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mercoledì 3 giugno 2026

anatomia di me

questa è la mia tortura: oscillare tra una festa bellissima in un giardino incantato ed essere falena svuotata, che si è spinta troppo vicino alle luci del party.

a volte, nell'ipersaturo mercato editoriale dove tutto somiglia a qualcosa, arriva un libro che non fa eco a niente e che è impossibile da collocare nello scaffale giusto.
anatomia di me è un memoir, un libro di poesia, un diario illustrato, una riflessione profonda sulla salute mentale in chiave politica e antipsichiatrica. è una testimonianza preziosa per lə studiosə sociali che si occupano di medicalizzazione e di pratiche della biomedicina e psichiatria occidentale ed è un abbraccio per chi vive con una diagnosi psichiatrica e - soprattutto per colpa di quelle pratiche - si sente solə.

scritto e disegnato nel corso di anni, anatomia di me è nato come diario personale, uno spazio in cui cercarsi e cercare il senso del proprio percorso dal momento della diagnosi: disturbo borderline e disturbo bipolare.
la diagnosi di una patologia è, per quasi tuttə, il punto di svolta nella vita: da un lato dà significato e risposte a quello che prima non si riusciva a nominare o comprendere, dall'altro si incide addosso come un'etichetta, rinchiude in una definizione da cui poi è difficile tirarsi fuori.
ci si dice ok, ora so perché sono così, ma perché sono così? e la risposta è impossibile da trovare perché, semplicemente, non esiste.

anatomia vuol dire, letteralmente, tagliare attraverso, dissezionare. ed è questo quello che mel fa in questo libro, attraverso le immagini e la poesia.
disegni e parole - tracciati i primi e scritte le seconde a penna, direttamente sul foglio, senza la rete di sicurezza di una bozza a matita prima - danno forma all'inconcepibile e all'innominabile, restituiscono alla realtà esterna un mondo interno in cui, dice l'autrice, si può viaggiare. una geografia del proprio io che deve essere esplorata, mappata e, infine, compresa.


questo luogo-essenza è il territorio dell'autoanalisi tanto quanto quello della medicalizzazione. mel viaggia e racconta, come un'esploratrice che compila un coscienzioso rendiconto di un paesaggio mai visto prima e, insieme, parla dell'ambivalenza della cura, come terapia che placa i momenti di maggior sofferenza e come imposizione e reificazione dellə paziente. tutta la sua esperienza, per come emerge dal libro, è estenuante oscillazione: tra stati d'animo di estrema intensità, tra accettazione e rifiuto degli interventi medici, tra lo scorrere velocissimo di emozioni estenuanti e la trattazione calma e competente della diagnosi, tra una disperazione inconsolabile e una luminosa volontà di guardare avanti.

leggere anatomia di me non è facile. poco importa se ci si riesce a riconoscere o no nelle visioni oniriche e asfissianti delle pagine illustrate o nella forza sconcertante delle parole che non fanno mai sconti né ingentiliscono la realtà.
carne viva - che doveva essere il titolo per come era stato pensato all'origine - è quella che vediamo e tocchiamo a ogni pagina. è un corpo privo di pelle, della più elementare delle difese, messo a nudo che chiede di essere guardato, riconosciuto e accolto, prima di tuttə da sé stesso.


in un orizzonte culturale, medico e letterario che relega la narrazione in merito alla salute mentale sul ripiano più alto degli scaffali riservati allə specialistə e allə addettə ai lavori - o al massimo a caregiver o familiari di persone con diagnosi - un libro come questo apre lo spazio alle voci di chi la diagnosi la vive sulla propria pelle. ancora una volta, il personale smette di essere testimonianza di una specifica storia per farsi esperienza politica e collettiva, strumento di conoscenza, consapevolezza e terapia per chiunque - e da qualsiasi prospettiva - abbia bisogno di conoscere.

di questo libro incredibile ne ho parlato anche con mel in un'intervista (bellissima) che leggerete prestissimo sul blog audace! stay tuned.

venerdì 22 maggio 2026

betterland ~ intervista ad albhey longo

vaffanculo. voglio che il mondo continui.

tre anni e quasi-mezzo fa scrivevo per la prima volta di betterland di albhey longo sul blog audace. oggi torno a farlo qui perché betterland, che all'epoca era un webtoon, oggi è un bel volumetto di carta e inchiostro pubblicato con attaccapanni press, bello come prima, forse anche più di prima (grazie al cielo, nonostante tutte le possibili sperimentazioni, continuiamo ad avere la roba stampata).

ritratto di una generazione condannata alla precarietà, tra relazioni a cui è difficile dare un nome e lavori insoddisfacenti, un'eterna adolescenza stanca e un futuro che non si sa se, quando e come arriverà, betterland parla di quellə che, almeno una volta, si sono sentitə come nora: incasinatissimə ma prontə ad affrontare la fine del mondo.

sicura che non avete nessuna voglia di rileggere me dopo tre anni, questa volta ne ho parlato insieme all'autore.
buona lettura!


ciao albhey, grazie mille per aver accettato l'invito e benvenuto su claccalegge!
parliamo di betterland, il tuo ultimo fumetto per attaccapanni press che, in realtà, era già uscito tempo fa su tacotoon. cosa ti ha spinto a rimettere mano al progetto e ricalibrarlo per una pubblicazione cartacea?
► Ciao! Ancora una volta grazie a te! Diciamo che ho sempre augurato un futuro cartaceo a Betterland, la sua prima uscita come webcomics e l'editing di Dario Sicchio sono stati essenziali per trovare un ritmo adatto, dettato dagli episodi, ad una storia essenzialmente di slice of life mettendo l'attenzione su tutti gli elementi di mistero presenti! Ma allo stesso tempo con il webcomics mi ero reso conto di aver lasciato indietro una buona parte di lettori che non si erano mai avvicinati a tacotoon! Più lasciavo indietro loro più mi rendevo conto dell'importanza che aveva per me questa storia e da qui l'esigenza di una sua versione cartacea. Ho riabbracciato la bicromia che la storia aveva nelle prime mie bozze, levigato qualche dialogo, rivisto i disegni e la regia per adattarla alla tavola classica e così nasce questa nuova versione di Betterland!
betterland, all'inizio, sembra quasi una sorta di thriller o di urban fantasy, ma si svela prestissimo - come appunto dicevi tu - uno slice of life che racconta la provincia italiana, quella fatta di precarietà e disorientamento, di "disagio giovanile" come direbbero al tg. poi parliamo anche di questo, ma intanto, come mai hai deciso di usare l'elemento quasi-surreale per parlare di un problema in realtà molto pragmatico e tangibile?
► Non saprei darti una sola risposta vera e propria, vado abbastanza d'istinto su queste cose e tendenzialmente tendo a inserire un piccolo elemento straniante nelle storie che faccio, che spesso hanno una base slice of life! Nel 2019 lo feci con Sfera e l'utilizzo del tema dei superpoteri per parlare di ambizione e solitudine, e alla fine Betterland nasce poco dopo quindi "ero in quel periodo lì". A livello più logico ti dico anche che mi serviva partire settando un po' di mistero e assurdo per preparare il lettorə a quello che si sarebbe trovato davanti negli ultimi i capitoli! E poi tra le varie ispirazioni ce ne sono due che di sicuro hanno guidato alcune scelte più assurde, cioè Donnie Darko e Black Hole di Charles Burns.

quello che a me è sembrato il punto di intersezione tra queste due dimensioni - quella fantastica e quella realistica - è, senza fare spoiler, quel vuoto enorme che solo nora e luna sembrano capaci di vedere. come è nata l'idea di rappresentarlo in questo modo (un buco nel cielo che non tuttə vedono) e che cos'è per te, oltre questa metafora grafica?
► Tanto per citare un'altra storia sulla fine del mondo, in Melancholia la minaccia di una collisione planetaria è tangibile e concreta, io ovviamente non volevo andare verso una strada così concreta, ma l'idea e l'immagine di uno strappo nel cielo rappresentava bene la vita di Nora arrivata a quel punto. Poi come dice Luna qua si parla di "svegliarsi un giorno con un'idea, un'illuminazione da cui è possibile tornare indietro" e una delle cose di cui volevo parlare, se non proprio quella, è quella sensazione di preoccupazione perenne di qualcosa che potrebbe accadere, cosa che spesso viene abbinata al meteo, al cielo. Forse non l'ho mai detto così direttamente ma concettualmente in Betterland non si parla di depressione, ma della paura di poterci cadere. Poi io a Nora le voglio davvero bene, e su tante scelte mi sono affidato al personaggio e su dove voleva andare, anche se neanche io delle volte l'ho capito perfettamente!
parliamo proprio dellə personaggə e di nora in particolare, che è la protagonista della tua storia: la incontriamo in un momento abbastanza complesso, invischiata tra un lavoro frustrante, una relazione sentimentale non ben definita, la scoperta dello strappo nel cielo e l'incontro con luna. insomma, nora è un po' il paradigma di chi oggi c'ha più di 25 anni (e non so mettere un'età di fine a questa cosa, anzi, sono curiosa di sapere se prima o poi finisce), e insieme a lei lo sono lə altrə che si muovono intorno a lei nella storia. la domanda non è tanto da chi hai preso ispirazione per crearli, ma con chi volevi che parlassero? e che feedback hai ricevuto dallə lettorə che li hanno incontratə?
► Allora, io qua non ho mai capito una cosa dello scrivere perché si rischia sempre di finire in frasi fatte del tipo "lo scritto per parlare alle persone come "noi", per sentirci meno soli" ma che suona anche come un freddo "l'ho scritto per un target specifico cercando di rendere nazional popolare questo sentimento" e per me con Betterland non è stata nessuna delle due alla fine! Alla fine non ho scritto così tante "storie lunghe" quindi quando lo faccio lo faccio veramente, prendendo in prestito un altro termine del vocabolario de "le interviste a chi scrive", per esigenza! Esigenza, ma anche istinto, voglia, il sentire di essere sintonizzato con la sana arroganza di riuscire a mettere su carta un sentimento che sentivo di aver abbastanza digerito. Il feedback che sto ricevendo ora con il libro in versione cartacea non saprei descriverlo, ma mi sta dando stante soddisfazioni, complice anche la natura di autoproduzione che quindi prevede tanto confronto con le persone! Torna il discorso di essere connessi con quel tipo di sentimento, penso che sia un libro che arriva o non arriva, ma se arriva è un po' un abbraccione (dopo qualche calcio)
è molto un abbraccione! ♥️ a proposito, secondo me le vere protagoniste di questa storia sono le relazioni, di qualunque tipo. sono l'elemento che muove la narrazione, sono la cosa più importante che, nel bene e nel male, ha nora e probabilmente sono anche la cosa più importante per tuttə noi che ci identifichiamo un po' in nora. però, fuori dalla provincia in cui i rapporti crescono con il tempo, creare relazioni in questa epoca storica non è esattamente la cosa più facile. come si fa a fare comunità, a stringere legami e a cercare di sfangarla insieme? i fumetti - e le storie in generale - secondo te aiutano ancora?
► Non è facile come non lo è dare una risposta a questa domanda, ahaha! Perché è vero, le storie aiutano ancora, ma non possiamo neanche raccontarci la favola di un mondo dove una storia può rivoluzionare da zero una persona, può succedere, certo, ma deve esserci già da prima una breccia, un apertura una piccola. Perché il punto per me è il rimanere "aperti" al mondo come esperienza diretta, chiudersi nella propria visione, nella propria rabbia malriposta e frustrazioni varie non può portare che a una stagnazione di idee e quindi un assenza di cambiamenti, e così mi sa che non la sfanga nessuno, o se lo fa lo fa con una profonda amarezza. Non voglio essere frainteso, non viviamo nel mondo perfetto e leggerisssssimo di Richard Scarry ma in un mondo centomilavolte più tormentato che spesso ti invita a chiuderti in una bolla di negatività, anche la rabbia e la frustrazione possono avere una sfumatura di apertura verso gli altri! Nel bene o nel male, per mia esperienza, non sarei niente senza "gli altri" e devo molto più a loro che a me stesso. 
Ora... è difficile fare il punto di questa risposta, ahahah, quindi spero si sia capito qualcosa!

sì, sì, si è capito! e, anzi, mi ha fatto venire in mente il rapporto "complicato" tra nora e luna, il modo non-perfetto in cui si aprono una all'altra e alla possibilità che hanno di cambiare le cose insieme.
dicevo, le relazioni sono le protagoniste di questa storia e, dall'altra parte, l'antagonista è questo senso di claustrofobia, di mancanza di prospettiva che è molto poco fantasy, anzi, credo sia un tema che accomuna le ultime generazioni, gente che ha anche tanti anni di differenza, come forse non aveva mai fatto prima.
secondo te, quanto questo nostro modo di vivere precario e costantemente in bilico ha influito sul modo in cui nel mondo del fumetto - ma anche della letteratura, del cinema, delle serie tv eccetera - si raccontano le storie oggi? soprattutto, quanto peso ha avuto sulla trasformazione del fumetto dall'essere uno strumento per raccontare storie d'evasione pura al diventare uno dei mezzi più utilizzati per l'introspezione personale e la critica sociale?
► (Intanto concordo sulla fatto che sia una storia di rapporti!) Se ci pensi il mondo graphic novel dieci anni fa era pieno di storie considerate intime, spesso piccoli problemi personali e autobiografici, genere che si presta benissimo al fumetto per una sua possibile natura da "diario segreto"! Ora questo tipo di storie non trovano esattamente un gran terreno se non affrontate in una maniera molto più cruda, diretta e/o quirky ad esempio le storie di Martina Sarritzu su "la fine del mondo" per me sono INCREDIBILI proprio per quello. Per il resto penso che il pubblico sia meno disilluso e voglia semplicemente più (a volte solo apparente) sostanza, "parliamo di quest'argomento secondo il mio punto di vista", creando a volte capolavori a volte esperimenti più timidi, ma quello che io adoro del fumetto è che sembra davvero un metodo di comunicazione dove nessuno ambisce alla perfezione ma al "proviamo a vedere che ne esce"
provando a vedere che ne esce, tu hai tirato fuori una storia bellissima che è tanto politica quanto intima. in betterland si parla tanto di fine del mondo, che è un'idea che si declina in tanti modi e che negli ultimi anni, giustamente, è stata affrontata in tanti modi differenti da tantissimə autorə. cos'è per te - in betterland o anche in generale - la fine del mondo? e come lo salviamo?
► E come ti rispondo qua? Ahahah! Posso provarci ma negli ultimi anni la fine del mondo diciamo che è stato un pensiero abbastanza concreto per tutti! In Betterland non ho inserito riferimenti a situazioni concrete intanto per rendere ancora di più fuori dal tempo un momento di stasi nella vita di Nora in questa bolla di tempo e spazio in cui la storia e avviene. Ma volendo concentrare sulla fine di un mondo interiore, che per le dinamiche della storia equivale all'arrendersi al mondo stesso, volevo anche che il lettore inserisse la fine del mondo che vede nel suo presente nel tempo della storia che sta leggendo. Sul come salvarlo il problema è che non dovrei essere io a dare proposte, ma seguire ciò che ci sembra giusto e farci tante domande magari è un buon inizio, sigh 💔

ok, basta domande difficili, promesso! una cosa facile: in betterland ho notato alcuni riferimenti a 20th century boys, dal simbolo misterioso a forma di occhio che dà il via alla vicenda, ai riferimenti all'imminente fine del mondo. quali sono le opere - a fumetti e non - che ti hanno formato come autore e a cui ti ispiri?
► Ahahah, ok ok questa è più facile! Anche perché in betterland ho usato come guida alcuni tra gli autori che più ho amato come Clowes, Dylan Horrocks, Kevin Huizenga ecc! L'occhio invece, per assurdo per quanto poi abbia amato anni dopo 20th century boys, è un occhio che mi sono tatuato addosso ai tempi dell'accademia, e che da li inserisco quasi in ogni storia! Me lo tatuai proprio come monito per "non smettere di disegnare, il te del passato ti guarda", forse il significato ad oggi è un po' una cringiata, ma l'ispirazione per Betterland era perfetta ahah! Aggiungo anche dead dead demon dededededestruction di Asano come probabile ispirazione del tempo, manga incredibile!
Poi sai, di fumetto leggo tanto e Betterland lo scrissi anni fa ormai quindi non so tornare proprio alle origini, al tempo sicuramente stavo in fissa per tutti i Super amici, Ratigher e Tuono sopra tutti, magari al tempo anche loro mi hanno contaminato con qualcosa! E che queste storie prima di scriverle stanno un sacco macerare dentro, quindi alla fine tutto si mischia, tutto si annulla ahaha.
Ecco, aggiungerei con certezza Le ragazzine stanno perdendo il controllo di Ratigher! Forse è da lì che partito tutta questa storia? Non lo sapremo mai 🧚
ci sono circa tre anni di differenza tra il betterland webtoon e la sua versione cartacea. se l'avessi scritto ora, per la prima volta, pensi che sarebbe stato diverso?
► Penso che probabilmente non sarebbe esistita come storia! Sono passati 10 anni anni (sigh) dalla mia prima pubblicazione e di storie lunghe alla fine ne ho scritte tre, spesso in mezzo ho lavorato a storie brevi o con sceneggiatori, e penso che le storie lunghe mi vengano in periodi specifici dove chissacosa si allinea, le storie rimangono ma l'allineamento astrale non è detto! In passato delle storie hanno perso il treno della tempistica, ma non saprei dire se perché erano storie che non avevo l'esigenza di raccontare o semplicemente capitate in un periodo sbagliato! Ma mi piace questa sorta di casualità, penso sia proprio quello che mi piace di questa cosa "del fare fumetti"!


quali sono i tuoi prossimi progetti?
► Adesso non vedo l'ora che esca il volume con Zeta Galaxy, che il progetto di Riamise, il lungometraggio che sto scrivendo con Julien Cittadino insieme a Ibrido Studio, si sviluppi per vedere dove porterà e nel mentre continui i soliti lavori tra l'insegnamento e altre collaborazioni! Sicuro dopo l'uscita di Betterland cartaceo mi è venuta voglia di scrivere, vedremo quest'estate, ho una storia in mente da un annetto, devo solo aspettare si allinei qualche astro, ma sento che ci siamo :)
terrò d'occhio tanto gli astri - spero si allineino presto! - quando i tuoi canali perché non vedo l'ora di scoprire tutte queste belle novità! grazie mille per il tuo tempo ❤️ a prestissimo
► Super grazie ancora a te!

venerdì 26 dicembre 2025

l'isolo

che poi le chiamano isole, ma sono solo montagne che provano a difendersi, mettendo un oceano tra noi e loro.


john donne diceva che nessun uomo è un'isola, maicol & mirco dice che l'isolo vive solo, circondato dal mare. proprio come tutti noi, che poi sono due modi di dire la stessa cosa, cioè che noi esseri umani (anche le donne, con buona pace di john) abbiamo un rapporto strano con la solitudine: la temiamo e la desideriamo e, più spesso di quanto non sappiamo, fatichiamo a riconoscerla e ne fraintendiamo il significato.

quella dell'isolo è un'ultima storia che valga la pena raccontare prima di dimenticare per sempre l'orribile esperimento umano di una terra ormai libera dal suo peggiore parassita, la storia di un uomo buono perché solo (una delle cose che più riconosco a maicol & mirco è la sua capacità di infilare interi trattati in pochissime parole).

un uomo solo su un'isola minuscola. chiunque abbia sfogliato la settimana enigmistica l'ha visto tante volte, è il personaggio di una barzelletta, una roba da nulla, che fa ridere un momento e poi si lascia dimenticare, seppellire tra gli altri miliardi di pensieri di un giorno qualunque. eppure, dice l'autore, se a quell'uomo solo sulla sua isola dedicassimo non una sola vignetta ma un libro intero, la sua storia sarebbe epica e tragica. proprio come questo libro qui.

l'isolo disprezza l'umanità - umanità intesa come tutto il resto degli esseri umani, certo, ma anche nel senso di natura umana, quella dellə altrə tanto quanto la sua - in modo così profondo da decidere di abbandonarla, confinandosi in un esilio volontario su un'isola che è poco più di uno scoglio. qui, all'ombra di una palma e in compagnia di una lucertolina la cui coda costituisce la sua unica fonte di sostentamento, isolo gode della vita come pura esistenza, contemplando il mare e le meraviglie che cela sotto la sua superficie - la televisione di dio - riparandosi all'ombra dell'unica palma, mangiando (coda di lucertola) e dormendo. per quanto, però, cerchi di allontanarsi dall'umanità e a rifuggirne la cultura, l'isolo non riesce a fare a meno di filosofare sulla sua vita e sui motivi che lo spingono a viverla. il suo stare al mondo non è esistenza inconsapevole né pura sopravvivenza, anzi, il suo rifiuto della cultura - dominante - umana ne è solo un'altra faccia.

l'isolo fugge dal mondo e non vuole essere umano ma è umano tanto quanto tuttə noi, che sogniamo di sparire per scoprire chi verrebbe a cercarci, che immaginiamo la nostra solitudine per indovinare il vuoto che lasceremmo nella vita dellə altrə, che non leggiamo le lettere che riceviamo per mantenerci il cuore integro. ma se pure l'isolamento sembra l'unica soluzione possibile, è quando questo inizia a incrinarsi che il nostro bisogno di relazioni - senza scomodare aristotele - si svela per quello che è, ovvero inevitabilmente parte del nostro essere. l'altro-da-noi non è solo rumore di sottofondo o, peggio, nemesi da sconfiggere o da cui fuggire: è essenza fondamentale del nostro stare al mondo, è - letteralmente o no - parte di noi, della nostra storia e del nostro futuro. e il mondo interiore dell'altro da noi è lo spazio dove risuona la poesia e la meraviglia, ed è il cambio di prospettiva che ci permette di scoprire ancora e ancora e ancora quello che pensavamo di conoscere.

è senza tutto questo che siamo solə, che sia su uno scoglio sperduto nel mare o nella più affollata delle piazze. è questa solitudine dell'anima, assoluta e irrimediabile, quest'odissea senza navi né terre a cui approdare, questo nόstos rovesciato e infine mancato, che trasforma una barzelletta nel più toccante dramma umano, narrato da chi non sa essere solo nemmeno nel nome.

venerdì 17 ottobre 2025

doll's paradise

 benvenuta! ♥ posso aiutarti?

immaginatevi il negozio più puccioso, carino e coccoloso possibile, pieno di adorabili bamboline, figure, animaletti e creature kawaii di ogni tipo. il doll's paradise è esattamente questo, un meraviglioso paradiso ritagliato via dal grigiore quotidiano.
un negozio che non è solo un negozio, ma è anche la realizzazione dei sogni di chi l'ha prima immaginato e poi trasformato in realtà. una realizzazione che è costata - e che continua a costare - sacrifici, fatica e impegno.

la sua proprietaria - una gattara un po' nerd - è sempre gentile, tanto con le adorabili figure che vende, quanto con lə clienti, anche quando questə magari scambiano le sue statuette da collezione con dei banali giocattoli per bambinə. sorride, chiacchiera, dà consigli, registra gli ordini, crea tessere punti.
ogni giorno.

certo, scegliere di far diventare la propria passione un lavoro è gratificante ma spesso poco renumerativo, perché quellə che, oltre a chiacchierare e curiosare, acquistano qualcosa non sono tantissimə, ma ci sta, no? chi di noi non si è innamoratə di un negozio tanto da entrare ogni tanto a girellare pur sapendo di non poter acquistare nulla?

ma c'è chi girella in modo del tutto innocente e chi, invece, no.
c'è chi pensa che sia facilissimo farla sotto al naso di una ragazza così carina e sempre gentile e sorridente, magari un po' timida, persa nel suo mondo di bamboline e pupazzetti, forse un po' scollegata dalla realtà... una che figurati se si accorge di un accessorio in meno...
o forse sì?


in pochissime pagine - come da tradizione dei gatti sciolti, la collana in cui è pubblicato doll's paradise - lucia biagi riesce a raccontare il non detto della quotidianità di chi ha deciso di trasformare una passione in un lavoro e si ritrova però a dover condividere tutto il suo mondo con quel terribile mostro a mille facce che è la clientela: persone spesso incompetenti e superficiali che hanno diritto di accedere a quello che è quasi un piccolo santuario, ma che passano più tempo a dissacrarlo che a provare di cogliere e rispettare l'amore e la dedizione di chi l'ha costruito.
indispensabili perché un'attività commerciale vada avanti, basta pochissimo perché diventino un vero e proprio incubo, che mette a dura prova non soltanto la sopravvivenza dell'attività commerciale in sé, ma anche l'equilibrio mentale di chi dedica a quell'attività commerciale tuttə sé stessə.

il sorriso della proprietaria del doll's paradise si fa sempre più tirato, sempre più inquietante. la dolcezza iniziale inizia a incrinarsi sotto il peso delle giornate storte, del sapersi presa in giro e della stanchezza, e si trasforma in una maschera spaventosa... e quando la goccia fa traboccare il proverbiale vaso, anche la più gentile delle commesse può ricorrere a mezzi impensabili!

geniale e cattivissimo, doll's paradise è la storia di tuttə quellə che hanno visto calpestare i propri sogni e le proprie passioni e hanno sognato vendetta... e a volte sono riuscitə a ottenerla.
conoscete un lieto fine più dolce?

venerdì 4 luglio 2025

tutte le volte che sono diventato grande ~ intervista a giulio macaione

mi inventerò un sacco di storie bellissime e racconterò tutto quello che voglio. le mie protagoniste potranno innamorarsi di ragazzi affascinanti e vivere storie romantiche. nei fumetti potrò dire quello che sogno e non oso dire ad alta voce.


lucio è un ragazzino come ce ne sono tanti, uno che vive una vita come ce ne sono tante. è cresciuto nella palermo degli anni '90, circondato dall'affetto della famiglia e immerso in una rivoluzione culturale che, all'epoca, non sapevamo riconoscere come tale, una rivoluzione pop fatta di musica, giocattoli e serie tv ma soprattutto di anime e manga. 
erano gli anni in cui barbie insegnava alle bambine che potevano diventare insegnanti o astronaute, surfiste o mediche o qualsiasi altra cosa desiderassero (e che tutto questo non andava in contrasto con tutto quello che associavamo - e associamo - all'idea di femminilità), gli anni in cui piangevamo per lady oscar, rimanevamo terrorizzati (anzi, rimanevate, io non ho mai avuto il coraggio di guardarlo) per la bambina de l'esorcista e idolatravamo sailor moon.
ma lucio è anche immerso in una società che cerca di tirare forte il freno su tante cose, una sorta di santa inquisizione moderna che erige muri e barricate: i maschi sono così e cosà e fanno questo e quello, le femmine, invece, sono in quest'altro modo e fanno queste altre cose. lo dicono i genitori, lo dice il prete, lo dicono lə amicə a scuola.
e se non segui le regole, caro lucio, vuol dire che in te c'è qualcosa che non va.

diventare grandi è un casino, soprattutto quando dietro la facciata di famiglia perfetta si nascondono traumi, paure e difficoltà, e ancor di più quando non riesci a incastrarti perfettamente nelle caselline in cui tuttə intorno a te sembra riescano a trovare il proprio posto.
e se il tuo, di posto, sembra non esserci? se qualsiasi possibilità ti sta stretta e ti chiede di rinunciare a parti di te fondamentali e insostituibili?

allora bisogna creare la propria casellina, modellarla seguendo la propria forma, quale che questa sia.
l'arrivo di sailor moon in tv - è una femmina che si trasforma come le maghette ma combatte il male come i guerrieri maschi! wow! - spalanca a lucio un universo di possibilità, un universo fatto di carta, matite, storie e personaggi: diventerà un fumettista e nei suoi fumetti ci sarà tutto quello che, proprio come sta succedendo a lui, non trova spazio in questo mondo che si finge tanto grande ma che in realtà è piccolo e opprimente.


dunque, tutte le volte che sono diventato grande è la storia di un ragazzino come ce ne sono tanti, travolto dalle domande sulla sua identità, dai problemi della sua famiglia, dal rifiuto del mondo. ma è anche la storia di chi è riuscito a trovare la sua unica, personalissima via d'uscita da quel labirinto che sembrava irrisolvibile e ha trovato il modo di raggiungere il suo futuro.

giulio macaione c'ha fatto emozionare tante volte, ma forse tlvcsdg è il fumetto più coinvolgente di tutta la sua produzione. almeno per me.
sarà che la palermo degli anni '90 è la stessa in cui sono cresciuta io, che le pagine del suo fumetto sono piene di personaggi, giochi e citazioni di quel periodo così bello e così complicato, ed è un attimo che la mucca del fruttolo - come fosse la versione iper-pop della madeleine di proustiana memoria - ti riporti a quella sensazione di sprofondare dentro un sé che non riesci a comprendere del tutto e che vedi rifiutare da chiunque altrə. sarà anche che è facilissimo vedere in trasparenza attraverso lucio e trovare giulio, e pensare che quel bambino che desiderava diventare un fumettista e disegnare le sue storie è riuscito a realizzare il suo sogno.

di tutte le volte che sono diventato grande ne ho parlato con giulio (che ringrazio tantissimo sia per l'intervista e le immagini che trovate in questo post, sia per aver assecondato le mie manie strane e aver litigato con il correttore automatico di word per togliere tutte le maiuscole )
buona lettura!


ciao giulio, bentornato su claccalegge!
parliamo del tuo ultimo fumetto, tutte le volte che sono diventato grande. in un reel in cui lo presenti spieghi che si tratta di un’opera di autofiction, cioè quel genere letterario che mette insieme elementi proprio dell’autobiografia con altri di pura invenzione narrativa, in cui lə protagonista è il narratore stesso o un suo alter ego.
qual è il rapporto tra invenzione e realtà in questo fumetto?
► ciao claudia, grazie!
l’intenzione iniziale era quella di scrivere una vera e propria autobiografia in chiave manga ma mi sono reso conto ben presto che non avrebbe funzionato: intanto mi sembrava un po’ pretenzioso, alla mia età, poi per scriverla come un manga mi ci sarebbero voluti almeno 6 volumi! ma, soprattutto, mi sarei trovato con l’edulcorare molte cose, non tanto quelle che riguardavano me stesso quanto quelle che coinvolgevano altre persone. volevo essere il più sincero possibile quindi non mi avrebbe soddisfatto fare un lavoro che sarebbe riuscito a metà, sentivo il bisogno di scavare a fondo, senza pormi troppi limiti.
l’indicazione sulla via da seguire è arrivata da un libro che mi ha regalato un amico: “la bella confusione” di francesco piccolo, nel quale il noto sceneggiatore racconta i set e i processi creativi dietro a “il gattopardo” di luchino visconti e “otto e mezzo” di federico fellini e a proposito di quest’ultimo dice: “(…) come per quella che viene definita autofiction, il rapporto tra il personaggio messo in scena e l'autore reale è necessario perché dà una forma esponenziale al senso.
se esistesse il film con guido senza che chi lo ha realizzato fosse fellini, perderebbe gran parte della sua potenza espressiva. mettere insieme guido e fellini vuol dire che quello che fellini racconta di guido è vero, nel senso più profondo; non: è successo esattamente così; ma: racconta una verità profonda. se chi guarda il film non riconosce quella verità che fellini suggerisce di dare a guido, il film perde una buona percentuale della sua forza. otto e mezzo è otto e mezzo non solo per quello che racconta, ma anche per chi lo racconta - e per come le due cose coincidono.”
il protagonista della storia è lucio, un ragazzino siciliano appassionato di manga e anime che fa fatica a districarsi tra la ricerca della propria identità e il modo di pensare - spesso molto chiuso - della sua famiglia. dando vita a questo personaggio, quali elementi di te e del tuo passato sei riuscito a scoprire e a esprimere meglio?
► la volontà di scrivere questo libro è arrivata facendo un percorso di terapia. ma in realtà già dal mio romanzo precedente, “scirocco”, avevo usato i fumetti per elaborare delle cose personali, in quel caso un lutto, in questo dei traumi e degli avvenimenti della mia infanzia che non avevo mai affrontato davvero. pur utilizzando dei simboli e dei personaggi di fantasia, il fumetto mi ha consentito di esprimere le emozioni nella maniera più sincera possibile, come forse a parole non avrei saputo fare. ho attraversato un vero e proprio momento di regressione all’infanzia, ritrovandomi in alcuni momenti cruciali della mia crescita, e riviverli nella doppia veste di bambino e adulto/autore mi ha consentito di dargli una nuova forma, ridimensionandoli e spostandoli in un’altra dimensione non più traumatica.
ho capito tante cose di me, ad esempio il perché sailor moon mi abbia colpito così tanto quando lo vidi per la prima volta a 11 anni: bunny/usagi riceveva dei poteri che non avrebbe mai voluto, frignava e si lamentava ad ogni combattimento e nel monologo finale della prima stagione diceva apertamente che la vita che voleva era fatta di piccole cose quotidiane, non di battaglie tra il bene e il male, quella era una responsablità che le pesava troppo. in maniera analoga, io mi ero sentito schiacciato dalle responsabilità che mi erano state affibbiate, togliendomi la leggerezza e la spensieratezza sacrosante per un bambino.
ho capito anche il perché negli anni - e prepotentemente quando ho iniziato a lavorare a questa storia - io sia stato ossessionato da regan macneil, la bambina posseduta de “l’esorcista”: ho canalizzato in quella figura una serie di sensi di colpa dovuti alla pesante educazione cattolica, l’imbarazzo provato nella pubertà, nel momento in cui mi sono sentito più sbagliato in quanto “diverso”, la difficoltà di reprimere la mia parte femminile che reputavo sbagliata, e ovviamente la malattia mentale con la quale mi sono scontrato in famiglia.

il problema del racconto personale - per quanto romanzato e non pedissequamente realistico - immagino sia l’inevitabile coinvolgimento di altre persone, che si ritrovano a essere personaggiə della narrazione. qui parli di una famiglia molto conservatrice su molti aspetti, che deve affrontare situazioni anche molto difficili. che tipo di reazione hai avuto da parte di chi si è rispecchiatə in questa storia?
► la reazione finora è stata molto positiva. ho cercato di essere il più possibile rispettoso e credo che leggendo la storia si possa percepire comunque l’affetto per la mia famiglia. per quanto riguarda il racconto della depressione, ho provato a raccontarlo andando un po’ in punta di piedi, proprio perché non è una cosa che ho vissuto direttamente sulla mia pelle ma alla quale ho assistito. crescere con un genitore depresso è una cosa che ti cambia per sempre ma bisogna anche sdoganare il fatto che i disturbi mentali siano malattie, non onte delle quali vergognarsi.
in “tutte le volte che sono diventato grande” ci sono tantissimi riferimenti a manga e anime degli anni ‘90: quali erano i tuoi personaggiə preferitə - e lə artistə - dell’epoca e in che modo hanno influenzato la tua crescita, come persona e come artista?
► ho già parlato di sailor moon e regan, ma ci sono statə tantə altrə personaggə, reali e non, importantissimə per me. madonna, per esempio, è stata un esempio di libertà di espressione ed emancipazione. mi sono ritrovato molto nei percorsi dei due protagonisti di x-files, mulder bisognoso di credere e scully così razionale. ma ovviamente ci sono stati i fumetti e i cartoni animati: lady oscar, gokinjo monogatari, proteggi la mia terra, maison ikkoku, slam dunk, city hunter, ranma 1/2… per poi arrivare ai fumetti di “mondo naïf” e autorə come vanna vinci e andrea accardi.

rispetto alle tue opere precedenti, si vede chiaramente il tuo lavoro di ricerca grafica in una direzione differente. sia il tuo tratto sia la struttura delle tavole si avvicinano qui molto di più a quello proprio del fumetto giapponese che allo stile più tipicamente europeo che aveva influenzato opere come sciroccobasilicò o stella di mare. cosa ti ha portato a questa scelta stilistica?
► come dicevo prima, l’intenzione iniziale era quella di realizzare questa storia come se fosse un vero e proprio manga, sia dal punto di vista narrativo che da quello grafico, perché racconto gli anni nei quali ho scoperto quella narrazione e quei fumetti, che poi sono stati i primi a farmi capire l’enorme potenziale espressivo delle storie, quando potevo rifugiarmici e sentirmi libero. per cui la scelta è stata inevitabile. in realtà non ho dovuto sforzarmi di cambiare, quelle cose ce le ho nelle vene da quando ho iniziato a disegnare, ho semplicemente assecondato un istinto. lavorare con i retini (mezzitoni e pattern tipici del manga) è stato divertentissimo, ma anche usare alcuni espedienti di impaginazione o fare delle citazioni esplicite è stato bellissimo.
nella storia, lucio non ha nessuna fretta di crescere ma si ritrova a “diventare grande” tante volte, almeno agli occhi delle persone adulte che fanno parte della sua vita. ma cosa vuol dire, secondo te oggi, “essere diventatə grande”?
► questa è una domanda difficile :) per quanto mi riguarda, credo che fare questo libro sia stato un ennesimo momento di crescita personale. forse si diventa grandi definitivamente quando si smette di considerarsi figliə e si impara a vedere i propri genitori come persone a sé stanti con tutti i loro limiti.

adesso, soprattutto dopo aver realizzato il sogno - che è anche quello di lucio - di diventare un autore di fumetti, puoi dire di “essere diventato grande”?
► macché, mi sento sempre un teenager :D con molta esperienza, un corpo che invecchia e un bel bagaglio di sofferenze, ma pur sempre un ragazzino. scherzi a parte, forse chi fa fumetti non riuscirà mai a sentirsi del tutto adulto e credo che sia una grande fortuna, allo stesso tempo ho accettato il fatto che diventare grandi abbia anche in suoi vantaggi, a cominciare dal fatto che si possono elaborare cose che ci hanno ferito in passato e imparare a vivere più serenamente. il segreto in fondo è cercare di coltivare un po’ di leggerezza e in questo chi fa un lavoro creativo può essere avvantaggiatə.
grazie mille per il tuo tempo e per averci raccontato il tuo lavoro! a presto e imboccallupo per tutti i tuoi progetti futuri! 

lunedì 17 giugno 2024

deadline party

qui bisogna iniziare a pensare a un business plan per l'aldilà! qualcosa di fresco, di innovativo di... eterno!


la morte ci spaventa. da sempre. ok, sicuramente buona parte della nostra paura è legata al fatto che non tuttə hanno la fortuna di andarsene serenamente nel proprio letto ma il vero terrore nasce dal non sapere cosa succederà dopo (ammesso che ci sia davvero qualcosa dopo).
e se, a un certo punto, scoprissimo che l'aldilà esiste davvero?
pensate davvero che vivremmo i nostri giorni con serenità, sicurə del fatto che prima o poi ritroveremmo tutti i nostri affetti e che potremmo rimanere con loro in eterno, liberə da ogni bisogno materiale, finalmente in grado di esistere, semplicemente?
ovviamente no! è il capitalismo, baby, e non c'è nulla capace di sfuggirgli!

la morte è diventata una cosa cool, le dirette social che riprendono modi creativi e spettacolari di garantirsi il trapasso sono all'ordine del giorno e, ovviamente, è fiorito un ricchissimo business che va dalle riviste con i consigli su come tirare al meglio le cuoia all'organizzazione di suicide party di lusso.
in mezzo a questo delirio, la nostra protagonista si ritrova a fare l'ennesimo stage non retribuito come grafica di necrologi, sommersa da mille impegni, scadenze, datori di lavoro stronzi, richieste-del-cliente e, contemporaneamente, vessata da una madre asfissiante e ipercritica che la disprezza profondamente per il suo non-lavoro.
insomma, una vita non esattamente invidiabile... e se davvero l'aldilà fosse una soluzione?


in questa storia brevissima (e cattivissima) che ha inaugurato la collana gatti sciolti insieme a scuola di butch, alessandro ripane, con il suo tratto a metà tra pop e underground, mette in ridicolo una società che ruota intorno al lavoro ma dimentica completamente tutele e diritti, schiava della produttività, resa isterica dai social e dal desiderio di accumulare follower, like e visualizzazioni, un mondo caotico in cui tuttə parlano (di lavoro, principalmente) ma nessunə ascolta.
il lavoro creativo, che è in realtà uno degli aspetti principali se non il fulcro di questo incredibile circo di autopromozione egoriferita e totalizzante, è bistrattato e svalutato e chi, come la nostra protagonista, vi si dedica, è praticamente costrettə a subire ogni possibile umiliazione - in ogni ambito! - pur di andare avanti.
ma non si può rimanere a subire in silenzio per sempre e, per quanto attraente possa essere l'idea di mollare letteralmente tutto, ci sono tantissimi modi per riscattarsi dei torti subiti...

giovedì 30 maggio 2024

quando muori resta a me

era la prima volta in vita mia che mi sentivo così. ci ho messo qualche anno a dare un nome a quella sensazione. pure a scuola mortacciloro ti insegnano a distinguere felice - triste - arrabbiato.
il senso di colpa non te lo spiega nessuno.

a ogni uscita di un fumetto di zerocalcare c'è un preciso copione che si ripropone sempre uguale: avere il libro prima possibile, mettere da parte tutto il resto, respirare profondamente, iniziare a leggere, sapere che in qualche modo ti farà affrontare qualcosa di te che non avevi ancora tradotto in parole e pensieri compiuti. incassare colpo su colpo e arrivare alla fine, prenderti un po' di tempo e poi ricominciare con tutto il resto.

questa volta però per me è stato un po' meno traumatico perché, per la prima volta, c'ho trovato meno me in questo libro di quanto non mi sia mai successo con gli altri. pensavo che fosse una questione di tematiche, di fatti raccontati, invece poi ho capito che era tutta una questione di prospettive.
ci metterò un po' - non so perché ma mi viene sempre difficilissimo scrivere dei libri di zerocalcare, sarà che in qualche modo gli voglio bene - ma ci arriverò a spiegarla.

in quando muori resta a me zerocalcare affronta un viaggio in auto insieme a suo padre da roma fino a un buco di culo sperduto sulle dolomiti per aggiustare un guasto alla vecchia casa di famiglia paterna. ma tornare, dopo tanti anni, a merìn significa fare i conti con antichi rancori e ostilità mai sopite che restano generazione dopo generazione e, ancor di più, provare a svelare un mistero vecchio di trentacinque anni: cosa successe davvero in quello che nella memoria di zerocalcare è rimasto come il giorno di merman?


in questo paesino sperduto - dove il cellulare non prende, dove non esiste traccia del tranquillizzante traffico romano e dove non ci sono accolli di sorta - zerocalcare ripercorre la storia della sua famiglia, dalle vicende che risalgono fino all'epoca della seconda guerra mondiale e che ancora oggi continuano a impattare sulla vita di quel paesino ai piedi di una montagna che non dimentica, a quelle che riguardano la giovinezza di suo padre, di cui non aveva mai sospettato nulla.
ma, soprattutto, è un viaggio indietro nel tempo che parte dalla sua infanzia, quando riusciva a immaginare suo padre come un eroe capace di imprese straordinarie, e ripercorre uno sgretolarsi traumatico e inesorabile del loro rapporto, un po' per via dei divorzio dei suoi genitori, un po' perché durante l'adolescenza viene facile a tuttə essere delle merde.

dai primi sensi di colpa all'ispessirsi di quei muri che formano labirinti in cui è facile perdersi e impossibile ritrovarsi, zerocalcare mette nero su bianco la difficoltà che i padri hanno avuto nel rapportarsi con i figli (maschi, sicuramente, ma anche con le figlie femmine, seppur in modo diverso), i tentativi di recuperare poi in età adulta, l'incolmabile divario generazionale, i frutti di decenni di silenzi e bugie e sensi di colpa che si sedimentano sempre di più, soffocando un amore enorme che non sa più come esprimersi.

anche in questo libro abbiamo uno zerocalcare-personaggio i cui turbamenti interiori seguono il corso degli eventi: le cose succedono, risvegliano memorie sepolte, aprono interrogativi, portano a riflessioni. ma se fino ad adesso tutto questo processo di autoconsapevolezza era in qualche modo guidato dall'armadillo, ora la sua coscienza è sparita per lasciare il posto a qualcun altro...
nel frattempo, si fa inevitabile il confronto con lo zerocalcare-autore che non può più usare le emozioni del suo alter-ego soltanto per gestire i ritmi della narrazione, ma che si ritrova a doverci fare i conti in una scena memorabile, la prima in cui li vediamo così esplicitamente uno di fronte all'altro, uno riflesso dell'altro.
sono storie quelle che ci ha raccontato negli ultimi quindici anni ma sono anche pezzi della sua vita, pezzi importanti che quella vita l'hanno plasmata e condotta su un percorso ben preciso, diminuendo sempre di più la distanza tra personaggio e autore.

se di quando muori resta a me si dice che sia il suo libro più personale non si deve soltanto alla natura molto intima e biografica delle vicende narrate ma anche, e soprattutto, al fatto che questo libro più degli altri sembra tirare le somme di tutto quello che è stato dal successo de la profezia dell'armadillo in poi. la carriera di zerocalcare ha inevitabilmente influito sulla sua vita, sulle sue scelte e, in qualche modo, anche sul rapporto con chi lo circonda. e se fino ad adesso il lavoro di fumettista è stata un po' la scusa per sottrarsi ad alcune dinamiche tipiche dell'età adulta, ora non funziona più.

zerocalcare ci ha abituati a leggere, nelle sue storie, il ritratto della nostra generazione, di quelli nati tra gli anni 80 e 90, oltre che, ovviamente, tematiche più grandi, come ad esempio la questione curda o recentemente la storia di ilaria salis.
ha sempre affrontato questi temi - tipo la difficoltà a trovare lavoro, ad avere quindi una stabilità economica e personale e a trovare il proprio posto nel mondo - in modo sì autobiografico ma anche politico e collettivo, ed è per questo che ci è sempre venuto così facile riconoscerci nelle sue storie, rispecchiarci nel suo vissuto e sentirci parte di una generazione che è stata messa da parte con un colpo di scopa sotto a un tappeto di indifferenza.
questa volta però, in questo libro in cui il tema centrale è il rapporto padre-figlio e, di conseguenza, la sua mancata paternità, nonostante il tono sia quello a cui siamo abituatə, quella sensazione di tematica collettiva viene a mancare.


a un certo punto zerocalcare dice che negli ultimi anni c'è stata un'esplosione nella narrativa pop - romanzi, fumetti, serie TV, eccetera - di personaggi femminili che hanno posto la riflessione sul ruolo sociale delle donne, toccando diversi aspetti in cui questo ruolo si può declinare tra cui, ovviamente, quello della maternità. quindi, io personalmente mi sarei aspettata un ragionamento che decostruisse la logica del i figli si fanno perché li fanno tutti da sempre e ci fosse una riflessione sul desiderio di essere padre, sul ruolo di padre - quello stereotipato del padre-padrone o del padre-assente, o quello auspicabile di un nuovo tipo di padre più consapevole e presente - anche in relazione alle politiche in merito alla genitorialità in italia (che detto da me è un pippone odioso ma lui sarebbe in grado di uscirsene con un paio di tavole brillanti, come fa di solito).
però tutto questo non c'è.
quella versione frignona di zerocalcare che solitamente è premessa a una riflessione più ampia e profonda che finisce sempre per farci piangere, si riduce qui a un fissarsi l'ombelico, focalizzandosi sul proprio personalissimo vissuto, ovvero: mio padre, suo padre, il padre di suo padre eccetera da una parte e, dall'altra, gli altri uomini che conosco che hanno fatto figli, in un modo o nell'altro.
quando muoio resta a te è la frase che il padre di zerocalcare ripete più spesso e che in questo contesto assume un significato del tutto diverso: resta a te dover gestire un rapporto complesso a cui nessunə ti ha preparato, dover incarnare un ruolo di cui non hai modelli o, se ce li hai, non sono poi il massimo, doverti inventare un modo nuovo per crescere qualcunə che un giorno smetterà di vederti come un eroe.


se proprio vogliamo trovare la voce della riflessione collettiva e politica, questa è affidata a una donna, lesbica - là dove il suo essere lesbica non è solo un descrivere il suo orientamento sessuale ma definire il suo posizionamento politico all'interno di una società eteronormata ed eteronormativa - che è sara. 
sara pone la questione dell'avere o no i figli proprio da un punto di vista politico:  i figli come privilegio delle persone etero, fertili e monogame, con una posizione economica e sociale stabile e, aggiungerei, non-disabili. privilegio inaccessibile, ad oggi in italia, a ogni altra realtà. sara riporta zerocalcare nella sua dimensione narrativa sì, ma impegnata e di denuncia, lo schioda da quel rimirarsi nello specchio che va bene se è autoanalisi ma non se si trasforma in vittimizzazione e egocentrismo all'ennesima potenza.
quello che manca è, a questo punto, una prospettiva maschile - e per la precisione maschile cis-etero - sulla questione che poteva essere un punto di svolta e magari anche di avvio di una riflessione e di un dialogo.

da questo punto di vista quando muori resta a me mi ha un po' delusa anche se, tocca ammetterlo, alla fine è riuscito a commuovermi come sempre, con una tavola finale che è un colpo al cuore, una di quelle immagini che ti costringono a mettere sul piatto della bilancia tutta la tua vita, le tue idee, i tuoi comportamenti. una scena che ti porta a chiederti quanti stanzini segreti ci sono, in realtà, quanti amori incapaci di tradursi in parole e che non sappiamo riconoscere e che perdiamo per via dell'abitudine, dei silenzi, del senso di colpa, della rabbia.

mi spiace che non sia riuscito a osare quel tanto in più che avrebbe reso questo libro molto più che una storia, l'avrebbe potuto far diventare uno dei punti di partenza pop e alla portata di tuttə sulla genitorialità vista, pensata e vissuta anche da quelle figure - i padri - che sembrano così assenti nell'immaginario comune (e nelle politiche sociali così come in un certo tipo di narrazioni) del nostro paese.

lunedì 20 maggio 2024

scuola di butch - l'inizio della rivoluzione

"tremendo attacco terroristico alla prestigiosa scuola di polizia [...]
gruppo di pericolose attiviste lesbicone distrugge l'istituto e lo trasforma in una depravata scuola elementare per bambine deviate"
copertina di scuola di butch di percy bertolini

c'era una volta una scuola di polizia.
e adesso non c'è più.
sarebbe già una storia a lieto fine così ma percy bertolini vuole strafare e in quella vecchia scuola di polizia fa creare una scuola transfemminista per bambine lesbiche butch e identità non-binarie (e comunque, niente maschi cis etero!) alla quale si iscrivono con enorme entusiasmo lə due personaggə che conosciamo già dalle sue storie pubblicate su instagram, casper e buio.


alla scuola di butch l'appello si fa chiamando i nomi che ognunə ha scelto per sé, non ci si interessa dei cognomi altisonanti, non si usa la penna rossa, si insegna lesbichezza moderna e arte butch. non si usa mai la gomma perché gli errori servono a imparare a fare meglio, i lavoretti si fanno con il saldatore ed è lecito vendere biscotti a forma di mulinobianco in fiamme perché è fondamentale imparare da subito che l'indipendenza economica è il primo passo per l'autodeterminazione.
non ci sono cattedre in questa scuola, si può fare lezione da sopra il sellino di una moto e, soprattutto, si impara ad aggiustarla quella moto, perché non ci si ritrovi nella condizione spiacevole di dover dipendere da un veromaschio per risolvere un problema al motore, gonfiando il suo ego e sprofondando nel più basso dei livelli sociali istituiti dal male gaze.

la scuola di butch è un posto dove le bambine imparano cosa vuol dire essere oggettificate e come evitarlo, dove fanno a pezzi gli stereotipi di genere e trovano gli strumenti per guardare al mondo in cui vivono e al loro futuro con occhi liberi da condizionamenti.

e poi c'è anche un gatto bianco e nero di nome ambrogio.

la resa grafica potrebbe sembrare, a una prima occhiata veloce, eccessivamente semplificata, ma in realtà percy dosa perfettamente gli spazi pieni e i vuoti, i bianchi e i neri assoluti in relazione al piccolo formato del volumetto (10,5x14,8 cm), usa i dettagli solo per conferire significato alle scene e non semplicemente per impreziosirle a vuoto, facendo di questo primo capitolo di scuola di butch ben più di un fumetto da leggere in pochi minuti: fermatevi a osservare ogni tavola, ogni vignetta, le espressioni dei volti e tutto quello che i piccoli corpi delle alunne riescono a trasmettere, ne rimarrete stupitə.

scuola di butch - l'inizio della rivoluzione è il primo di tre volumetti che verranno ospitati nella collana gatti sciolti di eris edizioni (di cui avevamo parlato qui insieme a matilde sali), una storia fantastica - scegliete voi come intendere questo aggettivo - in cui percy bertolini torna ai ricordi della sua infanzia per immaginare un futuro in cui chiunque - soprattutto le bambine butch e trans di oggi, di ieri e di domani, a cui questo libro è dedicato - può liberarsi della gabbia delle identità imposte e trovare liberamente la propria.

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giovedì 21 marzo 2024

sylvia beach

non è entusiasmante la voglia di sperimentare, sovvertire le regole e creare qualcosa di nuovo?
cover sylvia beach bao publishing perri vanni

a parigi, ancora oggi dopo più di un secolo dalla sua prima apertura, esiste una libreria che è un po' un luogo di culto per ogni appassionatə lettorə, la shakespeare & co., e a rendere questo luogo così speciale è la sua storia che emilia cinzia perri e silvia vanni ripercorrono in questa biografia a fumetti dedicata alla fondatrice della libreria, sylvia beach. beh sì, la libreria che possiamo visitare oggi non è esattamente quella aperta da sylvia ma... è una storia affascinante, che merita di essere conosciuta e che comincia molto, molto lontano da parigi.

nancy woodbridge è una ragazza americana, nata e cresciuta nel maryland insieme a due sorelle e a dei terribili mal di testa che, se da un lato le impediscono di frequentare la scuola, dall'altro la costringono a trascorrere ore e ore sdraiata a letto da sola. certo, non la prospettiva più entusiasmante per una ragazza così giovane, almeno fino al giorno in cui nancy non scopre la magia della lettura. le parole, le storie che i libri raccontano la entusiasmano così tanto che nancy si sente come se fosse capace di staccare i piedi da terra e librarsi - letteralmente - in volo in un mondo che è solo suo, mentre la realtà intorno a lei scompare.
i libri diventano presto i migliori amici di nancy, ma ci vorrà tempo prima che capisca che saranno anche il suo destino: siamo all'inizio del '900 e la vita di nancy è incredibilmente movimentata. trascorrerà diversi anni in europa: a firenze, a madrid, in turenna e infine a parigi, dove arriva all'inizio della guerra. nonostante siano anni difficili, quella che adesso ha preso il nome di sylvia beach - un atto di deliberata autoaffermazione - si innamora della città e della libreria in rue dell'odéon prima e della sua libraia immediatamente dopo: la storia con adrienne monnier durerà praticamente per tutta una vita, tra alti e bassi. adrienne sarà amica, amante, mentore e collega di quella che ancora non sa di stare per diventare la libraia più famosa della storia.


shakespeare & co. apre i battenti un paio di anni dopo che sylvia si stabilisce a parigi. è la prima libreria americana della città, un punto di ritrovo per lə numerosə immigratə statunitensi, intellettuali e non che animano la capitale francese. con la compagnia di lucky e teddy - rispettivamente un gatto nero e un cagnolino bianco - e quella di adrienne, la shakespeare & co. si trasforma presto nel salotto culturale americano e anglofono della città, attirando scrittorə europeə e d'oltreoceano. da qui passano personaggi come paul valéry, thomas eliot, andré gide, paul claudel e ernest hemingway ma è soprattutto quando sylvia decide di pubblicare l'ulisse di james joyce - uno dei tanti frequentatori della libreria, al tempo osteggiato, accusato di oscenità e bersagliato dalla censura - che la libreria acquista la fama che l'ha resa immortale.


parallelamente alle vicende della shakespeare & co., seguiamo il racconto della vita della sua libraia dalle sue stesse parole: la sua storia viene raccontata, infatti, da una sylvia beach ormai anziana a una ragazza appena assunta come domestica in casa sua. nelle parole di sylvia c'è tutta la meraviglia di un'europa in pieno fermento artistico ma anche il desiderio di indipendenza e di affermazione di una donna che non ha alcuna voglia di arrendersi alle convenzioni sociali.

sylvia beach è un inno d'amore per la letteratura e per i libri, per tutto quel mondo che gravita loro intorno, fatto di gente appassionata e un po' sopra le righe, ed è anche la storia di una femminista ante-litteram, innamorata di un'altra donna e del suo lavoro, una donna che ha cambiato il volto della letteratura internazionale di inizio secolo e la cui opera - anche quando la libreria è costretta a chiudere per via della guerra e della censura tedesca - non viene dimenticata: la shakespeare & co. riaprirà nel 1951 grazie a george withman che cambierà nome del suo negozio proprio in onore di sylvia beach e della sua vecchia libreria.

emilia cinzia perri e silvia vanni sono riuscite a tratteggiare un ritratto quasi magico di sylvia beach e del suo negozio, hanno reso la sua forza, la sua tenacia e la sua passione, ma anche le sue fragilità e debolezze, tutto quello che, insomma, la rende umana e reale. e hanno riportato in vita l'atmosfera da salotto letterario di quegli anni straordinari - nel bene e nel male - animato dai nomi più celebri della letteratura moderna.


sylvia beach - insieme a girl juice, tutta sola al centro della terra e la stagione delle piogge - fa parte dell'iniziativa #lefumettistesileggono che dedica il mese di marzo alle autrici: fumettiste che raccontano le opere di altre fumettiste (trovate tutti i contenuti cliccando sull'hashtag o sulla pagina instagram di bao publishing), che si leggono e si sostengono e che sostengono il fumetto scritto e disegnato da donne in un mondo che non solo pensa che i fumetti siano cose da maschi ma, soprattutto, in cui il gender gap nell'ambito lavorativo - anche quello culturale - continua ad avere un impatto fortissimo e a svalutare l'impegno e il talento delle autrici donne.