sabato 7 febbraio 2026

gomìtolo 3 ~ gennaio 2026


che fine ha fatto tutto l'entusiasmo che avevo a dicembre? gennaio dovrebbe essere il mese della ripartenza, per me invece sono stati giorni di mosceria e metereopatia, di arrancamento mentale, di sopravvivenza a risparmio energetico.

ho letto tantissimo ma non sono riuscita a scrivere nulla, e non perché le letture siano state poco interessanti. ho evitato di forzarmi a fare qualcosa che non mi andava - anche perché, in realtà, mi sono forzata a fare qualsiasi cosa, avrei solo voluto farmi la tana e aspettare l'arrivo della primavera - ma mi sono promessa di usare questo spazio per non perdere del tutto traccia delle ultime cose che.

in realtà la mia testa non fa che vagare, piena di disgusto per tutto quello che mi arriva ogni giorno dai social. le notizie di questi ultimi giorni raggiungono un livello di orrore tale che sfido qualsiasi regista o scrittorə di horror a pensare a qualcosa che possa quantomeno eguagliarle.
e sui social la nostra esistenza, con tutte le sue piccolezze, va avanti in tutto questo: bombardamenti e accuse di violenze inenarrabili rivolte alle persone più schifosamente potenti del pianeta in mezzo a video di gattini, ai nostri selfie, ai libri che leggiamo.
è vero che cedere spazio non è mai una reazione costruttiva, ma credo che quello spazio dovremmo occuparlo con consapevolezza, e che però non sempre ci riusciamo.
l'idea di usare sempre meno i social (se non per la ricondivisione di notizie), di cui ho già parlato in questa specie di rubrica, continua a essere fondamentale per me, ed è per questo che voglio usare il più possibile il blog per parlare delle cose che mi piacciono e che voglio condividere (sono ripetitiva? beh sì. scusatemi.) anche quando la mia testa è così incasinata e il mio morale così a terra.

e dunque, ecco qui - in ritardo - un po' di cose-di-gennaio.


innanzitutto vi invito a recuperare la recensione dell'ultimo libro di zerocalcarenel nido di serpenti, che ho pubblicato sul blog audace e che parla della vicenda - per cui dovrebbe esserci uno scandalo enorme che invece non c'è, di maja t., che proprio in questi giorni è statə condannatə a otto anni di carcere con l'accusa di aver pestato dei neonazisti (quel tipo di cose per cui dovrebbero darti una medaglia, e invece). sul manifesto trovate una bella intervista a maja t., leggetela!


prima di tornare a bologna ho anche letto la casa disabitata di charlotte riddell, preso anni fa durante non ricordo più quale festival. tralasciamo la trama, che non ha elementi particolarmente sorprendenti, anzi: la vicenda ruota intorno a una casa che si vuole infestata e a un mistero che viene indagato dal protagonista/narratore, il classico giovanotto un po' spiantato ma ricco di buoni sentimenti e di caparbietà, soprattutto perché in gioco potrebbe esserci la mano di una bellissima - timida, pudica, leggiadra, amabile, eccetera - ereditiera.
la cosa che più ho amato di questo libro è che mi ha ricordato che questa cosa dello show-don't-tell è una moda tremendamente recente e che, come tutte le mode - sperando nella bontà della sorte - passerà e noi potremo finalmente goderci ancora dei libri scritti da chi sa scrivere e non soltanto fare telecronache da stadio (ogni riferimento all'odio profondo provato per il re strega - iniziato e abbandonato, come merita qualsiasi storia sì accattivante ma completamente priva di contesto e di strumenti che permettano al lettore di capire cosa straminchia stia succedendo - è assolutamente volontario e carico di risentimento).


ho anche finalmente letto doris lessing, autrice che volevo leggere da tantissimo tempo ma - mi succede con tuttə lə scrittorə che hanno pubblicato valanghe di cose - non sapevo da dove iniziare.
il quinto figlio non è stato propriamente scelto, me lo sono ritrovato qualche mese fa in una di quelle promo due libri XX€ e l'ho preso (insieme a un amico a cui ho suggerito un libro di saramago, che ha apprezzato molto).
è stata una lettura abbastanza angosciante e quindi apprezzatissima (non so perché per ora più un libro mi angoscia e più mi piace, forse dovrei tornare dalla psicologa), che ho divorato in un solo giorno.
la storia è quella di una famiglia tradizionale che-più-tradizionale-non-si-può, una coppietta che non vede l'ora di riprodursi e sfornare una squadra di mocciosi. e in effetti, le prime quattro volte va tutto a meraviglia - nonostante un fastidio che si fa sempre più malcelato da parte dellə nonnə, costretti a dare sostegno tanto economico quanto pratico a figliə e nipotə - e le creature che nascono sono bambinə perfettə, roseə, paffutə, con gli occhioni pieni di gioia, amore e speranza.
ma giuntə alla quinta gravidanza, l'idillio si spezza. e da quel momento in poi, il piccolo paradiso che avevano sognato e iniziato a costruire, si sgretola irrimediabilmente.
l'aspetto migliore del romanzo è, secondo me, la mancanza di risposte chiare e idee più o meno preconfezionate. entriamo molto nella mente di una madre che, prima, sogna una valanga di bambinə e che descrive la gravidanza e la maternità come la migliore delle esperienze possibili. la stessa madre sarà capace di pensieri orribili - non letteralmente orribili, in realtà, ma molto lontani dagli stereotipi che abbiamo introiettato circa le donne e il rapporto con lə figliə - e il quinto figlio, visto attraverso i suoi occhi, appare come un mostro inquietante.
in questo romanzo tutto sommato anche abbastanza breve, lessing distrugge i preconcetti sulla maternità, tanto dal lato di chi la reputa un'esperienza imprescindibile per le donne, tanto per chi la rifiuta. la distanza tra la perfetta famiglia dei sogni e la tragedia di una progenie indesiderabile è poco più che un soffio, uno scherzo del caso, una possibilità incontrollabile e del tutto indipendente da speranze, sogni e ambizioni.


altro recuperone, di tutt'altro genere, è stato il cuore di thomas (sempre sia lodato vinted), una delle opere più note di moto hagio, mangaka il cui lavoro - insieme alle altre del gruppo '24 - è stato fondamentale per la definizione del canone shoujo come lo conosciamo adesso, e per tutto lo straordinario percorso di esplorazione dei generi che ha caratterizzato l'ultimo mezzo secolo del fumetto per ragazze.
insomma, una lettura che per me era dettata soprattutto dalla voglia di conoscere qualcosa di storico, di fondante del genere stesso, più che per un vero e proprio interesse per l'opera in sé - che, spoilerone, non mi ha entusiasmata più di tanto.
al netto della mia scarsa fascinazione per il melodrammatico, va riconosciuto il ruolo di opere così apertamente sentimentali - nel senso di indagine realistica e senza filtri dei sentimenti umani, anche di quelli più oscuri e meno accettati da società rigide soprattutto se insiti nelle giovani donne, creature da tenere il più possibile sotto controllo e dentro determinati schemi.
se lo guardo da questo punto di vista, più razionale e indirizzato verso la comprensione dello shoujo come movimento culturale fondamentale per la formazione delle ragazze giapponesi prima e di quelle di mezzo mondo poi, allora posso capire perfettamente lo straordinario valore di opere come questa.
il motivo per cui a me non batte il cuore leggendo storie così, è che sono ormai una vecchia bacucca. e non ci possiamo fare nulla, purtroppo per me.


molto meno significativo da un punto di vista oggettivo, ma più easy nei toni - e che quindi mi è piaciuto di più - è stato your letter di hyeon a cho. avevo un pregiudizio enorme su questo manwha che non so nemmeno spiegarmi, una sorta di antipatia a pelle che me l'ha fatto tenere su uno scaffale per più di un anno ma che alla fine mi ha sorpreso.
mentre il filo della storia è retto da una sorta di caccia al tesoro, il tema di fondo è quello del bullismo e della possibilità di creare rapporti profondi e sinceri solo nel momento in cui si abbassano le difese e ci si mostra con sincerità e senza paura.
sicuramente pensato per un pubblico giovane, è stato apprezzato anche dalla vecchia bacucca di cui sopra, quindi recuperatelo - e magari, se conoscete lettorə in piena crisi adolescenziale, regalatelo.

foto pigra (mi devo arrampicare per recuperare i volumi in alto) ~
ma volevo anche immortalare il mio pothos resuscitato e il mio quadretto

ammetto che ho snobbato per un bel po' di tempo ping pong di taiyo matsumoto perché gli spokon mi annoiano come poche altre cose al mondo (tipo lo sport). ma è taiyo matsumoto e quindi ho approfittato del fatto che un mio amico non sapeva cosa regalarmi per il claccaday e l'ho dirottato su questo.
ok, sono stata scema perché è davvero - ma davvero! - un capolavoro. scusa se ho dubitato di te, matsumoto sensei!
i due protagonisti - smile e peko - sono appassionati amici fin dai tempi dell'infanzia ed entrambi sono appassionati di ping pong. anzi, è proprio il ping pong a far nascere il loro legame e a consolidarlo nel corso degli anni, facendoli diventare due giovani promesse di questo sport e portandoli all'inevitabile scontro finale.
tra allenamenti e gare, smile e peko incarnano nei due modi diametralmente opposti tutti gli elementi tipici degli spokon: il rapporto con il proprio talento innato, la perseveranza negli allenamenti, l'ambizione, lo spirito di competitività, la crescita personale, eccetera. ma quello che rende ping pong un titolo straordinario nell'immenso panorama delle storie sportive è lo stile grafico di matsumoto, che raggiunge vette altissime. regia, composizione delle tavole, padronanza del segno, tutto si armonizza alla perfezione e riesce a restituire la tensione e la velocità degli incontri.
semplicemente meraviglioso


tornando a moto hagio, ho recuperato marginal (grazie anonimo amico che me l'hai trovato su vinted) che ho apprezzato molto di più rispetto a il cuore di thomas. marginal è uno sci-fi le cui atmosfere mi hanno ricordato moltissimo la principessa splendente per le tematiche legate al controllo bioingegneristico dei corpi, anche se la trama è completamente differente. siamo sulla terra, in un futuro non lontanissimo e post-apocalittico in cui sopravvive una popolazione quasi esclusivamente maschile e un'unica donna-madre venerata quasi come una divinità. ovviamente, ci sono forse esterne alla piccola comunità in cui si svolge la storia, e il mistero che le avvolge scatena i fatti da cui poi prende avvio la trama, che è troppo lunga e complessa per poterla riassumere qui, ma volevo segnarmi un'osservazione secondo me interessante, e cioè che marginal prova - forse senza averne l'intenzione - la natura squisitamente culturale del patriarcato, totalmente scevra da qualsiasi fondamento biologico: in questa società di soli uomini, infatti, le dinamiche di squilibrio dei poteri tipiche delle culture misogine si ripropongono a discapito dei ragazzi più giovani.
lo so che è assurdo dover ribadire nel 2026 che non c'è alcuna differenza di valore tra maschi e femmine legata a una qualche idiozia parascientifica, ma le ultime notizie che arrivano da questo ridicolo paese ci dicono che non è così. e dunque, grazia hagio sensei per averlo spiegato così bene.


non sono stata al bologna nerd ma ho approfittato del fatto che ci andasse la mia coinquilina per recuperare velocissimamente olympia, ultima autoproduzione di giulio macaione.
fun fact: la mia tesi di triennale in accademia era proprio dedicata all'olympia di manet. ma sono aneddoti che non importano a nessunə, quindi parliamo di questo fumettino qui che è molto più interessante. macaione riprende alcune tematiche del discorso intorno all'opera di manet - l'assertività dell'espressione del viso di victorine meurent, il suo doppio ruolo di artista-soggetto e modella-oggetto, il soggetto non metaforico né didascalico dell'opera, eccetera - e ci costruisce intorno una storia che viaggia sui due binari della realtà e dell'immaginazione e che si gioca tutta nella distanza carica di tensione erotica tra un pittore, che vuole reinterpretare l'olympia, e un modello che non conosce l'opera originale. il dialogo tra loro riprende la tensione tra soggetto rappresentante e soggetto rappresentato, tra l'intento espressivo di chi è osservato e l'interpretazione di quella stessa espressione da parte di chi osserva, un incontro-scontro che si sublima in un sogno erotico a occhi aperti forse condiviso, capace di scardinare gli equilibri di potere inizialmente stabiliti.
poche pagine ma estremamente affascinanti sia per la bravura di affrontare in modo chiaro, sintetico e lucido quello che in un libro di critica d'arte avrebbe richiesto pagine e pagine di sbrodolamenti, sia per l'eleganza delle scene più esplicite, ottime da schiaffare sotto gli occhi di chi, ancora, finge di ignorare la differenza tra erotismo e pornografia.


ho recuperato su vinted i quattro volumini di clover delle clamp, che avevo letto non so più quanti anni fa (probabilmente una ventina) e... non ricordavo affatto che fosse così bello e sperimentale! ovviamente, è una di quelle cose belle che clamp fanno e non finiscono. per la precisione, clover pare essere stato abbandonato proprio a livello embrionale, privo non soltanto di una conclusione ma anche di un vero e proprio sviluppo. almeno, da un punto di vista canonico. facendoci del male (perché, se la mia teoria è accettabile, allora il finale è tristissimo e disperato), possiamo anche considerarla come un'opera completa ma con una struttura molto particolare: il primo volume conclude una storia iniziata prima, che viene riproposta come una sequenza di flashback via via sempre più lontani nel tempo nel corso degli altri capitoli. un'espansione della trama non tanto verticale - dall'inizio alla fine, insomma - ma orizzontale, una dilatazione del tempo-racconto che si focalizza più sullə personaggə che sulla vicenda.
accettando il fatto che non sapremo mai se la trama originale prevedeva altro, possiamo goderci tutto il resto, ovvero una costruzione dello spazio estremamente minimalista e surreale, con lə personaggə che si spostano spesso in enormi campiture bianche, costumi e oggetti il cui design è un interessantissima commistione di steam punk e puro decorativismo, con quei riferimenti alla natura piegati alla necessità ornamentale che fa un po' liberty, e una scansione delle tavole che rende clover vicino a qualcosa che potrebbe essere più una poesia - o una canzone - a fumetti più che una vera e propria narrazione.
a distanza di così tanti anni - e dopo aver accettato l'idea che le clamp non sono mai sinonimo di sicurezza per noi lettorə - posso dire che secondo me si meriterebbe una bella ripubblicazione, a beneficio di chi, ai tempi, se l'era perso (altrimenti, cercate su vinted che si trova abbastanza facilmente).


da dicembre sto seguendo il bellissimo corso di letteratura umoristica della mia amica valentina presti danisi che mi sta aprendo un mondo - e mi sta facendo aggiungere libri su libri alla wishlist e agli scaffali. tra questi, ho letto il cornetto acustico di leonora carrington che vince a pieno titolo il primo premio per il libro più assurdo-et-geniale dell'anno anche se siamo solo a febbraio.
è un po' difficile parlare di questo libro perché nella sua geniale assurdità è totalmente spiazzante: si inizia con una vecchietta quasi centenaria con grossissimi problemi di udito, un paio di gatti, una gallina e un cornetto acustico ricevuto in dono dalla sua strampalata amica, e si finisce - letteralmente - alla fine del mondo, passando per suore dedite a rituali pagani, cavalieri alla ricerca del santo graal, divinità mai dimenticate, e dolcetti avvelenati (non sono spoiler, questi pochi elementi non dicono molto nel modo meraviglioso in cui si incastrano tra loro). a tutto questo si aggiunge uno stile brillante e alcune frasi che meriterebbero di diventare dei poster.
insomma, se non lo conoscete leggetelo (e seguite valentina e i suoi corsi perché meritano tanto!)


e poi ovviamente ho visto la prima parte della nuova stagione di bridgerton e la scena in cui la regina chiede a penelope di raccontarle gli ultimi pettegolezzi in stile lady whistledown, battendo le mani e lanciando urletti isterici, riassume perfettamente le mie reazioni a questi primi episodi, strapieni di cliché. l'avevo scritto tempo fa, bridgerton ha un posticino speciale nel mio cuore sia perché i romanzi mi sono stati di conforto in un periodo di stress tremendo - e leggere quelle storie così perfette e zuccherose era l'unico momento in cui potevo rilassarmi un po' - sia perché è forse la serie in cui ho visto le migliori rappresentazioni di corpi disabili e in generale non conformi di cui abbia memoria. bridgerton è un'utopia al quadrato non soltanto perché ci sono uomini (bellissimi) scritti da donne, con tutti i benefici che questo comporta, ma anche perché persone bipoc/queer/disabili e altre identità convivono in una società non marginalizzante, giudicante ed escludente (almeno su questi parametri). ovvio che resta la questione di classe - si parla dell'alta società e si fa una grandissima distinzione tra chi appartiene alla nobiltà e chi no, e anzi questa stagione ragiona quasi esclusivamente su questo - e un intrinseco maschilismo su cui si fonda tutta la questione del mercato matrimoniale, ma vedere personaggə non conformi rappresentatə da attorə non conformi mi rincuora moltissimo.
il lavoro di adattamento che è stato fatto in questo senso partendo dai libri - che sono molto più banali nel senso di chi viene rappresentato e come - è la dimostrazione che no, non sempre la coerenza con l'opera originale paga e che, anzi, un buon adattamento è quello capace di aggiungere valore a opere originali che altrimenti rimarrebbero prodotti poco o nulla rilevanti.


foto bonus: ragazza che legge, pablo picasso 1938. una delle poche foto fatte alla mostra impressionismo e oltre, al museo dell'ara pacis di roma lo scorso weekend.
un po' per giustificare il ritardo di questo post, un po', soprattutto, perché qui ci stava proprio bene.

martedì 3 febbraio 2026

house of frank

« ti ricordi cosa mi hai promesso, sai? »

ho appena finito di leggere house of frank, romanzo d'esordio di kay synclaire appena uscito per mondadori, e ho sentito la necessità di scriverne immediatamente, soprattutto in questo periodo in cui scrivere qualcosa mi riesce così difficile (il gomitolo di gennaio arriva. non so quando ma arriva).

togliamoci subito il dente: un po' di editing in più non avrebbe per nulla fatto male, ci sono troppe ingenuità, troppe ripetizioni, troppe artificiosità nellə personaggiə che potevano essere migliorate.
ma, nell'insieme, è un libro davvero carino, e per "carino" intendo che da un po' quel tipo di sensazione che si prova quando ci si avvoltola in un plaid caldo e colorato, magari con un gatto accanto, e si sta a chiacchierare con un amicə fino a togliersi ogni peso e brutto pensiero da dentro.
è un libro-coccola - e, in quanto libro-coccola, gli si possono perdonare un po' di difetti - e forse, visto il tema, non potrebbe essere nient'altro che un libro-coccola.

la storia di house of frank rientra in quel filone (che a me piace moltissimo) della famiglia-per-scelta o, e forse è un po' più calzante, famiglia d'adozione.
la protagonista, saika, in effetti non ha scelto la strampalata compagnia che vive a casa di frank come sua famiglia, non all'inizio, almeno.
è arrivata alla casa con un peso enorme sul cuore e il barattolo con le ceneri di sua sorella fiona in valigia. l'ultimo desiderio di fiona era quello di poter diventare una cosa bella dopo la sua morte e qui, a casa di frank, è possibile farlo.
accanto alla casa, sorge ash garden, un bellissimo arboreto: qui le ceneri dei defunti vengono piantumate e si trasformano in querce, pioppi, faggi, pini eccetera. diventano cose belle. e vive.

ma saika è in qualche modo terrorizzata all'idea di separarsi da ciò che rimane di fiona. dal giorno della sua morte, continua a parlare con lei, a tenerla nel suo cuore come una parte di sé stessa. divide ogni momento della sua quotidianità di sua sorella e, nonostante abbia accettato di esaudire il suo desiderio, l'idea di mettere un punto, fermo e definitivo, a questa parentesi della sua vita la spaventa al punto tale da bloccarla. capito il suo stato d'animo, frank le chiede di rimanere fino a quando non si sentirà pronta ad affidare le ceneri di fiona alla terra. ed è da questo momento che la vita di saika, finalmente, cambia.
dopo anni di fuga da sé stessa e dalla sua famiglia, saika trova una casa in cui può provare a cercare il suo posto. non è semplice e non è immediato, ma poco per volta inizia a intessere legami con lə altrə abitanti della casa e a svelare a noi lettorə il suo grande, terribile segreto.

house of frank è - come direbbero quellə bravə - un fantasy low key, pieno di personaggə fantasticə - saika è una strega, frank un'enorme bestia antropomorfa, ma ci sono anche fate, fantasmi, streghe-gargoyle (ecco, credo di avere una cotta per una certa strega viola con le zanne ricoperta di tatuaggi) - e di magia, ma soprattutto è un racconto che parla dei tanti possibili modi di vivere il lutto e la mancanza.
tuttə nella casa hanno vissuto momenti di perdita e di inconsolabile dolore e ognunə di loro ha reagito a modo suo. la casa e l'arboreto hanno funzionato come un centro gravitazionale, lə hanno spintə a creare legami e a cercare sostegno in una quotidianità piena anche se imperfetta in cui ciascunə mette a disposizione talenti e impegno a beneficio di tuttə.

quando saika si rende conto che quel piccolo, caotico mondo costruito sulla scelta di restare vicinə è in terribile pericolo, riesce finalmente a uscire dal suo loop di dolore, dai suoi pensieri ossessivi, dalla colpevolizzazione e dalla paura. tutto quello che ha vissuto fino a quel momento, anche ciò che più le ha fatto male, sembra acquistare un senso. il dolore per fiona, la paura, le scelte sbagliate e poi rivendicate, tutto quello che ha fatto e sopportato fino a quel momento, ogni cosa si allinea alle altre come stelle che rivelano, tutto a un tratto, una figura, un nuovo significato.

dopo aver passato anni a svalutarsi e a colpevolizzarsi, saika capisce che può aiutare, che lo scopo della sua esistenza non è finito. ed è così che impara di nuovo a guardare al futuro e ad amare.

(forse è un po' sdolcinato? beh... sì. moltissimo. ma, non so voi, io ne avevo bisogno) 

venerdì 9 gennaio 2026

gaza 1956 - note a margine della storia

questo è il racconto delle note a margine prese assistendo allo spettacolo di una guerra dimenticata. nel 1956 la guerra vide l'egitto contrapporsi a una strana alleanza tra gran bretagna, francia e israele; con il contorno di un susseguirsi di incursioni dei guerriglieri palestinesi e delle forze israeliane attraverso i confini di gaza; e le note a mergine... be', come la maggior parte delle note a mergine, finirono in fondo alle pagine della storia, in perenne bilico.
la storia può fare a meno delle note a margine. le note a marine quando va bene sono un'opzione; se va male fanno lo sgambetto alla grande narrazione. di tanto in tanto appaiono edizioni più agili e di facile lettura: la storia di scrolla di dosso in un colpo solo un po' di note a margine. e capite bene perché: la storia è sovraccarica. non può fare a meno di produrre pagine ogni ora, ogni attimo. la storia s'ingozza degli episodi più freschi e deglutisce quanto può ciò che è vecchio.

quante volte abbiamo detto che non è iniziata il 7 ottobre (2023)?
questo libro è stato scritto e disegnato nella prima decade del nuovo millennio e racconta - prova a raccontare - eventi che risalgono a circa mezzo secolo prima. eventi che, inesorabilmente, sono difficili da isolare, da non lasciar sovrapporre ad altri: 1948, 1954, 1967, e poi ieri, un mese fa, questa mattina, poche settimane fa...

gaza 1956 - note a margine della storia è un'opera ibrida, tra graphic journalism e social history, la storia, cioè, che non si concentra ai grandi avvenimenti politici ma che si basa sulle fonti orali e che, quindi, indaga il passato dei popoli, della gente comune, di chi quei grandi avvenimenti li ha quasi sempre subiti. ed è anche, ovviamente, il diario di campo di joe sacco durante il suo soggiorno a gaza e la sua ricerca di informazioni, storie e ricordi.
se andiamo a fare una ricerca su quel periodo, scopriamo che nelle cronache ufficiali gaza viene a malapena nominata. quella che è ricordata come la crisi di suez, fu una guerra lampo che coinvolse francia, gran bretagna e israele contro l'egitto, che si ricorda per lo straordinario accordo di interessi tra stati uniti d'america e unione sovietica e per essere stata, in qualche modo, la fine dell'impero britannico.

joe sacco, però, cerca una storia molto più piccola - almeno in senso geografico - dentro questa storia così ampia, ovvero quella di rafah, la piccola cittadina di gaza (che ormai abbiamo sentito nominare migliaia di volte ma che all'epoca della pubblicazione di questo fumetto non era così conosciuta) e del massacro compiuto dall'esercito israeliano ai danni della popolazione palestinese: 111 morti, secondo le stime ufficiali, che pure parlavano - quando non omettevano del tutto la vicenda - di tragico errore.
sappiamo benissimo, ormai da tanto, il significato nascosto di quelle parole, ma sacco, davanti alla carenza di informazioni nei report ufficiali, decide di trovare la verità di quel giorno nelle parole di chi, ancora, ne conserva la viva memoria.

a gaza incontra uomini e donne di ogni età, parla con loro, chiede di quel giorno del novembre 1956.
il ventaglio di risposte che gli si para davanti è dei più complessi e variegati, e bisogna riconoscergli la bravura e la professionalità di riportare - per quanto lui stesso avvisi che ogni storia è inevitabilmente filtrata non soltanto dagli interpreti sul campo, ma anche dal suo lavoro - questo risultato così intricato e mai perfettamente coerente.

raccogliere informazioni sul campo però è difficile, perché è difficile per lə suə testimoni mantenere salda la memoria su un giorno preciso, su un massacro preciso quando ogni giorno porta violenza e uccisioni, quando ogni persona ha visto morire qualcunə della propria famiglia o lə propriə vicinə di casa o lə amicə, quando è scampata lei stessa più volte alla morte, a volte solo per un soffio.
sacco racconta l'impossibilità di ricordare esattamente cosa testimonia ogni cicatrice che si ha sul corpo: questa ferita risale al 1956? o al 1967? o a un altro giorno ancora, uno dei tanti in cui lə palestinesə vengono assassinatə e le loro case rase al suolo?
massacro dopo massacro, distruzione dopo distruzione, morte dopo morte: nei racconti, così come nell'oggettiva realtà dei fatti, non c'è soluzione di continuità e non c'è - anche quando si cerca, anche quando si desidera a ogni costo trovarla - alternativa alla resistenza.

poco alla volta, mettendo a confronto le testimonianze e cercando le sovrapposizioni nei resoconti, sacco riesce a mettere in qualche modo a fuoco il dodici novembre 1956: una violenza immotivata e brutale, ricordi che traboccano di incredulità, di sopportazione e di paura, una violenza che si innesta a quella del presente spesso causando la rabbia dei ragazzi più giovani: perché non parli di oggi? perché pensi a ieri?


ma l'oggi c'è, ed è impossibile da ignorare. sacco è davanti alle ruspe che distruggono le case, per strada accanto al passaggio di un funerale dell'ennesimo ragazzino colpevole di aver tirato una pietra, presente quando rachel corrie viene assassinata atrocemente dall'iof. l'autore non spreca tempo e spazio in didascalie, non aggiunge riflessioni personali e meno che mai giudizi, ma il suo sentire è tanto chiaro quanto lo è una verità innegabile, e cioè che non può esserci alcuna riflessione sul presente né reportage che non tenga conto di più un'occupazione assassina che dura ormai da quasi settant'anni, e che nessun atto di violenza che può essere raccontato dallə cronistə (palestinesə e non) può prescindere dalla conoscenza di tutto ciò che è stato.
la storia della palestina è, prima ancora della storia dei suoi capi, delle date e degli eventi mediaticamente più risonanti, la storia vissuta sulla pelle del popolo palestinese.
e questo popolo è ritratto con un rispettoso realismo tanto nella sua miseria quotidiana, quanto nella forza titanica del suo resistere.

i sottintesi di sacco sono tantissimi, e forse quello che mi ha colpita di più è l'ossessione dellə palestinesə per il conflitto con israele, probabilmente la cosa più facilmente fraintendibile di tutto il libro. c'è una domanda, nascosta tra le righe di una narrazione che non si concede mai un attimo di riposo: cosa resta alla gente se ogni giorno, ogni ora, ogni momento della sua vita è una lotta per la sopravvivenza? il primo crimine tra i tanti imperdonabili commessi da israele è la spoliazione delle aspirazioni, dei sogni, delle speranze e dei progetti di un intero popolo.

gaza 1956 è un'opera che restituisce alla verità un episodio - uno dei tanti - che sarebbe stato, altrimenti, perduto nell'oblio e sotterrato dalle bugie della propaganda. un libro importantissimo per capire un po' di più anche l'abominevole genocidio ancora in corso.

venerdì 2 gennaio 2026

gomìtolo 2 ~ dicembre 2025


al netto dei numeri, delle statistiche e dei risultati (che tristezza che è poi stare sempre a guardare il rendimento di tutto, pure delle cose che si fanno per diletto o per passione e non per lavoro. dovremmo smetterla, dovremmo ricominciare a condividere le cose per il puro gusto di farlo e di parlarne con lə altrə, ritornando a goderci il nostro - poco - tempo libero invece di trasformarlo nell'ennesimo spazio in cui dobbiamo performare) sono davvero contenta di avere a disposizione questo spazio, di uscire sempre di più dalle dinamiche dei sarà-possibile-peggiorare-ancora? social, di scrivere qualcosa di diverso di quello che di solito faccio qui.

dicembre è il mio mese (invernale) preferito, è il mese del claccaday e di natale, delle luci, degli alberi decorati e dei regali. lo so che il natale è tipo il tempio del capitalismo e che buona parte dell'internet che non è occupata dai video dei gattini è piena di meme su quanto faccia schifo il cenone i parenti (spoiler: credetemi, anche se è tradizione e se poi la nonna ci resta male, potete rifiutarvi) ma non ci posso far nulla, a me continua a piacere. e mi piace ancora di più adesso che "natale" vuol dire tornare a casa e stare in famiglia per un sacco di giorni (meme a parte, si può scegliere cosa ci fa stare bene e fare proprio quella cosa lì. magari dirlo fa meno engagement del video dove imitate la zia che vi chiede quando scodellate un paio di pargoli, però ecco.)
così ho passato l'ultima parte di dicembre a coccolare olivia e ruffola, a lanciare elastici e palline, leggere libri e fumetti, a fare qualche passeggiata vicino al mare, e a guardare qualche film seduta su un divano vero. e, ovviamente, ho approfittato del tempo libero per scrivere, qui e sul blog audace, dove prossimamente leggerete un'intervista che non avrei mai sperato di fare

a dicembre, però, ho letto meno di quanto sperassi. ho letto soprattutto un mucchio di fumetti (alcuni per l'intervista di cui sopra) e pochi libri. ultimamente mi sono ritrovata a iniziare un sacco di romanzi che non riuscivano a prendermi, che ho abbandonato con un segnalibro in mezzo e che probabilmente proverò a riprendere più in là (è un metodo che di solito funziona. alcuni libri non sono davvero brutti, semplicemente arrivano al momento sbagliato).
però, tra le cose che ho letto, ne ho lette un sacco davvero belle, altre un po' meno. e quindi, finalmente, ecco il riassuntone:

foto fatta così perché ci tenevo a immortalare quell'angolino bellissimo di camera mia

tra le ultime letture prima di lasciare la mia cameretta tardoadolescenziale di bologna ci sono il secondo volume de il volume del tempo e la female man.
con questa serie di solvej balle ho un rapporto decisamente strano. da un lato trovo che sia una delle cose più noiose mai lette, in cui succede talmente poco che più che una trama sembra una soluzione omeopatica. dall'altro, questo nulla è scritto in un modo che mi trattiene e mi fa divorare le pagine una dopo l'altra. non che sia uno stile particolarmente bello, assolutamente, però il fluire dei pensieri della protagonista, e soprattutto il fatto che sia così ridondante a volte, ha su di me un effetto quasi ipnotico. e comunque voglio assolutamente capire perché e come questa tipa si è ritrovata bloccata dentro un diciotto novembre e non riesca a venirne fuori.
ovviamente, il secondo volume finisce proprio nell'unico momento in cui finalmente stava per succedere qualcosa, ma ho il terzo già pronto nello scaffale-dei-libri-da-leggere.

la female man, invece, mi aspettava da più di un anno e finalmente è arrivato il suo momento. si può classificare come fantascienza giusto perché si parla di dimensioni parallele ma per il resto è tutto un meraviglioso delirio femminista, un sogno a occhi aperti furioso, incazzatissimo in cui joanna russ costruisce un mondo utopico abitato da sole donne - whileaway - e distrugge ogni possibile stereotipo di genere, le aspettative sulle donne, l'idea di famiglia patriarcale come dovere a cui assolvere. a raccontare sono quattro donne, quattro possibili versioni della stessa donna (in un passaggio illuminato, russ spiega molto chiaramente ed esplicitamente che poco importano le caratteristiche genetiche proprie di un individuo, quello che fa veramente una persona è il contesto culturale-economico-politico-ambientale in cui vive e il ruolo sociale che si ha in questo contesto) le cui voci spesso si sovrappongono fino a rendersi irriconoscibili. la female man non è un libro facile da leggere, non ha una trama lineare né uno stile particolarmente amichevole nei confronti dellə lettorə (e nonostante questo la traduzione di oriana palusci scorre che è una meraviglia), e va benissimo così, ché di libri facili è pieno il mondo. scritto negli anni '70, la female man resta più che attuale anche oggi, è un romanzo potente, carico di una rabbia che dovremmo ritrovare ogni giorno.

comprare fumetti online e mandarli a casa giù è un ottimo modo per
avere più regali da aprire a natale

a proposito di donne e di femminismo, ho approfittato degli sconti di novembre per recuperare questi tre titoli di una delle mie autrici preferite di sempre, la meravigliosa silvia ziche.
penso di ricordarmi i suoi fumetti praticamente da sempre, di esserci cresciuta e di aver forgiato buona parte del significato di ironia e umorismo proprio grazie alle sue storie, prima su topolino e poi su tutti i libri che ha pubblicato in questi anni.
nuove prove tecniche di megalomania è una critica geniale non tanto ai social network in sé ma all'uso che ne facciamo. da leggere dopo aver rispolverato il precedente prove tecniche di megalomania per capire quanto disastroso sia il declino culturale e sociale a cui l'uso sconsiderato delle nuove tecnologie ci sta portando. e non chiedo scusa se sembro una vecchia babbiona che non sa stare al passo con i tempi, il punto non è questo. e non è nemmeno questo il luogo e il momento per fare una megafilippica su questi argomenti, per cui leggetevi i fumetti che spiegano tutto molto bene.
... e noi dove eravamo? e l'allegra vita della quota rosa sono, invece, due meravigliosi esempi di come si possano affrontare discorsi anche molto seri e politicamente impegnati in modo leggero e comprensibile a lettorə di qualunque età. nel primo, lucrezia incontra le sue antenate e ripercorre la storia delle conquiste femministe per arrivare a fare propria l'idea che non si può avere una solida visione del futuro né tantomeno la forza di continuare a lottare per tutto quello che sarà senza una consapevolezza del passato e delle lotte già portate avanti e delle vittorie ottenute.
e sempre lucrezia è la protagonista de l'allegra vita della quota rosa, un geniale compendio di storie velocissime e vignette taglienti che fanno a pezzi tutta la banale idiozia degli stereotipi di genere e del maschilismo imperante.
consigliatissimi a chiunque, soprattutto allə più giovani e a chi sta iniziando ora ad interessarsi di femminismo e questioni di genere.


per questo claccaday ho ricevuto tantissimi fumetti ma al momento (anche per questioni meramente logistiche) sono riuscita a leggere soltanto forget me not, la mia prima volta con un libro di loputyn (di cui ho sempre apprezzato l'eleganza dei disegni). è stato davvero una sorpresa, non mi sarei mai aspettata che mi piacesse così tanto!
la storia di veronica, strega che vive in una casetta tra le montagne in compagnia dell'asinello burro (che ha conquistato il mio cuore fin dal primo istante ) e di un paio di galline, potrebbe sembrare quasi una storia triste, di perdita e di rinuncia. e invece a me è sembrata una storia di liberazione e di riconquista, una storia che scavalca l'idea che l'unica felicità possibile è quella che si divide con un'altra persona (possibilmente del sesso opposto, meglio ancora se sotto il sacrosanto vincolo del matrimonio), che supera l'idea che non si possa guarire dalla sofferenza di un lutto, che ciò che ci fa felici oggi ci debba fare felici per sempre, che non ci siano più nuovi orizzonti da scoprire.
forget me not parla di traumi da affrontare e da risolvere e dell'amore che non è per forza la vita di coppia, è cura e condivisione, è amicizia e incontro.
pagina dopo pagina, questa storia mi ha commossa davvero e mi ha fatto riflettere su quanto immaginare la felicità in un solo e unico modo non faccia altro che impedirci di trovare la vera forma che la felicità ha per ciascunə di noi. e che abbiamo bisogno della cocciutaggine di un asinello per andare avanti e avanti fino a che non la incontriamo.


non so più inquadrare lindsey drager perché tanto mi era piaciuto l'archivio dei finali alternativi quanto mi ha deluso perdute le figlie. mi è sembrato quasi di leggere l'abbozzo di due storie diverse, o meglio di due versioni della stessa storia, come se l'autrice non fosse del tutto sicura di cosa raccontare e di come farlo. un'opera che gira su sé stessa senza trovare una direzione precisa, piena di immagini e significati forzati. ci sono sinceramente rimasta male perché ero sicura che mi sarebbe piaciuto un sacco, e invece. non so nemmeno come parlarne!


che emozione questo libretto, che malinconia leggere conversazione su tiresia e sentire risuonare in mente la voce di camilleri! un monologo scritto e interpretato a teatro dal maestro, e trasmesso in tv nel 2019 che all'epoca mi aveva emozionato tantissimo. sentire la voce di camilleri che racconta la storia di questo indovino cieco che per un capriccio degli dei aveva avuto corpo sia di uomo sia di donna, che aveva vissuto innumerevoli vite in epoche diverse, che era stato raccontato più e più volte come simbolo di saggezza o di menzogna, era un po' come sentirsi consegnare il suo personale testamento, l'amore per il teatro, per le storie e per chi quelle storie le abita e le rende indimenticabili.
quella di camilleri, più che un'interpretazione, sembra quasi un'incarnazione - entrambi ciechi, entrambi narratori, uno di futuri e uno di finzioni - una delle tante vite di tiresia in cui, finalmente, è lui stesso a parlare e a svelare la verità sulla sua vita.


e, ovviamente, ho visto l'ultima stagione di stranger things. fino al penultimo episodio mi è pure piaciuta, nonostante abbia difetti a palate (tra i quali, ricordiamo, un paio di attori platealmente filosionisti - motivo per cui si consigliava e si consiglia ancora di non guardarlo su netflix. piratə sì, amicə di chi massacra bambinə mai), ma il finale è stato veramente pessimo.
senza troppi spoiler: se fosse durato circa la metà, sarebbe stato pure accettabile, ma l'ultima ora poteva benissimo essere uno spin-off per dare il contentino allə fan, non il vero finale della serie. un po' come lost e poi game of thrones, questa serie aveva tantissime potenzialità che però sono state sprecate proprio alla fine. il problema è che fino a che si scriveranno storie per far contento il pubblico, sarà sempre una roba così. lə autorə dovrebbero avere qualcosa da dire a prescindere dalle eventuali critiche, a prescindere dalle logiche commerciali, non fare fanfiction con lə loro stessə personaggə. è questa la (mia) vera nostalgia dell'epoca pre-internet.
amen, aspettiamo la prossima serie evento sapendo che comunque alla fine ci lamenteremo.

ruffola ha molto apprezzato il regalo che ha portato babbo natale

alla fine di tutto questo, bisogna fare i conti con questo cambio di data. ad essere sincera, per me il capodanno vero è sempre quello tra agosto e settembre, è in quel momento lì che sento la fine di qualcosa e che mi sento davvero pronta a ricominciare. però ok, seguo il calendario.
in questi ultimi giorni, come voi, ho visto milioni di classifiche e best of e wrapped vari in ogni dove ma io non ne ho per niente voglia (e poi odio le classifiche in quanto tali, anche perché spesso è impossibile accostare due opere diversissime tra loro e provare a decidere qual è la migliore), ma vi lascio un elenco dei post - su claccalegge e sul blog audace - dove ho scritto delle cose più belle lette in questo anno appena concluso:
e quindi vi auguro, anzi ci auguro un 2026 pieno zeppo di bei libri e bei fumetti, di letture davvero stimolanti, emozionanti e intelligenti, di belle persone con cui parlarne. ma soprattutto, quello che mi auguro di tutto cuore è che il mondo rinsavisca, che questo spaventoso ritorno al potere del fascismo globale abbia un freno e una fine, che si riesca a porre fine al genocidio in palestina e a tornare a rispettare davvero il diritto internazionale.
continuiamo a parlarne, a scriverne, a tenere viva l'attenzione su quello che succede a gaza e nei territori palestinesi occupati, parliamo di tutto quello che non va e che possiamo cambiare, anche solo un minuscolo pezzettino alla volta (se volete fare qualcosa per la causa palestinese ma non sapete cosa, un'ottima idea è iniziare da qui).

bonus: foto-cartolina da vicino casa