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sabato 7 febbraio 2026

gomìtolo 3 ~ gennaio 2026


che fine ha fatto tutto l'entusiasmo che avevo a dicembre? gennaio dovrebbe essere il mese della ripartenza, per me invece sono stati giorni di mosceria e metereopatia, di arrancamento mentale, di sopravvivenza a risparmio energetico.

ho letto tantissimo ma non sono riuscita a scrivere nulla, e non perché le letture siano state poco interessanti. ho evitato di forzarmi a fare qualcosa che non mi andava - anche perché, in realtà, mi sono forzata a fare qualsiasi cosa, avrei solo voluto farmi la tana e aspettare l'arrivo della primavera - ma mi sono promessa di usare questo spazio per non perdere del tutto traccia delle ultime cose che.

in realtà la mia testa non fa che vagare, piena di disgusto per tutto quello che mi arriva ogni giorno dai social. le notizie di questi ultimi giorni raggiungono un livello di orrore tale che sfido qualsiasi regista o scrittorə di horror a pensare a qualcosa che possa quantomeno eguagliarle.
e sui social la nostra esistenza, con tutte le sue piccolezze, va avanti in tutto questo: bombardamenti e accuse di violenze inenarrabili rivolte alle persone più schifosamente potenti del pianeta in mezzo a video di gattini, ai nostri selfie, ai libri che leggiamo.
è vero che cedere spazio non è mai una reazione costruttiva, ma credo che quello spazio dovremmo occuparlo con consapevolezza, e che però non sempre ci riusciamo.
l'idea di usare sempre meno i social (se non per la ricondivisione di notizie), di cui ho già parlato in questa specie di rubrica, continua a essere fondamentale per me, ed è per questo che voglio usare il più possibile il blog per parlare delle cose che mi piacciono e che voglio condividere (sono ripetitiva? beh sì. scusatemi.) anche quando la mia testa è così incasinata e il mio morale così a terra.

e dunque, ecco qui - in ritardo - un po' di cose-di-gennaio.


innanzitutto vi invito a recuperare la recensione dell'ultimo libro di zerocalcarenel nido di serpenti, che ho pubblicato sul blog audace e che parla della vicenda - per cui dovrebbe esserci uno scandalo enorme che invece non c'è, di maja t., che proprio in questi giorni è statə condannatə a otto anni di carcere con l'accusa di aver pestato dei neonazisti (quel tipo di cose per cui dovrebbero darti una medaglia, e invece). sul manifesto trovate una bella intervista a maja t., leggetela!


prima di tornare a bologna ho anche letto la casa disabitata di charlotte riddell, preso anni fa durante non ricordo più quale festival. tralasciamo la trama, che non ha elementi particolarmente sorprendenti, anzi: la vicenda ruota intorno a una casa che si vuole infestata e a un mistero che viene indagato dal protagonista/narratore, il classico giovanotto un po' spiantato ma ricco di buoni sentimenti e di caparbietà, soprattutto perché in gioco potrebbe esserci la mano di una bellissima - timida, pudica, leggiadra, amabile, eccetera - ereditiera.
la cosa che più ho amato di questo libro è che mi ha ricordato che questa cosa dello show-don't-tell è una moda tremendamente recente e che, come tutte le mode - sperando nella bontà della sorte - passerà e noi potremo finalmente goderci ancora dei libri scritti da chi sa scrivere e non soltanto fare telecronache da stadio (ogni riferimento all'odio profondo provato per il re strega - iniziato e abbandonato, come merita qualsiasi storia sì accattivante ma completamente priva di contesto e di strumenti che permettano al lettore di capire cosa straminchia stia succedendo - è assolutamente volontario e carico di risentimento).


ho anche finalmente letto doris lessing, autrice che volevo leggere da tantissimo tempo ma - mi succede con tuttə lə scrittorə che hanno pubblicato valanghe di cose - non sapevo da dove iniziare.
il quinto figlio non è stato propriamente scelto, me lo sono ritrovato qualche mese fa in una di quelle promo due libri XX€ e l'ho preso (insieme a un amico a cui ho suggerito un libro di saramago, che ha apprezzato molto).
è stata una lettura abbastanza angosciante e quindi apprezzatissima (non so perché per ora più un libro mi angoscia e più mi piace, forse dovrei tornare dalla psicologa), che ho divorato in un solo giorno.
la storia è quella di una famiglia tradizionale che-più-tradizionale-non-si-può, una coppietta che non vede l'ora di riprodursi e sfornare una squadra di mocciosi. e in effetti, le prime quattro volte va tutto a meraviglia - nonostante un fastidio che si fa sempre più malcelato da parte dellə nonnə, costretti a dare sostegno tanto economico quanto pratico a figliə e nipotə - e le creature che nascono sono bambinə perfettə, roseə, paffutə, con gli occhioni pieni di gioia, amore e speranza.
ma giuntə alla quinta gravidanza, l'idillio si spezza. e da quel momento in poi, il piccolo paradiso che avevano sognato e iniziato a costruire, si sgretola irrimediabilmente.
l'aspetto migliore del romanzo è, secondo me, la mancanza di risposte chiare e idee più o meno preconfezionate. entriamo molto nella mente di una madre che, prima, sogna una valanga di bambinə e che descrive la gravidanza e la maternità come la migliore delle esperienze possibili. la stessa madre sarà capace di pensieri orribili - non letteralmente orribili, in realtà, ma molto lontani dagli stereotipi che abbiamo introiettato circa le donne e il rapporto con lə figliə - e il quinto figlio, visto attraverso i suoi occhi, appare come un mostro inquietante.
in questo romanzo tutto sommato anche abbastanza breve, lessing distrugge i preconcetti sulla maternità, tanto dal lato di chi la reputa un'esperienza imprescindibile per le donne, tanto per chi la rifiuta. la distanza tra la perfetta famiglia dei sogni e la tragedia di una progenie indesiderabile è poco più che un soffio, uno scherzo del caso, una possibilità incontrollabile e del tutto indipendente da speranze, sogni e ambizioni.


altro recuperone, di tutt'altro genere, è stato il cuore di thomas (sempre sia lodato vinted), una delle opere più note di moto hagio, mangaka il cui lavoro - insieme alle altre del gruppo '24 - è stato fondamentale per la definizione del canone shoujo come lo conosciamo adesso, e per tutto lo straordinario percorso di esplorazione dei generi che ha caratterizzato l'ultimo mezzo secolo del fumetto per ragazze.
insomma, una lettura che per me era dettata soprattutto dalla voglia di conoscere qualcosa di storico, di fondante del genere stesso, più che per un vero e proprio interesse per l'opera in sé - che, spoilerone, non mi ha entusiasmata più di tanto.
al netto della mia scarsa fascinazione per il melodrammatico, va riconosciuto il ruolo di opere così apertamente sentimentali - nel senso di indagine realistica e senza filtri dei sentimenti umani, anche di quelli più oscuri e meno accettati da società rigide soprattutto se insiti nelle giovani donne, creature da tenere il più possibile sotto controllo e dentro determinati schemi.
se lo guardo da questo punto di vista, più razionale e indirizzato verso la comprensione dello shoujo come movimento culturale fondamentale per la formazione delle ragazze giapponesi prima e di quelle di mezzo mondo poi, allora posso capire perfettamente lo straordinario valore di opere come questa.
il motivo per cui a me non batte il cuore leggendo storie così, è che sono ormai una vecchia bacucca. e non ci possiamo fare nulla, purtroppo per me.


molto meno significativo da un punto di vista oggettivo, ma più easy nei toni - e che quindi mi è piaciuto di più - è stato your letter di hyeon a cho. avevo un pregiudizio enorme su questo manwha che non so nemmeno spiegarmi, una sorta di antipatia a pelle che me l'ha fatto tenere su uno scaffale per più di un anno ma che alla fine mi ha sorpreso.
mentre il filo della storia è retto da una sorta di caccia al tesoro, il tema di fondo è quello del bullismo e della possibilità di creare rapporti profondi e sinceri solo nel momento in cui si abbassano le difese e ci si mostra con sincerità e senza paura.
sicuramente pensato per un pubblico giovane, è stato apprezzato anche dalla vecchia bacucca di cui sopra, quindi recuperatelo - e magari, se conoscete lettorə in piena crisi adolescenziale, regalatelo.

foto pigra (mi devo arrampicare per recuperare i volumi in alto) ~
ma volevo anche immortalare il mio pothos resuscitato e il mio quadretto

ammetto che ho snobbato per un bel po' di tempo ping pong di taiyo matsumoto perché gli spokon mi annoiano come poche altre cose al mondo (tipo lo sport). ma è taiyo matsumoto e quindi ho approfittato del fatto che un mio amico non sapeva cosa regalarmi per il claccaday e l'ho dirottato su questo.
ok, sono stata scema perché è davvero - ma davvero! - un capolavoro. scusa se ho dubitato di te, matsumoto sensei!
i due protagonisti - smile e peko - sono appassionati amici fin dai tempi dell'infanzia ed entrambi sono appassionati di ping pong. anzi, è proprio il ping pong a far nascere il loro legame e a consolidarlo nel corso degli anni, facendoli diventare due giovani promesse di questo sport e portandoli all'inevitabile scontro finale.
tra allenamenti e gare, smile e peko incarnano nei due modi diametralmente opposti tutti gli elementi tipici degli spokon: il rapporto con il proprio talento innato, la perseveranza negli allenamenti, l'ambizione, lo spirito di competitività, la crescita personale, eccetera. ma quello che rende ping pong un titolo straordinario nell'immenso panorama delle storie sportive è lo stile grafico di matsumoto, che raggiunge vette altissime. regia, composizione delle tavole, padronanza del segno, tutto si armonizza alla perfezione e riesce a restituire la tensione e la velocità degli incontri.
semplicemente meraviglioso


tornando a moto hagio, ho recuperato marginal (grazie anonimo amico che me l'hai trovato su vinted) che ho apprezzato molto di più rispetto a il cuore di thomas. marginal è uno sci-fi le cui atmosfere mi hanno ricordato moltissimo la principessa splendente per le tematiche legate al controllo bioingegneristico dei corpi, anche se la trama è completamente differente. siamo sulla terra, in un futuro non lontanissimo e post-apocalittico in cui sopravvive una popolazione quasi esclusivamente maschile e un'unica donna-madre venerata quasi come una divinità. ovviamente, ci sono forse esterne alla piccola comunità in cui si svolge la storia, e il mistero che le avvolge scatena i fatti da cui poi prende avvio la trama, che è troppo lunga e complessa per poterla riassumere qui, ma volevo segnarmi un'osservazione secondo me interessante, e cioè che marginal prova - forse senza averne l'intenzione - la natura squisitamente culturale del patriarcato, totalmente scevra da qualsiasi fondamento biologico: in questa società di soli uomini, infatti, le dinamiche di squilibrio dei poteri tipiche delle culture misogine si ripropongono a discapito dei ragazzi più giovani.
lo so che è assurdo dover ribadire nel 2026 che non c'è alcuna differenza di valore tra maschi e femmine legata a una qualche idiozia parascientifica, ma le ultime notizie che arrivano da questo ridicolo paese ci dicono che non è così. e dunque, grazia hagio sensei per averlo spiegato così bene.


non sono stata al bologna nerd ma ho approfittato del fatto che ci andasse la mia coinquilina per recuperare velocissimamente olympia, ultima autoproduzione di giulio macaione.
fun fact: la mia tesi di triennale in accademia era proprio dedicata all'olympia di manet. ma sono aneddoti che non importano a nessunə, quindi parliamo di questo fumettino qui che è molto più interessante. macaione riprende alcune tematiche del discorso intorno all'opera di manet - l'assertività dell'espressione del viso di victorine meurent, il suo doppio ruolo di artista-soggetto e modella-oggetto, il soggetto non metaforico né didascalico dell'opera, eccetera - e ci costruisce intorno una storia che viaggia sui due binari della realtà e dell'immaginazione e che si gioca tutta nella distanza carica di tensione erotica tra un pittore, che vuole reinterpretare l'olympia, e un modello che non conosce l'opera originale. il dialogo tra loro riprende la tensione tra soggetto rappresentante e soggetto rappresentato, tra l'intento espressivo di chi è osservato e l'interpretazione di quella stessa espressione da parte di chi osserva, un incontro-scontro che si sublima in un sogno erotico a occhi aperti forse condiviso, capace di scardinare gli equilibri di potere inizialmente stabiliti.
poche pagine ma estremamente affascinanti sia per la bravura di affrontare in modo chiaro, sintetico e lucido quello che in un libro di critica d'arte avrebbe richiesto pagine e pagine di sbrodolamenti, sia per l'eleganza delle scene più esplicite, ottime da schiaffare sotto gli occhi di chi, ancora, finge di ignorare la differenza tra erotismo e pornografia.


ho recuperato su vinted i quattro volumini di clover delle clamp, che avevo letto non so più quanti anni fa (probabilmente una ventina) e... non ricordavo affatto che fosse così bello e sperimentale! ovviamente, è una di quelle cose belle che clamp fanno e non finiscono. per la precisione, clover pare essere stato abbandonato proprio a livello embrionale, privo non soltanto di una conclusione ma anche di un vero e proprio sviluppo. almeno, da un punto di vista canonico. facendoci del male (perché, se la mia teoria è accettabile, allora il finale è tristissimo e disperato), possiamo anche considerarla come un'opera completa ma con una struttura molto particolare: il primo volume conclude una storia iniziata prima, che viene riproposta come una sequenza di flashback via via sempre più lontani nel tempo nel corso degli altri capitoli. un'espansione della trama non tanto verticale - dall'inizio alla fine, insomma - ma orizzontale, una dilatazione del tempo-racconto che si focalizza più sullə personaggə che sulla vicenda.
accettando il fatto che non sapremo mai se la trama originale prevedeva altro, possiamo goderci tutto il resto, ovvero una costruzione dello spazio estremamente minimalista e surreale, con lə personaggə che si spostano spesso in enormi campiture bianche, costumi e oggetti il cui design è un interessantissima commistione di steam punk e puro decorativismo, con quei riferimenti alla natura piegati alla necessità ornamentale che fa un po' liberty, e una scansione delle tavole che rende clover vicino a qualcosa che potrebbe essere più una poesia - o una canzone - a fumetti più che una vera e propria narrazione.
a distanza di così tanti anni - e dopo aver accettato l'idea che le clamp non sono mai sinonimo di sicurezza per noi lettorə - posso dire che secondo me si meriterebbe una bella ripubblicazione, a beneficio di chi, ai tempi, se l'era perso (altrimenti, cercate su vinted che si trova abbastanza facilmente).


da dicembre sto seguendo il bellissimo corso di letteratura umoristica della mia amica valentina presti danisi che mi sta aprendo un mondo - e mi sta facendo aggiungere libri su libri alla wishlist e agli scaffali. tra questi, ho letto il cornetto acustico di leonora carrington che vince a pieno titolo il primo premio per il libro più assurdo-et-geniale dell'anno anche se siamo solo a febbraio.
è un po' difficile parlare di questo libro perché nella sua geniale assurdità è totalmente spiazzante: si inizia con una vecchietta quasi centenaria con grossissimi problemi di udito, un paio di gatti, una gallina e un cornetto acustico ricevuto in dono dalla sua strampalata amica, e si finisce - letteralmente - alla fine del mondo, passando per suore dedite a rituali pagani, cavalieri alla ricerca del santo graal, divinità mai dimenticate, e dolcetti avvelenati (non sono spoiler, questi pochi elementi non dicono molto nel modo meraviglioso in cui si incastrano tra loro). a tutto questo si aggiunge uno stile brillante e alcune frasi che meriterebbero di diventare dei poster.
insomma, se non lo conoscete leggetelo (e seguite valentina e i suoi corsi perché meritano tanto!)


e poi ovviamente ho visto la prima parte della nuova stagione di bridgerton e la scena in cui la regina chiede a penelope di raccontarle gli ultimi pettegolezzi in stile lady whistledown, battendo le mani e lanciando urletti isterici, riassume perfettamente le mie reazioni a questi primi episodi, strapieni di cliché. l'avevo scritto tempo fa, bridgerton ha un posticino speciale nel mio cuore sia perché i romanzi mi sono stati di conforto in un periodo di stress tremendo - e leggere quelle storie così perfette e zuccherose era l'unico momento in cui potevo rilassarmi un po' - sia perché è forse la serie in cui ho visto le migliori rappresentazioni di corpi disabili e in generale non conformi di cui abbia memoria. bridgerton è un'utopia al quadrato non soltanto perché ci sono uomini (bellissimi) scritti da donne, con tutti i benefici che questo comporta, ma anche perché persone bipoc/queer/disabili e altre identità convivono in una società non marginalizzante, giudicante ed escludente (almeno su questi parametri). ovvio che resta la questione di classe - si parla dell'alta società e si fa una grandissima distinzione tra chi appartiene alla nobiltà e chi no, e anzi questa stagione ragiona quasi esclusivamente su questo - e un intrinseco maschilismo su cui si fonda tutta la questione del mercato matrimoniale, ma vedere personaggə non conformi rappresentatə da attorə non conformi mi rincuora moltissimo.
il lavoro di adattamento che è stato fatto in questo senso partendo dai libri - che sono molto più banali nel senso di chi viene rappresentato e come - è la dimostrazione che no, non sempre la coerenza con l'opera originale paga e che, anzi, un buon adattamento è quello capace di aggiungere valore a opere originali che altrimenti rimarrebbero prodotti poco o nulla rilevanti.


foto bonus: ragazza che legge, pablo picasso 1938. una delle poche foto fatte alla mostra impressionismo e oltre, al museo dell'ara pacis di roma lo scorso weekend.
un po' per giustificare il ritardo di questo post, un po', soprattutto, perché qui ci stava proprio bene.

martedì 3 febbraio 2026

house of frank

« ti ricordi cosa mi hai promesso, sai? »

ho appena finito di leggere house of frank, romanzo d'esordio di kay synclaire appena uscito per mondadori, e ho sentito la necessità di scriverne immediatamente, soprattutto in questo periodo in cui scrivere qualcosa mi riesce così difficile (il gomitolo di gennaio arriva. non so quando ma arriva).

togliamoci subito il dente: un po' di editing in più non avrebbe per nulla fatto male, ci sono troppe ingenuità, troppe ripetizioni, troppe artificiosità nellə personaggiə che potevano essere migliorate.
ma, nell'insieme, è un libro davvero carino, e per "carino" intendo che da un po' quel tipo di sensazione che si prova quando ci si avvoltola in un plaid caldo e colorato, magari con un gatto accanto, e si sta a chiacchierare con un amicə fino a togliersi ogni peso e brutto pensiero da dentro.
è un libro-coccola - e, in quanto libro-coccola, gli si possono perdonare un po' di difetti - e forse, visto il tema, non potrebbe essere nient'altro che un libro-coccola.

la storia di house of frank rientra in quel filone (che a me piace moltissimo) della famiglia-per-scelta o, e forse è un po' più calzante, famiglia d'adozione.
la protagonista, saika, in effetti non ha scelto la strampalata compagnia che vive a casa di frank come sua famiglia, non all'inizio, almeno.
è arrivata alla casa con un peso enorme sul cuore e il barattolo con le ceneri di sua sorella fiona in valigia. l'ultimo desiderio di fiona era quello di poter diventare una cosa bella dopo la sua morte e qui, a casa di frank, è possibile farlo.
accanto alla casa, sorge ash garden, un bellissimo arboreto: qui le ceneri dei defunti vengono piantumate e si trasformano in querce, pioppi, faggi, pini eccetera. diventano cose belle. e vive.

ma saika è in qualche modo terrorizzata all'idea di separarsi da ciò che rimane di fiona. dal giorno della sua morte, continua a parlare con lei, a tenerla nel suo cuore come una parte di sé stessa. divide ogni momento della sua quotidianità di sua sorella e, nonostante abbia accettato di esaudire il suo desiderio, l'idea di mettere un punto, fermo e definitivo, a questa parentesi della sua vita la spaventa al punto tale da bloccarla. capito il suo stato d'animo, frank le chiede di rimanere fino a quando non si sentirà pronta ad affidare le ceneri di fiona alla terra. ed è da questo momento che la vita di saika, finalmente, cambia.
dopo anni di fuga da sé stessa e dalla sua famiglia, saika trova una casa in cui può provare a cercare il suo posto. non è semplice e non è immediato, ma poco per volta inizia a intessere legami con lə altrə abitanti della casa e a svelare a noi lettorə il suo grande, terribile segreto.

house of frank è - come direbbero quellə bravə - un fantasy low key, pieno di personaggə fantasticə - saika è una strega, frank un'enorme bestia antropomorfa, ma ci sono anche fate, fantasmi, streghe-gargoyle (ecco, credo di avere una cotta per una certa strega viola con le zanne ricoperta di tatuaggi) - e di magia, ma soprattutto è un racconto che parla dei tanti possibili modi di vivere il lutto e la mancanza.
tuttə nella casa hanno vissuto momenti di perdita e di inconsolabile dolore e ognunə di loro ha reagito a modo suo. la casa e l'arboreto hanno funzionato come un centro gravitazionale, lə hanno spintə a creare legami e a cercare sostegno in una quotidianità piena anche se imperfetta in cui ciascunə mette a disposizione talenti e impegno a beneficio di tuttə.

quando saika si rende conto che quel piccolo, caotico mondo costruito sulla scelta di restare vicinə è in terribile pericolo, riesce finalmente a uscire dal suo loop di dolore, dai suoi pensieri ossessivi, dalla colpevolizzazione e dalla paura. tutto quello che ha vissuto fino a quel momento, anche ciò che più le ha fatto male, sembra acquistare un senso. il dolore per fiona, la paura, le scelte sbagliate e poi rivendicate, tutto quello che ha fatto e sopportato fino a quel momento, ogni cosa si allinea alle altre come stelle che rivelano, tutto a un tratto, una figura, un nuovo significato.

dopo aver passato anni a svalutarsi e a colpevolizzarsi, saika capisce che può aiutare, che lo scopo della sua esistenza non è finito. ed è così che impara di nuovo a guardare al futuro e ad amare.

(forse è un po' sdolcinato? beh... sì. moltissimo. ma, non so voi, io ne avevo bisogno)