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martedì 21 aprile 2026

sangue madre

ogni mio pensiero era rivolto soltanto a lei. pensavo a lei con angoscia, affetto e nostalgia.

alcuni confini sono labili, più di quanto non siamo dispostə ad ammettere ad alta voce. dopotutto, per quanto ogni società abbia collezionato nel corso della sua storia un'infinità di pagine in materia di giurisprudenza per definire il concetto di crimine e trovare la relativa soluzione, rimane nell'immaginario collettivo la figura del vendicatore (o della vendicatrice): affascinante nella sua ambiguità morale, contraria a ogni legge eppure eroica nella sua capacità di riparare ai torti subiti come nessuna (si spera) istituzione democratica sarebbe capace di fare. una figura che facilmente rinuncia alla sua umanità, anche in senso letterale, per trasformarsi in creatura mitologica e mostruosa, che intercetta miti popolari e fantasie macabre.
la rabbia ribollì dentro di me, così potente che ebbi l'impressione di librarmi da terra. non era il momento di piangere. non ancora.
sangue madre è una storia di vendetta e di giustizia che ruota proprio intorno a una figura ambigua, sfuggente, impossibile da immaginare senza sconfinare nel soprannaturale.
un serial killer che uccide e carbonizza le sue vittime, tutti maschi: mariti, fidanzati, ex, professori, uomini di ogni estrazione sociale e di ogni età che hanno in comune soltanto l'aver agito atti di violenza e persecuzione nei confronti delle donne.
non è un giallo né propriamente un thriller perché non dobbiamo "scoprire" chi è il colpevole, o meglio la colpevole. lo sappiamo già, proprio dalla primissima pagina: una madre assiste all'omicidio della propria figlia, jeongya, e prima di perdere conoscenza giura vendetta.

il mistero, dunque, non sta nell'identità dell'assassina, quanto nella sua natura e nelle sue capacità.
è l’ispettrice noh jinseon a cogliere collegamenti illogici tra il "primo" assassinio e gli altri. "altri", non "successivi", perché gli archivi svelano l'inquietante realtà di un'incoerenza temporale impossibile tra i crimini su cui sta indagando e altri che si sono verificati anni addietro.

ma il romanzo di kim bohyun non è neppure strettamente classificabile come horror. nonostante la crudezza delle scene dei ritrovamenti dei cadaveri, non c'è mai morbosità nell'indugiare nelle scene delle uccisioni, alle quali non assistiamo praticamente mai. l'obiettivo di bohyun non è la crudeltà e neppure lo shock.
sangue madre si veste di soprannaturale per porre un quesito fin troppo immanente: se la legge, lo stato, la società tutta non proteggono le donne, se sottostimano indecentemente la gravità delle persecuzioni, delle violenze, degli stupri, delle uccisioni, se - anzi - colpevolizzano le vittime e trovano ogni possibile attenuante per i carnefici, cosa resta? dove si può trovare consolazione? chi può garantire giustizia? come si può continuare ad avere fiducia nelle istituzioni e nella legge se sono loro le prime a voltare le spalle davanti al sangue e alla disperazione?
aveva sentito dire che non tutti i mali vengono per nuocere. alcune sfortune, in effetti, possono renderci migliori. [...] essere maturi significa saper cogliere un filo di speranza anche nei momenti più dolorosi. gyeongshin, invece, trovava che il mondo intero fosse crudele e ingiusto con lei. la sfortuna non era nient'antro che sfortuna, e il dolore nient'altro che dolore. quella consapevolezza le erodeva l'anima, minando la sua sanità, pezzo dopo pezzo.
ogni volta che gyeonshin ignorava una chiamata di jonggu, amici e conoscenti lo giustificavano dicendole che si comportava così perché era perdutamente innamorato di lei e la esortavano a rispondere. lei, però, non sapeva nemmeno come reagire quando le persone che avrebbero dovuto esserle vicine si lasciavano andare a sospiri drammatici e sognanti. era come se sotto i loro sguardi si fosse trasformata in una creatura totalmente priva di identità.
è di questo vuoto, di questa sistematizzazione della violenza e della colpevolizzazione secondaria che si nutre la vendetta. non un sentimento crudele e inumano, ma una risposta alla crudeltà e alla spietatezza che è, per le donne di questo romanzo (e non solo) esperienza quotidiana.
un'esperienza capace di annullare desideri e identità, di privarle della libertà e della vita stessa. un'esperienza che il mondo intero chiede di accogliere, tollerare, sopportare in silenzio, a testa bassa, senza unica reazione che l'assurdo senso di colpa per un crimine che si è subito.
pensavamo che punendo coloro che ci hanno causato dolore, anche il dolore sarebbe scomparso. pensate che siamo delle ingenue, vero? certo che lo siamo. ma, con nostra immensa sorpresa, ha funzionato.
la figura a cui dà vita bohyun è, neppure troppo paradossalmente, una creatura brutale ma lucida.
nella straziante ricerca della figlia che le è stata uccisa, la madre occupa uno spazio di esistenza liminale e inconoscibile tra i margini del reale e del tempo, e si fa madre di tutte le donne, consolatrice di ogni figlia, salvatrice e vendicatrice.

lunedì 11 agosto 2025

mentre il mondo guarda ~ intervista a gina nakhle koller / while the world watches ~ interview with gina nakhle koller

«A tutte le persone palestinesi del mondo: Questo libro è dedicato alla vostra resilienza, forza e incrollabile speranza di fronte a sfide inimmaginabili. Che la sofferenza finisca, che la giustizia prevalga e che il mondo agisca finalmente per portare pace e dignità nelle vostre vite.»
Gina Nakhle Koller


questo post è stato scritto in italiano e in inglese.
this post was written in italian and english. scroll down to read the english version.

la storia di un genocidio non è una storia di numeri e non si fa con le notizie che gocciolano tra le maglie strette della censura occidentale.
è stato detto tante volte, così tante che temo che il significato di questa cosa si sia perso, ma questo è davvero il primo genocidio in diretta streaming della storia dell'umanità. abbiamo visto centinaia di migliaia di fotografie e di video, abbiamo letto notizie agghiaccianti, ma soprattutto abbiamo visto i volti, letto i nomi e a volte le storie di tutte le vittime dell'abominio che israele sta compiendo impunemente, anzi, con il sostegno dell'europa e dell'america.
abbiamo le prove di tutto questo costantemente sotto gli occhi eppure non riusciamo a fermarlo. restiamo ad ascoltare i nostri governi e la nostra peggiore stampa sostenere menzogne su menzogne persino davanti all'evidenza, persino davanti alle innumerevoli manifestazioni che in tutto il mondo esprimono solidarietà alla palestina e chiedono il cessate il fuoco, la fine del blocco degli aiuti umanitari, delle uccisioni di massa, degli arresti illegali, dello strapotere dei coloni, di ogni tipo di abuso.

guardiamo tutto da quasi due anni eppure questi volti e nomi e storie rischiano di perdersi in un vortice gorgogliante di orrore, nei feed sconclusionati dei nostri social, dove la foto di un bambino fatto a pezzi si incastra tra il video di un gattino buffo e quello dell'ennesima, inutile ricetta.
tutto questo rischia di perdersi o, forse peggio ancora, di normalizzarsi, di diventare così tanto a fondo parte della nostra quotidianità da trasformarsi in un contenuto tra tanti.

gina nakhle koller sta provando, dall'inizio del genocidio, a far sì che questo non succeda.
il suo lavoro va a braccetto con quello dellә giornalistә palestinesә che da mesi - da decenni, in realtà, perché sappiamo tuttә che questa storia orribile non è iniziata il 7 ottobre 2023 - testimoniano a rischio della loro vita gli infiniti crimini israeliani a gaza e nei territori palestinesi occupati.


mentre il mondo guarda / while the world watches è la raccolta - in italiano e in inglese - delle vignette che ha disegnato e pubblicato ogni giorno dall'inizio del genocidio. le sue opere si ispirano alla cronaca quotidiana, raccontano l'inumanità dell'IOF e dellә suә sostenitorә: i bombardamenti sullә civilә, lә bambinә a pezzi e quellә mutilatә e quellә orfanә e quellә mortә di freddo o di fame, ridottә a scheletri. e poi le fosse comuni, lә sfollatә bruciatә vivә nelle loro tende, lә neonatә lasciatә morire di fame ammassatә dentro le poche incubatrici rimaste in funzione, gli ospedali e le scuole e le case e le università e ogni altro edificio civile raso al suolo, lә medicә e lә operatorә umanitarә e lә giornalistә presә di mira e uccisә, i cadaveri restituiti privi di organi, lә prigionierә rilasciatә dopo indicibili torture e il dolore folle nei loro sguardi, le ambulanze crivellate di colpi. e i soldati che ridono mentre uccidono, che si vantano di essere la peggiore espressione che l'umanità può inventare, i leader che applaudono agli assassini e l'industria bellica che gonfia oscenamente i portafogli di pochi, mentre a centinaia di migliaia vengono massacrati ogni momento.

leggere oggi mentre il mondo guarda è un modo per rivivere il primo anno di genocidio a gaza, per richiamare alla mente quello che è stato sommerso da centinaia di altre immagini altrettanto sconvolgenti e disastrose. ma è anche un modo per sottrarre quelle immagini al fisiologico oblio dei social network e trasformarle in storiografia contemporanea dell'abominevole condizione in cui è crollato il nostro mondo.

le vignette di gina sono sempre essenziali, il soggetto è spesso al centro dello spazio, circondato da bianchi o neri assoluti e dalle parole dell'artista che raccontano, citano o accusano. momenti di orrore strappati al ritmo frenetico dell'ultrainformazione dell'era social, fissati sulla carta - e sulle nostre coscienze, per sempre - da tratti veloci, netti, sicuri anche se carichi di emozione.
gina traduce in disegno tanto l'oggettiva crudezza di quelle immagini, quanto le reazioni del mondo - di partecipato dolore, di sdegno o, per alcuni soggetti in particolare, di compiaciuta complicità - diventando testimone non soltanto della cronaca di gaza ma dello scollamento, pericolosissimo, che sta avvenendo sempre di più tra i governi e i popoli che dovrebbero rappresentare.

ma c’è di più. il lavoro di gina – che non si è fermato alla pubblicazione del libro, ma continua sui suoi social e sul suo sito – non è semplicemente una trasposizione della cronaca, è – come è sempre l’arte quando si fa strumento di lotta contro il potere – un messaggio di denuncia, di accusa ma anche di speranza. gina, come altrә artistә palestinesә che abbiamo imparato a conoscere in questi lunghi mesi, è voce di un popolo che non vuole arrendersi e che è pronto a rinascere, con le radici ben piantate nella sua terra e l’animo teso al futuro.

vi lascio alle parole di gina. buona lettura!

ciao gina, grazie mille per aver accettato il mio invito e benvenuta su claccalegge!

► Ciao a tutti e grazie, Claudia, per avermi proposto questa intervista. Sono onorata di avere una piattaforma per parlare della Palestina.

in questi lunghissimi mesi di orrore, tutto il mondo ha guardato alla palestina, ha pianto, manifestato, condiviso le immagini di denuncia e testimonianza che sono state trasmesse ininterrottamente sui social, ha cercato con ogni mezzo possibile di contrastare l’impunità dello stato di israele. posso chiederti come ti sei sentita e come ti senti, da artista di origine palestinese e libanese, davanti alle notizie che arrivano ogni giorno da gaza e dalla west bank?

► Mi sento distrutta e spaventata, eppure in qualche modo più determinata che mai. Come artista libanese i cui nonni erano palestinesi, queste non sono solo delle notizie per me. È una questione personale. È una questione generazionale. Sono cresciuta con il peso della spoliazione, dell'occupazione e della cancellazione, ma nulla poteva prepararmi alla portata e alla brutalità di ciò a cui abbiamo assistito dall'ottobre 2023.

Ogni giorno porta con sé un nuovo orrore e ci sono momenti in cui mi sento completamente impotente. È un'angoscia profonda, che mi tocca l'anima. Ma anche nei momenti più bui, ho imparato che la disperazione non è la fine, è un invito ad agire. Ho molti alti e bassi. Sì, il genocidio è ancora in corso. Ma ciò che è ancora in corso è anche la solidarietà globale, il rifiuto di distogliere lo sguardo e la consapevolezza che abbiamo la responsabilità non solo di piangere, ma anche di mobilitarci.

quando e perché hai deciso di disegnare per denunciare il genocidio?

► Quando è arrivato il 7 ottobre, sapevo già cosa stava per succedere. Ho vissuto con la consapevolezza di come reagisce lo Stato israeliano: con punizioni collettive, con violenza schiacciante, senza alcun riguardo per la vita dei civili. Quindi, mentre il mondo stava ancora elaborando lo shock di quel giorno, io sentivo già il terrore insinuarsi dentro di me. Sapevo che Gaza avrebbe sofferto, ancora una volta, solo che questa volta su una scala ancora più inimmaginabile.

Quando ho iniziato questo progetto, ero devastata. Ero sopraffatta dal dolore, dalla paura e dall'impotenza. Guardando il genocidio svolgersi giorno dopo giorno, attraverso il mio telefono, i notiziari, le voci delle persone che imploravano di essere ascoltate, ho sentito il bisogno di fare qualcosa. Disegnare è diventato il mio modo di affrontare la situazione, di non chiudermi in me stessa. È stato il mio modo di sopravvivere emotivamente.

All'inizio era un meccanismo di difesa profondamente personale. Ma man mano che i disegni hanno acquisito visibilità, sono diventati qualcosa di più: una forma di testimonianza. Un modo per umanizzare i numeri, i titoli dei giornali, l'orrore. Per dare un volto ai nomi. Per affiancare l'emozione ai fatti. E quando le persone mi hanno detto che le immagini li aiutavano a capire o a sentirsi meno soli, è stato questo che mi ha spinto ad andare avanti.

sulla copertina del tuo libro c’è un occhio che viene spalancato a forza da due mani. come interpreti il rifiuto di molta gente di guardare le immagini di questi massacri, di provare a capire cosa sta succedendo?

► L'immagine sulla copertina – un occhio costretto ad aprirsi – è un simbolo doloroso di ciò che credo tutti noi dobbiamo affrontare: l'urgente necessità di vedere e non distogliere lo sguardo. Il rifiuto di molte persone di guardare queste immagini è straziante, ma purtroppo comprensibile. La brutalità è così opprimente, così devastante, che distogliere lo sguardo può sembrare un modo per proteggersi da un dolore o da un senso di colpa insopportabili.

Ma questo rifiuto permette anche alla violenza di continuare senza controllo. Quando le persone chiudono gli occhi, permettono al silenzio di diventare più forte della giustizia. L'immagine è un appello, una richiesta, a confrontarsi con la realtà, per quanto scomoda o dolorosa possa essere. Perché solo guardando, testimoniando, possiamo veramente comprendere il costo umano e iniziare a chiedere un cambiamento.

È un promemoria che l'indifferenza è complicità. E che il mondo non può più permettersi di essere uno spettatore passivo.

ogni giorno arrivano notizie terrificanti, tantissime. foto, video, dichiarazioni, interviste, eccetera. in che modo decidi quale sarà il soggetto della tua vignetta giornaliera?

► Seguo attentamente le notizie ogni giorno: è impossibile sfuggirvi. Il flusso costante di foto, video, dichiarazioni e testimonianze è travolgente. Scegliere un soggetto per ogni disegno quotidiano non è mai facile.

Non mi limito a scegliere ciò che è più riportato o scioccante; mi concentro su ciò che mi colpisce in modo diverso a livello personale o emotivo. A volte si tratta di un evento specifico: una famiglia presa di mira deliberatamente, l'uccisione di un giornalista o una storia particolare che rivela il costo umano dietro i titoli dei giornali.

Altre volte si tratta di catturare l'atmosfera più ampia di paura, resilienza o dolore che tanti stanno vivendo. Il mio obiettivo è tradurre ciò che mi commuove profondamente in qualcosa che gli altri possano sentire e comprendere. Ogni disegno è un modo per catturare un momento nel tempo e dire: questo è successo. Questo è importante.

il tuo lavoro va oltre la semplice idea di “pubblicare un libro”, credo che sia un documento fondamentale per raccontare e testimoniare questi mesi, uno di quelli che poi diventano vere e proprie fonti storiografiche a servizio degli studiosi che proveranno in futuro a capire il presente che siamo vivendo. quando e come hai deciso di trasformare il tuo lavoro online in un libro di carta, capace di arrivare a molte più persone di quelle che vedono le tue opere sui social?

► All'inizio, pubblicare un libro non era nei miei piani. Mi concentravo sul reagire al momento, sull'esprimere ciò che provavo giorno dopo giorno. Ma man mano che i disegni si accumulavano, mi sono reso conto che questo lavoro doveva andare oltre la natura dei social media.

I social media sono in rapida evoluzione: un luogo di reazioni immediate e condivisione veloce, ma anche un luogo in cui le cose possono essere dimenticate altrettanto rapidamente. Volevo creare qualcosa di più duraturo, qualcosa a cui le persone potessero aggrapparsi e a cui potessero tornare, una testimonianza tangibile di questi mesi.

Non si tratta solo di un momento nel tempo, ma di una parte di una storia molto più lunga di sofferenza, resilienza e resistenza. Trasformare il mio lavoro online in un libro cartaceo è stato un modo per preservare la memoria, per insistere affinché queste storie non vengano cancellate e per offrire una risorsa alle generazioni future e agli studiosi che cercano di capire cosa è successo.

Il libro diventa una forma di testimonianza, qualcosa di permanente in mezzo al dolore e alla lotta continua.

che tipo di feedback hai avuto sui social da quando hai iniziato a pubblicare i tuoi lavori? e come è stato accolto il libro?

► La risposta sui social media è stata incredibilmente commovente. Molte persone che seguono il mio lavoro erano entusiaste quando hanno saputo dell'uscita del libro: lo consideravano un passo necessario e molti mi hanno detto che stavano aspettando qualcosa del genere. Ho ricevuto molti feedback positivi, non solo sull'arte in sé, ma anche su come è stata utilizzata: condivisa con amici, familiari e soprattutto con persone che potrebbero non capire cosa sta succedendo o che scelgono di rimanere in silenzio.

Per quanto riguarda il libro, penso che sia stato accolto con un profondo senso di riconoscimento e urgenza. La gente capisce che non si tratta solo di un progetto artistico, ma di una documentazione, di una testimonianza. Credo sinceramente che fosse qualcosa che la gente aveva bisogno di vedere e sono grata che stia riscuotendo questo successo. Spero che la gente continui a parlare di ciò che sta accadendo e che il libro continui a diffondersi. Questo non può essere dimenticato. Né ora, né mai.

tantissime persone si chiedono ogni momento cosa possono fare concretamente per fermare il genocidio, e spesso si sentono impotenti. hai dei consigli da darci?

► È così facile sentirsi impotenti di fronte a qualcosa di così enorme e orribile come un genocidio. Lo sento dire continuamente: “Cosa posso fare? Sono solo una persona”. Ma la verità è che tutto inizia sempre da una sola persona. Ogni voce conta. Ogni azione, per quanto piccola possa sembrare, contribuisce a creare un'onda più grande di consapevolezza e resistenza.

Il primo passo è parlarne. Avvia delle conversazioni. Condividi la verità con le persone che ti circondano, specialmente con quelle che non prestano attenzione. La consapevolezza si diffonde da persona a persona.

Se potete, boicottate: la pressione economica è importante. Dove spendete i vostri soldi è un atto politico. E, naturalmente, condividere online è ancora potente. Potrebbe sembrare solo un post o una storia, ma non si sa mai chi raggiungerà o come potrebbe spingere qualcuno ad agire.

Non dobbiamo fare tutto noi. Ma se ognuno di noi fa qualcosa, il risultato è importante. È così che inizia il cambiamento.

ti ringrazio tantissimo per il tempo che ci hai dedicato e soprattutto di ringrazio per il tuo lavoro, per il tuo libro e per tutte le emozioni che ci sono dentro e che hai condiviso con noi. dal fiume al mare!

► Grazie Claudia! Per tutto e per essere una voce forte in questo momento di bisogno.

la biografia di gina nakhle koller è tratta dal sito di eris edizioni

Nata nel 1982 in Libano, è illustratrice e fumettista. Il suo lavoro affonda le radici nelle sue origini libanesi e palestinesi. Cresciuta tra le difficoltà di una regione turbolenta, Gina ha scoperto che l’arte è un potente strumento di auto espressione e di storytelling, un mezzo per entrare in contatto con la sua identità e per far luce sulle storie mai raccontate del suo popolo. La Palestina rimane un tema centrale nel lavoro di questa artista, alimentando la sua passione nel creare un’arte che catturi la resilienza, le lotte e l’umanità del suo popolo. Nel 2013 ha conseguito un Master of Arts in Illustration in Svizzera dove ore vive, approfondendo il suo impegno nel raccontare attraverso le narrazioni visive. La sua arte trascende i confini, invitando il pubblico a vedere il mondo attraverso la lente dell’empatia e a dialogare con le voci di coloro che troppo spesso non vengono ascoltati.

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«To all Palestinians around the world: This book is dedicated to your resilience, strength, and unwavering hope in the face of unimaginable challenges. May the suffering end, may justice prevail, and may the world finally act to bring peace and dignity to your lives.»
Gina Nakhle Koller

the story of a genocide is not a story of numbers, and it is not made with the news dripping through the tight meshes of western censorship.

has been said so many times, so many that i fear the meaning of this has been lost, but this is truly the first genocide live-streamed in human history. we have seen hundreds of thousands of photographs and videos, we have read chilling news stories, but most of all we have seen the faces, read the names and sometimes the stories of all the victims of the abomination that israel is carrying out with impunity, indeed with the support of europe and america.

we have the evidence of all this constantly before our eyes, and yet we are unable to stop it. we stand by and listen to our governments and our worst press support lies upon lies, even in the face of the evidence, even in the face of countless demonstrations around the world expressing solidarity with palestine and calling for a ceasefire, an end to the blockade of humanitarian aid, mass killings, illegal arrests, settler oppression, and all kinds of abuses.

we have been watching everything for almost two years, and yet these faces and names and stories risk getting lost in a bubbling vortex of horror, in the rambling feeds of our social networks, where the photo of a chopped-up child gets sandwiched between the video of a funny kitten and that of another useless recipe.

all of this risks getting lost or, perhaps worse, normalised, becoming so thoroughly part of our everyday life that it becomes just one piece of content among many.

gina nakhle koller has been trying, since the beginning of the genocide, to make sure that this does not happen.

her work goes hand in hand with that of the palestinian journalists who for months - for decades, actually, because we all know that this horrific story did not begin on 7 october 2023 - have been witnessing the endless israeli crimes in gaza and the occupied palestinian territories at the risk of their lives.


mentre il mondo guarda / while the world watches is a collection - in italian and english - of the cartoons he has drawn and published every day since the beginning of the genocide. his works are inspired by the daily news, recounting the inhumanity of the IOF and its suә supporters: the bombing of civilians, the children cut to pieces and those mutilated and orphaned, and those who died of cold or starvation, reduced to skeletons. and then the mass graves, the displaced people burnt alive in their tents, the infants left to starve to death crammed into the few remaining incubators, the hospitals and schools and houses and universities and every other civilian building razed to the ground, the doctors and aid workers and journalists targeted and killed, the corpses returned with their organs removed, the prisoners released after unspeakable torture and the mad pain in their faces, the ambulances riddled with bullets. and the soldiers laughing as they kill, boasting that they are the worst expression humanity can invent, the leaders applauding the killers and the war industry obscenely inflating the wallets of a few, while hundreds of thousands are slaughtered every moment.

reading today while the world watches is a way to relive the first year of genocide in gaza, to call to mind what has been drowned out by hundreds of other equally shocking and disastrous images. but it is also a way of rescuing those images from the physiological oblivion of social networks and transforming them into a contemporary historiography of the abominable condition into which our world has collapsed.

gina's comics are always essential, the subject is often at the centre of the space, surrounded by absolute whites or blacks and by the artist's words that recount, quote or accuse. moments of horror snatched from the frenetic rhythm of the ultra-information of the social era, fixed on paper - and on our consciences, forever - by quick, sharp, confident strokes, even if charged with emotion.

gina translates into drawing both the objective rawness of those images and the reactions of the world - of shared pain, of indignation or, for some subjects in particular, of complacent complicity - becoming a witness not only to the chronicle of gaza but also to the extremely dangerous disconnect that is happening more and more between governments and the peoples they are supposed to represent.

but there is more. gina's work - which has not stopped with the publication of the book, but continues on her social networks and on her website - is not simply a transposition of the news, it is - as art always is when it becomes an instrument of struggle against power - a message of denunciation, of accusation, but also of hope. gina, like the other palestinian artists we have come to know over these long months, is the voice of a people who do not want to give up and who are ready to be reborn, with their roots firmly planted in their land and their souls set on the future.

i leave you with gina's words. enjoy reading!


hello gina, thank you so much for accepting my invitation and welcome to claccalege!
► Hello everyone, and thank you, Claudia, for inviting me to this interview. I’m honored to have a platform to speak about Palestine. 
in these long months of horror, the whole world has looked at palestine, cried, protested, shared the images of denunciation and testimony that have been broadcast continuously on social networks, and tried with every possible means to oppose the impunity of the state of israel. can i ask you how you felt, and how you feel, as an artist of palestinian and lebanese origin, in front of the news that arrives every day from gaza and the west bank?
► I feel shattered and scared— and yet somehow more determined than ever. As a Lebanese artist whose grandparents were palestinian, this isn’t just news to me. It’s personal. It’s generational. I’ve grown up with the weight of dispossession, occupation, and erasure — but nothing could prepare me for the scale and brutality of what we’ve witnessed since October 2023.

Every day brings a new horror, and there are moments when I feel completely helpless. It’s a deep, soul-level anguish. But even in the darkest moments, I’ve learned that despair isn’t the end — it’s a call to act. I have many ups and downs. Yes, the genocide is still ongoing. But what’s also ongoing is the global solidarity, the refusal to look away, and the understanding that we have a responsibility not just to mourn — but to mobilize.  
when and why did you decide to draw to denounce genocide?
► When October 7th happened, I knew what was coming. I’ve lived with the knowledge of how the Israeli state reacts — with collective punishment, with overwhelming violence, with no regard for civilian life. So while the world was still processing the shock of that day, I already felt the dread settle in. I knew Gaza would be made to suffer, again — only this time on an even more unimaginable scale.

When I began this project, I was devastated. I was overwhelmed by grief, fear, and helplessness. Watching the genocide unfold day after day — through my phone, the news, through the voices of people begging to be heard — I had to do something. Drawing became my way of facing it, of not shutting down. It was how I survived emotionally.

At first, it was a deeply personal coping mechanism. But as the drawings gained visibility, it became something more — a form of testimony. A way to humanize the numbers, the headlines, the horror. To give faces to the names. To put emotion alongside fact. And when people told me the images helped them understand or feel less alone, that’s what kept me going.
on the cover of your book there is an eye being forced open by two hands. how do you interpret the refusal of many people to look at the images of these massacres, to try to understand what is happening?
► The image on the cover — an eye being forced open — is a painful symbol of what I believe we all face: the urgent need to see and not look away. The refusal of many people to look at these images is heartbreaking, but sadly, understandable. The brutality is so overwhelming, so devastating, that turning away can feel like a way to protect oneself from unbearable pain or guilt.

But that refusal also enables violence to continue unchecked. When people close their eyes, they allow silence to grow louder than justice. The image is a call — a demand — to confront the reality, no matter how uncomfortable or painful it is. Because only by looking, by witnessing, can we truly understand the human cost and begin to demand change.

It’s a reminder that indifference is complicity. And that the world can no longer afford to be a passive spectator.
every day terrifying news arrives, lots of it. photos, videos, statements, interviews, etc. how do you decide what the subject of your daily cartoon will be?
► I follow the news every day closely—it’s impossible to escape it. The constant flow of photos, videos, statements, and testimonies is overwhelming. Choosing a subject for each daily drawing is never easy.

I don’t just pick what’s most reported or shocking; I focus on what hits me differently on a personal or emotional level. Sometimes it’s a specific event—a family deliberately targeted, the killing of a journalist, or a particular story that reveals the human cost behind the headlines.

Other times, it’s about capturing the broader atmosphere of fear, resilience, or grief that so many are living through. My goal is to translate what moves me deeply into something others can feel and understand. Each drawing is a way to hold a moment in time and say: This happened. This matters.
your work goes beyond the simple idea of ‘publishing a book’, I believe it is a fundamental document to narrate and bear witness to these months, one of those which then become true historiographical sources at the service of scholars who will try in the future to understand the present we are living. when and how did you decide to transform your online work into a paper book, capable of reaching many more people than those who see your work on social networks?
► At the very beginning, publishing a book wasn’t something I had in mind. I was focused on responding to the moment, on expressing what I was feeling day by day. But as the drawings piled up, I realized this work needed to reach beyond the nature of social media.

Social media is fast-moving — a place for immediate reactions and quick sharing, but also one where things can be forgotten just as quickly. I wanted to create something more lasting, something people could hold onto and return to, a tangible record of these months.

This isn’t just about a moment in time — it’s part of a much longer history of suffering, resilience, and resistance. Turning my online work into a paper book was a way to preserve memory, to insist that these stories are not erased, and to offer a resource for future generations and scholars seeking to understand what happened.

The book becomes a form of witness — something permanent amid ongoing pain and struggle.
what kind of feedback have you had on social since you started publishing your work? and how has the book been received?
► The response on social media has been incredibly moving. So many people who follow my work were thrilled when they heard the book was coming — they felt it was a necessary step, and many told me they had been waiting for something like this. I‘ve received a lot of positive feedback, not just about the art itself, but about how it‘s been used: shared with friends, family, and especially with people who might not understand what’s happening, or who choose to stay silent.

As for the book, I think it‘s been received with a deep sense of recognition and urgency. People understand that this isn’t just an art project — it’s documentation, it’s testimony. I truly believe it’s something people needed to see, and I’m grateful it’s resonating the way it has. I’m hoping people keep talking about what’s happening — and keep getting the book into more hands. This can’t be forgotten. Not now, not ever.
so many people ask themselves all the time what they can concretely do to stop genocide, and often feel powerless. do you have any advice for us?
► It’s so easy to feel powerless in the face of something as enormous and horrific as genocide. I hear it all the time — “What can I do? I’m just one person.” But the truth is, it always starts with one person. Every voice matters. Every action, no matter how small it may seem, contributes to a larger wave of awareness and resistance.

The first step is talking about it. Start conversations. Share the truth with people around you, especially those who aren’t paying attention. Awareness spreads person by person.

If you can, boycott — economic pressure matters. Where you spend your money is a political act. And of course, sharing online is still powerful. It might feel like just a post or a story, but you never know who it will reach or how it might move someone to act.

We don’t all have to do everything. But if each of us does something, it adds up. That’s how change begins.
thank you so much for your time, and most of all thank you for your work, for your book and for all the emotions in it that you shared with us. from the river to the sea! 
 Thank you Claudia! For everything and for being a strong voice in this time of need.

gina nakhle koller's biography is taken from the eris edizioni website

Born in 1982 in Lebanon, is an Comic Artist whose work is deeply rooted in her Lebanese and Palestinian heritage. Growing up amidst the challenges of a turbulent region, Gina discovered art as a powerful tool for self-expression and storytelling, a means to connect with her identity and shed light on the untold stories of her people. Palestine remains a central theme in Gina’s work, fueling her passion to create art that captures the resilience, struggles, and humanity of its people. In 2013, she pursued a Master of Arts in Illustration in Switzerland where she lives now, deepening her commitment to storytelling through visual narratives. Gina’s art transcends borders, inviting audiences to see the world through the lens of empathy and to engage with the voices of those too often unheard.


martedì 13 maggio 2025

intimità senza contatto

il contatto fisico è la principale causa del turbamento emotivo da cui è affetta la società umana. tramite i nostri studi ed esperienti abbiamo stabilito che esiste una correlazione positiva tra il valore di deviazione dalla condizione psicofisica ottimale di un individuo e la percentuale di contatto fisico interpersonale nella sua vita. in altre parole, le emozioni sono da considerarsi alla stregua di un virus trasmissibile per mezzo del contatto.

il genere distopico è uno dei miei preferiti, forse il mio preferito in assoluto. uno dei parametri - decisamente poco scientifico, ne sono consapevole - che uso per capire quanto una storia distopica funziona bene, è di solito il senso di malessere fisico che mi trasmette: se mi manca l’aria, mi viene una stretta allo stomaco e comincio a percepire una sorta di ansia crescente, vuol dire che funziona benissimo. il mio metro di paragone rimane 1984 di orwell, o meglio, le sensazioni che ho provato la prima volta che l’ho letto - avevo qualcosa come tredici anni, credo.
più una storia distopica mi dà quel tipo di coinvolgimento, più mi piace.

intimità senza contatto di lin hsin-hui mi ha dato, per tutto il tempo, quella strana sensazione di disagio che si trasforma presto in quel tipo di ansia che prende quando si percepisce un pericolo ma non si riesce a riconoscerlo esattamente, o non si riesce a valutare il rischio effettivo che si sta correndo (se avete mai sofferto di ansia, sapete benissimo di cosa sto parlando. in caso contrario, meglio per voi!).

siamo sul nostro pianeta, in un futuro lontano, forse nemmeno troppo. un'intelligenza artificiale estremamente sviluppata ha preso il controllo della terra e sostituito ogni governo, ed è riuscita lì dove gli esseri umani hanno sempre fallito: non ci sono più guerre né miseria, non esistono più malattie incurabili e ogni decisione viene presa con il preciso intento di permettere alla popolazione di vivere la propria vita al meglio, lontana da ogni pericolo.

certo, come da definizione, il progresso non è qualcosa che si raggiunge dall'oggi al domani. l'intelligenza artificiale ha avuto bisogno di tempo per raccogliere e analizzare ogni possibile dato al fine di trovare le soluzioni migliori per l'umanità.
eliminare ogni forma possibile di contatto tra le persone e, successivamente, risolvere il problema del decadimento fisiologico attraverso la procedura di bioibridazione: è questa l’ultima frontiera del percorso di perfezionamento delle creature biologiche e di superamento di ogni sofferenza e decadenza, che si comincia a delineare quando la nostra protagonista è ancora una bambina molto piccola.

la storia alterna due linee temporali: comincia nel presente, quando la nostra protagonista è già adulta, si è appena svegliata dopo l’intervento di bioibridazione e incontra per la prima volta il suo androide-partner, l’essere sintetico con cui trascorrerà tutto il resto della sua vita e con il quale potrà - anzi, dovrà - sperimentare di nuovo il contatto fisico.
con il passare dei giorni, riesce ad avere un controllo sempre maggiore del suo nuovo corpo bioibridato, un corpo perfetto, privo di ogni tipo di caratterizzazione somatica e sessuale, incapace di ammalarsi, soffrire o deteriorarsi. e, nel frattempo, cresce il suo tasso di sincronizzazione con l’androide, con il quale si ritrova a condividere ogni attimo della sua giornata e che mantiene con lei un contatto fisico praticamente costante, che si comporta un po’ come la voce della sua coscienza, un po’ come una guida all’interno del nuovo mondo in cui vivono solo quellə che hanno intrapreso la pratica di bioibridazione.

la seconda linea temporale è quella del passato, frammentata in una serie di flashback che segue la crescita della nostra protagonista e, al contempo, ci racconta le diverse tappe del progresso tecnologico che allontanano sempre più l’umanità dalla dimensione fisica del reale per limitarne le esperienze al solo regno del virtuale.
dall’annunciazione del contatto zero all’introduzione dei primi robot domestici e poi alla svalutazione degli spazi esterni all’ambiente domestico, fino alla totale traslazione di ogni possibile attività - esclusa quella lavorativa - all’incorporeità delle esperienze sintetiche.

la protagonista (e, in generale, tutti gli esseri umani) si ritrova così perfettamente isolata da chiunque altrə, prima nella realtà dei corpi completamente biologici ma limitati alle connessioni virtuali e poi nel nuovo mondo dei corpi bioibridati. è un crescendo lento e asfissiante, scandito dal tasso di sincronizzazione con l’androide che aumenta incessantemente. come due stelle legate in un sistema binario risucchiano una la massa dell’altra fino a portarla al collasso, così l’androide aumenta la sua assertività, la sua consapevolezza e, in definitiva, il suo potere sul suo essere umano.

non mi è sembrato affatto casuale che la protagonista, nonostante non abbia più alcuna caratteristica fisica né ruolo sociale che la definisca come donna, continui a pensare sé stessa al femminile e all’androide, da sempre privo di caratteristiche di genere, al maschile.
e, in effetti, il modificarsi dell’equilibrio all’interno del loro rapporto ci fa sempre di più immaginare lei con le fattezze di una donna e lui con quelle di un uomo. questo cambiamento lento, quasi impercettibile e spaventosamente subdolo ricorda in modo inquietante il progredire di quei rapporti uomo-narcisista-manipolatore/donna-vittima-manipolata che sono - con questa precisa struttura - purtroppo molto frequenti e noti.

ma il fulcro della riflessione di lin hsin-hui sta tutto nella riflessione del nostro rapporto con le tecnologie “intelligenti”: nel futuro di intimità senza contatto, l'umanità ha lasciato sempre più spazio e potere d’azione all'intelligenza artificiale che da semplice strumento di ausilio è diventata un'entità autonoma e pensante, capace cioè di elaborare, rielaborare ed elaborare ancora i dati a sua disposizione fino a raggiungere livelli forse anche superiori a quelli delle menti umane.
priva di emozioni, l’intelligenza artificiale non agisce per ambizione o desiderio di dominio - qualità squisitamente umana - ma semplicemente non conosce un limite ragionevole all’input iniziale, quello cioè di migliorare la condizione umana. proseguendo su questa strada, finisce per pervertire il suo compito, arrivando al paradosso che la migliore condizione umana - priva di dolore, sofferenza, odio, rabbia, eccetera - è quella in cui l’umanità svanisce del tutto.

il finale, che non vi rivelo, mi ha ricordato in modo doloroso l’amore che wilson smith prova, nelle sue ultime ore, per il grande fratello. e cosa c’è di più distopico di una realtà che riesce a farci amare volontariamente quello che ci distrugge?

venerdì 13 dicembre 2024

membrana

momo sfiorò la carta da parati gialla in camera da letto, poi diede un piccolo morso a una pesca bianca, di quelle che si coltivano in serra. dalla buccia rosa, quasi diafana, colò il succo. non era del tutto sicura che la rete neurale sottopelle fosse davvero entrata in contatto con il giallo della tappezzeria, né che le papille gustative percepissero realmente la dolcezza della polpa. c'è un confine invalicabile tra il nostro corpo e le cose esterne.
per momo il mondo era avvolto da una membrana. a trent'anni continuava a pensare che ci fosse una specie di pellicola tra lei e tutto il resto. non quella delle maschere di bellezza che usava sul lavoro, ma piuttosto una barriera invisibile che la faceva sentire come una pulce d'acqua, avvolta dal proprio carapace traslucido e sola in mezzo a un mare che non la toccava mai, anche se la circondava...

membrana è una storia di confini.
confine è una linea arbitrariamente posta a delimitare una proprietà o una sovranità, un segnale di esclusione da ciò che è altro. confine è ciò che deve essere superato per conoscerla, quell'alterità, e per riconoscerla come parte di ciò che siamo. confine è ciò che viene rotto per mescolarci a quell'alterità e creare qualcosa di nuovo.
o per tornare a quello che avevamo dimenticato di essere statə.

nel 2100, l'umanità ha riattraversato il confine che, miliardi di anni fa, aveva portato le prime forme di vita ad adattarsi all'atmosfera terrestre e a evolversi in quell'enormità di diverse forme di esistenza.
distrutto l'ecosistema terrestre, invece che alzare lo sguardo tra le stelle per cercare nuovi pianeti da colonizzare, l'umanità ha scelto di tornare alle profondità marine.
qui, nell'abisso, nelle metropoli sottomarine create tra nuovi confini che ricalcano gli stati-nazione del mondo che fu, la vita non è affatto facile. il ritorno agli oceani è avvenuto troppo bruscamente perché l'evoluzione potesse trasformare i corpi umani e i loro bisogni: le risorse indispensabili alla sopravvivenza continuano a essere coltivate sulla terraferma mentre sott'acqua è necessario prendersi cura di un altro, fondamentale ed essenziale confine, quello epiteliale.

momo, la trentenne protagonista della storia, è un'estetista di fama mondiale.
in un mondo sottomarino, la cura della pelle è di vitale importanza e chi eccelle in quest'arte gode di una fama paragonabile a quella di attorə e cantanti nella nostra realtà.
la vita di momo, però, non lascia molto spazio al gossip. introversa e riservata, quasi glaciale, momo non ha relazioni romantiche o sessuali, non ha amicə, non ha contatti da più di vent'anni con la propria madre e non lascia trasparire alcuna emozione, mai.

eppure, mentre custodisce un segreto che le permette di provare emozioni fortissime, di provare sensazioni estreme, di vivere decine e decine di vite differenti, grazie a una membrana capace di copiare la memoria tattile dellə suə clienti e di farle attraversare la più sottile e invalicabile delle frontiere, momo continua a rivangare il suo passato denso di misteri, di storie e di ricordi che continuano, dopo decenni, a scuoterla e ad accendere dubbi: i fatti della sua infanzia sono davvero andati come ricorda?

in un continuo spostarsi avanti e indietro nel tempo, tra flashback e ricordi, attraversando ancora una volta un confine, quello tra presente e passato, tra esperienza e memoria, ricostruiamo un pezzo alla volta la storia di momo, di sua madre e della sua amica cyborg.
congiungiamo i pezzi del racconto accorciando le distanze tra elementi che sembrano così lontani e che si svelano, pian piano, solo separati da una linea sottile, da quel confine labile e impercettibile tra ciò che è reale e ciò che non lo è, tra percezione e illusione, tra immaginazione ed esperienza, tra indifferenza e amore sconfinato.

membrana di chi ta-wei è stato per me una sorpresa totale, una rivelazione pagina dopo pagina del perché sia considerato da decenni - la sua pubblicazione originale è del 1995 - un romanzo fondamentale della letteratura sci-fi taiwanese e internazionale, capace di racchiudere in sé tematiche ecologiste, politiche e sociali senza mai piegarsi al didascalismo, intessendo una trama che solo in apparenza è complessa e arzigogolata ma che si dispiega in un finale sconvolgente e inaspettatamente straziante.

mercoledì 20 novembre 2024

nel paese delle donne selvagge

quelli che vedono gli altri come mostri non si accorgono che i mostri ricambiano lo sguardo e osservano con molta attenzione. gli individui che si ritengono superiori agli altri non sono in grado di rendersi conto che anche loro possono essere valutati e giudicati.

donne potenti, spaventose, furiose. donne assetate di vendetta, capaci di mutare forma e di tessere ogni sorta di inganni. donne di cui il folklore - e il teatro - giapponese trabocca: fantasmi e kitsune e demoni pronte a stravolgere la vita delle loro vittime... o di quelli che furono un tempo i loro carnefici.
matsuda aoko pesca a piena mani dal ricco repertorio nipponico di storie popolari, leggende, credenze, letteratura e drammaturgia per consegnarci un'antologia di racconti che è riuscita a sorprendermi e conquistarmi perché mi ha dato esattamente quello che per anni ho desiderato leggere sulle varie figure mitologiche femminili: una prospettiva diversa che ne ribaltasse il giudizio morale vecchio di secoli per mostrarle non più come mostri da temere, scacciare o annientare, ma come creature forti che rivendicano semplicemente il loro posto nel mondo.

le storie di nel paese delle donne selvagge si intrecciano più e più volte attorno a un fulcro centrale che è un ragazzo un po' ingenuo, immune al fascino di queste donne straordinarie o al terrore che provocano. shigeru è un personaggio quasi sbiadito, una figura praticamente anonima la cui presenza non fa che sottolineare la straordinarietà delle figure femminili protagoniste dei racconti.
shigeru è il punto di intersezione dei racconti ma è anche il centro politico dello spazio in cui vivono le protagoniste delle storie e lo è per un solo, banale ma fondamentale motivo: shigeru è un uomo e, in quanto tale, nonostante la sua mancanza di eccezionalità gli è permesso occupare uno spazio molto meno marginale di quello che abitano le donne.
ma più che shigeru, il vero trait d'union tra le storie lo fa il tono femminista: che si tratti di un potenziale poltergeist animata dalla gelosia o di una donna che riconosce il suo lato selvaggio nei peli che le ricoprono il corpo, di una fantasma che scopre la libertà nella sua nuova esistenza post-mortem o di un'anziana signora che si accorge solo adesso della sua vera natura e della bellezza della libertà dalle imposizioni di genere, matsuda aoko dà a tutte le sue protagoniste la possibilità di riflettere sui temi fondamentali del discorso femminista: le relazioni uomo/donna, il matrimonio, la maternità, le costrizioni sociali in merito alla cura del proprio corpo e del proprio aspetto, il ruolo femminile negli ambienti di lavoro, il giudizio sui corpi - femminili - che si discostano dagli standard morfologici ed estetici.
volendo trovare un solo, unico tema omnicomprensivo sarebbe quello della donna come soggetto attivo e consapevole, della donna che sceglie di autodeterminarsi e di tirarsi fuori da un sistema oppressivo e patriarcale come quello giapponese, la donna che fino a questo momento era stata svuotata della sua umanità e riconvertita in figura orrorifica da storia del terrore, che prende parola, racconta sé stessa e - attraverso la sua parola - riprende possesso della legittimità della propria esistenza.

è cosa nota che gli uomini che temono le donne - che hanno paura del loro non volersi sottomettere, del loro reclamare il diritto ad avere un ruolo che non sia solo quello di moglie obbediente e madre sacrificata al bene dellə figlə -  risolvono disumanizzandole e mostrificandole, le trasformano, cioè, in qualcosa di innaturale e incomprensibile, qualcosa che si può distruggere senza remore. che siano gorgoni o kitsune, la deformazione fisica attribuita nei miti a queste figure si accompagna a quella dei loro intenti: non più un comprensibile e profondamente umano desiderio di esistere secondo la propria natura, ma un'irrazionale ferocia, una crudeltà senza scopo. gli attacchi di queste donne non-più-umane o mai-state-umane sono impossibili da capire e da giustificare e questo non si traduce in un'incapacità di cambiare prospettiva da parte della voce narrante (sempre patriarcale e maschiocentrica) dei miti, ma nell'assurdità dell'essenza stessa di queste figure.
matsuda aoko conosce bene questo processo, ed è per questo che lo fa suo e lo stravolge completamente, ribaltando quella traduzione e riconsegnando quelle figure folkloristiche alla loro umanità.

chi, fino ad adesso, era stata raccontata da altri (maschile voluto) e aveva avuto un ruolo da antagonista, qui diventa la personaggia principale, protagonista della sua storia e della sua vita: le donne di aoko sono capaci di prendere spunto dal quotidiano - a volte anche da eventi piccoli e banali, a volte da qualcosa che è poco più di una sensazione - per riflettere non soltanto sulla loro condizione, ma su quella di tutte le donne - 
perché il mondo funzionava così? la società era ingiusta! spesso gli uomini erano costretti a fingere di essere in grado di fare cose che non erano in grado di fare, mentre le donne dovevano far finta di essere incapaci di fare cose che in realtà sapevano fare. che assurdità! nel corso dei decenni e dei secoli quante donne si erano viste tarpare le ali e non avevano potuto manifestare il loro talento? e quanti uomini, invece, si erano visti attribuire come per magia qualità che non possedevano e poteri che non meritavano?
- per poi ribellarsi a tutto quello che tarpa loro le ali, che soffoca i loro talenti e annichilisce i loro desideri. contro tutto quello che è sempre stato così, le donne escono dai miti per riappropriarsi della realtà.

venerdì 18 ottobre 2024

il libro della scomparsa

«come se il buio li avesse inghiottiti. come se il mare li avesse rapiti». così hai descritto i tuoi giorni e la gente che era stata cacciata via al di là del mare. non hai detto che il numero di abitanti si era ridotto da più di centomila a circa quattromila persone. no, non lo hai fatto. hai detto, invece, che senza di loro non riusciti più a riconoscere la tua città.

leggere il libro della scomparsa allo scoccare del primo anno del genocidio in palestina - l'ultima fase, almeno, del genocidio, la più feroce e palese di settantasei anni di occupazione, l'unico genocidio della storia trasmesso in diretta e comunque ignorato se non addirittura giustificato dalle potenze occidentali - è stata un'esperienza dolorosa quanto illuminante.
al di là della trama, ibtisam azem parla di contrapposizioni assolute: esistenza e assenza, presenza e memoria, parola vibrante e ricordo sepolto.
il diario - contenitore prezioso di memorie lontane - e il giornale - quello che, un giorno dopo, è già carta straccia.
stretti nella stessa fascia di terra, schiacciati da leggi ingiuste e inumane, palestinesə e insraelianə si dividono il medesimo spazio-tempo, coesistono, senza riuscire davvero a vivere insieme, senza che una parte riesca a mostrare la sua verità all'altra, neppure quando tra alcunə di loro si creano dei legami.

alaa e ariel sono, in qualche modo, amici. vivono nello stesso palazzo ma si sono conosciuti per caso a una festa noiosa e, da quel momento, hanno stretto un rapporto che somiglia a quello di tantə altrə, fatto di chiacchiere e scambi di idee. eppure, nonostante abbiano imparato a conoscersi bene e si ritrovino a condividere un legame, non riescono a sintonizzarsi sulla stessa frequenza quando il discorso tocca la questione dell'occupazione, della nakba, di quell'evento che è insieme storia e presente.

è attraverso le loro parole, soprattutto quelle di ariel, che azem ci racconta della scomparsa.
succede in una notte qualsiasi, senza che niente potesse destare sospetti, senza clamore né agitazione. tuttə lə palestinesə dei territori occupati spariscono senza lasciare traccia.
il giorno dopo il paese sprofonda nel caos: scomparsə lə braccianti nei campi, neanche l'ombra di operaiə o autistə, chiusi i bar e i ristoranti. le case sono vuote, le tracce di una quotidianità inspiegabilmente interrotta restano sparse tra i piatti ancora da lavare, nei libri letti a metà, in mezzo alle lenzuola disfatte.
si direbbe che israele ha vinto.
dopo settantasei anni di occupazione, di guerre e di attentati, di trattati più o meno rispettati, di convivenza forzata, di odio quotidiano, il paese intero adesso è suo, lə arabə che da decenni cercavano di cacciare via sono andatə, chissà dove e chissà come.
vittoria! no?
in realtà no.

la scomparsa dellə palestinesə getta israele nel panico, uno stato di paura e agitazione, la sensazione di minaccia è, paradossalmente, aumentata: sono sparitə, sì, ma perché? come? torneranno? e allora cosa succederà? e se non torneranno, cosa dirà il resto del mondo? cosa farà? cosa faremo?
ma soprattutto, se non torneranno, cosa resterà di un popolo che da settantasei anni fa della dominazione di un altro popolo il suo motivo stesso di esistere?
le parole dellə personaggə israelianə, per tutto il libro, sono venate di vittimismo. quello della shoa non è solo il tremendo passato dei loro avi ma il tappeto sotto cui nascondere i crimini di oggi. e se pure di questi crimini lə israelianə non parlano mai apertamente, è facile scorgerli nella paura costante delle ritorsioni, delle cospirazioni che vedono ordite ovunque contro di loro.

occupazione e colonizzazione vengono romanticizzate nelle parole di ariel.
parole, è importante sottolinearlo, perché è lui - ariel - quello che può ancora parlare, quello che è presente. in quelle parole non c'è spazio per termini come sterminio, catastrofe, genocidio, crimine. si invoca un futuro di purezza e pulizia senza esplicitare il paragone tra lə palestinesə e le "impurità" di cui hanno necessità di liberarsi. le parole di ariel sono, per estensione, quelle di tutto il popolo israeliano: stessi termini, stessi pensieri, stessa dottrina.
neppure adesso che il sogno si è realizzato, israele riesce a guardarsi allo specchio e riconoscersi come invasore e colonizzatore:
perché le madri palestinesi mandano i loro figli a tirare le pietre o compiere atti terroristici contro di noi? non capisco perché insistono a venire ogni giorno ai checkpoint e combatterci [...] in base alla mia esperienza come soldatessa, ho la sensazione che ai palestinesi piaccia essere malmenati e torturati oppure picchiare e offendere gli altri. altrimenti non si spiegherebbe il fatto che insistono con tutta questa violenza.
le parole di una soldatessa che risponde a un'intervista sono agghiaccianti, quasi da distopia, eppure - lo stiamo vedendo da più di un anno - corrispondono alla reale percezione dei fatti. l'indottrinamento israeliano è così potente da distorcere la realtà, da creare un sistema tale di pensiero da trasformare la vittima in aggressore e il colonizzatore in vittima.
ma queste storie che ariel e lə altrə israelianə si raccontano sono utili, sono necessarie. hanno bisogno di crederci, hanno bisogno di credersi vittime, di credersi superiorə e civilizzatorə di un mondo arretrato e primitivo. la loro è una fede, rifiutano l'indagine per gettarsi a capofitto della fede cieca a un'interpretazione della storia - recentissima, praticamente della cronaca - per far fronte alla realtà delle cose.
con che coraggio ci si può guardare allo specchio e riconoscersi figliə e nipote di colonizzatori, assassini, coloni? come potrebbe ariel considerare suo nonno un vecchio inglese razzista e invasore, e non un eroico israeliano che ha messo in gioco la sua stessa vita per riscattare la sua terra promessa?
ariel dice di non sopportare le "lagne" di alaa e dellə altrə palestinesə e in questa sua insofferenza cela la paura di confrontarsi, il terrore di scoprirsi dalla parte del torto.
non è un uomo crudele, è soltanto un vincitore che non ha il coraggio di ammettere il prezzo della sua vittoria.

scompaiono lə arabə, si zittiscono le loro voci e, contemporaneamente, si alzano quelle dellə israelianə. chi dissente, però, dal pensiero comune di glorificazione dei padri fondatori e dei coloni, viene inevitabilmente considerato nemico della sua stessa nazione. è a uno di questi personaggi che azem fa pronunciare, verso la fine del libro, le parole che sgorgano spontaneamente dal cuore (almeno, a chiunque non abbia un cuore non corrotto):
se esistesse un premio per lo stato più moderno e razzista che considera se stesso una "democrazia", il nostro paese lo vincerebbe di sicuro. [...] dovremmo sbarazzarci del complesso della vittima. non siamo vittime!
e mentre giornali, radio e tv continuano il loro ping pong di accuse, paranoia e supposizioni, ariel legge il diario di alaa. l'ha trovato per caso, cercando in casa dell'amico qualche traccia che lo aiutasse a scoprire la verità sulla scomparsa impossibile di centinaia di migliaia di persone.
quel diario è l'ultima voce di tuttə quellə che sono scomparsə, di tuttə quellə le cui voci sono sempre state silenziate o ignorate. lə palestinesə non parlano, ricordano, e lo fanno nel silenzio delle loro menti.

se ariel è la parola che viene pronunciata con leggerezza, il suono - qui e ora - figlio dell'abitudine a ripetere ciò che una certa ideologia ha tramandato, è la parola scritta sulla carta da sue soldi del giornale, parola che dura un giorno, alaa è la memoria di generazioni, sedimentata nell'animo, nutrita dal tempo, dal silenzio, dalla conoscenza e dalla riflessione.
il grosso quaderno con la copertina rossa è, in realtà, una lunga, lunghissima lettera che alaa scrive alla nonna ormai morta. nel filo che connette nonna e nipote, si tiene in equilibrio tutta la storia della palestina dal 1948 a oggi, le parole - scritte in segreto - di alaa si trasformano in quelle di tutto un popolo inghiottito dal nulla.
della tua memoria mi tornano in mente alcune storie, che ho sentito o letto, o che ho inventato quando ero stanco. ho l'impressione che le storie più belle siano quelle che inventiamo. [...] quelle che viviamo sono mutilate, persino quel che ho vissuto io lo è. come se la mia memoria fosse una casa di vetro che, per quanto piena di incrinature come rughe, ancora si regge in piedi, non crolla. riusciamo comunque a vedere attraverso quel vetro, ma c'è qualcosa di offuscato, confuso [...] la confusione a volte è dovuta al dolore che è più forte di quel che riusciamo a mantenere nel ricordo. e così chiudiamo la memoria in una scatola nera nella testa e nel cuore, ma fa male, ci divora dall'interno, ci corrode giorno dopo giorno. ci corrode, sì. qualche volta mi domando perché provo tutta questa tristezza. da dove viene? e di colpo mi rendo conto di conoscere la risposta: la tua memoria mi fa male, e la mia mi pesa.
attraverso i paesaggi di giaffa/tel aviv, alaa racconta i brandelli di storia strappati alla memoria di sua nonna, la trasformazione della città e quella della vita dellə suə abitantə dalla nakba in poi.
è una memoria che scorre di generazione in generazione, attraverso i racconti tanto quanto dentro ai silenzi, alle metafore, al non-detto e al non-dicibile.
guardando tel aviv, si vede giaffa in trasparenza: la felicità perduta, la catastrofe e l'occupazione stanno tutte insieme contemporaneamente nelle stesse strade, negli stessi spazi. la memoria ricompone geografie urbane perdute, nomi di strade cancellati e sostituiti, scene ormai lontane nel tempo e che mai più saranno.

per ariel il passato è superfluo, il noioso argomento su cui lə palestinesə continuano a insistere e insistere, ma per alaa il passato è fondamentale.
sono le sue radici, la storia della sua famiglia, il motivo scatenante delle storie che sua nonna ingoiava per non lasciarle più uscire. il passato è la chiave che apre la porta sulla verità delle cose, ed è per questo che c'è chi vi si aggrappa con tutte le sue forse e chi, invece, lo vede solo come un ingombro fastidioso e fa di tutto per dimenticarlo e mistificarlo:
si ricordò che una volta [...] alaa era sbottato quando lui gli aveva chiesto di piantarla con quella storia che tel aviv era giaffa con le sue borgate limitrofe. doveva essere un uomo contemporaneo che guarda avanti e non si lascia ostacolare dal passato. [...] alaa era andato su tutte le furie come mai prima di allora [...] «cosa significa che devo essere contemporaneo? che devo distendermi a pancia sotto? che puoi fare a brandelli la mia dignità e io intanto dovrei applaudirti? quando capirai che tel aviv è la bugia a cui tutti hanno creduto? e poi giaffa non era solo frutteti, e se anche fosse stata soltanto un deserto, questa menzogna a cui avete creduto non ci dà il diritto di ucciderci e cacciarci. lo sai? se anche fossimo le persone più arretrate al mondo, questo non vi darebbe il diritto di espellerci! non vi darebbe il diritto di ammazzarci! andate a combattere contro l'europa che vi ha cacciati e uccisi!»
l'amicizia tra ariel e alaa è, in qualche modo, reale e sincera. ma è avvelenata dal sionismo e dalla bugia che ha riscritto la storia ribaltandola, provando a consegnare alla memoria dei nuovi ebrei israele come stato legittimo e lə palestinesə come occupanti. una bugia a cui hanno scelto di credere, giorno dopo giorno.

il diario di alaa stilla dolcezza e amarezza per la nonna e per il destino di un popolo intero, è imbevuto d'amore e di tristezza per ciò che è perduto per sempre. alaa scrive spesso "capisco", che si contrappone alla frase più usata dallə personaggə israelianə del libro "non capisco perché". facendosi contenitore dei ricordi che la nonna gli ha donato nel corso degli anni, accudendo le sue parole e suoi segreti, ereditando il peso della sua memoria, alaa si fa carico non solo dell'umanità schiacciata del popolo palestinese ma anche di quella ripudiata e abbandonata dallə israelianə a cui non importa altro che continuare a credere alla loro bugia, anche a costo di perdere sé stessə.
fa male leggere il tono paternalistico con cui ariel affronta i pensieri dell'amico, il senso di malcelata superiorità con cui affronta i suoi ricordi e le sue parole. essere meno mostruoso - come quando, da soldato, alza la voce davanti all'assassinio di un adolescente palestinese - lo fa sentire vicino ad alaa ma non abbastanza da comprenderlo pienamente.

quasi senza rendersene conto, come se fosse nel naturale ordine delle cose, ariel prende possesso della casa del suo amico scomparso, vìola il segreto del suo diario e dei suoi ricordi più intimi e non per cercare - anche se troppo tardi - di comprenderne il punto di vista, ma solo per avere materiale per scrivere i suoi articoli di giornale, per trovare lo scoop in questo gigantesco e incomprensibile caos.
la scomparsa dellə palestinesə è letta in molti modi: una minaccia, una liberazione, un sollievo, qualcosa di cui non preoccuparsi troppo. in nessun caso, mai, si alza dal coro la voce di chi vede come una tragedia epocale - neppure per l'eventuale paura che possa ripetersi e riguardare loro - la sparizione repentina e irrazionale di migliaia di esseri umani.
ibtisam azem non lo dice, ma il senso di tutto questo è chiaro.

non so se fosse questo l'intento ultimo dell'autrice, ma ne il libro della scomparsa ho voluto trovare un barlume di speranza, nascosto proprio come la nonna di alaa nascondeva i suoi ricordi e come alaa stesso nascondeva i propri sentimenti nelle pagine del suo prezioso diario.
quello che accade, la scomparsa dellə palestinesə, getta israele nel caos e toglie l'elemento chiave della sua stessa esistenza come stato occupante, coloniale e militarizzato. non ci è dato sapere cos'è questa scomparsa, come è avvenuta e per quale motivo, sappiamo solo che - nel romanzo - ha stravolto l'ordine delle cose.
quello che spero che accadrà - presto! - fuori dalle pagine di ogni possibile romanzo o giornale è che un qualche altro evento - forse altrettanto inimmaginabile e inspiegabile come la scomparsa - possa stravolgere l'ordine delle cose anche nella realtà, possa strappare il velo che riesce ancora a mistificare l'orrore e far crollare il peggior regime terrorista che ancora oggi insanguina strade, storie e memorie.

venerdì 6 settembre 2024

oceano rosso ~ il nostro presente / il nostro passato

nacqui in fondo agli abissi, lì dove viveva la specie umana. nel mondo acquatico tutto era rosso e gli strati d'acqua, più o meno profondi, risplendevano come fuochi d'artificio. [...] la prima cosa che vidi alla nascita fu il corpo nudo, giovane e bello di mia madre. questo fece sorgere in me la strana idea che l'oceano fosse di sesso femminile. con il parto, sulla sua pelle rosea erano apparsi grappoli di macchie scure e brillanti, che trasudavano un liquido giallo e denso, espellendo il sale in eccesso. urlando, mia madre propagò nel vasto oceano gioia e dolore, attraverso onde sonore a bassa frequenza. poco dopo, la situazione attorno a lei si fece movimentata.

esistere in un mondo brutale e selvaggio, in un oceano saturo di metalli e ribollente di sangue in cui l'umanità - dopo un processo di involuzione - si è adattata a (soprav)vivere, ricombinando il proprio patrimonio genetico, plasmando la sua struttura in risposta a nuove necessità.
questo è oceano rosso di han song, e questa è la storia di stellamarina, creatura fragile partorita in un mondo di pericoli e minacce insieme a decine di fratelli e sorelle da cui si differenzia per la strana consapevolezza di aver perso tanto di ciò che rendeva, una volta, umani gli esseri umani.

l'oceano di stellamarina è popolato di esseri mostruosi e feroci, animali e piante e declinazioni diverse dell'idea di essere umano per i quali ogni altro individuo è potenzialmente nemico e nutrimento allo stesso tempo. nell'oceano rosso sono due i motori che muovono ogni cosa, due necessità che spingono la vita a perpetuarsi: il cibo e il sesso. mangiare e riprodursi. nessuna etica, né morale, nessun tabù né divieto, ogni cosa è permessa pur di soddisfare questi bisogni e l'esistenza stessa è tutto un susseguirsi di vita e morte, nascita e distruzione, in un ciclo continuo in cui la materia - la carne - passa dallo stato di essere vivente a quello di nutriente senza soluzione di continuità.

come parte di questo meccanismo, stellamarina si comporta come ogni altro essere umano acquatico, uccidendo, stuprando e cannibalizzando, ma, seppur dotato di un pensiero basilare, primitivo e a tratti mistico, ha al contempo un punto di vista unico, quasi esterno, sulla vita nell'oceano. la sua è una forma di consapevolezza di un senso di umanità perduto per sempre che a tratti esplode per poi ripiegarsi di nuovo su sé stessa: il senso del tempo che scorre, l'incapacità di avere memoria, l'essere prigionierə dei propri bisogni più bassi, l'orrore del nutrirsi dellə propriə compagnə e della propria prole che si trasformano nell'impossibilità di sfuggire alla propria natura e a quella dell'oceano stesso.

l'oceano rosso, ci dice stellamarina, è femmina. è l'espressione più animalesca e selvatica del femmineo, è madre primordiale che dà la vita e che se la riprende in un continuo fluire di carne attraverso la carne. è un essere che costantemente rinasce dai propri resti, partorisce e sbrana sé stesso, unifica vita e morte, amore e disprezzo, in un circolo che ingloba il fluire del tempo fino ad annullarlo. tra le sue acque infide, stellamarina percepisce uno sguardo che lo segue e un tunnel che in qualche modo collega la sua realtà a quella di tempi altri e lontani.

in questo mondo, in cui la pressione dell'acqua stritola corpi e menti degli acquatici, le terre emerse rimangono nell'immaginario collettivo quasi come una mitologia rimasta allo stato embrionale, forse un luogo da raggiungere dopo questa vita o forse una realtà quasi impossibile da immaginare. eppure qualcosa, in stellamarina, rimane e lo avvicina a quell'umanità ormai distrutta, una conoscenza intrappolata nelle fibre del suo corpo e della sua mente, che lo fa sussultare quando la sua mente sfiora l'idea di tempo o di civiltà. migrando nell'oceano rosso e tra i suoi orrori, alla ricerca della città sottomarina delle leggende, stellamarina cerca qualcosa di inafferrabile: una speranza per il futuro che passa attraverso la possibilità di conoscere, comprendere e ricordare il passato, seguendo quella che è una spinta verso l'evoluzione - verso ciò che fu un tempo l'umanità - impossibile da decifrare.
ma, pure quando prova a mettere in atto questo concetto astratto di civiltà - che coglie in qualche modo ma non sa come comprendere - l'unica forma di civiltà che riesce a immaginare è quella basata sulla violenza, sulla sopraffazione dellə più deboli, sulla gerarchizzazione estrema della popolazione e sulla divisione nettissima dei ruoli di genere: femmine/incubatrici, maschi/soldati.

a tratti il suo percorso rassomiglia a quello della storia umana, dalle sue espressioni più primitive verso altre più progredite e meno brutali - e dai culti femminili-ctoni (intesi, qui, come abissali) a quelli maschili-guerrieri - ma è un percorso perverso e deviato, che non riesce ad affrancarsi dalla violenza e dallo sfruttamento perché costretto in un ambiente estremamente povero di risorse in cui nulla può svilupparsi se non la capacità di soddisfare i propri bisogni, un ambiente che mette i due principali aspetti dell'essere umano - maschile e femminile - in guerra (seppur in interdipendenza) tra loro. c'è, e neppure troppo velatamente, in tutto il romanzo una forte critica al progresso e si lascia intendere più volte che è stata proprio la "crescita" smodata dei terriani a portare alla loro rapidissima estinzione e alla nascita delle popolazioni acquatiche che, come dicono le leggende, erano un tempo dieci miliardi eppure si estinsero tuttə in una sola notte.

nella seconda parte del libro han song raccoglie una serie di leggende di un passato non si sa quanto distante dal presente di stellamarina o da noi, bipedi delle terre emerse. sono storie che contengono gli stessi elementi, rimaneggiati e rimpastati come mitemi di cosmogonie primitive o versi di epopee lontane. storie che provano a spiegare l'incalcolabile arco di tempo che ci separa da stellamarina e dalle altre creature ibride del mondo sommerso, storie capaci di far immaginare un mare blu, persino più adatto alla vita umana delle terre emerse, abitato da creature pure che vivevano in armonia, come in una versione sottomarina del mito dell'età dell'oro, o storie che rimandano a quelle conoscenze tecnologiche che l'umanità aveva acquisito a fatica, nel corso dei secoli, e poi improvvisamente perso.
ma in realtà, la storia stessa di stellamarina sembra quella di un essere speciale, quasi come fosse un dio di culti antichi, consapevole di tutto, esterno al tempo eppure immanente nello spazio e nel tempo in cui si svolge la sua vita. la sua memoria - unica in una specie che ha tra le sue peculiarità quella di soffrire di frequentissime e inevitabili amnesie - arriva fino al momento della sua nascita e la sua consapevolezza è generata con lui, in quel grido che propaga gioia e dolore in tutto l'oceano.

oceano rosso è un romanzo strano e difficile, tanto nella forma del linguaggio che nella struttura della narrazione. han song non si cura troppo di rispondere alle miriadi di domande che nascono dalla lettura, ci fa sentire perdutə tra le acque salmastre proprio come lo sono lə suə personaggə fino a che non ci abbandoniamo alla corrette e rimaniamo orripilatə e insieme affascinatə dallo spettacolo della natura grandiosa e crudele a cui ha dato vita.