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sabato 20 giugno 2026

tristi mediterranei

in fondo, potremmo pensare che, in sé, il mediterraneo neppure esista come oggetto chiaramente definito, con dei propri confini netti, con un inizio e una fine. il mediterraneo è piuttosto un processo, un reticolo di relazioni, fatti di contatti e scambi che generano richiami, rispecchiamenti, somiglianze tra le genti che lo abitano.


questo libro inizia con quattro informazioni fondamentali, che rovesciano le convinzioni della parte peggiore di questo paese, e due domande che generano una proposta.
le informazioni sono chiare: no, non è vero che il grosso dei movimenti umani sul pianeta è compiuto dallə migranti; no, non è vero che l'europa - figuriamoci l'italia - è il continente dove arriva la maggior parte di questə migranti; no, non è vero che l'immigrazione è un problema che interessa il nostro paese da molto tempo e, infine, no, non è vero che il turismo di massa sia un'invenzione così tanto recente come pensiamo.
le due domande sono: dove inizia il mediterraneo? e dove finisce?
e la proposta è: non avrebbe più senso parlare di mediterranei, al plurale? di un mare che non è solo oggetto geografico, massa d'acqua che divide terre e popoli, ma una stratificazione di possibili itinerari che collegano storie e umanità?

queste informazioni, domande e proposte sono una sorta di bagaglio minimo per iniziare questo viaggio attraverso il mare nostrum - attraverso la nostalgia di quel nostro svuotato di senso.
le verità che andiamo cercando valgono solo se spogliate di ogni scoria di avventura, di romanticismo, di esotismo.
tristi mediterranei riecheggia inesorabilmente quei tristi tropici che sono stati un frammento immancabile della formazione di ogni antropologo da metà del secolo scorso a oggi. ed è da quel odio i viaggi e gli esploratori, che si traduce nella consapevolezza del proprio posizionamento come turista in questo lungo intrico di rotte, itinerari, attraversamenti, luoghi, storie e vite, che inizia il racconto, dal nord dell'isola di cipro passando per le altre isole del mediterraneo - lesbo, malta e lampedusa - fino a toccare le sponde dell'albania e lo stretto di gibilterra.

visto da questa non guida di viaggio, da questo modo insolito di raccontare i luoghi che si attraversano, il mediterraneo si moltiplica in varianti di sé che a volte si sovrappongono a fatica: il mare dei migranti, di chi si vuole fermo (e invece si sposta lo stesso), di chi è guardato, giudicato, raccontato e, quasi sempre, allontanato; e il mare dei turisti, di chi guarda, fotografa, racconta, di chi è incoraggiato a spostarsi dai privilegi che la globalizzazione ha strappato da una parte di mondo e ha assegnato a un'altra.

un continuo viaggiare che trasforma i territori: dalle città fantasma di cipro, che sembrano lo sfondo di un immaginario distopico, agli ancora più spaventosi centri di detenzione per migranti dell'albania o l'inferno di moria, passando per musei della memoria e attraverso porte che si aprono al centro dell'identico cielo. frontiere sul mare, fragili, ma insormontabili, più per la paura che generano che per la loro capacità di sezionare il mondo.
ogni approdo racconta un tassello della stessa storia e svela le contraddizioni di un'europa che, oggi come nel passato, non vuole lə migranti (è di qualche giorno fa la vergognosa approvazione del parlamento europeo sui rimpatri, scene ributtanti di canti e applausi per festeggiare quello che di fatto è una condanna a morte per migliaia di persone) ma che pure ne ha bisogno - tanto per imbastire sulla loro pelle una politica che di giorno in giorno diventa più repressiva, quanto per sfruttarne il lavoro.
e se attraverso le sue frontiere sempre più militarizzate immagina un presente dove il viaggio è solo per chi ha in tasca i documenti giusti, dall'altro lato romanticizza le migrazioni passate e il senso di accoglienza e solidarietà per farne souvenir da vendere all'ennesimə turista, o erge monumenti in memoria di chi si è scontrato contro i suoi stessi muri.
se non vedi il confine, molto probabilmente è perché lo stai guardando dalla parte dei privilegiati
alle politiche antimigratorie messe in atto nei grandi centri di potere, si contrappongono le voci e i gesti della società civile: gli oggetti dellə naufraghə diventano memoria e monito, lontani dalle ipocrisie delle celebrazioni istituzionali, e in alcune foto del libro si leggono slogan sui muri che ricordano che il crimine non è salvare le vite di chi va per mare, anzi, e che è l'esasperante turistificazione, e non il passaggio dei migranti, a erodere città e paesaggi.
sono i popoli a ricordare, a mantenere una memoria innestata nei corpi e nella loro stessa storia, di un senso di appartenenza, fratellanza e unità che lega le terre che si affacciano sul mediterraneo e, soprattutto, chi le abita.

e su tutte queste rotte, questi viaggi in cui voglia di avventura e bisogno di speranza si mescolano senza soluzione di continuità, passano le gigantesche, stranianti navi cargo, simboli inconfondibili del capitalismo globale e di un mondo da incubo, che sogna merci in movimento e corpi immobili.

quello che si fa con tristi mediterranei è un viaggio spiazzante, a tratti sconcertante.
l'insensatezza di un sistema sociale globale che sembra correre sempre più velocemente verso ogni possibile stortura e ogni possibile sbaglio, di un mare attraversato da carichi di armi, di spiagge cancellate dall'overtourism, di barchini che qualcuno spera affondino. eppure, l'approdo è inaspettatamente carico di speranza, di possibilità di imparare di nuovo a pensare a un noi che unisca invece di continuare a dividere.
l'ultimo porto è lontano dal mare, dove pure arriva quella mescolanza di lingue, parole, odori e persone che solo il mediterraneo sembrava poter contenere. a riprova della pluralità dei meditarranei, che sanno esistere anche lontano dalle onde.

mercoledì 15 novembre 2023

antropologia dei social media

l'introduzione e la diffusione di un nuovo strumento di comunicazione sono sempre state accompagnate da un importante dibattito: è avvenuto per l'introduzione della scrittura nelle culture orali, per l'invenzione della stampa a caratteri mobili nel quattrocento, poi con l'avvento dei nuovi mezzi di comunicazione di massa nel novecento e oggi con la diffusione dei cosiddetti new media.

siamo creature incredibilmente incoerenti, al punto tale da definirci come la specie che più di ogni altra è votata al progresso, che - anzi - si definisce proprio per le sue capacità di progredire e svilupparsi in ogni ambito del sapere, ma che contemporaneamente non fa che vedere in ogni manifestazione di questo andare avanti un pericolo tale da portare alla dissoluzione stessa della nostra umanità.

come spiegano bene biscaldi e matera, solo nell'ambito della comunicazione questa cosa è successa praticamente ogni volta che una nuova tecnologia ha fatto il suo ingresso sul palcoscenico della storia: così la scrittura è stata accusata di distruggere le capacità mnemoniche della gente e di disumanizzare la conoscenza; la stampa venne vista, soprattutto dalla chiesa, come una minaccia nei confronti delle persone poco acculturate che venivano per la prima volta a contatto con il sapere e che quindi dovevano essere protette (ovvero, a cui doveva essere negato l'accesso alla lettura); i media ormai tradizionali come tv e radio sono stati accusati di far perdere la necessaria riflessività e coerenza dei testi scritti, proponendo una comunicazione incoerente che mina la capacità di concentrazione del ricevente e, per di più, sono stati visti come distrattori e distruttori dell'unità familiare, capaci di scoraggiare la coesione dei gruppi a vantaggio di un interesse unidirezionale verso le macchine e, infine, come unica (o quantomeno principale) causa di globalizzazione culturale e assottigliamento sui valori occidentali da parte di tutto il mondo. critiche che si sono ingigantite a dismisura poi con l'avvento di internet prima e dei social media poi.

sarebbe da sottolineare anche come ogni dibattito di questo tipo, soprattutto nel nostro moderno e illuminato paese, si ponga puntualmente come una guerra generazionale in cui, da un lato, i vecchi saggi (il maschile è voluto) avvertono lə giovanə dei rischi che corrono e dall'altro - per fortuna - lə giovanə in questione se ne fregano allegramente della miopia di chi pretende di rimanere ancorato a un presente che si rifiutano di riconoscere come ormai trapassato (considerazioni mie che non troverete nel libro, lo dico in difesa delllə autorə e della loro professionalità).

antropologia dei social media parte proprio dalle critiche mosse agli strumenti forse più usati e diffusi al mondo negli ultimi anni per decostruire alcune idee pregiudizievoli nei loro confronti e mostrarne aspetti che spesso, probabilmente, non teniamo troppo in considerazione, ovvero i social network.
come qualsiasi altro media, il loro utilizzo non sostituisce mai completamente le vecchie tecnologie ma si intreccia a queste - pensiamo, ad esempio, all'abitudine di commentare online programmi televisivi molto seguiti o di utilizzare i social per parlare di altri strumenti di comunicazione ben più antichi, i libri (cosa che facciamo parecchio da queste parti). allo stesso modo, il linguaggio proprio dei social si affianca a quello proprio di altri mezzi comunicativi e di altri registri, arricchendo - e non impoverendo - le nostre possibilità espressive e, se da un lato si perde una certa soggezione alla norma, dall'altro va riconosciuto che la scrittura diventa pratica giornaliera per molte più persone di quanto non lo fosse prima, con tutti i pro e i contro che questo comporta.

un aspetto fondamentale, a mio avviso, della riflessione sui social media è racchiuso nella frase
è importante spostare la nostra attenzione da !cosa i media fanno alle persone" a "cosa le persone fanno con i media"
spostando il focus dalla deresponsabilizzazione con cui additiamo i social per ogni problema alla ricerca delle vere cause dell'impoverimento culturale, lessicale e comunicativo che di solito imputiamo all'uso della rete (forse, e dico forse, potremmo dare un'occhiata ai programmi scolastici?). inoltre, i social media non costituiscono una realtà nettamente separata da quella del mondo fisico ma sono una parte fondamentale della nostra esperienza che si interseca continuamente con ogni altra nostra azione. di conseguenza, anche le accuse di globalizzazione del pensiero devono cambiare obiettivo: se consideriamo i social come parte della nostra vita quotidiana, inevitabilmente dobbiamo tenere in conto quanto le nostre abitudini, i nostri stili di vita, le nostre ideologie, eccetera influiscono sul modo in cui viviamo negli spazi sociali digitali, rendendoci conto, come dicono lə autorə, che l'uso dei social, i contenuti che creiamo e di cui usufruiamo, cambia al cambiare del contesto in cui vengono utilizzati, perché diversi sono i modi in cui li utilizziamo, i bisogni che ci portano a usarli e gli obiettivi a cui miriamo, siano questi la necessità di essere costantemente connesso con lə altrə, quella di informarsi o di mantenere contatti con conoscenti e familiari lontanə, eccetera.

anche le critiche sulla spinta che i social darebbero ad esasperare il nostro individualismo e ad impoverire la nostra capacità di pensiero critico possono essere facilmente smontate se osserviamo con attenzione l'uso che si fa dei social: se è vero che da un lato questi aspetti esistono, è anche vero che i social network permettono di fare rete, ampliare o rinforzare i legami che le distanze fisiche renderebbero impossibili da creare o da mantenere nel tempo, tenendo in considerazione che
i social media sono sociali. questo significa che tutto ciò che le persone fanno online sempre e comunque si intreccia, deriva, rimanda a quello che fanno offline e viceversa
e che consentono di entrare a contatto con informazioni che altrimenti non sarebbero così ampiamente disponibili a tuttə. tutto questo contribuisce a creare la nostra identità, un'identità che si basa sulle esperienze e le conoscenze tutte, a prescindere dall'ambiente in cui si verificano: il nostro stesso essere politico è intrecciato con la comunicazione digitale, basti pensare all'attivismo digitale o al ruolo che i social hanno avuto, ad esempio, come ricordano lə autorə, durante il periodo della primavera araba, o anche oggi, dove i social sono l'unico spazio in cui è possibile riuscire a informarsi da fonti dirette sul genocidio in corso in palestina.

l'idea di fondo è, quindi, infinitamente semplice ma non altrettanto scontata: come ogni tecnologia, i social media vanno indagati da un punto di vista scientifico e scevro da facili pregiudizi, tenendone in considerazione la complessità anche da un punto di vista antropologico e sociale.

mercoledì 16 novembre 2022

la riscoperta dell'umanità ~ come un gruppo di antropologi ribelli reinventò le idee di razza, sesso e genere nel XX secolo

"questo libro tratta delle donne e degli uomini che si sono trovati in prima linea nella più grande battaglia morale dei nostri tempi: la lotta per dimostrare che, nonostante le differenze di colore della pelle, di genere, di abilità e di tradizioni, l'umanità è una sola. racconta la storia di uno sparuto gruppetto di globalisti in un'epoca di nazionalismi e divisioni sociali, e l'origine di uno sguardo sul mondo che oggi definiamo moderno e aperto. è la preistoria dei terremoti sociali degli ultimi cento anni, dal suffragio femminile e il movimento per i diritti civili fino alla rivoluzione sessuale e all'eguaglianza tra marito e moglie, ma anche delle forze che spingono nella direzione opposta, verso lo sciovinismo e l'intolleranza. ma questo non è un libro di politica, etica o teologia. non è una lezione sulla tolleranza. è una storia di scienza e di scienziati"

il primo corso che ho seguito alla magistrale di antropologia è stato quello di storia della disciplina. la professoressa aveva deciso di focalizzare la nostra attenzione su alcuni nomi che i grossi manuali spesso non riportano o accennano appena. erano ovviamente tutti nomi di donne, le grandi assenti della storia della scienza che pure ci sono state e hanno contribuito al nostro progresso in ogni campo scientifico e non. queste donne erano tutte riconducibili a una particolare "scuola", o meglio una sorta di circolo: erano tutte allieve di franz boas, l'antropologo statunitense di origini tedesche (e ebree) che ha letteralmente rivoluzionato la disciplina che, nel XIX secolo, era ancora a caccia di prove per dimostrare che noi - i bianchi dell'europa occidentale e del nord america - siamo meglio di loro - tutto il resto del mondo. usando gli stessi metodi dei suoi colleghi, boas ha dimostrato che a) le razze non esistono e b) le caratteristiche fisiche non hanno alcuna connessione con quelle comportamentali o intellettive. sembra una cosa banalissima ma ai suoi tempi era praticamente impensabile.

boas fu anche uno dei primi ad avere allieve donne. ancora oggi le donne che viaggiano sole, che studiano, lavorano e fanno carriera non sono viste di buon occhio (e no, non solo in qualche strana dittatura di stampo militarista/teocratico), figuratevi a cavallo a '800 e '900. eppure lui fu l'insegnante delle prime studentesse di antropologia, supportò le loro ricerche e i loro viaggi, scrisse le prefazioni ai loro libri, fu maestro ma anche amico e padre, tanto da guadagnarsi il nome di papa franz, e poco gli importava se non erano tutte bianche e di buona famiglia. ruth benedict e margaret mead sono le più note ma accanto a loro c'erano ella cara deloria, zora neale hurston, gladys reichard e ruth bunzel, tutte donne che hanno svolto lavori di ricerca straordinari stravolgendo ogni concezione razzista e sessista di inizio novecento. hanno affrontato un sistema accademico che non le riconosceva come professioniste, una società che le voleva inferiori perché nere o native americane o che considerava abominevoli le loro condotte sessuali, uomini che non accettavano i loro comportamenti, scienziati che le accusavano di essere delle pericolose sovversive. eppure non erano semplicemente dei bastian contrario, erano tutte scienziate: come boas, avevano semplicemente capito che la scienza era uno strumento e come ogni strumento poteva essere usata bene o male. gli stessi dati che portarono boas a rifiutare il concetto di razza, ad esempio, erano quelli che gli eugenetisti utilizzavano per sostenere la tesi della necessità di far estinguere le razze inferiori.

le loro ricerche si svolgevano in un'america ipernazionalista, razzista, maschilista e omofoba, la società a cui guardava l'europa e in particolare la germania, proprio prima di dare l'avvio alla seconda guerra mondiale.
se anche non siete appassionati di antropologia, la riscoperta dell'umanità di charles king è un saggio scritto in modo così piacevole da risultare comprensibilissimo e godibile da chiunque e soprattutto ha il merito di parlare di personaggi fondamentali dimenticati dalla stragrande maggioranza dei manuali (in particolare in quelli italiani e tradotti in italiano).

post pubblicato in origine su instagram.