venerdì 26 maggio 2017

stranger things

sto piano piano cominciando a smettere di sentirmi fuori dal mondo, ho recuperato tutte le prime sei stagioni del trono di spade (alle prime ammazzatine chiudevo gli occhi dietro il primo peluche che beccavo in giro, dopo un po' ho cominciato a non battere ciglio) e mentre impreco nell'attesa della settima stagione, mi sono finalmente convinta a fare l'abbonamento a netflix e vedere finalmente stranger things.
insomma, sto sempre più scivolando in un universo in cui il problema di non avere una vita sociale diventa facilmente risolvibile e non credo di volerne uscire troppo presto.
e ok, so di avere milioni di libri e fumetti di cui parlarvi, ma volevo per forza scrivere due parole su questa serie perché - scusate tutto l'entusiasmo, ma è la prima volta che guardo qualcosa che viene etichettato come horror, anche se so che è taaanto blando, ma a me è bastato, grazie - mi è piaciuta da matti e mi ha lasciata tutta fangirlante ed emozionata e desiderosa di vedere subito il seguito, di comprarmi una maglietta con il logo sopra e di scriverne qui, spalando valanghe di esaltazione.


ok. penso che tutto il mondo abbia detto e ripetuto milioni di volte che buona parte del successo di questa serie sia dovuto all'effetto nostalgia per via dei tantissimi riferimenti ai film e alla cultura nerd degli anni '80, quindi non lo ripeterò.
ma non credo che il punto sia solo quello. i miei ricordi partono più o meno dagli anni '90 (oh, come mi sento giovane adesso!) e non ho mai giocato una partita di dungeons and dragons (oh, come mi sento poco nerd adesso!), e non ho mai visto nemmeno tutti i film che vengono citati in tutti gli articoli su stranger things (oh, mi sento proprio una persona orribile adesso!), eppure giuro che mi sono divertita da morire lo stesso, perché i riferimenti agli anni '80 ci sono, ovvio, ma sono rivisitati in un'ottica  molto moderna, il che significa sopratutto niente filler e niente tempi morti, niente di quella lentezza tipica della roba anni '80 che a me fa diventare pazza.

stranger things vince sopratutto per l'estrema semplicità della storia e dell'ambientazione: in una piccola cittadina americana (quelle in cui tutti conoscono tutti e tutti si fanno gli affari di tutti), hawkins, un ragazzino di dodici anni, will, sparisce in circostanze misteriose.
contemporaneamente, in circostanze altrettanto misteriose, compare undici, una ragazzina dal passato oscuro.
da qui cominciano a dipanarsi trame e sottotrame strettamente collegate tra loro, che man mano si andrà avanti nella storia convergeranno verso un unico punto, divise principalmente in tre filoni: quello degli adulti, quello degli adolescenti e quello dei bambini.
la scomparsa di will e l'arrivo di undici portano presto alla consapevolezza che si tratti di qualcosa di più di semplici fughe o rapimenti: cose strane, spaventose e inspiegabili iniziano ad accadere, e tutte sembrano, in qualche modo, condurre nella stessa direzione...


è assolutamente inutile stare a farvi il riassuntone della trama, perché di certo avete già visto stranger things prima di me o, se ancora non vi siete fatti convincere, spoilerarvi sarebbe veramente una pessima idea, quindi parliamo di altro.
ci sono, oltre ai richiami agli anni '80 e l'effetto nostalgia, almeno altri quattro aspetti che secondo me hanno reso questa serie così amata e popolare: in primo luogo i personaggi, che nonostante il poco tempo concesso loro (la serie è più che altro un "film lungo otto ore", come hanno dichiarato i creatori, i fratelli duffer) sono riusciti a far emergere le loro personalità.
certo, i ruoli sono un po' stereotipati, nel senso che è facile incasellarli in categorie ben precise (la madre angosciata, il poliziotto che se ne frega delle regole, gli amici fidati, il ragazzo chiuso e senza amici, la ragazza sciocca e pronta a cacciarsi nei guai eccetera), ma nonostante questo sia l'interpretazione degli attori sia la sceneggiatura hanno permesso a tutti di svilupparsi e emanciparsi di tanto dalla definizione di personaggio-macchietta, da quello che è semplicemente il loro ruolo, per diventare persone che si comportano in modo coerente al contesto.

il secondo punto di forza, come accennavo sopra, è la semplicità della storia, il che non vuol dire che la trama sia banale e senza sorprese (anzi!), ma che, dato l'imput (scomparsa di will - comparsa di undici) tutti gli ingranaggi iniziano a muoversi in modo perfetto, non si perde mai, nemmeno per un attimo, l'interesse per quello che succede, quale che sia il filone - bambini/adolescenti/adulti - che stiamo seguendo, non c'è nemmeno un attimo di fuffa, niente filler, niente di evitabile.


e poi c'è undici. undici è un personaggio straordinario, uno di quelli su cui potrebbero fare ancora altre ventordici stagioni, tirarci fuori spin-off, libri, fumetti blabla e continueresti a volerne ancora.
a metà strada tra le orfanelle (?) sfigate di nipponica memoria (ma vi ricordate i traumi degli anime di quando eravamo bambini?) e gli x-men, la natura di undici è da scoprire puntata dopo puntata, perché è un personaggio che si svela poco per volta, lasciando vivo l'interesse nei suoi confronti e che anzi ci lascia pieni di domande alla fine.

l'ultima grande e importantissima protagonista di questa avventura infine è l'amicizia fortissima e indissolubile tra mike, dustin, lucas, will e undici, quell'amicizia che ti fa uscire in bici di notte nel bosco per cercare il tuo amico scomparso, quella che ti fa mantenere i segreti a ogni costo, quella che si basa su passioni e interessi comuni (i quattro ragazzi sono tutti dei piccoli adorabili nerd in erba, e undici è quello che ogni ragazzino nerd sognerebbe incontrare), quella dei giuramenti con lo sputo, quell'amicizia pura e assoluta che ogni volta che ci pensi ti fa venire i lucciconi agli occhi.

insomma, stranger things è la perfetta fusione di tutto quello che si vorrebbe trovare in una serie: una trama appassionante, ottima regia e sceneggiatura, paura e tensione al punto giusto (nota, per chi come me si fa un sacco di paranoie a guardare roba di paura: ok, c'è qualche scena un po' ugh, ma è guardabilissimo. sul serio, niente di vomitevole, niente che vi farà venire gli incubi la notte. al massimo tenete un peluche vicino mentre lo guardate, e via), personaggi adorabili (i bambini sono davvero stupendi, ho rivalutato i dodicenni per la prima volta in vita mia), una bella ambientazione e un sacco di citazioni e rimandi a quella che - più o meno - è stata la nostra infanzia. trovatemi un solo motivo per non guardare questa serie. ah, a ottobre esce la seconda stagione!

mercoledì 24 maggio 2017

commenti randomici a letture randomiche - parte XXXV

solitamente in questa non-rubrica ciancio di letture brevi, faccio resoconto degli ultimi manga usciti eccetera. questa volta invece ho deciso di accorpare i commenti su tre serie che ho letto ultimamente, così da non avere più alcuna scusa e smetterla una buona volta di rimandare.

per prima cosa, con time stranger kyoko sono quasi riuscita a completare la collezione di tutte le opere della tanemura uscite in italia, mi mancano solo ion e ogni nostro venerdì (che ho già prenotato. ragazzi, mi raccomando, se lo trovate da qualche parte a un prezzo decente fatemi sapere!)
la tanemura si conferma perfetta per gli shoujo manga fantasy, un po' meno per le storie troppo brevi.
andiamo con ordine: la time stranger del titolo è kyoko, principessa della terra del trentesimo secolo. nonostante sia di sangue nobile, kyoko si finge una normale studentessa delle superiori per poter vivere una vita tranquilla e uguale a quella dei suoi amici, ma quando si vede costretta a salire al trono, per paura di perdere l'affetto dei suoi compagni di classe, accetta un patto proposto proprio dal re: se riuscirà a riportare in vita sua sorella gemella ui - che dorme un sonno profondo dal momento della loro nascita - allora sarà ui a sedere sul trono, e lei potrà continuare la sua vita.
come tutte le protagoniste della tanemura, kyoko è una ragazza forte e determinata, e non si farà ripetere due volte la stessa proposta, accettando di diventare una time stranger e di trovare tutti gli altri stranger (dodici in totale, lei compresa) per riuscire a salvare ui, con l'aiuto delle sue fedeli guardie del corpo e amici d'infanzia, hizuki e sakataki.
la trama non sembrerebbe troppo complessa così, ma per una serie di soli tre volumini la tanemura ha messo davvero tanta - troppa! - carne sul fuoco, rendendo tutto decisamente troppo veloce. diciamo che con il doppio delle pagine a disposizione time stranger kyoko sarebbe stato davvero un bellissimo fantasy, mentre così lo consiglierei solo ai fan della tanemura.
il problema è che alla vicenda di kyoko e ui, si affiancano le storie - anche piuttosto complesse - degli altri stranger, e che spesso la scoperta di uno stranger avviene tanto velocemente che si perde un po' il pathos, sopratutto negli ultimi capitoli, dove sembra si sia maggiormente premuto sull'acceleratore.
a me personalmente, nonostante questi difetti, è piaciuto, per cui vi consiglio di dargli una possibilità, magari cercandolo in scambio o tre l'usato. spero proprio che la tanemura disegni al più presto un altro fantasy, magari senza tutta questa fretta!

di tutt'altro genere è invece one week friends, di cui tempo fa avevo parlato dell'anime.
si tratta di una delle storie meno avventurose e più tenere di sempre, ma rischia di diventare noioso, quindi a meno che non abbiate voglia di leggere qualcosa di mooolto leggero e rilassante, passate oltre.
un bel giorno, yuki decide di chiedere alla sua compagna di classe kaori di diventare sua amica. la ragazza, a parte essere un po' imbarazzata per la richiesta un po' goffa, ringrazia gentilmente, si dice gentile per la proposta ma... purtroppo non può proprio accettare.
il motivo è che ogni lunedì i suoi ricordi legati agli amici si resettano completamente, e che quindi ogni lunedì yuki verrà dimenticato, insieme a tutto quello che lo riguarda.
nonostante lo spaesamento, yuki si dice pronto a tutto, continuerà a chiedere a kaori di diventare suo amico ogni lunedì, la aiuterà a superare il suo problema, di mostrarsi agli altri per quella che è senza doversi fingere fretta e antipatica per allontanarli e magari a recuperare la memoria.
la storia va avanti senza troppa fretta, ai due protagonisti si aggiungono presto altri personaggi, e le vicende sono molto semplici, nulla di più che tranquilli episodi di vita quotidiana tra scuola, compiti, esami e pranzi sul terrazzo, mentre kaori, con l'aiuto dei suoi nuovi amici e del suo diario, pian piano inizierà a ricordare qualcosa...
buona parte di one week friends è strutturato a strisce, micro scenette di quattro vignette, mentre le parti in cui la trama va veramente avanti, il layout delle tavole è più simile a quello dei manga a ci siamo abituati. la storia è semplice e gradevole, ma il vero punto di forza della storia è la sua estrema dolcezza: i personaggi sono adorabili, sia graficamente sia come modo di fare, sembra che tutto sia spolverato di zucchero a velo, ma - per quanto possa sembrarvi impossibile - non è affatto melenso.
io l'ho trovato adorabile, una lettura piacevole e per nulla impegnativa, ma diciamo che a non leggerlo non ci perdete moltissimo, quindi ve lo consiglierei solo se siete dei fan sfegatati delle cose kawaii.

per concludere, ho trovato (beh, più che altro ho recuperato!) uno shoujo (altro che orange!) che finisce davvero tra i top del genere: una stella cadente in pieno giorno è stata la sorpresona del millennio!
non tanto per il soggetto in sé, che è pure abbastanza banale - una ragazza di campagna di trasferisce a tokyo, farà nuove amicizie e scoprirà l'amore, ci saranno gelosie, dichiarazioni, rifiuti, rimpianti e blabla - quanto per il modo in cui i soliti cliché per una volta vengono messi da parte e l'autrice (mika yamamori, di cui sta per uscire un nuovo manga per star comics, tsubaki-chou lonely planet) scrive una storia divertente e leggera ma molto più realistica e matura di buona parte degli shoujo che ci ritroviamo tra le mani: i rapporti tra i personaggi si sviluppano in modo naturale e mai forzato, i ruoli canonici del genere sono molto meno rigidi, le scelte vengono prese con un po' più di maturità e sopratutto la protagonista, invece di massacrarsi di seghe mentali, parla con gli altri per evitare incomprensioni!!! ohhh! ma allora anche i giapponesi sono capaci di essere chiari e comprensibili!

suzume, la protagonista, è una ragazza come tante, ma è forte e decisa, non si perde in inutili rossori e pudori al limite del ridicolo, sa affrontare i propri sentimenti e quelli degli altri, sa essere un'amica leale e fedele e riesce nel più difficile delle missioni per le protagoniste degli shoujo manga: capire che amare qualcuno e starci insieme non è semplicemente un susseguirsi di palpitazioni, farfalle nello stomaco e ansie, ma molto più semplicemente stare insieme e stare bene. cosa diamine vi ci voleva, benedette donne che cercate di spiegare la vita alle adolescenti, cosa??? voglio solo manga così da adesso in poi!
non voglio assolutamente fare spoiler, ma se volete parlarne scrivetemi tranquillamente quando volete (c'è la pagina dei contatti proprio per questo!) ma lasciatemi dire che non potete assolutamente rinunciare a questo titolo!

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ok, questo post aspettava un momento "vuoto" per essere pubblicato... in realtà mentre leggete dovrei già essere a roma per l'arf festival! se siete da quelle parti fatevi sentire, scrivetemi una mail (la trovate tra i contatti) perché a volte non arrivano le notifiche dei messaggini sulla pagina!
spero di inondare instagram e facebook di foto, quindi se non siete al festival, seguitemi lì!


lunedì 22 maggio 2017

radici ~ vol. 1 & 2

un'erbaccia è una pianta che cresce dove l'uomo non vuole.


giano ha 31 anni, pessimi amici, una ex fidanzata e un brutto nuovo lavoro. molto brutto.
ed è stato rapito in circostanze misteriose da qualcuno che si rifiuta di mostrarsi, legato da qualche parte al buio e costretto a raccontare la sua storia.
questo è l'inizio di radici, scritto e disegnato da giorgio pandiani, un fumetto che sa destreggiarsi tra il thriller e il fantasy ecologista, che rapisce l'attenzione fin da subito e che pian piano, tra il racconto di giano e quello che avviene a chi lo sta cercando, svela crimini e misteri.

incapace di trovare il suo posto nella società, lontano dalla sua famiglia, amareggiato dagli affetti persi, giano si è ritrovato quasi senza rendersene conto all'interno di una piccola gang di delinquenti, l'ultimo arrivato che in quanto tale non sa nemmeno bene cosa siano i lavoretti che svolge con i suoi amici e che gli permettono di tirare in qualche modo avanti. è questo che racconta ai misteriosi rapitori silvio - giano - gianoli che dapprima lo costringono a farlo ma che poi finiranno con l'ascoltare una sorta di confessione liberatoria, che permette al ragazzo di fare il punto della questione: strani incidenti, strade distrutte da qualcosa nel sottosuolo, rami che chiudono tunnel e intrappolano auto. qualcosa sta succedendo e questo qualcosa in qualche modo è collegato a lui e alle sue strane, assurde visioni, alla presa di coscienza della sua responsabilità per quei crimini in cui ostinatamente non ammette con sé stesso di essere partecipe.


giorgio pandiani mette in scena il numero esatto dei personaggi necessari allo svolgimento della storia: capo, rocca e fari, i colleghi di giano, tutti con il loro passato più o meno difficile e il loro presente di piccoli e grandi crimini; sara, la ex fidanzata di giano, il suo legame con il passato e diana, la ragazza che lo conosce per caso e sembra cominciare a interessarsi a lui e alla sua scomparsa, e sopratutto de luca, il poliziotto protagonista dell'angosciante prologo, che si ostina a portare avanti le indagini su qualcosa di troppo grande e scomodo, qualcosa che nessuno, né buonicattivi, hanno intenzione di portare alla luce. la narrazione così si concentra a ritmo serrato sulla vicenda, rallentando giusto il tempo di conoscere un po' meglio i suoi protagonisti, avvolgendosi a spirale attorno ai ricordi di silvio, avanti e indietro lungo il corso degli eventi, si sposta dalla sua buia prigione all'esterno in cui amici - e nemici - lo stanno cercando.

il tratto si affina molto dall'inizio del primo volume alla fine del secondo: le vignette sono tutte dense di forti contrasti tra bianco e nero, senza mezzitoni se non nelle scene delle visioni di giano, le linee sono essenziali, buona parte del gioco visivo lo fanno l'alternanza di luci e ombre, ma i personaggi e i luoghi sono tutti molto ben dettagliati e riconoscibili e i volti espressivi: grafica e narrazione giocano insieme per creare una storia appassionante che sa rispettare i tempi tra i momenti di maggior tensione e quelli più calmi e sa coinvolgere il lettore, portandolo a una verità - per quanto surreale - che diventa sempre più accettabile.

alla questione ecologica della storia si affianca coerentemente una realizzazione ecosostenibile dei volumi cartacei (radici è disponibile anche in digitale, trovate tutte le informazioni sul sito dell'autore)  che sono stampati su carta riciclata con inchiostri a cera e fonti rinnovabili. e che sono anche molto belli da vedere e da toccare.

come spesso accade, tra le autoproduzioni non è difficile trovare opere di alta qualità e radici secondo me è una di queste, merita assolutamente che la recuperiate prima possibile. per gli aggiornamenti vi consiglio la pagina facebook dedicata all'opera.

venerdì 19 maggio 2017

book blog tour "residenza arcadia" VII tappa ~ intervista a daniel cuello

siamo all'ultima tappa del blogtour organizzato da bao publishing e dedicato a residenza arcadia di daniel cuello, e concludiamo in bellezza in compagnia di daniel che ci ha concesso un'interessante (e divertente!) intervista.

in fondo al post trovate tutte le informazioni utili per partecipare al giveaway e vincere una copia del libro e il vostro ritratto realizzato in digitale (oh, a me piacerebbe assai vedermi cuellizzata!)


pensavate di trovare subito l'intervista e ciao, che ho fretta?
scordatevelo proprio, residenza arcadia è un libro che meriterebbe svariate ore di chiacchiere, preferibilmente in buona compagnia, umana e alcolica, ma non potendovi invitare tutti per una birra rimediamo qui.

sicuramente daniel cuello lo conoscete tutti, sui social è famoso da tempo (ne parliamo meglio poi insieme a lui) e l'annuncio di residenza arcadia è stato fonte di tantissimo hype.
le aspettative erano alte ma daniel ha saputo scrivere e disegnare qualcosa che le ha superate di gran lunga, tirando fuori dal cappello un libro che mischia, al suo ben noto umorismo, qualcosa di più serio e cupo. poteva essere una semplice storia di demenze senili e fissazioni da che ci vuoi fare è l'età, invece a un certo punto, senza avvisare nessuno, la storia vira bruscamente e sembra tirare al povero, ingenuo lettore un poderoso cazzotto in pieno stomaco.

l'azione si svolge tutta all'interno della residenza arcadia che da il titolo al romanzo, uno stabile elegante abitato da alcuni adorabili vecchini. in seguito a un incidente, uno degli appartamenti rimane sfitto, ma solo per il tempo necessario affinché arrivi la notizia che dei nuovi vicini stanno per affittarlo. è un attimo perché si scateni il putiferio: noi quelli non li vogliamo qui!
questo è il grido di battaglia con cui tutti gli inquilini del palazzo appianano antipatie e dissapori vecchi di anni e anni e si alleano insieme per impedire che quelli diventino i loro nuovi vicini.
tra una rampa di scale e l'altra, si svelano antichi ricordi e vecchi dolori, mentre scopriamo le nuove fissazioni dei rugosi abitanti del palazzo: chi passa il tempo a fare foto da pubblicare online, chi si sente costantemente in pericolo proprio per colpa di quelle foto, chi riceve della posta piuttosto bizzarra e chi non vede l'ora di farsi gli affari degli altri.
poco per volta ci rendiamo conto che la residenza arcadia e i suoi abitanti non si trovano nella nostra epoca, ma in una sorta di futuro prossimo in odore di distopia, in un paese che non conosce elezioni e che è regolato da un regime militare che rimarrà quasi sempre poco più che un'ombra sfuggente, al limite estremo del nostro campo visivo...

residenza arcadia lo leggerete ridendo, sconvolgendovi, tirando su col naso per non mettervi a piangere e magari provando a pensare alle cose in modo diverso da come fate sempre.


ciao daniel, benvenuto su claccalegge e grazie mille per la tua disponibilità!
tu sei molto famoso su internet e sopratutto sui social come vignettista e illustratore, come hai vissuto questa tua prima trasformazione "ufficiale" in autore completo?
Ciao Claudia e a tutti quelli che leggono! ;) Penso che si dovrebbe riconsiderare il concetto di autore che pubblica online. Il supporto sul quale si pubblica non determina la completezza o meno di un autore. Io ad esempio disegnavo storie (lunghe e brevi) e vignette da molto prima di approdare sui social. Internet è solo un mezzo, con opportunità e difficoltà come ogni altro canale.
la storia di residenza arcadia è molto particolare e ha degli sviluppi inaspettati. da cosa è nata l'idea che ne sta alla base?
Penso sia un po' la risposta all'attuale clima internazionale. In Europa si sono riversate tantissime persone in cerca di una vita migliore e questo ha scatenato molta paura, discriminazione e intolleranza. Ma io non volevo parlare di "quel" diverso, o meglio, volevo che il diverso fosse più ampio, più universale, e per farlo dovevo concentrarmi su chi al contrario si sente dal "lato" giusto. Le cause cambiano, ma la reazione è sempre la stessa.
ci racconti come sono nati i personaggi di questo romanzo? il loro aspetto e/o il loro carattere, sono stati ispirati da qualcuno che conosci? (non glielo riveleremo, promesso)
Alcuni sì, sono ispirati a persone realmente esistenti, anche se solo alla lontana. Mi piace "rubare" le persone che vedo in giro o quelle di cui sento parlare. Se vedo un personaggio buffo per strada WHOOM preso, me lo porto a casa. Altri personaggi, invece, li ho inventati di sana pianta, c'è sempre bisogno di entrambe le cose, realtà e immaginazione.

a proposito dei vecchietti di residenza arcadia, nonostante la loro venerdanda età, anche loro si ritrovano spesso a smanettare con gli smartphone, sopratutto emilio, con la sua ossessione per la condivisione di foto. questo, inevitabilmente, mi riporta alle tue vignette che raccontano - in modo geniale ed esilarante - la nostra dipendenza dai social e, di conseguenza, l'alienazione dalla vera socializzazione, che sono temi che mi pare ti siano cari.
tralasciando le scontate ed abusate critiche in merito ai buongiornissimo kaffè e tutto il resto, quanto hanno influito i social, e tutto quello che ne deriva, sulla tua carriera?
Beh sì, tanto, indubbiamente. Come dicevo prima, i social sono un mezzo, nel mio caso li ho usati non solo per divertimento personale, ma anche per farmi pubblicità. La cosa che più mi piace è l'integrazione con la gente che mi segue. Cerco di rispondere a tutti i commenti, anche solo con un emoji, ma sono sempre indietro. Dovrei chiedere a Morandi di darmi una mano :D
i protagonisti di questo libro sono tutti piuttosto attempati, ma già altre volte hai usato questi adorabili (ugh) e grinzosi vecchietti nelle tue vignette (ogni volta che penso a quella sugli sconti rido da sola), ma perché proprio i vecchietti?
Non c'è un vero e proprio motivo, non a livello consapevole almeno. Ricordo di aver sempre disegnato vecchietti, mi piace riempire di linee i volti che disegno. Poi inevitabilmente quelle linee diventano rughe. Se conosci uno psicologo chiediglielo, help!
questa domanda è difficile perché è molto a rischio spoiler, ma quando ho visto i tuoi soldati, ho subito pensato che fossero visivamente un mix tra alien (la testa è più piccolina, ok) e i soldati dell'isis di kobane calling. questa sorta di sintesi grafica – di cui è chiaro il significato – è stata immediata? sono nati così, spaventose ombre tutte uguali, o avevi altre idee in mente?
No no, è stata una cosa che ho voluto fin da subito. Volevo che queste figure fossero semplici, come dici tu, ma al tempo stesso minacciose. Indefinite, come molte parti della storia. Il rischio spoiler è grande, sì, mi fermo qui.
residenza arcadia inizia con quel tono leggero e divertente a cui ci hai fatto abituare, ma dopo un po' il registro cambia completamente ed è immediato spostarlo dalla casella "commedia" a quella "drammatico". insomma, ci hai svelato un daniel cuello che non ci si aspettava e che mi ha piacevolmente sorpreso. ma ti è mai venuto il dubbio che i tuoi fan, quelli che ti seguono su facebook e twitter, avrebbero potuto anche reagire male a questo cambiamento?
No, non era una cosa che mi spaventava. Sicuramente molti si aspettavano una storia più leggera, e qualcuno ci sarà pure rimasto male. Ma io in realtà volevo proprio far coesistere le due cose. Volevo dimostrare che sì, posso fare vignette comiche fini a se stesse, ma posso anche sviluppare storie più serie, pur mantenendo lo stile ironico e grottesco per cui sono conosciuto.
(fonte)

preferisci disegnare "a memoria" o usare dei modelli (foto, cartoline, burattini, smorfie allo specchio ecc.)?
Di solito vado a memoria, il mio stile me lo permette. Però ogni tanto ci sono delle situazioni in cui mi torna utile anche avere un modello (ho un sacco di foto delle mie mani che impugnano tazze, fogli o che mi grattano la testa... ahhh i selfie che meraviglia).
quando disegni una tavola, qual è la parte che preferisci e quale quella che invece trovi più difficile o magari noiosa?
La parte più difficile è sicuramente la matita, quando il foglio è bianco. Ci posso litigare per ore. Poi passo ai colori ed è la parte più noiosa. Forse perché più ripetitiva. E poi passo alle ombre, quello è amore puro, le ombre sono fondamentali per me.
chi legge residenza arcadia senza conoscerti plausibilmente non immagina che è la prima volta che sceneggi una storia così lunga (non ci credo nemmeno io!). hai mai pensato di lavorare anche solo come sceneggiatore? e se sì, a chi ti piacerebbe affidare il ruolo di disegnatore/disegnatrice?
In realtà non c'ho mai pensato. Ho sempre lavorato da solo occupandomi di testi e disegni. Sarebbe molto difficile per me delegare il disegno a qualcun altro, non perché non mi fidi delle capacità altrui, è pieno di disegnatori mostruosamente bravi là fuori, ma solo perché non saprei bene come farlo. Dovrebbero avere molta pazienza per capire le mie indicazioni (certe volte non mi capisco nemmeno io).
non è la prima volta che lavori con un editore (penso che devo assolutamente recuperare i dizionari delle serie tv, mannaggia), ma questa volta hai dovuto affidare a bao publishing una storia lunga che, come dicevamo prima, è completamente una tua creazione. come è stato lavorare con bao?
Ho mandato loro delle proposte, brevi soggetti da 2/3 paragrafi l'uno che a loro sono piaciuti. Una volta accordatici sul soggetto più interessante, ho iniziato a lavorarci. Mi hanno lasciato molta libertà, e non è una cosa scontata. Mi è piaciuta la loro professionalità e serietà, e anche queste non sono cose scontate.

che consiglio daresti a chi sta iniziando o vorrebbe iniziare la sua carriera da fumettista, vignettista o illustratore?
Farsi un mazzo tanto! E non arrendersi. Io tuttora lotto contro le "avversità" della vita, come chiunque (il Beluga magico) ma c'ho una testa tremendamente dura e non ho mai voluto lasciarmi alle spalle questo sogno. E il Beluga me ne ha portata tanta di roba, eh.
quali sono i tuoi prossimi progetti? ovviamente noi adesso ci aspettiamo una cascata di fumetti, ma siamo curiosi di sapere anche se ci sarà qualcosa di nuovo a cui lavorerai come illustratore.
Tanta roba :) c'ho la testa intasata. Ma preferisco far riposare un po' quelle idee, voglio essere sicuro di ogni passaggio prima di partire subito con qualcosa di definitivo.
ti ringrazio tantissimo per il tempo che ci hai dedicato e, oltre ai complimenti per il libro, ti lascio un mega imboccallupo per tutto quello che verrà! 
Grazie mille a te! Viva il lupo!

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mercoledì 17 maggio 2017

immortali

sempre qui. in questo giorno.
ogni anno.
promettetelo.


questa è una storia vera.
poco importano i nomi o l'esatto ordine degli eventi. questa è una storia vera, sempre e comunque, una storia accaduta, narrata o taciuta migliaia di volte, e che ancora si ripeterà, sempre diversa e sempre uguale a sé stessa.
immortali è il tempo dell'amicizia eterna, quella troppo forte per gli anni che passano e le vite che vanno avanti e ti trasformano in quello che non avevi mai immaginato di essere, un tempo che sa immaginarsi infinito ma che non ha mai imparato il sapore del dubbio.
è il tempo dell'adolescenza e dei suoi assoluti, il tempo di mirko, carlo, diego e virgilio e dell'ultima estate prima delle superiori, quella che segna il confine invisibile e impreciso tra infanzia ed età adulta, che lascia in bocca il sapore della solennità, del sudore delle corse in bici e del sangue delle botte prese per punire quelle ragazzate che hanno smesso di essere marachelle e che non sono ancora guai seri.
i quattro amici improvvisano vendette e gare di velocità, condividono tutto, nel bene e nel male, dai segreti nascosti nei cespugli vicini a una finestra illuminata nella sera, ai tuffi in mare sotto il sole cocente, consapevoli che tutto sta per cambiare ma incapaci portare il cambiamento nella direzione che sognano.


alla fine del primo, luminoso e spensierato capitolo, non serve nemmeno una pagina per raccontarci tutto quello che è stato dopo quell'ultima estate, di tutti gli inizi dopo quella fine, delle prime esperienze, dei sogni, della crescita, degli amori, dei successi e dei fallimenti.
l'adolescenza ci sembra sempre un romanzo scritto per la prima volta e ogni adolescente è un pioniere, il primo a percorrere una strada che nessuno aveva mai immaginato, e dobbiamo uscirne per renderci conto che raramente tutto questo succede.
simone prisco ci risparmia il percorso di questi ragazzi, forse troppo uguale a tanti altri, uno svolgimento di cui né l'inizio né il finale hanno bisogno, e anzi ci catapulta subito, spaesati e accecati da quell'ultimo sole e dal suo riverbero sul mare, in una conclusione lunga quattro capitoli bui, amari e freddi, un cambio stilistico drastico che racconta, con il suo vuoto iniziale, più di quanto avrebbe detto qualsiasi altra parola.
come si sono trasformati quei sogni luminosi, quelle speranze, quella di sicurezza del quando sarò grande io sarò non lo sappiamo e non è poi così importante, ma quali che siano stati i passi che hanno portato a un traguardo diverso da quello immaginato, il rimorso non si limita solo a cosa si sognava per sé stessi, ma si fa tormento per quello che ha significato per gli altri, per come il ragazzo ha tradito il bambino condannando l'uomo a una vita cupa e densa di rimpianti.


dopo vita e irene torna simone prisco con un'opera matura e amara, una bellissima prova d'autore che conferma sue le straordinarie doti artistiche con tavole che sanno ritrovare i toni pastello del sole e del mare, della luce dorata dei ricordi di una calda estate del sud, e che sanno inventare una tavolozza di colori accesi e cupi, di tratti come graffi e ferite, e che alza ancora di più il suo livello come sceneggiatore.

ah, vorrei anche bullarmi della bellissima dedica che ho ricevuto sulla mia copia: simone ha azzeccato in pieno quel a me piacciono le sorprese e me ne ha regalata una stupenda! grazie mille

sabato 13 maggio 2017

to be read - maggio


mi rendo conto che pubblicare la tbr del mese a metà mese è una cosa veramente stupida, ma ho procrastinato non per culopesantezza, ma solo perché aspettavo chili di pacchetti pieni di chili di roba che tenevo a inserire in questa rubrica. e per dire, non sono nemmeno arrivati tutti.
ma ormai manca veramente poco a finire maggio, quindi mi sa che comunque non riuscirei a leggere tutto, quindi i prossimi arrivi slitteranno alla tbr di giugno, che sarà un gran casino visto che ci saranno anche gli acquisti dell'arf (ah sì! quest'anno finalmente riesco ad andare all'arf! l'avevo scritto pure sulla pagina facebook e su instagram, ma ve lo dico anche qui, se ci siete anche voi fatemi sapere che mi farebbe piacere incontrarvi!)
insomma, ecco qui la mia tbr di questo mese, ben condita dalla consapevolezza che non ce la farò mai. però, per dire, quello che volevo leggere ad aprile in effetti l'ho letto, magari non sono riuscita a parlarne qui, ma almeno sto un po' più a posto con la mia coscienza.


questa tbr è bellissima, vero?
dunque, andiamo con calma: i primi due titoli, plume e immortali, sono le ultime novità di douglas edizioni, presentate poco tempo fa al comicon di napoli.
ovvio che io non c'ero al comicon, ma ho rotto le scatole ai ragazzi di douglas per farmeli mandare a casa (grazie!) e non vedo l'ora di parlarvene (se siete passati su instagram/facebook avete di sicuro già visto la dedica bellissima che mi ha fatto simone prisco quanta gioia, quanta!) perché già solo dopo averli sfogliati si capisce che sono delle megacicciofigate immense.
residenza arcadia, il primo romanzo di daniel cuello, in realtà l'ho già letto. vi dico solo che è bellissimo e che il 19 maggio troverete qui su claccalegge l'intervista a daniel e due parole (due perché non voglio fare spoiler) sulla storia. daniel mi ha sorpresa davvero, credetemi che non ci credereste mai che questo è un romanzo d'esordio. bravo, bravo, bravo!
in attesa di fare il pieno di autoproduzioni all'arf, ho preso i primi due volumi di radici, di giorgio pandiani. questi devo ancora leggerli, ma li ho sfogliati e devo dire che giorgio è un bravissimo disegnatore, e che ha fatto un gran lavoro con la scelta di formato, materiali eccetera. i libri sono davvero belli, c'è tantissima cura nella realizzazione.
di challenger invece ve ne ho già parlato, potevo non metterlo qui, ma questo romanzo mi ha entusiasmata così tanto che non volevo assolutamente escluderlo. se vi siete persi il post in merito, andate qui. ma sopratutto compratelo e leggetelo perché è strepitoso!
passando a cose più leggere, finalmente è uscita l'edizione economica di i love shopping a las vegas, attualmente sul comodino di madre, ma conto di riuscire a leggerlo prima possibile. adoro sophie kinsella, ma trovo assurdo spendere venti euro per i suoi romanzi, quindi ogni volta mi ritrovo a passare mesi a cercare tra l'usato o su bookmooch, oppure attendo che esca un'edizione meno costosa. fortuna che non ho la fissazione di avere tutti i libri della stessa collana, con lo stesso formato e la stessa grafica, sarebbe impossibile senza spendere un sacco di soldi.
tra gli ultimi acquisti manga c'è one week friends, di cui ho recuperato la serie completa (per ragioni di spazio, ho messo in foto solo il primo numero) che è adorabile (qui avevo parlato dell'anime), una stella cadente in pieno giorno, di cui ho tutti i volumi tranne - per un disguido su ebay - il numero otto. cioè, l'ho comprato ma si sono dimenticati a inserirlo nel pacchetto, per cui sto aspettando che arrivi. nel frattempo ho letto i primi sette volumi, che mi hanno tutti piacevolmente sorpresa. avevo ragione a volerlo recuperare! ho già letto anche himitsu 4, ma visto che ancora non ve be ho parlato, ho messo nella pila anche lui, si merita di essere fotografato, no?
tra i recuperoni ci sono anche i primi cinque volumi di emma, che non ho ancora iniziato per non cadere in tentazione e ordinare gli altri subito, alice 19th, che placherà la mia sete di shoujo fantasy, e per finire corto - sulla rotta del disincanto prattiano, un piccolo saggio edito da armillaria, di cui al momento posso dire solo che ha una grafica - anche quella interna - bellissima!

ci sarebbero stati anche altri manga di cui vi ho già parlato, non li ho inseriti solo per evitare di fare una sorta di torre di babele, ma trovate i post già pubblicati scorrendo l'archivio.

insomma, avete letto qualcosa di questi titoli? ve ne ispira qualcuno? ci vediamo a roma?

venerdì 12 maggio 2017

challenger

sono le 11:38 del 28 gennaio 1986, a cape canaveral, in florida. lo space shuttle challenger inizia il countdown per il decollo. dalla sua partenza passeranno settantatré secondi prima che un guasto ne causi l'esplosione e la morte di tutto l'equipaggio.


all'inizio della lettura di challenger è impossibile non trovarsi spaesati. settantatré racconti brevi, che a una prima impressione sembrano collegati solo dal contesto spazio-tempo in cui avvengono ma che lentamente cominciano a collegarsi tra loro, dando la sensazione al lettore di risvegliarsi nel bel mezzo della tela di un ragno, un intricato sistema di collegamenti, anche impensabili, che si annodano, si sfiorano, si intrecciano formando un complesso, caotico eppure inevitabile e fatale disegno.
in quei minuti che precedono e seguono la tragedia del challenger, nei dintorni di miami vivono, muoiono, si nascondono, sognano, si amano, si feriscono, cacciano, sono cacciati, si perdono, pensano, imprecano, si disperano, sorridono di felicità uomini, donne, bambini, cani, mostri, persino computer e una ranocchia di ceramica.
le loro storie dilatano il tempo della narrazione all'infinito, così come all'infinito si ripete sugli schermi l'esplosione del challenger, l'assurda nuvola di fumo e ceneri apparsa nel cielo all'improvviso, contraria a ogni aspettativa e ogni logica, con i suoi strani tentacoli bianchi, l'esplosione che disvela la fallacia delle aspirazioni e delle speranze, l'immagine vera e reale, senza giochi di parole o metafore, di un sogno che si infrange.

si passa da un capitolo all'altro come dando forma a un puzzle di cui ancora non si ha bene la visione d'insieme, un dettaglio qui per comprendere un evento già letto prima, un protagonista già incontrato sullo sfondo di un altro racconto: nell'assurda, drammatica giornata di quel gennaio di più di trent'anni fa ci si erge a guardare miami dall'alto, a metà strada tra il challenger - già esploso o ancora in volo - e le strade, le case, il mare, le fogne, i bar, accompagniamo i personaggi per pochi minuti della loro vita, i più importanti o quelli insignificanti, uguali a tanti altri già passati o che passeranno, entriamo nei loro ricordi e nei loro pensieri,
ci ritroviamo a pensare insieme a loro sul significato di tutto questo, aggiungiamo il risultato di quella somma di variabili che solo da lassù possiamo indovinare, osserviamo da un luogo privilegiato il modo in cui un piccolo evento, una scelta banale, un incidente determini un cambiamento drastico e irreversibile nella vita di tanti altri e ne usciamo con l'unica consapevolezza che non esiste alcun fine all'esistenza che vada oltre l'esistenza stessa, niente oltre l'incomprensibile discernimento tra ciò che è e ciò che è rimasto solo una possibilità.

quello di guillem lópez è qualcosa di impossibile da incasellare in alcun genere, completamente fuori dagli schemi, un ibrido tra romanzo e raccolta di racconti, scritto senza continuità tra spietatezza ed emotività, tra cronaca e introspezione. ogni racconto è introdotto da una piccola illustrazione di sonny partipilo, una sorta di introduzione visiva al racconto stesso, e tradotto (è il primo romanzo non italiano per eris edizioni) da francesca bianchi.
ed è una delle cose più belle che possiate leggere (lo dico spesso per i libri di eris, ma questa volta sono davvero volati in alto sopra l'asticella).

mercoledì 10 maggio 2017

commenti randomici a letture randomiche - parte XXXIV

tre nuove serie iniziate in due giorni.
qualcuno dovrebbe fermarmi!

dopo anni di soli shoujo manga - e qualche seinen - ho finalmente scoperto uno shounen, mi sembra un miracolo! ho letto il primo numero di noragami, lasciandomi convincere dal grande entusiasmo al suo annuncio e da un protagonista abbastanza singolare, oltre che da uno stile grafico abbastanza sulle mie corde (insomma, mancano le tipe con le tette gigantesche, che mi hanno sempre messo un po' di inquietudine), e mi è piaciuto un sacco, non mi lasciavo convincere da un fumetto del genere dai tempi di inuyasha!

protagonista della vicenda è yato, un dio tanto sconosciuto da essere costretto a mettere annunci in giro per strada - e persino nei bagni delle scuole! - per fare proselitismo.
yato offre il suo aiuto contro gli ayakashi - mostri invisibili agli umani ma causa di buona parte dei loro problemi - in cambio di una moneta da cinque yen, sognando di diventare famoso, amato e pieno di fedeli, a chi è così tanto disperato da riuscire a vedere il suo numero di telefono.
il primo episodio, che sembra più un episodio pilota, lo vede intento a risolvere i problemi di una ragazzina bullizzata dai suoi compagni di classe.
inizialmente yato è accompagnato da hanki, una ragazza - evidentemente non umana - che può trasformarsi in una specie di coltello con cui yato combatte gli ayakashi, ma dopo il primo caso hanki, stufa del caratteraccio di yato, decide di licenziarsi.
rimasto senza armi, yato si ritrova ancora più in difficoltà di prima. eppure, nonostante il suo desiderio di compiere gesta gloriose che gli diano fama e successo, accetta di aiutare un bimbo che ha chiesto il suo aiuto per ritrovare il suo gattino. durante questa missione (lo ammetto, è stata la storia del gattino a farmi innamorare completamente di questa serie), conoscerà hiyori, una ragazza che, a causa di un incidente, riesce a separare l'anima dal corpo e, per via di questo suo particolare status tra vita e morte, a vedere di ayakashi. il problema di hiyori però è che non può entrare e uscire dal suo corpo a piacimento, anzi, non riesce proprio a controllarsi, e per questo chiede a yato di aiutarla.
a completare la squadra alla fine di questo primo volume, sarà yukine, lo spirito di un ragazzino che yato prende come sua nuova arma, ma che, plausibilmente a causa della sua giovane età - è un adolescente! un piccolo maleducato adolescente ribelle! - non sembra molto condiscendente con yato.

ho cercato di raccontare il meno possibile della storia, anche se da quello che ho visto sia l'anime che il manga sono molto famosi, ma in ogni caso vorrei evitare il più possibile gli spoiler.
quello che mi ha convinto, oltre a una trama forse non originalissima ma comunque ben architettata e a un ritmo ferratissimo, è stato proprio il protagonista: nonostante sia un dio, seppur sconosciuto e senza mezzi e nonostante passi buona parte del tempo a mostrarsi come un arrogantello desideroso solo di essere adorato da più gente possibile, yato si impegna davvero per risolvere i problemi di chi si rivolge a lui, e si preoccupa sinceramente per gli altri (anche per i gattini! ). sarà che ho un debole io per gli tsundere, ma non mi capita spesso di affezionarmi così tanto a un personaggio fin da subito, quindi datemi immediatamente il secondo volume!
ah, per onor di cronaca, la serie è attualmente sospesa al diciottesimo volume per problemi di salute di una delle due autrici. al momento, considerato che ci vorrà almeno un anno e mezzo per arrivare a leggere il numero diciotto, non mi sembra ci sia troppo da allarmarsi, mi auguro che - quale dei due sia - si riprenda presto.

una delle due serie che invece non avevo preventivato di cominciare e invece poi mi ha fatto cedere una volta viste in edicola è stata i mille colori dell'amore, di ai minase. dopo la noia tremenda di namida usagi, avevo pensato di non cascarci più con lei, e infatti ho saltato con tranquillità dolce primo amore, salvo poi pentirmene dopo aver letto un sacco di commenti positivi in merito.
credo però che avrei dovuto lasciare anche questo al suo posto, perché mi ha già delusa un sacco al primo volumetto.
la trama sembrava promettere bene: due ragazzini si conoscono su un'isola, si innamorano ma si perdono di vista. anni dopo si rincontrano per caso: cosa succederà?
beh, in questo primo volume succede poco e niente, e quel poco fa venire voglia di lanciare tutto per aria e passare a una lettura successiva. in buona sostanza, lui fa finta di non riconoscerla, non si sa ancora per quale motivo, lei invece piagnucola tutto il tempo senza chiedere a lui il motivo di questo assurdo comportamento.
più i soliti cliché del tipo ragazzo che cerca di abbordare la protagonista mentre l'eroe interviene o la protagonista fa amicizia con una ragazza che inizialmente non le ispirava troppa fiducia.
insomma, veramente ma veramente noioso. non so se è colpa dell'inizio un po' troppo lento, colpa mia che sono partita già piena di pregiudizi (ma che l'ho comprato a fare? giuro che non so proprio cosa rispondere), colpa dei disegni che mi sembrano sempre un po' troppo rigidi e ripetitivi... insomma non ho nessuna voglia di sapere come andrà avanti, anzi, la mia copia sta già su bookmooch (se vi interessa, il mio profilo è questo).

la seconda serie che pensavo di skippare invece era honey, un manga che partiva malissimo con una trama pessima: lei si ritrova a dire sì alla proposta di matrimonio di un ragazzo che non conosce e le sembra un delinquente. il problema è che questa non è la trama, ma quello che succede in circa un paio di pagine.
un enorme malinteso dunque, diciamo che a essere pessima non è tanto la trama, quanto il modo in cui il manga è stato presentato. ed è un peccato visto che invece in giappone ha avuto un sacco di successo, aggiudicandosi anche una trasposizione cinematografica prevista per il prossimo anno.
effettivamente nao, la protagonista, si sente davvero rivolgere una proposta di matrimonio da onise, un ragazzo dall'aspetto spaventoso (cioè, il concetto di spaventoso in uno shoujo manga è: tizio carino con i capelli tinti e qualche orecchino. povere giapponesi...), ed effettivamente all'inizio è così spaventata che accetta.
ma ci vuole pochissimo a rendersi conto che in realtà onise è più buono del pane, e che le pessime voci che girano su di lui sono colpa del suo aspetto un po' fuori dall'ordinario.
così, il fidanzamento forzato viene interrotto senza troppi problemi e nao accetta la proposta di onise di rimanere buoni amici, rivelando al ragazzo - che continua a essere innamorato di lei - di provare dei sentimenti per so, il fratello di sua mamma che l'ha cresciuta da quando i suoi genitori sono morti.
ovviamente nao viene immediatamente messa in disparte per via della sua amicizia con un tipo la cui unica colpa è non avere i capelli neri (ma davvero sono così esagerati i giapponesi?), e quando bisognerà formare i gruppi per una gita scolastica, ai due si uniranno yashiro, una ragazza bellissima e apatica come poche cose al mondo, per nulla interessata ad avere degli amici (e quindi in perfetta sintonia con gli esclusi della scuola) e - in modo decisamente meno spontaneo! - misaki, compagno di classe di onise, bellissimo anche lui ma con un carattere veramente pessimo.

i personaggi, anche se un po' stereotipati, sembrano abbastanza interessanti, ma sopratutto onise è adorabile, l'esatto contrario del bello e stronzo che ho sempre odiato. i disegni sono carini e molto espressivi e il fatto di contare solo otto volumetti fa ben sperare, quanto meno si può essere abbastanza sicuri di non doversi sorbire inutili allungamenti di brodaglia.

oltre a iniziare roba nuova, ho continuato quella vecchia, ovviamente. in attesa del settimo volume, ho recuperato il quinto e il sesto di amami lo stesso, che continua a divertirmi un sacco.
visto che sono usciti da un po', non penso sia un problema fare qualche spoiler, anche perché finalmente michiko ha fatto la prima cosa saggia dopo un sacco di cosmiche minchiate e in qualche modo devo pur sfogarmi!

piena di dubbi sul comportamento di mogami, che si fa sempre più insistente circa il matrimonio, decide di farsi aiutare da kurosawa a capire se sta per infilarsi nell'ennesimo guaio.
l'atteggiamento accusatorio del capo sembra non scalfire minimamente mogami ma lascia michiko ancora più insicura di prima, fino a che lei non decide di ridare l'anello a mogami e annullare il fidanzamento.
ovviamente scoprirà solo dopo che il ragazzo aveva tanta premura di sposarsi solo per tranquillizzare i genitori malati e preoccupati di lasciare il figlio da solo, ma in fondo non era giusto arrivare all'altare con un uomo che non amava solo per vivere tranquilla... o invece sì?
mentre i suoi genitori, sconsolati dall'idea che a trent'anni michiko sia ancora zitella, la assillano perché si sposi al più presto o accetti di prendere parte a incontri organizzati, scopriamo qualcosa di più su kurosawa e il suo amore non ricambiato per haruko, che è la promessa sposa di niente poco di meno che suo fratello maggiore, un tizio dall'aria per nulla seria che però si svela essere una persona non solo molto responsabile, ma anche premuroso e gentile verso il fratello minore.

tutto è bene quel che finisce bene, e per i nostri due protagonisti invece finisce tutto malissimo: michiko è di nuovo sola e minacciata di ritrovarsi sposata per forza a un uomo che nemmeno le piace (questo o i genitori le negheranno ogni aiuto economico fino alla fine dei suoi giorni) e kurosawa ha definitivamente detto addio al suo grande amore.
soli e sconsolati, mentre il destino fa incontrare mogami e akira - i due scaricati - in una romantica atmosfera natalizia, michiko si ritrova tanto disperata da fare a kurosawa la più impensabile delle proposte...

mi rendo conto che ormai questo post è un papiro esagerato, ma visto che siamo in ballo, balliamo.
sta finalmente per terminare il fiore millenario, dopo tanta fatica e sacrifici a-ki, adesso in possesso dello stemma completo che la legittima sovrana di a, si ritrova a un passo dalla battaglia decisiva contro do-hi, la donna che le ha distrutto la vita, ucciso la madre e il padre, usurpato il suo regno e che l'ha costretta a passare tanto tempo lontana dal suo paese.
a-ki è determinata e risoluta, ha un esercito e il re di so dalla sua parte, eppure non riesce a tenere da parte i suoi sentimenti per hakusei. da un lato la voglia di stare con lui per sempre, di essere una donna qualunque, di non avere la responsabilità di un intero paese sulle sue spalle e poter decidere liberamente di stare con l'uomo che ha sempre amato, dall'altra la consapevolezza che hakusei è costantemente in pericolo accanto a lei, e che l'unico modo per proteggerlo è allontanarlo.
mi duole ammetterlo perché sono veramente affezionata a questi personaggi e alla storia, ma sta rallentando un po' troppo, ed è un peccato, considerando che manca poco alla fine e nessuno si sarebbe offeso per un volumetto in meno,
i tentennamenti di a-ki durano da troppo tempo e questo continuo rimandare la sua decisione in merito al rapporto con hakusei non fa che tenermi in ansia su quello che sarà il finale, che temo sempre più possa riservarci lacrime a profusione...

lunedì 8 maggio 2017

the handmaid's tale

mi rammarico sempre di non essere mai aggiornata sulle serie tv, non ne seguo molte e questa cosa mi fa sempre sentire tagliata fuori dal mondo.
invece in questi giorni ho recuperato subito i quattro episodi fino ad adesso usciti di the handmaid's tale, serie ispirata all'omonimo romanzo di margareth atwood che io non conoscevo fino a quando, qualche tempo fa, non si è cominciato a parlare della serie tv, e che, manco a dirlo, non riesco a trovare da nessunissima parte (anzi, se lo trovate in qualche strano sito dell'usato fatemi sapere, anche se voci di corridoio parlano di una ristampa prevista per questa estate).
per ovvie ragioni non starò qui a fare parallelismi tra serie tv e romanzo, ma credo proprio che questa serie si meriti qualche parola perché è una delle cose più interessanti - e terrificanti - del momento.


ambientato in un presente distopico (in realtà, considerando che il romanzo è stato scritto a metà degli anni '80, dovrei parlare di futuro, ma è ambientato esattamente nei nostri anni), the handmaid's tale ci racconta di un'umanità che si ritrova a dover fronteggiare il più inimmaginabile dei problemi: uno spaventoso calo della fertilità e delle nascite e un'altissima mortalità infantile.
gli stati uniti d'america non esistono più, al loro posto è sorta la società di gilead: nessuna democrazia, nessun diritto. il potere è in mano a un gruppo - non ancora meglio identificato - di estremisti religiosi (plausibilmente la atwood si è lasciata ispirare dai totalitarismi di stampo islamico del vicino oriente, ma forse oggi con le dittature e i fanatismi religiosi stiamo messi anche peggio), e a farne le spese peggiori, ovviamente, sono le donne, il bersaglio preferito delle religioni, di qualsiasi dio si parli.
lentamente e  poco per volta le donne hanno perso ogni diritto: licenziamenti in massa, conti correnti bloccati, autonomia e indipendenza economica, la sicurezza di camminare da sole per strada, e poi hanno perso il controllo su loro stesse, sono state strappate alle loro famiglie, ai loro mariti, ai loro figli e sono diventate - quando non sono state subito mandate in qualche colonia a ripulire rifiuti tossici e radioattive, condannate a morire in modo atroce - o serve o ancelle - o mogli - nelle case dei comandanti, uomini potenti e fedeli al nuovo regime.

alle serve, o meglio alle marta - in riferimento presumibilmente alla marta del vangelo, che si occupava di pulire e spazzare mentre gesù parlava e la sorella maria si era fermata ad ascoltare - sono affidati i lavori domestici ma alle ancelle, le donne giovani e fertili, tocca il ruolo peggiore.
rifacendosi al passaggio biblico in cui rachele, moglie di giacobbe, non riuscendo ad avere figli, offre al marito la sua schiava affinché sia lei a partorire il loro erede, così le ancelle vengono affidate ai comandanti e alle loro mogli, perché siano l'utero con le gambe per le donne sterili (ovviamente, la sterilità maschile non viene neppure presa in considerazione, la colpa è solo ed esclusivamente delle donne).


la storia è raccontata da offred (letteralmente of fred - di fred - dal nome del suo comandante, il vero nome, espressione dell'identità e dell'umanità di ognuna di loro, è proibito), un'ancella. la sua storia si intreccia ai continui flashback che ci spiegano un po' come si è potuti arrivare a questa assurda situazione: all'inizio la vediamo in macchina con suo marito e sua figlia mentre cercano di fuggire, ma evidentemente il tentativo non andrà a buon fine.

le scene violente non mancano, ma non è solo questo a rendere spaventoso il racconto di offred.
già da prima di diventare un'ancella la vediamo, con la sua amica moira, assistere impotente e incredula a una serie di piccoli cambiamenti che sfoceranno nella follia più assoluta: gli insulti osceni al bar, il suo conto bancario accessibile solo per suo marito, il licenziamento, la paura alle manifestazioni. e poi il centro ri-educativo per le ancelle, quei discorsi spaventosi sul ruolo delle donne, la loro nuova condizione di non-umani, di madri-o-nulla, una visione perversa del sesso visto solo come necessario alla riproduzione. e poi qualcosa a cui siamo già abbastanza abituati ma che spaventa nella sua rappresentazione senza mezzi termini: la colpevolizzazione delle vittime di stupro, l'intolleranza verso l'omosessualità.

quello che rende the handmaid's tale una serie terrificante infatti non è solo la continua atmosfera claustrofobica e senza speranza, né la violenza fisica o psicologica, ma l'agghiacciante sensazione di già visto, come se fosse un'esasperazione di quello che è la nostra realtà.
se ci pensate anche solo un attimo, la storia di offred non è poi nulla di più che la versione ipersaturata della storia delle donne di oggi: lo stupro è colpa delle donne che provocano gli uomini? ce l'abbiamo. una donna che non è madre non è una vera donna? ce l'abbiamo. il sesso è un dovere coniugale e in quanto tale ha come fine la riproduzione (altrimenti sei solo una troia)? ce l'abbiamo. le lesbiche (e i gay) sono considerati abomini che offendono dio e gli uomini? ce l'abbiamo. le donne hanno più difficoltà a trovare lavoro, vengono licenziate più facilmente e guadagnano meno? ce l'abbiamo.
esagerate tutto questo, ingranditelo, portatelo avanti giustificando ogni volta, e avrete il mondo di offred.
e non è difficile immaginarcelo un mondo così, noi che siamo tanto abituati a sentire ogni giorno di donne uccise dai raptus di gelosia (la prova che dio non esiste è che nessuno degli idioti giornalisti che scrive puttanate simili è mai stato fulminato), a leggere annunci di lavoro che richiedono ragazze non sposate o fidanzate (la maternità, si sa, non è un diritto, o almeno non lo è se lavori), a non scandalizzarci se un ministro della salute invoglia a figliare e a farlo da giovani, dando la colpa delle scarse nascite al fatto che le donne vogliono fare quello che storicamente hanno sempre fatto gli uomini, come studiare e lavorare (ve lo giuro, era nel bando del fertility day. l'ho riletto almeno cento volte per essere sicura di non aver letto male io), a non arrabbiarci per gli insulti tremendi rivolti alle donne solo in quanto donne (e fattela una risata! "cagna" te lo dico per ridere! su su!), abituati fino a non farci caso alla sessualizzazione e oggettificazione del corpo femminile in qualsiasi contesto e a tutte le età (guardate una qualsiasi pubblicità e molto probabilmente troverete una donna seminuda e - se le fotografano anche il volto - con l'espressione vuota o al massimo ammiccante), ai processi che assolvono gli stupratori e a chi parla di ragazzate.


le attrici sono assolutamente bravissime e molte delle emozioni dei personaggi sono affidate quasi esclusivamente agli sguardi, l'unico modo ancora non controllabile di esprimere qualcosa, tutta la loro interiorità e psicologia è affidata alle espressioni, ai gesti e ai silenzi, e anche da loro è partita la speranza che questa serie possa in qualche modo smuovere le coscienze sopratutto delle nuove generazioni.
la serie, e lo dico nonostante io sia tutto fuorché una critica cinematografica, è di altissima qualità: ottima recitazione, bellissima regia, perfetto l'uso delle musiche, ottima fotografia, meravigliosa la tecnica narrativa che alterna il passato e il presente della protagonista.
insomma, fatevi coraggio (e ne serve tanto) e guardate questa serie perché merita tantissimo.

sabato 6 maggio 2017

anteprima "fernando senza effe" e intervista a giulia oberholtzer

fernando è un normalissimo bimbo di otto anni, che vive la sua vita normale in una normalissima casa e frequenta una normalissima scuola.
la sua vita procede senza grosse sorprese e senza disagi fino al giorno in cui, durante una lezione di musica a scuola, un incidente un po' strambo gli fa perdere la lettera effe!
da quel giorno per fernando, ormai ernando, riuscire a farsi capire dagli altri diventa un problema, la matrice di un sacco di problemi che inizieranno a destabilizzare la sua vita ormai non proprio più tanto normale.

il racconto di giulia oberholtzer, designer e grafica romana, prende spunto da una tastiera rotta ed è il suo primo lavoro dedicato ai bambini. fernando senza effe è ancora disponibile in preordine su bookabook, il sito di editoria in crowdfunding sul quale ha già avuto un enorme successo.

ma lascio che sia proprio giulia a raccontarci qualcosa in più del suo fernando! buona lettura!


ciao giulia e benvenuta su claccalegge!
ci racconti come è nata l'idea di scrivere fernando senza effe?
Il racconto è nato da una banalissima casualità: la perdita della lettera f dalla tastiera del computer portatile con cui lavoravo allora. Da lì sono nate incomprensioni, doppi sensi, tante risate e poi anche Fernando.

che cosa rappresenta la "f" perduta?
Nel momento in cui Fernando perde la effe, il mondo non è più perfetto. In un attimo si ritrova nel mondo imperfetto dei grandi. Non è facile, e si sente solo, addirittura scappa di casa. Ma gli basterà molto poco però per capire che non è l’unico ad essere diverso, e che diverso non significa necessariamente sbagliato, e che sbagliato per uno può significare giusto per qualcun altro…

i bulletti, le interrogazioni in geografia e il minestrone: l'infanzia, vista adesso, sembra un periodo tutto rose e fiori, ma in effetti c'era di che disperarsi anche allora! per raccontare la storia di fernando ti sei rifatta ai ricordi della tua infanzia o hai un bimbo-modello (o bimba)? 
A casa mia era diverso. Non era una casa normale di una famiglia normale, no. Da noi l’originalità era un valore, che andava ricercato e raggiunto (a volte anche in maniera un po’ forzata). La sera si leggevano libri di bambini che vivevano sugli alberi, all’asilo ero il capo della banda (erano gli anni '90 e di bande se ne sentiva parlare in continuazione nei tg) e facevo a gara per le note di demerito (a chi ne aveva di più). Ero anche allergica all’amore. Crescendo le cose cambiano, si impara a percepire molte più sfumature, ci capitano delle cose, ci sensibilizziamo su certi aspetti…


hai dedicato questo racconto senza f al "fernando in ognuno di noi", ma se provi a immaginare IL tuo lettore, come te lo immagini?
Un racconto sulla diversità può riguardare chiunque, per questo immagino un pubblico trasversale: per esempio mio nonno se ne era innamorato, mi chiedeva prima di Fernando, poi si interessava a me… E non è solo un racconto sul valore del diverso, ma parla anche di anticonformismo e di rottura delle regole, di un approccio ludico e divertente ad una cosa seria, come può essere la lettura, come tante altre situazioni della vita.

tu sei una designer e una grafica, e adesso anche una scrittrice e illustratrice di racconti per bambini: come cambia il modo di lavorare tra quando ti rivolgi a un pubblico adulto e quando invece crei per i più piccini?
Il lavoro per i bambini è più libero, è un viaggio senza freni in una dimensione fantastica, onirica, per questo motivo diventa più intimo ed emotivo, mentre il lavoro per gli adulti è più tecnico, strategico, razionale e vincolato. Rappresentano entrambi due aspetti importanti: lo ying e lo yang della creatività!

che nuovi progetti hai dopo fernando senza effe? scriverai altre storie per l'infanzia?
Fernando senza Effe è l’inizio di un cammino, spero lungo, nel modo dell’illustrazione, dell’infanzia, e non solo. Nel cassetto del mio comodino c’è già racchiuso un altro piccolo tesoro intitolato “Aurora e la tigrona”, la storia di una bambina e del suo lato sensibile, che aspetta di essere scoperto. 

grazie mille per il tuo tempo, un abbraccio e in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti! ♥

giovedì 4 maggio 2017

coffee shoujo manga tag

ahhh, finalmente un meme! adoro questo genere di cose, mi permettono di cianciare gratuitamente su tante cose tutte in una volta e di fare un sacco di scemenze inutili con photoshop che mi  riportano tanto ai bei vecchi tempi di splinder, ma sopratutto di passare ore e ore a rimuginare sui titoli da scegliere per le risposte! insomma, mi diverto un sacco.
il coffee shoujo manga tag  l'ho trovato su dipendenza da shoujo e my millenium puzzle e - meme sugli shoujo manga! - non potevo non farlo (e non perdere tempo a pasticciare su photoshop), quindi grazie mille alle ragazze per l'idea, e se lo fate anche voi ditemelo che sono curiosa di leggere le vostre risposte!



nero ~ uno shoujo intenso, difficile da digerire
ecco, solitamente evito i manga che si preannunciano troppo pesanti, sopratutto quelle storie che promettono protagoniste vessate, sfigate e perseguitate da tutto e tutti. mi mettono ansia e depressione e, visto che solitamente preferisco rilassarmi quando leggo, evito. anche perché so che poi al 90% si scade nel vittimismo e mi incazzo ancora di più.
ma all'inizio della mia carriera da lettrice di shoujo, oltre a essere meno selettiva, ero anche meno informata, non avevo nemmeno internet e delle trame dei fumetti ne sapevo qualcosa solo per il passaparola o per quel poco che scrivevano nelle introduzioni dei volumetti. così ho preso, e amato tantissimo, robe come mars, le situazioni di lui e lei, fruits basket o la principessa splendente.
tutti titoli che adoro anche a distanza di anni, ma sono dei veri macigni: abusi, famiglie disastrate, genitori con grossi problemi psicologici, violenza, suicidi, omicidi, maledizioni, amori negati eccetera.
però, almeno per questi quattro titoli, la componente tragico-sfigata si affianca a trame molto ben articolate e personaggi stupendi, quindi anche se c'è un po' (tanto) angst, sono tra i miei preferiti di sempre.

caffè macchiato ~ uno shoujo superfamoso che hai apprezzato
sono davvero tanti in questa categoria, dai must come cortili del cuore o marmalade boy, a quelli un po' meno noti per i non addetti, come proteggi la mia terra, ma famosissimi tra i lettori, però credo che la superstar del genere, il titolo conosciuto anche da chi forse non ha mai tenuto in mano un altro manga in vita sua, sia ovviamente nana, di cui ho parlato un sacco di volte (qui, qui, qui, qui, qui e qui) e che amo alla follia.
e che sì, continuo a credere che prima o poi la yazawa lo concluderà.

cioccolata calda ~ shoujo preferito per bambini
non ho tantissimi manga di questo tipo, o se ne ho, non ho idea di quale sia il target di riferimento, infatti ho dovuto controllare il target di quello che avevo in mente - il giocattolo dei bambini - e devo dire che avevo indovinato.
a riprova del fatto che "per bambini" non è sinonimo di "stupido" o "superficiale", il giocattolo dei bambini è un manga che, partendo da toni più allegri e scanzonati, arriva a momenti molto profondi e drammatici, e tocca temi difficili.
probabilmente una roba del genere, fuori dal giappone, non sarebbe mai stata pubblicata su un magazine che ha per riferimento bambine tra gli otto e i quattordici anni, ma io mi tengo buona la loro definizione.
piuttosto, dovrei decidermi a rileggerlo.

espresso doppio ~ uno shoujo che ti ha tenuta incollata alle pagine
un'altra domanda alla quale potrei rispondere con una lista infinita, però stavolta la faccio breve  e mi gioco un titolo in corso - così ne approfitto per spammarlo ancora un po' - ovvero quella ultramegacicciofigata che è himitsu (di cui ho parlato qui, qui e qui).
ogni volume racconta uno o due casi di omicidi spietatissimi e del particolare processo investigativo usato per risolverli, ma vi assicuro che l'idea che questo manga bellissimo sia in mano a goen e che non si sa mai quando arriverà il prossimo numero rende tutto ancora più adrenalinico.

latte macchiato ~ uno shoujo lungo e pesante
con ventisei volumi in italia e ventotto in patria, arrivare a te se non si merita in assoluto il titolo di shoujo più lungo (c'è sicuramente di peggio e mi sono sempre assicurata di evitare questa roba il più possibile), penso che si possa tranquillamente aggiudicare quello di pesante.
il problema di questo manga non è che ci sono momenti drammatici, violenti, deprimenti o che so io. ma negli ultimi tempi la trama si va annacquando sempre di più, succedono sempre meno cose e tutto si fa sempre più noioso.
anche se ormai, dopo tutto questo tempo, non lo droppo neanche per soldi. e poi, inutile fingere, mi sono affezionata ai personaggi e, nonostante sia lentissima, anche alla storia. ma aspetto l'annuncio del finale come una delle notizie più importanti della mia vita!

starbucks ~ uno shoujo che vedi ovunque
orange. davvero, sembra che questo shoujo sia piaciuto a tutti, lo trovo spammato spesso sulle pagine facebook, e credo che l'abbiano letto praticamente tutti.
e ovviamente l'ho letto anche io (e ne ho parlato qui). però non è tra i miei preferiti, anzi non mi ha sconfiferato poi così tanto. magari ci faccio caso anche per questo.

caffetteria hipster ~ consiglia uno shoujo sconosciuto
sono troppo hipster per sapere cosa è sconosciuto e cosa no, però credo che un buon titolo un po' troppo snobbato sia banana fish. che non sembra, ma è uno shoujo. ed è anche tanto bello.
anche hanakimi sembra un po' caduto nel dimenticatoio, ed è un peccato perché anche lui merita. anche se con il nuovo trend di planet di ripubblicare i titoli dynit potrebbe tornare in fumetteria a breve.

il solito ~ uno shoujo che hai comprato sapendo che ti sarebbe piaciuto
qui sono veramente troppi, solitamente ci prendo abbastanza su quello che compro, quindi potrei dire tutti i manga di maki usami o quelli di io sakisaka, o quelli di ai yazawa o di tante altre autrici che mi piacciono, ma se proprio devo fare una scelta - tralasciando quelli di cui ho già scritto su - scelgo natsume degli spiriti, un manga che adoro e che conoscevo un po' già dalla serie anime, quindi l'acquisto è stato assolutamente a colpo sicuro, anche se il manga mi è piaciuto ancora di più dell'anime.

ops! per errore ti hanno portato un decaffeinato! ~ uno shoujo da cui ti aspettavi di più
anche qui è difficile sceglierne solo uno, ad esempio di recente ho droppato shooting star lens, che sembrava tanto carino invece... ma siccome di solito i titoli che mi deludono li scambio o li rivendo, non me ne ricordo poi tantissimi. ne leggo e ne ho letti veramente tantissimi! forse una delle delusioni massime rimane per il momento dreamin' sun, di cui ho recuperato i primi sei volumi e che pensavo fosse un capolavoro, per come se ne parlava in giro. invece l'ho trovato un po' noioso e scialbino. probabilmente dovrei recuperare gli ultimi volumi, magari la parte migliore è alla fine, però continuo a rimandare da secoli, dando la precedenza a roba che mi ispira di più.

la miscela perfetta ~ lo shoujo che per te rappresenta la perfezione
questa è veramente ma veramente difficile.
il vero problema è che, per quanto un sacco di cliché si ripetano in un sacco di storie, gli shoujo più belli che ho letto sono assolutamente unici ed è difficile farne una classifica o scegliere i migliori.
fruits basket ad esempio credo sia un capolavoro, e ne ho parlato su, ma anche le situazioni di lui e lei - e ho parlato su anche di questo - è uno shoujo manga perfetto, e, sebbene entrambi rientrino nella categoria shoujo scolastici, sebbene in entrambi ci siano situazioni familiari assurde e pessime, sono diversissimi tra loro. il più perfetto? non saprei proprio dirlo. poi ci sono storie più leggere e divertenti che sono dei must have assoluti, come lovely complex, ci sono gli shoujo che rientrano nel filone majokko come sugar sugar rune o full moon che sono adorabili nel loro genere, i fantasy come fushigi yuugi o angel sanctuary... o quelli ambientati fuori dalla scuola, come quell'assoluto capolavoro che è nana! l'ho già detto che lo adoro? insomma, è davvero difficilissimo rispondere, e allora molto più semplicemente vi rimando a questo vecchio post e a questo qui!

e per concludere in bellezza ho voluto aggiungere un'altra categoria, l'ho messa ad hoc per un titolo che ho odiato tantissimo e che mi ha fatto più volte l'effetto del caffè salato:

ho confuso il barattolo del sale con quello dello zucchero ~ uno shoujo... bleah!
di roba che non mi è piaciuta e poi ho rivenduto o ho conservato in scatoloni e armadi ce n'è tanta, ma una delle più abominevoli letture di sempre risale a poco tempo fa ed è i love you suzuki-kun. partiamo dal concetto che di certo buona parte degli shoujo manga non è esattamente un manifesto del femminismo e che spesso e volentieri certe spiacevolissime situazioni sono fatte passare per romantiche, ma i love you suzuki-kun mi ha davvero irritata oltre ogni limite, è un continuo di stereotipi ridicoli e disgustosi, tipo: a lui piace lei ma a lei non piace lui. lui allora insiste per anni e anni, la bacia e la palpa senza consenso e le dice cose del genere prima o poi sarai mia, fino a che lei non cede. o lui che perdona lei che ha fatto sesso con un altro prima di lui, che l'accetta anche se non è più pura. o il fatto che il più grande sogno delle ragazze, nonostante abbiano dei talenti e delle passioni - ad esempio la protagonista è un'attrice - è il matrimonio, si fotta tutto il resto.
insomma, questo shoujo l'ho trovato non solo orribile, ma anche pericoloso, perché insegnare che violenza, abusi, stalking e umiliazione siano atti di romanticismo la vedo una delle cose peggiori del mondo. sono felicissima di essere riuscita a liberarmene.
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