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venerdì 22 maggio 2026

betterland ~ intervista ad albhey longo

vaffanculo. voglio che il mondo continui.

tre anni e quasi-mezzo fa scrivevo per la prima volta di betterland di albhey longo sul blog audace. oggi torno a farlo qui perché betterland, che all'epoca era un webtoon, oggi è un bel volumetto di carta e inchiostro pubblicato con attaccapanni press, bello come prima, forse anche più di prima (grazie al cielo, nonostante tutte le possibili sperimentazioni, continuiamo ad avere la roba stampata).

ritratto di una generazione condannata alla precarietà, tra relazioni a cui è difficile dare un nome e lavori insoddisfacenti, un'eterna adolescenza stanca e un futuro che non si sa se, quando e come arriverà, betterland parla di quellə che, almeno una volta, si sono sentitə come nora: incasinatissimə ma prontə ad affrontare la fine del mondo.

sicura che non avete nessuna voglia di rileggere me dopo tre anni, questa volta ne ho parlato insieme all'autore.
buona lettura!


ciao albhey, grazie mille per aver accettato l'invito e benvenuto su claccalegge!
parliamo di betterland, il tuo ultimo fumetto per attaccapanni press che, in realtà, era già uscito tempo fa su tacotoon. cosa ti ha spinto a rimettere mano al progetto e ricalibrarlo per una pubblicazione cartacea?
► Ciao! Ancora una volta grazie a te! Diciamo che ho sempre augurato un futuro cartaceo a Betterland, la sua prima uscita come webcomics e l'editing di Dario Sicchio sono stati essenziali per trovare un ritmo adatto, dettato dagli episodi, ad una storia essenzialmente di slice of life mettendo l'attenzione su tutti gli elementi di mistero presenti! Ma allo stesso tempo con il webcomics mi ero reso conto di aver lasciato indietro una buona parte di lettori che non si erano mai avvicinati a tacotoon! Più lasciavo indietro loro più mi rendevo conto dell'importanza che aveva per me questa storia e da qui l'esigenza di una sua versione cartacea. Ho riabbracciato la bicromia che la storia aveva nelle prime mie bozze, levigato qualche dialogo, rivisto i disegni e la regia per adattarla alla tavola classica e così nasce questa nuova versione di Betterland!
betterland, all'inizio, sembra quasi una sorta di thriller o di urban fantasy, ma si svela prestissimo - come appunto dicevi tu - uno slice of life che racconta la provincia italiana, quella fatta di precarietà e disorientamento, di "disagio giovanile" come direbbero al tg. poi parliamo anche di questo, ma intanto, come mai hai deciso di usare l'elemento quasi-surreale per parlare di un problema in realtà molto pragmatico e tangibile?
► Non saprei darti una sola risposta vera e propria, vado abbastanza d'istinto su queste cose e tendenzialmente tendo a inserire un piccolo elemento straniante nelle storie che faccio, che spesso hanno una base slice of life! Nel 2019 lo feci con Sfera e l'utilizzo del tema dei superpoteri per parlare di ambizione e solitudine, e alla fine Betterland nasce poco dopo quindi "ero in quel periodo lì". A livello più logico ti dico anche che mi serviva partire settando un po' di mistero e assurdo per preparare il lettorə a quello che si sarebbe trovato davanti negli ultimi i capitoli! E poi tra le varie ispirazioni ce ne sono due che di sicuro hanno guidato alcune scelte più assurde, cioè Donnie Darko e Black Hole di Charles Burns.

quello che a me è sembrato il punto di intersezione tra queste due dimensioni - quella fantastica e quella realistica - è, senza fare spoiler, quel vuoto enorme che solo nora e luna sembrano capaci di vedere. come è nata l'idea di rappresentarlo in questo modo (un buco nel cielo che non tuttə vedono) e che cos'è per te, oltre questa metafora grafica?
► Tanto per citare un'altra storia sulla fine del mondo, in Melancholia la minaccia di una collisione planetaria è tangibile e concreta, io ovviamente non volevo andare verso una strada così concreta, ma l'idea e l'immagine di uno strappo nel cielo rappresentava bene la vita di Nora arrivata a quel punto. Poi come dice Luna qua si parla di "svegliarsi un giorno con un'idea, un'illuminazione da cui è possibile tornare indietro" e una delle cose di cui volevo parlare, se non proprio quella, è quella sensazione di preoccupazione perenne di qualcosa che potrebbe accadere, cosa che spesso viene abbinata al meteo, al cielo. Forse non l'ho mai detto così direttamente ma concettualmente in Betterland non si parla di depressione, ma della paura di poterci cadere. Poi io a Nora le voglio davvero bene, e su tante scelte mi sono affidato al personaggio e su dove voleva andare, anche se neanche io delle volte l'ho capito perfettamente!
parliamo proprio dellə personaggə e di nora in particolare, che è la protagonista della tua storia: la incontriamo in un momento abbastanza complesso, invischiata tra un lavoro frustrante, una relazione sentimentale non ben definita, la scoperta dello strappo nel cielo e l'incontro con luna. insomma, nora è un po' il paradigma di chi oggi c'ha più di 25 anni (e non so mettere un'età di fine a questa cosa, anzi, sono curiosa di sapere se prima o poi finisce), e insieme a lei lo sono lə altrə che si muovono intorno a lei nella storia. la domanda non è tanto da chi hai preso ispirazione per crearli, ma con chi volevi che parlassero? e che feedback hai ricevuto dallə lettorə che li hanno incontratə?
► Allora, io qua non ho mai capito una cosa dello scrivere perché si rischia sempre di finire in frasi fatte del tipo "lo scritto per parlare alle persone come "noi", per sentirci meno soli" ma che suona anche come un freddo "l'ho scritto per un target specifico cercando di rendere nazional popolare questo sentimento" e per me con Betterland non è stata nessuna delle due alla fine! Alla fine non ho scritto così tante "storie lunghe" quindi quando lo faccio lo faccio veramente, prendendo in prestito un altro termine del vocabolario de "le interviste a chi scrive", per esigenza! Esigenza, ma anche istinto, voglia, il sentire di essere sintonizzato con la sana arroganza di riuscire a mettere su carta un sentimento che sentivo di aver abbastanza digerito. Il feedback che sto ricevendo ora con il libro in versione cartacea non saprei descriverlo, ma mi sta dando stante soddisfazioni, complice anche la natura di autoproduzione che quindi prevede tanto confronto con le persone! Torna il discorso di essere connessi con quel tipo di sentimento, penso che sia un libro che arriva o non arriva, ma se arriva è un po' un abbraccione (dopo qualche calcio)
è molto un abbraccione! ♥️ a proposito, secondo me le vere protagoniste di questa storia sono le relazioni, di qualunque tipo. sono l'elemento che muove la narrazione, sono la cosa più importante che, nel bene e nel male, ha nora e probabilmente sono anche la cosa più importante per tuttə noi che ci identifichiamo un po' in nora. però, fuori dalla provincia in cui i rapporti crescono con il tempo, creare relazioni in questa epoca storica non è esattamente la cosa più facile. come si fa a fare comunità, a stringere legami e a cercare di sfangarla insieme? i fumetti - e le storie in generale - secondo te aiutano ancora?
► Non è facile come non lo è dare una risposta a questa domanda, ahaha! Perché è vero, le storie aiutano ancora, ma non possiamo neanche raccontarci la favola di un mondo dove una storia può rivoluzionare da zero una persona, può succedere, certo, ma deve esserci già da prima una breccia, un apertura una piccola. Perché il punto per me è il rimanere "aperti" al mondo come esperienza diretta, chiudersi nella propria visione, nella propria rabbia malriposta e frustrazioni varie non può portare che a una stagnazione di idee e quindi un assenza di cambiamenti, e così mi sa che non la sfanga nessuno, o se lo fa lo fa con una profonda amarezza. Non voglio essere frainteso, non viviamo nel mondo perfetto e leggerisssssimo di Richard Scarry ma in un mondo centomilavolte più tormentato che spesso ti invita a chiuderti in una bolla di negatività, anche la rabbia e la frustrazione possono avere una sfumatura di apertura verso gli altri! Nel bene o nel male, per mia esperienza, non sarei niente senza "gli altri" e devo molto più a loro che a me stesso. 
Ora... è difficile fare il punto di questa risposta, ahahah, quindi spero si sia capito qualcosa!

sì, sì, si è capito! e, anzi, mi ha fatto venire in mente il rapporto "complicato" tra nora e luna, il modo non-perfetto in cui si aprono una all'altra e alla possibilità che hanno di cambiare le cose insieme.
dicevo, le relazioni sono le protagoniste di questa storia e, dall'altra parte, l'antagonista è questo senso di claustrofobia, di mancanza di prospettiva che è molto poco fantasy, anzi, credo sia un tema che accomuna le ultime generazioni, gente che ha anche tanti anni di differenza, come forse non aveva mai fatto prima.
secondo te, quanto questo nostro modo di vivere precario e costantemente in bilico ha influito sul modo in cui nel mondo del fumetto - ma anche della letteratura, del cinema, delle serie tv eccetera - si raccontano le storie oggi? soprattutto, quanto peso ha avuto sulla trasformazione del fumetto dall'essere uno strumento per raccontare storie d'evasione pura al diventare uno dei mezzi più utilizzati per l'introspezione personale e la critica sociale?
► (Intanto concordo sulla fatto che sia una storia di rapporti!) Se ci pensi il mondo graphic novel dieci anni fa era pieno di storie considerate intime, spesso piccoli problemi personali e autobiografici, genere che si presta benissimo al fumetto per una sua possibile natura da "diario segreto"! Ora questo tipo di storie non trovano esattamente un gran terreno se non affrontate in una maniera molto più cruda, diretta e/o quirky ad esempio le storie di Martina Sarritzu su "la fine del mondo" per me sono INCREDIBILI proprio per quello. Per il resto penso che il pubblico sia meno disilluso e voglia semplicemente più (a volte solo apparente) sostanza, "parliamo di quest'argomento secondo il mio punto di vista", creando a volte capolavori a volte esperimenti più timidi, ma quello che io adoro del fumetto è che sembra davvero un metodo di comunicazione dove nessuno ambisce alla perfezione ma al "proviamo a vedere che ne esce"
provando a vedere che ne esce, tu hai tirato fuori una storia bellissima che è tanto politica quanto intima. in betterland si parla tanto di fine del mondo, che è un'idea che si declina in tanti modi e che negli ultimi anni, giustamente, è stata affrontata in tanti modi differenti da tantissimə autorə. cos'è per te - in betterland o anche in generale - la fine del mondo? e come lo salviamo?
► E come ti rispondo qua? Ahahah! Posso provarci ma negli ultimi anni la fine del mondo diciamo che è stato un pensiero abbastanza concreto per tutti! In Betterland non ho inserito riferimenti a situazioni concrete intanto per rendere ancora di più fuori dal tempo un momento di stasi nella vita di Nora in questa bolla di tempo e spazio in cui la storia e avviene. Ma volendo concentrare sulla fine di un mondo interiore, che per le dinamiche della storia equivale all'arrendersi al mondo stesso, volevo anche che il lettore inserisse la fine del mondo che vede nel suo presente nel tempo della storia che sta leggendo. Sul come salvarlo il problema è che non dovrei essere io a dare proposte, ma seguire ciò che ci sembra giusto e farci tante domande magari è un buon inizio, sigh 💔

ok, basta domande difficili, promesso! una cosa facile: in betterland ho notato alcuni riferimenti a 20th century boys, dal simbolo misterioso a forma di occhio che dà il via alla vicenda, ai riferimenti all'imminente fine del mondo. quali sono le opere - a fumetti e non - che ti hanno formato come autore e a cui ti ispiri?
► Ahahah, ok ok questa è più facile! Anche perché in betterland ho usato come guida alcuni tra gli autori che più ho amato come Clowes, Dylan Horrocks, Kevin Huizenga ecc! L'occhio invece, per assurdo per quanto poi abbia amato anni dopo 20th century boys, è un occhio che mi sono tatuato addosso ai tempi dell'accademia, e che da li inserisco quasi in ogni storia! Me lo tatuai proprio come monito per "non smettere di disegnare, il te del passato ti guarda", forse il significato ad oggi è un po' una cringiata, ma l'ispirazione per Betterland era perfetta ahah! Aggiungo anche dead dead demon dededededestruction di Asano come probabile ispirazione del tempo, manga incredibile!
Poi sai, di fumetto leggo tanto e Betterland lo scrissi anni fa ormai quindi non so tornare proprio alle origini, al tempo sicuramente stavo in fissa per tutti i Super amici, Ratigher e Tuono sopra tutti, magari al tempo anche loro mi hanno contaminato con qualcosa! E che queste storie prima di scriverle stanno un sacco macerare dentro, quindi alla fine tutto si mischia, tutto si annulla ahaha.
Ecco, aggiungerei con certezza Le ragazzine stanno perdendo il controllo di Ratigher! Forse è da lì che partito tutta questa storia? Non lo sapremo mai 🧚
ci sono circa tre anni di differenza tra il betterland webtoon e la sua versione cartacea. se l'avessi scritto ora, per la prima volta, pensi che sarebbe stato diverso?
► Penso che probabilmente non sarebbe esistita come storia! Sono passati 10 anni anni (sigh) dalla mia prima pubblicazione e di storie lunghe alla fine ne ho scritte tre, spesso in mezzo ho lavorato a storie brevi o con sceneggiatori, e penso che le storie lunghe mi vengano in periodi specifici dove chissacosa si allinea, le storie rimangono ma l'allineamento astrale non è detto! In passato delle storie hanno perso il treno della tempistica, ma non saprei dire se perché erano storie che non avevo l'esigenza di raccontare o semplicemente capitate in un periodo sbagliato! Ma mi piace questa sorta di casualità, penso sia proprio quello che mi piace di questa cosa "del fare fumetti"!


quali sono i tuoi prossimi progetti?
► Adesso non vedo l'ora che esca il volume con Zeta Galaxy, che il progetto di Riamise, il lungometraggio che sto scrivendo con Julien Cittadino insieme a Ibrido Studio, si sviluppi per vedere dove porterà e nel mentre continui i soliti lavori tra l'insegnamento e altre collaborazioni! Sicuro dopo l'uscita di Betterland cartaceo mi è venuta voglia di scrivere, vedremo quest'estate, ho una storia in mente da un annetto, devo solo aspettare si allinei qualche astro, ma sento che ci siamo :)
terrò d'occhio tanto gli astri - spero si allineino presto! - quando i tuoi canali perché non vedo l'ora di scoprire tutte queste belle novità! grazie mille per il tuo tempo ❤️ a prestissimo
► Super grazie ancora a te!

lunedì 9 marzo 2026

vergini ~ la folle storia della verginità

di fatto, una vergine è una donna senza uomo. e come recitava uno slogan dei primi tempi dell' mlf: «una donna ha bisogno di un uomo come un pesce di una bicicletta»

ormai sono anni che si fanno ricerche e si discute sul fatto che i maschi della gen z siano molto più conservatori e reazionari non soltanto delle loro coetanee femmine ma anche degli uomini delle generazioni precedenti. è una tendenza spaventosa, che va a braccetto con il proliferare di criminali misogini che spargono odio sul web, tra social e podcast, che mira principalmente alle donne e non solo.

è un panorama desolante e preoccupante, che si innesta magnificamente - no, non sto divagando, tutto è strettamente collegato quando parliamo di derive sociali e politica - nella svolta fascistoide che interessa un po' il mondo tutto e che ci sta trascinando verso futuri sempre meno auspicabili.
e poiché tutto è collegato, non possiamo che attenzionare ogni prodotto culturale, a maggior ragione quelli che scelgono di parlare ai target più giovani, che cerca di resistere e di decostruire i peggiori stereotipi che certi aspetti della nostra (in senso globale) cultura si trascina dietro, come - tornando alla misoginia di cui sopra - quelli legati alla verginità, ovviamente intesa come esclusivamente femminile!, argomento tra i preferiti di chi non sa bene nemmeno come è fatta una vulva ma che sentenzia sui diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

vergini - la folle storia della verginità è firmato da élise thiébaut, scrittrice, giornalista, editrice, sceneggiatrice e membro dell'associazione avocats sans frontières france, che da anni dedica il suo lavoro ai diritti delle donne, e disegnato da elléa bird, fumettista di lyon che mette insieme nelle sue opere l'amore per il romanzo gotico e per il crime all'impegno femminista.

il risultato è un mix tra memoir e saggio che passa per i ricordi e le esperienze personali di thiébaut e per le sue ricerche storiche e antropologiche su uno dei temi che più hanno ossessionato l'umanità fin dai tempi più antichi in quasi ogni parte del mondo. quello di verginità, ci ricorda thiébaut, è un concetto estremamente ampio: nell'antica grecia le dee vergini non erano tali perché non avevano rapporti sessuali - anzi! - ma perché erano libere dal matrimonio e dalla maternità; le vestali, sacerdotesse romane consacrate a vesta, godevano di un rispetto e un ruolo politico precluso alle altre donne e a volte prolungavano i voti anche dopo il periodo richiesto dalla dea proprio per mantenere il loro status. vergine per eccellenza è maria, la madre di gesù, che dalle antiche dee che difendevano la propria indipendenza sembra aver ereditato davvero poco ma che pure rimane come riflesso sbiadito di una concezione di femminile più sfaccettato di quello che il cristianesimo ci ha raccontato.


ma la verginità non è, come sappiamo bene, un'idea che si perde tra miti antichi e storie di passati più che remoti. ripensando alla sua adolescenza e giovinezza - e facendoci ripensare all'idea post-sessantottina di libertà sessuale come sinonimo di attività sessuale, preferibilmente promiscua e sfrenata - le autrici ci raccontano l'ansia di affrancarsi da quella verginità che era vissuta come l'àncora alla condizione di eterne bambine inesperte del mondo.

fisicamente parlando, la verginità è testimoniata da una minuscola membrana, l'imene, che stringe (non chiude!) l'orifizio vaginale. l'ossessione (maschile) per questo tessuto ha dettato per secoli un controllo morboso sul corpo delle donne (da parte degli uomini), controllo che si è poi regolamentato con l'istituzione del matrimonio e che corre parallelo al bisogno (maschile, anche questo) di avere la certezza sulla legittimità degli eredi (soprattutto di quelli maschi...).
thiébaut e bird spiegano con didascalica chiarezza cos'è davvero l'imene, come può variare da donna a donna, come può anche non esserci, come può non lacerarsi durante i rapporti sessuali e rimanere intatto fino al momento del parto, smontando idee che sarebbe davvero assurdo pensare di avere ancora oggi e che invece...

ma religione, storia e biologia non sono tutto. questa storia è la folle storia della verginità, ed è folle perché piena di contraddizioni, di regole stabilite come fosse un gioco - un gioco che è costato tanta, troppa sofferenza - di associazioni tra caratteristiche fisiche, comportamenti e valore morale totalmente arbitrarie.
la thiébaut ragazzina e quella adulta parlano insieme senza salire in cattedra a propinarci una lezione, ma viaggiano tra ricordi, aneddoti, credenze, ricerca e cultura pop - da giovanna d'arco a britney spears - per riprendere il controllo del discorso sul corpo femminile e restituirlo alle donne per quello che è davvero - un mucchio confuso di idee fisiologicamente errate e mistificate che serve solo a opprimere - e per iniziare ad affrontarlo con consapevolezza e meritata leggerezza.

vincitore del prix des droits des femmes «coup de cœur» al salon littéraire des deux rives 2024 e del prix bonnes mines du meilleur album 2024 al salon bédécines, vergini - la folle storia della verginità arriva in libreria domani, 10 marzo.

venerdì 9 gennaio 2026

gaza 1956 - note a margine della storia

questo è il racconto delle note a margine prese assistendo allo spettacolo di una guerra dimenticata. nel 1956 la guerra vide l'egitto contrapporsi a una strana alleanza tra gran bretagna, francia e israele; con il contorno di un susseguirsi di incursioni dei guerriglieri palestinesi e delle forze israeliane attraverso i confini di gaza; e le note a mergine... be', come la maggior parte delle note a mergine, finirono in fondo alle pagine della storia, in perenne bilico.
la storia può fare a meno delle note a margine. le note a marine quando va bene sono un'opzione; se va male fanno lo sgambetto alla grande narrazione. di tanto in tanto appaiono edizioni più agili e di facile lettura: la storia di scrolla di dosso in un colpo solo un po' di note a margine. e capite bene perché: la storia è sovraccarica. non può fare a meno di produrre pagine ogni ora, ogni attimo. la storia s'ingozza degli episodi più freschi e deglutisce quanto può ciò che è vecchio.

quante volte abbiamo detto che non è iniziata il 7 ottobre (2023)?
questo libro è stato scritto e disegnato nella prima decade del nuovo millennio e racconta - prova a raccontare - eventi che risalgono a circa mezzo secolo prima. eventi che, inesorabilmente, sono difficili da isolare, da non lasciar sovrapporre ad altri: 1948, 1954, 1967, e poi ieri, un mese fa, questa mattina, poche settimane fa...

gaza 1956 - note a margine della storia è un'opera ibrida, tra graphic journalism e social history, la storia, cioè, che non si concentra ai grandi avvenimenti politici ma che si basa sulle fonti orali e che, quindi, indaga il passato dei popoli, della gente comune, di chi quei grandi avvenimenti li ha quasi sempre subiti. ed è anche, ovviamente, il diario di campo di joe sacco durante il suo soggiorno a gaza e la sua ricerca di informazioni, storie e ricordi.
se andiamo a fare una ricerca su quel periodo, scopriamo che nelle cronache ufficiali gaza viene a malapena nominata. quella che è ricordata come la crisi di suez, fu una guerra lampo che coinvolse francia, gran bretagna e israele contro l'egitto, che si ricorda per lo straordinario accordo di interessi tra stati uniti d'america e unione sovietica e per essere stata, in qualche modo, la fine dell'impero britannico.

joe sacco, però, cerca una storia molto più piccola - almeno in senso geografico - dentro questa storia così ampia, ovvero quella di rafah, la piccola cittadina di gaza (che ormai abbiamo sentito nominare migliaia di volte ma che all'epoca della pubblicazione di questo fumetto non era così conosciuta) e del massacro compiuto dall'esercito israeliano ai danni della popolazione palestinese: 111 morti, secondo le stime ufficiali, che pure parlavano - quando non omettevano del tutto la vicenda - di tragico errore.
sappiamo benissimo, ormai da tanto, il significato nascosto di quelle parole, ma sacco, davanti alla carenza di informazioni nei report ufficiali, decide di trovare la verità di quel giorno nelle parole di chi, ancora, ne conserva la viva memoria.

a gaza incontra uomini e donne di ogni età, parla con loro, chiede di quel giorno del novembre 1956.
il ventaglio di risposte che gli si para davanti è dei più complessi e variegati, e bisogna riconoscergli la bravura e la professionalità di riportare - per quanto lui stesso avvisi che ogni storia è inevitabilmente filtrata non soltanto dagli interpreti sul campo, ma anche dal suo lavoro - questo risultato così intricato e mai perfettamente coerente.

raccogliere informazioni sul campo però è difficile, perché è difficile per lə suə testimoni mantenere salda la memoria su un giorno preciso, su un massacro preciso quando ogni giorno porta violenza e uccisioni, quando ogni persona ha visto morire qualcunə della propria famiglia o lə propriə vicinə di casa o lə amicə, quando è scampata lei stessa più volte alla morte, a volte solo per un soffio.
sacco racconta l'impossibilità di ricordare esattamente cosa testimonia ogni cicatrice che si ha sul corpo: questa ferita risale al 1956? o al 1967? o a un altro giorno ancora, uno dei tanti in cui lə palestinesə vengono assassinatə e le loro case rase al suolo?
massacro dopo massacro, distruzione dopo distruzione, morte dopo morte: nei racconti, così come nell'oggettiva realtà dei fatti, non c'è soluzione di continuità e non c'è - anche quando si cerca, anche quando si desidera a ogni costo trovarla - alternativa alla resistenza.

poco alla volta, mettendo a confronto le testimonianze e cercando le sovrapposizioni nei resoconti, sacco riesce a mettere in qualche modo a fuoco il dodici novembre 1956: una violenza immotivata e brutale, ricordi che traboccano di incredulità, di sopportazione e di paura, una violenza che si innesta a quella del presente spesso causando la rabbia dei ragazzi più giovani: perché non parli di oggi? perché pensi a ieri?


ma l'oggi c'è, ed è impossibile da ignorare. sacco è davanti alle ruspe che distruggono le case, per strada accanto al passaggio di un funerale dell'ennesimo ragazzino colpevole di aver tirato una pietra, presente quando rachel corrie viene assassinata atrocemente dall'iof. l'autore non spreca tempo e spazio in didascalie, non aggiunge riflessioni personali e meno che mai giudizi, ma il suo sentire è tanto chiaro quanto lo è una verità innegabile, e cioè che non può esserci alcuna riflessione sul presente né reportage che non tenga conto di più un'occupazione assassina che dura ormai da quasi settant'anni, e che nessun atto di violenza che può essere raccontato dallə cronistə (palestinesə e non) può prescindere dalla conoscenza di tutto ciò che è stato.
la storia della palestina è, prima ancora della storia dei suoi capi, delle date e degli eventi mediaticamente più risonanti, la storia vissuta sulla pelle del popolo palestinese.
e questo popolo è ritratto con un rispettoso realismo tanto nella sua miseria quotidiana, quanto nella forza titanica del suo resistere.

i sottintesi di sacco sono tantissimi, e forse quello che mi ha colpita di più è l'ossessione dellə palestinesə per il conflitto con israele, probabilmente la cosa più facilmente fraintendibile di tutto il libro. c'è una domanda, nascosta tra le righe di una narrazione che non si concede mai un attimo di riposo: cosa resta alla gente se ogni giorno, ogni ora, ogni momento della sua vita è una lotta per la sopravvivenza? il primo crimine tra i tanti imperdonabili commessi da israele è la spoliazione delle aspirazioni, dei sogni, delle speranze e dei progetti di un intero popolo.

gaza 1956 è un'opera che restituisce alla verità un episodio - uno dei tanti - che sarebbe stato, altrimenti, perduto nell'oblio e sotterrato dalle bugie della propaganda. un libro importantissimo per capire un po' di più anche l'abominevole genocidio ancora in corso.

venerdì 26 dicembre 2025

l'isolo

che poi le chiamano isole, ma sono solo montagne che provano a difendersi, mettendo un oceano tra noi e loro.


john donne diceva che nessun uomo è un'isola, maicol & mirco dice che l'isolo vive solo, circondato dal mare. proprio come tutti noi, che poi sono due modi di dire la stessa cosa, cioè che noi esseri umani (anche le donne, con buona pace di john) abbiamo un rapporto strano con la solitudine: la temiamo e la desideriamo e, più spesso di quanto non sappiamo, fatichiamo a riconoscerla e ne fraintendiamo il significato.

quella dell'isolo è un'ultima storia che valga la pena raccontare prima di dimenticare per sempre l'orribile esperimento umano di una terra ormai libera dal suo peggiore parassita, la storia di un uomo buono perché solo (una delle cose che più riconosco a maicol & mirco è la sua capacità di infilare interi trattati in pochissime parole).

un uomo solo su un'isola minuscola. chiunque abbia sfogliato la settimana enigmistica l'ha visto tante volte, è il personaggio di una barzelletta, una roba da nulla, che fa ridere un momento e poi si lascia dimenticare, seppellire tra gli altri miliardi di pensieri di un giorno qualunque. eppure, dice l'autore, se a quell'uomo solo sulla sua isola dedicassimo non una sola vignetta ma un libro intero, la sua storia sarebbe epica e tragica. proprio come questo libro qui.

l'isolo disprezza l'umanità - umanità intesa come tutto il resto degli esseri umani, certo, ma anche nel senso di natura umana, quella dellə altrə tanto quanto la sua - in modo così profondo da decidere di abbandonarla, confinandosi in un esilio volontario su un'isola che è poco più di uno scoglio. qui, all'ombra di una palma e in compagnia di una lucertolina la cui coda costituisce la sua unica fonte di sostentamento, isolo gode della vita come pura esistenza, contemplando il mare e le meraviglie che cela sotto la sua superficie - la televisione di dio - riparandosi all'ombra dell'unica palma, mangiando (coda di lucertola) e dormendo. per quanto, però, cerchi di allontanarsi dall'umanità e a rifuggirne la cultura, l'isolo non riesce a fare a meno di filosofare sulla sua vita e sui motivi che lo spingono a viverla. il suo stare al mondo non è esistenza inconsapevole né pura sopravvivenza, anzi, il suo rifiuto della cultura - dominante - umana ne è solo un'altra faccia.

l'isolo fugge dal mondo e non vuole essere umano ma è umano tanto quanto tuttə noi, che sogniamo di sparire per scoprire chi verrebbe a cercarci, che immaginiamo la nostra solitudine per indovinare il vuoto che lasceremmo nella vita dellə altrə, che non leggiamo le lettere che riceviamo per mantenerci il cuore integro. ma se pure l'isolamento sembra l'unica soluzione possibile, è quando questo inizia a incrinarsi che il nostro bisogno di relazioni - senza scomodare aristotele - si svela per quello che è, ovvero inevitabilmente parte del nostro essere. l'altro-da-noi non è solo rumore di sottofondo o, peggio, nemesi da sconfiggere o da cui fuggire: è essenza fondamentale del nostro stare al mondo, è - letteralmente o no - parte di noi, della nostra storia e del nostro futuro. e il mondo interiore dell'altro da noi è lo spazio dove risuona la poesia e la meraviglia, ed è il cambio di prospettiva che ci permette di scoprire ancora e ancora e ancora quello che pensavamo di conoscere.

è senza tutto questo che siamo solə, che sia su uno scoglio sperduto nel mare o nella più affollata delle piazze. è questa solitudine dell'anima, assoluta e irrimediabile, quest'odissea senza navi né terre a cui approdare, questo nόstos rovesciato e infine mancato, che trasforma una barzelletta nel più toccante dramma umano, narrato da chi non sa essere solo nemmeno nel nome.

lunedì 8 dicembre 2025

il segreto delle caramelle al pompelmo

come potrei essere arrabbiata con chikako e mayumi perché mi nascondono qualcosa? ci sono cose che neanch'io sono mai riuscita a dire.

sicuramente, avete visto almeno una volta i konpeitō, le tipiche caramelline giapponesi coloratissime con quella strana forma bitorzoluta che ricorda un po' delle stelline. per intenderci, sono quelle che fanno impazzire i nerini del buio de la città incantata.

i nerini del buio alle prese con una pioggia di konpeito


in realtà, come suggerisce il nome, questo tipo di caramelle non sono originarie del giappone, ma arrivano nel paese del sol levante tra il XV e il XVI secolo dal portogallo (dove si chiamano confeito) insieme ai missionari.
per preparare i konpeitō ci vogliono dai sette ai dieci giorni: l'acqua zuccherata - ed eventualmente aromatizzata - viene lavorata dentro la dora, una vasca roteante, ed è il processo stesso di cottura a creare le protuberanze che caratterizzano queste caramelle.

perché parlare dei konpeitō? perché il segreto delle caramelle al pompelmo gira proprio intorno a una pasticceria, la itō kompeitō - che ha fatto della produzione di questi zuccherini la sua specialità - e intorno alla famiglia che la gestisce, la cui storia ha un sapore a metà tra il dolce e l'aspro, proprio come una caramella al pompelmo.

siamo nel giappone di oggi, in un piccolo villaggio affacciato sul mare. è estate, c'è una luce calda e felice che avvolge ogni cosa, che fa brillare il mare e accende il verde degli alberi, ma l'atmosfera di itō kompeitō è molto meno dolce e allegra di quanto ci si aspetterebbe.

da quasi un anno, infatti, l'appartamento sopra al negozio di caramelle è abitato soltanto dalla vecchia chikako, oltre che da shiro, il gatto bianco di famiglia. l'estate precedente l'unica figlia di mayumi è andata via da casa senza dire nulla, poco dopo la morte di yasuo, suo padre, lasciando sua mamma a chiedersi il perché di questo allontanamento inspiegabile, per di più in un momento così delicato.


a distanza di un anno, però, la vita di chikako si anima inaspettatamente: la nipote suzu, che aveva vissuto per parecchio tempo nella loro casa da ragazzina, è tornata insieme ai due figli, con un matrimonio distrutto alle spalle e tanti brutti ricordi da cancellare, e poco dopo anche mayumi si ripresenta senza alcun preavviso...

la storia dell'ultimo anno di questa famiglia viene presentata attraverso le diverse prospettive dellə personaggə, in un continuo svelarsi di segreti, paure, speranze e delusioni. il segreto delle caramelle al pompelmo mette in scena i piccoli e grandi drammi comuni a così tante persone, e l'esperienza, così facile da vivere, del non riuscire a raccontarsi completamente neppure alle persone che più amiamo per colpa di quella stupida idea che mentire è meglio che ferire le persone a cui vogliamo bene condividendo con loro un pezzettino del nostro dolore.
l'unico testimone, il più silenzioso e riservato possibile, è proprio shiro, il gatto bianco, sempre presente nei momenti più difficili, quasi fosse una sorta di spirito guardiano... o, come immagina il piccolo rin, un supereroe che difende la sua famiglia.

camille monceaux tratta temi piuttosto importanti e "pesanti" con estrema delicatezza e senza sensazionalismi, che spaziano dalla violenza domestica all'autolesionismo, dall'accettazione della propria sessualità e dei propri sentimenti al lutto, mentre i disegni di virginie blancher - che, devo ammettere, inizialmente mi avevano un po' respinta ma a cui mi sono abituata durante la lettura, fino al punto da non riuscire a immaginare un altro stile così tanto adatto a questo tipo di storia - alleggeriscono i toni, regalando a una storia drammatica e "adulta" un'atmosfera più leggera, che anticipa il lieto fine che - fidatevi - a un certo punto arriva.

il segreto delle caramelle al pompelmo è una lettura-coccola, ma anche un interessante commistione di oriente e occidente: le atmosfere sono quelle che abbiamo imparato a conoscere dai manga e dagli anime, eppure i toni della narrazione e lo stile dei disegni lo avvicinano moltissimo a quelle opere più tipicamente europee, capaci di parlare a target di pubblico forse più ampi di quelli delle riviste nipponiche.

lunedì 1 dicembre 2025

gomìtolo 1 ~ novembre 2025


gomìtolo nasce da un insieme di ragioni che, nomen omen, si ingarbugliano tra loro fino a formare un unico malloppo di cose che, così come sono adesso, aggiungono alle mie giornate una punta d'amaro affatto necessaria.

la prima è che a me l'internet di adesso non piace. non mi piacciono i social e più passa il tempo e meno mi piacciono. ormai uso solo instagram e qui non vedo quasi mai quello che voglio vedere, solo un mucchio di pubblicità, video scicquacervello e inutilità varie. il proliferare di spazzatura fatta con l'ai ha peggiorato tutto ulteriormente, e mi passa la voglia di condividere cose su questa che però vorrei condividere. inoltre, so benissimo che quello che fotografo e scrivo viene penalizzato da un algoritmo che predilige contenuti che - in un modo o nell'altro - monetizzano, quindi ogni volta so che sto parlando contro un muro. un muro peraltro molto brutto.

la seconda è che ho poco tempo libero e quel poco lo passo più a leggere/guardare cose che a scrivere (anche perché scrivo già per lavoro, quando stacco vorrei staccare davvero) e così mi ritrovo con un sacco di libri e fumetti (e altre cose) di cui vorrei parlare, ma poche energie per fare delle recensioni soddisfacenti. accumulo pile di volumi che lo-lascio-qui-così-mi-ricordo-di-scriverne e post-it di promemoria attaccati allo specchio, e insieme crescono vaghi sensi di colpa perché non riesco a tenere il passo neppure con me stessa.

la terza ragione è che quando avevo sperimentato la newsletter mi era piaciuta l'idea di raccogliere le cose di un intero mese in un post, però anche substack non riesco a mandarlo giù, mi fa sentire in gabbia e in dovere di dimostrare qualcosa tanto quanto - se non di più di - instagram. avevo iniziato - ormai quasi vent'anni fa - a scrivere di quello che leggevo perché mi piaceva farlo e mi piaceva poi raggiungere qualcunə con cui parlarne.
adesso è tutto un ma quanti mi seguono? quanti like? quanti hanno cliccato il link nella storia? e quanti si sono iscritti? e quanti hanno ricondiviso? numeri su numeri, che diventano ancora più squallidi se inseriti in un certo tipo di dinamiche proprie dei social per cui ci si rimpallano i contenuti sempre e solo tra le solite persone "amiche" che lo fanno per un'"amicizia" che spesso e volentieri si traduce in un do ut des volto a far aumentare i (propri) numeri di cui sopra.
dinamiche di cui sono stufa marcia.

e siccome si torna sempre dove si è stati bene, "tornare" su claccalegge mi è sembrata l'idea migliore. ritagliarmi qui, in questo posto solo mio senza algoritmi e stronzate varie, un post al mese dove cianciare di tutto quello che non trova spazio nei post più classici di questo blog, che ovviamente continueranno a esserci.

quindi gomìtolo sarà l'erede di commenti randomici a letture randomiche, ma con dentro qualcosa di più. non so nemmeno io bene cosa. e andrà online più o meno una volta al mese, ma senza scocciare nessunə via mail, senza chiedere like, condivisioni eccetera.
i commenti, invece, quelli qui sul blog alla vecchia maniera, mi fanno sempre molto piacere. quindi se vi va...

ammetto di non essermi arresa, di sognare che spazi così siano, e saranno, l'ultimo baluardo dell'internet come spazio di condivisione - quella vera - e scoperta lontano dalla melma social e dall'infimo livello dei contenuti generati con l'intelligenza artificiale.
se succederà, io sarò pronta. altrimenti, questo rimarrà un piccolo, minuscolo frammento di resistenza a tutto quello che sta avvelenando sempre di più uno strumento che avrebbe potuto aprire la strada all'utopia e invece è diventato la discarica del peggio dell'espressione umana.

e quindi, iniziamo a sgomitolare un po' di cose di questo novembre grigio, freddo e sfiancante.

ah, non ve l'ho detto ancora: gomìtolo si fa con le foto.
perché è vero che non mi piace instagram, ma è anche vero che mi piace un sacco fare le fotografie.
i due uccellini quasi-uguali-ma-non-troppo sono una fortunata coincidenza per questo libro.

parliamo di libri ~ tra le ultime letture notevoli (che in realtà risale a ottobre ma visto che questa rubrica nasce oggi, va bene ripescare un po' più indietro nel tempo) c'è sicuramente lizzie della cara shirley jackson (e mi sono appena resa conto, con orrore, che qui sul blog non ho mai scritto niente sui suoi libri! argh!).
credo che, insieme a ubik, sia stato il libro più divertente che abbia letto quest'anno. in lizzie shirley jackson più che raccontare una storia, ci invita a prendere posto davanti a un palcoscenico: qui un'anima si infila in un prisma e, tra mal di testa e insonnia, si scompone e diventa una serie di personnagge che si contendono il corpo, il ruolo, lo status e persino le amicizie della povera, originaria, elisabeth.
non credo che esista un romanzo in cui il sono in lotta con me stessə sia mai stato espresso meglio.
e poi, shirley jackson scrive da dio.

la cosa più bella dei minilibri è che te li puoi portare in giro facilmente

ho finalmente trovato il coraggio di iniziare a leggere sempre la valle di nostra signora ursula k. le guin, libro che mi spaventa non tanto per la sua mole ma per il contenuto. ne parlerò più avanti, quando l'avrò finito, ma intanto vi dico qualcosa di questi due minilibri qui.
la mole di sempre la valle non mi spaventa ma sicuro non lo rende agevole da portarsi in giro e da leggere in autobus, e siccome non mi piegherò mai agli ebook, che aborro e continuerò ad aborrire per sempre, ho deciso di alternare la lettura con qualcosa di più maneggevole.

così, in questi giorni ho letto questi due minilibri che aspettavano da millenni sul mio scaffale.
il castello di crowley di elisabeth gaskell mi è piaciuto da matti. l'autrice racconta la storia della famiglia crowley così - ci dice - come le è stata raccontata proprio dal custode di quel castello ormai in rovina, sperduto nelle campagne del sussex. la storia è quella del vecchio crowley, della sua bellissima e svenuturata figlia theresa e della sua nutrice victorine, di origini francesi come la compianta lady crowley. victorine, che ha badato a theresa fin dai suoi primi giorni, ha per la sua diletta un amore che sfocia nell'ossessione, e non c'è un suo solo desiderio che la vecchia nutrice non è disposta a esaudire. espresso o meno che sia. ed è questo amore malato il motore di tutta la vicenda, il perno attorno cui ruota una spirale destinata a sprofondare nei più oscuri recessi dell'animo umano e a trascinare con sé ogni dono del destino.

il rifugio di grazia deledda, invece, ha avuto in sorte la peggior cura possibile dall'editore che l'ha pubblicato. semplicemente: non c'entra quasi nulla con quello che potete leggere sulla quarta di copertina (e, in realtà, è anche più bello e più profondo di come l'hanno presentato).
è, invece, un racconto tutto incentrato sulla dicotomia inconciliabile tra l'amore egoistico, che punta al soddisfacimento di ogni proprio desiderio, e l'amore romantico, che se pure non sempre conduce a una vita felice, appaga quantomeno il bisogno umano di amare ed essere amatə davvero, fosse anche solo per un giorno.
tornando alla sinossi dell'editore, la prima cosa che ho pensato è che abbiano cercato di presentare questo racconto come qualcosa di più leggero e catchy, più vendibile insomma. ed è triste che ogni cosa, anche quella che non è necessariamente pensata per finire sul booktok (fenomeno di cui riconosco i pregi, tra i quali quello innegabile di aver fatto scoprire i libri a un sacco di ragazzə, ma anche i difetti, e cioè l'aver contribuito a un appiattimento brutale dell'offerta editoriale negli ultimi anni) debba essere banalizzata solo per poter acchiappare qualche lettorə distrattə in più.
almeno chi li fa, i libri, dovrebbe trattarli con un po' più di rispetto.

prima o poi doveva succedere - in foto solo dal volume 14 in poi perché i primi tredici al momento stanno giù a palermo
(e probabilmente ci resteranno, per ovvi motivi di spazio)

cambiando genere di letture, in queste settimane ho iniziato il recuperone di one piece. non averlo mai letto (e non aver mai visto l'anime) era una lacuna gigantesca e vergognosa nella mia seppur mediocre cultura fumettistica, ma soprattutto ammetto che ad accendere la scintilla del desiderio di leggerlo è stato vedere sventolare la bandiera con il jolly roger di monkey d. rufy in diverse manifestazioni.
non essendo una grandissima amante delle storie d'avventura e di viaggio, non avevo mai pensato che mi sarei interessata a one piece, ma allo stesso tempo ho un debole per i pirati e per quello che hanno sempre significato: la guerra dichiarata ai poteri costituiti, allo status quo, all'oppressione dei più forti sui più deboli, alle prepotenze mascherate da leggi.
e più leggevo che moltissimə fan del manga dichiaravano di apprezzarlo proprio perché incarna questi principi, più mi convincevo che dovevo recuperarlo.

pirati che ci ricordano che non esistono poteri buoni

ovviamente, parlare della storia non avrebbe senso - soprattutto adesso che sono indietro di svariati lustri rispetto a chi la segue fin dal principio - ma volevo dire due cose: la prima è che one piece è un manga divertentissimo e scritto davvero bene, uno di quelli che ha dei personaggi di cui ti innamori alla prima vignetta e un ritmo che ti cattura e ti tiene incollatə alle pagine volumetto dopo volumetto (infatti ne ho circa altri venti da leggere oltre questi qui in foto, bisogna tenere una buona scorta in casa).
e la seconda è che davvero c'è tanta bella roba dentro: non soltanto l'accettazione entusiastica dellə diversə e dellə emarginatə, ma soprattutto c'è l'idea che si possa lottare con ogni mezzo per i propri sogni e i proprio ideali contro l'autorità, l'ingiustizia, la corruzione, la prepotenza, il potere in ogni sua declinazione.

fino ad adesso mi hai convinta, caro eiichiro oda. non vedo l'ora di andare avanti.

un po' di ultime letture e i miei pupazzi bellissimi

non parlo quasi mai delle serie che seguo, però in questo spazio c'è modo di rimediare. qui, in realtà, c'è anche un primo numero, the fragrant flower blooms with dignity (che è un titolo un po' di merda, diciamolo), e comincio proprio da questo qui. mi sono sciroppata tutta la prima stagione dell'anime con un entusiasmo che si è andato sempre più afflosciando man mano che andavo avanti. mi sono detta che era colpa dei ritmi propri di una trasposizione animata - francamente lentissima - e che però la storia di fondo meritava una seconda possibilità. the fragrant flower blooms with dignity inizia un po' come una versione più tenerina di toradora (mammamia quanto mi piace toradora!), lui, rintaro, è praticamente uguale a ryuji, stessa aria da cattivone e stesso cuore d'oro. lei, kaoruku, è una taiga bruna a cui manca tutto quello che rende taiga adorabile, ma resta comunque carina. bonus: si piacciono da subito e non cercano di nasconderlo troppo. almeno, ci siamo evitatə tutta l'odiosa manfrina del non posso accettare i miei sentimenti nemmeno davanti a me stessə. mi era piaciuta moltissimo anche l'attenzione allə personaggə secondariə, non fosse per subaru e il suo mega trauma, in realtà del tutto inconsistente, buono solo a dimostrarsi odiosa per buona parte della prima stagione dell'anime.
insomma, pregi e difetti che, nel momento in cui ci si libera dall'obbligo di dover seguire i tempi insopportabilmente lunghi dell'anime, si tengono abbastanza in equilibrio da voler dare una possibilità al manga. vedremo come va avanti.

pensavo che non avrei mai visto il numero 9 di hirayasumi e invece, eccolo qui. non so perché, ero convinta che la serie fosse in hiatus... hirayasumi è uno di quei manga in cui grossomodo non succede nulla, ma la quotidianità dellə personaggə è raccontata così bene che ti fa pensare a quante cose memorabili ci accadano continuamente senza che ce ne rendiamo conto. e a me, che sotto sotto sono un cuoricino di burro, questo genere di storie mi emoziona.
a volte penso che gli slice of life siano il tipo di storie perfette per chi vuole scappare dalla solitudine, perché aprono a un mondo in cui ci si può immergere completamente, un mondo fatto di vite semplici e tremendamente vere. forse è un po' triste o forse è soltanto straordinariamente bello. decidete voi.

natsume degli spiriti è ormai incagliato da secoli lontano dalla sua trama verticale, quella legata al libro dei nomi, alla nonna reiko, al rapporto tra natsume e madara/nyanko-sensei, e continua a riavvolgersi su sé stesso in una sfilza di episodi sempre molto carini e sempre molto dimenticabili, tra mille personaggə che continuano a recitare il loro ruolo ma che non approfondiamo mai davvero. in ogni caso, nonostante io sia perfettamente consapevole di tutti i suoi difetti, resta una delle mie serie preferite, soprattutto negli episodi che mettono in scena il difficile rapporto che si viene a creare tra yokai e esseri umani, creature diverse nel profondo, che vivono in due mondi paralleli che solo in alcuni punti si sfiorano e che, comunque, riescono a creare dei legami così profondi da essere struggenti - per chi li vive e per chi li legge.
da un certo punto di vista, spero che la sua serializzazione continui ancora a lungo, da un altro vorrei proprio che yuki midorikawa la smettesse di divagare e tornasse a focalizzarsi su quello che era il nucleo principale della storia.

scattino in alto per kaiju girl caramelise che con questo ottavo volume, invece, riesce a portare avanti la storia in un modo che, all'inizio, non mi sarei mai aspettata. spica aoki è riuscita a presentarci una storia in cui una ragazza molto carina si trasformava in un grosso lucertolone in stile gozilla quando non riusciva a tenere a bada le emozioni, ed è finita per mettere in scena una storia fantasy fatta di isole sconosciute e creature sovrumane accanto a dellə personaggə che scardinano completamente quella rigida gerarchia di sentimenti a cui lo shoujo manga ci aveva abituatə - amore romantico uber alles!
il tono leggero e lə personaggə a volte un po' assurdə - un circo di non conformità assolutamente meraviglioso! - non riescono a smorzare la sensazione di vedere cuoricini rosa luminosi tra le pagine e a me tutto questo piace da impazzire. e mi piace anche non riuscire assolutamente a immaginare cosa succederà nei prossimi capitoli.

si torna sempre dove si è stati bene (cioè nei libri di turconi&radice)

per lucca c&g è uscito ávila, il nuovo fumetto della coppia di autorə del mio cuore, teresa radice e stefano turconi, e ho avuto modo di recuperarlo a una presentazione qui a bologna (a cui sono arrivata tardissimo - grazie per questi cantieri o v u n q u e che trasformano un tempo di percorrenza di 15 minuti in un viaggio di un'ora e mezza, è bellissimo, soprattutto la mattina per andare a lavoro) e di farmelo anche dedicare (segue foto).
ávila è un po' una classica storia di stregoneria: donne troppo colte, intelligenti e meravigliose per essere sopportate dagli uomini (soprattutto quelli di chiesa, strana coincidenza che torna spesso in racconti anche diversi) che si ritrovano a lottare tutta la vita semplicemente per poter essere sé stesse e per stare accanto a chi amano. separata da piccolissima da sua madre, ávila passa tutta l'adolescenza a cercarla, in compagnia di un personaggio decisamente bizzarro che è (quasi) sempre con lei.
viaggi, incontri, coincidenze, racconti nel racconto, il meglio e il peggio di quello che gli esseri umani possono essere e, per non farci mancare nulla, anche qualche meraviglioso riferimento visivo a opere d'arte dello stesso periodo storico (alzi la mano chi, a un certo punto, ha urlato "la lattaia!").

come ho detto, io ho un debole per turconi&radice (sul blog trovate degli articoli su viola giramondo, il porto proibito, orlando curioso vol. 1 e 2, non stancarti di andare, pippo reporter, tosca dei boschi, la terra, il cielo, i corvi, le ragazze del pillar vol. 1 e 2) e per il modo in cui raccontano e disegnano le loro storie, per lə personaggə che creano - che hanno sempre un po' quel retrogusto "disney" che non saprei definire in altro modo. sono storie che mi danno emozioni simili a quelle che si provano a guardare le foglie illuminate dal sole, per intenderci.
unica cosa che mi ha un po' fatto storcere il naso con ávila è stato il finale (spoiler - se volete leggere tocca evidenziare il testo - ma perché le mamme più buone e belle e dolci e affettuose devono morire? e perché devono farlo proprio quando riescono a trovare la felicità e a tornare con chi amano? va bene l'influsso disney, però a volte anche meno, un lieto fine totale qui sarebbe stato perfetto)

mi emoziona sempre un sacco guardare la gente - brava - che disegna e che con qualche movimento di penna, così preciso e sicuro, riesce a
far nascere dal nulla una cosa così bella (sì, ovvio che è anche invidia)

tra le ultime letture, poi, c'è stato l'ultimo numero di fangirl. non mi voglio dilungare troppo perché il finale mi è piaciuto ma avrei voluto che fosse un po' meno aperto, che andasse un pelino più avanti. perché immagino che poi tutto vada per il meglio, però oltre che immaginarlo, avrei voluto leggerlo. adesso mi tocca assolutamente leggere il libro, che mi aspetta pazientemente da quando ho letto il primo volume dell'adattamento a fumetti...


sono riuscita finalmente a recuperare paperino e la regina fuori tempo, una raccolta con le storie più recenti - scritte da bruno enna e disegnate da giada perissinotto - dedicate a paperino e reginella, credo l'unica ship per me davvero importante, che mi porto dentro da sempre (sì, mi spiace, a me paperina sta antipatica, ho sempre fatto il tifo per la sovrana di pacificus). in questa storia paperino e reginella sembrano incontrarsi per l'ultima volta - oddio, spero di no! - e tagliare definitivamente il legame che lega l'uno all'altra, sopravvissuto ad avventure, viaggi nello spazio e nel tempo e a ogni sorta di condizionamento psichico e cancellazione della memoria.
i disegni di giada perissimotto sono meravigliosi e reginella rivisitata in questo stile a metà strada tra disney e manga è, se possibile, ancora più adorabile del solito. l'unica critica è che si parla del legame tra lei e paperino come di "amicizia" e "affetto", quando è chiaro pure alle pietre che la loro è la storia d'amore più bella e drammatica di tutte quelle mai apparse su topolino e altre testate affini.
odierò sempre e per sempre la politica del per carità di dio, non turbiamo lə bambinə con la storia di unə personaggiə che si innamora di qualcunə che non è lə suə fidanzatə di sempre.
sigh. .

ho bisogno di un poster con questa illustrazione, è troppo bella ♥

e, per chiudere con i fumetti, vi segnalo l'intervista a štěpánka jislová che ho fatto per gli audaci. vi consiglio di leggerla perché stretta al cuore è un fumetto davvero bellissimo e profondo. mentre lo leggevo, mi sono ritrovata così tante volte in tante frasi che mi è venuto voglia di abbracciarlo. o lanciarlo contro un muro e poi raccoglierlo a abbracciarlo.


intanto, continuo il mio rewatch - che va un po' a rilento perché il tempo libero è sempre meno di quello che vorrei - di my little pony ~ friendship is magic. sono arrivata all'inizio della terza stagione e lo amo esattamente tanto quanto l'ho amato la prima volta che l'ho visto.
in realtà non sono mai riuscita ad arrivare alla fine, mi sono fermata (non ricordo neppure perché) da qualche parte durante la sesta stagione.

e sto continuando a guardare la seconda stagione di fionna and cake, che adoro al punto tale che ho messo la sigla come suoneria del telefono (se mi chiamate e non rispondo subito è perché mi piace troppo per interromperla per rispondere). e mi piace un sacco anche non poter bingewatcharla, che si traduce in un non dover bingewatcharla. come siamo riusciti a iniziare a pensare persino il guardare le serie tv come qualcosa che deve essere performativo?

l'inizio di uno dei momenti più felici della settimana

altre due cose, forse molto banali, ma ci tenevo a scriverle, perché per quanto piccolo sia lo spazio a cui affidiamo le nostre parole, e per quanto piccolə sia chi le scrive, è importante evitare che quello che pensiamo venga fagocitato da una realtà sempre più incattivita e distopica (e penso anche che sia meglio scriverlo dove gli algoritmi e le censure dei social possano fare poco).

l'8 ottobre scorso israele ha accettato formalmente la richiesta di cessate il fuoco ma da allora a oggi ha attaccato quasi 500 volte, tra bombardamenti, droni e cecchini (a gaza, ma anche in cisgiordania e in libano), ha ucciso più di trecento persone - tra cui, come sempre, moltissimə bambinə - ma è riuscito nel suo intento di silenziare ancora di più il genocidio in atto ormai da più di due anni. i conteggi peggiori - e probabilmente più verosimili - parlano di centinaia di migliaia di morti, mentre migliaia di persone sono scomparse, anche perché intere famiglie sono state letteralmente cancellate e non resta neppure a denunciare le uccisioni.
e allora, almeno questo no. se non possiamo fare altro, almeno scriviamo ovunque quello che sta succedendo. non restiamo in silenzio mentre ci chiedono di far finta di nulla, mentre anzi costringono una città a vivere una giornata di assedio militare - come è successo qui a bologna per una partita di basket (!) - per compiacere questi assassini maledetti, mentre fanno di tutto perché i loro uffici stampa facciano girare notizie inutili solo per distrarci.
non distraiamoci. non giriamoci dall'altra parte.

foto di qualche manifestazione fa

la seconda cosa è che il 25 novembre è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, tutto un fiorire di scarpe e sciarpe e altra roba rossa, e bei (spesso anche bruttissimi) discorsi. sappiamo come il governo sta gestendo questo problema epocale - cioè, non sta gestendo niente, perché ai fascisti la violenza piace troppo per poterla arginare - ma volevo concentrarmi su una cosa: le donne disabili non esistono nemmeno simbolicamente in queste iniziative. tacchi alti (rossi) e scale (rosse) raccontano solo un tipo di corpo, mentre tutti gli altri vengono ancora una volta cancellati, rimossi, invisibilizzati. eppure, le donne disabili sono più esposte al rischio di violenza - e sono più spesso vittime di violenza nei fatti. sono meno libere di denunciare e meno credute quando lo fanno.
non facciamoci insegnare dagli spazi istituzionali come dobbiamo raccontare le lotte perché a loro non importa nulla. lasciamo in pace quella povera vernice scarlatta e iniziamo a sensibilizzare davvero sulla violenza che tutte (questa volta sì, ha senso scriverlo) le donne subiscono.

olivia e ruffola insieme

e per chiudere con un tono un po' meno cupo, vi lascio una foto arrivata da casa per immortalare un momento agognato da più di due anni: i miei amori finalmente una accanto all'altra! ♥ ♥ ♥ è una fotografia così bella che non potevo non pubblicarla anche qui!

è venuto fuori un papiro ma non mi sento di dovermi scusare, anzi. novembre è sempre un mese infinito, quest'anno mi è sembrato ancora più lungo e pesante (e, ancora, non riesco ad abituarmi all'inverno qui a bologna. il freddo mi uccide e, dopo un po', non vedere il mare neppure per un momento né da lontano, fa mancare l'aria). e quindi avevo bisogno di mettere giù da qualche parte almeno le cose più belle (e quelle più importanti, almeno un po').

se siete arrivatə fino a qui - anche saltellando da un paragrafo all'altro - grazie! avete passato del tempo su internet e non su una piattaforma social, l'universo è un po' migliore anche per merito vostro (e io sono molto felice). se vogliamo alzare ancora un po' di più l'asticella, lasciatemi un commento qui sotto, anche solo una domanda, un consiglio, un "ciao clacca!", un cuoricino, quello che vi pare.
tiriamoci fuori tuttə dalla prigione social, ricominciamo a chiacchierare delle cose che ci piacciono - e se non possiamo farlo insieme davanti a un tè, facciamolo fuori dal peggio dell'online.

ciao, ci si rilegge alla prossima recensione e al prossimo gomìtolo!