieme a un artista spagnolo. Io ho scritto la critica alle sue opere. Te lo mando, dacci una occhiata, ne sono molto orgogliosa!
L'artista ha la sindrome di Down e per questo non è stato preso molto sul serio nel suo percorso
E comunque continuerò a scrivere. In queste settimane voglio completare una serie di racconti lunghi, tutti centrati sulla frontiera, intesa come spazio fisico ma anche mentale. Poi ho il progetto di un romanzo a cui spero di lavorare nel 2026.
non vedo l'ora di leggerli!
ti ringrazio per il tempo che ci hai dedicato e per avermi dato uno spazio così importante in riti di passaggio, continuerò a consigliarlo a tuttə! in bocca al lupo per i tuoi prossimi lavori e a prestissimo!
► Grazie a te, è stato veramente un piacere.


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